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La donna sciolta nell`acido e gli affari della `ndrangheta a Milano

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La storia criminale della cosca calabrese di Petilia Policastro (Crotone) e la tragedia di Lea Garafolo (uccisa e sciolta in 50 litri di acido, nel 2009) emergono nella quinta udienza del processo al marito Carlo Cosco. Nella ricostruzione delle indagini tutti gli affari della ’ndrangheta a Milano: cocaina, subappalti, sfruttamento e gestione abusiva dei subaffitti. Fino ai lavori della metropolitana.

     

Scritto da Giovanni Tizian

«Non si deve permettere a dire che mia madre è viva e che è fuggita all’estero, non la vedo da due anni, come fa dire una cosa del genere?». È stato l’unico momento di nervosismo mostrato da Denise Cosco durante il controesame dei legali dei presunti assassini di Lea Garofalo, madre di Denise e collaboratrice di giustizia sciolta in 50 litri di acido la notte tra il 24 e il 25 novembre 2009 alle porte di Milano. L’ordine, secondo l’accusa, fu del marito Carlo Cosco. La ventenne non ha retto di fronte alla congettura dei legali che difendono i fratelli Cosco, accusati di omicidio e occultamento di cadavere. La testimone clou nel processo, che ora vive sotto protezione, è stato sentita lo scorso 13 ottobre. In queste ore è in corso la quinta udienza con l’interrogatorio del collaboratore di giustizia Salvatore Angelo Cortese, uno dei pentiti che ha confessato ai magistrati il macabro progetto di sciogliere Lea Garofalo nell’acido.

E nelle ricostruzioni delle indagini emerge la trama, le relazioni e la rete della ’ndrangheta nel capoluogo lombardo. La stroria criminale di una della tante famiglie calabresi trapiantate al Nord. Carlo, Giuseppe, detto “Smith”, e Vito, detto “Sergio” sono i fratelli Cosco, ritenuti gli esponenti della cosca di Petilia Policastro, in provincia di Crotone. Residenti a Milano dagli anni ‘90, i Cosco si sono imposti sulla scena mafiosa milanese grazie al matrimonio di Carlo con Lea Garofalo, sorella di Floriano ucciso nel 2005 e ritenuto il capo della cosca di Petilia in città, affiliato con grado di “contabile”. Grazie alla parentela acquisita con Garofalo, Carlo Cosco riuscì a farsi spazio. E con lui i fratelli Vito e Giuseppe.

A raccontare la storia criminale della cosca di Petilia sono stati diversi pentiti, fra cui Vittorio Foschini, che prima di collaborare era il reggente del traffico di droga a Quarto Oggiaro per conto di Coco Trovato, boss indiscusso della ‘ndrangheta lombarda negli anni ’80. «Fu in sostanza Franco Coco a introdurre ufficialmente l’organizzazione di Petilia Policastro nella ‘ndrangheta, facendola “riconoscere” da tutte le famiglie della provincia di Reggio Calabria a noi alleate (ossia i De Stefano, i Tegano, i Libri, i Papalia e i Paviglianiti)». ‘Ndrine potenti, che rappresentano il gotha mafioso della Calabria e della Lombardia.

Il fulcro affaristico dei Cosco è Milano, zona Baiamonti. Il cervello economico è in via Montello 6, dove vivono e lavorano. «Nel parlare della famiglia Cosco, il Sabatino (legato alla cosca di Petilia ndr), mi disse che costoro avevano interessi nella gestione abusiva degli affitti di uno stabile in via Montello, dalle parti di Corso Como – Piazza Baiamonti, si tratta di edilizia popolare nel cui ambito i Cosco si sarebbero abusivamente inseriti e quindi abusivamente affitterebbero magazzini a cinesi della zona di via Sarpi. Si tratta dello stesso stabile dove il Sabatino mi disse che lui, quando era in libertà, custodiva per i Cosco armi e droga». A spiegarlo è Salvatore Sorrentino, un secondo collaboratore, che racconta ai magistrati milanesi le attività economiche illegali dei fratelli Cosco.

Oltre ai traffici sommersi, i Cosco si muovono nell’economia legale, avevano messo le mani su importanti cantieri della città. I loro camion hanno lavorato nel cantiere della linea 5 della metropolitana: la M5. «Ho saputo che Sergio e Giuseppe Cosco organizzano anche il lavoro degli scavi della quinta linea della Metropolitana milanese tramite loro mezzi di movimentazione terra probabilmente in ambito di subappalto». A questa dichiarazione di Sorrentino segue un “omissis”. Ora gli investigatori vogliono vederci chiaro. Non sono gli unici camion di proprietà della ‘ndrangheta che hanno lavorato in quei cantieri.

Da una seconda indagine, “Redux-Caposaldo”, nota per avere svelato gli affari delle ‘ndrine nella movida milanese e l’intercettazione di Marco Clemente («speriamo che muoia come un cane» dice riferendosi a un imprenditore che non voleva pagare il boss), sono emersi gli affari della ditta Al.Ma. in numerosi cantiere milanesi. Tra questi proprio quello della M5. E come sottolinea il Gip, hanno operato in maniera continuativa. Per due anni, eludendo la normativa antimafia, e in un caso ottenendo il certificato senza troppi problemi.

Terra, droga e gestione dei subaffitti delle case popolari. Questi i settori, secondo gli investigatori, più remunerativi per i Cosco. Ma dietro la pianificazione economica e la corsa al profitto della cosca si cela, e sta emergendo dal processo in corso, un volto feroce, bestiale, della ‘ndrangheta padana. Una violenza rivolta agli “Infami”, a chi sceglie di collaborare con la giustizia per salvare il salvabile della propria vita e dei figli. E Lea Garofalo aveva questa intenzione quando decise di collaborare e di abbandonare quella vita a cui il marito l’aveva incatenata. Una scelta, quella di denunciare, fatta per sé e per il futuro di Denise.

Ma è un percorso tortuoso, quello della collaborazione. Non facile per una giovane madre. Così Lea uscì dal programma di protezione ad aprile 2009.«L’abbandono della protezione -ha risposto Denise alle domande dei legali durante il dibattimento durato oltre 6 ore- derivava da un senso di sfiducia verso la Giustizia. Mia madre è stata considerata una collaboratrice senza mai avere commesso reati, invece di essere trattata da testimone». Sfiducia che derivava anche dal vedere che le sue dichiarazioni non avevano sortito alcun effetto e dalle condizioni in cui era costretta vivere Denise. Continui spostamenti, cambio repentino di scuole e di amici sempre nuovi.

Da quando Lea abbandonò il programma divenne un bersaglio facile per i Cosco. Scompare nel nulla in qualle notte di novembre di due anni fa. «Quello che si verifica a Milano, in una tranquilla ed elegante zona centrale, è un caso di lupara bianca che ci riporta a situazioni e contesti sovente (ed erroneamente) creduti ben lontani dalla realtà cittadina». L’ha scritto il gip che ha firmato l’ordinanza di arresto per i Cosco. «Non mi sono mai fidata di mio padre». Denise è stata interrogata per sei ore, durante un pesante controesame, condotto dai legali dei Cosco ai quali la diciottenne ha resistito fino all’ultimo senza mai innervosirsi tranne quando alcuni legali hanno alluso a una possibile fuga all’estero della madre. Il corpo di Lea non è stato ancora recuperato. Per i legali i 50 litri di acido, raccontati da due collaboratori, e il caso della lupare bianca sono pura fantasia. Le tattiche difensive sono due: far credere che sia scappata all’estero oppure uccisa da altri potenziali nemici.

Ora per la figlia, Denise, la vita si è trasformata in un incubo. E mentre dalle gabbie dell’aula della Corte di Assise gli imputati si scambiano segni impercettibili, leggono articoli ritagliati dai giornali e mandano baci e saluti in calabrese ai parenti venuti ad assistere al processo, Denise dietro un paravento insiste nel chiedere giustizia, «sono sempre stata certa che è mio padre il colpevole, come lo era per l’aggressione che io e mia madre abbiamo subito a Campobasso». Denise si riferisce al primo tentativo di sequestro della madre avvenuto nel maggio 2009 nel capoluogo molisano.

In aula la figlia di Lea ha ricordato anche i giorni seguenti alla scomparsa della madre. «È vero che ha rinunciato alla protezione offerta dai Carabinieri il giorno 25 novembre (il giorno dopo la scomparsa di Lea ndr)?», le ha chiesto l’avvocato del padre Carlo Cosco. «Ho rinunciato perché mi è stato detto di fare così- non si è fatta intimorire Denise- All’inizio sembrava che tutti si fossero scordati di mia madre. Ma ora so che posso ottenere un po’ di giustizia per lei e ho deciso di testimoniare». Il muro di silenzio, Denise, l’ha rotto. A vent’anni e con tutta la vita davanti, affronta il padre, che, secondo l’accusa, ha sciolto Lea nell’acido, in un anonimo magazzino della Brianza.

E il padre imputato ha ottenuto il gratuito patrocinio. A difendere Carlo Cosco un avvocato, scelto da lui e pagato dallo Stato. Per essere ammessi al patrocinio l’ultimo reddito annuo imponibile dichiarato non può essere superiore a 10.628,16 euro. I fratelli, Vito e Giuseppe, pagano, invece, di tasca propria, e infatti hanno due avvocati a testa. Ma c’è un aspetto poco chiaro su Carlo Cosco. Il padre di Denise, da quanto è emerso durante l’ultima udienza, avrebbe promesso 200 mila euro alla figlia, come lascito per il futuro. Un modo per convincerla a tornare a Milano da lui. Che fine hanno fatto quei soldi? Di certo non sono stati dichiarati, altrimenti Carlo Cosco non avrebbe usufruito del gratuito patrocinio.

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