Servizi a prezzi stracciati. Come cambia il pizzo al Nord

 

Le imprese della `ndrangheta fanno concorrenza sleale, offrono servizi a prezzi stracciati. Chi rispetta le regole rimane fuori. Dall`Emilia al Piemonte, dalla Lombardia alla Liguria, le cosche dettano legge, lavorano nei cantieri pubblici, esprimono preferenze elettorali, entrano nei Comuni, chiedono licenze per aprire locali da imbottire con le video slot, l`ultima frontiera dei padrini in giacca e cravatta.

Coperti da una fitta coltre grigia gli affari delle `ndrangheta a nord della Linea Gotica procedono indisturbati. Tra indifferenza e connivenze, le `ndrine hanno diversificato gli investimenti: edilizia, movimento terra, cooperative di facchinaggio, autotrasporto, locali notturni, gioco d`azzardo legale, subappalti, settore immobiliare e sanità. Un`invasione silenziosa di capitali che altera l`economia legale.

Le imprese della `ndrangheta fanno concorrenza sleale, offrono servizi a prezzi stracciati. A rimanere fuori dal giro dei subappalti sono le aziende che rispettano le regole, quelle che per esempio, al contrario delle aziende dei boss smaltiscono i rifiuti in maniera legale. Dall`Emilia al Piemonte, dalla Lombardia alla Liguria, le cosche dettano legge, lavorano nei cantieri pubblici, esprimono preferenze elettorali, entrano nei Comuni, chiedono licenze per aprire locali da imbottire con le video slot, l`ultima frontiera dei padrini in giacca e cravatta.

Ma nelle terre della Resistenza la `ndrangheta ancora per molti non esiste. Le sparatorie, gli omicidi, le intimidazioni rivolte anche ad amministratori locali, non creano clamore. E figuriamoci le collusioni politiche. Alleanze spregiudicate, mimetizzate tra la nebbia che sfuma i confini tra lecito e illecito. Nell`ultimo anno i Comuni liguri di Bordighera e Ventimiglia sono stati sciolti per `ndrangheta. Anche il Comune di Desio, in Brianza, ha rischiato di “chiudere” per mafia.

E poi ci sono big della politica regionale finiti in storie di corruzione sul cui sfondo si muove l`ombra delle `ndrine brianzole. In Piemonte è stata inviata la Commissione di accesso per due Comuni, alcuni sindaci lombardi sono stati indagati, e anche in Emilia i “mammasantissima” calabresi flirtano con la politica. Eppure per molti l`allarme è prematuro. Storie di ordinario negazionismo, “giù al Nord”

“La Lombardia”, il Gran Consiglio della ‘Ndrangheta

La sentenza del novembre 2011 con cui il Tribunale di Milano ha condannato 110 tra gregari e padrini della ‘ndrangheta certifica l’esistenza in Lombardia di un’organizzazione monolitica, fatta di almeno 15 “locali” sparsi tra la provincia di Milano, Como, Pavia, Lecco e Monza, organizzate attorno a un vertice, una struttura che gli ‘ndranghetisti chiamano “la Lombardia”. Alcuni pentiti ne avevano parlato già negli anni ’80. Funziona come un Consiglio di amministrazione che sovraintende alle politiche economiche delle singole ‘ndrine. Alla “ Lombardia” corrisponde l’organo di comando calabrese: la “Provincia” o “Crimine”, il vero cuore e cervello della ‘ndrangheta mondiale. Della “Provincia” fanno parte i Padrini delle cosche della provincia di Reggio Calabria. “Provincia” e “Lombardia” vivono in simbiosi.

Le decisioni strategiche sono discusse in seduta comune Le “locali” milanesi – è attivo da almeno quarant’anni il “locale” di ‘ndrangheta a Milano. Lo raccontano alcuni pentiti, lo confermano le sentenze passate in giudicato. A capo della cosca c’è Cosimo Barranca, condannato a 14 anni nel novembre scorso e membro de “la Lombardia. In città investe anche il clan Valle-Lampada (si muove sull’asse Milano-Bareggio-Cisliano) che ha accumulato denari su denari grazie all’usura, reinvestiti poi nel settore immobiliare e in società di noleggio video slot. L’’hinterland milanese è una giungla di “locali”.

C’è quello di Cormano, governato da Pietro Panetta, autorizzato a partecipare ai summit del vertice lombardo, deve scontare 12 anni di carcere. Il “locale” di Bresso è guidato da Vincenzo Cammareri, anche lui condannato a 12 anni nel processo “Infinito”. Nel “locale” di Solaro il ruolo di capo è occupato da Giovanni Ficara, rappresentante delle cosche di Reggio Calabria nella “Lombardia”. Il “locale” di Pioltello è governato da Alessandro Manno, i giudici di Milano l’hanno condannato a 16 anni. A Corsico, il vertice della cosca è Bruno Longo, un punto di riferimento per i capibastone più giovani. Al vertice del “locale” di Rho c’è Stefano Sanfilippo, che negli anni d’oro del boss Carmelo Novella aveva un peso nella “Lombardia”.

A Legnano è presente un “locale” di peso, il capo clan è Vincenzo Rispoli, padrino che ha preso parte a importanti riunioni con i Mammasantissima padani. A Buccinasco, regna uno dei casati storici della ‘ndrangheta lumbàrd: i Barbaro-Papalia. I reggenti sarebbero Domenico Papalia, figlio dell’ergastolano Rocco, e Domenico Barbaro, detto “l’Australiano”, considerato tra i massimi capi-‘ndrangheta a livello mondiale

Il nord-ovest, in filo diretto con la Calabria

Due indagini del 2011 delle Procure antimafia di Genova e Torino fotografano strutture simili a quelle della ‘ndrangheta lombarda anche in Piemonte e Liguria, dove le singole “locali” sono coordinate da una “Camera di controllo”, strutture che vivono in simbiosi con la casa madre.

Tra Torino e la cintura metropolitana gli investigatori hanno accertato la presenza di 9 “locali” di ‘ndrangheta. “Torino è nostra”, è la confessione telefonica di un affiliato. All’ombra della Mole, gli ‘ndranghetisti di “Locali” ne hanno attivati due. Il primo è guidato dai mafiosi di Natile di Careri, paese dell’Aspromonte in provincia di Reggio Calabria, il cui Comune è stato sciolto per ben tre volte. A capo della “locale” di Torino c’è Paolo Cufari, detto “il contadino”. Il secondo “locale” torinese è targato Siderno, la cittadina della Locride.

Capo clan è Giuseppe Catalano, titolare del centrale bar Italia simile a un comitato elettorale dal quale sono passati politici e imprenditori piemontesi. Sempre nel cuore della Torino operaia è attiva una struttura chiamata in gergo “Crimine”, il suo compito è pianificare le azioni violente. Il capo del “Crimine” di Torino è il padrino Adolfo Crea. Nella cintura torinese sono presenti altri sei “locali”. A Courgnè, il capo è Bruno Iaria. A Volpiano governa Francesco Perre. A capo del “locale” di San Giusto Canavese c’è Natale Romeo.

E ancora, la cosca di Rivoli è rappresentata da Salvatore De Masi, potente capobastone interpellato da alcuni politici per racimolare voti anche in occasione delle primarie del Pd torinese. Il “locale” di Moncalieri al cui vertice c’è Rocco Raghiele. E infine la “Bastarda”, una cosca della ‘ndrangheta comandata da Nino Occhiuto, non riconosciuta però dai capi supremi

La Liguria. Genova e dintorni: cosche di frontiera

In tutto la Procura antimafia di Genova ha individuato in Liguria 4 strutture territoriali della ‘ndrangheta, cioè le “locali”. Genova, Sarzana, Lavagna, Ventimiglia. Nella città cantata da De Andrè comanda Mimmo Gangemi, il “Re dell’ortofrutta”, che ha visto passare dal suo negozio diversi politici in cerca di voti. A Sarzana, secondo l’antimafia, il capo è Antonio Romeo. E’ lui che mantiene i rapporti con il “locale” di Genova. Su Lavagna è Paolo Nucera a tenere le fila dell’organizzazione.

E poi Ventimiglia. Il Comune è stato sciolto per ‘ndrangheta neanche un mese fa, e secondo gli investigatori di quel “locale” farebbe parte anche l’ex vicesindaco Vincenzo Moio, «con il ruolo di partecipe». A pochi chilometri c’è Bordighera, che è giurisdizione mafiosa di Ventimiglia. E al cui Comune è toccata la stessa sorte di quello ventimigliese. A fare da cappello alle cosche liguri è la “Camera di controllo”, che oltre a coordinare le 4 “Locali” e dialogare con i capi della ‘ndrangheta della Calabria, coordina le cosche attive in Francia.

Bologna e dintorni. Clan d’Emilia

Esistono in Emilia Romagna “Locali” e strutture di coordinamento della ‘ndrangheta? Nulla di certo sul piano giudiziario, ma i segnali ci sono. In provincia di Modena la ‘ndrangheta porta il marchio del casato Longo-Versace originari di Polistena. Il capobastone è Vincenzo Longo, il referente in Emilia non è noto, ma si conosce il suo prestanome: Michele Fidale. A farsi spazio in provincia di Modena anche il clan degli Arena di Isola Capo Rizzuto guidati dai fratelli Fiore, un tempo domiciliati nel Reggiano, oggi all’assalto delle terre del Cavallino rampante. A Bologna e dintorni a farla da padroni sono gli uomini della ‘ndrina Mancuso. Sono imprenditori, che spaziano dalla cocaina all’autotrasporto.

Con le loro ditte bolognesi hanno lavorato anche per Lidl Italia, e sono riusciti a depositare i “narcomilioni” a San Marino, il borgo offshore a portata di clan. I referenti emiliani sono Francesco Ventrici, e, prima di essere ucciso, Vincenzo Barbieri. Gli investigatori sono sulle tracce del successore. Sotto le due torri ricicla anche la cosca Nirta-Strangio di San Luca. Le loro specialità? Cocaina, bar e pizzerie. A spartirsi il territorio del Bolognese partecipa anche la cosca dei Bellocco di Rosarno. Il capo Carmelo Bellocco fino al 2010 ha lavorato nel mercato ortofrutticolo di Bologna. Dove? Presso una ditta di un “compare”, poi arrestato insieme lui.

Tra Bologna e Ravenna fanno affari anche i clan della Locride, il settore è quello del gioco d’azzardo legale. Gestiscono società di noleggio videoslot. Imprenditori legati a doppio filo con il clan milanese dei Valle-Lampada, anche loro con le mani nel mondo delle slot e un piede in politica. E poi c’è Reggio Emilia. Una provincia rispettata dai clan de “la Lombardia”. Tante storie partono all’ombra del Duomo e terminano nella rossa Reggio. Qui comandano i Grande Aracri e i Nicoscia, casati della ‘ndrangheta crotonese da anni radicati nel Reggiano.