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Il farma-calcio
'Stringiamoci a corte'. 5 luoghi comuni sul calcio
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24 luglio 2006
Tag: calcio
Il calcio è ancora una grande passione popolare, ma da anni è messo in crisi da un sistema che non è né industria dello spettacolo né sport di massa, ma un miscuglio improvvisato di servilismi, furberie e rivalità estreme. Alla crisi si risponde con proposte reazionarie, nostalgie vacue, campanilismi esasperati o frasi fatte. L’Italia si conferma un paese arcaico e meschino, capace di perdonare tutto in nome della vittoria e risolvere l’ennesimo scandalo ricoprendolo di consolanti luoghi comuni…



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Stringiamoci a corte. Cinque luoghi comuni sul calcio italiano

Il farma-calcio

“Stringiamoci a corte”. Cinque luoghi comuni sul calcio italiano

Il calcio è ancora una grande passione popolare, ma da anni è messo seriamente in crisi da un sistema che non è né industria dello spettacolo né sport di massa, ma un miscuglio improvvisato di servilismi, furberie, imbrogli e rivalità estreme, violente ed inutili. Alla crisi si risponde con proposte reazionarie, nostalgie vacue, campanilismi esasperati o frasi fatte. L’Italia si conferma un paese arcaico e meschino, capace di perdonare tutto in nome della vittoria e risolvere l’ennesimo scandalo ricoprendolo di consolanti luoghi comuni…

 

Antonello Mangano

 

 

Sommario

“Stringiamoci a corte”. Cinque luoghi comuni sul calcio italiano

1. “Ci sono troppi interessi”

1.1. I bei tempi andati

1.2. Scommettiamo che…

2. “Gli ultrà sono la parte migliore del calcio”

2.1. La cultura della vittoria

3. “Ci vuole la concorrenza”

3.1. NBA, un cartello che funziona

4. “È lo specchio di un paese corrotto”

4.1. Un argomento di serie B

5. Un caso di corruzione?

5.1. Favori e sgarbi, padrini e compari, arroganti ed ignoranti

 

 

 

 

“I nostri ragazzi non cantano l’Inno”. Una delle polemiche più inutili del calcio riguarda l’abitudine degli 'azzurri' di rimanere a bocca chiusa durante l’esecuzione del canto nazionale, mentre messicani francesi russi e uzbeki urlano a squarciagola i versi dell’amore patrio.

Il nostro inno è brutto, dicono alcuni. Retorico e troppo violento per un italiano, che di fronte a versi come “siam pronti alla morte” si guarda attorno indeciso e dubbioso.

Difficile da comprendere per un giovane del terzo millennio, che mai nella sua vita usa parole come elmo, chioma, speme, calpesti e soprattutto coorte, che nel dubbio in tanti storpiano in “corte”. “Stringiamoci a corte”, è stato osservato, è diventato così l’inno vero dei Moggi e dei Carraro.

 

Lo scandalo del calcio ha trovato impreparati i grandi commentatori ed illustri accademici. Sembra ormai che la realtà segua strettamente ciò che il più periferico dei bar sport italiani aveva ampiamente previsto: “il campionato è manipolato, la Juventus vince rubando, gli arbitri sono sempre a suo favore”.

Gli opinionisti avevano quasi sempre ignorato l’argomento, concentrato lo sguardo sul singolo episodio anziché sul sistema, oppure avevano inventato tesi finalizzate a contrastare tifosi inviperiti dall’ennesimo regalo alla “gazza ladra” (uno degli affettuosi nomi riservati al clan bianconero).

Impagabile quella della “sudditanza psicologica”, che secondo alcuni era il naturale atteggiamento dell’essere umano che, dovendo scegliere tra un potente ed un poveretto, immancabilmente e fantozzianamente opta per il primo.

 

In realtà la questione è ben altra, e lo scandalo (a quanto parte l’unica forma che ci rimane per comprendere la realtà ed assistere a qualche cambiamento, seppure non strutturale) lo ha mostrato chiaramente: non una serie di fatalità ma un sistema.

Da allora, molta gente impreparata o in mala fede ha iniziato a sciorinare una serie di luoghi comuni. Tra questi, i peggiori sono senza dubbio:

1.      esistono troppi interessi nel calcio, che ha perso la sua purezza di sport;

2.      dopo quanto abbiamo scoperto, gli ultrà sono la parte migliore del calcio;

3.      ci vuole la concorrenza, annullata dall’oligopolio delle grandi squadre;

4.      il calcio è lo specchio di un Paese corrotto;

5.      il caso italiano riguarda un classico esempio di corruzione.

 

 

 

1. “Ci sono troppi interessi”

 

L’orribile olezzo, il puzzo della corruzione, il marciume, lo sporco. Era dai tempi di “Tangentopoli” (altro orrendo nome) che non ascoltavamo con tanta frequenza queste espressioni. Il “dizionario del moralista” era stato frettolosamente riposto ad impolverarsi nell’armadio.

Col condimento di espressioni sdegnate, abbiamo letto innumerevoli commenti traboccanti frasi fatte, che rimbalzavano da un editoriale all’altro.

 

Ed ecco il primo dei luoghi comuni, sicuramente il più presente: persino il cardinale Ruini, che di grandi interessi materiali se ne intende, ha osservato che gli scandali non stupiscono in presenza di “interessi così grandi”[1]. In contemporanea, Repubblica titolava di fondi Gea (la società dei Moggi) finiti in Vaticano.[2]

 

Il pregiudizio contro il denaro corruttore, “sterco del demonio”, è sicuramente presente nella “cultura italiana”. Nessuno però ha ancora spiegato perché in Italia la corruzione, la violenza, l’intimidazione siano assolutamente presenti anche nelle serie minori, specie nel campionato dilettanti, dove si va avanti a rimborsi spese e non ci sono certo i diritti Tv. Persino i ragazzini sono coinvolti[3].

Le cronache italiane abbondano di casi di violenza ed intimidazione contro gli arbitri (arbitrare in certe zone è diventato davvero molto pericoloso), partite truccate, accordi sottobanco, scommesse clandestine, e soprattutto aggressioni continue ad allenatori e giocatori. Sono le serie minori il palcoscenico privilegiato di questi fatti, anche grazie ad un minor controllo ed a meno occhi addosso.[4]

 

Tra le poche prese di posizione dell’AIA, l’associazione degli arbitri, va segnalata quella del ’92:

“In Campania, non è calcio ma corride. Nei tornei dilettanti i direttori di gara sono in balia dei teppisti: impressionante il numero delle aggressioni, le proteste finora non sono servite. Se continua così, la sospensione dei campionati è l' unico rimedio possibile”…[5]

 

 Non stanno meglio i giocatori. Nel 2000, dopo l'ennesima aggressione, finalmente interviene il presidente dell’Assocalciatori Campana: “Non è facile risolvere un problema sociale, ma esiste un coinvolgimento dei club. In serie C i giocatori sono minacciati anche con pistole e coltelli”.[6]

 

L’anno successivo la situazione non migliora. Si ipotizza addirittura di fermare il campionato. Interviene Fabio Pecchia, centrocampista del Napoli e membro dell'Aic:

“Noi calciatori siamo stanchi. Se si va avanti così meglio spegnere le luci, giocare a porte chiuse. […] E' triste, lo so. Ma qui siamo davanti a una serie di episodi che testimoniano non soltanto di una maleducazione, ma addirittura di una violenza diffusa [corsivo mio]”.

 

L’elenco è lungo: l'aggressione del portiere Di Bitonto a Viterbo, il gruppi di teppisti che ha lanciato una bomba carta a Benevento e ferito quattro giocatori. A Giulianova veniva appiccato un incendio.[7]

 

Nel 2003 la musica è sempre la stessa. Ad Avellino, aggressioni contro i giocatori Diè e Pellicori, accusati di giocare male perché in procinto di lasciare la squadra; la notte successiva una bomba carta esplode a tre metri dall'abitazione del centrocampista Pisciotta. Nei mesi precedenti il difensore del Napoli Baldini era stato attaccato da un gruppo di ultrà mentre era in auto[8].

      

Un capitolo a parte meritano i “minuti di silenzio” per il boss che vedono come scenario piccoli impianti del Sud. Nel 1997 lo stadio di Locri ricordò platealmente il boss Cosimo Cordì, ucciso nella storica faida con i Cataldo. Prima del match con lo Sciacca, campionato di eccellenza, il classico momento di raccoglimento.[9]

Sette anni più tardi, a Strongoli, nei pressi di Crotone, veniva ricordato da tutto il pubblico il boss Carmine Arena, ucciso da un commando armato di un bazooka e di un kalashnikov con una vera azione da guerra. Si giocava la gara tra la squadra di casa e l'Isola Capo Rizzuto, di cui era presidente Pasqualino Arena, cugino della vittima.

 

Nasceva una certa attenzione sul caso. L’arbitro diceva di non saperne nulla. Le giustificazioni di rito da parte di giocatori e dirigenti della Federcalcio. Qualche distinguo, tanta indignazione.

Il problema però era molto più grave e più ampio.

In contemporanea, uno dei “dirigenti del Guardavalle (nei pressi di Catanzaro) era Cosmo Leotta, uno che andava ai summit nei casolari tra Siderno e Monasterace per suggerire chi meritava di far parte della cosca e chi no.

L'hanno arrestato dopo cinque mesi di latitanza. [All’epoca era invece] ricercato il suo centravanti Paolo Riitano, quello che nel torneo di Eccellenza era famoso per il sinistro che non perdona. […] Il direttore sportivo della Nuova Melito (vicino Reggio Calabria) Antonio Toscano, è scomparso all'improvviso alla vigilia del derby con il Bagaladi. Lupara bianca.

[…] Pantaleone ‘Luni’ Mancuso, era presidente del Monte Poro e uno dei capi della "famiglia" più potente del vibonese.”[10]

 

Dopo essere andati indietro con la memoria a questi fatti, alcuni dei quali molto recenti, appaiono patetiche le proposte di “ridimensionamento”, “localizzazione”, “regionalizzazione” del calcio.

Un calcio dilettantistico, locale, povero e provinciale lo abbiamo già. Ma è davvero repellente, ben più della serie A o delle coppe europee.

 

 

 

1.1. I bei tempi andati

 

Paradossalmente, i grandi interessi in gioco in serie A hanno impedito che il sistema Moggi continuasse all’infinito, perché nella sua ingordigia ormai impediva alle altre squadre maggiori di vincere il titolo.

Eppure sono sempre più ricorrenti i riferimenti nostalgici ad un passato ideale, nel quale la minore circolazione di denaro garantiva un calcio più puro. Anche qui si tratta di luoghi comuni, in un paese che ama – soprattutto nelle fasi di crisi e di incertezza per il futuro – idealizzare i bei tempi andati.

 

La Juventus ha sempre esercitato – ben prima di Moggi e durante tutto il regno degli Agnelli - forti condizionamenti nel mondo arbitrale e nella federazione. Si è parlato di sistema “Allodi” preesistente a quello “Moggi”.

 

Secondo alcuni, la storia del potere bianconero inizierebbe addirittura nel 1913, per poi proseguire lungo tutto il secolo, raggiungendo il culmine negli anni in cui il presidente Umberto Agnelli era anche presidente della Federcalcio, massimo conflitto d’interessi mai registrato nella storia dello sport italiano:

 

“È una storia che parte da molto lontano […], esattamente dal 1913, quando al termine del girone eliminatorio piemontese la Juventus si ritrovò al sesto e ultimo posto.

Giusto in quell'anno si disputava quello che può essere considerato il primo campionato di calcio autenticamente italiano, con partecipazione anche del Sud, sino a Napoli. E per l'occasione era stato varato il meccanismo, ancora sconosciuto, delle retrocessioni.

L'ultimo posto comportava il declassamento in seconda categoria. Per la Juventus la sola eventualità equivaleva a un dramma. Fu presa perfino in seria considerazione l'ipotesi di sciogliere il club. Ma erano tempi di regolamenti elastici.

Se il girone piemontese nella stagione successiva si presentava completo e agguerrito, a quello lombardo mancava un'unità per far conto pari. Ed ecco l'idea luminosa: iscrivere la Juventus di Torino al girone lombardo, in spregio alla geografia, ma in omaggio all'opportunità.

Questa gherminella, che nei sacri testi figura come un capolavoro di diplomazia dei dirigenti juventini, consente tuttora alla Vecchia Signora di fregiarsi di un primato, condiviso, guarda caso proprio con l'Inter: non essere mai retrocessa.

 

Quando nel 1923 la potente famiglia degli Agnelli decise di annettersi la Juventus, e il senatore Giovanni ordinò al giovane figlio Edoardo di assumerne la presidenza, il club torinese si proiettò decisamente, in anticipo sui tempi canonici, nell'orbita del professionismo.

Già l'ingaggio di Viri Rosetta dalla Pro Vercelli aveva sollevato scandalo, ma per Raimundo Orsi detto Mumo, la stella d'Argentina, considerato la più forte ala di tutti i tempi, almeno sino a Garrincha, si superarono i limiti.

Per vincerne la resistenza, la Juventus gli riconobbe centomila lire d'ingaggio, una Fiat 509 e uno stipendio di ottomila lire mensili, il tutto rapportato all'anno 1928.

L'Argentina insorse, la Federazione negò il nullaosta, ma tutto si risolse con una quarantena, al termine della quale la Juventus si ritrovò un fuoriclasse decisivo per la conquista dei cinque scudetti consecutivi degli Anni Trenta.

 

A intervalli più o meno regolari, nel dopoguerra, un Agnelli ricompariva in prima persona a reggere le sorti del club di famiglia. Prima Gianni, poi Umberto, i due figli di Edoardo. […]

Perché dall'altra parte della barricata c'era l'Inter e perché alla guida dell'Inter c'era un Moratti, Angelo, il padre di Massimo (l'attuale presidente), petroliere di successo.

Nella stagione '60-61 alla guida tecnica della squadra fu chiamato Helenio Herrera, ‘il mago’, strappato a peso d'oro al Barcellona.

L'Inter in quel campionato era partita a mille, accumulando largo vantaggio. Herrera aveva preteso un po' troppo dai suoi, sul piano atletico; la Juventus aveva operato prima un paziente avvicinamento, poi il sorpasso. Lo scontro diretto, al Comunale di Torino, il 16 aprile 1961, si configurava come il giudizio di Dio.

Sotto la spinta della folla, i cancelli cedettero, sulle gradinate si ritrovarono diecimila spettatori in più. Si riversarono in campo, accucciandosi lungo le linee laterali. L'arbitro era Gambarotta, di Genova. Per un po' tollerò la situazione, si cominciò a giocare e l'Inter colse anche una traversa. Ma i nerazzurri insistevano per la sospensione e l'arbitro li accontentò dopo mezz'ora. Il giudice sportivo, da regolamento, assegnò partita vinta all'Inter per 2-0.

La Juventus ricorse. Ora c'era un particolare, che oggi risulterebbe inconcepibile. Umberto Agnelli non era soltanto il presidente della Juventus, era anche il presidente della Federazione Calcio [corsivo mio]. E quando la Caf (Commissione di Appello Federale), in terzo e ultimo grado, sconfessò la sentenza e ordinò la ripetizione del match, per la buona fede della società ospitante, Moratti non ci vide più.

Ordinò di schierare la squadra ragazzi e così Herrera fece. La Juventus non usò riguardi, né concesse sconti. Vinse 9-1 e Sivori realizzò sei gol, un record. Vittorio Pozzo commentò: ‘Un'offesa allo sport’.

 

Per singolare nemesi, l'Inter di Moratti ereditò dalla Juve non solo la leadership calcistica, negli anni Sessanta, ma anche i privilegi riservati ai potenti.

Di quell'Inter si ricordano oltre cento partite senza un solo rigore contro. Non a caso, quando Agnelli volle la rifondazione di una grande Juventus, accanto a Giampiero Boniperti presidente chiamò Italo Allodi, che dell'Inter morattiana era stato il discreto e lungimirante tessitore.

La Juventus riprese a vincere, contro avversari che si alternavano all'opposizione, e trovavano un comune terreno d'intesa solo nelle lagnanze sui verdetti del campo. Il Torino perse per un punto lo scudetto '72, anche perché l'arbitro Barbaresco gli cancellò un clamoroso gol segnato a Genova, contro la Sampdoria, dal mediano Aldo Agroppi.

La palla aveva abbondantemente varcato la linea bianca, prima di essere ricacciata da un difensore sampdoriano: l'episodio anticipa perfettamente i gol fantasma che hanno avvelenato [le stagioni dal ’98 in poi]. Il Torino uscì sconfitto 2-1, il gol di Agroppi a due minuti dalla fine sarebbe valso il pari e un punto in più in classifica.

 

Maggior sensazione ancora destò la conclusione del campionato '80-'81, contrassegnato dal lungo, appassionante duello della Juve di Giovanni Trapattoni con l'emergente Roma di Nils Liedholm. […] Lo scontro scudetto con la Roma andò in scena a Torino il 10 maggio 1981, con la Juventus avanti di un punto in classifica.

Partita a lungo bloccata sul pari, che avrebbe fatto il gioco della capolista, sin quando il difensore romanista Ramon Turone, spintosi all'attacco, realizzò il gol decisivo con un perfetto colpo di testa. L'arbitro Bergamo, livornese come Ceccarini, consultò il guardalinee e annullò per fuorigioco. Alla moviola, la posizione di Turone apparve regolare. Nell'occasione, il presidente della Roma Dino Viola pronunciò una frase rimasta celebre: “Lo scudetto è stato assegnato per una questione di centimetri”.

 

Già pesantemente segnata dai sospetti, nel campionato successivo la Juventus si trovò invischiata in un interminabile testa a testa con la Fiorentina, che le scatenò contro le ire (non ancora placate) del regista Franco Zeffirelli.

Juventus e Fiorentina lottarono punto a punto per l'intera stagione, con la Roma in scia, e a una giornata dalla conclusione si ritrovarono in perfetta parità, 44 punti a testa.

L'ipotesi dello spareggio, conclusione tutto sommato ideale per stemperare i veleni, appariva la più probabile. Per la Juventus a Catanzaro e la Fiorentina a Cagliari la vittoria era considerata poco più che una formalità. A Catanzaro l'arbitro Pieri concesse un rigore alla Juventus, che lo trasformò con Liam Brady (già ceduto per far posto a Michel Platini, ingaggiato personalmente dall'Avvocato) e lo difese sino al termine. A Cagliari anche la Fiorentina era andata in gol, con Graziani, ma l'arbitro Mattei aveva annullato il punto, fermando così il risultato sullo zero a zero. Ancora una volta si scatenò il finimondo, sul quale cadde però provvidenziale la cappa del Mundial, che si sarebbe concluso con il trionfo in Spagna dell'Italia”.[11]

 

 

 

1.2. Scommettiamo che…

 

Gli scandali scommesse hanno contrassegnato la storia del calcio italiano. Grandi campioni tra cui Paolo Rossi, il simbolo dell’Italia calcistica nel mondo, sono stati squalificati per questo motivo. Il Milan, una squadra con una grande tradizione, fu retrocessa in B insieme alla Lazio.[12]

Carlo Petrini, calciatore di alto livello (giocò al Milan di Nereo Rocco nel 1968-69, alla Roma di Nils Liedholm nel 1976) ha raccontato in vari libri la sua esperienza. Nella primavera del 1980 risultò coinvolto nello scandalo del calcio-scommesse, e la sua carriera terminò con una pesante squalifica.

Sono narrate le miserie vissute in prima persona – come protagonista, o come testimone – all'interno di un mondo dorato ma permeato di ipocrisia: i pareggi “concordati” e le partite “vendute”, il doping e gli espedienti per eludere i controlli, i soldi “in nero” e le sfrenatezze sessuali. Un’epoca calcistica che molti oggi rimpiangono si rivela non molto diversa da quella odierna.

Ecco uno tra i tanti episodi (siamo nel 1980, le partite si giocano tutte la domenica pomeriggio, le trasmette in esclusiva la Radio con “Tutto il calcio minuto per minuto”, la pay tv deve ancora arrivare, nessuno sa ancora cosa sono i diritti televisivi per le dirette):

 

“Domenica 13 gennaio 1980 si doveva giocare Bologna-Juventus. I bianconeri erano in una situazione disastrosa: erano reduci da tre sconfitte consecutive e in classifica stava scivolando in zona retrocessione. Il giovedì prima della partita il nostro direttore sportivo alla fine dell’allenamento ci radunò tutti nello spogliatoio e ci disse: ‘ci siamo messi d’accordo con la Juve per pareggiare la partita di domenica. E’ chiaro per tutti?’ Nessuno di noi giocatori ebbe niente da obbiettare, cosí Sogliano se ne andò tutto soddisfatto.

 

A quel punto il nostro allenatore ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. Discutemmo la somma da puntare, alla fine si optò per 50 milioni. Dovetti convincere ad accettare la nostra scommessa da parte degli scommettitori clandestini perché non si fidavano.

Infatti mi dissero che ultimamente avevano preso più di una fregatura: certi giocatori gli avevano promesso risultati che in campo non erano stati mantenuti. Avevano perso un mucchio di soldi. Si convinsero solo quando gli dissi che gli accordi per il pareggio non li avevamo presi noi giocatori , ma i dirigenti delle due società.

La prova di quello che dicevo si trovò nella Gazzetta dello Sport della domenica mattina: ‘Alla Juve basta un pareggio’ dichiarava l’allenatore bianconero Trapattoni.

Ricordo che quando uscii dagli spogliatoi per recarmi in panchina incrociai Trapattoni. Gli raccomandai il rispetto dell’accordo preso dalle due società, e lui mi disse che potevamo stare tranquilli, che non c’era nessun problema.

Anche i miei compagni, nel sottopassaggio prima di entrare in campo, fecero lo stesso con alcuni giocatori juventini gli dissero che avevamo scommesso sul pari; uno di loro rispose:

 

‘Tranquilli, noi oggi non abbiamo scommesso, il colpo l’abbiamo già fatto due domeniche fa con l’Ascoli’.

Quando si concordavano i pareggi si puntava allo 0 a 0, proprio per evitare di trovarci in situazioni imbarazzanti o che il controllo del risultato potesse sfuggire di mano. Fu così per quasi tutto il primo tempo, il nostro primo tiro in porta fu al 35° minuto, la Juve non fece molto di più. Il pubblico cominciò a protestare, sembrava una commedia più che una partita di calcio.

Nella ripresa il nostro portiere, totalmente deconcentrato, ne combinò una grossa: al 10° minuto, su un’innocente tiro di Causio, si impaperò e il pallone gli scivolò nella rete. In campo l’imbarazzo fu generale. Causio, più dispiaciuto che contento per il goal, si avvicino alla panchina e discusse con Trapattoni.

Nel giro di pochi minuti incominciammo a credere che i giocatori della Juve non volessero più rispettare l’accordo. La tensione in campo divenne alta, noi insultavamo gli juventini, che tacevano imbarazzati. A un certo punto Bettega ci disse ‘Calmatevi: la responsabilità di farvi pareggiare me la prendo io’. Meno di un quarto d’ora dopo la situazione venne risolta dagli stessi bianconeri: su un nostro calcio d’angolo, Brio ci regalò una bella autorete. Tutti a posto e tutti contenti.

L’indomani leggendo la cronaca della partita, ce la ridemmo di gusto. Un nostro dirigente venuto a sapere del pareggio concordato ci disse: ‘Brutti stronzi, potevate dirmelo che scommettevo anch’io’. I soldi che avevamo vinto per questo pareggio concordato non li avremmo mai presi. Alcuni di noi (me compreso) fecero altre combine.

A fine febbraio il presidente e Sogliano mi chiesero se oltre alla partita con la Juventus noi giocatori avevamo preso accordi con altri pareggi combinati. Io negai stupito. Il presidente mi disse: ‘mi hanno chiamato due tizi con l’accento romano: vogliono 200 milioni, sennò presenteranno una denuncia alla procura di Roma… Non capisco: hanno avuto il pareggio con la Juve, non vi hanno ancora pagato i 50 milioni della scommessa, e vogliono denunciarci!’.

Fu la fine. Il 16 marzo i giudici avevano mandato una prima serie di comunicazioni giudiziarie per truffa. Fra gli altri ai presidenti e allenatori di Bologna e Juventus.

La sera alla ‘Domenica Sportiva‘, fecero rivedere i due autogol della partita incriminata, il signor Bettega in collegamento da Torino, protestò, era indignato, fece una bella sceneggiata.

Noi, vedendo la scena in Tv, trovammo la forza di ridere.

Non solo era un ottimo giocatore, ma l’attaccante della Juve era anche un grande attore. Ormai era tutto finito. Ci furono arresti in tutta Italia, tanti giocatori erano coinvolti e tante squadre furono penalizzate (una su tutte il Milan). Perché nessuno di noi del Bologna venne arrestato come tutti i giocatori coinvolti nello scandalo? Forse perché di mezzo c’era la nostra partita con la Juventus. Se fossimo finiti in carcere, avremmo potuto raccontare di quel pareggio combinato con la squadra dell’Avvocato. […]

 

Ai primi di maggio (1980) la Federazione chiuse la sua inchiesta. Per la partita Bologna – Juventus del 13 gennaio venivo rinviato a giudizio con altri miei compagni, presidente e allenatore del Bologna compresi. Il processo riguardava anche Boniperti e Trapattoni (rispettivamente presidente e allenatore della Juventus). Il processo per noi del Bologna cominciò il 23 maggio, qualcuno mi disse che erano in corso grandi manovre per insabbiare la partita con la Juve. Le previsioni vennero tutte confermate.

Mi misero davanti ad uno dei miei due amici scommettitori, io negai tutto ma loro confermarono le accuse nei miei confronti. Incontrai Boniperti ed il legale della Juve, l’avvocato Chiusano.

Disse che voleva parlarmi. Mi disse: ‘Petrini, è nell’interesse di tutti che il signor Cruciani non venga a testimoniare. Noi rischiamo la serie B, lei la radiazione. Quindi cerchi di rintracciare Cruciani e gli prometta tutto ciò che vuole. Se lei darà una mano a noi, noi daremo una mano a lei, d’accordo? Io non sapevo cosa fare.

Decisi di accettare e incontrai Cruciani. Riferii quello che mi aveva detto Boniperti, non si doveva presentare al processo, gli dissi che se non fosse andato a testimoniare la Juve aveva pronto un assegno di 70 milioni tutto per lui.

Mi disse: ‘Vabbè, domani sparisco ma guai a voi se mi fregate un’altra volta. Torno e vi faccio neri tutti quanti.’

L’indomani, quando arrivai in Federazione mi vennero incontro Boniperti e Chiusano. Il primo era agitato, il secondo era una statua. Gli dissi che era tutto a posto. Cruciani non si sarebbe presentato ma in cambio voleva 70 milioni, il prezzo stabilito.

Boniperti tirò un sospiro di sollievo. Fui costretto a confrontarmi con Trinca, stavolta per la partita giocata contro la Juve.

Io negai tutto. Trinca era infuriato perché Cruciani non si presentò. Ai giornalisti che gli domandavano dell’assenza di Cruciani, Trinca dichiarò: ‘Cruciani non è venuto forse perché a paura… E’ troppo facile prendersela con il Milan e con Colombo (presidente della squadra rossonera): anche la Juve deve finire in serie B!!! Sennò è uno scandalo!!!’

Per il giudice le due società Juventus e il Bologna furono assolte per mancanza di prove. Furono inflitte pene ai giocatori del Bologna (per altre partite combinate) tra cui io (6 mesi di squalifica). Fra tutte le squadre coinvolte nello scandalo, la sola che ne usciva con il minimo danno era la Juve” [13].

 

Una storia molto istruttiva anche per chi ritiene che l’inserimento di Moggi abbia imbastardito lo “stile bianconero”, il modo di fare degli Agnelli e della sua corte. La continuità è evidente, i ricorsi palesi… Poco dopo alcuni di quegli stessi protagonisti sarebbero stati acclamati come eroi nazionali, i vincitori del campionato del mondo, i trionfatori di Madrid…

 

Anche a livello provinciale le cose non sono molto diverse. Da lunghi decenni, il presidente tipico di una media squadra di calcio è il palazzinaro rozzo, corrotto, amico degli amici e nemico della grammatica e della lealtà sportiva.[14]

 

 

 

2. “Gli ultrà sono la parte migliore del calcio”

 

Più che il non trascurabile richiamo del denaro, sembra che il motore principale che ha portato al baratro il sistema calcio sia il desiderio inarrestabile del tifoso medio di “fottere” l’odiato nemico con ogni mezzo, assecondato da dirigenti senza scrupoli, desiderosi di una facile popolarità, dell’applauso delle plebi, delle strette di mano “sul corso”.

Non è facile descrivere l’immensa quantità di odio, disprezzo, violenza che ogni domenica calcistica italiana riesce ad esprimere. Dal Nord al Sud, più le città sono vicine più cresce la febbre del “derby”, l’ottusa rivalità che non di rado sfocia nello scontro armato.

Le forze di polizia di tutto il paese sono settimanalmente mobilitate per contenere questo enorme serbatoio di odio, per limitare la violenza, per impedire gli scontri.

Quando “va tutto bene”, si assiste comunque a duelli verbali spaventosi che si esprimono in cori, insulti ritmati, striscioni grondanti aggressività.

 

Non c’è solo emarginazione giovanile nelle “curve” che affollano gli stadi, ma anche una vasta area di consenso di persone “normali” che ritengono giusto lo scontro col campanile avverso.

Questo avviene in serie A come nei campetti in terra battuta, indipendentemente dal fatturato in gioco. Ecco una tipica espressione del tifoso: “vincere sul campo, vincere sugli spalti”.

Sono i due obiettivi che rendono piena una vita insipida. La vittoria sul campo la ottiene la squadra, ed alla fine ogni mezzo va bene. Il trionfo sugli spalti si ottiene con striscioni taglienti, cori offensivi che durano 90 minuti e – se la polizia lo permette - scontri all’arma bianca o sfregi all’avversario (il più ambito è lo scippo di striscioni e simboli del nemico: sciarpe, maglie, etc.).

 

Nel marzo del 2004 viene raggiunto il culmine. Con una vera e propria azione eversiva, gli ultrà romani impongono allo Stato le loro decisioni: la partita Roma-Lazio non si gioca, tutti a casa. Viene diffusa la notizia falsa di un ragazzino ucciso dalla Polizia. Sono ore di angoscia e tensione, in mondovisione. In troppi, giornalisti compresi, credono ai teppisti e non al questore.

 

Si arrivava così ad un’azione di forza degli ultrà contro i due principali nemici: le divise blu e la televisione. I primi colpevoli della “repressione”, la seconda punta di diamante del “calcio moderno”, che vuole trasformare i “catini all’italiana, arene per eroici combattenti, in stadi all’inglese, teatri per famiglie ‘armate’ solo di un biglietto, contropartita dello spettacolo acquistato”.[15]

 

La televisione diventa nemica, perché svuota gli stadi e soprattutto perché non può sopportare la visione (per i propri clienti) di scene di sangue e - meno che mai – di partite interrotte.

 

Il tifoso estremo difende quindi i propri valori, contro la tv e contro la polizia, che con spiegamenti sempre più ingenti e tecniche antisommossa tende ad impedire il maschio confronto tra medievaleggianti “comuni” (provate a chiedere ai cittadini di Pisa o Livorno cosa succede quando queste squadre di affrontano…). La cultura guerresca e squadrista celebra nello scontro il suo massimo punto di arrivo.

 

Lo scontro va anche cercato, ma leale e senza ‘lame’. Chi affronta lo scontro è un uomo, chi scappa è un coniglio. La massima irrisione possibile è rivolta alla fuga dei ‘conigli’, cioè coloro che non affrontano uno scontro.

La polizia è il fastidioso impedimento al dispiegarsi ‘naturale’ degli scontri.

 

Questi concetti sono propri degli ultrà, sono la loro mentalità sempre esibita, e proprio per questo è impossibile distinguere tra buoni e cattivi, simpatici e no.

La cultura dello scontro e dell’avversione ai “conigli” è la bandiera di tutti gli ultras, indipendentemente dai colori che esibiscono sugli spalti, o dalla loro eventuale fede politica. Il culto del tafferuglio è lo stemma che esibiscono con orgoglio in ogni occasione. La squadra di calcio è un “patrimonio della città” da difendere a tutti i livelli, e non esiste alcun interesse più ampio.

 

Se la società di calcio è un “valore sociale”, si può anche passare sopra sulle malefatte dei dirigenti e sostenere l’ennesimo condono. Perché qui si parla di valori superiori, come minimo l’onore della nostra città…

Per sommo paradosso, l’emergere della corruzione ai piani alti ha permesso a bande di potenziali assassini, teppisti e violenti di presentarsi come la “parte sana” di un mondo marcio, e non come sua base fondamentale.

 

 

 

2.1. La cultura della vittoria

 

La cultura della vittoria a tutti i costi in quella che somiglia ad una guerra, ha portato dirigenti e “manager” a considerare ogni mezzo per assicurare una promozione, una salvezza, un piazzamento alla propria squadra.

Il sistema Moggi è anche il prodotto di una domanda forte e proveniente dal basso: un campionato pilotato che assorbe e controlla mano mano tutto e tutti, cancellando l’elemento di imprevedibilità del calcio che è essenziale al gioco ma che i tifosi non accettano più. Negli ultimi anni ogni retrocessione è diventata una tragedia, accompagnata da contestazioni, auto incendiate, strade bloccate, minacce ai giocatori e clima di guerriglia urbana.

 

Nonostante diversi morti e feriti provocati, il tifo organizzato trova ancora considerazione tra i dirigenti delle squadre ed i giornalisti che dedicano loro una retorica stucchevole: il dodicesimo uomo, i ragazzi che fanno tanti sacrifici, i nostri supporter…

 

Dal 2000 in poi le società di calcio hanno visto lievitare enormemente i costi, in attesa dei mirabolanti profitti che sarebbero arrivati dalla Borsa, dal merchandising, dalla tv via satellite.

Questi guadagni non si sono mai materializzati, ed i presidenti hanno pensato bene di rivalersi sulla collettività frodando i bilanci ed evadendo il fisco.

Anziché punire severamente evasioni milionarie (in euro), si sono trovate soluzioni all’italiana: il condono, lo spalma-debiti, il cavillo giuridico.

Le società se la sono cavata, soprattutto grazie al ruolo decisivo dei tifosi, che hanno bloccato traghetti e ferrovie, porti e stazioni, autostrade e viadotti, hanno occupato i centri delle città, hanno creato in breve problemi di ordine pubblico che sono risultati decisivi nelle decisioni delle istituzioni e di conseguenza nel perpetuarsi delle storture del mondo del calcio.

La grande anomalia del calcio rispetto ad altri settori dell’economia non è stato il semplice coinvolgimento emotivo del tifoso ma la presenza ingombrante del tifo organizzato, la pressione che ha esercitato con mezzi violenti.

 

In questo paese groppuscoli di teppisti sono stati in grado di bloccare le vie di comunicazione e condizionare le sentenze. Hanno creato un grottesco rovesciamento di realtà: ogni possibile esclusione delle squadre di calcio corrotte, truffatrici, indebitate e capaci di evadere il fisco e persino i condoni, non sono più state responsabilità di dirigenti cialtroni ma della magistratura che talvolta ha provato ad applicare le leggi. Da nord a sud, un'insana alleanza tra presidenti avventurieri e plebe violenta ha perpetuato il sistema, creato il cono d’ombra degli illeciti, giustificato e premiato i disonesti.

 

Alla fine, la contraddizione forte non è tra onesti e disonesti, ma tra vincitori e sconfitti. In Italia non esiste una cultura della sconfitta, ma in compenso domina l’ideologia della vittoria a tutti i costi, che è tanto più bella se rubata, irregolare, opaca.[16]

Qualcuno dovrà pure vincere, qualcun altro dovrà pure perdere. E il sistema Moggi non può accontentare tutti…

 

 

 

3. “Ci vuole la concorrenza”

 

I liberisti sono davvero convinti di essere moderni, e che tutti gli altri siano i figli del passato. Non si rendono conto di applicare più o meno alla lettera le idee settecentesche di Adam Smith ad un mondo che non somiglia per nulla a quello di tre secoli fa.

Al limite, sono più “moderne” le successive idee socialiste.

Eppure basta citare la libera concorrenza ed il mercato per risolvere ogni problema, nonostante infinite smentite della storia.

Personaggi a corto di idee e persino ex-marxisti hanno pensato bene di applicare la ricetta magica al calcio in crisi. “Ci vuole la concorrenza, uccisa dall’oligopolio di Milan e Juventus”.

Peccato che l’illustre esempio della NBA, la lega basket più famosa e ricca del mondo, ci dica che invece nelle leghe sportive funziona il cartello, il trust, e non la libera concorrenza che alla fine distrugge gli introiti e crea nuovi oligopoli.

Le società si accordano, raccolgono gli utili dei diritti tv, tramite la mutualità si spartiscono i profitti, stabiliscono regole come il salary cap per evitare squilibri eccessivi.

Il campionato è equilibrato, le partite avvincenti, il risultato sempre incerto. Il valore complessivo del prodotto ne guadagna. In tutto il mondo le tv hanno voglia di vedere l’NBA oppure il campionato di calcio inglese (attualmente sono questi i “pacchetti” più richiesti) perché lo spettacolo assicurato è di alto livello. Il campionato italiano è da tempo crollato nelle preferenze: partite brutte e noiose, oppure scontate, o bloccate dall’assillo del risultato e dalla pressione (anche violenta) dei tifosi. O ancora, abbiamo visto, pilotate da un arbitro del clan.

 

 

3.1. NBA, un cartello che funziona

 

Alla fine il campionato di calcio non è più appetibile, e ci perdono tutti, compresi i furbastri dalla Juventus ed i loro soci.

Un intervento apparso su lavoce.info del febbraio 2006 appare profetico rispetto a quanto succederà più tardi, al di là dell’aspetto scandalistico:

 

“La specificità del calcio è l’interdipendenza tra le diverse squadre, per cui le più forti hanno interesse che il gap con quelle deboli sia contenuto. Il "prodotto calcio" non è la singola partita, ma il campionato nel suo insieme, per cui se il grado di monopolio è troppo elevato – è sicuro che vinca sempre la stessa squadra – si riduce l’interesse per l’evento complessivo (il campionato), per quelli singoli (le partite); e quindi anche la domanda di eventi televisivi, da stadio, la pubblicità, le sponsorizzazioni, e così via.

 

 È esattamente ciò che sta avvenendo in Italia. Sì, è vero, le ragioni della contrazione della domanda sono molteplici: violenza, stadi scomodi, prezzi elevati degli eventi. Ma se il Chievo e il Treviso sanno già in partenza che non potranno mai vincere niente, qual è l’interesse per la partita o i benefici dell’incertezza del risultato?

 

Il vantaggio del monopolio, comprensibile in qualsiasi mercato e industria, non si applica al calcio. È comprensibile che un’impresa cerchi di acquisire potere di mercato e di dominare, a scapito dei concorrenti, per sfruttare gli ovvii vantaggi. Nel calcio invece il monopolio non paga, tende ad aver effetti sistemici destabilizzanti; più precisamente, oltre un certo limite crea seri problemi.

 

Più le grandi squadre si rafforzano, più aumenta lo squilibrio; maggiore il grado di concentrazione delle risorse a favore delle squadre dominanti, peggiore risulta l’equilibrio competitivo. L’aumento del grado di monopolio, con l’interesse degli spettatori, tende a ridurre anche il volume di risorse che possono affluire al calcio.

 

Esiste un limite fisiologico, oltre il quale si uccide il calcio. È facile prevedere che la situazione italiana possa arrivare presto a un punto di rottura. Stiamo infatti già sperimentando una drammatica riduzione delle risorse per il calcio”[17].

 

Non è la liberalizzazione ma sono le regole a salvare il sistema calcio, non è una concorrenza libera a salvare il povero “consumatore” vilipeso. La diminuzione degli spettatori negli stadi non dipende solo dai costi alti, ma dalla concorrenza della tv (che permette di vedere una partita anche a prezzi stracciati, in risposta a chi parla di “mercato oligopolistico che porta all’innalzamento dei prezzi”), da stadi scomodi e pericolosi.[18]

 

Il calcio italiano, alla fine, deve decidere cosa fare da grande. Se è sport, passione, tifo, irragionevolezza e basta non può pensare alla Borsa, ai costi ed ai fatturati attuali, ad una parificazione con altri Paesi europei. In questo caso occorre effettivamente una demercificazione ed una decrescita.

Se invece vuole essere una industria dello spettacolo, ed una delle prime del Paese come le consentono i numeri di spettatori, tifosi, appassionati, allora deve abbandonare le pressioni della piazza, le furberie da cafone arricchito, i campanilismi giustificatori, così come le parodie del marketing e dei manager e le truffe aggravate e continuate, le ricette liberiste fuori posto e fuori luogo.

Deve darsi regole severe e certe, comprendendo che non è il denaro ad essere corruttore, ma la scarsa virtù di chi lo maneggia.[19]

In questo caso il problema non è “essere merce”, ma che la merce sia gestita con onestà e serietà, e comunque con un sistema di controlli impeccabili che – se necessario – riveda il concetto anomalo di “giustizia sportiva” che nei fatti è servito per mettere al riparo lo sport da controlli e verifiche.

Il doping, ad esempio, non è semplicemente il frutto del crescente sfruttamento delle prestazioni di esseri umani spremuti oltre ogni limite ma anche un fenomeno che cresce in assenza di controlli non troppo difficili da effettuare con sistematicità.

 

Le leghe Usa, spesso citate a sproposito, sono dei cartelli, dei trust, in cui  è difficile essere ammessi, non esiste retrocessione né promozione, e dove si usano vari vincoli amministrativi – salary cap[20], mutualità, contrattazione collettiva dei diritti – finalizzati alla competitive balance.

    

 

 

4. “È lo specchio di un paese corrotto”

 

''Questo scandalo e' lo specchio dell'Italia, un Paese che evidentemente proprio non può fare a meno degli intrallazzi''[21].

Si tratta di uno dei tanti interventi che sottolineano il parallelismo tra mondo del calcio e resto della società. Non la pensa così Antonio Giraudo, uno dei dirigenti juventini sotto processo, e per una volta possiamo dargli ragione: "Si sa, il nostro è un mondo border line..."[22] dice nel corso del processo sportivo.

 

Secondo alcuni il calcio è lo specchio di una società profondamente corrotta e non un mondo a parte. Non è vero, perché abbiamo di fronte una vera realtà separata, con non pochi casi di schizofrenia.

Nel mondo del calcio hanno investito da protagonisti i primari gruppi industriali del Paese (Fiat, Mediaset,  Pirelli, Della Valle, Saras, Erg, …), moltissime aziende di media grandezza (Zamparini, Cellino, Preziosi, Franza, …) e le principali banche (tra le tante, il gruppo Capitalia).

Pur avendo avuto comportamenti discutibili, molte di queste non hanno mai raggiunto nel “mondo reale” i picchi di improvvisazione, corruzione, malagestione adoperate nelle squadre di calcio.

Non dimentichiamo il rischio fallimento di tutta la serie A del 2001-2002, salvata con i condoni. Non dimentichiamo che la stessa classe imprenditoriale che ha preteso riduzione del costo del lavoro, flessibilità e licenziamenti per l’economia “normale” pagava ad alcuni lavoratori privilegiati stipendi che assorbivano anche il 120% del bilancio totale. Non dimentichiamo che dirigenti e manager di prima grandezza non sono riusciti a scrollarsi di dosso il giogo, il potere di ricatto, le ritorsioni dei club del tifo organizzato, al prezzo di una gestione aziendale limitata.[23]

 

Un ulteriore luogo comune immagina i calciatori come miliardari e viziati. In realtà, i ricchi sono circa 200 su migliaia di praticanti, che giocano nelle serie inferiori, interrompono le carriere per mancanza di spazi o infortuni, sopravvivono con poco e già a trent’anni sono considerati vecchi, finiti.

Per entrare nel ristretto club di pochi super-ricchi e famosi, interrompono giovanissimi gli studi, seguono le lusinghe di procuratori senza scrupoli e genitori ambiziosi. Si rovinano la vita, quando gli altri finiscono gli studi o lasciano la famiglia loro devono ricostruirsi l’esistenza. Qualcuno riesce, resta nell’ambiente, tanti altri no[24].

 

Spesso usano ogni mezzo per accumulare quanto più denaro possibile, e tra questi ci sono le scommesse clandestine.

 

Da “dentro” possono far tesoro di informazioni utili per vincere. Ma a volte sono i giocatori di serie A a scommettere, e qui il denaro c’entra poco. C’entra forse la separazione dal mondo reale, il salto spesso brutale tra la situazione di partenza e quella d’arrivo, il bisogno di interrompere gli studi per seguire la carriera, l’ignoranza, in un mondo dove la cultura sembra un di più, un impedimento e non il quadro di riferimento che ti fa orientare in un mondo senza scrupoli.[25]

 

 

 

4.1. Un argomento di serie B

 

In Italia il calcio è stato considerato un argomento 'di serie B' da illustri accademici e seri editorialisti, pronti a sprecare inchiostro per le ultime dichiarazioni di Mastella ma non per una delle prime industrie del Paese.

Dopo lo “scandalo”, invece, sono arrivati mille commenti ed altrettante improvvisate proposte, fatte in genere da chi di calcio non si è occupato mai, e non ne conosce i fatti.

Gente che spesso salta sdegnosa la pagina della cronaca, e sempre e comunque “non prende il tram”.[26]

 

La crisi del calcio italiano è stata letta anche come frutto della globalizzazione, di un tentativo crescente di far aumentare a dismisura i profitti in parallelo all’altrettanto grande crescita dei costi. Il ricorso alla corruzione, al tentativo di pilotare le vittorie, diventa così il mezzo necessario per raggiungere l’obiettivo guadagno in un mondo ormai “fuori misura”.

Da qui, l’ovvia proposta di ridimensionamento o addirittura di regionalizzazione.[27] Un calcio autarchico, più povero, senza stranieri, magari con giocatori nati nella stessa regione.[28]

 

Per prima cosa, è molto triste che di fronte ad una crisi (cioè un accelerato processo di cambiamento, quindi non necessariamente qualcosa di negativo) si reagisca non con proposte avanzate o anche blandamente riformiste ma col sincero spirito reazionario, localistico, “riduzionista” che abbiamo imparato ad attribuire alla Lega ma che ha contagiato da tempo spiriti “liberali”, teorici no-global e sostenitori della decrescita.

 

In secondo luogo, il calcio globale è esattamente quello dei mondiali FIFA (marchio registrato), dove si assiste ad una crescita spaventosa di costi e profitti (sponsor e diritti televisivi)[29] parallela alla corruzione sistemica rappresentata dal padre-padrone Blatter, documentata in diversi saggi.[30]

Eppure nessuno si sogna di chiedere l’abolizione dei mondiali, la trasformazione in campionati locali (Abruzzo – Friuli, finale di un bel campionato delle regioni), la riduzione dei costi, la decrescita dell’evento, eccetera.

Anzi, la febbre dei campionati ferma intere nazioni, e nonostante un livello di gioco sempre più scadente, tatticismi esasperati, giocatori più impegnati a girare spot che a dare calci al pallone, quando “i nostri ragazzi” eliminano gli avversari non c’è editoriale o ragionamento che tenga.

Le piazze esplodono, un paese storicamente diviso in mille campanili ritrova per trenta giorni la sua unità, le emozioni sono condivise da milioni di persone.

 

 

 

5. Un caso di corruzione?

 

Il modello del “calcio moderno”, il calcio televisivo di Sky, nasce nella Premiership inglese, la prima ad introdurre anticipi e posticipi, dirette delle partite dei campionati, società proprietarie del proprio stadio. Attualmente, il campionato inglese è di gran lunga il più bello del mondo: le partite sono avvincenti e combattute, il livello dei giocatori è molto buono, non esistono partite pilotate o zero a zero preconfezionati.

Un modello squisitamente commerciale non porta per forza di cosa ed automaticamente alla corruzione. Possono esistere singoli scandali, come nel 2005 in Germania a proposito di arbitri, ma non un sistema che falsa interi tornei.

 

In Italia è accaduto qualcosa di molto diverso. Si ha corruzione se un dirigente paga sottobanco un arbitro per pilotare una o più partite, per avere un occhio di riguardo. È accaduto spesso, in passato.[31]

Ma si trattava di fatti tutto sommato episodici, tentativi delle squadre di seconda fascia di accaparrarsi qualche favore arbitrale. Il sistema Moggi ricorda invece la P2: una rete di personaggi di rilievo che assicurano benefici ai consociati e danneggiano tutti coloro che stanno fuori.

 

Negli ultimi anni, l’obiettivo principale è stato quello di punire gli irriducibili[32] e di assorbire ex nemici all’interno del clan: si veda la vicenda Fiorentina, storicamente nemica della Juve eppure costretta ad inchinarsi per evitare la retrocessione.

 

Essere affiliati al clan significava:

·         per i dirigenti, promozioni sicure; evitare le retrocessioni; risparmiare sugli acquisti dei giocatori (se sono sicuro della salvezza a che mi servono troppi acquisti?); avere in rosa uomini Gea a condizioni di favore;[33]

·         per gli arbitri amici, carriere fulminee fino ai massimi livelli;

·         per i giocatori e gli allenatori, anche se mediocri, la sicurezza di un posto in serie A o comunque ad alti livelli.

 

Prima con Stream e Telepiù, poi con Sky abbiamo visto famiglie intere indebitarsi per il costoso privilegio di osservare uno spettacolo truccato, fasullo.

Molti hanno fatto sacrifici incredibili per l’abbonamento, altri hanno attraversato l’Italia più volte per seguire la propria squadra rischiando la vita.

 

Alla fine hanno avuto la certezza di essersi dissanguati per uno spettacolo fasullo, uno show truccato. Gli è rimasta la magra consolazione di un processo sportivo celebrato nell’estate del 2006.

Dopo le prime sentenze, le reazioni sono tutte uguali. Fatta la solita premessa generale (lo scandalo, il marcio, lo schifo, “chi ha sbagliato paghi”, “no ai colpi di spugna”), se la condanna riguarda la mia squadra allora:

-         il sistema era questo;

-         lo facevano tutti, ma colpiscono noi![34]

-         non ci sono prove che siamo coinvolti;

-         cosa avremmo dovuto fare?

-         è facile fare i moralisti!

 

Conclusione con minacce (o messe in atto) di blocchi stradali e ferroviari, appelli alla mobilitazione al territorio ed alla classe politica locale, dichiarazioni di guerra ai nemici beneficiari delle nostre disgrazie ed infine l’immancabile denuncia del complotto ai nostri danni…[35]

 

 

 

5.1. Favori e sgarbi, padrini e compari, arroganti ed ignoranti

 

La vicenda Moggi rivela un’Italia provinciale, contadina, cafona, arcaica, primitiva. In pochi sono riusciti a capirla ed a raccontarla. Chiudiamo con tre interventi, tre stralci illuminanti scritti da chi si occupa quotidianamente di calcio, senza puzza sotto il naso.

 

“Il cuore del problema sta nel capire una volta per tutte che il calcio, non il Lecce o il Chievo o il Milan, è il prodotto che questa industria deve vendere nel suo complesso se vuole crescere bene e non storta come è cresciuta, uscendo dal miserabile campanilismo di nuovi o vecchi ricchi che vivono per fregare il presidente dell'altra squadra e del prodotto complessivo si strafottono.

Il moggismo nasce e prospera in questa cultura preindustriale italiana da fattore che ruba al padrone sul raccolto, o da albergatore che aggiunge due piani abusivi alla Pensione Mariuccia per battere il concorrente della Pensione Miramare e bloccargli la vista mare, anche a costo di sputtanare l'intera località balneare e andare poi a fondo, implorando l'aiutino della regione per non chiudere”[36].

 

 

“Un potere italiano trafficone e ruffiano che essendo del tutto all'oscuro del binomio diritti/doveri vive, si muove e si assesta attorno al binomio favori/sgarbi. Un mondo di comparaggi e padrinati (dunque, e lo si sottolinea sempre troppo poco, un mondo esclusivamente maschile, e familista, e sostanzialmente arcaico) sempre in bilico tra illegalità da accertare e un molto accertato squallore.

[…] Ovunque un ‘tu’ piacione e colloso, un clima da eterna rimpatriata […] e una furbizia greve, da commedia dell'arte: quella stessa che poi vediamo, ripulita dei suoi quadri più inconfessabili, nei peggiori talk-show calcistici, dove "l'amico Moggi" da anni ammannisce a una platea spesso estasiata oscure facezie e sorridenti minacce, una specie di andreottisimo però imbertoldito, un'imitazione popolaresca del Potere che è parodia però senza saperlo. In fondo soprattutto penosa, e penosa non tanto perché rimanda a probabili prepotenze calcistiche, quando perché incarna (altro che calcio...) la vecchia furbizia contadina italiana appena appena camuffata, incravattata di fresco, e riscodellata in video per la gran gioia di chi non vuole fare la fatica di pensarci diversi, noi italiani, da questo stucchevole arrangiarci da subalterni: da servi, altro che da potenti. (Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora fare)”[37].

 

“Era l’autunno del 1999 […], all’epoca la Juve era, ovviamente, la padrona incontrastata – assieme al Milan - del calcio italiano, la Fiorentina era appena arrivata seconda, la Lazio si apprestava a vincere il suo secondo scudetto ed il Parma collezionava trofei su trofei.

Com’è andata a finire dopo solo 7 anni è ben noto e rende inutile un ripasso, ma ciò sul quale intendo soffermare la mia attenzione - stimolando anche i ricord i- è un altro aspetto: questi personaggi – tutti, chi più e chi meno - hanno posto in essere una vera e propria occupazione, direi quasi militare. Tramite “soldati” ben prezzolati, assoldati – come si conviene - secondo le competenze settoriali di ciascuno (arbitri, dirigenti, procuratori, giornalisti, financo politici), hanno creato un sistema loro all’interno del sistema calcio.

Ed anche questo è ormai ben chiaro a tutti.

Ma ciò che la gente che sta all’esterno non sa sono i modi, che spesso parlano più di mille fatti e che mi hanno sempre colpito ed amareggiato.

Questi personaggi si muovevano all’interno del mondo del calcio con la stessa aria con la quale il padrone delle terre meridionali degli Stati Uniti dell’Ottocento faceva un giro tra i suoi schiavi.

E se dispensava un sorriso ogni tanto era solo per dimostrare magnanimità e benevolenza, ma sempre da parte del padrone.

Arroganza continua, potremmo dire, con l’accondiscendenza – bisogna dire anche questo – di chi, comunque avrebbe potuto dire “stop”, ma a che prezzo?

“Troppo alto” - avrà pensato- “ed allora meglio stare in scia alla grande nave accontentandosi degli avanzi che affondare, e poi, magari, se sto bene in scia un giorno mi fanno anche salire a bordo. Certo, in sala macchine, tra i rumori ed il fumo, ma comunque a bordo”.

E quindi ogni tipo di arroganza veniva consentita, come quando i dirigenti della Juve pretendevano che le loro 4 guardie del corpo personali li seguissero anche all’interno degli spogliatoi, pur senza esserne autorizzati. Ed a nulla valevano le rimostranze anche del rappresentante delle Forze dell’Ordine, in divisa, che in quella area dello stadio, garantiva personalmente, insieme con i suoi uomini, dell’incolumità dei dirigenti medesimi. E poi, casomai, una maglia autografata di Buffon o Del Piero si trova sempre…nessuno può immaginare quanta “prostituzione” circoli negli spogliatoi attorno ad una maglietta, meglio se sudata.

Arroganza, senso di onnipotenza che trasudava in ogni occasione ufficiale nella quale la prassi obbligava le società, specie se piccole, ad omaggiare il Presidente (di Lega prima e federale poi) Carraro di presenti che costavano anche dieci o quindici milioni di lire cadauno. Ed era un problema perché, come ribadiva la segretaria al telefono, “Sa, il Presidente è molto esigente, e tra l’altro ha gusti raffinati e, soprattutto, non esiste cosa che non abbia”. Ed allora, oltre alla spesa, bisognava scervellarsi per inventarsi qualcosa di originale da omaggiare al Presidente.

Arroganza che spesso fa rima con onnipotenza e, soprattutto con senso di impunità. Rispetto a tutti. Rispetto a tutto. Come la gestione del caso-passaporti o le varie squalifiche sempre clementi con le loro squadre, sempre esemplari con le altre. Arroganti, onnipotenti ed impuniti anche sul campo ed i calciatori recepivano completamente questi atteggiamenti.

I celebrati campioni delle “sette sorelle” che parlano con le mani in faccia agli arbitri, quegli arbitri che, in realtà, non hanno nessuna voglia di farle arrabbiare, le “stars”, sono l’emblema di questa arroganza dilagante. […]

Mercato governato col joystick, arbitri a libro paga e chi più ne ha più metta. Fa quasi tenerezza vederli ora con gli occhi bassi, lo sguardo della vittima, farfugliare teoremi difensivi goffi, ma ciò che è ineludibile è la constatazione del crollo di un mondo nel quale per troppo tempo arroganza è stato – come sempre avviene - sinonimo di ignoranza e l’ignoranza, stavolta non quella etica, ma quella derivante dall’assenza di libri, non ha consentito a tutti questi predoni di sapere che nessuna occupazione, nessun esercizio di potere assoluto dura in eterno”[38].

 

 

             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Agenzie, 19 maggio 2006

[2] Repubblica, 19 maggio 2006. La notizia era dapprima smentita, ma gli investigatori hanno poi deciso di proseguire su questa pista che porterebbe al famigerato IOR (Istituto Opere Religiose), la banca del Vaticano coinvolta a suo tempo nella vicenda P2.

[3] “Aumentano risse e aggressioni agli arbitri, genitori-ultrà scatenati. A Gaeta botte tra Under 15. Risse tra giocatori, scontri fra tifoserie, l' intervento della polizia. É successo tutto tra sabato e domenica. Non all'Olimpico, ma sui campetti di Allievi e Terza categoria”, “Il calcio dei giovani copia i ‘cattivi maestri’”, Corriere della Sera, 2 aprile 2003.

[4] Tra i tantissimi casi, un arbitro picchiato a Cremona dai dirigenti della società nel ‘99, la maxirissa tra allenatori e giocatori tra Scarioni e Cimiano nel ‘95, un giocatore ridotto in fin di vita in un campo di periferia a Palermo nel 2005, una rissa in campo e sugli spalti durate Appio-Trullo nel 2006, l’aggressione all’allenatore del Campobasso nel 1999,

Sono poi numerosissimi gli scontri tra le tifoserie. Specie in Campania, la situazione è drammatica durante gli incontri tra le squadre minori.

[5] “Campania, la paura di essere arbitro”, Corriere della sera, 7 marzo 1992.

[6] “Giocatori picchiati, società complici”, Corriere della sera, 16 marzo 2000.

[7] Repubblica, 11 gennaio 2001.

[8] Repubblica, 8 gennaio 2003.

[9] Tre anni dopo furono incendiate le auto di alcuni calciatori del Locri, forse per una vicenda di partite truccate. Il 20 marzo 2006 è stato assassinato Enzo Cotroneo, popolare centravanti del Locri.

[10] Repubblica, 14 novembre 2005.

[11] Adalberto Bortolotti, “Storia di scippi e scudetti”, L'Espresso, 14 maggio 1998.

[12] Nel 1980 scoppiava lo scandalo del calcio scommesse. Milan e Lazio in serie B, anni di squalifiche per i calciatori Giordano, Cacciatori, Albertosi, Manfredonia, Paolo Rossi. Nel 1986, secondo scandalo calcio-scommesse e Totonero. Penalizzazioni in serie.

[13] Carlo Petrini, “Nel Fango del Dio Pallone”, Kaos Edizioni, 2000.

[14] Molto ampio ed ancora da scrivere il capitolo dei rapporti tra mafie e società di calcio del Sud. Nel luglio 2005, la Guardia di Finanza indagava su Avellino e Salernitana, che sarebbero state intestate a un prestanome di Pasquale Casillo, imprenditore campano affiliato ai clan della camorra. Anche in passato le vicende simili sono state ricorrenti. Casi analoghi in Calabria e Sicilia. 

[15] Sono espressioni tratte dal sito web delle Brigate Gialloblù di Verona, uno dei gruppi più violenti e razzisti del panorama italiano.

[16] Nel corso dell’ultima decisiva partita del campionato 2006 a Bari, i locali tifosi juventini esponevano un enorme striscione: “Il fine giustifica i mezzi, grazie Triade”.

[17] Mauro Marè, “La deriva americana del calcio italiano”, lavoce.info, 02 febbraio 2006.

[18] La maggior parte degli stadi italiani è stata ristrutturata con i mondiali del 1990, quando prevaleva l’idea del mega-impianto. Si sono creati stadi enormi, quasi sempre destinati a rimanere vuoti, e scomodi: scarsa visibilità, posti a sedere disagiati, bassa sicurezza. Oggi prevale il modello inglese, che privilegia impianti piccoli ma pensati per vedere bene una partita di calcio. In più, l’impiantistica è sempre stata a carico degli enti pubblici, che a fronte di concessioni spesso inadeguate hanno lasciato al privato la maggior parte degli introiti e dei benefici.

[19] Ho letto da qualche parte una bella citazione di Guido Carli: “Siamo abbastanza virtuosi per essere poveri, ma ancora non abbastanza per essere ricchi”.

[20] Si tratta del tetto massimo salariale da applicare a tutti gli aderenti ad una lega.

[21] Vicktor Uckmar, intervista al Messaggero del 18 luglio 2006.

[22] Repubblica, 5 luglio 2006.

[23] Per una ricostruzione completa del rischio fallimento in serie A si veda “Il Farma Calcio”, www.terrelibere.org/counter.php?riga=100

[24] Il film “L’uomo in più” di Paolo Sorrentino (2001) contiene una bella descrizione di queste situazioni.

[25] "È una persona che ha sempre voglia di ridere e scherzare, è un ragazzo spensierato. Gigi [Buffon] sta interpretando bene questa situazione, conoscendolo non credo proprio che molli", dice il capitano della Nazionale Cannavaro a proposito del portiere indagato per le scommesse, in Valerio Guerzi, “Hanno intercettato solo lui”, Repubblica 24 maggio 2006. Il giorno precedente, il difensore Nesta, ad una domanda su Borrelli, risponde così: "Non conosco questa persona, quindi non sono in grado di dare un giudizio, spero solo che si faccia giustizia" in Repubblica, 23 maggio 2006.

[26] Ad una domanda sulla decadenza del cinema italiano successivo alla fase d’oro del neorealismo, il celebre sceneggiatore Cesare Zavattini rispose: “dipende dal fatto che gli autori non prendono più il tram”, evidenziandone così il distacco dalla realtà.

[27] Tra le tante proposte in questo senso, la più autorevole è quella formulata da Eugenio Scalfari, Venerdì di Repubblica, 2 giugno 2006.

[28] In pratica, il ritratto del Campionato nazionale dilettanti, che esiste già ed è caratterizzato da violenza e corruzione, come ampiamente documentato in precedenza.

[29] I diritti TV dei mondiali sono diventati così alti che molte Tv di stato e network nazionali (tra cui la Rai) non se li possono più permettere. Nel 2006 l’ente pubblico italiano ha perso molte partite importanti tra cui Germania-Argentina, ed ai telespettatori non è rimasto altro che pagare la pay-tv via satellite od ingegnarsi tramite P2P Tv, catturando via Adsl il canale di stato cinese CCTV, che invece ha comprato i diritti per tutte le partite.

[30] Il più noto è il libro di Andrew Jennings, “I padroni del calcio”, Piemme  2006, secondo cui il calcio "puzza dalla testa". Si tratta di un atto d'accusa nei confronti dei vertici della Fifa, della leadership del calcio, dei grandi sponsor, che racconta di bustarelle, cocaina, fondi neri, trucchi, biglietti contraffatti, scandali, intimidazioni fino a Germania 2006.

[31] Uno dei casi più noti è il cosiddetto scandalo dei Rolex del 2000. Numerosi regali dei presidenti di serie A, in occasione del Natale, ai designatori arbitrali. Tra questi gli orologi d’oro donati dal presidente della Roma Sensi.

[32] Si veda il caso Zeman: l’obiettivo di Moggi era quello di non farlo allenare. Chiunque l’avesse assunto, avrebbe subito le ire del sistema.

[33] Il caso più evidente è stato quello del Messina Calcio, che ha collezionato promozioni in serie dalla C fino ai limiti della zona Uefa, sempre con organici scadenti (a detta dei commentatori) ma con solidissimi agganci col sistema Moggi e col sistema arbitrale, sempre prodigo di favori.

[34] "Penso che il sistema emerso con le intercettazioni riguardasse tutti, tutto il nostro calcio. Solo il telefono di Moggi era sotto controllo. Non sono state intercettate tutte le società, non tutti i club erano sotto controllo" dice il capitano della nazionale italiana poi campione del mondo, in "Hanno intercettato solo lui", cit.

[35] Tra i tantissimi esempi, eccezionale il riferimento al “disegno austro-ungarico volto al ripescaggio del Bologna” denunciato dal presidente del Consiglio comunale di Reggio Calabria, Agenzie del 21 luglio 2006.

[36] Vittorio Zucconi, Lettere al direttore, repubblica.it, 16 maggio 2006.

[37] Michele Serra, “Il Paese anormale dove Moggi comanda”, Repubblica 5 maggio 2006.

[38] Giusva Branca, “Arroganza ed ignoranza”, www.strill.it




Formato per la citazione:
Antonello Mangano. "'Stringiamoci a corte'. 5 luoghi comuni sul calcio". terrelibere.org, 24 luglio 2006, http://www.terrelibere.org//stringiamoci-a-corte-5-luoghi-comuni-sul-calcio
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