Peggio la mafia o i giornali sfruttatori?

Il caso di Giovanni Tizian mette in evidenza un problema che denunciamo da anni. Troppi giornalisti aggiungono alle situazioni di rischio il grave sfruttamento sul posto di lavoro. Una condizione che non può essere definita genericamente di “precariato”. L’Italia sta per perdere decine di Giovanni Tizian stanchi di fare giornalismo sociale senza reddito.

“La miseria non dà autorità” – Pier Paolo Pasolini

Quando pubblicammo il libro elettronico “Quattro per cinque”, di Raffaella Cosentino, fu subito chiara una cosa: i giornalisti che avevano scritto di criminalità organizzata, e che avevano ricevuto pesanti minacce, tacevano improvvisamente quando chiedevamo loro di raccontare lo sfruttamento in redazione.

Il titolo “Quattro per cinque” si riferiva ai centesimi (4) al rigo pagati a una giornalista da un quotidiano antimafia, a cui corrispondevano i proiettili (5) esplosi contro la sua automobile in risposta a un articolo sgradito. Il problema era evidente: lo sfruttamento è sempre grave, ma è insopportabile se rischi pure la vita. Il caso di Giovanni Tizian, giornalista sotto scorta a causa dei suoi articoli sulle mafie al Nord, ripropone per l’ennesima volta questa drammatica contraddizione.

Le legittime domande poste in pubblico da Raffaella Cosentino (“Soru, perché non paghi i collaboratori dell’Unità?” – “Camusso, lo sfruttamento nelle redazioni può essere paragonato a quello in agricoltura?) sono state accolte da inspiegabili risate, come potete ascoltare dai video pubblicati nella pagina della nostra campagna.

Chi ci ha mandato una storia da pubblicare ha chiesto di rimanere anonimo, anche quando “denunciava” pratiche notissime, come l’abitudine dei praticanti di pagarsi da soli i contributi (lavorando gratis) per ottenere il tesserino dell’ordine. In generale, ci ha colpito la rinuncia all’arma in più rispetto agli altri lavoratori: scrivere. Conosciamo più storie di sfruttamento nelle campagne che nelle redazioni. “Giornalista? Era meglio se lavoravi a cottimo nelle campagne di Rosarno, almeno lì 25 euro al giorno di prendono, meglio che 4 euro ad articolo”, scrive Giovanni Tizian nel suo “Gotica”.

Sarebbero, secondo il senso comune, le parole amare di un precario. Precariato è la parola magica usata per indicare qualsiasi forma di disagio lavorativo, dall’assenza di posto fisso alla schiavitù con frusta e catene. Ormai è un termine che non significa nulla. Il caso Tizian ne è la prova evidente. Un giornalista è precario con un contratto che ha una data di scadenza. E` un`altra cosa se lavora da dipendente mascherato da autonomo. Se fornisce gratis articoli a una testata che risponde: “Devi avere pazienza, ti pagheremo il mese prossimo” (che poi diventa il mese successivo, e così via all`infinito). Oppure se riceve una manciata di spiccioli (parliamo anche di centesimi) per articoli complessi da realizzare e pericolosi per la vita, ricavandone appena un rimborso per le telefonate effettuate o la benzina consumata.

Questo non è precariato, ma una situazione estrema che tutti conoscono e che non sarà sostenuta a lungo. L’Italia sta per perdere decine di Giovanni Tizian stanchi di fare giornalismo sociale senza reddito, stanchi di essere pagati a pacche sulle spalle.

Ma il sistema non è fatto solo da sfruttatori. Ci sono anche gli sciacalli. Dopo la notizia della scorta, quando il caso Tizian è diventato di dominio pubblico ed è stato ripreso da tutte le testate nazionali, ti può capitare di vedere gente che ti chiama ogni cinque minuti dopo che l’hai inseguita per mesi; “colleghi” pronti ad aggiungere – nei loro articoli – un particolare in più anche se può mettere a rischio la tua vita; redazioni che non ti hanno mai pagato che ora ti cercano promettendo l’assunzione; giornalisti che nemmeno ti salutavano e che ora ti usano come distintivo (“il nostro collaboratore”).

Giovanni Tizian ha lavorato a cottimo in questi anni, anche per 4 euro a pezzo. Una situazione orrenda, condivisa da tutti i freelance, che ti costringe a lavorare in fretta e male per riuscire a raggiungere cifre che mediamente non superano i 400 euro mensili (ma è già un buon obiettivo). Come a Rosarno, direte voi. Articoli come cassette di arance. Premesso che il lavoro nelle campagne è ovviamente molto più pesante, c’è un’altra importante differenza. Nessun caporale ti dice che la tua cassetta non va bene dopo che l’hai raccolta; o la tiene in magazzino per mesi non pagandoti; o lasciandoti in sospeso, dimenticato che in attesa è la tua stessa esistenza, non solo un articolo.

Tra pochissimo il giornalismo sarà una professione liberale, roba da ricchi. E ai ricchi non interessa raccontare le vite dei migranti o i drammi del lavoro. Oppure rischiare la pelle con le mafie.