Vittoria, i lavoratori stranieri umiliati e offesi

VITTORIA (Rg). “Lavoriamo di notte come a mezzogiorno. Ho un socio, mio cognato, tunisino anche lui. Coltiviamo pomodori e melanzane. Abbiamo affittato 7mila metri quadri di serre”. Abbiamo incontrato Fouad nel 2010. La sua testimonianza è contenuta nel libro “Voi li chiamate clandestini”, scritto con Laura Galesi. Una voce tra le tante, che raccontano la comunità tunisina nel ragusano.

Arrivati trent’anni fa, hanno sostenuto l’economia del luogo lavorando duramente nelle serre. Sono stati il motore del boom economico che ha permesso di esportare primizie in tutta Europa. Oggi il loro sudore è un argine contro la crisi. Ai primi arrivati si sono aggiunti tanti altri maghrebini e lavoratori dell’Est. Alcuni ricattabili a causa del permesso di soggiorno, altri disposti a lavorare a cifre molto basse pur di mandare soldi a casa.

Nessuno di loro è stato mai premiato con un contratto di lavoro a tempo indeterminato (qui non c’è lavoro stagionale ma un’attività in serra che dura 12 mesi) o un ringraziamento pubblico. Eppure si tratta di migliaia e migliaia di persone senza le quali l’“oro verde” sarebbe già sparito da un pezzo. 

Adesso una surreale inchiesta di Repubblica.it attribuisce alla mafia il “fenomeno” – in atto da molti anni – dell’acquisto di terreni da parte dei lavoratori stranieri. Una normalissima emancipazione trentennale che diventa invece un misterioso giro di denaro. “Dove prendono questi capitali gli immigrati? Il sospetto della Guardia di Finanza è che, accanto agli onesti ex braccianti che hanno messo da parte quel poco di guadagno accumulato negli anni, alcuni siano solo prestanome. E, in Sicilia, si sa che spesso è la mafia ad avere capitali da investire”. Un sospetto, una voce, un salto logico audace che diventano un titolo che rimane nella memoria del lettore: “Crisi, mafia, speculazione. Molti terreni rilevati da extracomunitari con grandi capitali”.