Boreano. La città fantasma dei raccoglitori di pomodoro

 

Chiusa la raccolta del pomodoro anche in Basilicata. Gli africani sono stati pagati a cottimo, 3 euro a cassone. Come sempre. Alcuni di loro vengono dallo sciopero di Castel Volturno, altri da quello di Nardò. Ma qui intervengono le macchine, e le braccia servono solo in caso di pioggia. Intanto quest`anno il prezzo del pomodoro è aumentato. Ma il lavoratori non se ne sono accorti. Le loro “paghe” rimangono uguali.

La fotostoria

POTENZA – Gwen ha fatto lo sciopero delle rotonde a Castel Volturno un anno fa, chiedeva paghe giornaliere non inferiori a 50 euro per gli schiavi alla giornata come lui, i ‘kalifoo’. E’ arrivato in Italia 10 anni fa dal Burkina Faso e di base sta a Quarto, vicino Napoli. Alì, sudanese, vive a Palermo in un centro sociale e ha partecipato allo sciopero di Nardò, quando ad agosto i migranti raccoglitori di angurie rifiutarono di lavorare perché il caporale gli chiedeva maggiore impegno senza aumentare la paga, già misera. Sono tracce di lotte per i diritti dei lavoratori che si trovano nelle campagne dell’Alto Bradano, in Basilicata al confine con la Puglia. Fino a fine settembre, arrivano qui quasi un migliaio di lavoratori africani. Aspettano la pioggia per poter lavorare a 3 euro e 50 centesimi al cassone. Un cassone pesa tre quintali e nei campi di pomodori si arriva a raccoglierne anche 20 al giorno dall’alba al tramonto, per una paga che può raggiungere i 60 euro a giornata. In una settimana però non si lavora certo tutti i giorni. Quest’anno, in particolare, il lavoro non c’è. Quasi tutti gli agricoltori lucani hanno comprato o affittato le macchine per raccogliere il pomodoro.

Soltanto se piove, la macchina non si può usare e allora si ricorre alle braccia. Per questo, a Boreano, un centro agricolo realizzato ai tempi delle bonifiche, nei casolari diroccati e ormai abbandonati, centinaia di migranti che si sono rifugiati qui, fanno la danza della pioggia. Anche un contadino che ha un campo di uva aglianico dice di aver partecipato. Spera nella grandine. Così l’assicurazione fatta sulle viti gli pagherebbe i grappoli a quasi 60 euro al quintale. Il prezzo di mercato invece è di circa 20 euro, non si coprono le spese per coltivarla. In questo spicchio di campagna assolata e afosa, nel comune di Spinazzola che è già Puglia, si ritrovano tutte le dinamiche della crisi agricola italiana. È più conveniente distruggere i raccolti che venderli, visti i prezzi bassi pagati ai produttori. L’intero comparto si regge sui braccianti immigrati che lavorano in nero. Attorno ai casolari, nei campi di pomodori le schiene curve a strappare piantine sono tutte di colore. In piedi, dritti a non fare nulla se non controllare il lavoro, si distinguono i caporali bianchi.  Sui campi arrivano già anche i camion per la vendita, ognuno può portare da 88 a 96 cassoni.

Boreano è un gruppetto di alloggi di fortuna con il tetto sfondato, in condizioni igieniche precarie, senza acqua, né luce, praticamente una piccola città fantasma. Le casette fatiscenti, i fuochi all’aperto, le cisterne per l’acqua portata dal comune con un’autobotte ma solo ogni due –tre giorni, ricordano le baraccopoli di Rosarno. Oppure un deserto africano, vista l’ondata di caldo e sole. “L’Italia mi ha fatto male come l’Africa, perché?” – dice Dabri in un tono che non suona affatto lamentoso. Lui è stato picchiato a Rosarno durante gli scontri, racconta di avere perso lì il permesso di soggiorno. Anche dopo quella rivolta, le condizioni dei braccianti si ripetono sempre uguali, ma con molta consapevolezza dei propri diritti negati. Dabri vuole tornarsene a casa, al suo paese, ma non vuole i soldi del progetto Nirva per il rimpatrio assistito. “L’Europa non deve dire che ha aiutato un nero a tornare a casa – afferma orgoglioso – sono arrivato qui senza niente e senza aiuto e allo stesso modo me ne andrò”.

Vicino, dietro una doccia improvvisata con delle lamiere, altri ragazzi si lavano al ritorno dai campi. Un anziano contadino arriva con la sua macchina e fa scendere altri tre braccianti africani, dandogli appuntamento al giorno dopo. Tutto alla luce del sole e sotto un caldo torrido. La piccola comunità africana di Boreano conta alcune centinaia di persone. Si sono organizzati per la cucina. Da Quarto sono arrivate due donne burkinabè che preparano da mangiare. Una di loro ha portato con sé anche suo figlio, un bambino di 10 mesi. Tanti contadini l’hanno visto aggirarsi fra i tuguri. Dice ciao con la mano e ha gli occhietti vispi. Gioca con il suo triciclo. Per gli adulti lo svago è un antico gioco africano con dei legnetti disposti a terra secondo una logica ben precisa oppure la preghiera, con piccole moschee improvvisate sui campi. Cartoni, pietre in circolo e ci si tolgono le scarpe da lavoro. Intorno c’è il degrado, ma la vita dei braccianti di Boreano è proprio quella di una comunità, con i suoi riti e con una grande dignità umana. 

Dispersi nelle campagne tra Venosa, Lavello e Palazzo San Gervasio vivono altri piccoli gruppi di braccianti. Fino al 2010 per dieci anni erano ospitati con le tende nel centro di accoglienza di Palazzo San Gervasio. Dopo la chiusura da parte dell’amministrazione comunale, l’unica scelta possibile è stata disperdersi nelle campagne. Quel centro di accoglienza, sorto su un bene confiscato, è stato usato dal Ministero dell’Interno per costruire una tendopoli Cie, chiusa lo scorso giugno in fretta e furia. Oggi il Cie è deserto, chiuso da un lucchetto, mentre sulla strada è rimasto un cartello giallo che avvisa “Attenzione, centro di assistenza immigrati!”. Sui campi, al posto delle istituzioni, sono attivi i volontari dell’Osservatorio migranti Basilicata con le magliette con lo slogan “contro la schiavitù contemporanea”. Distribuiscono beni di prima necessità e informazioni legali.