El General, il ritmo globale della nuova Tunisia

Concerto al centro sociale Spartaco del rapper ventiduenne El General, simbolo della rivolta tunisina e vittima della repressione del regime che ha contribuito a spazzare via. Nella precedente tappa di Bologna, evento annullato per i visti negati ai suoi accompagnatori. Quello romano è invece un concerto anarchico e solenne, che spazza via luoghi comuni e schemi precostituiti. Ma con pochi italiani interessati…

 

ROMA – Un pezzo di storia in uno stanzone di cemento armato del Quadraro. Quando El General entra tra due ali di connazionali che intonano un canto solenne, è chiaro che non sta per iniziare un semplice concerto in un centro sociale. Dal volto da ragazzo, ha appena 22 anni, emerge lo sguardo pieno di fierezza araba. Una voce potente rende straordinaria la sua musica anche dal vivo. Spesso i rapper sul palcoscenico sono molto deludenti, privi della corazza di effetti da studio e tracce mixate. Tounes Bledna viene invece cantata in un tripudio di bandiere rosse con la mezzaluna e tutta l’emozione del primo inno rivoluzionario nato sui ritmi sincopati del rap.

Non è tutto facile. Per il precedente concerto di Bologna hanno negato il visto ai suoi accompagnatori. “La gestione delle frontiere è razzista”, ci dice pensando con amarezza all`annullamento dell`evento. Eppure pensa che questo sia proprio il momento di rimanere in Tunisia, fare qualcosa lì dopo la rivoluzione e rinunciare al miraggio europeo. Non tutti i tunisini vogliono andar via, non tutti vogliono restare. Ci vuole tanto coraggio a immaginare il futuro dopo decenni di buio.

Ma il coraggio a “El General” certo non manca. La sua lettera al presidente infiammò il paese e gli costò immediatamente alcune giornate di carcere. “Non mi hanno picchiato, ma i poliziotti mi insultavano continuamente”, spiega. Fu l’inizio della fine del regime che dovette fronteggiare una rivolta rapida, pacifica, determinata. La prima dell’onda partita sulle note di un rap globale che avrebbe contaminato tutto il mondo arabo e stupito l’Occidente ancora fermo agli stereotipi di donne velate e carovane del deserto.

El General fa parte di quella generazione post ideologica che non bada troppo ai vecchi schemi, di cui conserva appena i simboli (sulla sua maglietta, una stella rossa si sovrappone alla scritta in inglese e arabo: “join the new resistence”). Sulla sua idea politica dice: “Vogliamo un presidente che governi per la gente e che faccia il bene della Tunisia. Siamo un Paese a cui non manca niente per essere prospero e felice”.

Al centro sociale Spartaco, che nella notte del 21 maggio ha ospitato il concerto, gli italiani sono davvero pochi. La fama del rapper tunisino che ha sfondato la censura del regime con YouTube non riesce a superare i cliché più diffusi, da quello del terzo mondo da aiutare con generosità fino al luogo comune dell’islam affamato e pronto a invaderci. Questi ragazzi che cantano la propria rabbia con gli stili e i mezzi del mondo globale e che vogliono costruire la democrazia a casa propria e con le proprie mani sono difficili da incasellare nei nostri schemi.

E così la serata scorre in mezzo ai tunisini, tutti uomini, con l’eccezione di due energiche ragazze che collaborano con l’organizzazione. L’entusiasmo per la recente rivoluzione e l’euforia alcolica offrono un concerto anarchico con frequenti interruzioni, accenni di rissa, un palco sovraffollato dove i protagonisti fanno fatica a cantare negli eccessi di entusiasmo e il caso finale di una borsetta scomparsa che spezza in due il concerto separando la celebre Rayes Lebled da un’accesa discussione sul ruolo dei tunisini in Italia (“Non siamo venuti qui per rubare, non abbiamo rischiato la vita sui barconi per questo”, dice un ragazzo – in arabo – dal palco, dopo aver recuperato un microfono).

Le elezioni estive diranno se i giorni dei gelsomini saranno etichettati sui libri di storia come una bella illusione o l’inizio di una nuova era mediterranea. El General sottolinea che gli uomini del vecchio regime stanno cercando di inserirsi nel governo provvisorio. Stesso discorso per il blocco imprenditoriale che con i propri monopoli e un’ingordigia straripante riusciva a creare il miracolo di una crescita economica da record che conviveva con l’aumento della povertà e della disoccupazione. Più modestamente, a Roma, un’ora e mezza a base di rime potenti, bottiglie di rum, bandiere sventolanti e commozione alcolica hanno restituito una piccola metafora delle contraddizioni di un mondo che vuole cambiare. Da solo.

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