Il farma-calcio
Il calcio è ancora una grande
passione popolare, ma da anni è messo seriamente in crisi da un sistema che non
è né industria dello spettacolo né sport di massa, ma un miscuglio improvvisato
di servilismi, furberie, imbrogli e rivalità estreme, violente ed inutili. Alla
crisi si risponde con proposte reazionarie, nostalgie vacue, campanilismi
esasperati o frasi fatte. L’Italia si conferma un paese arcaico e meschino,
capace di perdonare tutto in nome della vittoria e risolvere l’ennesimo
scandalo ricoprendolo di consolanti luoghi comuni…
Antonello Mangano
Sommario
“Stringiamoci
a corte”. Cinque luoghi comuni sul calcio italiano
1. “Ci sono
troppi interessi”
1.1. I bei
tempi andati
1.2.
Scommettiamo che…
2. “Gli
ultrà sono la parte migliore del calcio”
2.1. La
cultura della vittoria
3. “Ci vuole
la concorrenza”
3.1. NBA, un
cartello che funziona
4. “È lo
specchio di un paese corrotto”
4.1. Un
argomento di serie B
5. Un caso
di corruzione?
5.1. Favori
e sgarbi, padrini e compari, arroganti ed ignoranti
“I nostri ragazzi non cantano l’Inno”. Una delle
polemiche più inutili del calcio riguarda l’abitudine degli 'azzurri' di
rimanere a bocca chiusa durante l’esecuzione del canto nazionale, mentre
messicani francesi russi e uzbeki urlano a squarciagola i versi dell’amore
patrio.
Il nostro inno è brutto, dicono alcuni. Retorico e troppo violento
per un italiano, che di fronte a versi come “siam pronti alla morte” si guarda
attorno indeciso e dubbioso.
Difficile da comprendere per un giovane del terzo millennio,
che mai nella sua vita usa parole come elmo, chioma, speme, calpesti e
soprattutto coorte, che nel dubbio in tanti storpiano in “corte”. “Stringiamoci
a corte”, è stato osservato, è diventato così l’inno vero dei Moggi e dei Carraro.
Lo scandalo del calcio ha trovato impreparati i grandi
commentatori ed illustri accademici. Sembra ormai che la realtà segua
strettamente ciò che il più periferico dei bar sport italiani aveva ampiamente
previsto: “il campionato è manipolato, la Juventus vince rubando, gli arbitri
sono sempre a suo favore”.
Gli opinionisti avevano quasi sempre ignorato l’argomento, concentrato
lo sguardo sul singolo episodio anziché sul sistema, oppure avevano inventato
tesi finalizzate a contrastare tifosi inviperiti dall’ennesimo regalo alla
“gazza ladra” (uno degli affettuosi nomi riservati al clan bianconero).
Impagabile quella della “sudditanza psicologica”, che
secondo alcuni era il naturale atteggiamento dell’essere umano che, dovendo
scegliere tra un potente ed un poveretto, immancabilmente e fantozzianamente
opta per il primo.
In realtà la questione è ben altra, e lo scandalo (a quanto
parte l’unica forma che ci rimane per comprendere la realtà ed assistere a
qualche cambiamento, seppure non strutturale) lo ha mostrato chiaramente: non
una serie di fatalità ma un sistema.
Da allora, molta gente impreparata o in mala fede ha
iniziato a sciorinare una serie di luoghi comuni. Tra questi, i peggiori sono
senza dubbio:
1. esistono
troppi interessi nel calcio, che ha perso la sua purezza di sport;
2. dopo
quanto abbiamo scoperto, gli ultrà sono la parte migliore del calcio;
3. ci
vuole la concorrenza, annullata dall’oligopolio delle grandi squadre;
4. il
calcio è lo specchio di un Paese corrotto;
5. il
caso italiano riguarda un classico esempio di corruzione.
L’orribile olezzo, il puzzo della corruzione, il marciume,
lo sporco. Era dai tempi di “Tangentopoli” (altro orrendo nome) che non
ascoltavamo con tanta frequenza queste espressioni. Il “dizionario del
moralista” era stato frettolosamente riposto ad impolverarsi nell’armadio.
Col condimento di espressioni sdegnate, abbiamo letto innumerevoli
commenti traboccanti frasi fatte, che rimbalzavano da un editoriale all’altro.
Ed ecco il primo dei luoghi comuni, sicuramente il più
presente: persino il cardinale Ruini, che di grandi interessi materiali se ne
intende, ha osservato che gli scandali non stupiscono in presenza di “interessi
così grandi”.
In contemporanea, Repubblica titolava di fondi Gea (la società dei Moggi) finiti
in Vaticano.
Il pregiudizio contro il denaro corruttore, “sterco del
demonio”, è sicuramente presente nella “cultura italiana”. Nessuno però ha
ancora spiegato perché in Italia la corruzione, la violenza, l’intimidazione
siano assolutamente presenti anche nelle serie minori, specie nel campionato
dilettanti, dove si va avanti a rimborsi spese e non ci sono certo i diritti
Tv. Persino i ragazzini sono coinvolti.
Le cronache italiane abbondano di casi di violenza ed
intimidazione contro gli arbitri (arbitrare in certe zone è diventato davvero
molto pericoloso), partite truccate, accordi sottobanco, scommesse clandestine,
e soprattutto aggressioni continue ad allenatori e giocatori. Sono le serie
minori il palcoscenico privilegiato di questi fatti, anche grazie ad un minor
controllo ed a meno occhi addosso.
Tra le poche prese di posizione dell’AIA, l’associazione
degli arbitri, va segnalata quella del ’92:
“In Campania, non è calcio ma
corride. Nei tornei dilettanti i direttori di gara sono in balia dei teppisti:
impressionante il numero delle aggressioni, le proteste finora non sono servite.
Se continua così, la sospensione dei campionati è l' unico rimedio possibile”…
Non stanno meglio i giocatori. Nel 2000, dopo l'ennesima
aggressione, finalmente interviene il presidente dell’Assocalciatori Campana: “Non
è facile risolvere un problema sociale, ma esiste un coinvolgimento dei club. In
serie C i giocatori sono minacciati anche con pistole e coltelli”.
L’anno successivo la situazione non migliora. Si ipotizza
addirittura di fermare il campionato. Interviene Fabio Pecchia, centrocampista
del Napoli e membro dell'Aic:
“Noi calciatori siamo stanchi. Se
si va avanti così meglio spegnere le luci, giocare a porte chiuse. […] E'
triste, lo so. Ma qui siamo davanti a una serie di episodi che testimoniano non
soltanto di una maleducazione, ma addirittura di una violenza diffusa
[corsivo mio]”.
L’elenco è lungo: l'aggressione del portiere Di Bitonto a
Viterbo, il gruppi di teppisti che ha lanciato una bomba carta a Benevento e
ferito quattro giocatori. A Giulianova veniva appiccato un incendio.
Nel 2003 la musica è sempre la stessa. Ad Avellino, aggressioni
contro i giocatori Diè e Pellicori, accusati di giocare male perché in procinto
di lasciare la squadra; la notte successiva una bomba carta esplode a tre metri
dall'abitazione del centrocampista Pisciotta. Nei mesi precedenti il difensore del
Napoli Baldini era stato attaccato da un gruppo di ultrà mentre era in auto.
Un capitolo a parte meritano i “minuti di silenzio” per il
boss che vedono come scenario piccoli impianti del Sud. Nel 1997 lo stadio di
Locri ricordò platealmente il boss Cosimo Cordì, ucciso nella storica faida con
i Cataldo. Prima del match con lo Sciacca, campionato di eccellenza, il
classico momento di raccoglimento.
Sette anni più tardi, a Strongoli, nei pressi di Crotone,
veniva ricordato da tutto il pubblico il boss Carmine Arena, ucciso da un
commando armato di un bazooka e di un kalashnikov con una vera azione da guerra.
Si giocava la gara tra la squadra di casa e l'Isola Capo Rizzuto, di cui era
presidente Pasqualino Arena, cugino della vittima.
Nasceva una certa attenzione sul caso. L’arbitro diceva di
non saperne nulla. Le giustificazioni di rito da parte di giocatori e dirigenti
della Federcalcio. Qualche distinguo, tanta indignazione.
Il problema però era molto più grave e più ampio.
In contemporanea, uno dei “dirigenti
del Guardavalle (nei pressi di Catanzaro) era Cosmo Leotta, uno che andava ai
summit nei casolari tra Siderno e Monasterace per suggerire chi meritava di far
parte della cosca e chi no.
L'hanno arrestato dopo cinque
mesi di latitanza. [All’epoca era invece] ricercato il suo centravanti Paolo Riitano,
quello che nel torneo di Eccellenza era famoso per il sinistro che non perdona.
[…] Il direttore sportivo della Nuova Melito (vicino Reggio Calabria) Antonio
Toscano, è scomparso all'improvviso alla vigilia del derby con il Bagaladi.
Lupara bianca.
[…] Pantaleone ‘Luni’ Mancuso, era
presidente del Monte Poro e uno dei capi della "famiglia" più potente
del vibonese.”
Dopo essere andati indietro con la memoria a questi fatti,
alcuni dei quali molto recenti, appaiono patetiche le proposte di
“ridimensionamento”, “localizzazione”, “regionalizzazione” del calcio.
Un calcio dilettantistico, locale, povero e provinciale lo
abbiamo già. Ma è davvero repellente, ben più della serie A o delle coppe
europee.
Paradossalmente, i grandi interessi in gioco in serie A
hanno impedito che il sistema Moggi continuasse all’infinito, perché nella sua
ingordigia ormai impediva alle altre squadre maggiori di vincere il titolo.
Eppure sono sempre più ricorrenti i riferimenti nostalgici ad
un passato ideale, nel quale la minore circolazione di denaro garantiva un
calcio più puro. Anche qui si tratta di luoghi comuni, in un paese che ama –
soprattutto nelle fasi di crisi e di incertezza per il futuro – idealizzare i
bei tempi andati.
La Juventus ha sempre esercitato – ben prima di Moggi e
durante tutto il regno degli Agnelli - forti condizionamenti nel mondo
arbitrale e nella federazione. Si è parlato di sistema “Allodi” preesistente a
quello “Moggi”.
Secondo alcuni, la storia del potere bianconero inizierebbe
addirittura nel 1913, per poi proseguire lungo tutto il secolo, raggiungendo il
culmine negli anni in cui il presidente Umberto Agnelli era anche presidente
della Federcalcio, massimo conflitto d’interessi mai registrato nella storia
dello sport italiano:
“È una storia che parte da molto
lontano […], esattamente dal 1913, quando al termine del girone eliminatorio
piemontese la Juventus si ritrovò al sesto e ultimo posto.
Giusto in quell'anno si disputava
quello che può essere considerato il primo campionato di calcio autenticamente
italiano, con partecipazione anche del Sud, sino a Napoli. E per l'occasione
era stato varato il meccanismo, ancora sconosciuto, delle retrocessioni.
L'ultimo posto comportava il
declassamento in seconda categoria. Per la Juventus la sola eventualità
equivaleva a un dramma. Fu presa perfino in seria considerazione l'ipotesi di
sciogliere il club. Ma erano tempi di regolamenti elastici.
Se il girone piemontese nella
stagione successiva si presentava completo e agguerrito, a quello lombardo
mancava un'unità per far conto pari. Ed ecco l'idea luminosa: iscrivere la Juventus
di Torino al girone lombardo, in spregio alla geografia, ma in omaggio
all'opportunità.
Questa gherminella, che nei sacri
testi figura come un capolavoro di diplomazia dei dirigenti juventini, consente
tuttora alla Vecchia Signora di fregiarsi di un primato, condiviso, guarda caso
proprio con l'Inter: non essere mai retrocessa.
Quando nel 1923 la potente
famiglia degli Agnelli decise di annettersi la Juventus, e il senatore Giovanni
ordinò al giovane figlio Edoardo di assumerne la presidenza, il club torinese
si proiettò decisamente, in anticipo sui tempi canonici, nell'orbita del
professionismo.
Già l'ingaggio di Viri Rosetta
dalla Pro Vercelli aveva sollevato scandalo, ma per Raimundo Orsi detto Mumo, la
stella d'Argentina, considerato la più forte ala di tutti i tempi, almeno sino
a Garrincha, si superarono i limiti.
Per vincerne la resistenza, la Juventus
gli riconobbe centomila lire d'ingaggio, una Fiat 509 e uno stipendio di
ottomila lire mensili, il tutto rapportato all'anno 1928.
L'Argentina insorse, la
Federazione negò il nullaosta, ma tutto si risolse con una quarantena, al
termine della quale la Juventus si ritrovò un fuoriclasse decisivo per la
conquista dei cinque scudetti consecutivi degli Anni Trenta.
A intervalli più o meno regolari,
nel dopoguerra, un Agnelli ricompariva in prima persona a reggere le sorti del
club di famiglia. Prima Gianni, poi Umberto, i due figli di Edoardo. […]
Perché dall'altra parte della
barricata c'era l'Inter e perché alla guida dell'Inter c'era un Moratti,
Angelo, il padre di Massimo (l'attuale presidente), petroliere di successo.
Nella stagione '60-61 alla guida
tecnica della squadra fu chiamato Helenio Herrera, ‘il mago’, strappato a peso
d'oro al Barcellona.
L'Inter in quel campionato era
partita a mille, accumulando largo vantaggio. Herrera aveva preteso un po'
troppo dai suoi, sul piano atletico; la Juventus aveva operato prima un
paziente avvicinamento, poi il sorpasso. Lo scontro diretto, al Comunale di Torino,
il 16 aprile 1961, si configurava come il giudizio di Dio.
Sotto la spinta della folla, i
cancelli cedettero, sulle gradinate si ritrovarono diecimila spettatori in più.
Si riversarono in campo, accucciandosi lungo le linee laterali. L'arbitro era Gambarotta,
di Genova. Per un po' tollerò la situazione, si cominciò a giocare e l'Inter
colse anche una traversa. Ma i nerazzurri insistevano per la sospensione e
l'arbitro li accontentò dopo mezz'ora. Il giudice sportivo, da regolamento,
assegnò partita vinta all'Inter per 2-0.
La Juventus ricorse. Ora c'era un
particolare, che oggi risulterebbe inconcepibile. Umberto Agnelli non era
soltanto il presidente della Juventus, era anche il presidente della
Federazione Calcio [corsivo mio]. E quando la Caf (Commissione di Appello
Federale), in terzo e ultimo grado, sconfessò la sentenza e ordinò la
ripetizione del match, per la buona fede della società ospitante, Moratti non
ci vide più.
Ordinò di schierare la squadra
ragazzi e così Herrera fece. La Juventus non usò riguardi, né concesse sconti.
Vinse 9-1 e Sivori realizzò sei gol, un record. Vittorio Pozzo commentò:
‘Un'offesa allo sport’.
Per singolare nemesi, l'Inter di Moratti
ereditò dalla Juve non solo la leadership calcistica, negli anni Sessanta, ma
anche i privilegi riservati ai potenti.
Di quell'Inter si ricordano
oltre cento partite senza un solo rigore contro. Non a caso, quando Agnelli
volle la rifondazione di una grande Juventus, accanto a Giampiero Boniperti
presidente chiamò Italo Allodi, che dell'Inter morattiana era stato il discreto
e lungimirante tessitore.
La Juventus riprese a vincere,
contro avversari che si alternavano all'opposizione, e trovavano un comune
terreno d'intesa solo nelle lagnanze sui verdetti del campo. Il Torino perse
per un punto lo scudetto '72, anche perché l'arbitro Barbaresco gli cancellò un
clamoroso gol segnato a Genova, contro la Sampdoria, dal mediano Aldo Agroppi.
La palla aveva abbondantemente
varcato la linea bianca, prima di essere ricacciata da un difensore sampdoriano:
l'episodio anticipa perfettamente i gol fantasma che hanno avvelenato [le
stagioni dal ’98 in poi]. Il Torino uscì sconfitto 2-1, il gol di Agroppi a due
minuti dalla fine sarebbe valso il pari e un punto in più in classifica.
Maggior sensazione ancora destò
la conclusione del campionato '80-'81, contrassegnato dal lungo, appassionante
duello della Juve di Giovanni Trapattoni con l'emergente Roma di Nils Liedholm.
[…] Lo scontro scudetto con la Roma andò in scena a Torino il 10 maggio 1981,
con la Juventus avanti di un punto in classifica.
Partita a lungo bloccata sul
pari, che avrebbe fatto il gioco della capolista, sin quando il difensore
romanista Ramon Turone, spintosi all'attacco, realizzò il gol decisivo con un
perfetto colpo di testa. L'arbitro Bergamo, livornese come Ceccarini, consultò
il guardalinee e annullò per fuorigioco. Alla moviola, la posizione di Turone
apparve regolare. Nell'occasione, il presidente della Roma Dino Viola pronunciò
una frase rimasta celebre: “Lo scudetto è stato assegnato per una questione di
centimetri”.
Già pesantemente segnata dai
sospetti, nel campionato successivo la Juventus si trovò invischiata in un
interminabile testa a testa con la Fiorentina, che le scatenò contro le ire
(non ancora placate) del regista Franco Zeffirelli.
Juventus e Fiorentina lottarono
punto a punto per l'intera stagione, con la Roma in scia, e a una giornata
dalla conclusione si ritrovarono in perfetta parità, 44 punti a testa.
L'ipotesi dello spareggio,
conclusione tutto sommato ideale per stemperare i veleni, appariva la più
probabile. Per la Juventus a Catanzaro e la Fiorentina a Cagliari la vittoria
era considerata poco più che una formalità. A Catanzaro l'arbitro Pieri
concesse un rigore alla Juventus, che lo trasformò con Liam Brady (già ceduto
per far posto a Michel Platini, ingaggiato personalmente dall'Avvocato) e lo
difese sino al termine. A Cagliari anche la Fiorentina era andata in gol, con Graziani,
ma l'arbitro Mattei aveva annullato il punto, fermando così il risultato sullo
zero a zero. Ancora una volta si scatenò il finimondo, sul quale cadde però
provvidenziale la cappa del Mundial, che si sarebbe concluso con il trionfo in
Spagna dell'Italia”.
Gli scandali scommesse hanno contrassegnato la storia del
calcio italiano. Grandi campioni tra cui Paolo Rossi, il simbolo dell’Italia
calcistica nel mondo, sono stati squalificati per questo motivo. Il Milan, una
squadra con una grande tradizione, fu retrocessa in B insieme alla Lazio.
Carlo Petrini, calciatore di alto livello (giocò al Milan di
Nereo Rocco nel 1968-69, alla Roma di Nils Liedholm nel 1976) ha raccontato in
vari libri la sua esperienza. Nella primavera del 1980 risultò coinvolto nello
scandalo del calcio-scommesse, e la sua carriera terminò con una pesante
squalifica.
Sono narrate le miserie vissute in prima persona – come
protagonista, o come testimone – all'interno di un mondo dorato ma permeato di
ipocrisia: i pareggi “concordati” e le partite “vendute”, il doping e gli
espedienti per eludere i controlli, i soldi “in nero” e le sfrenatezze
sessuali. Un’epoca calcistica che molti oggi rimpiangono si rivela non molto
diversa da quella odierna.
Ecco uno tra i tanti episodi (siamo nel 1980, le partite si
giocano tutte la domenica pomeriggio, le trasmette in esclusiva la Radio con
“Tutto il calcio minuto per minuto”, la pay tv deve ancora arrivare, nessuno sa
ancora cosa sono i diritti televisivi per le dirette):
“Domenica 13 gennaio 1980 si
doveva giocare Bologna-Juventus. I bianconeri erano in una situazione
disastrosa: erano reduci da tre sconfitte consecutive e in classifica stava
scivolando in zona retrocessione. Il giovedì prima della partita il nostro
direttore sportivo alla fine dell’allenamento ci radunò tutti nello spogliatoio
e ci disse: ‘ci siamo messi d’accordo con la Juve per pareggiare la partita di
domenica. E’ chiaro per tutti?’ Nessuno di noi giocatori ebbe niente da
obbiettare, cosí Sogliano se ne andò tutto soddisfatto.
A quel punto il nostro allenatore
ci propose di scommettere sul risultato di quella partita. Discutemmo la somma
da puntare, alla fine si optò per 50 milioni. Dovetti convincere ad accettare
la nostra scommessa da parte degli scommettitori clandestini perché non si
fidavano.
Infatti mi dissero che ultimamente
avevano preso più di una fregatura: certi giocatori gli avevano promesso
risultati che in campo non erano stati mantenuti. Avevano perso un mucchio di
soldi. Si convinsero solo quando gli dissi che gli accordi per il pareggio non
li avevamo presi noi giocatori , ma i dirigenti delle due società.
La prova di quello che dicevo si
trovò nella Gazzetta dello Sport della domenica mattina: ‘Alla Juve basta un pareggio’
dichiarava l’allenatore bianconero Trapattoni.
Ricordo che quando uscii dagli
spogliatoi per recarmi in panchina incrociai Trapattoni. Gli raccomandai il
rispetto dell’accordo preso dalle due società, e lui mi disse che potevamo
stare tranquilli, che non c’era nessun problema.
Anche i miei compagni, nel
sottopassaggio prima di entrare in campo, fecero lo stesso con alcuni giocatori
juventini gli dissero che avevamo scommesso sul pari; uno di loro rispose:
‘Tranquilli, noi oggi non abbiamo
scommesso, il colpo l’abbiamo già fatto due domeniche fa con l’Ascoli’.
Quando si concordavano i pareggi
si puntava allo 0 a 0, proprio per evitare di trovarci in situazioni
imbarazzanti o che il controllo del risultato potesse sfuggire di mano. Fu così
per quasi tutto il primo tempo, il nostro primo tiro in porta fu al 35° minuto,
la Juve non fece molto di più. Il pubblico cominciò a protestare, sembrava una
commedia più che una partita di calcio.
Nella ripresa il nostro portiere,
totalmente deconcentrato, ne combinò una grossa: al 10° minuto, su un’innocente
tiro di Causio, si impaperò e il pallone gli scivolò nella rete. In campo l’imbarazzo
fu generale. Causio, più dispiaciuto che contento per il goal, si avvicino alla
panchina e discusse con Trapattoni.
Nel giro di pochi minuti
incominciammo a credere che i giocatori della Juve non volessero più rispettare
l’accordo. La tensione in campo divenne alta, noi insultavamo gli juventini,
che tacevano imbarazzati. A un certo punto Bettega ci disse ‘Calmatevi: la
responsabilità di farvi pareggiare me la prendo io’. Meno di un quarto d’ora
dopo la situazione venne risolta dagli stessi bianconeri: su un nostro calcio
d’angolo, Brio ci regalò una bella autorete. Tutti a posto e tutti contenti.
L’indomani leggendo la cronaca
della partita, ce la ridemmo di gusto. Un nostro dirigente venuto a sapere del
pareggio concordato ci disse: ‘Brutti stronzi, potevate dirmelo che scommettevo
anch’io’. I soldi che avevamo vinto per questo pareggio concordato non li
avremmo mai presi. Alcuni di noi (me compreso) fecero altre combine.
A fine febbraio il presidente e
Sogliano mi chiesero se oltre alla partita con la Juventus noi giocatori
avevamo preso accordi con altri pareggi combinati. Io negai stupito. Il
presidente mi disse: ‘mi hanno chiamato due tizi con l’accento romano: vogliono
200 milioni, sennò presenteranno una denuncia alla procura di Roma… Non
capisco: hanno avuto il pareggio con la Juve, non vi hanno ancora pagato i 50
milioni della scommessa, e vogliono denunciarci!’.
Fu la fine. Il 16 marzo i giudici
avevano mandato una prima serie di comunicazioni giudiziarie per truffa. Fra
gli altri ai presidenti e allenatori di Bologna e Juventus.
La sera alla ‘Domenica Sportiva‘,
fecero rivedere i due autogol della partita incriminata, il signor Bettega in
collegamento da Torino, protestò, era indignato, fece una bella sceneggiata.
Noi, vedendo la scena in Tv,
trovammo la forza di ridere.
Non solo era un ottimo giocatore,
ma l’attaccante della Juve era anche un grande attore. Ormai era tutto finito.
Ci furono arresti in tutta Italia, tanti giocatori erano coinvolti e tante squadre
furono penalizzate (una su tutte il Milan). Perché nessuno di noi del Bologna
venne arrestato come tutti i giocatori coinvolti nello scandalo? Forse perché
di mezzo c’era la nostra partita con la Juventus. Se fossimo finiti in carcere,
avremmo potuto raccontare di quel pareggio combinato con la squadra
dell’Avvocato. […]
Ai primi di maggio (1980) la
Federazione chiuse la sua inchiesta. Per la partita Bologna – Juventus del 13
gennaio venivo rinviato a giudizio con altri miei compagni, presidente e allenatore
del Bologna compresi. Il processo riguardava anche Boniperti e Trapattoni (rispettivamente
presidente e allenatore della Juventus). Il processo per noi del Bologna
cominciò il 23 maggio, qualcuno mi disse che erano in corso grandi manovre per
insabbiare la partita con la Juve. Le previsioni vennero tutte confermate.
Mi misero davanti ad uno dei miei
due amici scommettitori, io negai tutto ma loro confermarono le accuse nei miei
confronti. Incontrai Boniperti ed il legale della Juve, l’avvocato Chiusano.
Disse che voleva parlarmi. Mi
disse: ‘Petrini, è nell’interesse di tutti che il signor Cruciani non venga a
testimoniare. Noi rischiamo la serie B, lei la radiazione. Quindi cerchi di
rintracciare Cruciani e gli prometta tutto ciò che vuole. Se lei darà una mano
a noi, noi daremo una mano a lei, d’accordo? Io non sapevo cosa fare.
Decisi di accettare e incontrai Cruciani.
Riferii quello che mi aveva detto Boniperti, non si doveva presentare al
processo, gli dissi che se non fosse andato a testimoniare la Juve aveva pronto
un assegno di 70 milioni tutto per lui.
Mi disse: ‘Vabbè, domani sparisco
ma guai a voi se mi fregate un’altra volta. Torno e vi faccio neri tutti
quanti.’
L’indomani, quando arrivai in
Federazione mi vennero incontro Boniperti e Chiusano. Il primo era agitato, il
secondo era una statua. Gli dissi che era tutto a posto. Cruciani non si
sarebbe presentato ma in cambio voleva 70 milioni, il prezzo stabilito.
Boniperti tirò un sospiro di
sollievo. Fui costretto a confrontarmi con Trinca, stavolta per la partita
giocata contro la Juve.
Io negai tutto. Trinca era
infuriato perché Cruciani non si presentò. Ai giornalisti che gli domandavano
dell’assenza di Cruciani, Trinca dichiarò: ‘Cruciani non è venuto forse perché
a paura… E’ troppo facile prendersela con il Milan e con Colombo (presidente
della squadra rossonera): anche la Juve deve finire in serie B!!! Sennò è uno
scandalo!!!’
Per il giudice le due società Juventus
e il Bologna furono assolte per mancanza di prove. Furono inflitte pene ai
giocatori del Bologna (per altre partite combinate) tra cui io (6 mesi di
squalifica). Fra tutte le squadre coinvolte nello scandalo, la sola che ne
usciva con il minimo danno era la Juve” .
Una storia molto istruttiva anche per chi ritiene che l’inserimento
di Moggi abbia imbastardito lo “stile bianconero”, il modo di fare degli
Agnelli e della sua corte. La continuità è evidente, i ricorsi palesi… Poco
dopo alcuni di quegli stessi protagonisti sarebbero stati acclamati come eroi
nazionali, i vincitori del campionato del mondo, i trionfatori di Madrid…
Anche a livello provinciale le cose non sono molto diverse.
Da lunghi decenni, il presidente tipico di una media squadra di calcio è il palazzinaro
rozzo, corrotto, amico degli amici e nemico della grammatica e della lealtà
sportiva.
Più che il non trascurabile richiamo del denaro, sembra che
il motore principale che ha portato al baratro il sistema calcio sia il
desiderio inarrestabile del tifoso medio di “fottere” l’odiato nemico con ogni
mezzo, assecondato da dirigenti senza scrupoli, desiderosi di una facile
popolarità, dell’applauso delle plebi, delle strette di mano “sul corso”.
Non è facile descrivere l’immensa quantità di odio,
disprezzo, violenza che ogni domenica calcistica italiana riesce ad esprimere.
Dal Nord al Sud, più le città sono vicine più cresce la febbre del “derby”,
l’ottusa rivalità che non di rado sfocia nello scontro armato.
Le forze di polizia di tutto il paese sono settimanalmente
mobilitate per contenere questo enorme serbatoio di odio, per limitare la
violenza, per impedire gli scontri.
Quando “va tutto bene”, si assiste comunque a duelli verbali
spaventosi che si esprimono in cori, insulti ritmati, striscioni grondanti aggressività.
Non c’è solo emarginazione giovanile nelle “curve” che
affollano gli stadi, ma anche una vasta area di consenso di persone “normali”
che ritengono giusto lo scontro col campanile avverso.
Questo avviene in serie A come nei campetti in terra battuta,
indipendentemente dal fatturato in gioco. Ecco una tipica espressione del
tifoso: “vincere sul campo, vincere sugli spalti”.
Sono i due obiettivi che rendono piena una vita insipida. La
vittoria sul campo la ottiene la squadra, ed alla fine ogni mezzo va bene. Il
trionfo sugli spalti si ottiene con striscioni taglienti, cori offensivi che
durano 90 minuti e – se la polizia lo permette - scontri all’arma bianca o
sfregi all’avversario (il più ambito è lo scippo di striscioni e simboli del
nemico: sciarpe, maglie, etc.).
Nel marzo del 2004 viene raggiunto il culmine. Con una vera
e propria azione eversiva, gli ultrà romani impongono allo Stato le loro
decisioni: la partita Roma-Lazio non si gioca, tutti a casa. Viene diffusa la
notizia falsa di un ragazzino ucciso dalla Polizia. Sono ore di angoscia e
tensione, in mondovisione. In troppi, giornalisti compresi, credono ai teppisti
e non al questore.
Si arrivava così ad un’azione di forza degli ultrà contro i
due principali nemici: le divise blu e la televisione. I primi colpevoli della
“repressione”, la seconda punta di diamante del “calcio moderno”, che vuole
trasformare i “catini all’italiana, arene per eroici combattenti, in stadi
all’inglese, teatri per famiglie ‘armate’ solo di un biglietto, contropartita
dello spettacolo acquistato”.
La televisione diventa nemica, perché svuota gli stadi e
soprattutto perché non può sopportare la visione (per i propri clienti) di
scene di sangue e - meno che mai – di partite interrotte.
Il tifoso estremo difende quindi i propri valori, contro la
tv e contro la polizia, che con spiegamenti sempre più ingenti e tecniche
antisommossa tende ad impedire il maschio confronto tra medievaleggianti
“comuni” (provate a chiedere ai cittadini di Pisa o Livorno cosa succede quando
queste squadre di affrontano…). La cultura guerresca e squadrista celebra nello
scontro il suo massimo punto di arrivo.
Lo scontro va anche cercato, ma leale e senza ‘lame’. Chi
affronta lo scontro è un uomo, chi scappa è un coniglio. La massima irrisione
possibile è rivolta alla fuga dei ‘conigli’, cioè coloro che non affrontano uno
scontro.
La polizia è il fastidioso impedimento al dispiegarsi ‘naturale’
degli scontri.
Questi concetti sono propri degli ultrà, sono la loro
mentalità sempre esibita, e proprio per questo è impossibile distinguere tra
buoni e cattivi, simpatici e no.
La cultura dello scontro e dell’avversione ai “conigli” è la
bandiera di tutti gli ultras, indipendentemente dai colori che esibiscono sugli
spalti, o dalla loro eventuale fede politica. Il culto del tafferuglio è lo
stemma che esibiscono con orgoglio in ogni occasione. La squadra di calcio è un
“patrimonio della città” da difendere a tutti i livelli, e non esiste alcun
interesse più ampio.
Se la società di calcio è un “valore sociale”, si può anche
passare sopra sulle malefatte dei dirigenti e sostenere l’ennesimo condono.
Perché qui si parla di valori superiori, come minimo l’onore della nostra
città…
Per sommo paradosso, l’emergere della corruzione ai piani
alti ha permesso a bande di potenziali assassini, teppisti e violenti di
presentarsi come la “parte sana” di un mondo marcio, e non come sua base
fondamentale.
La cultura della vittoria a tutti i costi in quella che
somiglia ad una guerra, ha portato dirigenti e “manager” a considerare ogni
mezzo per assicurare una promozione, una salvezza, un piazzamento alla propria
squadra.
Il sistema Moggi è anche il prodotto di una domanda forte
e proveniente dal basso: un campionato pilotato che assorbe e controlla mano
mano tutto e tutti, cancellando l’elemento di imprevedibilità del calcio che è
essenziale al gioco ma che i tifosi non accettano più. Negli ultimi anni ogni
retrocessione è diventata una tragedia, accompagnata da contestazioni, auto
incendiate, strade bloccate, minacce ai giocatori e clima di guerriglia urbana.
Nonostante diversi morti e feriti provocati, il tifo
organizzato trova ancora considerazione tra i dirigenti delle squadre ed i
giornalisti che dedicano loro una retorica stucchevole: il dodicesimo uomo, i
ragazzi che fanno tanti sacrifici, i nostri supporter…
Dal 2000 in poi le società di calcio hanno visto lievitare
enormemente i costi, in attesa dei mirabolanti profitti che sarebbero arrivati
dalla Borsa, dal merchandising, dalla tv via satellite.
Questi guadagni non si sono mai materializzati, ed i
presidenti hanno pensato bene di rivalersi sulla collettività frodando i
bilanci ed evadendo il fisco.
Anziché punire severamente evasioni milionarie (in euro), si
sono trovate soluzioni all’italiana: il condono, lo spalma-debiti, il cavillo
giuridico.
Le società se la sono cavata, soprattutto grazie al ruolo
decisivo dei tifosi, che hanno bloccato traghetti e ferrovie, porti e stazioni,
autostrade e viadotti, hanno occupato i centri delle città, hanno creato in
breve problemi di ordine pubblico che sono risultati decisivi nelle decisioni
delle istituzioni e di conseguenza nel perpetuarsi delle storture del mondo del
calcio.
La grande anomalia del calcio rispetto ad altri settori
dell’economia non è stato il semplice coinvolgimento emotivo del tifoso ma la
presenza ingombrante del tifo organizzato, la pressione che ha esercitato con
mezzi violenti.
In questo paese groppuscoli di teppisti sono stati in grado
di bloccare le vie di comunicazione e condizionare le sentenze. Hanno creato un
grottesco rovesciamento di realtà: ogni possibile esclusione delle squadre di
calcio corrotte, truffatrici, indebitate e capaci di evadere il fisco e persino
i condoni, non sono più state responsabilità di dirigenti cialtroni ma della
magistratura che talvolta ha provato ad applicare le leggi. Da nord a sud,
un'insana alleanza tra presidenti avventurieri e plebe violenta ha perpetuato
il sistema, creato il cono d’ombra degli illeciti, giustificato e premiato i
disonesti.
Alla fine, la contraddizione forte non è tra onesti e
disonesti, ma tra vincitori e sconfitti. In Italia non esiste una
cultura della sconfitta, ma in compenso domina l’ideologia della vittoria a
tutti i costi, che è tanto più bella se rubata, irregolare, opaca.
Qualcuno dovrà pure vincere, qualcun altro dovrà pure
perdere. E il sistema Moggi non può accontentare tutti…
I liberisti sono davvero convinti di essere moderni, e
che tutti gli altri siano i figli del passato. Non si rendono conto di
applicare più o meno alla lettera le idee settecentesche di Adam Smith ad un
mondo che non somiglia per nulla a quello di tre secoli fa.
Al limite, sono più “moderne” le successive idee socialiste.
Eppure basta citare la libera concorrenza ed il mercato per
risolvere ogni problema, nonostante infinite smentite della storia.
Personaggi a corto di idee e persino ex-marxisti hanno
pensato bene di applicare la ricetta magica al calcio in crisi. “Ci vuole la
concorrenza, uccisa dall’oligopolio di Milan e Juventus”.
Peccato che l’illustre esempio della NBA, la lega basket più
famosa e ricca del mondo, ci dica che invece nelle leghe sportive funziona il
cartello, il trust, e non la libera concorrenza che alla fine distrugge gli
introiti e crea nuovi oligopoli.
Le società si accordano, raccolgono gli utili dei diritti
tv, tramite la mutualità si spartiscono i profitti, stabiliscono regole come il
salary cap per evitare squilibri eccessivi.
Il campionato è equilibrato, le partite avvincenti, il
risultato sempre incerto. Il valore complessivo del prodotto ne guadagna. In
tutto il mondo le tv hanno voglia di vedere l’NBA oppure il campionato di
calcio inglese (attualmente sono questi i “pacchetti” più richiesti) perché lo
spettacolo assicurato è di alto livello. Il campionato italiano è da tempo
crollato nelle preferenze: partite brutte e noiose, oppure scontate, o bloccate
dall’assillo del risultato e dalla pressione (anche violenta) dei tifosi. O
ancora, abbiamo visto, pilotate da un arbitro del clan.
Alla fine il campionato di calcio non è più appetibile, e ci
perdono tutti, compresi i furbastri dalla Juventus ed i loro soci.
Un intervento apparso su lavoce.info del febbraio 2006
appare profetico rispetto a quanto succederà più tardi, al di là dell’aspetto
scandalistico:
“La specificità del calcio è
l’interdipendenza tra le diverse squadre, per cui le più forti hanno interesse
che il gap con quelle deboli sia contenuto. Il "prodotto calcio" non
è la singola partita, ma il campionato nel suo insieme, per cui se il grado di
monopolio è troppo elevato – è sicuro che vinca sempre la stessa squadra – si
riduce l’interesse per l’evento complessivo (il campionato), per quelli singoli
(le partite); e quindi anche la domanda di eventi televisivi, da stadio, la
pubblicità, le sponsorizzazioni, e così via.
È esattamente ciò che sta
avvenendo in Italia. Sì, è vero, le ragioni della contrazione della domanda
sono molteplici: violenza, stadi scomodi, prezzi elevati degli eventi. Ma se il
Chievo e il Treviso sanno già in partenza che non potranno mai vincere niente,
qual è l’interesse per la partita o i benefici dell’incertezza del risultato?
Il vantaggio del monopolio,
comprensibile in qualsiasi mercato e industria, non si applica al calcio. È
comprensibile che un’impresa cerchi di acquisire potere di mercato e di
dominare, a scapito dei concorrenti, per sfruttare gli ovvii vantaggi. Nel
calcio invece il monopolio non paga, tende ad aver effetti sistemici
destabilizzanti; più precisamente, oltre un certo limite crea seri problemi.
Più le grandi squadre si
rafforzano, più aumenta lo squilibrio; maggiore il grado di concentrazione
delle risorse a favore delle squadre dominanti, peggiore risulta l’equilibrio
competitivo. L’aumento del grado di monopolio, con l’interesse degli
spettatori, tende a ridurre anche il volume di risorse che possono affluire al
calcio.
Esiste un limite fisiologico,
oltre il quale si uccide il calcio. È facile prevedere che la situazione
italiana possa arrivare presto a un punto di rottura. Stiamo infatti già
sperimentando una drammatica riduzione delle risorse per il calcio”.
Non è la liberalizzazione ma sono le regole a salvare il
sistema calcio, non è una concorrenza libera a salvare il povero “consumatore”
vilipeso. La diminuzione degli spettatori negli stadi non dipende solo dai
costi alti, ma dalla concorrenza della tv (che permette di vedere una partita
anche a prezzi stracciati, in risposta a chi parla di “mercato oligopolistico
che porta all’innalzamento dei prezzi”), da stadi scomodi e pericolosi.
Il calcio italiano, alla fine, deve decidere cosa fare da
grande. Se è sport, passione, tifo, irragionevolezza e basta non può pensare
alla Borsa, ai costi ed ai fatturati attuali, ad una parificazione con altri
Paesi europei. In questo caso occorre effettivamente una demercificazione ed
una decrescita.
Se invece vuole essere una industria dello spettacolo, ed
una delle prime del Paese come le consentono i numeri di spettatori, tifosi,
appassionati, allora deve abbandonare le pressioni della piazza, le furberie da
cafone arricchito, i campanilismi giustificatori, così come le parodie del
marketing e dei manager e le truffe aggravate e continuate, le ricette
liberiste fuori posto e fuori luogo.
Deve darsi regole severe e certe, comprendendo che non è il
denaro ad essere corruttore, ma la scarsa virtù di chi lo maneggia.
In questo caso il problema non è “essere merce”, ma che la
merce sia gestita con onestà e serietà, e comunque con un sistema di controlli
impeccabili che – se necessario – riveda il concetto anomalo di “giustizia
sportiva” che nei fatti è servito per mettere al riparo lo sport da controlli e
verifiche.
Il doping, ad esempio, non è semplicemente il frutto del
crescente sfruttamento delle prestazioni di esseri umani spremuti oltre ogni
limite ma anche un fenomeno che cresce in assenza di controlli non troppo
difficili da effettuare con sistematicità.
Le leghe Usa, spesso citate a sproposito, sono dei cartelli,
dei trust, in cui è difficile essere ammessi, non esiste retrocessione
né promozione, e dove si usano vari vincoli amministrativi – salary cap,
mutualità, contrattazione collettiva dei diritti – finalizzati alla competitive
balance.
''Questo scandalo e' lo specchio dell'Italia, un Paese
che evidentemente proprio non può fare a meno degli intrallazzi''.
Si tratta di uno dei tanti interventi che sottolineano il
parallelismo tra mondo del calcio e resto della società. Non la pensa così
Antonio Giraudo, uno dei dirigenti juventini sotto processo, e per una volta
possiamo dargli ragione: "Si sa, il nostro è un mondo border line..."
dice nel corso del processo sportivo.
Secondo alcuni il calcio è lo specchio di una società
profondamente corrotta e non un mondo a parte. Non è vero, perché abbiamo di
fronte una vera realtà separata, con non pochi casi di schizofrenia.
Nel mondo del calcio hanno investito da protagonisti i
primari gruppi industriali del Paese (Fiat, Mediaset, Pirelli, Della Valle, Saras,
Erg, …), moltissime aziende di media grandezza (Zamparini, Cellino, Preziosi, Franza,
…) e le principali banche (tra le tante, il gruppo Capitalia).
Pur avendo avuto comportamenti discutibili, molte di queste
non hanno mai raggiunto nel “mondo reale” i picchi di improvvisazione,
corruzione, malagestione adoperate nelle squadre di calcio.
Non dimentichiamo il rischio fallimento di tutta la serie A
del 2001-2002, salvata con i condoni. Non dimentichiamo che la stessa classe imprenditoriale
che ha preteso riduzione del costo del lavoro, flessibilità e licenziamenti per
l’economia “normale” pagava ad alcuni lavoratori privilegiati stipendi che
assorbivano anche il 120% del bilancio totale. Non dimentichiamo che dirigenti
e manager di prima grandezza non sono riusciti a scrollarsi di dosso il giogo,
il potere di ricatto, le ritorsioni dei club del tifo organizzato, al prezzo di
una gestione aziendale limitata.
Un ulteriore luogo comune immagina i calciatori come
miliardari e viziati. In realtà, i ricchi sono circa 200 su migliaia di
praticanti, che giocano nelle serie inferiori, interrompono le carriere per
mancanza di spazi o infortuni, sopravvivono con poco e già a trent’anni sono
considerati vecchi, finiti.
Per entrare nel ristretto club di pochi super-ricchi e
famosi, interrompono giovanissimi gli studi, seguono le lusinghe di procuratori
senza scrupoli e genitori ambiziosi. Si rovinano la vita, quando gli altri
finiscono gli studi o lasciano la famiglia loro devono ricostruirsi
l’esistenza. Qualcuno riesce, resta nell’ambiente, tanti altri no.
Spesso usano ogni mezzo per accumulare quanto più denaro
possibile, e tra questi ci sono le scommesse clandestine.
Da “dentro” possono far tesoro di informazioni utili per
vincere. Ma a volte sono i giocatori di serie A a scommettere, e qui il denaro
c’entra poco. C’entra forse la separazione dal mondo reale, il salto spesso
brutale tra la situazione di partenza e quella d’arrivo, il bisogno di
interrompere gli studi per seguire la carriera, l’ignoranza, in un mondo dove
la cultura sembra un di più, un impedimento e non il quadro di riferimento che
ti fa orientare in un mondo senza scrupoli.
In Italia il calcio è stato considerato un argomento 'di serie
B' da illustri accademici e seri editorialisti, pronti a sprecare inchiostro
per le ultime dichiarazioni di Mastella ma non per una delle prime industrie
del Paese.
Dopo lo “scandalo”, invece, sono arrivati mille commenti ed
altrettante improvvisate proposte, fatte in genere da chi di calcio non si è
occupato mai, e non ne conosce i fatti.
Gente che spesso salta sdegnosa la pagina della cronaca, e
sempre e comunque “non prende il tram”.
La crisi del calcio italiano è stata letta anche come frutto
della globalizzazione, di un tentativo crescente di far aumentare a dismisura i
profitti in parallelo all’altrettanto grande crescita dei costi. Il ricorso
alla corruzione, al tentativo di pilotare le vittorie, diventa così il mezzo
necessario per raggiungere l’obiettivo guadagno in un mondo ormai “fuori
misura”.
Da qui, l’ovvia proposta di ridimensionamento o addirittura
di regionalizzazione.
Un calcio autarchico, più povero, senza stranieri, magari con giocatori nati
nella stessa regione.
Per prima cosa, è molto triste che di fronte ad una crisi
(cioè un accelerato processo di cambiamento, quindi non necessariamente
qualcosa di negativo) si reagisca non con proposte avanzate o anche blandamente
riformiste ma col sincero spirito reazionario, localistico, “riduzionista” che
abbiamo imparato ad attribuire alla Lega ma che ha contagiato da tempo spiriti
“liberali”, teorici no-global e sostenitori della decrescita.
In secondo luogo, il calcio globale è esattamente quello dei
mondiali FIFA (marchio registrato), dove si assiste ad una crescita spaventosa
di costi e profitti (sponsor e diritti televisivi)
parallela alla corruzione sistemica rappresentata dal padre-padrone Blatter,
documentata in diversi saggi.
Eppure nessuno si sogna di chiedere l’abolizione dei mondiali,
la trasformazione in campionati locali (Abruzzo – Friuli, finale di un bel
campionato delle regioni), la riduzione dei costi, la decrescita dell’evento,
eccetera.
Anzi, la febbre dei campionati ferma intere nazioni, e
nonostante un livello di gioco sempre più scadente, tatticismi esasperati,
giocatori più impegnati a girare spot che a dare calci al pallone, quando “i
nostri ragazzi” eliminano gli avversari non c’è editoriale o ragionamento che
tenga.
Le piazze esplodono, un paese storicamente diviso in mille
campanili ritrova per trenta giorni la sua unità, le emozioni sono condivise da
milioni di persone.
Il modello del “calcio moderno”, il calcio televisivo di Sky,
nasce nella Premiership inglese, la prima ad introdurre anticipi e posticipi, dirette
delle partite dei campionati, società proprietarie del proprio stadio.
Attualmente, il campionato inglese è di gran lunga il più bello del mondo: le
partite sono avvincenti e combattute, il livello dei giocatori è molto buono,
non esistono partite pilotate o zero a zero preconfezionati.
Un modello squisitamente commerciale non porta per forza di
cosa ed automaticamente alla corruzione. Possono esistere singoli scandali,
come nel 2005 in Germania a proposito di arbitri, ma non un sistema che falsa
interi tornei.
In Italia è accaduto qualcosa di molto diverso. Si ha
corruzione se un dirigente paga sottobanco un arbitro per pilotare una o più
partite, per avere un occhio di riguardo. È accaduto spesso, in passato.
Ma si trattava di fatti tutto sommato episodici, tentativi
delle squadre di seconda fascia di accaparrarsi qualche favore arbitrale. Il
sistema Moggi ricorda invece la P2: una rete di personaggi di rilievo che
assicurano benefici ai consociati e danneggiano tutti coloro che stanno fuori.
Negli ultimi anni, l’obiettivo principale è stato quello di
punire gli irriducibili
e di assorbire ex nemici all’interno del clan: si veda la vicenda Fiorentina,
storicamente nemica della Juve eppure costretta ad inchinarsi per evitare la
retrocessione.
Essere affiliati al clan significava:
·
per i dirigenti, promozioni sicure; evitare le retrocessioni;
risparmiare sugli acquisti dei giocatori (se sono sicuro della salvezza a che
mi servono troppi acquisti?); avere in rosa uomini Gea a condizioni di favore;
·
per gli arbitri amici, carriere fulminee fino ai massimi livelli;
·
per i giocatori e gli allenatori, anche se mediocri, la sicurezza
di un posto in serie A o comunque ad alti livelli.
Prima con Stream e Telepiù, poi con Sky abbiamo visto
famiglie intere indebitarsi per il costoso privilegio di osservare uno
spettacolo truccato, fasullo.
Molti hanno fatto sacrifici incredibili per l’abbonamento,
altri hanno attraversato l’Italia più volte per seguire la propria squadra
rischiando la vita.
Alla fine hanno avuto la certezza di essersi dissanguati per
uno spettacolo fasullo, uno show truccato. Gli è rimasta la magra consolazione
di un processo sportivo celebrato nell’estate del 2006.
Dopo le prime sentenze, le reazioni sono tutte uguali. Fatta
la solita premessa generale (lo scandalo, il marcio, lo schifo, “chi ha
sbagliato paghi”, “no ai colpi di spugna”), se la condanna riguarda la mia
squadra allora:
-
il sistema era questo;
-
lo facevano tutti, ma colpiscono noi!
-
non ci sono prove che siamo coinvolti;
-
cosa avremmo dovuto fare?
-
è facile fare i moralisti!
Conclusione con minacce (o messe in atto) di blocchi
stradali e ferroviari, appelli alla mobilitazione al territorio ed alla classe
politica locale, dichiarazioni di guerra ai nemici beneficiari delle nostre
disgrazie ed infine l’immancabile denuncia del complotto ai nostri danni…
La vicenda Moggi rivela un’Italia provinciale, contadina,
cafona, arcaica, primitiva. In pochi sono riusciti a capirla ed a raccontarla.
Chiudiamo con tre interventi, tre stralci illuminanti scritti da chi si occupa
quotidianamente di calcio, senza puzza sotto il naso.
“Il cuore del problema sta nel
capire una volta per tutte che il calcio, non il Lecce o il Chievo o il Milan,
è il prodotto che questa industria deve vendere nel suo complesso se vuole
crescere bene e non storta come è cresciuta, uscendo dal miserabile
campanilismo di nuovi o vecchi ricchi che vivono per fregare il presidente dell'altra
squadra e del prodotto complessivo si strafottono.
Il moggismo nasce e prospera in
questa cultura preindustriale italiana da fattore che ruba al padrone sul
raccolto, o da albergatore che aggiunge due piani abusivi alla Pensione
Mariuccia per battere il concorrente della Pensione Miramare e bloccargli la
vista mare, anche a costo di sputtanare l'intera località balneare e andare poi
a fondo, implorando l'aiutino della regione per non chiudere”.
“Un potere italiano trafficone e
ruffiano che essendo del tutto all'oscuro del binomio diritti/doveri vive, si
muove e si assesta attorno al binomio favori/sgarbi. Un mondo di comparaggi e padrinati
(dunque, e lo si sottolinea sempre troppo poco, un mondo esclusivamente
maschile, e familista, e sostanzialmente arcaico) sempre in bilico tra
illegalità da accertare e un molto accertato squallore.
[…] Ovunque un ‘tu’ piacione e
colloso, un clima da eterna rimpatriata […] e una furbizia greve, da commedia
dell'arte: quella stessa che poi vediamo, ripulita dei suoi quadri più
inconfessabili, nei peggiori talk-show calcistici, dove "l'amico
Moggi" da anni ammannisce a una platea spesso estasiata oscure facezie e
sorridenti minacce, una specie di andreottisimo però imbertoldito,
un'imitazione popolaresca del Potere che è parodia però senza saperlo. In fondo
soprattutto penosa, e penosa non tanto perché rimanda a probabili prepotenze
calcistiche, quando perché incarna (altro che calcio...) la vecchia furbizia
contadina italiana appena appena camuffata, incravattata di fresco, e riscodellata
in video per la gran gioia di chi non vuole fare la fatica di pensarci diversi,
noi italiani, da questo stucchevole arrangiarci da subalterni: da servi, altro
che da potenti. (Che la furbizia sia caratteristica servile, e mai signorile, è
la sola fondamentale scoperta politica che milioni di italiani devono ancora
fare)”.
“Era l’autunno del 1999 […], all’epoca
la Juve era, ovviamente, la padrona incontrastata – assieme al Milan - del
calcio italiano, la Fiorentina era appena arrivata seconda, la Lazio si
apprestava a vincere il suo secondo scudetto ed il Parma collezionava trofei su
trofei.
Com’è andata a finire dopo solo 7
anni è ben noto e rende inutile un ripasso, ma ciò sul quale intendo soffermare
la mia attenzione - stimolando anche i ricord i- è un altro aspetto: questi
personaggi – tutti, chi più e chi meno - hanno posto in essere una vera e
propria occupazione, direi quasi militare. Tramite “soldati” ben prezzolati,
assoldati – come si conviene - secondo le competenze settoriali di ciascuno
(arbitri, dirigenti, procuratori, giornalisti, financo politici), hanno creato
un sistema loro all’interno del sistema calcio.
Ed anche questo è ormai ben
chiaro a tutti.
Ma ciò che la gente che sta
all’esterno non sa sono i modi, che spesso parlano più di mille fatti e che mi
hanno sempre colpito ed amareggiato.
Questi personaggi si muovevano
all’interno del mondo del calcio con la stessa aria con la quale il padrone
delle terre meridionali degli Stati Uniti dell’Ottocento faceva un giro tra i
suoi schiavi.
E se dispensava un sorriso ogni
tanto era solo per dimostrare magnanimità e benevolenza, ma sempre da parte del
padrone.
Arroganza continua, potremmo
dire, con l’accondiscendenza – bisogna dire anche questo – di chi, comunque
avrebbe potuto dire “stop”, ma a che prezzo?
“Troppo alto” - avrà pensato- “ed
allora meglio stare in scia alla grande nave accontentandosi degli avanzi che
affondare, e poi, magari, se sto bene in scia un giorno mi fanno anche salire a
bordo. Certo, in sala macchine, tra i rumori ed il fumo, ma comunque a bordo”.
E quindi ogni tipo di arroganza
veniva consentita, come quando i dirigenti della Juve pretendevano che le loro
4 guardie del corpo personali li seguissero anche all’interno degli spogliatoi,
pur senza esserne autorizzati. Ed a nulla valevano le rimostranze anche del
rappresentante delle Forze dell’Ordine, in divisa, che in quella area dello
stadio, garantiva personalmente, insieme con i suoi uomini, dell’incolumità dei
dirigenti medesimi. E poi, casomai, una maglia autografata di Buffon o Del
Piero si trova sempre…nessuno può immaginare quanta “prostituzione” circoli
negli spogliatoi attorno ad una maglietta, meglio se sudata.
Arroganza, senso di onnipotenza
che trasudava in ogni occasione ufficiale nella quale la prassi obbligava le
società, specie se piccole, ad omaggiare il Presidente (di Lega prima e
federale poi) Carraro di presenti che costavano anche dieci o quindici milioni
di lire cadauno. Ed era un problema perché, come ribadiva la segretaria al telefono,
“Sa, il Presidente è molto esigente, e tra l’altro ha gusti raffinati e,
soprattutto, non esiste cosa che non abbia”. Ed allora, oltre alla spesa,
bisognava scervellarsi per inventarsi qualcosa di originale da omaggiare al
Presidente.
Arroganza che spesso fa rima con
onnipotenza e, soprattutto con senso di impunità. Rispetto a tutti. Rispetto a
tutto. Come la gestione del caso-passaporti o le varie squalifiche sempre
clementi con le loro squadre, sempre esemplari con le altre. Arroganti,
onnipotenti ed impuniti anche sul campo ed i calciatori recepivano
completamente questi atteggiamenti.
I celebrati campioni delle “sette
sorelle” che parlano con le mani in faccia agli arbitri, quegli arbitri che, in
realtà, non hanno nessuna voglia di farle arrabbiare, le “stars”, sono
l’emblema di questa arroganza dilagante. […]
Mercato governato col joystick,
arbitri a libro paga e chi più ne ha più metta. Fa quasi tenerezza vederli ora
con gli occhi bassi, lo sguardo della vittima, farfugliare teoremi difensivi goffi,
ma ciò che è ineludibile è la constatazione del crollo di un mondo nel quale
per troppo tempo arroganza è stato – come sempre avviene - sinonimo di
ignoranza e l’ignoranza, stavolta non quella etica, ma quella derivante
dall’assenza di libri, non ha consentito a tutti questi predoni di sapere che
nessuna occupazione, nessun esercizio di potere assoluto dura in eterno”.