[1]
In
questi anni così “ordinari” non mancheranno momenti topici, come per esempio la
guerra di mafia degli anni ottanta e novanta, l’assalto al municipio contro le
politiche anti-abusivismo del 1983 o la grande manifestazione di piazza e
popolo del 2002 “a favore del pet-coke”. Tuttavia questi sono da considerarsi
momenti eccezionali, che costituiscono l’apice di fermenti dal carattere
sporadico, per quanto profondamente connaturati alla sistemica della vita
quotidiana (se non altro perché la mafia è una presenza radicata e
profondamente intrecciata con l’economia locale, l’abusivismo è collegato
all’abitare e la rivolta per il pet-coke è connessa ai salari e all’esistenza).
Ma
a tempo debito vi sarà spazio per approfondire ciascuno di questi argomenti.
Quello che ora preme sottolineare è che la vicenda di Gela non si esaurisce
nella dimensione locale e nel suo essere, per l’appunto, un semplice studio di
caso.
Questa
cittadina affacciata sul Mediterraneo, infatti, incarna a suo modo questioni
più ampie, legate ai temi dello sviluppo e della dipendenza. La sua è una
storia locale molto meno particolare e minuscola di quanto possa apparire. Al
suo interno confluiscono modalità di relazione e potere che hanno caratteri
generali e a loro modo universali e che sono in sostanza connessi alla
relazione tra grande capitale[2] e
territori periferici.
Parlare
di Gela significa infatti discutere della relazione tra centro e periferia, degli
esiti dell’industrializzazione diretta centralmente, del sottosviluppo (o
dell’“industrializzazione senza sviluppo”),[3] delle
relazioni “coloniali” (un’espressione forte, secondo chi scrive decisamente
calzante, ma riproposta frequentemente dagli attori sociali),[4]
del ricatto occupazionale, dell’incertezza, del rischio sanitario e della
resistenza che essa genera in ristretti gruppi, della passività delle masse e
dell’illegalità come risorsa.
In
fondo, non deve essere un caso se una città di poco più di 77.000 persone sia
riuscita nel corso del tempo ad inspirare una ingente massa di libri, [5]
studi e repertori vari di impronta direttamente o vagamente sociologica. Che si
veda o meno il nesso intercorrente tra il particolare e il generale, quello di
Gela è uno di quei casi emblematici che diventano sintomo e simbolo di una
crisi connessa in ultima analisi al capitale e ai suoi effetti sulle persone e
i territori.
2.
Metodologia e obiettivi
La
ricerca qui presentata, dedicata all’impatto sociale dell’industria
petrolchimica operante nel territorio Gela, è di tipo qualitativo. Lo studio
si è avvalso di 51 interviste semistrutturate rivolte a testimoni locali così
divisi:
-
soggetti istituzionali (politici
in carica);
-
membri dell’universo
associazionistico (ambiente e salute);
-
imprenditori (settori
manifatturiero, edile, agricolo);
-
testimoni “privilegiati”
(soggetti che per la posizione ricoperta al momento in passato sono in grado di
fornire una visione dettagliata di fasi storiche importanti);
-
lavoratori del settore
industriale (operai dello stabilimento e dell’indotto);
-
cittadini (uomini e donne
selezionati in ragione del quartiere d’appartenenza).[6]
In
aggiunta alle interviste in profondità, è stato realizzato un focus group
che ha coinvolto 9 operai in pensione appartenenti al reparto Clorosoda, uno
dei più pericolosi tra quelli presenti all’interno dello stabilimento
petrolchimico (chiuso nel 1994).
Il
focus group in questione ha scarsa rappresentatività dacché, per quanto
numerosi siano i partecipanti, è arduo attribuire una qualsivoglia validità a
un singolo incontro (Morgan 1988; Krueger 1994; Liamputtong e Ezzy 2005) e
anche perché il gruppo era estremamente selezionato, composto com’era da
un’unica categoria di lavoratori, per giunta riuniti in un’associazione
impegnata a rivendicare un risarcimento per le condizioni di lavoro
intrattenute per circa un ventennio nel reparto in questione. Il focus group,
tuttavia, serviva a raccogliere quanti più dettagli possibili sulle modalità di
lavoro all’interno di reparti critici dell’impianto petrolchimico e anche sul
fenomeno del “pendolarismo” lavorativo (in ragione della relazione tra
esposizione prolungata a fattori patogenici e l’insorgenza di malattie
professionali). L’incontro è stato peraltro l’occasione per un interessante
processo di ricerca-azione, dacché ad esso ha presenziato nella veste di
ascoltatore un esperto medico legale, che ha avuto modo di consigliare il
gruppo sulla plausibilità delle singole azioni giuridiche individuali.
Inoltre
mi sono avvalso di un certo numero di conversazioni informali tenute con
differenti tipologie di soggetti in situazioni variegate legate alla vita
quotidiana e ho avuto altresì modo di frequentare la mensa dello stabilimento
Eni per un periodo di circa due settimane, intrattenendo sporadicamente delle
conversazioni con gli operai e ascoltando discorsi relativi, oltre che a
famiglia, calcio e ad automobili, alle condizioni di lavoro e di sicurezza
all’interno della fabbrica. Le conversazioni informali e gli stralci utili di
discorso estorti nel corso dei miei pranzi allo stabilimento sono stati
riportati in un diario etnografico che ho puntualmente aggiornato per tutto il
corso della ricerca.
In
particolare, il nostro studio qualitativo si proponeva di indagare e rinvenire:
1.
orientamenti ed idee relativi ai
piani di risanamento, e più in generale, alla rigenerazione dell’area di Gela a
partire dai bisogni e dalle aspirazioni dei cittadini (collezione di punti di
vista e analisi “dal basso”);
2.
le vocazioni territoriali e i
possibili agenti di trasformazione (quali forze economiche e sociali sono
attive in città e quale impatto hanno sulla vita della città);
3.
rappresentazioni e percezioni
legate al rischio ambientale (salienza e riconoscimento del rischio da parte
degli attori sociali);
4.
percezioni in merito ai servizi
sanitari pubblici (facilità di accesso; corrispondenza ai bisogni diffusi tra
la cittadinanza; suggerimenti in merito al loro potenziamento e alla loro
riorganizzazione);
5.
le relazioni fiduciarie “orizzontali”
e “verticali” (ovvero la fiducia esistente tra attori istituzionali e quella
serbata dai cittadini nei confronti delle istituzioni);
6.
le visioni relative allo sviluppo
presenti nel tessuto sociale (“continuità” o “innovazione” del modello economico
fondato sull’industria petrolchimica);
7.
il mutamento della cultura
operaia e le relazioni interne alla fabbrica (solidarietà e coesione).
La
ricerca non mirava evidentemente a ottenere risultati muniti di
rappresentatività in senso statistico; piuttosto intendeva fornire indicazioni
relative alle principali problematiche sopra menzionate e alle prospettive
degli attori sociali nell’area indagata.
Entrando
nel dettaglio, occorre specificare che l’orientamento espresso nel piano
consiste nel superare la distinzione tra testimoni “privilegiati” e “non
privilegiati”. Si ritiene infatti che, in linea di principio, tutti gli attori
locali possiedano un punto di vista “privilegiato”, essendo essi in grado di
fornire rappresentazioni e punti di vista differenziati ma egualmente titolati,
in ragione della conoscenza dell’ambiente e delle sue problematiche e in quanto
depositari e produttori di “retoriche comuni” relative ai luoghi.
Per
tale ragione, si è ritenuto necessario includere nello studio alcuni cittadini
comuni, impiegati nel petrolchimico o semplicemente residenti nell’area
considerata. L’adozione di questa visione “egualitaria” ha portato a
considerare meritevoli di attenzione tanto i soggetti istituzionali quanto i
“semplici cittadini” e, sul piano metodologico, ha implicato la scelta di
adottare una traccia di intervista dalla struttura comune per tutti i casi
selezionati, ma ciò nonostante flessibile.
La
traccia di intervista è stata applicata in modo ragionato, dedicando a seconda
degli interlocutori uno spazio più o meno ampio alle varie tematiche ma
restando pronti a cogliere gli spunti inattesi che sono emersi dalle
conversazioni e a sfruttare le conoscenze acquisite nel corso dell’indagine per
innovare la griglia e meglio adattarla ai diversi attori e alle circostanze.
I
soggetti contattati sono stati originariamente reclutati sulla base di un
criterio di “pertinenza” (nel caso dei soggetti istituzionali, delle
associazioni ambientaliste, sanitarie e di imprenditori) e, successivamente,
con metodo “reputazionale” (chiedendo a ciascun testimone di indagare altri
soggetti che a loro giudizio meritassero di essere ascoltati in ragione del
ruolo o dei risultati ottenuti nel corso della loro carriera) (Warner 1963;
Hunter 1963; Stone 1988).
I
risultati, che si prestano ad ovvie critiche in ragione del rischio di
autoselezione (King, Keohane e Verba
1994; Liamputtong e Ezzy 2005), non sembrano però eccessivamente condizionati
dai limiti connaturati al metodo. Molti dei soggetti contattati con questo
criterio, infatti, esprimevano spesso posizioni radicalmente opposte a quelle
degli individui che ne avevano consigliato l’ascolto ed erano, in certi casi,
in rapporti di semi-ostilità con essi.
Un
ruolo fondamentale, inoltre, è stato giocato da un “intermediario/garante”[7]
la cui credibilità e influenza sul territorio si è rivelato un prezioso passpartout
per avere rapidamente accesso a testimoni, rendendo possibile ad una sola
persona l’ardua impresa di contattare un numero tutto sommato elevato di testimoni
in poco meno di un mese di lavoro.[8]
Vale
inoltre la pena di sottolineare che la prospettiva analitica che ho prescelto è
per così dire sistemica. Essa pone infatti al centro della riflessione il
capitale e la sua capacità trasformativa, ma, come si sarà compreso, non
prescinde per questo motivo dal ruolo degli altri attori sociali coinvolti nel
processo di mutamento.
L’enfasi
sul capitale non trova la propria ragione d’essere in una avversione
aprioristica, ma nel riconoscimento della profonda asimmetria che caratterizza
le relazioni presenti in campo.
Nel
descrivere un dinamica essenzialmente di potere come quella discussa qui, non è
possibile fare a meno di definire chiaramente i ruoli degli attori. E la
centralità assunta dal capitale nella descrizione corrisponde esattamente alla
vastità di investimenti, risorse economiche e influenza che l’“impresa di
stato” ha messo in campo per trasformare questo territorio e trasformarlo in
una “capitale della petrolchimica”.[9]
Ciò,
come si diceva, non significa però trascurare il ruolo di coloro che gravitano
nell’area di azione del colosso industriale, ovvero di quel operatore che marca
il campo e incorpora in sé, in ragione della propria evidente e naturale
centralità, tutti i processi attivi e reattivi degli attori presenti nel campo.
A
partire da questa concezione “disposizionale”, è possibile definire lo spazio
dell’azione (il “campo”) come quel luogo creato dagli attori attraverso le loro
relazioni; e in particolare attraverso azioni miranti costantemente ad
affermare e contrastare le posizioni di dominio e subalternità, di avanguardia
e retroguardia (Bourdieu 1994).
E
ad iniziare da questo primo inquadramento, possiamo immaginare lo spazio anche
come un movimento centrifugo, prodotto da soggetti marginali interessati a
riappropriasi di aree sottoposte all’egemonia di un potere che essi avvertono
come alieno (Lefebvre 1991). Infine possiamo definire l’ insieme di relazioni
conflittuali sin qui ipotizzate e il gioco alla reciproca neutralizzazione che
ne consegue, come delle pratiche di resistenza, volte a riequilibrare i
differenziali di potere in campo (Scott 1990).
Fuori
da formule astratte, la breve cornice teorica qui presentata serve a introdurre
i principali argomenti del presente rapporto, incentrato per buona parte sul
risentimento di alcuni attori sociali (marginali e vittimali, isolati o
appartenenti ad associazioni) e sulle loro aspirazioni a ricevere delle forme
di risarcimento per i danni subiti, sugli scenari economici alternativi o complementari
allo stabilimento e, infine, sulla “chimera delle bonifiche” (come recita il
titolo di un pessimistico rapporto di Legambiente).[10]
L’idea
di fondo, in altri termini, è che la storia contemporanea dello stabilimento
debba essere letta nella sua relazione con le forme di opposizione e resistenza
sorte nel territorio nei primi anni novanta, oltre che con il mutamento del
quadro legislativo nazionale in materia di difesa ambientale.
Del
resto, queste stesse legislazioni vanno intese come il frutto di molteplici
lotte decentrate sostenute da differenti oppositori impegnati ad agire dal
basso o da dentro le istituzioni, oltre che come un passo obbligato da parte
del legislatore in ragione degli alti costi sociali e sanitari derivanti
dall’inquinamento industriale. Riconoscere dunque il diritto di voce a tali
oppositori non è tanto un tributo dovuto nei confronti di chi esercita la
cittadinanza attivamente quanto una necessità metodologica, considerato il peso
che molti di questi soggetti hanno avuto nel sottolineare la gravità della
situazione ambientale gelese, le sentenze giudiziarie che hanno contribuito a
produrre e la progettualità che si cela dietro alcune proposte.
Questo
non significa evidentemente che questi attori abbiano sempre ragione o che i
loro punti di vista si basino sempre su fatti inoppugnabili. Al contrario,
molte delle loro pretese e supposizioni in materia di ambiente e salute si
fondano su presupposti fallaci o indimostrabili. La chiara debolezza di alcune
argomentazioni, tuttavia, nulla leva all’importanza delle questioni che esse
racchiudono.
Questioni
riassumibili nelle formule del diritto alla salute, ad una informazione
accurata, a risarcimenti personali e collettivi che assumano le forme di somme,
pensioni, strutture sanitarie e altro ancora. Ma anche questioni più generali,
legate alla preponderanza del dubbio in territori così fortemente
caratterizzati dalla presenza industriale, alla disperazione che lo sviluppo
può generare quando intacca o dà l’impressione di intaccare la salute, alle
divisioni che l’industria crea in seno alle comunità. E anche alla possibilità
di cambiare le economie locali, di renderle ecosostenibili o, quantomeno, non
dirompenti in termini di salute pubblica.
Gela
non è forse un caso speciale, ma è senz’altro uno spazio fisico e morale che
permette di vedere da vicino molte di queste fondamentali dinamiche della
modernità. Dinamiche all’interno delle quali confluiscono temi propri della
sociologia dei movimenti, dell’ambiente e dell’economia. In questo senso,
interrogarsi su questo territorio è un modo per semplificare la riflessione e
interrogarsi su questioni ampie a partire da un caso minuto e particolare.
Nel
presente documento sono discussi in maniera sintetica i risultati dello studio
relativi ai punti sopra elencati. Per una discussione più completa si rimanda
dunque alla versione estesa del Rapporto.
3.
Ambiente: fatti e
percezioni
Nell’introdurre
la nostra analisi sulle percezioni dell’ambiente da parte degli attori sociali,
potrà risultare opportuno discutere brevemente le caratteristiche attuali dello
stabilimento Enichem di Gela.
Il locale petrolchimico è un complesso di grandi dimensioni che
ospita varie società, tra cui Raffineria di Gela, Polimeri Europa, Syndial, Enichem,
Agip Petroli, ecc.
Nel
sito vi sono due impianti di distillazione atmosferica, un impianto di distillazione
sottovuoto, un Gofiner, due Coking, un impianto per il cracking catalitico, uno
di alchilazione e un Claus per il recupero dello zolfo. L’Agip Petroli ha una
capacità di raffinazione di circa 6 milioni di tonnellate di greggio e produce
benzine, gasolio, gpl e petcoke.
La
raffineria è alimentata da una centrale termoelettrica da 262MW che brucia
diversi combustibili (olio combustibile Atz , Tar e Btz, metano algerino, etc.)
tra cui, caso unico in Italia il coke da petrolio, meglio noto come pet-coke,
una sostanza di scarto del processo di cracking.
I
fumi emessi sono trattati con il cosiddetto processo SNOx, che dovrebbe
rimuovere polveri, ossidi di azoto (NOx) e di zolfo (SOx).
Le
acque vengono trattate in un impianto di depurazione Tas/Cte. Un impianto biologico
garantisce il trattamento delle acque di scarico oleose di raffineria e dei
reflui urbani di Gela. Il complesso industriale utilizza 20 milioni di metri
cubi d’acqua potabile provenienti da un dissalatore, costruito con il finanziamento
della Cassa per il Mezzogiorno e gestito dall’Agip, mentre per gli abitanti ne
rimangono solo 9 milioni.
L’impianto
eroga una serie di servizi comuni, come vapore ed energia elettrica, dissalazione
dell’acqua di mare, distribuzione di fluidi, ecc. Le sostanze chimiche trattate
ed emesse dalle industrie di Gela includono biossido di zolfo, ossido di azoto
e polveri legate ad attività di raffinazione, oltre ad ammoniaca, fluoro, acido
fosforico, dicloroetano e cianuri .[11]
Per
quanto sia esplicativo della complessità dello stabilimento, questo mero elenco
tecnico non dice in sé nulla relativamente ai livelli di inquinamento rilevati.
A tal proposito, ricorderò al lettore che nel corso degli anni sono state
avviate diverse indagini giudiziarie, conclusesi spesso con sentenze di
colpevolezza ai danni di alti funzionari dello stabilimento.
Una
delle indagini più impressionanti è probabilmente quella del 2003, che ha portato
al sequestro di novanta serbatoi, le cui perdite avrebbero cagionato gravi
infiltrazioni nelle falde acquifere. Senza eccedere in tecnicismi, si può
notare che “i dati disponibili evidenziano che lo stabilimento è fonte causale
di impatto sulla qualità dell’aria con riferimento particolare alle rilevanti
emissioni annue di biossido di zolfo, ossidi di azoto e particolato” (DPR n.
915, 22). Con riferimento all’inquinamento dell’acqua, si è invece accertato
che per lungo tempo il 56% dei reflui del polo industriale hanno avuto “come
corpo ricettore direttamente il mare, mentre il rimanente è stato quasi
esclusivamente scaricato nel fiume Gela in zona foce” (DPR n. 915, 23).[12]
Tuttavia,
in questa fase non è tanto utile insistere su quanto lo stabilimento abbia
inquinato nel corso degli anni, quanto riflettere sul genere di interrogativi e
tensioni che alcuni elementi precedentemente riportati nella breve lista
tecnica hanno sollevato. In breve, queste tensioni riguardano l’impiego delle
risorse idriche, l’uso del pet-coke come combustibile per l’impianto e
l’efficacia della tecnologia SNOx.
L’adeguatezza
delle nuove tecnologie è al momento una questione per specialisti. Il sistema
di abbattimento dei fumi, considerato dai più un fatto positivo nella lotta
all’inquinamento, è infatti ampiamente criticato dagli ambientalisti per la
dubbia efficacia. Ma la tematica è al momento troppo tecnica per diffondersi
tra la popolazione e viene posta in una stagione di distensione nella relazione
tra industria e società, in cui tutti apprezzano gli sforzi finanziari
intrapresi dalla raffineria per mitigare il suo impatto ambientale. Le alte
questioni, invece, coinvolgono la cittadinanza nella sua interezza per i
riflessi che hanno avuto sulla vita quotidiana della comunità.
4.
La questione idrica
Iniziamo
dunque dalla questione idrica, che si pone per prima nella storia delle
relazioni tra città e industria e che incarna anche simbolicamente la questione
del potere. Nei suoi caratteri di fondo, il problema è così delineato:
l’industria impiega acqua di falda, mentre alla popolazione è riservata acqua
dissalata. Un’acqua, quella a cui ha accesso la popolazione, che non viene
bevuta e che è impiegata unicamente per i servizi igienici e per lavarsi.
E
se ci si chiedesse come è possibile che questo avvenga, la risposta è che gli
impianti industriali potrebbero essere danneggiati dall’acqua salina, per
quanto trattata.[13] Stando
così le cose, si è dunque ritenuto che fosse meglio invertire la logica e
destinare acqua di dubbia qualità alle persone piuttosto che alle cose.
Ancora
più interessante, in una prospettiva attenta alle relazioni di potere, è il
fatto che nel periodo che va dal 1963 agli anni novanta, il 50% dell’acqua di
falda portata in città dall’invaso sul fiume Dirillo per mezzo di un acquedotto
costruito dall’Anic, appositamente trattata attraverso un impianto di
trattamento delle acque presente nello stabilimento, non veniva impiegata per
fini industriali, ma civili.
Tuttavia
la popolazione a cui l’acqua così trattata veniva distribuita non era quella di
Gela nella sua interezza, ma quella residente nel Villaggio Macchitella,
composta all’epoca da personale dell’industria (Vasta 1998, 47-48).
Intorno
alla metà degli anni settanta, impiegando i fondi della cassa del mezzogiorno,
viene costruito un dissalatore, gestito dalle maestranze dello stabilimento.
L’acqua prodotta viene ceduta all’Ente Acquedotti Siciliani (Eas) per tutti gli
usi civili.
Il
dissalatore ha le sue prese proprio nell’acqua antistante lo stabilimento,
vicino al lungo pontile che serve per l’attracco delle navi petroliere, e pesca
l’acqua da destinarsi a fini potabili lì dove lo stabilimento riversa liquidi
inquinati con mercurio e altre sostanze, e i natanti compiono le proprie
operazioni, con frequente riversamento in mare di sostanze oleose.
Il
processo di dissalazione e il trattamento per l’epurazione delle sostanze
inquinanti, ha finito col produrre un’acqua deprivata di minerali e sostanze
fondamentali per la vita degli esseri umani, oltre che dalla temperatura
elevata, tale da renderla sconsigliabile per l’uso potabile.
A
questo occorre aggiungere problemi legati alla vetustà delle condutture e
all’infiltrazione di terriccio nei tubi che rende l’acqua sporca. La portata
limitata del gettito si rivela peraltro insufficiente e lascia intere aree
della città prive d’acqua, per parte della giornata o per diversi giorni. La
qual cosa induce i cittadini a munirsi di serbatoi, spesso di grandissime
dimensioni, e di relativi motori per il tiraggio dell’acqua.
Ne
risulta una inavvertita gara alla sottrazione d’acqua che amplifica i problemi
tecnici di base e rende il prezioso liquido una risorsa scarsa, malgrado esso
non sia oggettivamente così carente. Infine, agli inizi degli anni duemila l’acqua
è stata ufficialmente definita non potabile. La cittadinanza, dunque, evita di
bere l’acqua dei rubinetti e compera piuttosto quella minerale in bottiglia,
impiegandola anche per cucinare e, spesso, per lavarsi i denti. Le spese nel
corso di un mese sono enormi (anche più cento euro in taluni casi e nella
stagione estiva) e ad esse occorre aggiungere il disagio comportato dal
trasporto delle scorte dai supermercati alle abitazioni, spesso poste ai piani
superiori e prive di ascensori.
A
questi costi occorre aggiungere le imposte sull’acqua, che rimangono inalterate
e accrescono la sensazione di essere beffati. Da qui una divaricazione delle
strategie d’azione. Da un lato l’accettazione, non priva di risentimento e
polemica, di chi non sa come opporsi (la maggioranza dei cittadini); dall’altro
l’attivismo per lo più giudiziario di alcuni (per esempio, l’Associazione
cittadini per la giustizia).
La
questione idrica è una delle più interessanti del territorio e intorno ad essa
si sviluppano ipotesi suggestive. Al fine di mostrare l’assurdità assunta dal
problema, può essere utile notare che vi è chi, occupando posizioni di rilievo
in campo sanitario, suggerisce che non è vero che l’acqua non sia non potabile
e infatti la beve regolarmente (come ho potuto accertare personalmente).
Sempre
lo stesso testimone ricorda che l’Asl 2 di Caltanissetta ha dichiarato l’acqua
di Gela potabile e invita a concentrarsi sull’assurdità di una formula
impiegata dalla Regione che definisce l’acqua distribuita in città “potabile ma
non bevibile”. La formula, di difficile decifrabilità è stata probabilmente
coniata per supportare la battaglia per la riduzione delle bollette erogate da
Caltacqua, il gestore subentrato all’Eas. Almeno questa è l’interpretazione che
correntemente si dà.
Tuttavia,
nell’interpretazione del testimone contattato, la verità sarebbe che
dell’allarme idrico si è fatto un uso politicamente spregiudicato e che gli
stessi ambienti che anni addietro avrebbero premuto per far dichiarare l’acqua
del territorio non potabile, avrebbero perseguito tale obiettivo con lo scopo
di ottenere dalla prefettura il commissariato per le acque, raggiungendo così
un potere rilevante da sfruttare a fini ben più alti che quelli della semplice
amministrazione locale.
L’impossibilità
di continuare a sostenere a lungo ciò che non era dimostrabile, ovvero la non
potabilità delle acque, avrebbe spinto a moderare i toni, iniziando
dall’impiego di una formula come quella riportata sopra. Una formula, peraltro,
che sarebbe preliminare al riconoscimento della piena potabilità dell’acqua di
Gela (come in effetti è parzialmente avvenuto a partire dalla fine del 2007).
L’ipotesi,
suggestiva ma confusa, va riportata perché mostra quale sia il clima cittadino
e quali siano le voci, i sospetti e le tensioni generate da una situazione di
deprivazione relativa protratta nel tempo. Sospetti e tensioni che sorgono
peraltro necessariamente, associati come sono ad una inestricabile coltre che
rende difficile il compito di accertare dati di fatto e responsabilità.
Come
abbiamo visto, la semplice definizione dello stato delle acque e la loro
potabilità si rivela un processo delicatissimo e sensibile, che vede le parti
opporsi reciproche critiche riguardanti i criteri e le metodologie di analisi
impiegate.
Se
poi si ricercassero responsabilità oggettive concernenti l’insufficienza
dell’erogazione delle acque e il malfunzionamento della rete idrica, ci si
perderebbe nel novero di enti e livelli di competenza coinvolti nel servizio
(Raffineria S.p.a., Eas, Ato, Siciliacque S.p.a., Caltacqua, amministrazione
comunale, Commissario regionale per la crisi idrica).
Non
vi è dunque davvero di che stupirsi, se alcuni attori della società civile e
dell’ambientalismo scelgono la via dell’iperattivismo giudiziario, enfatizzando
aspetti diversi e suggerendo l’esistenza di truffe condotte da un numero
differente di soggetti in relazione alla gestione degli impianti, alla mancata
osservanza dei contenuti delle convenzioni che regolano le relazioni tra enti
coinvolti nel servizio e via dicendo in un crescendo di sospetti e denunce che
divide la società locale e diffonde l’idea che non ci sia nessun interesse per
la dimensione collettiva e pubblica.
5.
Una rivolta per il pet-coke
Come
si ricorderà, la questione idrica non esaurisce il novero dei temi spinosi che
dividono la comunità. E infatti è ora giunto il momento di accennare a quella
che, semplicisticamente, potremmo chiamare la “rivolta per il pet-coke”.
Questa
è una delle vicende che meglio esemplifica la struttura e l’ordine delle
relazioni nel territorio. Di più, è la storia che meglio di altre esemplifica
il concetto di egemonia, inteso come controllo sulle forme mentali e culturali
operato da un gruppo dominante su di un gruppo subordinato.[14]
All’interno
di questa vicenda, come già altri hanno notato, [15]
confluiscono infatti molti temi riassumibili sotto il concetto di dipendenza.
Si tratta di tematiche incontrate ripetutamente e in modo slegato all’interno
della nostra ricerca, che nel corso di questa specifica vicenda si rinvengono
però operanti in sincrono.
Per
dipendenza occorre intendere la profonda introiezione dell’idea che la fabbrica
sia centrale per gli individui e per la collettività, e che la sopravvivenza
della stessa città dipenda da essa. Da qui, l’idea che occorra assecondare la
fabbrica, non ostacolarla eccessivamente nella conduzione di manovre
considerate fondamentale per la sua sopravvivenza, espansione o benessere.
In
questo quadro ideologico, poco importa che la stabilità del sistema-fabbrica
comporti dei costi sociali. Essi sono il necessario scambio per il mantenimento
di quello che potremmo definire il corpo socio-industriale. Quel corpo quasi
metafisico, ma quanto mai reale nelle rappresentazioni degli attori, che costituisce
la fusione degli interessi della società locale a disporre di reddito e del
capitale di generare profitti.
Entrando
nel dettaglio, quella che chiamo la “rivolta per il pet-coke” è la grande
manifestazione di popolo che ha avuto luogo all’indomani del sequestro dello
stabilimento deciso dalla magistratura in seguito ad un’inchiesta che, sulla
base delle norme del Decreto Ronchi (Dlgs. 22/1997), aveva indotto a definire
rifiuto industriale il carbone da petrolio (o pet-coke) e giudicato illecito il
suo impiego per alimentare lo stabilimento.
In
breve, il pet-coke è il residuo solido che si ottiene
dal processo di raffineria denominato coking. Malgrado l’elevato potere
calorifico che lo caratterizza, il suo impiego come combustile non è comune in
Europa a causa dell’elevato contenuto di zolfo, di metalli pesanti e idrocarburi
policiclici aromatici che lo contraddistingue e al conseguente impatto
ambientale che verosimilmente deriverebbe dal suo uso. Tuttavia, esso
costituisce senza dubbio un economico ed efficace modo di alimentazione della
raffineria.
Diciamo che vi è un qualcosa di simbolico nell’impiego del
pet-coke come carburante. Le parti meno nobili risultanti dal processo di
lavorazione – paragonabile al funzionamento di un apparato digerente – prendono
ad alimentare lo stesso processo; come un uomo che si alimentasse delle proprie
stessi feci, insomma. Che vi sia qualcosa di perturbante in tutto ciò è
confermato dall’inusuale e abbondante presenza di arsenico e molibdeno nel
territorio di Gela, imputabile per l’appunto all’impiego di pet-coke;[16] ma anche dal rinvenimento di metalli
pesanti,[17]
diossine e un alto numero di sostanze legate al processo di combustione del
pet-coke che hanno ragionevoli possibilità di generare stati tossici, malattie cancerogene
e malformazioni.[18]
È all’interno di questo quadro, caratterizzato da una oggettiva
devastazione ambientale e sanitaria e dalla presenza di un corrispondente
provvedimento della magistratura impegnata a difendere la salute pubblica, che
si colloca la reazione dei residenti. Nel 2002, apparentemente al grido di
“meglio ammalati che disoccupati!”, [19]
circa ventimila abitanti di Gela scesero in strada in difesa della raffineria e
contro l’ordinanza di sequestro, erigendo barricate, chiudendo le porte
d’accesso alla città e ingaggiando scontri con le forze dell’ordine.
Vi sarebbero abbastanza elementi per concludere che nel 2002 si
sia compiuta una ennesima, drammatica vicenda del sud. Una storia,
fondamentalmente, riassumibile nei concetti di resistenza alla miseria e lotta
per un’occupazione, qualunque essa sia. Oppure che in quell’anno abbia avuto
luogo una rappresentazione biopolitica,[20]
ovvero che si sia assistito al momento apicale di un processo di
disciplinamento che è riuscito ad indurre le masse locali a interiorizzare
l’etica della produzione, del lavoro e del profitto a discapito della vita.
Tuttavia sarebbe troppo frettoloso liquidare la questione
unicamente in questi termini, malgrado è molto probabile che essi rappresentino
accuratamente una buona parte della realtà. Per una ricostruzione corretta
occorre tuttavia considerare il peso della disinformazione, il ruolo dei
sindacati e, infine, la pressione del locale senatore forzista Giacomo Ventura,
che s’incaricò, di concerto con lo staff dell’allora Primo Ministro Silvio
Berlusconi, a far emanare un decreto che ridefiniva la natura di rifiuto del
pet-coke trasformandolo in combustibile.[21]
In ordine, la disinformazione è quella dei residenti, in buona
parte impossibilitati a comprendere sino in fondo ciò di cui si stava
discutendo, l’importanza della violazione perpetrata dall’azienda e i suoi
effetti sulla vita.
Certamente, non si può credere che quelle masse fossero nella loro
interezza sprovvedute, ignoranti, insensibili. Gli effetti dell’industrializzazione
erano chiari ai più in ragione degli alti tassi di malformazione e di quella
confidenza con la malattia e il dolore che caratterizzava già da tempo la vita
della comunità.
Quelle masse, più probabilmente, erano semplicemente ambivalenti.
L’ambivalenza, infatti, è probabilmente il carattere principale di questa
popolazione divisa per buona parte tra legalità e informalità, tra sentimenti
ambientalisti e fedeltà all’azienda.
Lo conferma, tra l’altro, la compostezza con cui l’anno successivo
la stessa popolazione accolse il sequestro di novanta serbatoi, malgrado i
problemi che quest’atto poneva all’occupazione e ai profitti aziendali. Ma
nell’anno della rivolta fu probabilmente sufficiente che alcuni professionisti
della mobilitazione (forse i sindacati?) enfatizzassero alcuni aspetti a
discapito degli altri per ottenere quella grandiosa occupazione della città che
ancora oggi ricordiamo.
Beninteso, con l’eccezione della Cgil che rivendica
orgogliosamente un ruolo attivo,[22]
i sindacati aderirono alla manifestazione una volta che essa fu spontaneamente
indetta dalla popolazione e, inoltre, tutte le sigle respinsero ogni
responsabilità per la deriva violenta che a tratti ne derivò. Tuttavia molte
testimonianze raccolte da me e da altri ricercatori[23] sostengono che la “triplice” giocò
un ruolo importante e neanche troppo occulto nel gestire la mobilitazione,
presenziando il campo e interloquendo con attori chiave della rivolta.
Che il suggerimento sia plausibile appare confermato dalla
sensazione che il sindacato gelese di questi anni risenta degli stessi limiti
strutturali che ne limitarono l’azione già cinquant’anni fa e che perciò
possiamo chiamare atavici.
Quei limiti che, nella lettura fornita da Hytten e Marchioni
(1970), derivano sostanzialmente dal fatto che l’azienda con la quale il
sindacato si trova a interagire non è stata per lungo tempo un’azienda
qualsiasi, ma una “azienda di stato”. Una azienda incaricata storicamente di
contrastare l’oligopolio delle grande imprese private e l’organizzazione
terriera meridionale.
Un’azienda, inoltre, che persegue obiettivi capitalistici ma è
chiamata a farlo in un’ottica di “socializzazione dei profitti”, ovvero di
distribuzione di lavoro e benessere. Il sindacato locale, così come il resto
della società gelese, si è formato considerando lo stabilimento petrolchimico
come una proprietà pubblica, ovvero una entità amica e non certamente aliena.
A questa disposizione psicologica, occorre aggiungere un deficit
di rappresentatività, che coinvolge peraltro anche il mondo politico in senso
proprio. Sindacato e politica sono accomunate dal fatto di rappresentare in
modo imperfetto le istanze collettive e sociali, mentre si presentano nei
confronti dell’industria in nome di gruppi e interessi particolari.
Non è del resto un caso che molti sindacalisti siano transitati
attraverso il meccanismo dell’ereditarietà del posto di lavoro (il famoso
passaggio “da padre in figlio”), riproducendo in prima persona quelle che
potremmo chiamare le forme elementari del dominio e contraendo dei debiti nei
confronti dell’azienda sin da subito.
Non stupisce dunque che l’idea di molti sindacalisti intervistati
che il sindacato moderno non debba inseguire la rottura, ma la contrattazione e
la ricerca delle convergenze tra “padronato” e “rappresentanza”. Tuttavia, una
prospettiva metodologicamente individualista[24]
suggerisce di non indulgere troppo con la critica strutturalista e di chiedersi
anche se i sindacati, che forse organizzano una grande rivolta di popolo contro
la chiusura di un’azienda individuata come l’unica, vera datrice di lavoro nel
territorio (quella che fornisce lavoro anche ai “padroncini”), non stessero
forse compiendo la propria missione, consistente nella difesa dell’occupazione
e nella salvaguardia dei salari e del benessere.
E se questo fosse vero, come uscire da questa contraddizione di
fatto, da questa adesione ad un’ideologia padronale che è però anche difesa del
benessere relativo? Come costringere, inoltre, uomini convinti dell’ineluttabilità
dello status quo così come lo sono i sindacalisti a imbracciare una visione
diversa, meno Eni-centrica? Soprattutto è davvero possibile un’alternativa al
veleno e ai fumi dell’azienda?
Il tentativo di rispondere compiutamente a questi dilemmi ci
porterebbe lontani dalla specifica vicenda storica trattata qui, ed è
probabilmente opportuno posporre questa impresa. Per quanto verrebbe da dire
che una prima risposta a una parte di quesiti è stata fornita dal Sen. Giacomo
Ventura, colui, come si ricorderà, che impose la ridenominazione del pet-coke,
facendolo elencare tra i combustibili anziché tra i rifiuti.
Un po’ come il Ministro Donat Cattin anni prima, il quale per far
fronte al preoccupante livello di contaminazione delle acque aveva pensato di
aggirare il problema elevando la soglia minima di inquinanti ammessi, il Sen.
Ventura con un semplice gioco di prestigio, in spregio delle evidenze
scientifiche e al principio di cautela, chiese alla sua comunità politica di
trasformare per legge un prodotto dall’elevata tossicità in una sostanza come
un’altra (“tanto sono tutti veleni”, sembra di udirlo dire nel chiuso delle
stanze).[25]
Ma evidentemente non bastava il mero formalismo a poter mettere al
sicuro dalle critiche l’azienda e la lobby politica che la sosteneva. Occorreva
accompagnare il provvedimento di legge con delle garanzie e, al contempo, con
un grandioso piano di comunicazione che desse la sensazione di una nuova
stagione nell’attenzione dell’azienda per la difesa dell’ambiente e la tutela
della salute. Ecco dunque l’annuncio di 200 milioni di euro spesi per
l’ambiente,[26]
e, soprattutto, l’impiego della tecnologia SNOx per l’abbattimento dei fumi
(una Best Available Technology, proprio come impone l’Unione Europea).
Con questa mossa si potrebbe dire che l’epoca delle polemiche è
finita. La straordinaria strategia comunicativa dell’azienda, consistente
nell’ammettere gli errori del passato e nell’annunciare un cambiamento di rotta
basato su investimenti più che ingenti e sulla responsabilità sociale hanno di
fatto contribuito a diffondere un consenso molto più esteso che in passato.
I sindacati appaiono dunque come i principali sostenitori dello
sforzo aziendale, i massimi amplificatori del nuovo corso. Ma la condivisione
di questo punto di vista è larghissima anche in strati differenti della
popolazione. Persino tra coloro che non esitano a definirsi critici, è
decisamente comune rinvenire un certo accordo sui progressi e sugli sforzi che
lo stabilimento ha compiuto in questi anni.
Sembrerebbe, insomma, di trovarsi dinanzi un clima relativamente
pacificato. Una stagione nuova ma non inedita, che continua a fondarsi
prevalentemente sul formalismo giuridico, il ricatto occupazionale,
l’asimmetria delle forze in campo e la paura. O, se si preferisce, sul realismo
e la consapevolezza di una straordinaria limitatezza delle scelte disponibili.
In fondo, davvero niente di nuovo sotto il cielo.
7. I resistenti: argomenti e metodi della lotta ambientalista
Nonostante la grande campagna comunicativa condotta dallo
stabilimento, esistono degli oppositori che non accettano acriticamente la
retorica del mutamento e sollecitano l’azienda a continuare lo sforzo. Si
tratta dei movimenti ambientalisti come Lega Ambiente, Aria Nuova e Amici della
Terra.
Le critiche poste da questi gruppi rimarcano l’approccio
sostanzialmente conservatore che si cela dietro la scelta dell’azienda di
impiegare il pet-coke, sottolineano i limiti delle tecnologie impiegate, la
loro gestione e conduzione nelle condizioni ordinarie di produzione.
Riprendendo alcune osservazioni dell’ex-ministro Ronchi sulla
imprescindibilità dei monitoraggi nel quadro tecnico realizzatosi con il
decreto promosso dal Sen. Ventura, un rapporto di Lega Ambiente nota come
questi controlli, obbligatori per legge, per anni non abbiano avuto luogo e
tale omissione abbia cagionato una condanna per l’azienda nel 2006 (ben quattro
anni dopo l’emanazione della nuova normativa).[27]
Partendo dall’analisi di documenti prodotti dall’Eni, lo stesso
rapporto nota per esempio che le tecnologie attualmente sul mercato non sono in
grado di ottenere una reale e profonda conversione delle cariche petrolifere
pesanti. Nessuna di esse permetterebbe di azzerare o, almeno, di ridurre
significativamente la produzione di olio combustibile e pet-coke. Dal punto di
vista dell'impatto ambientale, l’utilizzo di tali residui di raffinazione in
centrali di potenza pone grossi problemi, a causa dei contaminanti presenti nei
greggi e concentrati nelle frazioni più pesanti (in particolare metalli, zolfo
ed azoto), che conducono all’inevitabile emissione in atmosfera di prodotti
altamente inquinanti.
Tuttavia la ricerca condotta dalla stessa Eni avrebbe individuato
una nuovo complesso di tecnologie, specificamente quelle denominate Eni
Slurry Technologies (EST), che permetterebbero di superare le attuali
modalità di impiego dei combustibili correnti. Le nuove tecnologie,
sperimentate a Taranto e da applicarsi massivamente in uno stabilimento posto a
Sorrazzana, permetterebbe di ottenere la conversione pressoché completa di
cariche petrolifere pesanti (viene praticamente azzerata la produzione di olio
combustibile e coke di petrolio), ed offrire significativi vantaggi in termini
di rese e qualità dei prodotti ottenuti (eccellente rimozione dei veleni
presenti nelle cariche quali in particolare metalli e zolfo).
A partire da qui si può tentare anche di affrontare rapidamente il
tema delle principali differenzazioni in tema di ambientalismo. In particolare,
si può notare che l’insieme di azioni intraprese dall’Eni ha in qualche modo
accresciuto lo scetticismo degli ambientalisti locali nel loro complesso.
Tuttavia se una forza come Lega Ambiente, che può forse essere definita la voce
più tecnica e “realistica” dell’ambientalismo locale, ha deciso di inseguire
l’Eni sul suo stesso terreno, ricercando soluzioni tecniche alternative
(rinvenibili già all’interno dell’Eni, un’azienda che investe molto in ricerca)
e richiedendo una trasformazione strutturale e un incremento degli investimenti
volti a trasformare radicalmente la filosofia tecnologica a partire dalle
acquisizioni esistenti, lo stesso non può dirsi delle altre forze presenti
nell’area.
Una differenza di atteggiamento dovuto un po’ all’esiguità delle
risorse umane e delle competenze e un po’ a una ideologia che spinge
sostanzialmente non a migliorare l’azienda ma a espellerla.
Aria Nuova, ad esempio, investe le proprie esigue risorse nella
ricerca; ma l’investigazione che essa conduce è essenzialmente rivolta al
monitoraggio ambientale, alla ricerca spasmodica ed appassionata delle tracce
del disastro ecologico perpetrato negli anni dallo stabilimento. Un’attività di
ricerca condotta con mezzi poverissimi che si traduce in uno straordinaria
attivismo giudiziario e nella presentazione di un numero elevatissimo di
denunce alle autorità giudiziarie. Un iperattivismo che ha finito con
l’alienare la simpatia verso l’associazione di molti attori locali, anche
sensibili alla questione ambientale.[28]
Ma un attivismo comunque benemerito, che ha permesso di identificare tantissime
violazioni, a partire da quelle relative alle perdite di serbatoi e oleodotti.
Una investigazione che impiega metodologie probabilmente non
immuni da limiti, che consiste tuttavia nell’andare sul campo, nel prelevare
campioni di terra, acqua e quant’altro il ridotto armamentario tecnologico in
possesso di questo gruppo permette e di farli analizzare in laboratori privati
o universitari, sfruttando reti personali e amicali che possano garantire
accettabile qualità ed economicità delle analisi. A partire da questi risultati
si sviluppa l’attività successiva, che potremmo definire di orientamento delle
attività giudiziarie. I problemi vengono segnalati e si lascia ai giudici e ai
loro periti il compito di dimostrare la verità, non senza esercitare pressione,
costituirsi come parte lesa e coinvolgere i media, pur restando abbastanza
marginali all’interno di essi.
Ma parlare di Aria Nuova significa quasi necessariamente
menzionare anche Amici della Terra. A livello locale, la presenza delle due
associazioni è infatti il frutto di una scissione avvenuta all’inizio degli
anni duemila, causata da interessi, ambizioni e stili d’intervento differenti.
La differente propensione di due protagonisti dell’ambientalismo
locale, Saverio Di Blasi e Emanuale Amato, a confrontarsi con la politica è
forse la ragione della divisione che ha avuto luogo poco meno di un decennio or
sono. Di certo, esiste una differenza fondamentale tra i due gruppi,
consistente nella centralità che la relazione tra salute e ambiente assume per
Amici della Terra. In particolare può tornare utile il concetto di
epidemiologia “popolare”,[29]
di cui si trovavano ampie tracce nella società locale gelese.
Questa è una epidemiologia che parte dal basso e che origina
dall’incertezza, dalla constatazione impressionistica dell’anormale diffusione
di certe patologie e dalla diffusione di una certa medicina divulgativa, di cui
trova ampia presenza nei media e che diffonde sprazzi di informazione (“la
possibile relazione tra perdita di capelli e esposizione al mercurio”, per
esempio).
È una scienza popolare, fondamentalmente “positivista” in quanto
fiduciosa nella possibilità di produrre una conoscenza che fughi i dubbi e
permetta di individuare associazioni incontrovertibili tra la presenza di
fattori nocivi e l’insorgenza di patologie. È una “scienza” che ha un carattere
fondamentalmente diverso da quello della scienza contemporanea, impegnata a
coltivare il dubbio piuttosto che qualsivoglia certezza. Si potrebbe persino
dire che l’epidemiologia popolare è uno straordinario acceleratore
dell’insicurezza, un veicolo di propagazione di tesi spesso insostenibili che
hanno il solo effetto di moltiplicare la paura e le ansie di cittadini
indifesi.
Ma se in una prospettiva accademica e politica questi appaiono
come caratteri per lo più negativi, occorrerebbe però tenere presente che
l’epidemiologia popolare è anche una pratica di resistenza che permette di
supplire a colpevoli vuoti di informazione e che presenta spesso straordinarie
intuizioni.
Le interviste con i leader storici del movimento ambientalista
locale sono in questo senso esemplari. L’analisi del processo individuale e
collettivo che presiede alla discesa in campo, permette di vedere come certe
pratiche nascano dal bisogno, a volte persino oltranzista, di trovare
giustificazioni per il dolore e dalla difficoltà di ricondurre la perdita delle
persone amate all’ordine della natura (qualcosa di particolarmente evidente
quando un testimone fa, per esempio, riferimento al nonno novantaquattrenne
morto per tumore. Una morte “necessaria” nella prospettiva esterna di un
osservatore qualsiasi, ma ciò nonostante “innaturale” nell’ottica dell’attore
intervistato ).
Tutto questo, insieme ad altri passi d’intervista in cui si
ipotizza per esempio che una certa rilevanza di tumori all’utero possano forse
essere messi in relazione all’acqua impiegata per le pratiche igieniche, ci
suggerisce che ci siano dei forti elementi di irrazionalità dietro il corso
d’azione di questo genere di movimenti. Ma bisogna anche riconoscere che ci sia
una straordinaria capacità di intuire le tendenze, dato che la percezione di
questi testimoni di una frequenza anormale delle malattie tumorali trova
conferma nelle ricerche fatte successivamente anche sulla base delle loro
segnalazioni. E che dire del metodo impiegato per far chiaro sul numero grigio
di decessi imputabili alle imprecisioni contenute nei certificati di morte,
consistente nell’analizzare le esenzioni ticket? Traspare sicuramente una certa
“immaginazione epidemiologica” da esso.
Ma la nostra analisi sarebbe meno completa se non riflettessimo
anche sul deficit di fiducia che traspare da molte testimonianze. In
particolare, se non spendessimo qualche parola sull’ipotesi che vuole i medici
“condizionati dall’Eni”.
Il sospetto di alcuni testimoni, infatti, è che i dati sulle morti
per tumore e altre malattie imputabili all’ambiente siano stati a lungo
indisponibili perché omessi a bella posta. L’idea di alcuni è che i medici
abbiano dolosamente composto per anni falsi certificati di morte al fine di
nascondere gli effetti dell’inquinamento e tutelare così lo stabilimento.
Immagino che non sia importante discutere la plausibilità
dell’ipotesi quanto riflettere sugli effetti che una certa gestione
dell’informazione e certe micro-pratiche sanitarie possono comportare. La
costruzione della realtà operata dagli attori sociali, infatti, sembrerebbe
comporsi di tasselli apparentemente minuscoli che hanno però il potere di
creare distanze abissali tra le istituzioni e la società e incrementare la
cultura del sospetto.
Certe pratiche mediche, in uso per decenni, non solo hanno causato
danni oggettivi consistenti nella perdita di informazioni utili per lo studio
dei fenomeni patologici, ma hanno anche contribuito a screditare l’istituzione
sanitaria e a incrementare gli spazi della “sfiducia istituzionale”. La qual
cosa appare come una importante riprova della strategicità che la comunicazione
assume per riequilibrare le relazioni tra istituzioni pubbliche e cittadini; ma
anche come un importante indizio di quali siano gli elementi locali della crisi
fiduciaria.
Chiunque fosse interessato a recuperare il terreno perduto nella
relazione tra istituzioni e cittadini nell’area di Gela, dovrebbe tenere in
considerazioni queste micro-dinamiche che hanno instaurato una seria crisi
fiduciaria e che diffondono credenze molto pericolose.
8. Quali risarcimenti?
I progressivi accertamenti dei danni ambientali e alla salute
degli individui, che hanno avuto luogo grazie anche alla mobilitazione degli
ambientalisti, hanno indotto molti attori sociali a ipotizzare dei
risarcimenti.
Uno dei problemi consiste nel definire cosa possa intendersi per
risarcimento e a quale livello sia possibile erogare una qualsivoglia
compensazione. Sembrerebbe che nel contesto indagato col termine risarcimento
sia possibile indicare tanto l’aspettativa all’erogazione di somme da versarsi
a favore di individui che hanno ricavato danni fisici dimostrabili quanto
creazione di servizi, per lo più sanitari, i cui costi di gestione siano
attribuiti all’Eni.
Il senso del termine risarcimento è dunque affine ma in un certo
modo più esteso di quanto non prevedano le normative in materia ambientale,[30] che definiscono il danno ambientale “qualunque fatto doloso o colposo in
violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge
che comprometta l’ambiente (…), obbliga l’autore del fatto al risarcimento nei confronti
dello Stato” (L. 349/86, Art. 18, c. 1). Ciò che infatti si richiede non è
unicamente una sanzione in solido, ingente dal punto di vista finanziario, ma
rivolta verso un’entità tutto sommato astratta come lo “Stato”. Ascoltando la
società locale (per esempio le associazioni che si occupano di malformazioni e
altre patologie oppure alcuni sanitari e i loro pazienti) si comprende come
l’aspettativa che va definendosi presso alcuni soggetti sia quella di vedere
riconosciuti i danni biologici e quelli esistenziali.
Nonostante i pareri contraddittori espressi dalle diverse
corti, è ormai largamente condivisa l’idea che ogni tipo di alterazione del benessere psicofisico
individuale è riconducibile alla figura risarcitoria del danno esistenziale,
“consistente nell’alterazione delle normali attività dell’individuo, quali il
riposo, il relax, l’attività lavorativa domiciliare e non, che si traducono
nella lesione della “serenità personale”, cui ciascun oggetto ha diritto sia
nell’ambito lavorativo, sia, a maggior ragione, nell’ambito familiare” ed è
come tale sanzionabile.
Questa
prospettiva sembrerebbe essere per esempio calzante nel caso di coloro che
risentono particolarmente degli odori scaturenti dalle lavorazioni industriali,
di quelli che hanno maturato forme di ansia come conseguenza delle improvvise
esplosioni dovute al frequente cedimento dei dischi di rottura degli impianti
oppure delle puerpere, delle donne in generale e delle famiglie, soggette a
stress specifici, quali l’ansia di poter avere dei feti malformati o malati.
Circa
i danni biologici, in un certo senso più oggettivi dei precedenti, lasciando da
parte l’interessante controversia se siano da annoverarsi tra i danni
patrimoniali o meno, essi costituiscono delle lesioni dell'integrità
psico-fisica, suscettibili di accertamento medico-legale, risarcibili
indipendentemente dalla capacità di produzione di reddito del danneggiato. È
abbastanza evidente che il progressivo accertamento della correlazione tra la
presenza di fattori nocivi imputabili alla produzione industriale e la
diffusione di patologie specifiche nella popolazione, in futuro renderà più
probabili la richiesta di risarcimenti di questo tipo.
D’altronde
nell’area esistono già degli interessanti precedenti, che ricomprendono parte
delle tipologie sin qui trattate o che confermano le tendenze in via di
costituzione. Nel 2003 le disciolte aziende dell'Eni, Anic Partecipazione e
Isaf, hanno concordato con il Comune di Gela il pagamento di una sanzione
pecuniaria di 8 milioni di euro, quale risarcimento dei danni ambientali
arrecati al territorio dagli scarichi industriali del petrolchimico, dove le
due società hanno operato fino agli anni Settanta.
I
verdi di Niscemi, un paese distante poco più di una decina di chilometri dallo
stabilimento, hanno recentemente proposto che l’Eni paghi almeno 50 milioni di
euro a titolo di risarcimento per i danni subiti dal territorio cittadino.[31]
Sempre a proposito di Eni e società correlate, nella non lontana Priolo la
Syndial ha deciso di “risarcire” 101 famiglie per la nascita di bimbi malformati e per gli
aborti indotti da patologie dei feti attribuibili alle emissioni di sostanze
inquinanti dagli impianti del locale stabilimento petrolchimico tra il 1991 e
il 1993, pagando 11 milioni di euro.[32]
Come si è detto, a queste formulazioni del concetto di danno e
di risarcimento, intesi in forma essenzialmente soggettiva e pecuniaria, vanno
aggiunte quelle miranti a varie forme di risarcimento “collettivo” che assumano
la forma di servizi, per lo più di tipo sanitario.
Questa modalità di risarcimento non si configura tanto come una
pretesa giuridica quanto come un processo politico. Una maniera di impegnare
l’azienda su un piano radicalmente differente da quello che ha regolato la sua
presenza nel territorio, fondata su una logica dello scambio tra salute e
denaro sostanzialmente simile a quella giuridica che quantifica i danni alle
persone e all’ambiente e i risarcimenti dovuti.
In quest’ottica, la centralità dei servizi sanitari appare
indiscutibile dal punto di vista dei soggetti intervistati. Le differenze tra
“tecnici” e “cittadini comuni” non riguardano tanto la sostanza delle
argomentazioni quanto il dettaglio con cui esprimono proposte.
L’attenzione di gran parte degli intervistati, specie dei non
addetti ai lavori, è in genere concentrata sul Polo Oncologico, di cui si
avverte la mancanza in città e che costringe i malati a frequenti, spossanti e
costosi viaggi a Catania. Al di là dell’oggetto della rivendicazione, di grande
interesse in sé stessa, ciò che questa frequente richiesta riflette è
sostanzialmente la percezione di alcune importanti carenze nella sanità locale.
Carenze non legate alla mancanza di servizi e strutture tout-court,
quanto di servizi legati a quelle che i medici chiamano patologie da
industrializzazione. A partire dal ritardo con cui si è posta la necessità di
instituire un registro tumori e le difficoltà ad avviare il progetto (un tema
di pubblico dominio in città), sono molteplici le situazioni che hanno generato
forti dubbi sull’adeguatezza della sanità locale nel fronteggiare le emergenze
locali. A torto o a ragione, queste carenze vengono collegate alla mancanza di
risorse economiche pubbliche. Da qui, dunque, deriva la chiamata alla
responsabilità sociale dell’impresa. Al suo dover di far fronte alla crisi
sanitaria ambientale che essa stessa ha causato e a cui deve far fronte
provvedendo servizi permanenti e non versamenti una tantum.
I testimoni ascoltati individuano il dover ben preciso per
l’azienda di:
-
provvedere a una
forma di co-finanziamento per la costituzione di nuovi servizi sanitari rivolti
prevalentemente alla prevenzione e cura delle malattie da industrializzazione,
essenzialmente pubblico ma supportato almeno in parte da fondi privati;
-
la creazione di un
Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), che avrebbe per
altro positive ricadute sull’occupazione;
-
erogare “buoni
sanitari” da concedere ai dipendenti per visite mediche in centri di fiducia
scelti da questi ultimi;
Infine vi sono altri che propongono che l’azienda, oltre a
impegnarsi permanentemente nel finanziamento di servizi fondamentali, dovrebbe,
di concerto con la Regione, “socializzare i profitti” provvedendo sconti sulla
benzina ai residenti e ridistribuendo a costi sensibilmente minori l’energia
elettrica in surplus prodotta nello stabilimento.
Misure di questo genere, ben lontani dall’essere intese come
forme risarcitorie soddisfacenti, contribuirebbero comunque a rendere più
sostenibile il costo della vita in un’area che resta depressa e che risente
nella sua generalità degli effetti della produzione. Del resto, anche Hytten e
Marchioni (1970) già negli anni settanta notavano come fosse paradossale che i fertilizzanti chimici, al tempo prodotti in grande
quantità dall'Anic, fossero venduti agli agricoltori locali allo stesso prezzo
di quello praticato nel nord d'Italia. In altre parole, notavano gli autori,
anziché essere in qualche modo favorita dalla vicinanza di un impianto che
produce fertilizzanti, l'agricoltura locale concorreva a sovvenzionare quella
di altre zone più distanti, in quanto pagava la sua parte dei costi globali di
trasporto, pur ritirando il prodotto direttamente dalla fabbrica.
Questa
situazione era solo un ulteriore esempio di come l'intesa con i grandi monopoli
privati nel settore avesse prevalso su ogni eventuale intento
extra-produttivistico dell'ente di Stato, innescando dinamiche persino
speculative nei confronti del territorio. In una stagione come quella attuale,
in cui le imprese sono chiamate a fare i conti con la propria responsabilità sociale,
sarebbe auspicabile recuperare parte delle occasioni a suo tempo perdute e
coinvolgere l'impresa in progetti permanenti per il territorio e per la
ridistribuzione degli utili.
9.
Le bonifiche e gli scenari territoriali
Qualsiasi
discussione sui progetti permanenti per il territorio deve necessariamente fare
i conti con il tema delle bonifiche e della riqualificazione territoriale. È
certamente possibile discutere delle bonifiche come interventi essenzialmente
ecologici, fondamentali per la salubrità dell’ambiente in cui vivono le
persone. Ma occorre tenere in mente che gli spazi bonificati sono spesso anche
aree dismesse.
Aree,
cioè, in cui sono venute meno le attività contaminanti ma economiche
dell’industria.
Tenere
questo in mente è fondamentale perché, come nota Iaccarino (2005) la
dismissione è un evento posto al termine di un ciclo vitale che non può
considerarsi semplicemente industriale. Alla dismissione di un sito segue
spesso un processo spontaneo di degrado territoriale e sociale, il cui
dilatamento nel tempo complica le possibilità e le azioni per un recupero, da
intendersi non unicamente in termini di bonifica ma anche come intervento sulle
condizioni sociali e lavorative del contesto in cui il sito si colloca. Nella
prospettiva dell’autore, la dismissione va considerata alla stregua di un
processo potenzialmente “anomizzante”, che può generare forme gravi e diffuse
di disagio a causa delle rotture sociali che comporta (con riferimento ai
salari, ai tempi della vita e all’organizzazione generale delle comunità
coinvolte).
Da
questo punto di vista, la dismissione (e le bonifiche) sono da intendersi come
il confine tra presente e passato delle forme economiche e sociali di un luogo.
Si comprende dunque come qualsiasi riflessione sull’impatto sociale
dell’industria in un territorio debba confrontarsi ad un certo punto della
storia con il futuro degli spazi rilasciati e di quelli che lo saranno.
Non
dimentichiamo infatti che nella prospettiva dell’azienda il petrolio
sembrerebbe costituire un core-business solo per i prossimi vent’anni.[33]
Questo significa che gli anni venti e trenta del presente secolo potrebbero
rivelarsi gli anni di una crisi profonda della società locale gelese e,
probabilmente, siciliana.[34]
Una
crisi che non va letta unicamente in termini di rilascio di posti di lavoro con
scarsa possibilità di reimpiego in città o nell’isola (a meno che non si
sviluppino nel frattempo industrie o settori in grado di occupare stabilmente
un numero equivalente di disoccupati industriali). Piuttosto, una crisi che va
interpretata in termini territoriali, in cui al problema della disoccupazione
si aggiunge quello di un suolo devastato che non può essere reimpiegato a fini
lavorativi, a meno di scegliere la via di una colpevole negligenza
potenzialmente foriera di effetti indesiderati sulla vita.
10.
Lo stato delle bonifiche
L’area di Gela è stata dichiarata ad alto rischio di
crisi ambientale già nel 1990. Ma, come si è già detto, il Piano di
disinquinamento per il risanamento ambientale è stato messo a punto con il DPR
17 gennaio 1995.
Successivamente, con la L. 426/98 il sito di Gela
viene annoverato tra i primi quindici siti di interesse nazionale del Programma
Nazionale di Bonifica. L’area a terra degli interventi, definita da un atto del
Ministero dell’Ambiente del gennaio 2000, si estende su una superficie di 4,7
km quadrati che include il polo industriale, i centri di stoccaggio olio e
relative tubature e la discarica di rifiuti speciali. Le superfici a mare sono
pari a 46 km quadrati, comprese tra i torrenti Gattano e Birillo. Infine, nel
programma sono inclusi la Riserva del Lago Biviere e i torrenti presenti in
zona.
Con
riferimento ai finanziamenti, sono stati stanziati inizialmente l’equivalente
di oltre venti milioni di euro. Tuttavia questi soldi sono rimasti largamente
inutilizzati per oltre un quinquennio. Questi fondi servivano a finanziare un
totale di 47 interventi, di cui 14 a carico delle aziende (prevalentemente
facenti capo all’Eni) e 33 a carico dello Stato.
Dal punto di vista degli interventi sin qui eseguiti,
L’Eni ritiene di avere assolto i propri doveri e per essa l’attivazione dello
SNOx, le attività di manutenzione svolte e alcune opere di risanamento interne
allo stabilimento dovrebbero essere annoverati tra gli interventi di bonifica.
Con riguardo all’azione delle istituzioni pubbliche, più che alle bonifiche
delle aree contaminate si è fin qui realizzata la caratterizzazione e bonifica
di una ex-discarica di rifiuti, la realizzazione di fognature, il raddoppio di
un depuratore di reflui e la creazione di reti di rilevamento dell’inquinamento
atmosferico. Nel 2000 il Piano è stato commissariato e la sua realizzazione
affidata al Prefetto di Caltanissetta.[35]
Al presente quadro ambientale di derivazione industriale,
occorre aggiungere che l’intero territorio di Gela è interessato dalla presenza
di discariche improvvisate (ben 47 sono le aree individuate). Esistono altresì
zone impiegate per l’estrazione abusiva di inerti, ovvero cave abusive che
finiscono col fungere da discarica per rifiuti incontrollati di ogni tipo, che
sono per giunta situate in siti protetti. Occorre inoltre tenere in conto gli
effetti della serricoltura intensiva nei pressi dell’area protetta del Biviere.
Si tratta di una industria abusiva, insediatasi arbitrariamente in aree
demaniali, che fa ampio uso di pesticidi e fertilizzanti su un suolo sabbioso e
facilmente penetrabile sino al livello delle acque di falda.
In
definitiva, il novero degli interventi di bonifica realizzati appare al momento
ridotto e sostanzialmente inadeguato allo stato ambientale dell’area. Nei
quindici anni trascorsi molti sono stati gli ostacoli pratici, di natura
politica e finanziaria, che hanno reso il Piano di bonifica lento nella sua
realizzazione e gradualmente meno ambizioso. Peraltro, le azioni appaiono al
momento praticamente bloccate, anche se nuovi accordi vengono siglati e
ulteriori interventi potrebbero aver luogo in tempi non lunghissimi.
Per
quanto non vi sia probabilmente da dubitare sulla buona volontà di molti degli
attori pubblici coinvolti, la lentezza del processo di bonifica colpisce
l’osservatore esterno, favorendo l’insorgenza di dubbi sull’efficacia della
macchina amministrativa e interrogativi sulla natura dei possibili interessi
che rallentano l’esecuzione dei lavori.[36]
Ad
ogni modo, si può sostenere che l’attribuzione delle responsabilità unicamente
al livello locale sia abbastanza iniquo e che le colpe si distribuiscano più o
meno uniformemente lungo i vari livelli amministrativi coinvolti (Enti locali,
Regione, Stato). Tuttavia le testimonianze raccolte suggeriscono che sia
plausibile l’ipotesi che l’organizzazione sociale locale debba essere
interpretata alla luce dei particolarismi e degli interessi, peraltro non
sempre legittimi, di gruppi ristretti. Occorre infatti tenere in mente che
l’economia delle bonifiche è estremamente delicata e costituisce un terreno
privilegiato d’azione per le “ecomafie” (Legambiente 2003).
Come
abbiamo già avuto modo di notare, una vasta area del territorio provinciale
appare caratterizzata non soltanto da un diffuso stato di degrado, ma
soprattutto dalla presenza di una pericolosa forma di criminalità organizzata
che ha incorporato spezzoni significativi dell’imprenditoria locale e anche
della pubblica amministrazione (Lalli 2002; Bucca, Colussi e Urso 2004).
È
evidente che le risorse stanziate costituiscono un obiettivo per le
speculazioni di questa imprenditoria criminale e che il contrasto al processo
di infiltrazione richieda estrema accuratezza, generando un surplus di lentezza
che si somma a quella “fisiologica”, derivante dal frastagliato rapporto che
caratterizza le forze sociali e politiche del territorio.
Bisogna
però stare attenti a che la legittima azione di contrasto della criminalità
organizzata non finisca col divenire da un lato un alibi per giustificare i
ritardi e, dall’altro, che venga interpretato dalla cittadinanza come un
pretesto in nome del quale premiare gruppi ristretti vicini alle
amministrazioni.[37]
Infatti
la sensazione è che il piano di risanamento, così come le altre opere
ambientali e pubbliche, abbiano in genere una valenza molto più estesa di
quella letterale e tecnica. Una valenza che potremmo definire simbolica e
comunicativa.
Il
risanamento ambientale è infatti un tema che genera aspettative sociali diffuse
e le sue modalità di gestione tendono a sollevare interpretazioni collettive
che, nel quadro comune di sfiducia politica, non possono che essere negative e
persino “complottiste”.
Nel
contesto gelese, è stato notato, molte decisioni pubbliche intraprese nel
passato avrebbero finito per esempio col rafforzare l’idea che la legalità è un
concetto etereo e continuamente rinegoziabile.
Questo,
come si è visto, è accaduto a proposito di edilizia, insediamento industriale,
acqua, pet-coke, serricoltura. Possiamo dunque affermare che l’ambiente
costituisce uno spazio tematico e d’azione che meglio di altri si presta alla
manipolazione e trasmissione di simboli e valori.
Gli
immaginari collettivi, le percezioni comuni che sin qui abbiamo discusso, sono
esattamente il risultato di processi di manipolazione simbolica che hanno avuto
luogo nel corso del mezzo secolo di storia delle relazioni tra comunità locale
e industria. Il risanamento dunque, al di là degli effetti sanitari, è anche
uno spazio a partire dal quale è possibile innovare l’ordine delle relazioni e
gli immaginari collegati. Perdere anche questa partita sarebbe drammatico per
gli aspetti connessi alla salute pubblica, alla fiducia istituzionale e, come vedremo,
anche all’economia.
11. Quali scenari per l’economia locale?
La relazione tra diritto all’ambiente e forme
economiche dovrebbe essere abbastanza chiara e non necessitare di particolari
approfondimenti (Hinterberger, Luks e Stewen 1999; Rifkin 2004). La gran parte
di quei complessi processi di alterazione dell’ambiente che possiamo riassumere
col termine “inquinamento” hanno, infatti, una natura economica.
Certamente non occorre leggere l’espressione economia
come un sinonimo di produzione. Esistono infatti forme economiche che non hanno
un carattere immediatamente riconducibile alla produzione di merci e allo
scambio monetario. Per esempio, le forme e i luoghi dell’abitare sono spesso in
sé slegati dalla produzione, ma sono ad ogni modo riconducibili ad essa (basti
pensare alle case coloniche e ai terreni attorno ai quali esse sorgono oppure
alla raffineria di Gela e la “città nuova” che si sviluppa in relazione ad
essa).
Tuttavia gli anni che vanno dalla rivoluzione
industriale ai giorni nostri appaiono caratterizzati dalla prevalenza delle
forme manipolative connesse alla produzione industriale. Lo sfruttamento
intensivo delle risorse naturali, la loro raffinazione, modificazione e vendita
sono chiari esempi della relazione tra sviluppo economico e preservazione
ambientale. È a partire da questa banale considerazione che qualsiasi
riflessione sul futuro delle aree a rischio ambientale dovrebbe partire. O, se
si preferisce, è partire da qui che qualsiasi discussione sul futuro di Gela
dovrebbe iniziare.
Il primo passo per avviare una qualsivoglia
riflessione, tuttavia, dovrebbe probabilmente consiste nel chiedersi quale sia
il presente dell’economia gelese e quali siano le basi esistenti per progettare
il futuro.
Approfondendo la questione e riassumendo i dati
presentati nel Piano Stregico del Comune di Gela (Autori vari 2007, 249-310),
si nota come all’inizio degli anni duemila si sia registrata una crescita
alquanto contenuta del numero di occupati interni al sistema locale del lavoro
(+2%) e decisamente inferiore alla media provinciale. L’aumento dei tassi di
occupazione nel comparto industriale sono in questo senso esemplari: a Gela si
registra un aumento pari all’1% contro il 6-7% delle aree limitrofe (i sistemi
di Mazzarino, Vittoria e Riesi). Significativamente, negli anni 2000-2002 la
quota d’occupati interni all’industria si riduce di circa 500 unità. Gli
estensori del suddetto Piano notano infatti che il “sistema industriale gelese
sembra dunque aver visto indebolirsi nel tempo la sua capacità d’assorbire
occupazione e di contribuire alla creazione di ricchezza” (Autori Vari 2007,
251).
In una prospettiva quantitativa, nel 2005 risultano
attive nel territorio di Gela 5.349 imprese. I settori di appartenenza di
queste imprese riflettono la specializzazione industriale dell’area, come è
denotato dalla rilevanza che hanno i comparti manifatturiero (12% delle ditte)
e costruttivo (13,2%) in confronto alle zone limitrofe (dove entrambi i
comparti si attestano attorno al 9-10%).
Le imprese manifatturiere di maggior rilevanza dal
punto di vista delle dimensioni operano nella fabbricazione di prodotti in
metallo (4,2%) e nell’industria alimentare (2,6%). Inoltre, secondo i dati del
Censimento 2001, il settore manifatturiero occupa circa il 34,6% degli occupati
nel comune di Gela. Altri settori, come trasporti, magazzinaggio o
comunicazioni risultano invece abbastanza sottodimensionati e registrano una
incidenza abbastanza bassa in termini assoluti e anche in comparazione alla
media provinciale.
In termini generali, l’industria locale è costituita
da piccole imprese dell’indotto generato dallo stabilimento (manutenzione,
fabbricazione di prodotti petroliferi raffinati, plastiche e chimica di base,
trasporti) e da piccole e medie aziende attive nei settori metalmeccanico e dei
prefabbricati, operanti quasi esclusivamente nei mercati locali.
Da un punto di vista occupazionale risulta di un
certo peso l’industria metalmeccanica, caratterizzata da circa una ventina di
stabilimenti e da 350 occupati. Secondo i dati intercensuari, nel 2001 il
settore metalmeccanico presentava localmente un incremento occupazionale
straordinario (+89,4%). Esso si caratterizza tuttavia per essere un settore
ancora a forte valenza artigianale, come è denotato dal fatto che il 70% delle
imprese occupa meno di 10 addetti. Ad ogni modo, questo settore risulta in
grande espansione com’è confermato da dati più recenti che mostrano, per il
periodo 2002-2006, una crescita ulteriore del 61,5%.
Risultano in forte crescita anche le piccole imprese
attive nei settori della chimica di base (+16%) e della lavorazione della gomma
e delle plastiche (+20%). Con riferimento alla grande industria petrolchimica,
i dati presentati nel Piano Strategico mostrano invece che l’incidenza in termini
occupazionali dello stabilimento è in forte calo in relazione tanto al
comparto petrolifero che chimico. In particolare, i dati intercensuari mostrano
a partire dal 2001 una riduzione del 39,3% degli occupati nel primo comparto e
un letterale dimezzamento di quelli impiegati nel secondo (-50,8%).
Sintetizzando questa situazione, gli autori del Piano Strategico notano che:
Il quadro complessivo
vede il settore storico del territorio affrontare una forte calo della propria
capacità d’assorbimento dell’occupazione locale e un comparto che acquista rilevanza
per numerosità d’impresa e quota d’occupazione assorbita ma in cui non si
sviluppa parimenti un processo di strutturazione aziendale. Il riflesso
occupazionale della crisi del petrolchimico è particolarmente rilevante vista
la struttura del distretto chimico provinciale (Autori Vari 2007, 264).
Concentrandoci per il momento su un altro settore,
le attività commerciali appaiono numericamente rilevanti nell’economia locale,
per quanto le tendenze strutturali nazionali delineatesi a partire dagli anni
novanta abbiano prodotto effetti negativi.
In particolare, le trasformazioni nei sistemi di
distribuzione e le riforme legislative intervenute nel settore hanno prodotto
nel periodo intercensuario un calo del 2,5 delle ditte locali e un decremento
pari al 4,7 tra gli addetti.
Più in dettaglio, si è assistito all’espansione del
commercio all’ingrosso, l’unico comparto del settore che vede una crescita
delle ditte e degli addetti. Ad ogni modo, l’aumento degli occupati non appare
proporzionale alla triplicazione delle aziende operanti nel comparto.
Nello stesso periodo, gli occupati nel commercio al
dettaglio diminuiscono di 270 unità, mentre gli esercizi che chiudono sono
circa un centinaio. All’inizio degli anni duemila il quadro “rimane quello di
un settore commerciale costituito principalmente da piccoli negozi di vicinato,
con una dimensione media di esercizio inferiore alle due unità” (Autori Vari
2007, 269). La situazione non cambia in epoche più recenti e nel 2006 le
tendenze di inizio decennio risultano ampiamente confermate (inclusa
l’espansione del commercio all’ingrosso).
Coerentemente con i dati sopra presentati, il
comparto agricolo risulta poco sviluppato (corrisponde al 17% delle imprese attive
complessivamente nell’area) rispetto ai livelli provinciali (27,6%) e regionali
(30%). Sul totale della superficie comunale nel 2000 solo 8.364 mq. sono
destinati all’agricoltura contro i 18.451 della vicina Butera o 17.521
dell’altrettanto prossima Mazzarino (entrambe aree notevolmente più piccole di
Gela).
Sintetizzando la situazione del settore, la
specializzazione agricola è alquanto bassa, malgrado il territorio comunale
ospiti la piana alluvionale più estesa della Sicilia meridionale. Ad ogni modo,
con riferimento alla produzione si nota un prevalenza delle produzioni di
frumento seguite dalle coltivazioni di uva e coltivazioni ortive. Inoltre, si
notano alcune produzioni di qualità nelle serricolture e nella produzione di
carciofo, espansesi in ragione di un processo di riqualificazione del comparto
dipendente dalla crescente domanda di prodotti tipici locali.
Significativamente, negli anni 2002-2006 si è assistito ad una crescita delle
imprese operanti nel settore pari al 26%.
Con riferimento ai servizi, secondo gli autori del
Piano “le imprese gelesi lamentano un difficile accesso “non solo ai servizi
avanzati, dichiarati assenti, ma anche ai servizi base” (Autori Vari 2007, 273).
Il comparto, nel 2005, contava circa 250 unità locali (pari al 4,7% delle
imprese operanti nel territorio). Le imprese di servizi presenti nell’area sono
perlopiù direttamente legate allo stabilimento petrolchimico (impegnate
soprattutto in magazzinaggio e trasporti) e tra queste una sola offrirebbe
attività di servizi in senso stretto (in particolare, ricerca). In termine di
addetti l’incidenza è alquanto bassa tanto in termini assoluti quanto relativi
(in riferimento alla media provinciale e regionale).
Con riferimento all’industria turistica gelese,
questa costituisce, come si è già notato in precedenza, una attività
dall’impatto limitatissimo. A causa della presenza industriale, evidentissima
anche da un punto di vista paesaggistico, e della mancanza di imprese operanti
nel settore, il turismo culturale o vacanziero è assolutamente marginale nel
quadro economico locale.
I dati disponibili mostrano che nel 2005 Gela ha
ospitato circa 10.500 turisti con una permanenza media di 3,5 giorni
paragonabile a quella di aree ben più blasonate dell’isola. Tuttavia, le presenze
straniere in città sono imputabili in buona parte al traffico di uomini
d’affari e addetti all’industria che lo stabilimento genera e ai flussi
generati dagli emigrati di ritorno nei periodi estivi o in altri periodi di
ferie. Le strutture alberghiere esistenti, infatti, risultano assolutamente
proporzionate al turismo d’affari, ma assolutamente insufficienti ad
intercettare o produrre flussi turistici di massa.
Tuttavia, notano gli estensori del piano, “il modesto
livello di turisticità di Gela non lo si deve esclusivamente a scelte improprie
a degli operatori locali o al solo impatto del petrolchimico.
Piuttosto ad una scarsa attitudine ed una modesta sensibilità verso gli asset più importanti per lo sviluppo del settore, in primo luogo la
costa”. Quest’ultima, infatti, risulta ampiamente compromessa in varie,
splendide parti a causa della serricoltura abusiva sviluppatasi a ridosso del
mare nella parte orientale, oltre che per l’impatto visivo dello stabilimento,
del suo pontile lungo 3 km e delle navi petroliere che si stagliano
continuamente al largo della costa in attesa di attraccare (delle visioni
francamente poco rassicuranti nella prospettiva di chi è interessato ad un
turismo naturalistico).
12. Le prospettive degli attori istituzionali
Sulla base del quadro sopra presentato dovrebbe
risultare probabilmente più facile riflettere sugli scenari economici
possibili, complementari o alternativi all’industria petrolchimica.
Ma, ancora prima che dalle testimonianze dirette
raccolte nel corso della ricerca, sarebbe bene partire dagli obiettivi
presentati nel Piano Strategico del Comune di Gela, ovvero dal documento che
indica gli obiettivi che l’amministrazione locale perseguirà da qui agli anni
venti di questo secolo.
Il lavoro – che è il frutto del prolungato ascolto di
un vasto numero di testimoni privilegiati, alti funzionari, politici e
stakeholders – così come da capitolato d’appalto, si prefigge di “ricostruire
la città” puntando su uno “sviluppo multisettoriale, autopropulsivo e sostenibile”
(Autori Vari 2007, 8).
Più in dettaglio, l’obiettivo del documento consiste
nel generare un percorso che conduca alla ragionata e progressiva dismissione
del polo petrolchimico, alla bonifica e alla riconversione dell’area. Passi
fondamentali in questa direzione sono:
-
la riqualificazione, tutela e valorizzare
del patrimonio naturalistico;
-
il recupero e la valorizzazione a
fini turistici del patrimonio storico e archeologico;
-
lo sviluppo di un sistema
culturale integrato inscritto in un sistema a rete;
-
la generazione di un turismo
culturale integrato e sostenibile, che permetta una gestione economica delle
risorse culturali, anche attraverso la creazione di un sistema museale e
ricreativo;
-
la valorizzazione integrata del
patrimonio culturale;
-
l’istituzione di laboratori sulla
cultura della legalità;
-
l’istituzione dei laboratori di
idee e progettazione, con esperti di livello internazionale, che possano
elargire cultura, mestieri e opere effettive;
-
riqualificazione del sistema
scolastico e formativo.
Dal punto di vista delle azioni, tra le opere
fondamentali per l’attuazione del piano si individuano:
-
l’attuazione del piano di risanamento
ambientale a tutela della salute;
-
la riconversione del porto isola
in porto commerciale e/o turistico e/o di cantieristica navale;
-
la riqualificazione dal punto di
vista urbanistico e architettonico della città, demolendo e ricostruendo ove
necessario;
-
l’istituzione di laboratori di
idee e progettazione, con esperti di livello internazionale, che possano elargire
cultura, mestieri e opere effettive.
Più in generale, secondo il Piano occorre:
-
definire il posizionamento
economico della città;
-
definire il posizionamento
competitivo ;
-
attivare processi di
trasformazione agroindustriale dei prodotti tipici dell’area;
-
attivare processi di animazione
economica attraverso la istituzione di strutture di supporto.
Come è ovvio che sia, per esplicita ammissione degli
autori, l’analisi condotta riflette indicazioni e interessi provenienti dal
programma “Nuovo Rinascimento” dell’attuale Sindaco Crocetta (Autori Vari 2007,
355).
In questo senso, il Piano va realisticamente inteso
più come un ritratto delle volontà e delle ideologie rinvenibili nel presente
che come una attendibile previsione di ciò che sarà effettivamente il futuro
della città.
I possibili cambi di direzione politica, infatti,
rendono labile la natura di documenti di questo tipo, specie quando gli
obiettivi sono di così lungo periodo.
Alla luce di questo (pre)giudizio, ritengo che il
Piano Strategico costituisca una documento interessante perché esso appare
innanzitutto come una fonte storica, malgrado sia stato scritto in questi
giorni e si rivolga al futuro. Esso ci parla delle buone intenzioni delle
odierne elite politiche locali e, al contempo, ci pone dinanzi ai limiti dello
sviluppo in un’area che presenta forti resistenze alla programmazione e alla
ragionevolezza (in ragione della preminenza degli interessi particolari su
quelli generali).
In particolare, le interviste condotte sul campo ci permettono
di mettere a fuoco una serie di ostacoli.
Il primo problema, sembrerebbe, è di tipo
organizzativo. Precisamente, legato alla condivisione degli obiettivi. Le
interviste rivolte ai politici locali evidenziano infatti un pessimismo di
sfondo molto evidente. Alcuni testimoni concentrano ad esempio la propria
attenzione su quella che potremmo definire la scala locale dei bisogni. Nella
loro prospettiva, al centro dell’azione pubblica non dovrebbe stare tanto il
perseguimento di grandi obiettivi quando la realizzazione di servizi minimi.
In altri termini, quel che i testimoni di questo
orientamento notano è che il grado di (sotto)sviluppo di Gela non lascia adito
a progetti ambiziosi di trasformazione. Peraltro, dalle loro parole emerge un
chiaro scetticismo circa la possibilità di un percorso di trasformazione
radicale delle relazioni con lo stabilimento (“Bisogna solo avere la volontà di
imporla ricordandosi che quando le cose si impongono il rapporto diventa
conflittuale”).
Il chiaro pessimismo di un testimone come il locale
assessore all’economia è in questo senso estremamente preoccupante. Gli spazi
per uno sviluppo sostenibile che egli intravede sono legati unicamente
all’agricoltura. Ma non sembrerebbe che questo settore abbia al momento possibilità
significative di espansione. Significativamente, egli accentua l’importanza dei
Sic/Zps, ovvero dei vincoli paesaggistici, idrogeologici e di inedificabilità
che caratterizza gran parte del territorio circostante la Riserva Naturale
Orientata del Biviere.[38]
Si tratta di vincoli controversi a causa
dell’estensione e che sembrerebbero suscitare alcune perplessità persino tra
alcuni ambientalisti. Tra questi vi è infatti chi suggerisce che “quei vincoli
siano stati posti per fare un piacere a qualcuno” e che servano di fatto a
impedire la nascita di imprese competitive.[39] Ma al
di là della plausibilità di tali vincoli, quel che è rilevante è il sostanziale
scetticismo del responsabile circa la possibilità di uno sviluppo
ecosostenibile.
Uno scetticismo largamente condiviso dall’assessore
al turismo, il quale non ritiene che il settore di propria competenza, per
l’appunto il turismo, costituisca una realistica via allo sviluppo, in ragione
della devastazione territoriale apportata dallo stabilimento e anche per la
mancanza di una cultura imprenditoriale orientata verso di esso.
Peraltro, lo stesso testimone solleva dei forti dubbi
sulla capacità degli imprenditori locali di farsi interpreti del mutamento, in
ragione di limiti culturali e per quella sfiducia, ampiamente analizzata nel
corso del presente testo, nei confronti dell’ambiente sociale circostante.
Infine, in modo abbastanza interessante, sembra di poter affermare che lo
stesso testimone mostri un atteggiamento abbastanza fiducioso nei confronti
dello stabilimento, ritenendo efficaci gli sforzi ambientali sin qui sostenuti
(“l’inquinamento è più puzza che inquinamento vero e proprio”, dice in un passo
l’ intervistato).
L’unica tra i testimoni istituzionali che sembra
condividere appieno la fiducia nella possibilità di un mutamento sostanziale
come quello teorizzato nel Piano Strategico è l’Assessore all’Urbanistica. La
testimone appare assolutamente certa dell’efficacia degli sforzi fatti e nota
come la giunta abbia “liberato gli imprenditori”, risolto il problema
dell’acqua e intrapreso la via di grandi opere infrastrutturali che hanno
ottime possibilità di cambiare il volto della città.
Lasciando
perdere i dubbi già largamente espressi sull’efficacia di questi sforzi, che
sono comunque reali ma intervengono in un quadro seriamente compromesso da anni
di gestione “grigia”, ciò che è rilevante è la differenza nelle visioni
espresse da questi attori. In via teorica, il problema che emerge è legata alla
varietà nei livelli di informazione, nelle idee relative allo sviluppo locale e
all’atteggiamento dei soggetti (riassumibile grossolanamente nella coppia
oppositiva fiducia/scetticismo) operanti in una struttura direttiva.
Tutti
elementi legati alla costituzione del clima organizzativo e alla possibilità di
incidere efficacemente sull’ambiente a partire dalle motivazioni dei singoli
membri (Campbell, Dunnette, Lawler et al. 1970; Moran T. e Volkwein 1992). Non
che con questa affermazione si voglia negare il diritto alla pluralità e alla
divergenza di opinioni, peraltro obbligata all’interno di una struttura
democratica come un’amministrazione comunale. Soltanto si intende rimarcare che
l’agenda personale dei responsabili di settore appare una variabile importante
per l’efficacia dell’azione collettiva e queste diversità costituiscono un
problema ulteriore in quadro caratterizzato da un numero consistente di
“minacce” e “debolezze”.
Peraltro,
come riconosciuto a più riprese dagli attori e dalle fonti consultate in questa
ricerca, le differenze non si annidano unicamente a livello locale. Alle agende
individuali degli amministratori locali, occorre aggiungere la pluralità di
interessi e visioni che caratterizzano i livelli amministrativi superiori
(Provincia, Regione e Stato) e che hanno di fatto rallentato i processi di
trasformazione intrapresi dalla giunta Crocetta nel corso dei propri mandati.
Inoltre,
a livello locale bisogna tenere conto dell’importanza di altri soggetti, come
per esempio i sindacati. Come abbiamo notato in precedenza, a questo punto
della storia essi sono organismi cresciuti all’interno dell’industria,
saldamente legati ad essa per vicende personali dei dirigenti e per “missione”
(la difesa del lavoro).[40]
È
possibile per il sindacato locale immaginare qualcosa oltre l’industria? Ancora
prima che dalle interviste raccolte in prima persona, inizierei da alcuni
stralci d’intervista rilasciati da alcuni importanti organizzatori sindacali
locali per la versione cartacea e digitale della rivista Rassegna Sindacale
all’indomani di quella che ho chiamato la “rivolta per il pet-coke”:
«Nel frattempo i lavoratori sono
preoccupati: la raffineria rischia seriamente di chiudere i battenti in maniera
definitiva, per la gioia di chi ha pensato che Gela debba dedicarsi
esclusivamente al turismo senza avere per questo ancora costruito un albergo
degno di nota e senza avere nel frattempo chiarito chi depurerà le acque reflue
cittadine e chi dissalerà l’acqua del mare che, in assenza della raffineria che
cura per la città anche questi servizi essenziali, non potrà più essere
distribuita in città come ad Agrigento. Questo è uno dei drammi che
vivrà Gela, oltre a quello legato alla perdita dei posti di lavoro» (Giovanni
Ferro, Segretario Generale della Cgil di Gela, intervista rilasciata a Rassegna.it
(2002))
Amoretti: Noi non ci stiamo a farci incastrare
nell’alternativa tra il cancro e la fame. Il sindacato, più di chiunque altro,
ha affrontato le questioni del risanamento e della salute dei lavoratori. Forse
l’impegno è stato discontinuo, ma in questa battaglia siamo sempre stati in
prima fila.
Rassegna: Come giudica la Cgil
l’operato della magistratura in questo caso?
Amoretti: Il profondo rispetto che nutriamo
per le prerogative dei magistrati ci consente, però, anche di criticarne le
singole decisioni. A nostro parere la magistratura si è fidata di tecnici
che hanno preso un clamoroso abbaglio. In ogni caso, era comunque possibile
affrontare la situazione con maggiore duttilità, senza la
drammatizzazione di cui siamo stati testimoni.
Questa vicenda ha anche aperto un
conflitto con le associazioni ambientaliste. Il sindacato è molto vicino a
questo mondo. L’ambientalismo è un fenomeno positivo, ma non sempre tutte le
sue iniziative sono giuste. Quando gli amici della Legambiente arrivano a
mettere in discussione perfino le centrali eoliche dell’Enel, si arriva al
fondamentalismo. Il dissidio è inevitabile.
Rassegna: Tra le ipotesi
prospettate in questi giorni, c’è stato anche chi ha riproposto per la Sicilia
il modello di sviluppo “terra e mare”.
Amoretti: Questa è una gigantesca
baggianata. L’agricoltura ha un livello di occupazione che è tuttora il doppio
della media nazionale, ed è estremamente difficile ipotizzarne una crescita se
nello stesso tempo si vuole un settore moderno e tecnologicamente
all’avanguardia. Il turismo è senza dubbio una risorsa sottoutilizzata, ma non
è la medicina per tutti i mali. I luoghi più ricchi del mondo sono quelli dove
l’industria ha un ruolo importante, non si capisce perché per la Sicilia questa
non debba essere valido.
Rassegna: L’industria siciliana è
anzitutto la chimica. Che prospettive ci sono per il settore?
Amoretti: Una potenza mondiale come
l’Italia deve essere presente nel mercato internazionale della chimica. Serve
però la volontà politica di migliorare: occorre quindi puntare al prodotto
finito, non limitandoci alle semilavorazioni. Per questo vogliamo arrivare
presto all’Accordo di programma. Solo in quella sede sarà possibile verificare
le intenzioni dei governi, nazionale e regionale, rispondendo anche alle
esigenze di compatibilità ambientali emerse in questi giorni (Aldo Amoretti,
Segretario Generale Cgil Sicilia ai tempi della vicenda pet-coke, intervista
rilasciata a Togna (2002)).
Sono
passati alcuni anni da quando queste dichiarazioni furono rilasciate e nel
frattempo la Cgil sembra essersi aperta maggiormente all’idea di attività
alternative a quelle petrolchimiche. Ad ogni modo il modello proposto continua
essenzialmente a rimanere quello industriale.
Sintetizzando
le posizioni dei sindacati confederati, si può notare in generale che la cifra
interprativa di tutte le dichiarazioni raccolte non sia la chiusura verso ciò
che esula dall’industria. Più verosimilmente è la diffidenza, l’impossibilità
di scorgere le condizioni strutturali per una grande trasformazione
dell’economia locale.
La
sensazione, in altri termini, che la maggior parte delle proposte alternative
allo stabilimento siano al momento prive di fondamenta. Nella prospettiva di
questi particolari attori, il sindacato deve essere realista, così come esige
la morale della responsabilità.
A
causa di questo atteggiamento i dirigenti sindacali sono stati accusati di aver
barattato la salute con il lavoro. Non crediamo che quest’accusa sia esatta, ma
avvertiamo la sensazione che un eccesso di responsabilità abbia finito col
rendere queste organizzazioni eccessivamente arrendevoli dinanzi alle sfide di
uno sviluppo sostenibile. Talmente arrendevoli da aver indotto molti a
confondere le loro posizioni e interessi con quelli dell’industria.
Probabilmente,
la verità è che l’insostenibilità delle posizioni di chi parla di un futuro
economico complementare o radicalmente alternativo all’industria deve averli
spinti a ritenere più attraenti gli altri interlocutori: anch’essi dei
“venditori di fumo”, ma per lo meno reale, come quello emesso dalle ciminiere
dello stabilimento.
Ma
qualunque siano le ragioni di questa diffidenza, una ulteriore sfida
dell’amministrazione locale è costituita dal processo di coinvolgimento dei sindacati
nel progetto di trasformazione economica.
E
se per caso qualcuno si chiedesse quali sono le ragioni che mi spingono a
dedicare tanto spazio ad organizzazioni che sono tutto sommato marginali nel
processo politico-direttivo, ricorderei che la rivolta del pet-coke ha
dimostrato quale sia la centralità dei sindacati nella gestione del
cambiamento.
Chiunque
pensasse di prescindere da loro, dalle “parti sociali”, rischierebbe
probabilmente di trovare la propria strada un ostacolo in più e vedrebbe la
meta più lontana. Con questo non si intende suggerire che i sindacati siano
irresponsabili o ciechi. Non vi sarebbe niente di più inesatto. Solo che
occorre indurli a condividere i progetti, mostrare loro la solidità delle basi
su cui sorreggono, al fine di indurli a collaborare alla trasformazione senza
maturare sensi di colpa. E soprattutto permettendo loro di attrezzarsi, di non
dover luogo ad una sfida che li vedrebbe impegnati sul fronte esterno e anche
su quello interno, dell’organizzazione e dei ruoli. Una sfida, quest’ultima,
persino peggiore della prima, dacché li costringerebbe a rivedere equilibri e
posizioni che, ancora prima che collettivi, sono probabilmente personali.
E
del resto perché pensare che questo processo debba riguardare unicamente i
sindacati? Lo stesso discorso, immaginiamo, può teoricamente valere per
ciascuno dei livelli coinvolti nel processo. Non si può realisticamente
immaginare qualsivoglia forma di mutamento senza tenere in debito conto la
matassa di interessi che si celano in Provincia, in Regione, in Parlamento e
tra le associazioni di categoria. Interessi collettivi (di particolari
categorie di imprenditori e dei loro rappresentanti) e individuali (a gestire i
finanziamenti che le trasformazioni di questo genere comportano per conseguire
obiettivi economici, politici e di influenza personale).
Le
grandi trasformazioni solitarie, purtroppo, sono possibili unicamente a chi
detiene quantità ingenti di capitale e tutto il potere che da esso deriva. E a
volte non è sufficiente neanche quello, come dimostra l’esperienza di Mattei
che dovette girare il meridione in lungo e largo per poter ottenere il consenso
necessario a sfidare chi lo ostacolava.
D’altronde,
di tutto ciò il Comune è ben avvertito, considerata l’importanza che i tavoli
di consultazione hanno all’interno del Piano Strategico elaborato nel frattempo
dalle istituzioni locali. Solo che al momento la percezione è quella di un
isolamento di fatto. Beninteso, non che l’idea delle trasformazioni nelle forme
economiche locali origini dal nulla e veda avversa l’opinione pubblica.
Al
contrario, l’idea che il turismo e l’agricoltura rappresentino delle modalità
desiderabili di sviluppo è abbastanza diffusa nella popolazione (a giudicare
almeno dalle interviste condotte in loco). Solo che la popolazione
divide con il sindacato lo scetticismo e l’ambivalenza nei confronti dei
cambiamenti.
La
gestione della comunicazione diviene allora uno strumento fondamentale.
Peraltro, in un clima di incertezza diffusa, l’opinione pubblica diviene in
genere facilmente manipolabile. Ciò non dovrebbe suonare come un insulto e una
sottovalutazione della capacità di discernimento della gente comune. Ma la
vicenda esemplare della mobilitazione del 2002, quella “per il pet-coke”,
mostra che l’opinione pubblica è estremamente sensibile a certe tematiche e la
sua reazione può essere imprevedibile (o forse estremamente prevedibile!).
Ma
l’idea del turismo, dell’impiego intensivo delle risorse archeologiche, del
museo e quella del rilancio dell’agricoltura non esauriscono il novero delle
proposte. In chiave riassuntiva e al fine di introdurre un nuovo tema relativo
alle proposte per un differente sviluppo locale, può essere utile partire dal
dibattito in materia di infrastrutture intermodali (aeroporto, porto, strade
veloci).
Comprensibilmente il tema delle infrastrutture
suscita una certa attenzione tra gli attori sociali e ad esso è infatti
dedicato un certo spazio nel Piano Strategico. In particolare, le elite locali,
e un po’ anche la gente comune, discutono da qualche tempo degli scenari legati
all’espansione del porto.
Questo progetto, malgrado le osservazioni critiche
che suscita da parte di alcuni, potrebbe effettivamente costituire un canale di
occupazione per un certo numero di addetti e vale dunque la pena accennare
velocemente alla questione.
Come si legge nel Piano Strategico l’idea di fondo è
che “il nuovo contesto di riferimento europeo pone l’Italia al centro di
numerose direttrici, orizzontali e verticali, nel quadro delle reti
transeuropee. Quale ideale centro del Mediterraneo, la Regione Sicilia gode di
una posizione geografica di rinnovata strategicità. I corridoi multimodali
rappresentano un’importante occasione di sviluppo per il territorio siciliano
nell’ottica di una comune ridefinizione delle politiche sul trasporto e la
mobilità a scala sovranazionale” (Autori Vari 2007, 311).
All’interno di questa quadro ha dunque preso piede
l’idea di recuperare un rapporto col mare interrottosi molti decenni fa e,
comunque, mai troppo intenso.[41] Così
come il progetto mirante alla costruzione di un aeroporto, anche l’idea del
porto suscita alcune immediate perplessità in ragione del fatto che le
strutture portuali siciliane ospitano un traffico di container sensibilmente
inferiore rispetto agli altri porti nazionali.
Per dare un’idea della differenza basterà notare che
secondo dati non recentissimi i porti di Palermo, Catania e Trapani hanno
movimentato nel loro insieme circa 47.000 container contro il milione e mezzo
di Genova, i 2 milioni e 650.000 di Gioia Tauro, i 400.000 di Napoli e così via
(Autori Vari 2007, 323).
A questo occorre aggiungere che il resto delle
infrastrutture viarie nell’isola sono in generale insoddisfacenti e che un buon
principio dell’urbanistica suggerisce che la costruzione di grandi opere
commerciali e/o industriali debba essere preceduta dalla creazione delle strade
necessarie a raggiungerle.
Ad ogni modo il progetto della riqualificazione delle
distinte aree marittime del Porto Rifugio (impiegato attualmente per diporto e
pesca), del pontile sbarcatoio (attualmente fuori uso) e del Porto Isola
(quello costruito dall’Eni e impiegato in massima parte per l’approdo delle
petroliere) è interessante per il modo in cui potrebbe intersecarsi con il tema
del recupero delle aree bonificate. Come si legge nel sito dell’Associazione
Interporto del Golfo di Gela, una lobby che raccoglie alcuni imprenditori
marittimi:
le
aree dismesse della raffineria di Gela sono ideali per far nascere l’area
Intermodale per i terminal containers dato che tale aree sono dotate dalla
linea ferroviaria, vi è una grandissima centrale elettrica, vi sono le strade,
e gli spazi necessari sfruttando anche le aree dell’ASI e la grande Pianura
Gelese per le esigenze del trasporto intermodale. Precisiamo che rimodellando
con poche decine di milioni di euro il Pontile ex Agip avremmo gli ormeggi per
le grandi navi container che scalano le rotte intercontinentali (Marco Fasulo,
responsabile dell’Associazione Interporto del Golfo di Gela).
A
questi ambiziosi progetti legati al mare, occorre aggiungerne altri di portata
ridotta ma ben accolti. In particolare quelli legati al diporto, da
considerarsi un’appendice degli sbocchi turistici immaginati da molti e quelli
legati alla cantieristica. Certamente, entrambe le attività sembrerebbero
oggettivamente avere una capacità di impiego ridotta e la seconda nascerebbe in
una situazione di vuoto. Intendo dire che la cantieristica andrebbe costruita
praticamente dal nulla e questo pone dei problemi legati all’attrazione di
aziende esterne e alla formazione della manodopera. Ad ogni modo, entrambe
fanno comunque parte di quella diversificazione delle attività che un
territorio come quello di Gela ha certamente bisogno.
Proprio
il tema della formazione, evidente nel caso della cantieristica, riemerge molte
volte nelle conversazioni con gli attori economici del territorio ed è, non a
caso, uno dei punti sollevati a più riprese pure nel Piano Strategico.
Coerentemente,
questo documento mira a sviluppare attività di formazione per la
riqualificazione e per la creazione di competenze specialistiche legate
direttamente alle politiche di tutela, valorizzazione, fruizione e gestione del
patrimonio culturale, delle attività agricole, manifatturiere, industriali e
turistiche delle piccole e medie imprese esistenti nel territorio.
Più
nel dettaglio, esso intende promuovere un processo di conoscenza sul tema
dell’innovazione e della ricerca nel sistema delle piccole e medie imprese,
finalizzata all’innalzamento delle qualità del tessuto produttivo in termini di
processo e prodotto al fine di mantenere un elevato grado di competitività. In
altri termini, il Piano ritiene che sia necessario potenziare la capacità di
innovazione del tessuto imprenditoriale, soprattutto dei settori prevalenti del
territorio, attraverso interventi che aiutino le imprese ad aggregarsi e raggiungere
quella massa critica necessaria ad avviare progetti di ricerca e di innovazione
finalizzati a trovare soluzione tecnologiche comuni capaci di innalzare il
livello della qualità aziendale (Autori Vari 2007, 35).
Queste iniziative risultano estremamente interessanti
e di esse si avverte certamente il bisogno. Tuttavia possiamo dubitare che le
iniziative di formazione possano rivelarsi efficaci in presenza di bassi
livelli di fiducia nei confronti dell’ambiente esterno e, spesso, della stessa
comunità d’affari.
Ciccarello e Nebiolo (2007, 112-115) hanno, per
esempio, ben ricostruito la vicenda giudiziaria ed economica di Stefano
Italiano e del gruppo cooperativo da lui presieduto, l’Agroverde (operante,
come si ricorderà, nel settore agricolo). In breve, l’imprenditore dapprima fu
accondiscendente nei confronti delle vessazioni della criminalità organizzata
(pizzo, imposizione di fornitori e mezzi di trasporto, etc.); successivamente,
ovvero dopo molto tempo, decise di denunciare la situazione alle forze
dell’ordine. Tuttavia la poca chiarezza attorno alla vicenda, le difficoltà a
interpretare la reale posizione di Italiano e la natura delle relazioni che
aveva intrattenuto con le organizzazioni criminali, resero vacillante la sua
reputazione e determinarono l’allontanamento di un certo numero di associati
dalla cooperativa rendendo difficile la sopravvivenza dell’imprenditore e del
gruppo da lui diretto.
La vicenda si risolse bene tanto per Italiano
(divenuto uno dei simboli locali della resistenza alla mafia) quanto per la
cooperativa. La storia, tuttavia, mostra l’impatto che certe problematiche
socioambientali possono avere sulla comunità d’affari e si può ritenere che
certi ritardi siano, ancora prima che il segno di un deficit della cultura
d’impresa esistente nell’area, la conseguenza di un clima di sfiducia che
impone prudenza e basso profilo da parte degli imprenditori.
È perciò plausibile ritenere che il principale
impegno delle amministrazioni locali e dei restanti attori debba consistere
nell’aumentare il livello di fiducia della società locale. Una sfida
antropologica dagli esiti, a nostro avviso, abbastanza incerti.
13. Conclusioni
Giunti alla fine del nostro studio di caso, proviamo a tracciare
le conclusioni. L’analisi suggerisce che il recente passato della città ha
segato in modo evidente il presente, innescando dinamiche essenzialmente
improntate alla riproduzione della marginalità e della dipendenza.
Gela, così come gran parte della Sicilia e del Meridione, presenta
livelli di sviluppo sociale ed economico di gran lunga inferiore a quello di
altre aree italiane e continentali. Ma le forme della sua marginalità non sono
meramente economiche. Quelli economici, infatti, sono miseri indicatori e non
riescono a rendere giustizia della complessità del caso.
Il ritardo di Gela consiste di ben altri elementi che la semplice
disoccupazione, i bassi livelli di reddito pro-capite o il tasso di
industrializzazione, che sarebbero stati probabilmente ben peggiori in assenza
dello stabilimento.
La città, malgrado i sussulti e i pregevoli sforzi di tanti suoi
attori, risulta infatti soprattutto degradata. Il suo degrado è innanzitutto
ambientale e psicologico. La massima riprova di questo sono gli elevati tassi
di inquinamento, il suo disordine urbanistico, l’odore acre dei fumi dello
stabilimento e, soprattutto, il radicamento delle persone ai luoghi e ai modi
dell’esistenza. Ovvero l’incapacità di un gran numero di abitanti di superare
la propria ambivalenza rispetto ai temi dell’industria e della legalità e la
difficoltà a vivere una socialità piena, caratterizzata dalla fiducia.
Si potrebbe leggere questo radicamento come una forma suprema di
resistenza. Ma non è così. Gela non resiste: piuttosto galleggia malamente tra
i flutti di un disastro industriale e sociale iniziato cinquanta anni fa.
Cos’altro potrebbe fare, del resto? “Ci vogliono condizioni straordinarie
affinché un popolo insorga e non tutti possono essere eroi”, ha detto un
brillante testimone intervistato. E le sue parole appaiono quanto mai calzanti.
Cosa c’è infatti di straordinario nelle condizioni esperite oggi dalla città?
Le condizioni odierne sono quelle esistenti da mezzo secolo ed esse
costituiscono ormai quella normalità verso la quale raramente si insorge.
L’Anic/Eni ha interpretato un ruolo fondamentale nel produrre
questo disastro e nell’esacerbare le patologie preesistenti. Lontana dal
portare la “modernità”, se non per i suoi aspetti più triviali e consumistici, nella
nostra prospettiva l’impresa di stato ha per lungo tempo dimostrato che le
regole non sono vincolanti, ha addomesticato il conflitto distribuendo prebende
e favori, ricompensato i singoli per la loro fedeltà, negletto la comunità e
persino minacciatola.
L’Eni ha imposto la propria egemonia sul territorio, diffondendo
l’idea che la sua presenza fosse un’autentica panacea contro la miseria e che
non vi fosse spazio per nulla all’infuori di essa. Ha vincolato a sé gli uomini
e le donne, gli imprenditori, la politica e il sindacato. Ha sottratto spazi
naturali alla città, creato aree differenziate, inquinato orribilmente e
contribuito a diffondere malattie e dolore.
Proprio dal dolore è stato possibile ripartire. Una partenza
lenta, tutt’altro che avvincente. Ma comunque un modo di avviare un percorso di
emancipazione dall’industria petrolchimica. Un percorso non ostacolato
dall’azienda, del resto. L’Eni non può promettere nessun impegno per il futuro.
Vent’anni è il tempo che l’azienda può darsi, secondo i suoi dirigenti. Un
periodo breve, quasi un nulla nel ciclo dell’industria. Anni buoni per maturare
nuovi e ricchi introiti, certo. Un lasso di tempo sufficiente a che una nuova
generazione di gelesi diventi adulta e aspiri a perpetuare la vita dei padri,
per poi scontrarsi con la dismissione e il vecchio fantasma della
disoccupazione.
Non sappiamo se andrà veramente così. Ma è probabile. E se non
fosse la dismissione, a troncare le illusioni sarebbero i processi di
automazione dell’industria di processo, la riduzione delle linee, la
specializzazione del lavoro che incalza e esclude numeri crescenti di
individui.
Al dolore è dunque possibile aggiungere un altro tassello, un
nuovo vettore di cambiamento. Si tratta della disillusione. Se si preferisce,
dello sdegno generato dalla consapevolezza che dopo avere avvelenato,
inquinato, persino ucciso, la fabbrica tagliava i posti e minacciava
occasionalmente di lasciare la città.
Davvero troppo per una città abusata, lasciata per anni priva di
servizi sanitari, stravolta dal punto di vista urbano e sociale, devastata
dalla violenza che la presenza dello stabilimento ha contribuito ad avviare.
Troppo comodo per l’azienda disporre a proprio piacimento delle persone e delle
cose. Era quasi naturale che qualcuno decidesse di non stare al gioco. Vittime
dirette o indirette dei veleni della fabbrica, donne e uomini addolorati e
spesso in lutto, ad un certo punto hanno iniziato a scavare dietro le statistiche,
i numeri “grigi” e i documenti inattendibili mostrando il volto oscuro dello
stabilimento. I versamenti di greggio e sostanze tossiche nel terreno, in mare
e nell’aria; i tassi sensibilmente più alti di malattie tumorali e
malformazioni; la presenza mafiosa dentro e fuori lo stabilimento.
Da qui le verità, le condanne, il “nuovo corso” dell’Eni,
l’abbattimento dei fumi, la responsabilità sociale dell’impresa. Ma quale
responsabilità? I campetti di calcio, il manto erboso dello stadio, qualche
fontana, il patrocinio di qualche evento culturale? Troppo comodo nell’ottica
di quelle donne e quegli uomini convinti di aver pagato un dazio troppo alto
all’azienda.
No, quello che queste vittime reali e immaginarie chiedono è ben
altro. Servizi sanitari permanenti gestiti dal pubblico e co-finanziati
dall’impresa, soprattutto. Ma anche la risocializzazione degli utili, sconti
sulla benzina, versamenti significativi di somme a favore della comunità per la
creazione dei servizi sociali mancanti o il finanziamento di quelli esistenti.
E poi la bonifica delle aree devastate, la restituzione delle terre rilasciate
agli imprenditori locali, la creazione di aree verdi. Aree verdi per
passeggiare, ossigenare la città, ma anche aree verdi da coltivare.
Una parte della città, infatti, è stanca del petrolchimico.
Vorrebbe il modello turismo e agricoltura, anche se sa che non basterebbe. Ci
vogliono le industrie, certo. Ma anche più campagna, più sviluppo naturale e
sostenibile. Da qui il problema di ripensare il futuro, di reimpostarlo in un
modo più ecocompatibile. Vi è il desiderio di lasciarsi le malattie e i morti
alle spalle. Ma questo non è facile. Tra i tanti vuoti lasciati dal
petrolchimico, abbiamo detto, vi è quello imprenditoriale. Non che manchino le
imprese e gli “spiriti animali”. Ma si tratta di realtà tra loro distanti,
atomizzate, poco orientate a cooperare.
Come ricreare una comunità? Come ridare fiducia alla collettività?
Un’amministrazione comunale persino caparbia ci prova, impone i temi della legalità
e del rispetto delle regole. Ma ci riesce veramente? È davvero possibile
superare l’ambivalenza che da un lato spinge i cittadini a definire immorali
certe pratiche e, dall’altro, li induce a riprodurle costantemente? È possibile
superare l’idea che qualsiasi cambiamento non sarà definitivo e che il
“rinascimento” durerà unicamente lo spazio di qualche mandato amministrativo? È
possibile neutralizzare le retoriche ricche di presa che suggeriscono che i
cambiamenti di stile nella gestione della cosa pubblica siano per lo più di
facciata e che quello in corso è solo un processo di sostituzione dei gruppi di
interesse e non dei modi dell’amministrare? E nella nostra prospettiva, può
questa amministrazione apportare dei cambiamenti significativi nell’approccio
alla questione ambientale?
Nessuna di tali questioni è superflua o, peggio ancora, retorica.
Occorre dunque sperare che non suoni vuoto o retorico anche il tentativo di
abbozzare una risposta, incentrata principalmente sulla sfiducia nella
possibilità di generare mutamenti strutturali in tempi ragionevoli.
I problemi di Gela, infatti, non sono meramente “sociali”. Il
problema di Gela, e in realtà di larga parte di quel meridione di cui essa è
parte, è essenzialmente antropologico. Non si tratta ovviamente di qualcosa
legata all’uomo in quanto tale, il “gelese” o il “meridionale”. Piuttosto è un
problema sostanzialmente strutturale e culturale. Se si preferisce, è il
problema di una cultura imbrigliata da tanto tempo in una particolare struttura
economica e in uno specifico ordine sociale. La cultura di questi uomini e
queste donne è dunque un “artefatto” che origina da questa particolare
struttura. Sarebbe però sbagliato immaginare questo processo come se fosse
meramente passivo e unidirezionale. La struttura crea particolari persone, ma
queste stesse persone, di rimando, rigenerano la struttura.
Fuori dalla circolarità astratta del discorso, non si può
comprendere la realtà locale prescindendo dalla razionalità e dalla reciprocità
intrinseche al suo ordine. Gela è divenuta negli anni una società di free-rider
che vede nello scambio individuale il motore della trasformazione. Una
trasformazione tuttavia che non può essere collettiva perché la dimensione
collettiva, in un certo senso, non esiste.
L’affermazione apparirà radicale e non pertinente, poiché fa
riferimento ad un ambiente che presenta un associazionismo tutto sommato ricco.
Tuttavia, è l’obiezione da muovere, cosa ne è degli altri, ovvero di chi non si
associa? E ancora, in quale modo inquadrare un volontariato che, come quello
legato alla sanità, mobilita risorse finanziarie e costituisce per molti un
autentico modo di sopravvivenza?
Queste ultime osservazioni, che non si adattano unicamente alla
realtà gelese e sono anzi applicabili ad un’infinità di altri casi,
acquisiscono maggior valore se si considera che Gela presenta un basso livello
di civismo e di fiducia. Di prove ne abbiamo raccolte diverse nel corso della
ricerca – basti pensare allo spontaneismo edilizio o all’isolamento professato
dagli imprenditori – e pensiamo che, soppesando gli atteggiamenti diffusi nella
società locale, gli orientamenti particolaristici siano decisamente prevalenti.
Il particolarismo della società locale, in questa prospettiva, è
il lubrificante dell’economia e della struttura. Come la fabbrica che si
alimenta dei propri stessi scarti, la società gelese nel suo complesso si
alimenta del veleno che la rende marginale, relativamente povera, dipendente.
Non remando insieme, rifiutando il conflitto, astenendosi dalla
presa di posizioni radicali, elemosinando favori e raccomandazioni, i singoli
traggono benefici certi. Piccoli benefici, poco più che elemosina, ma più che
sufficienti a sopravvivere e riprodursi e ben più sicuri di quelli che si
avrebbero sottraendosi al circolo della reciprocità. In questa prospettiva, la
società locale è una società affatto differente da quella di meno di un secolo
prima, a dispetto dei consumi vistosi che esibisce: è una società
intrinsecamente feudale composta da individui e non da cittadini.
Certo, in questi termini l’analisi risulta impietosa e anche
contraddittoria. In che conto, infatti, occorrerebbe tenere gli attivisti e
tutti coloro che si impegnano duramente sul fronte della lotta ambientale o
della legalità?
Questi ci appaiono come i più marginali tra i marginali. In
ragione dei risultati ottenuti, gli attori dei movimenti hanno dimostrato di
essere ben altro che Don Chisciotte. Ma la loro è una battaglia che non
potrebbe aver luogo senza il diritto e la magistratura. I loro successi non
appartengono alla società locale. Appartengono solo a loro e ai magistrati che
non hanno cestinato le denunce. Senza l’imparzialità della legge (e senza gli
uomini imparziali chiamati ad applicarla) Gela continuerebbe ad annegare nei
veleni in ragione del fatto che è meglio essere ammalati che disoccupati.
Per quanto radicale potrà risultare, quest’analisi non intende
essere provocatoria e riflette solamente le contraddizioni e l’incongruenza
della cittadinanza. Non solo quella del “popolo” e delle classi basse, ma anche
di tanta borghesia locale. Una conseguenza di tale visione è che la
trasformazione in quest’area non può essere il prodotto di un’azione collettiva
o di massa.
Il mutamento è un processo che può essere attivato unicamente da
avanguardie oppure gestito centralmente. Il fine di organizzazioni “terze” e
sovranazionali, impegnate nella sorveglianza e nella facilitazione di processi
sociali “virtuosi”, deve necessariamente consistere nell’identificare e fornire
supporto a gruppi estranei alla logica della reciprocità.
Ma la consapevolezza che deve guidare ciascuna azione è che i
tempi di qualunque mutamento sostanziale saranno tempi al limite dell’umano e
che l’ostacolo reale non è la creazione di economie, ma la trasformazione
dell’antropologia.
L’esperienza dello stabilimento insegna infatti che non è
difficile insediare nuove forme economiche e trasformare rapidamente le
economie e i territori, facendoli transitare velocemente dall’agricoltura
all’industria. La vera sfida è abbattere le forme mentali. Un’impresa dai tempi
biblici e dagli esiti incerti.
Riferimenti
bibliografici
AA.VV. (1996) Gela tra recupero e
sviluppo (Piano Regolatore Generale di Gela), Comune di Gela.
AA V.V. (2007), Pianificazione strategica della
città: Gela 2020, Bologna.
Amata G. (1986) “Gela: degrado di un
territorio”, in G. Amata, D. D’Agata, M. Gambuzza et al., Inquinamento e
territorio. Il caso Gela, C.U.E.C.M, Catania, pp. 11-32.
Auyero J., Swistun D.
(2008) “The Social Production of Toxic Uncertainty”, American Sociological
Review, 73, 3, pp. 357-379.
Bagnasco A. (1977)
Tre Italie. La problematica
territoriale dello sviluppo italiano, Il Mulino, Bologna.
Banfield E.C. (1958), Moral
basic of a backward society, the Free press, Glencoe.
Bendix R.
(1967) “Tradition and Modernity Reconsidered”, Comparative Studies in
Society and History, 9, pp. 292-346.
Berzano L., Prina F. (2004) Sociologia
della devianza, Carocci, Roma.
Bianchi F., Bianca S., Dardanoni G.
et al. (2006) “Malformazioni congenite nei nati residenti nel Comune di Gela
(Sicilia, Italia)”, Epidemiologia e Prevenzione, 30, 1, pp. 19-26.
Bordieri, E. (1966) Il petrolio di
Gela, Esi, Napoli.
Bosco M.L.,
Varrica D., Dongarrà G. (2005) “Case study: Inorganic Pollutants Associated
with Particulate Matter from an Area Near a Petrochemical Plant”, Environmental
Research 99, pp. 18-30.
Boudon R. (1985) Il
posto del disordine. Critica delle teorie del mutamento sociale, Il Mulino,
Bologna.
Bourdieu P. (1994) Raisons
Practiques, Seuil, Parigi.
Bourdieu P. (2000) Pascalian
Meditations, Stanford University Press, Stanford.
Bucca A., Colussi G., Urso O. (2004) Il
futuro possibile. Fenomeni mafiosi, economie, comunità locale in quattro storie
siciliane, Arci-Fondazione Cesar-Libera, Palermo.
Buroway M. (1979) Manufacturing
Consent, Chicago University Press, Chicago.
Caldeira T. (1996) “Fortified
Enclaves: The New Urban Segregation”, Public Culture, VIII, 2, pp.
303-28.
Campbell J.P., Dunnette
M.D., Lawler L., Weick K.E. (1970) Managerial Behaviour, Performance and
Effectiveness, McGraw-Hill, New York.
Cardano M. (1997) “La ricerca
qualitativa”, in L. Ricolfi, La ricerca qualitativa, Nuova Italia
Scientifica, Roma, pp. 45-92.
Carson R. (1962) Silent
Spring, Houghton Mifflin, Boston.
Censis (2003) Rapporto Annuale
2003. XXXVII Rapporsto sulla situazione sociale del paese, Roma.
Censis (2006) Rapporto Annuale
2006. XL Rapporto sulla situazione sociale del paese, Roma.
Clementi A., Perego F. (a cura di)
(1983) La metropoli spontanea. Il caso di Roma, Dedalo Bari.
Commissione Rifiuti (2007) Audizione
del Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Gela, dott.
Alessandro Sutera Sardo, 19a seduta: giovedì 17 maggio, Ufficio
dei resoconti, Roma.
Davies J.C. (1962) “Towards
a Theory of Revolution”, American Sociological Review, 27, pp. 5-19.
Davis M. (1990) City of
Quartz. Excavating the Future in Los Angeles, Verso, Londra.
Dei Lombardi R. (1975) Gela da
città Agricola a città industriale. La ruralità che muore e rinasce in una
nuova vita, Trainito, Gela.
Della Porta D., Piazza G., Le
ragioni del no. Le campagne contro la Tav in Val di Susa e il Ponte sullo
Stretto, Feltrinelli, Milano.
Eni’s Way (2006) Il secolo di
Mattei, 1, 1.
Ferrarotti
F. (1975) Vite di baraccati, Liguori, Napoli.
Flora A. (2002) Mezzogiorno e
politiche di sviluppo. Regole, valori, capitale sociale, Esi, Napoli.
Florida R. (2004) The
Rise of the Creative Class: And How It's Transforming Work, Leisure, Community
and Everyday Life, Basic Books, New York.
Foucault M.
(2005) Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979),
Feltrinelli, Milano.
Fukuyama F. (1996) Fiducia,
Milano, Rizzoli.
Gebel T. (1997).
“Arsenic and antimony: comparative approach on mechanistic toxicology”, Chemical
Biological Interactions, 107, pp.131–144
Gambuzza M. (1986) Gela: patologia
o spontaneità urbana?, in G. Amata, D. D’Agata, M. Gambuzza et al., Inquinamento
e territorio. Il caso Gela, C.U.E.C.M, Catania, pp. 65-81.
Gatto E., Mudu P., Saitta P. (2008) L’industria
petrolchimica nella Valle del Mela: uno studio qualitativo sulla percezione del
rischio e gli immaginari, Quaderni del Cirsdig, Messina.
Germani G. (1971), Sociologia
della modernizzazione, Laterza, Bari.
Giddens A. (1991) Modernity
and Self Identity: Self and Society in the Late Modern Age, Stanford
University Press, Stanford.
Ginatempo N. (1976) La città del
sud, Mazzotta, Milano.
Gobo G. (2001) Descrivere il
mondo. Teoria e pratica del mondo etnografico in sociologia, Carocci, Roma.
Goldthorpe, J.H., D. Lockwood, F. Bechhofer and J.
Platt. (1963) The Affluent Worker: Political Attitudes and Behaviour, Cambridge
University Press, Cambridge.
Gramsci A. (1975) Gli
intellettuali e l’organizzazione della cultura, Editori Riuniti, Torino.
Greenstream (2003) Piano di
gestione monitoraggio e di ricerca dell’area “Biviere e Macconi di Gela” e
riqualificazione dell’ambito dunale, disponibile su http://www.riservabiviere.it/public/download/Relazione%20e%20risultati%20piano.pdf
(pagina visitata il 6/8/2008).
Gruppi L. (1977) Il concetto di egemonia in
Gramsci, Editori Riuniti, Roma.
Harvey D. (1990) The
Condition of Postmodernity, Blackwell, Londra.
Heimer C. (1988) “Cases
and Biographies: An Essay on Routinization and the Nature of Comparison”, Annual
Review of Sociology, 27, pp. 47-76.
Hinterberger F., Luks F., Stewen M. (1999), Economia,
ecologia, politica rendere sostenibile il libero mercato attraverso le diminuzione
delle materie, Edizione Ambiente, Milano.
Hirshmann A. O. (1970) Exit,
Voice, and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations, and States,
Harvard University Press, Cambridge.
Hunter F. (1963) Community
Power Structure: A Study of Decision Makers, University of North Caroline
Press, Chapel Hill.
Hytten E., Marchioni M. (1970) Industrializzazione
senza sviluppo. Gela: una storia meridionale, Franco Angeli, Milano.
Iaccarino L. (2005) La
rigenerazione. Bagnoli: politiche pubbliche e società civili nella Napoli
postindustriale, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli.
Istat (2000) “Accordi,
collaborazioni, consorzi tra imprese”, Note rapide, Roma, Dicembre.
King G. , Keohane R.O,
Verba S. (1994) Designing Social Inquiry, Princeton University Press,
Princeton.
Kroll G. (2006) Rachel Carson-Silent Spring: A
Brief History of Ecology as a Subversive Subject, National Academy of
Engineering, http://onlineethics.org/CMS/profpractice/exempindex/carsonindex/kroll.aspx
(pagina visitata il 23/7/2008).
Krueger R.A. (1994) Focus
Groups. A Practical Guide for Applied Research, Sage, Newbury Park.
La Sicilia (2007) I verdi di
Niscemi chiedono conto al petrolchimico, 25/11/2007.
Lalli G. (2002) Contributo di idee
del Prefetto di Caltanissetta Giuliano Lalli, intervento presentato al
Convegno “Strategie delle emergenze. La funzione del Prefetto nell’esperienza
siciliana”, Erice 22 Novembre 2002 (disponibile su: http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/sezioni/sala_stampa/eventi/app_notizia_17866.html_684598698.html
)
Lampard E.E., “The History
of Cities in Economically Advanced Areas”, Economic Development and Cultural
Change, 3, 1954, 81-136.
Lefebvre H. (1991) The
Production of Space, Blackwell, Londra.
Legambiente (2003) Rifiuti S.p.A.
I traffici illegali di rifiuti in Italia. Le storie, i numeri, le rotte, le
responsabilità, Roma, 2003
Legambiente (2005) La chimera
delle bonifiche. L’urgenza del risanamento ambientale in Italia, i ritardi del
Programma nazionale e le proposte di Legambiente, Roma.
Liamputtong
P., Ezzy D. (2005) Qualitative Research Methods, Oxford University
Press, Oxford.
Lupton D. (2003), Il rischio. Percezione,
simboli, culture, Il Mulino, Bologna.
Matza D. (1969) Becoming
Deviant, Prentice-Hall Publishers, Englewood Cliffs.
Meadows D.H., Meadows D.L.,
Randers J., Behrens W.W. III. (1972) The Limits to Growth, Universe
Books, New York.
Merton R.K. (1966) Teoria e
struttura sociale, Il Mulino, Bologna.
Ministero dell’Ambiente e della
Tutela del Territorio e del Mare (2007), Protocollo di intesa propedeutico
alla sottoscrizione di un Accordo di Programma Integrativo per la Tutela delle
Acque e la Gestione integrata delle risorse idriche nel Comune di Gela (CL),
27 giugno.
Ministero degli Interni (2007) Valutazione
Ex Ante. P.O.N “Sicurezza per lo sviluppo – Obiettivo Convergenza 2007-2013”,
Roma.
Montaldi D.,
Alasia F. (1960) Milano, Corea.
Inchiesta sugli immigrati,
Feltrinelli, Milano.
Moran T., Volkwein J.
(1992) “The Cultural Approach to the Formation of Organizational Climate”, Human
Relations, 45, 1, pp. 19-47.
Morgan D.L. (1988), Focus
Groups as qualitative research, Sage, Beverly Hills.
Moriani G. (1986) “Sviluppo e
ristrutturazione del petrolchimico Anic di Gela”, in G. Amata, D. D’Agata, M.
Gambuzza et al., Inquinamento e territorio. Il caso Gela, C.U.E.C.M,
Catania, pp. 137-163.
Nardo F. (2006) L’emergenza
ambientale e sanitaria di Gela, Legambiente, Gela.
Parisi F. (2008) “All’ombra del
colosso Eni c’è una realtà da scoprire”, Il giornale di Sicilia, 25/6.
Pasetto R., Comba P.,
Pirastu R. (2008) “Lung Cancer Mortality in a Cohort of Workers in a
Petrochemical Plant: Occupational or Residential Risk?”, International
Journal of Occupational and Environmental Risk, 14, 2, pp. 124-128.
Putnam D., R. Leonardi e
R.Y. Nanetti (1994) Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy,
Princeton University Press, Princeton.
Rassegna.it (2002) Gela: la
vicenda del petrolchimico sottosequestro. Intervengono i sindacati, 4
marzo, disponibile su: http://www.rassegna.it/2002/attualita/articoli/gela.htm
(pagina visitata il 6/8/2008).
Redfield R., Singer M.B.
(1954) “The cultural Role of the Cities”, Economic Development and Cultural
Change, 3, pp. 55-73.
Regione Siciliana, Indagine sull’attività
urbanistica ed edilizia del Comune di Gela, DPRS 3 aprile 1981, 72.
Rifkin J. (2004) Il sogno europeo,
Mondadori, Milano.
Runciman W.G. (1966) Relative
Deprivation and Social Justice, Routledge&Kegan Paul, Londra.
Sherry C., Shriver T.E.,
Mix T.L. (2008) “Risk Society and Contested Illness: The Case of Nuclear Weapon
Workers”, American Sociological Review, 73, 3, pp. 380-401.
Sciacca A. (2008) “Gela, la capitale
della petrolchimica dice no agli impianti eolici”, Corriere della Sera,
21 luglio, http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_21/eolico_Gela_protesta_bf6c8fea-5714-11dd-81e1-00144f02aabc.shtml
(pagina visitata il 21/7/2008).
Scott, J.C. (1990) Domination
and the Arts of Resistance: Hidden Transcripts, Yale University Press,
Yale.
Sica P. (1977) Storia
dell'urbanistica. Il Novecento, Vol.1, La Terza, Bari.
Signorino G., Merenda E., La Rocca M.
(2005) Piani, progetti ed ipotesi di trasformazione per il territorio di
Messina. L’equilibrio degli spazi urbani tra funzioni relazionali e di
trasporto, Paper presentato alla XXVIII Conferenza Nazionale AISRe, Napoli,
17-19 Ottobre.
Simmel G. (1995) Le metropoli e la
vita dello spirito, Armando, Roma.
Stone C.S. (1988)
“Preemptive Power: Floyd Hunter's ‘Community Power Structure’ Reconsidered”, American
Journal of Political Science, Vol. 32, 1.
Sunstein Cass R. (2003), Quanto
rischiamo. La sicurezza ambientale tra percezione e approccio razionale,
Edizioni Ambiente, Roma.
Tanter R., Midlarsky M.
(1967) “A Theory of Revolution”, Journal of Conflict Resolution, 2, pp.
264-280.
Tocqueville A. (1997) “L’antico
Regime e la rivoluzione”, Einaudi, Torino.
Togna M (2002) “Non abbiamo barattato
la salute col lavoro”, Rassegna Sindacale, 10 marzo.
Trigilia C. (1999) “Capitale sociale
e sviluppo locale”, in Stato e Mercato, 57, 419-440.
U.S. Census Bureau (2000) Statistical
Abstract of the United States: 2000, Washington.
Vasta C. (1998) Gela…e poi venne
il petrolchimico, Lussografica, Caltanissetta.
Warner L.W. (1963) Yankee
City, Yale University Press, Yale.
Weber M. (1961) Economia e società
vol. I, Edizioni Comunità, Milano.
Zorbaugh, H.W. (1929) The
Gold Coast and the Slum. A Sociological Study of Chicago’s Near North Side,
Chicago University Press, Chicago.