Viaggio dentro i Cie tra pestaggi, psicofarmaci e strani suicidi

Da Milano a Trapani decine di casi. La commissione diritti umani del Senato richiama la tortura. L`Onu condanna la detenzione di un anno e mezzo. Dentro ci finiscono anche minori. Pestaggi non denunciati per paura, armadietti delle infermerie pieni di psicofarmaci, ‘terapie’ a base di sedativi. Teoricamente centri di identificazione e di espulsione, nei fatti come carceri per sans papiers, in cui si finisce senza avere commesso reati ma solo per un illecito amministrativo.

ROMA – Ne abbiamo visitati quattro, su dodici attivi: Roma, Lamezia Terme e due a Trapani. Dovrebbe essere solo una detenzione amministrativa per chi non ha il permesso di soggiorno. La fuga non è un`evasione. Ma dalla scorsa estate si può stare rinchiusi fino a un anno e mezzo soltanto per l’identificazione ai fini del rimpatrio. Questo rende gli ‘ospiti’ del centro dei reclusi a tutti gli effetti, dietro sbarre alte sette metri e filo spinato, sorvegliati 24 ore al giorno da militari e agenti. «Le condizioni nelle quali sono detenuti molti migranti irregolari nei Cie sono molto spesso peggiori di quelle delle carceri» si legge nell’ultimo rapporto della commissione Diritti Umani del Senato. La commissione richiama la tortura, lamentando il fatto che non esista questo tipo di reato nel codice penale italiano. Anche l’Onu, per bocca del comitato antidiscriminazioni razziali, esprime preoccupazione per i 18 mesi di detenzione.

Durante un`ispezione nel Cie di Santa Maria Capua Vetere (Ce) i senatori hanno trovato i reclusi con gli arti fratturati dopo una rivolta «e non tutti, come viene sostenuto, a causa del fallito tentativo di fuga, ma anche – e questo è stato accertato almeno in un caso – a causa dell`investimento da parte di un mezzo delle forze dell`ordine. Per alcuni giorni dopo la ribellione gli immigrati hanno avuto difficoltà addirittura ad espletare le loro necessità fisiologiche e sono stati costretti ad utilizzare delle bottigliette». Abdou Said, un egiziano di 25 anni, si è suicidato a Roma l’8 marzo dopo essere uscito dal Cie di Ponte Galeria, dove è stato per più di sei mesi. Lavorava in Libia ed era scappato dalla guerra la scorsa estate. Anche nella sua storia c’è una fuga fallita. Secondo un ex trattenuto che l’ha conosciuto nel centro, Said sarebbe stato percosso dagli agenti e avrebbe assunto a lungo psicofarmaci fino a diventare «come matto».

Durante una nostra visita a Ponte Galeria, avvenuta prima del suicidio, il direttore del centro, Giuseppe Di Sangiuliano, bollava come «leggende» gli abusi di psicofarmaci. Serena Lauri, legale del giovane suicida, racconta: «Non so cosa sia successo esattamente, aveva riportato dei danni a seguito di una caduta durante la fuga». L’avvocato ha notato «un cambiamento impressionante nei lineamenti e nella mente». Lauri ricorda Said come «un ragazzo completamente diverso, appena entrato a Ponte Galeria era quasi arrogante, dopo questo episodio aveva lo sguardo fisso e l’espressione da persona indifesa». Ma non c’erano state denunce. Secondo il legale «i reclusi hanno paura perché si confrontano ogni giorno con i poliziotti».

Ilaria Scovazzi, responsabile Immigrazione di Arci Lombardia, durante una visita nel centro di via Corelli un anno fa ha visto con i suoi occhi un cinese con il segno di una manganellata sulla schiena. Nel Cie milanese «i letti sono cementati al pavimento, gli armadi sono nicchie ricavate nel muro, l’unico arredo sono i materassi, per cui tutte le rivolte consistono nel bruciare dei materassi» spiega Mauro Straini, legale che difende sei immigrati accusati di devastazione per una sommossa dello scorso gennaio. Il ministero dell’Interno e la presidenza del Consiglio sono stati citati in giudizio al tribunale di Bari dagli avvocati Luigi Paccione e Alessio Carlucci, che considerano il Cie «un carcere extra ordinem, non dichiarato, in cui numerosi cittadini provenienti da paesi extraeuropei sono detenuti senza aver mai commesso reati punibili con la reclusione». La causa si basa su due perizie tecniche, di cui una del Comune, che documentano violazioni della dignità umana. «Noi abbiamo provato che nel Cie è in atto una detenzione carceraria, questo viola la legge» dice Paccione. «I prigionieri non possono accendere da soli la luce perché l’interruttore è comandato dall’esterno e neppure scegliere il programma tv da vedere. Hanno bagni alla turca “raccapriccianti” e alloggi “inabitabili”». Un ex recluso tunisino in una lettera denuncia l’esistenza di celle di isolamento e abusi di sedativi. «Ci caricano di calmanti e anestetici – scrive – in modo che rimani drogato e senza che te ne rendi conto non dai fastidio».

Dentro i Cie finiscono anche minori stranieri soli. Sei erano nel centro “Milo” di Trapani. Altri sono in quello di Brindisi, dove li ha rintracciati Save The Children. L’Ong opera nel progetto Praesidium del Viminale, assieme all’Alto commissariato Onu per i rifugiati, la Croce Rossa e l’Oim. Accertata la minore età, i ragazzi vengono rilasciati ma intanto hanno vissuto per molti giorni l’esperienza della reclusione nel Cie, dove sono frequenti gli atti di autolesionismo e le rivolte finalizzate alla fuga, poi represse con la forza. «Le organizzazioni del Praesidium svolgono anche attività di monitoraggio e verifica delle condizioni all’interno dei centri. Da quest’anno abbiamo esteso il progetto a tutti i centri del territorio nazionale» spiega al Corriere.it il prefetto Angela Pria, a capo del dipartimento Libertà civili e Immigrazione del ministero dell’Interno. Sugli abusi documentati con la nostra inchiesta, Pria replica che «vengono effettuati monitoraggi sullo svolgimento della vita all’interno dei Cie, quindi se queste denunce ci sono state, verranno fatti gli accertamenti necessari». Il prefetto nega che i centri di identificazione e di espulsione siano strutture di detenzione carceraria. «Non sono paragonabili alle carceri – afferma – I servizi che devono essere garantiti nei Cie riguardano l’assistenza alla persona come la mediazione linguistico – culturale, l’informazione sulla normativa sull’immigrazione, il sostegno socio-psicologico. Poi abbiamo servizi di assistenza sanitaria e mi pare che il servizio lo mostri in maniera evidente». Sul caso di Bari, Pria spiega che «i Cie non sono un’invenzione di oggi, sono la trasformazione dei precedenti Cpt, sui quali la commissione De Mistura diede indicazioni per il loro miglioramento. Il nostro impegno è diretto a una manutenzione e un adeguamento costante. Interveniamo tempestivamente su richiesta delle prefetture. Su Bari c’è un giudizio pendente, l’udienza ci sarà il prossimo mese di luglio. Già da tempo abbiamo accreditato tutte le risorse necessarie per poter ristrutturare i vari danneggiamenti che ci sono stati. Questo perché i Cie vengono costantemente danneggiati».