Diecimila migranti nei campi, gli italiani incassano la disoccupazione

Nella Piana di Sibari si venera la Madonna nera. La chiamavano ‘dea degli schiavi`. Alle sue spalle circa 10mila stranieri raccolgono per pochi euro al giorno le arance che finiranno sulle nostre tavole. Pagano affitti da 150 euro a posto letto e sono stati vittime di ronde razziste. Gli italiani sono nelle tabelle dell`Inps e ricevono le indennità senza andare nei campi. Tra lo stabilimento di Rino Gattuso e la statale delle prostitute, il paradosso della povertà in mezzo all`abbondanza.

SCHIAVONEA (CS) – “Dea degli schiavi che sulle stelle imperi”. Così un poeta locale invocava nel ‘600 la Madonna nera, un culto di origine slava che la devozione popolare associava alla liberazione dalla schiavitù dei pirati saraceni. Alle spalle del quadro della vergine (nella foto), 400 chilometri quadrati di pianura dallo Jonio al Pollino e 12 mila braccianti stranieri. Hanno sessanta giorni di tempo per raccogliere due milioni e mezzo di quintali di clementine. La paga giornaliera? Venticinque euro, la stessa di Rosarno.

Salendo sulla collina si arriva a Rossano. Lo scorso 22 luglio, squadre armate si sono organizzate per la caccia agli stranieri accusati di rubare negli appartamenti. Aggressioni a colpi di spranga e auto in fiamme. Nora Ornella Pujia, dell’associazione “Insieme”,  ci racconta quella notte di follia. “Stavo al balcone per il caldo, erano le 23, ho visto gruppi armati. Non ti preoccupare, hanno gridato a un mio conoscente, a te non facciamo niente. Cerchiamo solo le macchine degli stranieri. In cima al paese ci sono dimore fatiscenti che ospitano numerosi immigrati. Li cercavano lì. Dal mio balcone ho visto armarsi gruppi di giovani, ragazzi che vanno a scuola. Due persone sono finite in ospedale con le ossa rotte. Donne e bambini si accanivano nei confronti dei rom”.

Al mattino una delegazione ha chiesto di incontrare il sindaco. “Alcuni rumeni li abbiamo nascosti in case di villeggiatura, il giorno dopo hanno preso il primo mezzo utile e sono tornati in patria”, racconta Nora. Altri stranieri sono stati presi dalla polizia e portati al centro di Crotone. “Ho sentito ragazzi del paese che dicevano: Com’è andata la caccia? Quanti ne avete trovati?”. Nei giorni successivi torna la calma. Molti si sono sentiti autorizzati a fare le “ronde” dalla propaganda televisiva e dai politici che cavalcavano la protesta associando immigrazione e sicurezza.

La caccia è nata dalla psicosi del citofono. Da settimane si vociferava di stranieri che si avvicinano ai portoni per tracciare segnali utili al prossimo furto in appartamento. Un ragazzo è stato malmenato solo perché si trovava nei pressi di un citofono. C’era chi giurava: hanno rubato a casa di un malavitoso. Da queste parti è la prova inequivocabile che il colpevole è uno straniero. Nessun altro potrebbe essere così incosciente.

Stop agli extracomunitari

Il 27 novembre – nel borgo marinaro di Schiavonea – c`è stata la manifestazione contro i “clandestini”. L`ha organizzata Domenico Piattello, già candidato a sindaco, coinvolto in una rissa in cui ha ricevuto una coltellata da un marocchino. La tensione è altissima. I cittadini lamentano furti e piccoli reati. “Dobbiamo regolarizzarci noi”, spiega Piattello. Infatti in gran parte gli stranieri sono comunitari, non “clandestini”. Pagano circa 130 euro a posto letto, che peraltro devono lasciare a luglio e agosto. In quei mesi arrivano i turisti. “E’ un bell’introito, l’immigrato”. Per due mesi gli stranieri residenti dormono sotto le barche, sulle panchine, in vecchie case abbandonate. Poi a settembre rientrano, anche in cinque o sei per appartamento.

Curiosamente, tutti parlano (con disprezzo o pietà) degli “extracomunitari”. Ma ci sono tantissimi bulgari e rumeni, faccio notare. “E’ vero”, ammette una volontaria. “Il fatto è che li consideriamo distanti”. C’è però chi conosce perfettamente la distinzione tra comunitari e non. In caso di controlli, è la stessa differenza che c’è tra una multa e la galera. Se ti beccano nei campi con un bulgaro in nero, scatta una contravvenzione. Se invece è un immigrato senza permesso di soggiorno, possono contestarti il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

E così ai proprietari conviene far lavorare i neocomunitari. Costano meno (“Io non lavoro per meno di trenta euro”, mi dice con orgoglio un tunisino. “I rumeni anche per cinque”, ironizza un algerino). Bulgari e rumeni hanno i documenti in regola. I controlli possono essere facilmente aggirati: basta aprire l’ingaggio, segnare anche solo una giornata ed è fatta. Nelle immagini che alleghiamo (in fondo), potete vedere le surreali tabelle per cui gli stranieri lavorano pochissime giornate, mentre gli italiani (che hanno un’età che va dai 50 ai 60 anni) segnano 51 o 101 giornate, cioè lo stretto necessario per accedere alle indennità.

Siamo di fronte a una grande truffa ai danni delle casse dell’Inps. Ma anche uno scambio ingiusto tra residenti e braccianti stranieri. Ai primi vanno le indennità, ai secondi la fatica e pochi spiccioli. Maria Giovanna Cassiano è la funzionaria Inps che nel luglio 2009 ha denunciato le irregolarità in Procura. Prima le hanno concesso la scorta, poi un servizio di tutela. La sua azione aveva bloccato le erogazioni delle prestazioni. E i falsi braccianti hanno risposto bloccando la statale 106, l’unica arteria che collega tutta la Piana col resto d’Italia. Un ingorgo gigantesco durato mezza giornata è stato il culmine di una serie di proteste (anche da parte di politici) e attacchi sui giornali.

Oggi lavora a Catanzaro. “Non è un trasferimento”, ci spiega. “La sede di Rossano ha perso la direzione, sono solo passata alla sede regionale”. La sua azione moralizzatrice era finita sulla prima pagina del Corriere della Sera. Ma – come dimostrano i nostri documenti – non è servita a molto. La situazione appare identica. “I dipendenti pubblici lavorano al servizio della collettività”, dice Cassiano. “Anche la denuncia del singolo può essere utile. Ma il nostro ente può essere visto come un erogatore di favori”. Sommando la disoccupazione con l’indennità di malattia e la maternità si possono incassare molti soldi. Poi ci sono i contributi europei e quelli per il biologico. Con una doppia attività sei già più che benestante. E poi magari te la prendi con gli “extracomunitari”.

La fabbrica di Gattuso

Schiavonea è un mistero. Poche aree in Italia possono vantare agricoltura di qualità, turismo (la costa jonica), una flotta di pescherecci e persino una zona industriale. Nonostante tutto la disoccupazione è altissima e i giovani descrivono così il loro futuro: laureati e disoccupati. Lungo un pezzo di statale troviamo persino i joint (le piazzole di sosta) con le prostitute nigeriane e dell’Est Europa. In passato erano emersi accordi tra criminalità albanese e ‘ndrangheta per la gestione della prostituzione, unico caso del genere. A pochi passi troviamo la zona industriale, come altre della regione è un cimitero con poche aziende attive. Le altre hanno raccolto il denaro della legge 488 e lasciato in cambio un capannone diroccato.

Tra le aziende serie la “Gattuso srl”, di proprietà della famiglia del calciatore del Milan, originario di Schiavonea. Proprio accanto alla fabbrica nata per la pulizia delle cozze sorge una equivoca “discoteca romena”, in mezzo alle campagne. Una situazione che ricorda quella di Vittoria, nel ragusano, dove alle donne dell’Est spesso si chiede un extra a base di prestazioni sessuali. E le voci sul numero di aborti nel vicino ospedale, così come i surreali disco-pub in aperta campagna, disegnano un orrore che ormai è parte integrante del “modo di produzione agricolo” delle campagne del Sud.

La criminalità fa sentire la sua presenza. Il vicino comune di Corigliano è stato sciolto per mafia. Si narrano le storie leggendarie di vecchi boss che trafficavano coi colombiani, imponevano tranquillità e ordine con modi da uomini di rispetto, esigevano collette a favore dei carcerati ma solo tra i ricchi commercianti, impiantavano gabbie per l’allevamento dei tonni, “pulizziavano” (eufemismo locale per indicare l’omicidio) i cani sciolti che osavano turbare la pax mafiosa.

Il sistema criminale fa sentire il suo peso anche sulla filiera agricola. Una parte del raccolto va a finire a Fondi, il mercato ortofrutticolo che gli inquirenti descrivono come inquinato da camorra e ‘ndrangheta. Il 55% delle clementine italiane si produce qui, ma la “grande distribuzione” pretende continuità nella fornitura. “La raccolta va fatta in otto settimane, per cui serve manodopera in quantitativo eccezionale”, ci spiega Vincenzo Casciaro della Cgil. Il comparto è in crisi, ma non per commercianti e altri protagonisti (spesso inutili) della filiera. Il produttore è spesso un piccolo proprietario con pochi ettari a disposizione. Tramite un intermediario, vende al commerciante il frutto pendente ancor prima della raccolta. La stima la fa un “professionista” che misura a occhio i quintali che l’albero sarà in grado di produrre. Un metodo surreale, che qui tutti prendono sul serio. Poi abbiamo i padroncini del trasporto, i commercianti dell’ortofrutticolo, i compratori dei supermercati. Alla fine il consumatore paga anche 3 euro quello che al produrre è stato pagato 30 centesimi.

Nonostante tutto le clementine di Sibari sono le migliori d’Italia, grazie al microclima del luogo. Sono profumate e naturalmente senza semi. Potrebbero assicurare benessere diffuso. Nel 1777 lo scrittore inglese Swinburne, nel suo diario da Grand Tour, annotava: “Gli abitanti sembrano estremamente poveri. Come Tantalo, muoiono di fame in mezzo all’abbondanza”.