Un incubo vissuto in silenzio

 

Per molti è un sogno coltivato fin dall`infanzia. Ma a un certo punto diventa un incubo vissuto in solitudine. La chiamano gavetta. A volte diventa stage. Infine un faticoso e costosissimo hobby. Articoli scritti e non pubblicati, “errori di comunicazione” con le redazioni, contributi “autopagati”, vero e proprio sfruttamento. Anche da parte di agenzie umanitarie e piene di buoni sentimenti. Tre testimonianze.

Il giornalismo? Altro che sogno, un incubo vissuto in silenzio! In Italia non aveva accesso alla professione, ci ha provato dall’estero: Londra e Amsterdam. Risultato: 2 articoli pagati su 40 pubblicati per 7 testate nazionali italiane. Vicenda ‘kafkiana’.

Mi chiamo Massimiliano e sono (“credo di essere”, a questo punto…) un giornalista freelance residente in Olanda. Voglio raccontare la mia storia con il giornalismo, un incubo che vivo in silenzio da anni. Dico in silenzio, perche` il vivere all`estero indebolisce il gia` complesso, processo di rivendicazione dei propri diritti e lo rende, se vogliamo, nullo. Ho 32 anni, a 24 mi sono laureato a Roma in Scienze Politiche, e per due anni ho cercato in ogni modo di farmi notare da qualche testata; mi sono proposto per stage, collaborazioni a costo zero, servizio di fotocopie e caffe`, usciere… Qualsiasi cosa che avesse potuto coronare il mio sogno (il nostro sogno..) di diventare giornalista.

Due anni, una bella gavetta da disoccupato e `lavoretti` di ogni genere dopo, decisi che, se dovevo finire a fare il cameriere (visto il vergognoso `mercato del lavoro` italiano) era meglio farlo altrove. All`estero. Partii per Londra nel 2005 ed iniziai a lavorare in ambito musicale, l`altra mia passione. Ma il richiamo delle sirene del giornalismo era troppo forte. Ed un giorno, alzai il telefono e chiamai Liberazione proponendo un pezzo. Mi dissero di no, perche` allora avevano gia` un corrispondente. Tuttavia, qualche tentativo dopo ebbi l`ok per un pezzo su un`importante manifestazione musicale. Non avevo accrediti e non potevo permettermi il biglietto ma riuscii comunque a confezionare un pezzo. Chiamai in redazione il giorno dopo per i dettagli, ma mi fu detto che il pezzo era stato gia` inviato… dal loro corrispondente presente alla manifestazione con un accredito stampa. Perche` allora assegnarmelo? Miscommunication, dissero.

Mi incazzai e tanto e l`allora capo-servizi esteri Carla Cotti, penso` bene di evitare quisquiglie come le scuse o la costernazione, preferendo dirmi di non chiamare piu` “tanto Londra e` gia` coperta”. Bene cosi`. Se non altro l`adrenalina mi aveva ridato carica e poco dopo riuscii a pubblicare diversi articoli sul Manifesto. Diciamo 6 commissionati e 3 pubblicati… Zanini, allora responsabile esteri, mi disse quando chiesi se fosse previsto un rimborso spese: “Non sei contento? I pezzi sono usciti…” Mandai una mail incazzata, ma piu` pacata di quella alla Cotti… Mai una risposta, mai un soldo. Nel frattempo il lavoro nella musica scarseggiava e io coprivo turni in un pub, per pagare l`affitto: scrissi diversi articoli nel break o ritagliandomi un po` di tempo quando non lavoravo.

Decisi di chiudere con il giornalismo. Poi, sul finire del 2008 mi trasferii ad Amsterdam. Nessun corrispondente, molte storie da raccontare. Erano passati due anni e richiamai il Manifesto. Mi rispose questa volta Marina Forti. Pubblicai due articoli (mai pagati) e ne inviai uno sui coffeeshop in attesa di pubblicazione. In occasione della mozione per la liberta` di stampa in Italia al Parlamento Europeo, agganciai l`Eurodeputata olandese che l`aveva proposta. Al Manifesto dissero “vai”… Ma il pezzo non usci` mai. Mi costo` un capitale di viaggi e Repubblica, che intervisto` la deputata dopo di me, pubblico` il pezzo pochi giorni dopo annullando qualsiasi speranza di salvare il lavoro. Ebbi uno scambio di fuoco di email con la Forti, che invece di ammettere umilmente il comportamento non professionale del suo giornale, preferi` tagliare corto con un “la redazione decide cosa pubblicare non tu”. Ho la mail ancora salvata, inclusa la mia risposta dove chiedevo che l`articolo sui coffeeshop in attesa di pubblicazione, non venisse pubblicato.

La Forti mi diede comunicazione che l`elaborato era stato distrutto e tre mesi dopo un conoscente me lo segnala. Pubblicato, voglio sperare, per errore. Nel frattempo il pezzo era stato “venduto” (si fa per dire: non pagato in entrambi i casi) ad un`altra testata. Cosi` quell`articolo e` uscito due volte e il Manifesto si e` rifiutato di pagarlo, come aveva fatto con gli altri pezzi. Ho messo in mezzo un avvocato e hanno pensato bene di ignorarmi. “Purtroppo la causa davanti al giudice di pace, durerebbe tra i 3 ed i 4 anni. Con una spesa da anticipare di almeno 1000 euro”. Hanno vinto, i compagni che sbagliano. Io non ho i 1000 euro e l`avvocato rimase tanto disgustato da questa faccenda da applicarmi una tariffa politica di 50 euro per la lettera inviata. “Vorrei fare di piu` e ridurre le spese per tema, i 1000 euro sarebbero il minimo, incluse le spese amministrative”.

Mi rivolsi all`Unione della Stampa romana che si rifiuto` di difendermi perche` non iscritto all`albo (e come potrei, se mi fanno lavorare senza pagarmi?) ventilando l`ipotesi che possa scattare una denuncia nei miei confronti per esercizio abusivo della professione giornalistica. La vicenda si fa kafkiana e a quel punto la voglia di non cedere mi ha rimesso in pista. Tra la fine del 2009 ed oggi ho pubblicato circa 40 articoli, per 7 testate nazionali diverse (4 quotidiani, 2 settimanali, 1 mensile).

Il bilancio? Due articoli pagati… 2 su 40… Io nel 2010 ho guadagnato circa 100 euro dal giornalismo e ne ho spesi (disoccupato nella prima meta` dell`anno e con un lavoro a chiamata, come traduttore, dalle 10 alle 25 ore a settimana fino ad oggi) circa 1000. Vuoi sapere le testate quali sono? Liberazione, sul lastrico, mi fa pubblicare senza limiti, tanto non mi paga.

A “Terra” mi hanno fatto sudare per far uscire 4 articoli, il primo a marzo 2010 e hanno ripetuto la litania del “non abbiamo i soldi”. Left-Avvenimenti mi ha promesso 300 euro per due servizi, soldi che mi deve da giugno dello scorso anno. Carta mi deve 250 euro, ma nel frattempo ha pensato bene di chiudere. Il Fatto Quotidiano mi ha sempre pagato. E puntuale. Ma a giugno mi commissiono` un complicato lavoro sulle elezioni olandesi, che decise di non pubblicare. “Se non puoi aspettare non ci lega nulla, puoi proporlo a chi vuoi”. Certo, una settimana dopo le elezioni ci sara` la fila di testate pronte a comprare un articolo vecchio….

Anche con loro chiusi in malomodo ma dai tempi di Londra mi sono ammorbidito e a settembre sono stato costretto a tornare sui miei passi. Perche` chiudere con il solo quotidiano che mi ha trattato `dignitosamente`? Ho pensato e ripensato. E poi sono tornato con la coda tra le gambe ed un articolo `riparatore` proposto ed accettato attende da 5 mesi di essere pubblicato. A novembre ho iniziato a collaborare con una rivista italiana di musica. Loro pagano decentemente bene ma a 3 mesi… Cosa fare? Bella domanda… Io una risposta non ce l`ho, lo giuro. Per me il giornalismo e` poco piu` che un hobby. Un faticoso e costosissimo hobby che non so piu`, a questo punto, se vale davvero la pena alimentare. Massimiliano Sfregola

Calabria, escalation dello sfruttamento fino alle dimissioni. “Nessun sindacato è presente, l`ordine regionale non riconosce i diritti”.

Corrispondente da un territorio che racchiude quattro paesi (cronaca più manifestazioni sportive), e collaboratore di redazione per due anni di un quotidiano regionale. Compenso a rigaggio senza contratto, due assegni da quasi cento euro in tre anni. Passa alla concorrenza, un quotidiano regionale ma a diffusione nazionale. Stesse mansioni iniziali, contratto di collaborazione a rigaggio (4 centesimi a riga). Sostituzione estiva in redazione non retribuita, poi, con l`inizio della stagione sportiva, ottinene l`incarico di organizzare le pagine sportive dei campionati dilettantistici. Ogni sabato e domenica in redazione fino alla chiusura del giornale per un anno, nessuna retribuzione.

L`inverno successivo viene chiamato in redazione in pianta stabile, inizialmente da responsabile delle pagine provinciali durante la settimana e di quelle sportive nel week end. Otto ore di redazione giornaliere, maturando un giorno libero ogni sette di lavoro (sabato e domenica forzatamente lavorativi). Contratto di lavoro a progetto (dlgs.276/03), 12 mesi, compenso 350. N.B. La natura del contratto esula espressamente la collaborazione da qualsiasi rapporto di natura giornalistica, non sono previste ferie, malattie, straordinari eccetera e la presenza in redazione è prevista solo in casi straordinari. Il contratto viene rinnovato periodicamente, a volte ogni tre mesi, altre ogni sei. Intanto gli incarichi e le responsabilità aumentano, passando prima ai servizi politici cittadini, poi in redazione centrale per le pagine regionali e poi come responsabile ai servizi nazionali.

Dopo un ulteriore anno, il compenso passa a 500 euro, ma la natura del contratto è la stessa. Un altro anno a questi ritmi prima di maturare la decisione di presentare le dimissioni, protestando per la condizione di molti, peggiorate sensibilmente in una stagione di licenziamenti e trasferimenti su due piedi e senza spiegazione alcuna. Nessun sindacato è presente, le minime forme di autotutela vengono avversate in un clima da caccia alle streghe. Persino l`ordine regionale, che riceve soltanto due ore a settimana, non riconosce i diritti di molti nascondendosi dietro i burocraticismi più sofistici. Ottenere un contratto regolare è una chimera, un praticantato (anche d`ufficio) un`utopia, non hai nessuno a cui rivolgerti e devi scrivere ogni giorno di dinamiche complesse e decisive (delitto Fortugno, strage di Duisburg, guerra fra Procure, navi dei veleni, rivolta di Rosarno, bombe nei tribunali) rispondendo spesso in tribunale da imputati, visto che il potere usa spesso la querela come una minaccia per soggetti economicamente così deboli e isolati. Come se non bastasse tutto questo, capita che spunti la pistola o la lettera minatoria. E` la Calabria, i giornalisti sono in missione. (Testimonianza firmata).

Agenzia umanitaria sfrutta gli stagisti. E c’è chi lascia la scuola di giornalismo per pagarsi il praticantato e i contributi scrivendo gratis.

Una Ong, una agenzia sul web che ha scopi umanitari si basa sul volontariato, su pochi professionisti pagati al minimo sindacale, e decine e decine di stagisti dalle scuole giornalismo e dalle Università, che prestano la propria opera gratuita ben contenti di aiutare per gli scopi umanitari di cui sopra, per la diffusione della cultura della pace. L`agenzia di cui sopra vende i propri prodotti, dai reportage alle foto ai documentari ma il lavoro giornaliero di produzione delle notizie nella sede milanese, è affidato a una redazione dove la proporzione “due a uno” è invertita.

Il sindacato dei giornalisti ha voluto porre un freno al fenomeno dello sfruttamento degli stagisti, stabilendo come quota massima un lavoratore gratuito sfruttato (che raramente viene in cambio adeguatamente formato, ma solo messo alla catena) ogni due redattori nella agenzia volontaria, umanitaria e solidale la proporzione è invertita, si hanno almeno due stagisti ogni redattore con contratto collettivo nazionale capita poi che nella stessa ci sia chi, pur di diventare redattore, abbia pagato capita che un adulto dalle capienti tasche, mentre si trovava a pagare oltre 10mila euro annui di retta alla università IULM per il corso di giornalismo, effettui uno stage presso la predetta agenzia.

Capita che dopo lo stage faccia egli stesso una proposta al direttore: “Per me pagare altri 10mila euro per l`anno prossimo alla IULM sono soldi, perchè non mi fate fare qui l`ultimo semestre di pratica, vi verso io gli oltre mille euro dei contributi fino all`esame di abilitazione, all`ordine professionale lombardo”. Come poteva il coscienzioso direttore dell`agenzia solidale, umanitaria, eccetera, rifiutare una simile offerta?

Il ragazzo di buona famiglia ha risparmiato quasi 9mila euro annui, l`agenzia si è trovata un redattore a costo zero per quasi un anno, che anzi si pagava addirittura contributi e assicurazione da solo ragazzi, ma se adesso ci sta anche gente che paga per lavorare, come si fa a ristabilire un equo mercato del lavoro? Se ricchi annoiati pagano pur di ottenere una abilitazione per poi poter sfoggiare la propria firma sulle testate snob ed elitarie (alle quali, c`è da giurare, potrebbero mandare gratis anche in futuro i propri editoriali o reportages), quale futuro volete che ci sia per chi fa la serrata contro il nuovo crumirato di chi accetta pochi spiccioli per il proprio lavoro? (Testimonianza firmata)