La detenzione afflittiva. Dal CIE al carcere, castigo senza delitto

TRAPANI – “Dopo la carcerazione penitenziaria è ingiusto che i cittadini extracomunitari debbano soffrire una detenzione amministrativa per l`inerzia di chi deve provvedere al loro riconoscimento;  ma se le procedure dirette al loro riconoscimento fossero correttamente attivate e completate durante la detenzione in carcere, così come legalmente previsto, a fine pena verrebbero direttamente rimpatriati”. Con rabbia e vigore a raccontarlo è l’avvocato Giuseppe Buscaino, del Foro di Trapani, che occupandosi da anni di casi penali legati all’immigrazione, è stato soprannominato “l’avvocato degli arabi” nella città di Trapani.

La provincia più occidentale d’Italia è una città “calda” dal punto di vista dell’immigrazione”; ciò è dovuto sia alla prossimità con la Tunisia, sia alla presenza di tre Centri per immigrati sul territorio: il Serraino Vulpitta, Milo (un altro CIE) ed un Centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.A.R.A.) sito a Salinagrande.

“Molti stranieri, scontata la pena, si ritrovano nuovamente in una condizione di privazione di libertà – continua Buscaino – senza capirne ne accettarne le ragioni”. “Molti di loro, già in Italia da parecchi anni, non sopportano questa ulteriore reclusione (adesso amministrativa) – aggiunge il giurista Fulvio Vassalllo Paleologo – se la detenzione penitenziaria ha finalità rieducative (o almeno a queste dovrebbe tendere), quella amministrativa per gli immigrati irregolari specie quando è ormai evidente che non si potrà procedere all`espulsione, risulta meramente afflittiva”.

Ci si chiede: come mai lo straniero dopo aver scontato la pena, non torna in libertà o viene rimpatriato, ma al contrario ad attenderlo sono fino a 18 mesi di detenzione in un CIE? Perché nel periodo di detenzione nel carcere non si è provveduto al disbrigo delle pratiche finalizzate all’identificazione del carcerato?

Le cause risiedono nell’assenza di coordinamento tra sistema penitenziario e sistema legato all’immigrazione, ovvero: Ministero di Giustizia e Ministero degli Interni. La Direttiva Europea sui rimpatri (2008/115) prevede che il trattenimento amministrativo deve essere finalizzato al rimpatrio, in Italia la 129/2011 non ha attuato questa parte della direttiva andando in contraddizione con le previsioni comunitarie.

Inoltre la prolungata detenzione nei CIE crea sovraffollamento, ritardi nei procedimenti, un deterioramento dei livelli delle condizioni dei centri, condizioni di invivibilità con soventi tentativi di suicidio, oltre al proliferare di focolai di violenze e ribellioni. Le conseguenze sono intuibili, scontate, atroci. Il mancato recepimento da parte del Governo italiano della Direttiva Europea rende problematica e inefficace la difesa legale dello straniero ed è aggravata dai continui trasferimenti da un CIE all’altro. “Ristabilendo il foro alternativo, cioè la difesa innanzi al giudice del territorio dove si trova in detenzione amministrativa lo straniero – continua l’avvocato Buscaino – si potrebbe, ad esempio, difendere la persona per il tempo che permarrà in quel CIE”.

Trasferiti da una città all’altra, allontanati dalle famiglia, negata loro una voce e una difesa, gli stranieri sono lesi nei loro diritti fondamentali. Ne abbiamo incontrati molti di questi casi, quasi due settimane fa in visita al CIE Serraino Vulpitta con l’europarlamentare Alessandra Siragusa. C’erano più di 40 uomini, forse 50, in restrizione di libertà, chi con problemi fisici evidenti, altri disperati, di certo in una situazione disumanizzante.

Si potrebbero sciorinare storie pietose, dinamiche paradossali spingendosi sino a giudicare “buoni” e “cattivi”. Le storie personali sono importanti ma non bastano da sole a denunciare un sistema deficitario. Di storie se ne parla a iosa. Personalmente penso ci sia un esubero di storie e pietismo che spesso va a detrimento dello straniero. Ritengo opportuno invece analizzare con oculatezza le falle nel sistema giudiziario e denunciare l’impossibilità per un individuo di difendersi. Bisogna palesare l’ingiustizia, denunciarla, rettificare la giurisprudenza, e garantire giustizia aldilà di qualsiasi attitudine buonista e inefficace.