Saponara, gli angeli del fango. `Solo le mani per salvarci`

Il racconto dei primi soccorsi a Saponara: scale ai balconi per fare fuggire persone intrappolate, la culla con un bimbo di quattro giorni passata di mano in mano. `Ma non chiamateci eroi`. Una tragedia che poteva contare più morti se non fosse stato per loro. Si sono messi ad aiutare, a soccorrere. È una fotografia della reazione.

SAPONARA (ME) – Una culla immersa nel fango, un bimbo di 4 giorni dentro, che sfugge al fango tutto attorno. Eccola l`immagine, una fotografia di parole che sintetizza quello che è successo martedì sera a Scarcelli, la frazione di Saponara diventata capoluogo di tragedia. Una tragedia che poteva contare più morti se non fosse stato per loro, per chi s`è messo col cuore ancora in tempesta ad aiutare, a soccorrere. È una fotografia della reazione.

Quella culla tenuta in alto dal padre passa pian piano di mano in mano. Fino ad arrivare al sicuro. Va così: quando la pioggia è ancora incessante, loro sono già per strada. Un po` per salvare se stessi, un po` per sentire chi grida. “M`era entrato tutto il fango dentro casa: sono uscito, che dovevo fare?”. Giovanni Arrigo è un po` imbarazzato, ma non si tira indietro: “Se deve scattare una foto, faccia”, dice. Non s`è tirato indietro martedì, s`è buttato in strada, invece, per immergersi nella foga degli aiuti.

Il giorno dopo a Scarcelli i racconti prendono ottave molto basse, si riducono striminziti, come se i protagonisti non avessero fatto nulla. Bisogna ricordarglielo, perché chi sa li indica: “Ah sì, certo, abbiamo preso la scala, l`abbiamo appoggiata al balcone della Pino e li abbiamo fatti scendere”. Le pieghe sul volto di Arrigo prendono allora la via del racconto, del ricordo: “Avevamo solo le mani, nient`altro: cu` gridava da un lato, cu` gridava dall`altro, e noi con queste mani a togliere fango, ma ce n`era troppo ce n`era”. Fortuna però che c`era la scala: “Sì per fortuna, l`abbiamo appoggiata al loro balcone e li abbiamo aiutati a scendere”.
I salvati sono la signora Enza Pino, con i figli Antonio e Nicola Donato: avevano il piano terra invaso dal fango e sono scappati di sopra, si sono affacciati al balcone, hanno gridato e hanno trovato aiuto. Sono scesi da quella “benedetta scala”, dice la Pino, vedova da tre anni. Una scala che ha salvato la vita e moltiplicato i soccorritori: “Sì, una volta che sono sceso dalla scala, mi sono messo ad aiutare, certo”, dice Nicola Donato. È il maschio più anziano ora nella sua famiglia: “Vai a dire alla mamma che può andare da Renata a mangiare”.

Adesso che è quasi pomeriggio pensa ai bisogni primari dei suoi, sua madre rifiuta l`invito perché non ha fame, dice, e lui risponde pronto: “Portaci Antonio, lui non deve mangiare?”. Antonio ha solo 8 anni ed è difficile da contenere ma al fratello annuisce subito. Sistemato il pranzo, Nicola torna per “scattare la foto” e raccontare quel momento in cui ha salvato il bimbo appena nato. Ma a Scarcelli nessuno vuole essere eroe: “Eravamo in tanti non solo io, ce lo siamo passati. Certo era proprio piccino piccino: tutta la sua culla era immersa nel fango”.

Il piccolo della famiglia Testa ha fatto un esordio nel mondo molto singolare, neanche 4 giorni ed è scampato a una morte, arrivata a tendergli la mano proprio quando rientrava a casa dall`ospedale: “La madre – rievoca Nicola Donato – l`avevano appena dimessa. La famiglia stava provando ad andare a casa ma dalla strada principale non riusciva a passare, così i Testa sono scesi dalla macchina, proprio in quel punto”. La lingua di Nicola si scioglie quando racconta l`episodio del bimbo, poi si ferma e indica il punto dove i vigili del fuoco e i carabinieri stanno estraendo il corpo di Luigi Valla. Si ferma. Gli si paralizza lo sguardo. Ma non è ancora il momento di vedere estratto il cadavere dell`amico morto, e riprende: “Ecco proprio lì. Hanno posteggiato e hanno chiesto aiuto in quella casa”.

Hanno cercato rifugio dalla pioggia con un bambino appena nato in culla e sono entrati nell`inferno: “Erano tutti immersi fino al collo – racconta portando il palmo al mento – il papà del piccolo teneva la culla con le braccia in alto. Abbiamo provato ad aprire la porta, a sfondarla, ma non ci riuscivamo. Abbiamo dovuto rompere le grate alle finestre, così siamo riusciti ad entrare: abbiamo preso la culla e abbiamo portato il piccolo fuori, piano piano. Poi l`abbiamo portato da una signora che l`ha asciugato e cullato, finché non abbiamo estratto pure la mamma e il papà che è corso a riprenderlo”.

Il soccorso è stato una catena di montaggio. Ma loro non ne vogliono fare una gran storia. Sono sotto shock, non vogliono parlare. Si ritrae così Roberto Arrigo – nome molto comune da queste parti – come se quel che ha vissuto non meritasse parole ma silenzio. Ha due spicchi nocciola per occhi che dicono tutto ma si scansa. E ci pensano gli altri: “Se non fosse stato per lui, lo vede quel ragazzo? Lui ha salvato mia cognata e altri. E ha dato una svegliata a tutti”. Lo indica Mariano Valla, proprio mentre suo nipote sta per uscire dalle mani dei vigili del fuoco immersi nel fango che lo ha travolto.

Parla di lui. Così che con pazienza si riprova ad avvicinarlo, e si convince: “Non so, ho agito d`impulso. Vedevo tutti fermi, scioccati. Mi sono messo a gridare. Sì abbiamo rischiato anche noi la vita, ci siamo arrampicati sopra, potevamo cadere, certo, ma, ripeto, ho agito così, d`impulso”. Concede adesso anche lo sguardo per la foto, mentre un attimo prima aveva concluso: “È stato tutto inutile, l`impulsività non è servita a nulla, non ce l`abbiamo fatta”. Ma poi gli si ricorda degli altri salvataggi, del bimbo salvo: e la foto è fatta.