Il General Contractor uccide il territorio

La figura del General Contractor è stata introdotta in Italia con la Legge 443/01 (Legge Obiettivo) con l’intento di affidare ad un unico soggetto la progettazione e la costruzione delle infrastrutture strategiche. Il General Contractor può realizzare l’opera ad esso affidata con qualunque mezzo (anche subaffidandola in parte o in tutto) e deve rendere anche i servizi collaterali (acquisizione aree, rapporti con i terzi ed indennità agli stessi). Esso è distinto dal Concessionario cui è affidata la gestione dell’opera, ma può anticiparne parte del finanziamento.

I movimenti territoriali contrari alla politica delle grandi opere hanno da sempre individuato nella figura del General Contractor e nel meccanismo finanziario suo collaterale, il Project Financing, un sistema ideato per favorire poche grandi imprese collegate col sistema politico dominante totalmente slegate dai contesti nei quali le infrastrutture vengono insediate, un sistema che si è rivelato incapace di realizzare le opere e che, in compenso, si è manifestato come forte produttore di debito pubblico.

Ivan Cicconi, uno dei più importanti esperti di appalti e opere pubbliche in Italia, ha individuato in questo modello la tipizzazione dell’impresa post-fordista, un’impresa totalmente incarnata nel presente, senza radici nel passato e, soprattutto, senza alcuna prospettiva per il futuro, un’impresa vuota, priva di legami con il lavoro ed il territorio, che subappalta tutto e scarica la competizione verso il basso.

Un sistema, quindi, quello delle grandi opere, che ha a che fare con la desertificazione del territorio piuttosto che con la sua crescita, che ha intenti predatori e con il quale le rappresentanze politiche locali stabiliscono rapporti di subalternità, facendosi interpreti e garanti dell’annichilimento di ogni forma di democrazia (della formazione di una decisione condivisa) e di partecipazione.

La novità è che anche le associazioni dei costruttori cominciano oggi a lanciare l’allarme sulle caratteristiche predatorie del meccanismo che assegna centralità al General Contractor e sulle conseguenze di impoverimento del territorio che esso determina. Un recente documento dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili) siciliana lo definisce come un sistema di affidamento che, scavalcando le regole e i controlli delle gare d’appalto con procedura aperta, nei fatti si traduce nella morte delle imprese locali che sono essenzialmente medio-piccole. Infatti, sempre secondo l’ANCE-Sicilia, i General Contractor uccidono le imprese locali prima praticando tariffe da fame e poi non pagandole. In questo modo l’intera ricchezza viene trasferita fuori dalla Sicilia.

Il documento dell’associazione dei costruttori edili, motivato dallo sblocco dei fondi europei per proseguire la realizzazione dell’autostrada Siracusa-Gela col sistema dell’affidamento ad un General Contractor, riferisce, inoltre, il fallimento delle imprese locali che si erano illuse di uscire dalla crisi partecipando ai lavori offerti per la Siracusa-Catania e lancia l’allarme per
le imprese attualmente impegnate nei lavori della statale Agrigento-Caltanissetta che “lamentano di essere sfruttate e sottopagate con tempi ai limiti della sopravvivenza e comportamenti che possono favorire l’illegalità del lavoro, mentre i guadagni delle perizie di variante restano tutti al General Contractor”.

E’ evidente che lo scontro tra grandi contractor e imprese locali dimostra da un lato la fondatezze delle analisi fatte dai movimenti contro la politica delle grandi opere e dall’altro il franare della piccola impresa con l’incedere della crisi (in questo caso nel settore delle costruzioni, ma se n’era già vista una manifestazione per la piccola impresa contadina evidenziata dal movimento dei forconi). Se tale conflitto disvela, inoltre, la subalternità che l’imprenditoria locale (al pari della politica locale) ha intrattenuto con i pescecani degli appalti pubblici e la sua incapacità di comprendere i bocconi avvelenati contenuti nella Legge Obiettivo, fondamentale è per i territori ed
il loro futuro moltiplicare gli sforzi e trovare le giuste alleanze per decidere di un diverso uso delle risorse pubbliche (da finalizzare alla realizzazione delle infrastrutture di prossimità utili agli abitanti) e sperimentare forme radicali di partecipazione democratica nella formazione della decisione.