Rosarno, un anno dopo. Qualcosa è veramente cambiato

 

Non è cambiato nulla? A 12 mesi dalla rivolta, le condizioni abitative e lavorative dei migranti africani sono peggiorate, ma non è un problema rosarnese. E` conseguenza delle politiche repressive e discriminatorie della Lega e del suo ministro. La ribellione ha invece innescato un processo di cambiamento politico. E ha interrotto la ventennale violenza contro i migranti.

Pubblicato su “il manifesto” e “Fortress Europe

Quel dubbio lo ricordo molto bene. Mi giro o faccio finta di niente? Camminare a piedi lungo le strade di Rosarno significava farsi identificare come migrante o come uno di fuori. Cioè un potenziale bersaglio. Solo questione di tempo, prima o poi arrivano, in due su un motorino senza casco mentre tu cammini ai bordi della striscia di asfalto senza marciapiede. Quando li senti arrivare, speri che passeranno dritto. Cerchi di fare finta di niente. Loro ti guardano, vogliono capire se sei bianco. I neri camminano con la felpa del cappuccio alzato per evitare l’indentificazione e masticando rabbia silenziosa.

Per venti anni gli africani di Rosarno hanno avuto paura di loro. Ragazzini violenti, balordi senza cultura, di buona famiglia o manovalanza degli ‘ndranghetisti cresciuti con Scarface e i canti di mafia. Hanno avuto paura dei sassi lanciati dal cavalcavia, delle bastonate dal motorino, dei pestaggi senza misercordia. “Giovani, ignoranti e armati” li definivano i senegalesi in una drammatica e lucida lettera scritta nell’inverno del 1999 al sindaco Giuseppe Lavorato. Questi sono gli episodi nascosti, normali, la quotidianità di due decenni. Poi sono arrivati i proiettili e le rapine, come quella del dicembre 2008 e i noti ferimenti di gennaio 2010. E le due rivolte. Perché ti possono sfruttare e offendere, ma non ferire a morte senza uno straccio di motivo. We will we be remembered: prima di andare via hanno scritto su un muro rosarnese la loro profezia. E infatti siamo ancora qui a parlare di loro.

Da un anno queste cose non succedono. Ci è voluta la rivolta per rendere Rosarno un posto più sicuro, almeno per i migranti, proprio nel culmine della campagna securitaria promossa dalla Lega e dal suo ministro dell’Interno che riempiva l’Italia di telecamere a circuito chiuso, fredda diffidenza e accuse ingiustificate all’Islam e ai tratti somatici differenti dai nostri.

Da allora la ‘ndrangheta è più debole. I Bellocco e i Pesce sono stati decimati dalle retate, ed è spuntata pure una collaboratrice di giustizia, per di più una stretta parente del clan più forte. Tanti i sequestri di beni e gli arresti. Il momento di svolta sta tutto negli occhi stupiti di un rampollo dei Bellocco, che vede la propria auto di lusso presa a bastonate dai neri, senza riguardo, democraticamente. Si rivolge ai tutori dell’ordine, forse per la prima volta nella sua vita, e non riceve soddisfazione. Decide di fare da solo aggredendo insieme neri e carabinieri. Finirà dentro, e sarà solo il primo.

La rivolta antimafiosa degli africani – così come la loro consapevolezza politica – non è stata riconosciuta. Per molti la ‘ndrangheta è onnipotente, controlla tutto e tutto determina. Voleva sostituire africani con bulgari, secondo una curiosa tesi accreditata pure dall’Espresso. Peccato che a gennaio 2011 ci siano siano lavoratori dell’Est (di sera il paesino di San Ferdinando sembra una città della Bulgaria) che neri, e i mafiosi stanno a leccarsi le ferite, pur mantenendo buona parte del loro potere. La rivolta ha portato a un controllo del territorio mai visto, a una inchiesta su caporalato e sfruttamento, a una attenzione mediatica costante e sgradita. Gli stranieri, quando sono stati chiamati in causa dagli inquirenti, non si sono mai tirati indietro. Giuseppe Lavorato, ex sindaco, ha proposto di ripristinare il premio Valarioti e di assegnarlo alla comunità africana, ma la proposta è caduta nel vuoto. Gli africani sono stati soggetto politico e motore del cambiamento; e la rivolta non è stata solo reazione meccanica a disagio economico e condizioni di degrado, che sono presenti in tutto il Sud delle raccolte.

L’elemento in più del 2010 è stato la coscienza. Rispetto agli anni passati, quando a Rosarno si trovavano in gran parte migranti appena arrivati in Italia dal percorso Lampedusa-Crotone, negli ultimi tempi le presenze più significative erano di due tipi. Lavoratori da lungo tempo in Italia, insediati nelle città del Nord, impiegati nel lavoro di fabbrica, consapevoli dei propri diritti. In secondo luogo, la comunità ghanese di Castel Volturno, politicamente preparata, abituata al confronto con la camorra e la violenza mafiosa, “frutto” del lungo percorso degli africani-campani che parte da Jerry Masslo e arriva allo sciopero delle rotonde dell’ottobre 2010 (“Non lavoro per meno di 50 euro”, uno dei punti di maggior rilievo della storia sindacale in Italia).

Anche nella stagione agrumicola 2011 i migranti africani guadagnano la solita miserabile cifra, vivono in condizione drammatiche e lottano per il possesso o il rinnovo dei documenti. Ma questi sono problemi italiani. Perché nessuno parla dei bulgari di San Ferdinando? Sono tantissimi e non guadagnano di più. Le differenza è nel pezzo di carta che qualche anno li riconosce come cittadini dell’Unione Europea. Sono liberi di far riconoscere i propri diritti e possono tornare a casa o spostarsi se non c’è lavoro. Con i diritti di cittadinanza e sindacali si risolve il problema degli africani. Progetti, tendopoli e corsi servono solo ad affrontare l`emergenza (ma la raccolta delle arance può essere un`emergenza umanitaria?) o trasferire reddito agli italiani.

Il problema non è solo “Rosarno”, come vorrebbero far credere la maggior parte degli inviati. La questione dell’agricoltura è più ampia: si tratta di un mondo marginalizzato, dominato dalla filiera lunga, caratterizzato dalla mancanza di informazioni sulle etichette, stretto dalla GDO (Grande distribuzione), penalizzato dalla distruzione dei mercati locali ad opera delle organizzazioni criminali.

Già a Palazzo San Gervasio, in estate, era chiara la linea del ministero dell’Interno. La rivolta di Rosarno è nata dall’assembramento di persone; dunque, da ora in poi, sgomberi e repressione. I lavoratori furono costretti ad arrangiarsi nei casolari, e il centro di accoglienza rimase chiuso e inutilizzato. Qualche mese dopo, in Calabria, ancora migranti nascosti nei casolari e pattugliamenti. Con la differenza che siamo in inverno, e i volontari devono impegnarsi nella solita generosissima raccolta di beni di prima necessità.

Allo stesso tempo, aleggiano sulla città i progetti milionari del PON Sicurezza: lo Stato vuole integrare e formare con una mano, con l’altra nega i documenti e mantiene invisibili i lavoratori stranieri. La contraddizione è solo apparente: Maroni vuole soggetti sfruttabili. I PON sono “sostegno alla domanda interna”, ancora una volta reddito trasferito agli italiani. Dunque, Rosarno cambierà quando cambieranno le leggi promulgate a Roma. E il clima politico nato a Varese.

La rivolta, infine, ha anche innescato un processo di cambiamento. Una donna è diventatata sindaco, dopo due scioglimenti consecutivi per mafia, nello stesso paese dove veniva uccisa a fucilate, nel capodanno 2007, Cornelia Deana, rumena ma soprattutto colpevole di voler lasciare il fidanzato. Per la stessa colpa, un rampollo dei Pesce era arrivato a sequestrare l’ex fidanzata. Un paese dove essere donna è ancora difficile, verrebbe da dire. Ma anche dove una donna può diventare sindaco. Sono le contraddizioni del Sud estremo, luoghi duri ma dove tutto può essere possibile.

 

Tags: