Il corrispondente della stampa USA: “E’ stato più facile vivere da clandestino che da regolare”

 

Gabriel Kahn è stato in Italia tre volte. La prima come clandestino. La seconda e la terza in regola, quando lavorava per l`Herald Tribune a Milano e il Wall Street Journal a Roma. Senza permesso di soggiorno, viveva bene. Quando ha dovuto mettersi in regola, è iniziato un inferno di file, documenti sbagliati e procedure kafkiane. In fila con i migranti o alla ricerca di corsie preferenziali, lo spaccato di un sistema che non funziona.

LOS ANGELES – “Ho sempre avuto molta simpatia per gli extracomunitari accanto a me, in Italia sembra più facile essere clandestini che regolari”. Gabriel Kahn oggi è professore di giornalismo all’Università della California. Ma per anni è stato corrispondente del Wall Street Journal da Hong Kong e da Roma. Quando il Corriere della Sera e l’International Herald Tribune hanno deciso di lanciare Italy Daily – un giornale per raccontare l’Italia all’opinione pubblica internazionale – è stato scelto come direttore. Ma Kahn ha anche vissuto da extracomunitario in Italia. Ha dovuto rinnovare il permesso di soggiorno come un qualunque lavoratore africano, scoprendo che certe pratiche non puoi farle da solo. Hai bisogno di un carabiniere in pensione o di una corsia preferenziale. Nonostante i privilegi della sua condizione, ha affrontato file interminabili. E’ andato alla ricerca dello sportello giusto in sperdute questure di periferia. Gli hanno preso le impronte in uno scantinato e ha rischiato di diventare clandestino per un guasto al computer.

- Quando è arrivato per la prima volta in Italia?

Mi sono laureato nel ’92 e sono subito venuto in Italia. Appena atterrato a Roma ho vissuto diciotto mesi come “clandestino”. Allora non ci pensavo. Quando ho cominciato ad avere i documenti in regola ho scoperto che è più facile vivere da clandestino che da extracomunitario in regola.

- Infatti uno statunitense è pur sempre un extracomunitario…

Sì, ma nel 1992 c’era un’altra Italia, un altro approccio verso l’immigrazione. E poi era impossibile che chiedessero il permesso di soggiorno a un americano, a un bianco… Anche quando sono stato fermato dalla polizia, bastava mostrare il passaporto americano e nessuno faceva altre domande. In quel periodo ho condiviso un appartamento con cinque studenti meridionali, venivano da Benevento e Salerno, e con un  italo-venezuelano. Stavo nella zona di Tor Pignattara e mi spostavo con un “Piaggio Sì” che avevo comprato di quarta mano per 200 mila lire. Allora non c’era neppure l’obbligo del casco e della targa. Come clandestino dalla pelle bianca giravo benissimo in motorino. Così per un anno e mezzo, lavoricchiando. Ho insegnato l’inglese, ho pitturato l’interno di una casa, ho fatto piccole traduzioni.

- Poi arriva la fase della regolarità.

E’ la seconda parte. Nel ‘98 sono tornato come direttore di un giornale: Italy Daily, una co-produzione dell’International Herald Tribune e del Corriere della Sera. Vivevo a Milano, ero in “regolissima”. I documenti erano stati preparati in anticipo sul mio arrivo. Lavoravo alla Rizzoli. In questi casi c’è sempre un personaggio che si occupa di faccende di Questura e simili. Sono quasi tutti ex carabinieri. Nel mio caso era uno con i capelli bianchi e in pensione. Da solo non avrei mai completato tutte le procedure. Sono arrivato con altri colleghi dagli Stati Uniti. Abbiamo presto scoperto che c’era stato un errore, la pratica ci era sembrata fin troppo facile.

Questo tipo di permesso di soggiorno, infatti, si faceva al consolato del paese di origine e non alla Questura di Milano. Appena arrivati in Italia, abbiamo iniziato subito a lavorare. Ci hanno detto: abbiamo sbagliato e la Rizzoli ha dovuto pagare il nostro viaggio di andata e ritorno New York – Milano. Dovevamo tornare indietro e rifare la pratica. Quindi, rientrati in Lombardia, questo ex carabiniere ci ha accompagnati in Questura. C’erano file lunghissime, con tutte le nazioni del mondo…

- Eravate in fila insieme agli altri?

No. La nostra guida aveva un appuntamento coordinato con i sui contatti, evitando tutte le file. Un timbro nel passaporto, un modulo e tutto a posto. Mentre tutti gli altri rimanevano in fila. Nonostante tutto il sistema era abbastanza organizzato, anche se – quando ho sentito parlare di permessi giornalieri – ho avuto molta paura, mi è sembrata una idea kafkiana. Ho visto quello sportello con i miei occhi.

- Arriviamo al periodo romano.

Il 2004 è l’anno del terzo “capitolo” della mia esperienza italiana. Rientro in Italia da Hong Kong dove lavoravo per il Wall Street Journal. In quel paese sono molto rigidi però la burocrazia funziona. E’ trasparente e tu capisci benissimo cosa sta succedendo. Devi avere un lavoro, una lettera di una società sponsor, fai la fila e ti danno una carta d’identità che conservo ancora oggi.

Ho dovuto trasferire una serie di documenti al consolato di Hong Kong. Il visto per l’Italia doveva essere sufficiente per il permesso di soggiorno. Alla Questura di zona mi hanno comunicato che il visto non andava bene. Alla fine avrei avuto ragione, il visto era quello giusto. Appena arrivato trovo una fila non lunghissima, ma che dopo tre ore non si era spostata minimamente. E questa era solo la coda per prendere i moduli. Tre ore per arrivare a prendere un pezzo di carta e poi rifare la fila. Ho chiesto: perché non mettete i moduli da qualche parte? Che senso ha rifare la fila? Mi hanno risposto: se li mettiamo a disposizione, i moduli finiscono subito.

- Qual è la sua impressione sulla burocrazia italiana?

Ho sempre riscontrato un atteggiamento piuttosto spiacevole. Quel giorno, su dodici persone, due erano riuscite a fare quello che volevano. Alle altre mancava qualcosa o era lo sportello sbagliato. Se passi ore e ore in questo modo, significa che il sistema non funziona, non fornisce il servizio. Sono due modi diversi di concepire la società: sono bravo se riesco a fornire il servizio a “n” persone. Oppure: ho seguito le regole indipendentemente dai risultati ottenuti. Sono due idee diverse della burocrazia. In certi uffici della California, dove ora vivo, si misura il numero delle persone servite, non quante volte sono stato in fila.

- Non ha cercato di far valere la sua condizione?

Da americano, fino a quel momento, avevo agito secondo le regole. Essendo in Italia, ho in seguito deciso di usare il prestigio di essere il corrispondente del Wall Street Journal. Ho chiamato il Ministero degli Esteri, c’è un ufficio apposito, mi hanno fissato un appuntamento. Insieme a me c’erano diplomatici della Fao e di altre organizzazioni simili.

- A quel punto è diventato tutto più facile?

Non è cambiato molto. Ancora due o tre ore di attesa, anche lì una situazione poco organizzata. L’appuntamento era per le 10, all’apertura. C’era già una folla, andavano a chiedere informazioni e oltrepassavano la fila, un casino. C’erano persone scavalcate che aspettavano già da tre ore. Ho avuto il permesso di soggiorno perdendo un giorno di lavoro. Altro che “corsia preferenziale”.

- Alla fine ha imparato come fare?

No, perché la pratica per il rinnovo del permesso cambiava sempre. Dovevo andare alla Questura di zona, insieme con africani, russi, etc. Non certo con i diplomatici. Un giorno ci hanno portato tutti nello scantinato della Questura dove ci hanno preso le impronte, insieme agli africani. Dopo ore di attesa, ci hanno coperto tutte e due le mani con inchiostro nero. Abbiamo messo le mani su pezzi di carta dove c’erano i nostri nomi. Per lavarci, ci hanno portato nel bagno dello scantinato, usciva un filo d’acqua che in un ora avrebbe riempito una tazzina.

Avevo voglia di sporcare i muri con le mani per il modo in cui ero stato trattato. Mi chiedo dove sarebbero finite quelle impronte su carta, non erano in formato digitale, avrebbero dovuto poi scannerizzare tutto. Migliaia di impronte. Lo hanno fatto? Quando vedi un livello di organizzazione talmente basso viene poca fiducia.

Nel 2007 arriva  un altro cambiamento. Il Ministero degli Esteri mi aveva fissato un appuntamento per comunicare che tutti i permessi di soggiorno si sarebbero fatti in un solo ufficio solo. Era un posto sperduto, una periferia pasoliniana. Una Roma anormale, sulla Tiburtina. Ci andavo sempre in motorino, chi andava in autobus non so come facesse, almeno due autobus dovevi prenderli.

- Ha scoperto una Roma diversa.

Sì, era una città che non vedevamo nella nostra vita quotidiana. Già alle nove di mattina c’erano le prostitute africane. E’ uno di quei posti dove non c’e’ niente. Sono arrivato lì in piena estate. L’ufficio chiudeva dalle 13 alle 16. Se trovavo una spicchio d’ombra ne approfittavo subito. Non c’era un bar, solo questo palazzo e niente altro. Ed eravamo sulla “corsia preferenziale”, insieme ad altri diplomatici… Almeno in questo ufficio si occupavano solo di permessi di soggiorno. Il mio sarebbe scaduto il 25 luglio, cioè tra una settimana. Ci fanno aspettare tutti in una sala. Per un’ora. Insieme a me c’era gente della FAO, non clandestini.  Nessuno ci fa sapere niente sui tempi di attesa. Poi ci dicono: i computer sono guasti, dovete tornare tra un mese. Ma allora il mio permesso sarà scaduto, che devo fare? E in più il mio passaporto sarebbe rimasto lì per un mese.

- Senza permesso e senza documenti. Un perfetto clandestino… Come è finita?

Sono tornato ad agosto e sono riuscito ad avere il permesso. Voglio aggiungere che ho avuto a che fare anche l’immigrazione degli USA, per conto di mia moglie, che è italiana. Anche la nostra è una burocrazia impenetrabile e molto severa. Alla fine, mia moglie è riuscita ad ottenere il famoso green card. Ma il processo è durato mesi e non si capiva niente. In Italia, comunque, ho sempre avuto molta simpatia per gli extracomunitari accanto a me. Sembra più facile essere clandestini che regolari.