Ponte sullo Stretto. `Ci chiamavano egoisti, abbiamo difeso la democrazia`

Pubblicato su Micromega

Firmate la nostra petizione

Di certo è un brutto periodo per i sostenitori del Ponte sullo Stretto. Prima la cancellazione delle opere compensative, poi la bocciatura dell’Unione Europea, adesso il definanziamento della “Stretto di Messina Spa”. Queste le tappe più recenti di un percorso che sembra ormai più una Via Crucis che una Marcia Trionfale verso la costruzione dell’Ottava Meraviglia. Al di là delle dichiarazioni di circostanza rilasciate da Matteoli e dalla Presidenza del Consiglio, la sostanza è che i tre eventi elencati segnalano l’inconsistenza in termini di credibilità e di sostenibilità finanziaria del progetto di costruzione del mostro sullo Stretto. Crolla, peraltro, tutto l’apparato ideologico, costruito in sede locale, sulla possibilità di infrastrutturare il territorio dello Stretto a spese del Ponte.

Quanto successo in quest’ultimo mese è il portato della scarsità delle risorse pubbliche a disposizione, ma è anche il risultato di anni di mobilitazione. Dal 2001, infatti, l’opinione “no ponte” si è fatta movimento di lotta ed ha costruito scadenze ed eventi sempre più significativi dal punto di vista numerico e dei contenuti. Partito dallo sforzo di un pugno di attivisti tacciati di conservatorismo anche negli ambienti della sinistra, il movimento, attraverso campagne d’informazione, campeggi no ponte, cortei, pubblicazioni, è cresciuto al punto da generare spostamenti anche nel campo della rappresentanza politica. Il risultato più eclatante fu la definizione del Ponte come opera non prioritaria da parte del Governo Prodi, espressione di un mutamento di posizione dei partiti del centrosinistra schierati in precedenza in favore della grande opera.

Criticati come espressione del fenomeno Nimby, gli attivisti no ponte sono stati capaci di costruire, negli anni, un’alleanza sociale basata su una piattaforma che lega i temi dell’ambiente alla difesa della democrazia messa in pericolo dalle norme che regolano la costruzione delle grandi opere, la richiesta di un uso diverso delle risorse pubbliche alla denuncia di un calcolo costi/benefici decisamente deficitario. Non è stato il movimento del “di più”, è stato ed è il movimento dell’essenziale, di ciò che serve al territorio e ai suoi abitanti. Al mostro sullo Stretto sono state contrapposte le infrastrutture di prossimità. Alle decisioni calate dall’alto è stata contrapposta l’idea dello Stretto di Messina come “luogo comune”, non mercificato, non in vendita. Tra Scilla e Cariddi è nato un laboratorio territoriale capace di cogliere la natura vera della politica delle grandi opere e di cominciare a pensare un modello alternativo basato sulla cura dei luoghi, sulla partecipazione, sulla difesa del bene comune.

Non siamo diventati il movimento dei ricchi contro chi chiede lavoro, siamo diventati un’occasione per rivendicare un diverso rapporto col territorio, più sostenibile, non corrotto, più felice. Abbiamo dimostrato che il Ponte non era una chance, ma una tragedia, che si trattava solo dell’applicazione di un modello di spoliazione e sperpero di risorse a vantaggio della triangolazione partiti-burocrati di stato-grossi contractor. Un modello che da noi si chiama Ponte, ma che altrove si chiama Tav, inceneritori, emergenze, privatizzazioni. Abbiamo dimostrato che non creava occupazione e ricchezza, ma le riduceva. Insomma, non ci siamo cascati e abbiamo spiegato di cosa si trattava. Non ci siamo cascati neanche a fare gli oppositori che loro volevano che fossimo, innamorati del paesaggio (e lo siamo anche), difensori dell’ambiente (e lo siamo anche), protettori degli uccelli e del plancton (e lo siamo anche).

In quanto accaduto nell’ultimo mese c’è, però, anche il rischio di considerare finita la partita. Siamo certi che non è così. Così come ai tempi del Governo Prodi porre il Ponte tra le opere non prioritarie non ci mise, appunto, al riparo dal rischio, poi inveratosi, di ripartenza del progetto, dare oggi per scontata la fine dell’attraversamento stabile significherebbe sottovalutare la possibilità di una continuazione, sotto traccia, dell’iter. Quell’iter che ha già dilapidato centinaia di milioni di euro e che rappresenta la natura vera della politica delle grandi opere.

E’, quindi, necessario accentuare le iniziative di mobilitazione affinchè vengano raggiunti quegli obbiettivi che, davvero, definiscano i passaggi formali della chiusura del progetto di costruzione del Ponte sullo Stretto: lo scioglimento della Stretto di Messina Spa, la rescissione del contratto con Impregilo, il non riconoscimento di alcun debito con il Contraente Generale e il diverso utilizzo delle somme precedentemente impegnate. D’altronde è il Governo stesso, con il suo voto favorevole al definanziamento, che ha lanciato questo segnale. Noi lo accogliamo e chiediamo che si investa nella messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio, nella riqualificazione urbana, nell’ammodernamento degli edifici scolastici, nel trasporto pubblico nello Stretto, in generale, nelle infrastrutture di prossimità.

Quanto sta accadendo dovrebbe, infine, indurre quella rappresentanza politica che da tanti anni in Sicilia e in Calabria ha fatto riferimento al Ponte come unica possibilità di sviluppo ed ha proposto lo scambio devastazione del territorio/flussi di denaro come unico orizzonte possibile, quella rappresentanza politica che ha fatto della politica della miseria e della questua il proprio tratto caratteristico, a prendere atto del fallimento della propria proposta politica e togliere il disturbo, dare le proprie dimissioni.  A tutti i no pontisti diciamo: ci vuole ancora uno sforzo. Noi stiamo già vincendo.

Tags: