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Missione in Mauritania
Diario di viaggio
Missione in Mauritania
6305 letture
10 settembre 2002
E’ un paese di confine. La maggior parte è Maghreb, anzi vero e proprio Sahara, ma la fascia meridionale, nella vallata del fiume Sénégal che lo separa dall’omonimo paese, è Africa nera. La popolazione, due milioni e mezzo di persone su un’area che è due volte la Francia, è mista: bianchi arabi e neri arabi, discendenti degli antichi schiavi. Relazione da un progetto di Cooperazione internazionale



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Missione in Mauritania


E’ un paese di confine. La maggior parte è Maghreb, anzi vero e proprio Sahara, ma la fascia meridionale, nella vallata del fiume Sénégal che lo separa dall’omonimo paese, è Africa nera. Di conseguenza la popolazione (poco più di due milioni e mezzo, su un’area che è due volte la Francia) è mista: bianchi arabi (chiamano la loro lingua hassaniya, ma le differenze con l’arabo ufficiale sono minime); neri arabi, detti harratin, anch’essi di lingua hassaniya, ma discendenti degli antichi schiavi; neri del fiume, di etnia e lingua pular (di fatto i Tucolor dell’altra riva del fiume), soninké o wolof (con l’aggiunta di gruppi di Peuls, cioè i Tucolor provenienti dal Mali, tradizionalmente pastori). Questi gruppi si dividono lo spazio: arabi (per lo più bianchi) in quasi tutto il paese; neri arabi sparsi qui e là, neri-neri solo a sud.


Nouakchott, la capitale, è un caso a parte. Inventata di sana pianta dopo l’indipendenza (Nouadibou era troppo a nord per i neri e Rosso troppo a sud per i bianchi), progettata per ospitare il governo e non oltre 15,000 abitanti, oggi ne conta – pare: non c’è un censimento esatto – circa 750.000. La maggior parte abita enormi quartieri privi di acqua corrente, fogne ed elettricità dove convivono poveri e piccola borghesia (anche impiegati dello stato, insegnanti, poliziotti, infermieri del pubblico e del privato). I trasporti pubblici non esistono, ma in compenso i numerosi taxi costano poco e lavorano fino a schiantare le auto (anche tre tassisti a turno sulla stessa auto che non si ferma mai).


A Nouakchott le lingue, le culture e le etnie convivono e rendono evidente il dato di fondo della trama etnica del paese: la superiorità dei bianchi arabi. La schiavitù ufficialmente non c’è più: abolita negli anni ’80 (del ‘900, non dell’800!), si ha però notizia di compravendite di schiavi fino a pochi anni fa. Non è passato molto tempo da quando una donna ministro del governo mauritano dichiarava che in fondo la schiavitù era un bene, perché permetteva alla donna [araba e bianca, ovviamente] di liberarsi dai lavori domestici. Il fenomeno comunque è di certo ancora presente, anche se secondo alcuni tende a trasformarsi da fatto culturale/razziale a fatto puramente economico (schiavitù per debiti). Anche i neri avevano in passato i loro schiavi: prigionieri di guerra in genere, che però a volte assurgevano a ruoli importanti all’interno della famiglia padrona e ne sposavano le donne. I bianchi arabi per secoli invece sono stati razziatori di schiavi per la vendita sui mercati del Maghreb e dell’Europa o per sè stessi. Oggi gli harratin ufficialmente non sono discriminati: due di loro sono persino diventati ministro, ma è un fatto che tra gli arabi i più poveri siano loro: un nero che spinge una carretta trainata da un asino con sopra bidoni di acqua da vendere è di certo un harratin.


Certo, gli arabi bianchi poveri esistono e non sono pochi. Nella fascia pietrosa tra il fiume a sud e il deserto a nord, zona di pastorizia nomade e magre colture, vive la popolazione forse in condizioni peggiori, e sono bianchi. In confronto, i neri del fiume hanno almeno un regime alimentare più vario, grazie alle coltivazioni regalate dalle piene annuali del Sénégal, per quanto da un ventennio ridotte dalla siccità e dalle dighe costruite a monte, in Mali. Ma i neri del fiume sentono le loro terre minacciate dalla “messa a valore” concepita dal governo a vantaggio degli arabi. Nei decenni scorsi, alle crisi alimentari dovute alla siccità ha fatto seguito la discesa dei bianchi verso quelle terre e la cacciata violenta di popolazioni nere di là dal fiume.


Le lingue contribuiscono alla complessità del quadro: dopo varie modifiche e scontri la situazione è questa: una lingua ufficiale (l’arabo hassaniya) e tre lingue nazionali (haal pular, wolof e soninké). Di fatto l’amministrazione parla arabo. La scuola superiore è in arabo, dopo che le elementari hanno impartito l’insegnamento in una delle quattro lingue, con un evidente handicap di accesso alle superiori da parte di chi non ha studiato in hassaniya. Ma anche l’arabo può essere un handicap: quasi tutti i neri parlano anche francese, la lingua diffusa quando qui i francesi venivano a estrarre il ferro delle miniere del nord e la gomma. In francese si svolgono spesso le conversazioni in strada tra chi non si conosce e il francese è, ovviamente, la lingua della comunicazione internazionale e soprattutto con gli altri paesi neri della zona. Nei villaggi bianchi dell’area secca la gente però parla solo arabo.


Il governo mauritano ha a più riprese tentato di far fronte a questa complessità, alternando gli sforzi di coesistenza alle tentazioni di totalitarismo arabo, le prove di reciproca assimilazione multietnica alla repressione delle “minoranze” (ma minoranza i neri lo sono diventati forse solo dopo le espulsioni di massa degli anni ’80). Forse anche questo governo, come buona parte degli omologhi del mondo arabo, può definirsi dittatura, ma almeno non espone ad ogni angolo il finto sorriso del presidente Taya, come fanno invece tanti altri autocrati che ci ostiniamo a considerare democratici.


Di certo due cose accomunano tutte le componenti: l’ospitalità e il comportamento pacifico. Con qualunque parte della popolazione si stabilisca un contatto appena meno che superficiale, l’invito a cenare ed eventualmente a dormire in casa è quasi immediato: siano il cuscus di montone di origine araba oppure il tiebudjen (pesce con riso e verdure) di origine senegalese a fare da piatto forte preceduto e seguito dai rituali tre bicchierini di the. Relativamente ad altre capitali, Nouakchott è priva di rilevante criminalità (ma, com’è ovvio, girare di notte nei quartieri privi di illuminazione può comportare rischi).


Con Amadou (che è mauritano anche se da anni in Italia) abbiamo visitato i quattro villaggi della regione del Trarza (sulla strada che dalla capitale conduce a Rosso e quindi al fiume Sénégal) dove si stanno per realizzare i centri di salute previsti dalla mini azione decisa dal CISS nell’ambito delle “donazioni globali” dell’Unione Europea per l’anno 2001. Negli incontri con i villaggi l’atmosfera è la più varia, ma sempre spontanea: a Tiguent i notabili presenti non riescono a tener testa ai discorsi delle donne, che parlano e ridono forte; a Mbalal, sotto la tenda centrale, le donne prendono la parola quando il notabile gliela concede; negli altri le donne non ci sono proprio: solo una discussione con i notabili distesi sulle stuoie attorno al cuscus mangiato con le mani, come sempre.


C’è molta aspettativa, e facciamo fatica a spiegare che il nostro è solo un piccolo intervento e che è limitato ai centri di salute. L’acqua e l’agricoltura sono le due altre grandi richieste. Ovviamente non possiamo promettere nulla, se non che durante la realizzazione dei lavori per i centri di salute (questi per fortuna ormai imminenti) cercheremo con gli amici della ONG locale Tenmiya (“Sviluppo”) di ipotizzare soluzioni future.


Ma lo scopo principale della missione è verificare sul campo le condizioni per un nuovo progetto, su cui chiedere il cofinanziamento alla UE. Per questo, dopo una splendida notte sotto le stelle ad Aire m’bar, villaggio natale di Amadou nella valle del Sénégal, affrontiamo le lunghe ore di pista pietrosa che da Magta Lahjar porta ai villaggi dell’Aftout, nelle regioni di Brakna e Gorgol.


Atout è il nome che qui si dà a queste aree secche, a metà tra deserto e pietraia. Quello di Magta Lahjar è l’Aftout per definizione.


La zona è indubbiamente secca, con una pluviometria di 150-300 mm/anno e un ambiente dominato dalla Calotropis Procera, molto resistente alla siccità, ma che in presenza di acqua diventa infestante e minaccia le colture. Queste sono i cereali (miglio) per la vendita e le colture orticole per l’autoconsumo e dipendono fortemente dalla scarsità d’acqua. La pastorizia è nomade (ovini e caprini, asini, dromedari, più rari i bovini) e produce quasi solo latte, carne e pelli per autoconsumo: la distanza della città rende difficile la vendita. Gli spostamenti avvengono a piedi o con asini, ma le distanze sono proibitive.


L’acqua viene attinta da pozzi, che sono piuttosto rari, attivati con semplici carrucole. Ad esempio nel villaggio di Tourjia, quando il pozzo è a secco, il più vicino è a 13 km. I pozzi sono usati per l’acqua potabile, per uso igienico, per abbeverare il bestiame e per irrigare gli orti. Le risorse dalla produzione cerealicola servono per acquistare ciò che non è prodotto in loco: abbigliamento, saponi e detergenti, farmaci, materiali scolastici.


Da tre anni interviene nella zona il Commissariato alla lotta alla Povertà (dipendente dal primo ministro) con un programma sostenuto da Caritas e dalla Federazione Luterana Mondiale, cui ha collaborato Tenmiya per gli aspetti tecnici. Questo programma ha realizzato interventi idraulici (dighette per la ritenzione dell’acqua piovana), interventi sanitari (costruzione di centri di salute, cui il governo assegna un infermiere e che la Caritas continua a sostenere con invio di farmaci. In genere sono dotati solo di un lettino e piccoli strumenti), interventi per l’educazione (costruzione di locali per aule), interventi per la sicurezza alimentare (realizzazione di piccoli magazzini per lo stoccaggio dei cereali delle annate buone in vista di quelle cattive, gestiti dai comitati di villaggio), distribuzione di piccoli animali per il sostegno all’allevamento. Il programma del Commissariato ha completato l’annualità 2001, ma la 2002 è ancora incerta, per mancanza di risorse. Nella regione è previsto un programma UE per la realizzazione di dighe e piste.


A seguito della visita abbiamo discusso con gli amici di Tenmiya le possibili previsioni del progetto che intendiamo mettere in piedi.


Innanzitutto la realizzazione di pozzi o la loro dotazione con attrezzature per l’estrazione dell’acqua. Diversi sono i tipi di attrezzature possibili, ma si privilegerà quella ad energia eolica, che costa circa 2.000 – 5.000 Euro, ma garantisce oltre 15 anni di vita e non necessità di carburanti. La manutenzione, se affidata a tecnici specializzati che vengono dalle città, costa fino a 70.000 Ouguiya l’anno in moneta locale, pari a circa 300 Euro, cifra proibitiva per i villaggi. Sarà quindi necessaria la formazione specifica di Agenti locali volontari.


Il secondo livello di intervento sarà la realizzazione o manutenzione di “case di salute”, anche qui con una formazione specifica. I lavori verranno realizzati dalla popolazione locale volontaria, che in questo modo apprende anche a garantire la manutenzione; saranno comunque necessari alcuni operai specializzati (muratori, elettricisti, carpentieri) che possono essere contrattati a giornata a Magta Lahjar. Si parla di “case di salute” e non di “posti di salute” perché questi ultimi prevedono l’invio di un infermiere statale, che invece qui non c’è. Verrà quindi realizzata formazione specifica per Agenti di Salute di Base volontari nell’ambito delle stesse comunità. Alcuni agenti esistono già a seguito di precedenti programmi. Le case di salute verranno attrezzate con pannelli solari per gli interventi notturni (i pannelli piccoli costano circa 250 E cad. e illuminano per 3-5 ore). I principali interventi sanitari (le principali necessità attuali) sono i parti e le affezioni infantili (diarree, verminosi), oltre alla malaria (pur essendo zona secca, ci sono in zona dei ristagni d’acqua stagionali, oltre all’influenza della valle del Sénégal, distante in linea d’aria circa 100 km). Le case di salute verranno gestiti da Comité di Santé, costituiti per lo più da donne, tra cui le Agenti di Salute di Base. Il/la rappresentante del Comité parteciperà al Comité de Village. Attualmente un centro di salute un po’ più attrezzato si trova a Gouweiwa. Dispone di un infermiere statale, due levatrici (non specializzate) e due ausiliari ma nessun medico (previsto in teoria) per coprire una regione di circa 12.000 abitanti. L’ospedale è a Magta Lahjar, capoluogo del dipartimento. Dispone però solo di un medico generalista. Solo nella capitale regionale Aleg c’è l’ospedale con gli specialisti, compresa chirurgia, e c’è la Direzione Sanitaria Regionale. Ma Aleg è molto lontana, specie se la devi raggiungere in asino.


Il terzo aspetto del progetto previsto è l’educazione e quindi la realizzazione o manutenzione di aule. Anche qui la realizzazione dei lavori sarà su base volontaria e anche qui è prevista l’attrezzatura con pannelli solari: la sera le aule verranno utilizzate per l’alfabetizzazione degli adulti, necessaria per il rafforzamento dei Comitati di villaggio e dei Comitati specifici creati per la gestione delle attività sanitarie e agricole. Solo la sera c’è disponibilità dei beneficiari, altrimenti impegnati nei lavori agricoli e nell’allevamento lontano dai villaggi. In alcuni villaggi c’è l’insegnante pagato dallo Stato. Dove non c’è si formeranno Agenti locali di educazione, scelti per lo più tra i giovani locali che hanno frequentato qualche anno di scuola superiore, sia per l’educazione dei minori che per l’alfabetizzazione degli adulti.


Per quanto riguarda le attività agricole si prevede la realizzazione di dighette per l’acqua piovana e la fornitura di piccoli attrezzi. Le dighette servono per ritenere l’acqua piovana che verrà utilizzata per la produzione cerealicola e consistono in semplici rialzi del terreno con una protezione per evitare il calpestio da parte degli animali.. L’acqua vi si mantiene per 1-2 mesi e consente quindi un raccolto che può essere stockato nei magazzini. Verranno realizzate nelle conche naturali da parte della manodopera locale volontaria. I fondi previsti nel progetto servono per l’acquisto di attrezzi (che poi restano di proprietà del villaggio) e per l’acquisto, nella città vicina, di alcuni materiali di rinforzo. Per le più grandi servirà l’affitto della pala meccanica (reperibile a Magta Lahjar). Le dighette più piccole misurano 0.50 – 0.80 di altezza, le grandi oltre 1 metro, mentre la lunghezza dipende dall’estensione della conca. Grazie alla formazione e agli attrezzi acquisiti si formerà nei villaggi una Unité de Aménagement de Base che prosegue la manutenzione su base volontaria. Anche i rappresentanti delle Unité parteciperanno al Comité de Village.


Infine un’azione prevista dal progetto, trasversale a tutte le altre è l’appoggio alle strutture comunitarie. In alcuni villaggi esistono già dei comités de village più o meno formali che riuniscono in modo spontaneo non solo i notabili, ma anche chi vuole contribuire alle attività comuni. Rappresentano in modo più o meno consensuale gli abitanti maschi e femmine. Sono presieduti dal capo villaggio in modo onorifico, essendo di fatto animati dai soggetti più attivi. I comités de village saranno sostenuti con l’alfabetizzazione degli adulti (che consenta la tenuta di verbali e la contabilità) e la formazione alla gestione delle risorse comunitarie. All’inizio del progetto verranno scelti degli Agents de Vulgarisation de Base, da formare per attivare l’animazione (su base volontaria). Ai Comités de Village parteciperanno i rappresentanti dei Comitati specifici (acqua, sanità e Unité de aménagement), su base consensuale/volontaria. All’inizio del progetto verranno firmati contratti di partenariato tra Tenmiya e i comités de village, con la specifica dei doveri reciproci. La prima azione sarà la discussione della metodologia del progetto ai membri dei comités.


Nella capitale, prima e dopo le visite sul campo, abbiamo incontrato la Delegazione dell’Unione Europea, per chiedere notizie sui programmi in corso e ipotizzare eventuali sinergie con il nostro futuro progetto, nonché i funzionari del Commissariato per la lotta alla povertà e il Ministro dello Sviluppo Agricolo, al quale abbiamo chiesto una partecipazione del governo mauritano al progetto, sia finanziaria che tecnica.


Gli interventi ipotizzati non sono facili, la zona è difficile da raggiungere e i costi sono alti. Ma è un progetto che varrebbe proprio la pena di realizzare: acqua potabile, acqua per l’agricoltura, sanità e scuola. Potremmo intitolarlo: “i bisogni primari dell’Aftout”.






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Formato per la citazione:
Alberto Sciortino. "Missione in Mauritania". terrelibere.org, 10 settembre 2002, http://www.terrelibere.org//missione-in-mauritania
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