Tunisini, non solo Francia. Chi resta in Italia cerca lavoro nelle campagne

ROMA – Dopo il permesso temporaneo non tutti i tunisini vogliono raggiungere la Francia. Sono tanti quelli che dicono di voler restare in Italia e si stanno dirigendo alla ricerca di un lavoro nelle campagne del meridione, dove saranno manodopera da sfruttare in agricoltura. Nuovi braccianti per le serre e le raccolte stagionali, che iniziano adesso. Lavori faticosi e sottopagati, spesso in nero, che gli italiani non vogliono più svolgere. E’ quanto emerge da una serie di testimonianze di volontari e attivisti in diversi luoghi del sud Italia in cui sono sorte le tendopoli o da cui transitano i migranti.

A volte i tunisini sono indirizzati dalla rete della comunità presente nel nostro paese, ma capita anche che si ritrovino ‘sfrattati’ dai centri e senza mezzi di sostentamento. “Dei 40 con i documenti consegnati ieri nel Cara di Salina Grande a Trapani, molti non hanno soldi e non sanno dove andare, gli è stato comunicato che oggi devono lasciare il centro e ci hanno detto che dormiranno nelle campagne lì intorno – spiega Giorgia Listi del comitato Antirazzista Cobas – l’incapacità di spostamento peggiorerà la situazione con gli abitanti che si sentiranno minacciati da questi tunisini senza soldi e senza lavoro che vagano nelle campagne del trapanese”. Secondo l’attivista che con altri volontari monitora da settimane la situazione del Cara di Trapani “è iniziato il caporalato, ci sono padroncini italiani e mediatori migranti che reclutano ospiti del Cara per lavorare in campagna. Non sappiamo quanti siano, perché i migranti sono molto riservati su questo, temono che possa inficiare l’iter per il permesso di soggiorno”.

Anche un’attivista di un’altra organizzazione, Valeria Bertolino del comitato 29 dicembre 1999 strage del Vulpitta, vede una possibilità concreta che i tunisini siano nuove braccia da sfruttare nelle campagne. “Qui a Trapani molti vogliono andare nel nord Italia dove avevano contatti per lavorare – dice – molti però si fermano in zona perché sanno che sta per iniziare la stagione delle raccolte, pomodori e fragole, a Marsala e a Petrosino, poi a fine estate c’è la vendemmia ad Alcamo. Fare passare i contatti dentro il Cara non è così difficile. Molti tunisini restano perché pensano che qui ci sia lavoro”.
“Oltre che profughi, sono pure sfollati” commenta Gervasio Ungolo, volontario dell’Osservatorio Migranti Basilicata, che da oltre dieci anni segue le vicende e l’accoglienza dei braccianti stagionali stranieri che raccolgono il pomodoro a Palazzo San Gervasio (Pz). Ungolo si riferisce alla situazione dei tunisini accompagnati alle stazioni ferroviarie dopo il permesso temporaneo, che in alcuni casi sono rimasti privi di orientamento e di mezzi, bloccati a lungo negli scali. “Anche qui c’è movimento di caporali, visto che inizia la piantumazione del pomodoro e fra i maghrebini potrebbero esserci dei tunisini della tendopoli sparpagliati fra le campagne”.

Un altro snodo cruciale dopo la consegna dei permessi temporanei è stata la stazione di Villa San Giovanni dove arrivano i migranti dei centri siciliani diretti a Roma e al nord. Anche qui si sono registrati molti disagi, con permanenze in stazione anche di 24 ore prima di poter prendere un treno e gruppi di tunisini arrivati spossati e disidratati per aver percorso a piedi il tratto Catania – Messina. “Alcuni però andavano in senso opposto, dalla tendopoli di Manduria si dirigevano a Catania perché dicevano che lì c’è lavoro nelle campagne, sono passati da qui almeno due gruppi, giovedì sera e sabato scorso” raccontano Antonio Oppedisano e Daniele, volontari delle associazioni riunite nel Comitato di solidarietà ai migranti (Cosmi).