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![]() Riflessioni
Le mille incognite del microcredito
13875 letture 20 aprile 2002
Ha ancora senso implementare programmi di sviluppo basati sul microcredito? Nata in Bangladesh, la microfinanza si è convertita in un modello di ‘cooperazione’ che oggi viene visto con favore dalle maggiori organizzazioni finanziarie internazionali. Le politiche di microcredito sono oggi al centro di un acceso dibattito nel mondo delle organizzazioni non governative, molte delle quali ne denunciano le contraddizioni.
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Riflessioni Le mille incognite del Microcredito
di Alberto Sciortino, Palermo, aprile 2002
Ormai la moda è generalizzata. Da qualche anno il microcredito - anzi, la microfinanza - è la nuova frontiera delle politiche di sviluppo dal basso, delle strategie di lotta alla povertà tanto delle organizzazioni indipendenti che delle istituzioni ufficiali. Nel mondo, si calcola, esisterebbero circa 7.000 Micro Finance Institutions che beneficierebbero circa 20 milioni di persone[1]. Nel 1997 si è svolto il primo Vertice Mondiale del Microcredito.
Per microfinanza si intendono i sistemi di finanziamento di quelle attività informali, spesso a gestione familiare, che non possiedono i requisiti per accedere alla concessione di credito da parte delle istituzioni della finanza formale. Questi sistemi, che esistono da tempo in varie parti del mondo, hanno acquisito notorietà grazie alla storia della Grameen Bank del Bangladesh, fondata dall’economista Mohammed Yunus.
Le peculiarità della microfinanza stanno innanzitutto nei suoi “beneficiari” o “clienti” (vedremo più avanti cosa si nasconde dietro questa differenza terminologica), che sono - o dovrebbero essere - i più poveri tra i poveri. Nella storia della Grameen Bank, questi beneficiari sono simboleggiati dalla figura di Sufia Begun, una giovane madre bengali, costretta a lavorare come artigiana alle condizioni imposte dal commerciante acquirente dei suoi prodotti, che le fornisce anche il materiale, perché - ragiona Yunus - Sufia non possiede i pochi centesimi che le consentirebbero di acquistare da sè il materiale e quindi vendere il prodotto sul libero mercato[2]. Con un piccolo prestito di Yunus, Sufia fu in grado di iniziare a lavorare in modo autonomo. Yunus è diventato famoso estendendo questa sua esperienza fino a creare una rete internazionale di organizzazioni che non si occupano solo di credito, e che hanno diversi milioni di clienti nel solo Bangladesh.
La storia tuttavia risale a molto prima di Yunus. In Europa le forme di credito a favore dell’economia più debole risalgono alla fine dell’800, con le piccole banche di villaggio basate su responsabilità solidale create da Raffeisen e le cooperative di risparmio e credito in ambiente urbano, ideate da Schulze-Delitzsch. Oggi nell’area tedesca le Raffeisen Bank sono una realtà di tutto rispetto del sistema ufficiale di credito. Negli stessi anni in Italia sorgevano banche popolari secondo il modello Schulze e casse rurali secondo il modello Raffeisen, entrambe progenitrici delle nostre casse rurali e casse di credito cooperativo. Indubbiamente queste iniziative ebbero un ruolo importante nel sostenere lo sviluppo della nostra economia agricola e artigiana, ma bisogna riflettere su due elementi importanti che - alla luce di quella esperienza - possono tornare utili per capire cosa sta accadendo oggi nei paesi poveri con la microfinanza. Innanzitutto quelle iniziative di credito si svolgevano in un contesto di sviluppo generale, a livello continentale, e di trasformazione industriale dell’economia; e questo dovrebbe dirla lunga sull’importanza delle condizioni generali necessarie affinché iniziative di credito possano avere successo. Secondo: quelle iniziative, nate come finanza a sostegno dell’economia debole e informale, hanno finito per operare per la ricerca del profitto e sono diventate componenti a tutti gli effetti dell’economia creditizia formale.
Anche nei paesi coloniali, e soprattutto nelle colonie francesi, furono sviluppati dopo la prima e ancora di più dopo la seconda guerra mondiale[3], sistemi di casse mutue rurali, a iniziativa della Caisse centrale de la France d’outremer, che avevano un interessante punto di contatto con la realtà attuale della microfinanza. Essi, infatti, “hanno cercato di sostituire alle garanzie reali [richieste per concedere il credito], come la terra, le costruzioni o il bestiame, delle garanzie morali. Si tratta di mettere in gioco la solidarietà dei debitori per il rimborso, una pratica detta anche della cauzione solidale”[4]. Una pratica, come vedremo, ripresa dal microcredito di oggi. Queste istituzioni ebbero all’inizio tassi di rimborso prossimi al 100% dei prestiti e anche questo le accomuna al microcredito di oggi, ma a partire dagli anni ’60, quando cioè la decolonizzazione comportò la crisi di parte dell’economia coloniale, anche la situazione del credito rurale peggiorò rapidamente e molte di queste istituzioni fallirono. Ancora una volta le condizioni esterne dettavano il destino delle iniziative di credito.
Al loro posto in molti dei paesi che allora iniziarono a essere definiti “in via di sviluppo” (PVS) subentrarono le banche di sviluppo, a iniziativa dei governi indipendenti, che comunque avevano criteri diversi fra loro, che le rendevano più spesso simili alle banche private piuttosto che alla microfinanza attuale.
In ogni caso, in molti “PVS” esistono da tempo varie forme di finanza informale, per le esigenze dei più poveri. Una di queste è quella antichissima degli usurai, che come sappiamo non è tipica dei soli PVS e non è affatto un retaggio di un arcaico passato, ma anzi anche nei sistemi economici moderni come il nostro riesce ad avere ancora un ruolo economico non indifferente, con importanti punti di contatto con la finanza ufficiale (quella delle “finanziarie”) e con la criminalità organizzata e con una oggettiva complicità del sistema bancario ufficiale con i suoi alti tassi e le sue pesanti condizioni di accesso.
Altre forme sono più inoffensive ed effettivamente vicine alle esigenze dei poveri, specialmente in ambito agricolo. Si va dalle “tontine” nel quale diversi soggetti mettono insieme periodicamente una certa somma e la destinano a vantaggio di uno di loro a turno[5], ai cosiddetti “banchieri ambulanti” che in certi paesi dell’Africa occidentale raccolgono piccoli risparmi loro affidati quotidianamente per restituirli alla fine del mese (si tratta di un modo adottato dai contadini per imporsi il risparmio e mettere da parte piccole somme), a vere e proprie piccole cooperative di risparmio e credito, che reimpiegano in piccoli crediti le somme raccolte. Insomma, da questo punto di vista l’idea del microcredito non è del tutto originale.
La microfinanza attuale raccoglie anch’essa esperienze diverse, ma è possibile sintetizzare alcuni principi e caratteristiche presenti nella maggioranza di esse.
La prima è il tipo di “target”. La microfinanza di rivolge, come si diceva all’inizio, a coloro i quali non hanno accesso alla finanza formale o perché troppo poveri o perché le loro attività sono comunque di tipo informale e non offrono quindi quelle caratteristiche di “affidabilità” che la banca richiede per fornire credito. L’obiettivo degli organismi di microfinanza è in genere il sostegno allo sviluppo locale, la lotta alla povertà, il rafforzamento del ruolo economico e sociale di categorie economicamente svantaggiate, e in particolar modo delle donne povere. Alcuni soggetti attivi nel settore si spingono fino ad affermare che l’accesso al “credito” in quanto tale sia un diritto che va garantito a tutti.
In genere le istituzioni di microcredito (microfinanza, se oltre che offrire credito effettuano la raccolta del risparmio) offrono crediti di piccolo importo, da restituire a scadenze molto ravvicinate e quindi con ratei anch’essi di piccolo importo. La maggiore accessibilità ai poveri è data dal fatto che per questi crediti molte di queste istituzioni (ma non tutte) non chiedono garanzie concrete (come si diceva sopra già per le casse rurali delle colonie francesi), bensì garanzie basate sulla conoscenza reciproca tra creditore e debitore o più spesso tra gruppi di debitori che si impegnano insieme (gruppi solidali). Un’altra caratteristica che accomuna la maggior parte delle iniziative di microcredito è l’alto tasso di interesse applicato (su cui torneremo più avanti).
Esistono alcuni esempi famosi nell’ambito del microcredito, tra i quali la già citata Grameen Bank del Bangladesh, il boliviano BancoSol, e lo Unit Desa System dell’Indonesia[6]. Ma al di là dei casi famosi, il fenomeno dagli anni ’80 ha ormai assunto una tale consistenza che nel 1997, quando si è svolto il primo Summit Mondiale del Microcredito, vi hanno partecipato rappresentanti da 137 paesi, con il sostegno di numerosi capi di stato e di governo e l’incoraggiamento delle istituzioni internazionali sia politiche, come l’ONU, che finanziarie, come la Banca Mondiale[7].
Oggi l’atteggiamento della Banca Mondiale e di altre istituzioni internazionali verso il microcredito, dopo la iniziale diffidenza è positivo: il microcredito - sostengono - infonde tra i poveri lo spirito dell’economia di mercato. Al vertice del 1997 i rappresentanti del Tesoro statunitense, della Banca Mondiale, delle agenzie ONU, ecc. hanno manifestato il loro <<impegno ad alleviare e sradicare la povertà, e a favorire l’estensione del microcredito>>[8].
Dopo questa breve presentazione andiamo al nodo della questione. A chi serve il microcredito?
Non vi è dubbio che esistano numerose persone nel mondo che hanno migliorato la propria situazione economica, spesso di profonda povertà, grazie alle piccole imprese che hanno potuto avviare con il microcredito: l’idea del credito per i poveri quindi non può che essere considerata con favore da chi si occupa delle prospettive dei diseredati del mondo. Vero è però che la maggior parte delle pubblicazioni edite da chi sostiene azioni di microfinanza per i poveri, piuttosto che riportare dati sull’effettivo impatto, si limitano a raccontare alcune di queste “success story” che finiscono con l’avere lo stesso tono, se non la stessa valenza, delle storielle delle catene di Sant’Antonio: “la signora tal dei tali di un villaggio del Niger non aveva come sfamare i figli dopo che il marito l’aveva abbandonata; era sul punto di suicidarsi quando incontrò un’agente di microcredito; prese un prestito di pochi dollari con cui iniziò a fabbricare e vendere frittelle e da allora la sua vita è cambiata, i figli vanno a scuola e ha aperto una frittelleria nella piazza del villaggio....”. Ripeto che con questo non si vuole sminuire l’importanza dell’aiuto dato alle singole situazioni citate: esso dimostra che (sotto condizioni da indagare) il microcredito può essere un valido apporto in situazioni di bisogno.
Una delle cose che colpiscono leggendo ciò che si pubblica in giro sulla microfinanza e visitando i siti Internet ad essa dedicati[9] è però la rarità delle analisi sull’impatto che essa ha avuto sulle comunità e sugli individui coinvolti e in particolare dell’impatto a lungo termine. Gli indicatori di cui si discute maggiormente nei convegni di microfinanza sono quelli relativi alla capacità dei fondi di microcredito di recuperare le somme prestate, perché - come dice Yunus - questa misura anche la fiducia che il debitore va acquisendo della propria capacità di essere soggetto economico affidabile. E moltissimi sistemi di microcredito vantano tassi di recupero vicini al 100%, molto più alti di quelli delle banche e del credito formale, spesso invece alla prese con “sofferenze” e “crediti inesigibili”. I poveri, si argomenta, non possono non ripagare, perché il piccolo credito ricevuto e la possibilità di averne un altro sono le loro uniche speranze e/o perché nei “gruppi solidali” il singolo riceve la pressione del gruppo che teme di perdere l’accesso al credito.
Ma il tasso di recupero non dice nulla degli effetti sui soggetti che ricevono il credito e in generale sulla comunità in cui il sistema di microcredito si inserisce. Al più dice che il beneficiario ha ripreso dalla sua “iniziativa economica” quello che aveva avuto in prestito, più un interesse.
Il secondo indicatore di cui la microfinanza discute intensamente è la cosiddetta “autosostenibilità” dell’organismo di credito, la capacità cioè di tale organismo di sganciarsi dalle iniziali donazioni con le quali quasi tutti cominciano l’attività, per reggersi sempre più sulle proprie gambe, cioè su differenziali positivi tra le spese di gestione e i ricavi dell’attività. Anche qui l’argomento principale è nobile: garantire il perdurare nel tempo degli organismi di microfinanza, a prescindere dall’immissione di denaro dall’esterno, permetterà di offrire per lungo tempo il servizio di credito ai poveri e costituirà strutture proprie delle aree svantaggiate, non dipendenti da programmi di sviluppo e donatori calati dall’esterno.
La discussione nel settore su come raggiungere l’autosostenibilità è fittissima e ha dato vita a vere e proprie teorie sui rapporti tra le differenti variabili in gioco (tassi di interesse, tassi di rimborso, numero di clienti, qualità del “portafoglio”, ...) fino a generalizzare la convinzione che una gestione “sana” dell’organismo di credito debba portarlo all’autosostenibilità nell’arco di 5-10 anni. Ma, si affrettano ad aggiungere quasi tutti, fino ad oggi solo pochissime iniziative avrebbero raggiunto quello stadio. Tra questi pochi vi sarebbero quelle tre “grandi” citate più sopra, ma anche su di esse i pareri non sono unanimi (da alcuni si sottolinea ad esempio che proprio la Grameen Bank, grazie ai suoi successi iniziali, ha goduto di ampi sostegni governativi e internazionali...).
La variabile chiave sulla strada dell’autosostenibilità è ovviamente il tasso di interesse. La maggior parte dei gestori di fondi di microfinanza pensa che i tassi di interesse debbano essere alti. Lo stesso Yunus è abbastanza categorico su questo aspetto, anche se il suo libro più famoso - una sorta di autobiografia - sul punto è alquanto ambiguo[10]. <<Dal punto di vista del debitore - sostiene l’UNDP nella sua guida per i programmi di microfinanza - la rapidità del credito è più importante di un basso tasso di interesse: dalla prospettiva del creditore, l’interesse deve coprire i costi di transazione e i costi operativi del progetto>>[11].
La discussione su questo punto è complicata dal fatto che l’interesse si può calcolare in modi diversi. Spesso i tassi effettivi sono molto più alti di quelli dichiarati, perché vi possono essere caricate commissioni e spese; perché si può imporre che una quota del prestito nominale venga forzosamente depositato presso lo stesso organismo creditizio come risparmio obbligatorio o come garanzia; ma soprattutto perché più spesso di quanto non si pensi l’interesse viene calcolato sull’ammontare originario del credito, come se questo restasse nelle mani del debitore per tutto il periodo, quando invece le ravvicinante scadenze di restituzione (spesso addirittura settimanali) lo fanno rapidamente decrescere. Si tratta della questione, anch’essa discussa nella letteratura del settore, tra il calcolo dell’interesse come “flat interest charge” a fronte di quello che tiene conto dell’ammontare restituito (“declining balance”). L’interesse effettivamente pagato dal debitore, risulta su base annuale molto più alto se calcolato “flat”. Ecco perché nella pratica si riscontrano tassi di interesse che non di rado rasentano il 40-50% reale[12].
La tendenza dominante è comunque quella di applicare alti tassi di interesse. Ma questa non è la sola conseguenza della generale predisposizione a porre al centro delle iniziative di microcredito la sostenibilità dell’iniziativa stessa. Un’altra, forse ancora più insidiosa, sta nel fatto che, dovendo assicurarsi il ripagamento del debito e degli interessi, molte iniziative di microcredito finiscano per cercare di privilegiare il sostegno a quelle microimprese economiche che “danno più affidamento”, giungendo così a tradire una delle premesse iniziali: il sostegno ai più poveri tra i poveri. Pur senza negare che esistano casi diversi, sembra di poter osservare una tendenza generale a situare il proprio “target” a livello di quel ceto sociale che possiede comunque alcune garanzie reali e la prospettiva certa di un guadagno (ad esempio piccoli commercianti maschi, piuttosto che donne che tirano avanti la famiglia con lavori di cucito). Un’altra conseguenza ancora è la necessità di estendere il numero dei prestiti accordati, spesso a scapito della qualità delle iniziative sostenute e soprattutto a scapito della capacità di accompagnare questi crediti con le necessarie iniziative di sostegno (formazione, monitoraggio costante,...). Viste dal punto di osservazione dei sostenitori del microcredito, queste tendenze significano che gli <<intermediari ad elevata prestazione... si espandono verso economie di scala>>[13], tenendo conto del fatto che <<il successo o il fallimento di un credito dipende in larga parte da una valutazione accurata della capacità di restituzione del cliente>>[14], e convinti che <<il quadro per i donatori che sostengono la finanza per le piccole e microimprese si centra su due obiettivi egualmente importanti e complementari. Primo: l’ampiezza, che incarna lo scopo di espandere l’accesso a un numero crescente di clienti a basso reddito; secondo la sostenibilità, che provvede i mezzi per espandere e mantenere l’ampiezza>>[15].
Con un occhio più critico non si può invece non rilevare che <<c’è il rischio che, anche per dare una risposta al problema della sostenibilità, le istituzioni di microfinanza possano tendere a dedicare un interesse privilegiato ai soggetti solvibili, trascurando la maggioranza dei poveri>>[16].
Ma l’autosostenibilità dei sistemi di credito per i poveri - ammesso che sia un obiettivo da perseguire - è davvero raggiungibile? Si rifletta su due dati.
Primo: i costi di un sistema di microfinanza con obiettivi di lotta alla povertà sono solitamente più elevati di quelli di un’istituzione bancaria normale. Una delle ragioni per le quali le banche non si avventurano in certe zone povere, specialmente rurali, con una insufficiente rete di comunicazioni e una debole struttura economica, è il fatto che il costo di gestione del credito non sarebbe coperto dai ricavi di crediti di piccolo importo. Questa è al contempo una delle ragioni della esistenza stessa della microfinanza: raggiungere coloro che la banca non raggiunge, anche se ciò è economicamente non conveniente (o se per coprire i costi bisogna sottopagare gli “agenti di credito”, quelle persone cioè che battono i villaggi o i quartieri poveri per conto dell’istituzione di microfinanza....). Ma oltre a questo, le iniziative di microfinanza nascono in genere all’interno di più complessivi progetti di sviluppo che comprendono altre iniziative, ad esempio di formazione. In particolare la formazione alla gestione della microimpresa viene considerata imprescindibile da moltissime iniziative di microcredito, e - ritengo - a ragione. Ma chi deve coprire i costi di queste attività “collaterali”? Anch’esse devono essere pagare con gli interessi ricavati? Non è un caso che molte istituzioni di microfinanza tendano sempre più a sganciarsi da questi costi; progetti nati con finalità di sviluppo tendono sempre più a dividersi in due iniziative separate: quelle finanziarie, che dovrebbero reggersi su criteri di economicità ed efficienza; e quelle “sociali” o formative che dovrebbero continuare a dipendere dai donatori. Nessuno sembra porsi seriamente il perché di tutto ciò: perché alcune iniziative devono diventare più economiche di altre, nell’ambito di attività con la stessa finalità di sviluppo? Perché alcune attività (quelle “sociali”) possono essere a termine, nell’ambito di progetti magari sostenuti da donatori, e altre essere perenni e autosostenibili?
Secondo: nemmeno le banche, in realtà, vivono del differenziale tra i tassi sui prestiti e quelli sui depositi. Cioè le banche non coprono i propri costi con gli interessi attivi netti. E’ noto che invece le banche investono a loro volta, sia pure con vincoli più o meno ampi a seconda delle legislazioni nazionali. Perché allora le istituzioni finanziarie informali dovrebbero riuscire laddove non riescono quelle formali?
E come se tutto ciò non bastasse, nella loro corsa verso l’autosostenibilità, <<nella fase finale alcuni intermediari finanziariamente sostenibili tentano di tramutarsi in istituzioni finanziarie formali capaci di alimentare le proprie risorse attraverso la mobilitazione di risparmi e dei mercati finanziariamente formali>>[17]. Esse quindi, per sganciarsi dai donatori, prenderanno a prestito le risorse dal sistema formale, il quale pretende com’è ovvio degli interessi, che andranno ad aggiungersi ai costi da coprire, sempre sulle spalle degli interessi pagati dai “beneficiari”.
Secondo Yunus, <<la cosa più importante che l’esperienza di Grameen ha dimostrato è che i poveri sono solvibili, che si può prestare loro del denaro in un’ottica commerciale, cioè ricavandone un profitto>>[18]. Non sarà allora il profitto il vero obiettivo di lungo termine della microfinanza? O forse, in maniera un po’ meno grezza, non sarà il tentativo di creare un nuovo settore finanziario specializzato che ha come obiettivo la sopravvivenza del ceto che lo gestisce, piuttosto che quella dei “beneficiari”?
L’Agence Canadienne de Développement International, che appoggia numerosi progetti di microcredito nel mondo, e che ammette che sui beneficiari <<il bilancio dimostra che i programmi di microfinanza danno dei risultati modesti>>, è però convinta che tra gli obiettivi vi sia <<un rendimento finanziario solido e durevole [che] permette di stabilire dei rapporti commerciali più stretti con le banche>> e sostiene candidamente che <<gli imprenditori poveri del mondo rappresentano un enorme mercato vergine per gli investitori e i banchieri>>[19]. Una tra le organizzazioni di maggior successo, la Centenary Rural Development Trust, fondata nel 1983 in Uganda, nel 1993 è stata trasformata in banca commerciale e dal 1995 mostra bilanci in attivo. Anche i responsabili del famoso BancoSol boliviano ritengono, pur mantenendo la loro missione sociale, di avere <<un preciso e forte obiettivo commerciale>>[20]. In generale, è significativo come anche a livello di terminologia si stia diffondendo tra le organizzazioni che praticano il microcredito l’abitudine a definire “clienti” quelli che prima, con un termine altrettanto orrendo ma certamente di altra valenza, si chiamavano “beneficiari”, e a chiamare “prodotti” i tipi di credito offerti.
Insomma vari indizi lasciano spazio ad affermazioni come quella di J-L- Motchane, dell’Università di Parigi VII: <<il microcredito come fonte di profitti, ecco la grande scoperta di questi ultimi anni>>[21], se non addirittura a quelle di chi sottolinea come <<a volte questi sistemi sono finiti in mano a piccole cerchie di persone, che ne hanno beneficiato in termini di prestigio o di risorse>>[22]. Lo stesso Motchane vede nella diffusione del microcredito un segnale della tendenza alla “privatizzazione” dell’aiuto allo sviluppo perseguita dalle istituzioni internazionali per deresponsabilizzarsi.
Probabilmente un giudizio così drastico non si può generalizzare. Alcuni sottolineano che le valutazioni di cui la Grameen Bank è stata oggetto <<mostrano in generale un aumento significativo, dell’ordine del 30% del reddito dei clienti in rapporto ad altre famiglie che vivono in distretti dove la Grameen Bank non interviene. Ma, in generale, questo aumento non è sufficiente per mettere in moto un vero processo di accumulazione. I beneficiari sono costretti a continuare e prendere a prestito, in generale per le stesse attività>> e comunque, a livello macroeconomico i risultati non si avvertono[23]. Ma è anche vero che non si può essere ingiusti: le stesso cose - se non peggiori - si potrebbero dire di tutti gli altri interventi a favore dello sviluppo dei poveri nei PVS.
Come è stato sottolineato, nonostante alti tassi di rimborso, un progetto di microcredito può essere di scarso impatto sulla popolazione[24]. E <<la creazione di un sistema finanziario efficiente non garantisce che le attività produttive finanziate siano veramente capaci di generare reddito per i beneficiari>>[25]. Il problema sta nelle finalità che le iniziative di microcredito si pongono. Se la tendenza generale continuerà ad essere quella adesso dominante, che vede come centrale la sostenibilità delle strutture di microfinanza piuttosto che l’efficacia sulla popolazione target, e orienta quindi tutte le scelte a questo obiettivo, non è improbabile che tra qualche anno vedremo una serie di istituti di credito sparsi per i PVS, variamente colorati di motivazioni nobili, ma di fatto decisamente orientati al profitto.
Ma non è da escludere che, inserito in contesti di più ampi progetti di sviluppo realizzati dalle popolazioni svantaggiate dei PVS, anche - come spesso accade - con il sostegno tecnico e finanziario di donatori o partners dei paesi “sviluppati”, l’impianto di sistemi di microcredito, di credito solidale, di “tontine”, di fondi rotativi, possa avere un senso. Tali iniziative devono essere però solo un aspetto dell’intervento e mirare a rafforzare alcuni risultati, come la capacità di autogestione di iniziative economiche. Di solito, i progetti di sviluppo “integrato” prevedono che dopo una fase iniziale cessi l’apporto esterno e il prosieguo resti nelle mani dei “beneficiari”. Se gli effetti delle iniziative avviate non si rivelano sostenibili sulla base delle dinamiche autonome innescate, il progetto non può dirsi riuscito. Lo stesso deve essere della componente microcredito, utile per avviare le attività economiche, che però poi devono essere sostenute non da continuo afflusso di nuovo credito dall’esterno (che rende quindi necessario perennizzare la struttura creditizia intermediaria e può finire con l’innescare un meccanismo di drenaggio di surplus dalle microattività a vantaggio degli operatori del credito), quanto piuttosto dal circuito economico locale che il progetto di sviluppo deve aver contribuito a rafforzare: le imprese, per quanto micro, non possono (e non devono) vivere della continua immissione di credito, quanto piuttosto dell’avere attorno a sé un mercato; e, cosa ancora più importante, lo sviluppo non può vivere solo di imprese, per quanto “micro”; le reti delle relazioni sociali create o rafforzate dal progetto di sviluppo sono la principale finalità e anche la principale precondizione della sua riuscita.
Altrimenti <<nasce il sospetto che la riproposizione della ricetta del microcredito possa essere l’ennesimo caso di etnocentrismo. L’idea che sia sufficiente mettere del denaro nelle mani delle persone, perché si possa innescare lo sviluppo, può essere in realtà molto pericolosa>>[26].
Al fondo di tutto ciò va probabilmente ancora sottolineato un dato: il credito per i poveri, come il credito in generale, non può non risentire, oltre che delle sue finalità e metodologie, anche del contesto generale in cui è inserito. Come si ricordava all’inizio, in Europa le casse di risparmio e le banche popolari hanno potuto aver successo in un contesto di sviluppo economico e sociale complessivo, mentre altre iniziative - ad esempio in Africa - sono entrate in crisi con la crisi del loro contesto economico di riferimento. Si potrebbe anche andare più in là con gli esempi: quelle stesse casse rurali che a cavallo tra ‘800 e ‘900 prosperavano in Veneto, nel contesto dell’emergere dell’accumulazione mafiosa in Sicilia si fecero invece a volte strumento di questa accumulazione[27]. Si tratta di un esempio estremo ma dovrebbe rendere l’idea. E’ possibile che singoli individui migliorino le proprie posizioni di accesso al mercato e ai servizi grazie al microcredito. Ma è possibile che ciò accada per settori sociali o per interi villaggi o aree rurali? Se il complesso dell’economia e le scelte economiche del governo vanno in senso opposto, ciò appare molto difficile. Un esempio: il governo tunisino ha creato di recente una propria struttura di finanziamento della microimpresa, la Banque Tunisienne de Solidarité, affidando la gestione di parte delle somme alle ONG locali. Ma lo stesso governo tunisino sta affidando il modello di sviluppo del paese alla totale apertura commerciale, soprattutto verso l’Europa grazie all’accordo di associazione con la UE, che penalizzerà i settori artigiani e l’agricoltura non commerciale a tutto vantaggio dell’agricoltura da esportazione e dell’industrializzazione indotta dall’estero sotto forma di industrie di trasformazione. Ci si può meravigliare se in questo contesto le ONG tunisine che praticano il microcredito stiano abbandonando gli obiettivi di sviluppo, neutralizzati dalle politiche governative, e si stiano trasformando in piccole lobbies tese all’autoconservazione garantita dalla gestione di fettine di microcredito? [1] Cfr. Luzzati E., Intervento al seminario su Il Microcredito come nuova forma di cooperazione, Roma 27.11.1999. [2] Yunus M., Il banchiere dei poveri, Milano 1998, pag.15 e segg. (Vers un monde sans pauvreté, Parigi 1997). [3] Ancora prima, a partire dal 1910, l’amministrazione del Senegal francese cercò di organizzare i contadini africani in Sociétés de Prévoyances, che erano insieme cooperative d’acquisto e organismi di credito. Queste, dopo un primo successo, si trasformarono in mezzo di pressione coloniale sui produttori locali (Amin e Coquery-Vidrovitch, Histoire économique du Congo, Parigi 1969, pag. 52). [4] Gentil e Fournier, Les paysans peuvent-ils devenir banquiers?, Parigi 1993, pag. 20. [5] Il termine deriva dal nome del banchiere napoletano L.Tonti (1630-1695), che propose l’adozione del sistema del mutuo credito al cardinale Mazzarino come mezzo per rimpinguare le casse statali; il sistema fu poi ripreso sotto Luigi XVI e in altre epoche e altri paesi. In Italia le tontine private furono disciplinate legalmente nel 1902 e abolite nel 1912. [6] Il termine deriva dal nome del banchiere napoletano L.Tonti (1630-1695), che propose l’adozione del sistema del mutuo credito al cardinale Mazzarino come mezzo per rimpinguare le casse statali; il sistema fu poi ripreso sotto Luigi XVI e in altre epoche e altri paesi. In Italia le tontine private furono disciplinate legalmente nel 1902 e abolite nel 1912. [7] Un dato che dice molto sulle tendenze attuali del fenomeno microfinanza è la composizione dei vertici di questo summit: I due co-presidenti sono Sua Maestà la Regina Sofia di Spagna e l’ex primo ministro giapponese Tsutomu Hata. Il comitato esecutivo è stato formato sino allo scorso anno da Connie Evans, presidente del Women’s Self-Employment Project; Alberto Fujimori, presidente del Perù; Albertine Gnanazan Hepie, ex ministro della famiglia della Costa d’Avorio; Huguette Labelle, presidente della Canadian International Development Agency; Pr.Dr. Winfried Pinger, ex presidente commissione sviluppo del Bundestag (CDU/CSU); Robert Shapiro, presidente della Monsanto Company; George Soros, presidente dell’ Open Society Institute; James Gustave Speth, amministratore dell’UN Development Program; James Wolfensohn, presidente della Banca Mondiale e Muhammad Yunus, direttore della Grameen Bank. [8] Yunus, cit., pag. 266. [9] Alcuni tra i più noti sono: Accion International (http://www.accion.org); Microfinance Network (http://www.bellanet.org/partners/mfn/links.html); Sustainable banking with the Poor - World Bank (http://www.esd.worldbank.org/html); Virtual Library on Microcredit (http://soc-info.titech.ac.jp/icm); USAID (www.mips.org) ; Grameen Bank (http://www.grameen.com/). [10] In un passaggio si legge: <<“Ecco - le dissi - prendi questi soldi e distribuiscili tra le quarantadue famiglie della lista. Tutti potranno rimborsare i commercianti e vendere i prodotti a chi farà loro un buon prezzo.” -“E quando dovranno restituirli?” - “Quando potranno. Quando avranno venduto i prodotti con un buon margine di profitto. Non prenderò nessun interesse, non è che lo faccio per mestiere”>> (pag. 16). In un altro: <<Gli esperti statunitensi sostenevano che il credito agli agricoltori dovesse fondarsi su una politica di alti interessi: così gli agricoltori - dicevano - avrebbero avuto più convenienza a rimborsare>> ...<<Io invece ai contadini farei un tasso di interesse negativo. Se su un prestito di 199 taka me ne restituissero 90, gli altri 10 li regalerei; perché il problema, con i contadini, è quello di farsi restituire il capitale, non di farsi pagare gli interessi>>. Ma in un altro ancora: <<Ci siamo resi conto che, in Africa come in Bangladesh, ciò che contava per la gente non era il tasso di interesse quanto la possibilità di accedere al credito. I poveri potevano pagare senza problemi anche il 20 o il 30 per cento di interesse>> (pag. 179). Secondo osservatori indipendenti, nella Grameen Bank <<il tasso di interesse dei prestiti è identico a quello delle banche commerciali (16%)>>, con la motivazione che tassi più bassi avrebbero indotto persone agiate ad usare prestanome per avervi accesso (Gentil e Fournier, cit., pag 118). [11] United Nations Development Project, MicroStart, guida per i programmi di microfinanza, 1997. [12] Un esempio per chiarire la cosa. Un prestito di 500, da ripagare in 12 mesi con ratei mensili uguali comprendenti capitale e interessi, all’1,583% mensile. Se io applico ogni mese l’1,583% al capitale iniziale di 500 avrò un interesse mensile di (500* 0.015833=) 7.916, che per 12 mesi mi da un interesse totale annuo di 94,998 (uguale a un tasso annuale effettivo del 18,99%). Se invece tengo conto del fatto che ogni mese viene restituito 1/12 del capitale prestato (41,666) e applico l’interesse mensile dell’1,5833 solo alla somma rimanente avrò un interesse annuo totale di 52,936 (pari al 4,411% su base annuale). [13] John Caracciolo, International Fund for Agricoltural Development (IFAD). [14] H. Schneider, Microfinance for the Poor? OCSE e IFAD, 1997. [15] Banca Mondiale, Micro Finance Unit. [16] E. Luzzati, cit. [17] J. Caracciolo, cit. [18] Cit., pag. 31. [19] Agende Canadienne de Développement, sito internet. [20] Suarez M., responsabile formazione del BancoSol, in sito internet. [21] In Le Monde Diplomatique, aprile 1999. [22] Confalonieri P., intervento a nome della ONG Mais al seminario sul microcredito tenuto a Torino il 15.10.1997, in AA.VV., Credito, Microcredito Fondi Rotativi, Torino, Cocis, s.d. (1998 ?) [23] Gentil e Fourner, cit., pag 121. [24] Cfr, Pasqua S., Credito, microcredito e fondo rotativi nei PVS, in AA.VV., cit. [25] Perotti F., intervento a nome del CISV, ivi. [26] Luzzati, in AA.VV., cit., pag. 16. [27] Cfr: Santino U., Storia dell’Antimafia, Roma 2000, pagg. 102-8, 125 e 359 nota 103.
Formato per la citazione:
Alberto Sciortino. "Le mille incognite del microcredito". terrelibere.org, 20 aprile 2002, http://www.terrelibere.org//le-mille-incognite-del-microcredito
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