Giro di Padania, il rito totalitario del partito-stato

 

Il Giro della Padania ribadisce la vocazione totalitaria della Lega: un partito-regime che impone il proprio marchio a istituzioni di tutti. Oltre all’istituzionalizzazione della nazione che non c’è. Ma – nonostante le contestazioni – il giro è stato possibile, grazie alla tardiva presa di coscienza della gravità dell`iniziativa. E all`ottusità del mondo sportivo, secondo cui “la politica non c`entra nulla”.

Sabato scorso il Giro di Padania è finito come era iniziato e continuato: fra i fischi. Per Basso che l’ha vinto è stata, scrive Giampiero Calapà, «la corsa più brutta della sua vita… un “premio alla carriera” di un campione finito», di cui nella storia del ciclismo « resterà il letame trovato dagli organizzatori lungo la strada, vicino a Vicenza…. In definitiva, con buona pace del Coni, della Federciclismo, di vecchie glorie della bicicletta e dei campioni a fine carriera…un Giro di merda» («Il giro di Bossi finisce nel letame», Il fatto quotidiano, 11/9/2011).

Il partito che si fa stato

Ma è, soprattutto, un Giro che ribadisce la vocazione totalitaria della Lega: un partito-regime già manifestatosi come tale attraverso l’imbrattamento della scuola di Adro con i Soli delle Alpi e attraverso l’occupazione di Monza con sedicenti “ministeri del Nord”,  aventi l’unica funzione di ostentare l’immaginetta di Bossi,  Alberto da Giussano e altri simboli leghisti.

Anche col Giro di Padania si è ripetuto il rito totalitario del partito che si fa stato, imponendo il proprio marchio a momenti e istituzioni di tutti. «Era già successo un’altra volta all’Italia sportiva», scrive ancora Calapà. «Nel 1938 le prime due partite del mondiale vinto in Francia, gli azzurri le giocarono in divisa nera. … sfoggiarono lo scudetto con stemma dei Savoia e con tanto di fascio littorio…sotto la pioggia di fischi dei tifosi francesi».

Questa volta i fischi erano italiani. Ma sempre comunque “stranieri” per i gerarchi addobbati di verde che hanno dato il via, premiato gli atleti, scelto il nome Padania, sdegnandosi per le proteste contro una manifestazione che – sbraitavano – «non c’entra con la politica».

Il che conferma anche un altro tratto tipico della Lega: la doppiezza di un partito che giura sulla Costituzione e istiga alla secessione, si dice democratico e pratica il razzismo, manifesta solidarietà agli operai e approva manovre contro di loro, si proclama per la legalità e vota le leggi vergogna, dichiara disinteressato amore per il ciclismo e lo usa come spot politico.

Perché il Giro è stato possibile

Le prime contestazioni sono partite a luglio da qualche articolo (uno apparso  su cronache laiche) e, contemporaneamente, dalla lettera di protesta alle autorità ciclistiche di alcuni sportivi e, poi, dalla loro pagina su fb No al giro della Padania (cui seguì Diciamo no al passaggio del Giro di Padania dal trentino). A settembre si sono estese  con l’intervento di partiti e movimenti (da RC a settori e sindaci PD, Cgil, No dal Molin ecc.) nel corso delle tappe; e con dure prese di posizione di notisti de La Stampa, Repubblica, Il fatto ecc.

La contestazione su fb, sui giornali e sulle strade ha ottenuto importanti risultati perché se ha “fatto pubblicità” (come si è detto) al Giro di Padania, ne ha però smascherato la natura di spot politico, “sputtanandolo” e  spingendo molti a chiedere che non si faccia più, almeno con questo nome.

Non è però bastata a impedirlo, penso per due ragioni: 1) la persistente sottovalutazione del pericolo che la Lega rappresenta, per cui anche chi alla fine ha manifestato o scritto lo ha fatto tardivamente e dopo che per mesi chi aveva avviato la protesta era rimasto inascoltato;  2) la particolare ottusità per non dire peggio degli ambienti “sportivi” – dalla federazione ciclistica servile verso il governo (e il sottogoverno), a CT, vecchie glorie e campioni in carica che, come ha scritto ironicamente Serra, pedalano a testa bassa senza vedere dove vanno o, come ha detto senza ironia Gimondi, vanno dove c’è da correre, sia Russia o Padania (dando per scontato che la Padania, come ripete Moser, esista).

E adesso?

Questi sono i due punti di forza su cui conta anche il Trota per assicurare che il Giro di Padania nei prossimi anni si rifarà. E’ chiaro invece che si deve cancellare, costringendo la Federazione ciclistica a ripensare le  sue scelte insensate. Nel quadro della lotta più decisa che va condotta contro una Lega in difficoltà, e quindi sempre più tentata da avventure eversive, dovrà essere un punto fermo il “NO al Giro di Padania”, cioè all’istituzionalizzazione della nazione che non c’è.

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