WALTER PERUZZI
LA RELIGIONE DELLA VITA - TEORIA E
PRATICA DELL'OMICIDIO NELLA CHIESA CATTOLICA
La Chiesa è chiamata a manifestare… la sua volontà …
di difendere contro ogni insidia la vita umana,
in qualsiasi condizione e stadio di sviluppo si
trovi.
(Giovanni
Paolo II, Familiaris consortio)
Enunciata la
Legge che vieta di uccidere,
il parroco
dovrà subito indicare le uccisioni che non sono proibite....
Vi sono anzi
delle uccisioni compiute per espresso comando di Dio
(Catechismo
romano, 1566)
Sommario
Presentazione
I - Le uccisioni “volute da
Dio”
II – Altre
stragi
III – Omicidio di stato e
“pratiche crudeli”
Note
Presentazione
E' in pieno
corso la campagna elettorale e, con essa, la "campagna per la vita"
da parte della Chiesa e dei partiti che ne cercano il voto. Il 3 febbraio 2008,
celebrando la "giornata per la vita", Benedetto XVI ha affermato che
si deve "Amare e servire la vita, dal suo inizio al suo naturale
tramonto", cioè dal costituirsi dello zigote, come aveva detto altra
volta, fino a quando il malato può essere tenuto in vita anche fra enormi
dolori, col ricorso alle macchine. Parole, quelle del 3 febbraio, con cui il
papa voleva sottolineare il proprio consenso al documento firmato il giorno
prima da alcuni neonatologi e ginecologi delle università romane (Sapienza, Tor
Vergata, Gemelli e Campus Biomedico), in cui si affermava che anche il bambino
nato "in estrema prematurità va trattato come qualsiasi persona in
condizioni di rischio e assistito adeguatamente" e che, nel caso in cui il
feto nasca vivo dopo un'interruzione di gravidanza, il neonatologo dovrebbe
intervenire per cercare di animarlo, "anche se la madre è contraria".
Quel che il
documento intendeva in realtà dichiarare era il dovere di tenere ad ogni costo
in vita feti malformati e con gravi anomalie, destinati a una vita di
sofferenze. Le stesse sofferenze cui sono destinati i malati terminali, se non
siano a loro risparmiate dalla riduzione allo stato vegetale.. E tuttavia anche
nel caso di un paziente in "stato vegetativo permanente" e non
reversibile non è consentito interrompere il nutrimento, l'idratazione e le
cure che lo tengono in vita - come ha affermato nell'agosto-settembre 2007 la
Congregazione della fede in una risposta, approvata dal papa, a un quesito dei
vescovi statunitensi.
Questo dà
l'idea del tipo di vita che la Chiesa cattolica è impegnata a tutelare con una
campagna forsennata contro l'aborto e l'eutanasia, nel momento stesso in cui
l'altro "corno" di tale campagna, cioè la condanna della
contraccezione e l'invito ai governi "amici" del Terzo mondo, specie
dell'Africa, a non diffondere la pratica dei preservativi, causano milioni di
morti ogni anno, da decenni, per Aids.
La difesa
delle vite "potenziali", di quelle dei "non nati" e di
quelle dei malati allo stato vegetale o di quelli terminali, che invocano la
morte come una liberazione, unita al disprezzo per le vite "reali", è
una caratteristica anche degli atei devoti come Giuliano Ferrara, che sta
conducendo una personale crociata in Italia contro gli aborti delle donne
"assassine" dopo averne condotta una, qualche anno fa, a sostegno
della guerra che ha causato fino a oggi un milione di morti in Iraq.
Ma lo
sviscerato amore per i feti unito a un odio smisurato per le loro madri e per i
loro figli adulti, mandati a morire in guerra, oltre che per eretici, streghe,
infedeli, omosessuali, nemici dello stato pontificio (finché c’era),
sottolineano con una lunga ininterrotta scia di sangue tutta la storia della
Chiesa, da dodici anni dopo la concessione di libertà di culto ai cristiani
fino ad oggi. Costante di tutta questa storia è un amore per la vita tanto
ostentato quanto smascherato, nella sua impudente ipocrisia, dalla teoria e
dalla pratica quotidiane dell'omicidio e delle stragi.
E' quanto
documenta questo breve testo, che non considera tutti gli omicidi, le stragi o
le azioni di guerra imputabili a cattolici ma solo quelli più direttamente
ricollegabili (e anche in questo caso senza pretesa di completezza) ai papi, ai
concili e ai dottori della chiesa, o da essi teorizzati e giustificati.
w.p.
Pasqua
2008
Le
uccisioni “volute da Dio”
La nostra
storia comincia all'inizio del IV secolo, quando l'imperatore Costantino
concesse la libertà di culto ai cristiani “come a tutti gli altri”, affermando,
nell’Editto di Milano del 313, che “la libertà di religione non può subire
costrizione” (1), ma poi decretando, appena dodici anni dopo, come presidente
del I Concilio di Nicea del 325, che “se qualcuno fosse trovato di avere
nascosto un libro composto da Ario e non lo distrugga subito nel fuoco, deve
subire la pena di morte” (2).
Che si
devono abbattere i templi dei falsi dei e uccidere gli idolatri, secondo
l'insegnamento della Bibbia, lo affermò nel 347 anche il neoconvertito
Firmico Materno (3). E la cosa fu messa in pratica da vescovi che, come
Ambrogio di Milano, assaltarono sinagoghe, o da vescovi preti e laici cristiani
che distrussero templi pagani e uccisero nel 415 Ipazia, singolare figura di
donna-scienziato.
Quanti
morti costa un papa
Ma uno dei
primi e più significativi massacri avvenne a Roma fra i partigiani di Damaso
I (366-84) e quelli di Ursino, entrambi aspiranti al tropo papale. Le due
fazioni si scontrarono per tre giorni con morti e feriti. “L'ardore di Damaso
e Ursino per occupare la sede episcopale”, scrive lo storico pagano Ammiano
Marcellino, “superava qualsiasi ambizione umana….Damaso ebbe la meglio: la
vittoria, dopo molti scontri, arrise al suo partito; nella basilica di
Sicinnio, dove i cristiani erano riuniti, furono trovati 137 morti.... Non c'è
comunque da meravigliarsi, considerando lo splendore di Roma, che un premio
così ambito accendesse il desiderio di uomini maliziosi e determinasse le lotte
più feroci e ostinate. Una volta raggiunto quel posto, si gode in santa pace
della fortuna assicurata dalle donazioni delle matrone, si va in giro in
cocchio vestiti elegantemente, si partecipa a banchetti il cui lusso supera
quello della tavola imperiale” (4) . Per premio della vittoria conquistata sul
campo a prezzo di oltre cento morti, Damaso fu anche fatto santo…
La
teoria della guerra giusta
La pratica
della violenza si intreccia alla sua legittimazione: in questi secoli infatti
il dottore della Chiesa Agostino elabora, richiamandosi alle guerre “intraprese
da Mosé” su ordine di Dio stesso la dottrina della “guerra giusta” .
Rovesciando le argomentazioni addotte dai pacifisti cristiani contro la guerra,
Agostino sostiene che proprio per mettere fine agli orrori solitamente imputati
alle guerre si deve farle e imporre così la desiderata pace: “l'umana durezza….
non si meravigli o si scandalizzi delle guerre intraprese da Mosè, poiché
seguendo in esse i comandi divini egli non fu crudele ma obbediente, né Dio
nell'ordinarle era crudele, bensì ripagava chi meritava secondo i suoi meriti e
intimoriva i degni. Cosa infatti si biasima nella guerra? Forse il fatto che
muoiano quelli che sono destinati a morire, perché i destinati a vivere siano
sottomessi nella pace? Obiettare questo è proprio dei paurosi, non dei
religiosi. Il desiderio di nuocere, la crudeltà della vendetta, l'animo non
placato e implacabile, la ferocia della ribellione, la brama di dominare e
simili: è questo che a ragione si biasima nelle guerre. È soprattutto per
punire a buon diritto simili cose che le guerre vengono intraprese dai buoni,
per ordine di Dio o di qualche altro potere legittimo” (5).
Tale
ragionamento è fondato sui testi dell'Antico Testamento in cui Dio guida
la guerra “santa” di Israele. “Si è spesso attribuita a sant'Agostino
l'elaborazione di una dottrina della guerra giusta che si sarebbe in seguito
evoluta verso la guerra santa e la crociata.", scrive Jean Flori in un suo
saggio sulla guerra santa. “E' piuttosto l'inverso. Infatti, per provare che
malgrado l'atteggiamento pacifista di Gesù e malgrado il Vangelo, Dio
non è radicalmente ostile alla violenza armata, sant'Agostino invoca l'Antico
Testamento, nel quale le 'guerre del Padre Eterno' sono frequenti” (6) In
una parola la dottrina della guerra giusta e la sua successiva
evoluzione in guerra santa e guerra di conquista riceve
legittimità ed esempio dalla prima guerra santa, quella di Israele.
Anche un
altro santo poco posteriore ad Agostino, Cirillo di Alessandria (prima metà del
V secolo), si rifà all'Antico Testamento per definire le stragi
"”frutti della devozione al Signore” (7). In ogni caso la dottrina della
guerra giusta sarà ripresa e sviluppata da Tommaso d'Aquino e tenuta ferma
dalla Chiesa fino ai giorni nostri.
Lo stato
deve punire chi offende la fede
Circa mezzo
secolo dopo Leone I Magno (440-61), il papa che secondo la leggenda
fermò Attila alle porte di Roma, giustificò un'altra violenza omicida, quella
contro gli eretici. Parlando infatti dell'uccisione dell'eretico Priscillano e
dei suoi seguaci ad opera dell'imperatore, avvenuta circa un secolo prima,
affermò che se la gente si smarrisce “allora è il potere imperiale che deve
intervenire per sopprimere energicamente, come nemici dello stato, che si vanta
giustamente di essere l'autorità dei cristiani, coloro che disturbano la pace
della fede” (8). E' qui la giustificazione del ricorso allo stato come “braccio
secolare” che caratterizzerà più tardi la Santa Inquisizione e la
legittimazione dell'omicidio per motivi di fede.
Ci si
uccide anche fra papi
Passano
altri cinquant'anni, durante il quale gli scontri per il soglio papale sono
frequenti. Alla morte di Anastasio II, le due fazioni principali di Roma
eleggono ognuna il proprio vescovo, uno dei quali - Simmaco (498-514) -
è ostile a Bisanzio e quindi gradito a Teodorico, re dei Goti che regna da
Ravenna sull'Italia. Simmaco è inoltre accusato di aver corrotto alcune persone
della corte ravennate capaci di influire sulla sentenza di Teodorico che gli è
favorevole.
Ma prima
gli scontri durano a lungo, nota Rendina, “in un clima da guerra civile che
infuria tra disordini e zuffe nelle chiese e per le strade” (9): “un gran
numero di preti, diaconi e laici”, scrive Luigi Desanctis, “furono uccisi nella
mischia, e ciascuno dei due papi dichiarava santi e martiri coloro che morivano
per sostenere lui, e dannati coloro che morivano per il partito opposto. Paolo
Diacono e Anastasio bibliotecario dicono che in quella guerra si commisero da
una parte e dall'altra atrocità da cannibali; le vergine consacrate a Dio
appartenenti a un partito, erano prede dall'altro e sovente esposte
integralmente nude alle beffe del popolo e battute con verghe” (10). Alla fine
Simmaco ne uscì papa…e santo.
Anche nel
secolo successivo (siamo in un periodo, si noti, in cui il papato non ha ancora
il potere temporale) i papi, coinvolti in dispute teologiche e accusati di allontanarsi
dall'ortodossia, ricorrono al delitto per assicurarsi il trono. E' il caso di Vigilio
(537-55), che fece deporre Silverio dal generale bizantino Belisario e si fece
eleggere papa al suo posto facendo morire di fame nell'isola di Palmaria, come
attesta lo stesso Liber pontificalis, il suo predecessore (11). Morì nel
555 per mano, secondo voci molto insistenti anche se non del tutto controllate,
del suo successore Pelagio I (556-61).
Dio insegna che i gay meritano la morte
Un altro aspetto visibile già da questi secoli fu la
ostilità della Chiesa verso gli omosessuali, che si tradusse in una durissima
legislazione dei sovrani cristiani. Il legame esplicito con le Sacre Scritture
e con l'interpretazione cattolica, divenuta tradizionale, del peccato di Sodoma
si trova nel Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, nella Novella 141
del 559, in cui già affiora l'identità peccato-reato tipica delle società
teocratiche: “Sappiamo.. avendolo appreso dalle Sacre Scritture, quale giusta
punizione Iddio abbia inviato a coloro che un tempo abitavano Sodoma, per
questo loro ardore di congiungersi, così che fino ad ora quella terra brucia di
perpetuo fuoco. Tutti, badando al timor di Dio, devono astenersi da
quest’azione scellerata ed empia…. Notifichiamo altresì successivamente a tutti
coloro che siano consci di aver peccato riguardo a qualcosa di ciò, che se non
desisteranno e, annunziatisi al beatissimo patriarca, non penseranno alla
propria salvezza, per tali empie azioni placando Dio entro la Santa Festa di
Pasqua si attireranno le più atroci pene, come per nulla in seguito degni di
indulgenza” (12).
Di norme
che riecheggiano la legislazione ecclesiastica coeva vi è traccia anche in una
legge visigotica (13) del VII secolo e alle leggi ecclesiastiche del tempo si ispirano
nel 739-41 le normative dell'imperatore d'oriente Leone III l'Isaurico
che prevedono la pena di morte per gli omosessuali eccetto se minori di dodici
anni e “il taglio del membro” per i colpevoli di bestialità (14).
L'avversione
per la sodomia si tradusse con il 16° Concilio di Toledo del 693
nell’anticipazione dell'inquisizione. Il canone 3 stabiliva infatti che
il sodomita va “escluso da ogni convivenza sociale, frustrato, privato
della capigliatura ed esiliato” (15).
Lo stato
pontificio. Guerre pubbliche e vendette private
Intanto,
con Gregorio Magno (590-604) i papi cominciano a governare una vasta proprietà
e la giurisdizione papale comincia ad estendersi oltre Roma. Ciò accresce il
loro coinvolgimento nelle vicende terrene e nelle guerre. Nel 717, ad esempio, Gregorio
II fece intervenire l'esercito del duca di Napoli per impadronirsi di un
castello. Successivamente prese lui stesso la guida dell'esercito dell'esarcato
di Ravenna, represse la rivolta di Tiberio Petaso, lo uccise e ne inviò la testa
all'imperatore di Costantinopoli (16).
Ma è
soprattutto con la nascita dello Stato pontificio nel 756 e fino alla caduta
del potere temporale dei papi nel 1870, ossia per oltre un millennio, che
divenne costante il coinvolgimento del papato, e di molti se non tutti i papi,
in guerre, omicidi, stragi, persecuzioni. Né si trattò soltanto di una pratica:
le uccisioni furono teorizzate o giustificate dai papi e dai
concili.
Subito dopo la formazione dello Stato pontificio esso fu
oggetto di accanite dispute per il controllo del potere: Stefano III (768-72)
viene eletto, secondo quanto scrivono Rendina (17) e il cattolico N. Fabretti
(18) dopo una lotta lunga e feroce, con tumulti e delitti a catena.
Alla fine del secolo si delineò anche l'intreccio fra guerra
giusta e “diritto d'evangelizzazione” con il massacro di circa 4.500 sassoni
sottomessi e costretti a convertirsi da Carlo Magno che poco dopo Leone III
incoronò imperatore del sacro romano impero. Questo autore di stragi, e per di
più bigamo, ma "campione della fede", fu anche fatto santo
dall'antipapa Pasquale III nel 1165 per volere del Barbarossa e seguita ad
essere ancora oggi venerato, sia pure solo nella diocesi di Aachen. Quanto a
Leone III, al centro di ripetute congiure, fu costretto alla “purgazione”,
ossia a giurare di essere innocente dei crimini che gli venivano imputati, e
una prima volta fece commutare la pena di morte in ergastolo per i suoi
attentatori. Ma i responsabili di una congiura successiva alla morte di Carlo
Magno furono da lui messi a morte. “il papa”, scrive perfino un sito
agiografico come Santi e beati “agì di sua propria autorità senza
ricorrere al successore dell’imperatore, Ludovico, dimostrando una severità che
poco si addiceva al capo spirituale della cristianità…. La Sacra Congregazione
dei Riti nel 1673, inserì il suo nome nel Martirologio Romano…, ma bisogna dire
che nella revisione del 1963 la sua festa è stata eliminata” (19). Tuttavia
resta venerato come santo.
Poco dopo
di lui si distinse un altro santo papa, Pasquale I (817-24), che entrò
in conflitto con l'imperatore Lotario quanto quest'ultimo diede ragione al
convento di Farfa in una causa contro la Curia romana per l'appropriazione di
alcuni beni. Tale contrasto indebolì il papa e spinse i nobili a meditare una
rivolta. Ma la Curia reagì duramente e i due capi dei rivoltosi furono
arrestati, accecati e decapitati. Il papa negò la sua responsabilità
nell'episodio, dicendosi dapprima pronto a sottostare a un'inchiesta imperiale,
ma poi affermando che bastava il suo giuramento dì innocenza, essendo
inammissibile e contro ogni tradizione giudicare il primate di Roma. Nello
stesso tempo maledìsse i giustiziati dichiarandoli colpevoli di alto tradimento
(20). Anche A. Piazza scrive che Pasquale I “prese la difesa degli uccisori…
sostenendo che di diritto avevano ucciso coloro che si erano macchiati del
crimine di lesa maestà e contro questi emise la sua sentenza” (21).
Papa-guerriero
fu Leone IV (847-55), santo. Nell'849 armò e guidò lui stesso una flotta
contro i saraceni, invocando Dio per sconfiggere “i nemici della tua chiesa,
affinché la vittoria conseguita torni a gloria del tuo santo nome presso tutti
i popoli” e assicurando che “qualora uno di voi dovesse perdere la vita… avrà
la mercede promessa” (22). Entrato più tardi in contrasto con l'imperatore,
perché gli emissari imperiali avevano assassinato un legato pontificio, si recò
a Ravenna “dove stavano gli assassini, li arrestò e condotti a Roma furono
processati e condannati a morte” (23).
Pochi anni
dopo Giovanni VIII (872-82) scomunicò, poi fece acciecare e condurre
prigioniero a Roma, il duca di Napoli Sergio II, organizzò leghe, guidò
campagne militari uccidendo musulmani e altri nemici. Né si comportò meglio
qualche anno più tardi Adriano III (884-85), legato alla fazione del suo
predecessore Giovanni VIII, che non si peritò di combattere con ferocia la
fazione avversa. “Per ordine di Adriano venne acciecato un alto dignitario del
Palazzo lateranense”, si legge nella Enciclopedia dei papi. “Ancora per
ordine di Adriano una donna dell'aristocrazia romana legata da parentela con i
potenti del Laterano, Maria…, subì la pena oltraggiosa di essere tratta nuda a
ludibrio e fustigata attraverso tutta Roma” (24). L'autore scrive che Adriano
morì poco dopo, ucciso forse dal marito della donna offesa. E fu fatto santo.
Formoso (891-96) fu coinvolto in guerre e
intrighi e il suo cadavere fu riesumato e sottoposto a un macabro processo da
Stefano VI (896-97), poi riabilitato, poi di nuovo processato da Sergio III
(904-11), che strangolò l'antipapa Cristoforo e si fece papa.
Dal 914 al
928 fu papa Giovanni X, amante di Teodora, che conquistò con la violenza
l'arcivescovado di Ravenna e guidò leghe militari contro i saraceni. Giovanni
XII (955-64), che elesse vescovo un suo amante di 10 anni ed era famoso per
lussuria, fu accusato di omicidio e fece una crociata contro i signori di
Benevento mentre Giovanni XIII (965-72), costretto a fuggire da una
rivolta, tornato a Roma si abbandonò a sanguinose vendette. Altri papi, nello
stesso periodo di massima decadenza, furono a loro volta assassinati, come il
papa-mago Silvestro II (999-1003), mentre poco prima di lui Gregorio V (996-99)
processò, mutilò e mise alla gogna l'antipapa Giovanni XVI.
Scontri
armati portarono al pontificato Benedetto VIII (1012-24) mentre, caso
unico nella storia del papato, fu per tre volte papa Benedetto IX,
definito ladro e assassino da un altro pontefice, Vittore III. Papa
giovanissimo dal 1032 al 1044, Benedetto IX vendette il titolo a Silvestro III
che poi rovesciò, tornando papa per 20 giorni (1045). Rivenduto subito dopo il
titolo, tornò papa per la terza volta dal 1047 al 1048, forse avvelenando
Clemente II. Gli succedette Damaso II, anche lui morto avvelenato, si pensa
sempre per opera dell’infaticabile Benedetto.
Dopo di lui
divenne papa un altro santo assassino: Leone IX Noto per l'intolleranza
dottrinale e la rivendicazione della supremazia del papato, che provocò lo
scisma ancor oggi non sanato con la Chiesa d'oriente, fece ammazzare molte persone
nelle battaglie da lui guidate per delle terrene esigenze di espansione
territoriale. “Il suo nome da laico era Brunone di Dagsburg”, racconta
Borrelli, “negli anni 1025-1026 il giovane canonico si trovò a servire il suo
vescovo e il suo imperatore alla testa dei cavalieri germanici, che operavano
nelle pianure lombarde. Ciò costituiva sicuro merito per accedere ad un
episcopato … Dopo aver trascorso il Natale celebrato a Toul, prese la via per
Roma in abito da pellegrino e così, a piedi nudi, entrò nella Città Eterna,
accolto favorevolmente da tutti, fu intronizzato il 12 febbraio 1049 prendendo
il nome di Leone IX, aveva 47 anni… nel maggio 1053 dovette affrontare, in uno
scontro militare, i Normanni che pur essendo cristiani volevano ampliare il loro
dominio tra Napoli e Capua. Leone IX come sovrano di Benevento, città
concessagli dall’imperatore, dovette affrontarli con poche truppe, fu una
disfatta e alla sera fu fatto prigioniero e condotto a Benevento, dove fu
trattenuto per oltre otto mesi; alla fine ricevute tutte le soddisfazioni
richieste, i Normanni lo lasciarono libero…” (25) Anche lui è venerato come
santo, e perciò additato ad esempio ai fedeli.
Ma se fino
intorno al Mille i papi si dedicarono all'assassinio privato o a piccole guerre
d'espansione, è dopo il Mille che cominciò la stagione dei grandi papi i quali,
anche in fatto di stragi e di omicidi, cominciarono a operare e a pensare in
grande.
Le
crociate. Dio lo vuole
Alessandro
II si limitò a
benedire numerose guerre, approvando quella intrapresa dal duca normanno
Guglielmo per conquistare l'Inghilterra, quella di Roberto il Guiscardo contro
gli arabi in Sicilia e i tumulti dei patarini contro i vescovi anticelibatari e
simoniaci a Milano. Ma il suo successore, il tirannico Gregorio VII
(1073-1085), autore del famoso Dictatus papae e “formidabile
organizzatore di eserciti” come lo definisce P. Partner (26), si fece promotore
in proprio non solo della lotta per le investiture contro Enrico IV ma delle
guerre di liberazione dei cristiani d'Oriente, con un Appello ai fedeli
e una successiva Lettera all’imperatore Enrico IV, entrambe del 1074, in
cui esprime il desiderio di porsi lui stesso a capo di quanti ”vogliono levarsi
in armi contro i nemici di Dio” (27). L'anno dopo, essendo stato costretto a
rifugiarsi a Salerno per sfuggire all'imperatore, incita ancora alla guerra
promettendo: “Accorrete in aiuto se volete avere remissione dei peccati,
benedizione e grazia in questa e nell'altra vita.” (28).
E' il
preannuncio della crociata che verrà bandita alla fine del secolo da Urbano
II (1088-1099), con il celebre discorso di Clermont del 1095 in cui
concluse: “Quando andrete all'assalto dei bellicosi nemici, sia questo
l'unanime grido di tutti i soldati di Dio: 'Dio lo vuole! Dio lo vuole!'”:
“uccidere era consentito”, nota Partner “con l'autorità di Dio” (29).
Val la pena
di ricordare che Urbano II chiese ai cristiani di combattere e uccidere anche
in altra occasione, e sempre promettendo indulgenze ai crociati: “Per la città
e la Chiesa di Taragona [Spagna] vi preghiamo vivamente e vi comandiamo,
per la remissione dei vostri peccati, di imporre in tutti i modi il suo
ristabilimento [contro gli arabi]…Chi, per amore di Dio e dei suoi
fratelli, cade in questa campagna, non dubiti che troverà l'indulgenza… e godrà
la vita eterna per la misericordia di Dio” (30). Per tale incitamento alla
guerra, o nonostante esso, fu beatificato, quasi ai giorni nostri, cioè nel
1881, dal papa “progressista” Leone XIII.
Sull'entità
della meritoria impresa e di come riuscisse gradita a Dio, ci informa il
cronista Raimondo di Aigiles che scrive a proposito della conquista di
Gerusalemme, il 15 luglio 1099: “Taluni dei nostri uomini…hanno tagliato la
testa ai loro nemici. Altri li hanno colpiti con le frecce…Altri ancora li
hanno torturati più a lungo gettandoli nelle fiamme. Cumuli di teste, di mani e
di piedi si potevano scorgere per le vie della città… nel tempio e nel portico
di Salomone gli uomini cavalcavano nel sangue fino alle ginocchia e alle
briglie. In verità è un giusto e magnifico giudizio di Dio che questo posto sia
colmo del sangue degli infedeli dopo che ha sopportato così a lungo le loro
bestemmie. Ora che la città è stata presa, il vedere la devozione dei
pellegrini al Santo Sepolcro ci ricompensa di tutte le nostre fatiche e delle
pene passate. I pellegrini si rallegrano ed esultano e cantano al Signore il
Salmo nono…la nostra fede è rinnovata…in questo giorno l'Eterno si è rivelato
al suo popolo e l'ha benedetto” (31).
Si stima che i morti siano stati 60.000, cui devono
aggiungersi i caduti nelle battaglie che avevano accompagnato la marcia
crociata verso la terra santa, dalle stragi in Ungheria e nella città turca di
Nikaia, dove i morti furono complessivamente molte migliaia, compresi vecchi e bambini
bruciati vivi, alla conquista di 40 capitali e 200 fortezze fino ad Antiochia,
dove caddero da 10.000 a 60.000 musulmani. Sempre il cronista cristiano
Raimondo di Aigiles scrive. “Sulle piazze si accumulano i cadaveri a tal punto
che, per il tremendo fetore, nessuno poteva resistere a restare: non vi era
nessuna via, in città, che fosse sgombra di corpi in decomposizione” (32).
Vittime dei crociati, specie della cosiddetta “crociata dei
pezzenti” di Pierre l'Eremite, che aveva preceduto quella regolare, furono
anche gli ebrei: “a seguito delle crociate”, scrive Aruffo, “l'antigiudaismo
religioso accademico assunse un diffuso carattere popolare. Le inaudite
violenze perpetrate contro gli ebrei rientravano nel contesto di fanatismo
religioso e nella cornice dell'ostracismo psicologico collettivo, legato al
mito della 'riconquista della terra santa'” (33). Lo stesso Aruffo cita qui ad
esempio la strage degli ebrei di Colonia e Magonza nel 1096, riferita dal
cronista del tempo Alberto Aix. I massacri che causarono migliaia di vittime
ebbero luogo in città diverse. Nelle città attraversate dai crociati, scrive il
cronista Frutolf, “essi uccidevano o costringevano al battesimo quel che
restava degli empi Ebrei” (34). Solo in Germania furono allora uccisi 50.000
ebrei (35).
“Il 28
giugno 1098”, si legge in Vittime della fede cristiana (tr.
Franceschetti), che collaziona varie fonti, “furono ammazzati altri centomila
turchi musulmani, donne e bambini compresi. Negli accampamenti turchi - narra
il cronista cristiano - i crociati trovarono non solamente ricco bottino, tra
cui ‘moltissimi libri in cui erano descritti con esecrandi segni i riti
blasfemi di turchi e saraceni’, ma bensì anche ‘donne, bambini, lattanti, parte
dei quali trafissero subito, e parte schiacciarono sotto gli zoccoli dei loro
cavalli, riempiendo i campi di cadaveri orribilmente lacerati’. [WW 33-35]. Il
12 dicembre 1098, nella conquista della città di Marra (Maraat an-numan),
furono ammazzate altre migliaia di infedeli. A causa della carestia che ne
seguì, ‘i corpi già maleodoranti dei nemici vennero mangiati dalle schiere
cristiane’, come testimonia il cronista cristiano Albert Aquensis [WW 36]...
Nella battaglia di Ascalon, il 12 agosto 1099, vennero abbattuti 200.000
infedeli...[WW 45]” (36).
Più
difficile fornire dati sul numero complessivo delle vittime, che furono certo
moltissime: secondo alcuni circa un milione nella I crociata, venti milioni.
alla fine delle otto crociate, nel 1291. A giustificazione dei massacri, nota
il già citato Partner, si diffuse l'idea, rilevabile anche dal racconto sopra
riportato di Raimondo di Aigiles relativo alla conquista di Gerusalemme, che si
trattasse di una giusta “vendetta” per le offese fatte ai cristiani dai
musulmani. “E tra tutti” aggiunge Partner, “era Gesù Cristo colui che più di
ogni altri doveva essere vendicato sugli infedeli” (37). Si giustificò così la
faida di sangue.
Continuatori
della prima crociata o promotori di spedizioni militari contro gli antipapi e
contro i Normanni furono Pasquale II, Onorio II, Innocenzo I, Lucio II,
Eugenio III, che si succedettero dal 1099 al 1153. Lucio II morì in
battaglia; Eugenio III, beato, fallì nel tentativo di organizzare la II
crociata, fece imprigionare a vita il predicatore itinerante Eudo de Stella, ritenuto
infermo di mente, e condannò al rogo, in quanto sani di mente, i suoi seguaci.
Ad Adriano IV (1154-59) si deve invece l'uccisione di Arnaldo da
Brescia.
Ebrei:
omicidio rituale e massacri reali
Allo scontro con gli infedeli si accompagnò nel XII-XIII
secolo anche l'inasprimento delle posizioni contro gli eretici e altre
minoranze presenti nella società medioevale, a partire dagli ebrei. In questo
periodo nasce la leggenda che gli ebrei pratichino l'omicidio rituale,
uccidendo e crocifiggendo dei bambini cristiani, di solito nella settimana
santa, per ripetere la crocifissione di Cristo. Il primo caso di accusa in
questo senso, scrive Mannucci, “avviene nel 1144 a Norwich, in Inghilterra”,
dopo che si trova ucciso un giovane apprendista. “Il secondo caso ha luogo in
Germania, nel 1147, e provoca il massacro di alcuni ebrei"” (38). Tre anni
dopo, a Colonia, un altro ebreo viene accusato di aver profanato un'ostia,
altra accusa divenuta poi abituale. Nel 1171 38 ebrei vengono processati e
uccisi per omicidio rituale a Blois, nel 1191 un centinaio a Bray-sur-Siene
ecc.
Una cronaca
di Riccardo di Deviez racconta che nel 1189, il giorno dell'incoronazione di
Riccardo Cuor di Leone in Inghilterra , “nell’ora solenne in cui il Figlio fu
immolato al Padre, nella città di Londra si cominciò a immolare gli ebrei al
loro padre, il diavolo. E ci volle così tanto tempo per celebrare un così
grande sacrificio che l’Olocausto fu terminato soltanto il giorno seguente.
Altri centri, altre città del paese imitarono l’atto di fede dei londinesi e
mandarono all’inferno, con la stessa devozione, tutte quelle sanguisughe e il
sangue di cui si erano rimpinzate”(39). E Philippe Bourdrel scrive, nel XIII
secolo, che “A Béziers, la domenica delle Palme, era in uso tirare le pietre
agli ebrei e aggredirli, per ‘vendicare il signore’ mentre a Tolosa, il giorno
di Pasqua, gli ebrei ricevevano da un notabile della città, che aveva la mano
ricoperta di un guanto di ferro, uno schiaffo in pieno viso, per ricordare
coloro che oltraggiarono Cristo sul Calvario”(40). Ma, naturalmente, si tratta
solo di alcuni esempi, perché “la storia degli ebrei in Europa”, scrive E.
Saracini, “è tutta costellata di massacri” (41). Persecuzioni, processi
ed esecuzioni per omicidio rituale continueranno, fino alle espulsioni degli
ebrei da vari paesi europei, fra il XV e il XVII secolo.
Il
massacro di Costantinopoli. Un “mistero divino”
Intanto,
con Lucio III, nel Concilio di Verona del 1184, prendeva il via l'Inquisizione,
che sarà istituzionalizzata da Innocenzo III (1198-1216) e rafforzata da
Gregorio IX (1227-41), col quale la pena di morte, già introdotta nel
1226 in Lombardia da Federico II, è adottata ufficialmente dalla Chiesa per gli
eretici. A questi due papi si devono, insieme alla continuazione delle crociate
contro gli infedeli, l'inizio di quelle contro gli eretici. Con Innocenzo III,
osserva Partner, “il concetto della faida di sangue fu adottato dagli stessi
pontefici; un secolo dopo la prima crociata, Innocenzo III fece appello ai
crociati perché partissero per la nuova missione e vendicassero il male
inflitto al padre loro” (42). Si arrivò così nel 1202 alla IV crociata, quella
detta dei veneziani poiché fu da loro guidata e dirottata, in funzione dei
propri interessi commerciali, su Costantinopoli. Il sacco della città, scrive
Runciman, “non ha paralleli nella storia”. Se i veneziani preferirono
impadronirsi degli enormi tesori di Costantinopoli, franchi e olandesi, spesso
ignari del loro valore, distrussero ciò che non potevano trasportare,
“fermandosi soltanto per assassinare e violentare… Molte monache furono
violentate nei loro conventi. Palazzi e tuguri furono ugualmente forzati e
rovinati. Donne e bambini feriti, giacevano morenti per le strade. Per tre
giorni continuarono le orrende scene di saccheggio e spargimento di sangue,
finché l'immensa e magnifica città fu ridotta a un macello. Perfino i saraceni
sarebbero stati più misericordiosi, esclamò lo storico Niceta, e con ragione”
(43).
Si dirà,
come sostengono certi apologeti cattolici, che tutto ciò esulava dalle
responsabilità dirette di Innocenzo III. Senonché fu proprio lui a scrivere in
varie Epistole, a proposito dell'accaduto, celebrato con entusiasmo in
tutto l'Occidente, “che egli si rallegrava nel Signore e dava la sua approvazione
senza riserve” (44). Innocenzo III, convinto che la presa di Costantinopoli
avrebbe messo fine allo scisma del 1054 imponendo alla Chiesa d'Oriente di
riunirsi a Roma, arrivò a scrivere che la conquista della città “non è caso
fortuito ma un mistero rivelato dall'alto decreto divino nell'opera dei
crociati, affinché in futuro possa esistere un solo ovile di Cristo e un solo
pastore” (45). Solo anni dopo si rese conto che il sacco dell’antica capitale
d’Oriente aveva recato più danni che vantaggi anche alla Chiesa stessa. Ma ciò
non fece venir meno in lui la passione per le crociate.
Innocenzo
III e Gregorio IX contro la “miscredenza eretica”
Appena
finita l’impresa in Palestina, Innocenzo III volse le sue attenzioni alla
Francia e, prendendo pretesto dall'assassinio di un legato pontificio, lanciò
nel 1208 la crociata contro gli Albigesi.
“Dovete cercare di annientare la
miscredenza eretica in ogni modo e con tutti i mezzi che Dio vi rivelerà”,
affermava il papa predicando l’omicidio come dovere di coscienza. “E dovete
combattere i suoi seguaci con mano potente e braccio vigoroso e con severità
ancora maggiore che se combatteste i Saraceni, perché essi sono peggio dei
Saraceni”. E ancora: “Forse fino ad oggi avete combattuto per una gloria
passeggera; combattete ora per la gloria eterna!” (46). Da parte loro i vescovi
francesi invocavano dal papa una ancora maggiore determinazione: “Se la perfida
città di Tolosa non viene sottratta all'eresia la fatica sarà stata inutile… e
per questo vi preghiamo di impugnare la spada affinché la città muoia con tutti
i suoi abitanti” (47). Fra i risultati più notevoli dell'impresa fu la strage
di Béziers del 1209 dove secondo alcuni i morti furono settantamila, secondo
altri oltre centomila, comprese molte donne e bambini. Ventimila li stima il
legato papale Arnaud-Amaury che nella Relazione a Innocenzo III attribuisce
a Dio l’impresa: “poiché non vi è forza e non vi è saggezza contro a Dio,
mentre con i baroni si stava trattando…dei gaglioffi ed altra gente plebea e
disarmata, senza aspettare l'ordine dei principi, fecero un attacco alla città
e con stupore dei nostri... in due o tre ore…fu presa… I nostri, non badando a
condizione sociale, a sesso o ad età, passarono a fil di spada circa ventimila
persone. E fatta grandissima strage di nemici, fu tutta saccheggiata la città e
poi fu bruciata, infierendo contro di lei in modo straordinario l'ira divina”
(48).
Nel 1215,
il Concilio Lateranense IV, presieduto da Innocenzo III, stabilì nella
sua LXXI Costituzione che gli eretici dovessero essere “abbandonati alle
potestà secolari o ai loro balivi per essere puniti con pene adeguate"”,
anche se “fossero solo sospetti”, toccando a loro provare “la propria innocenza
con prove che valgano a giustificarli”. Il Concilio obbligò anche i principi a
"sterminare dalle loro terre gli eretici” per evitare che il pontefice
“sciolga i suoi vassalli dall'obbligo di fedeltà e lasci che la sua terra sia
occupata dai cattolici, i quali, sterminati gli eretici, possano averne il possesso
senza alcuna opposizione e conservarla nella purezza della fede” (49).
Circa
vent’anni dopo Gregorio IX lanciava una crociata in Germania contro il popolo
contadino degli Stedingi. “Armatevi e siate forti, figli, siate pronti alla
guerra contro i pagani… Non esitate, non cedete e non temeteli.. Perché non è
solo la vostra guerra, ma la guerra di Dio” (50). Quanto al fine omicida di
tale guerra lo stesso Gregorio IX lo precisava nella terza bolla del 1233 Contro
il popolo degli Stedingi: “[Ho] intimato…di impiegare con energia e
con zelo i credenti di Cristo…per sterminare questo popolo senza Dio…. E quei
cattolici che si cuciranno addosso il simbolo della croce e partiranno per
andare a sterminare gli eretici, godranno della stessa indulgenza e riceveranno
le stesse dimostrazioni di favore che vengono date ai crociati che partono per
la Terra Santa” (51). Le vittime della crociata furono da 5.000 a 11.000,
comprese donne e bambini. A Gregorio IX si deve anche, sempre nel 1233, la
prima bolla (Vox in rama) in cui racconta di osceni convegni fra il
diavolo e i suoi neofiti che gli baciano l’ano: alimentava così la credulità
popolare circa l'esistenza delle streghe, ponendo le basi per la loro
persecuzione.
Evangelizzare
con la guerra
Nel corso
del XIII secolo, poi, mentre si andavano esaurendo le crociate in terra santa,
continuarono a operare, conducendo campagne soprattutto nell'Europa orientale,
gli ordini cavallereschi nati con l'autorizzazione papale per “difendere” il
Santo Sepolcro. Per quanto riguarda i Cavalieri teutonici, una bolla di Alessandro
IV (1254-61) “basandosi sull'inferiorità dei popoli non cristiani, li
autorizzava a conquistare e 'convertire' i popoli dell'Oriente europeo” (52),
riprendendo quanto già affermato dal suo predecessore Innocenzo IV,
secondo cui “l'adorazione degli idoli…va contro la legge naturale ed è perciò
soggetta all'intervento papale” e “il papa può ricorrere alla forza per
costringere un infedele ad accogliere i cristiani da lui inviati a predicare il
Vangelo” (53). Sono così poste le premesse per far rientrare nella guerra
giusta e santa le guerre coloniali tese a “evangelizzare” i popoli extraeuropei
e per giustificare i genocidi di cui fra poco diremo. Si noti anche come già
allora, come fa oggi Benedetto XVI, si usasse il diritto naturale come cavallo
di troia per giustificare l'intervento del papa in qualche campo. Alessandro IV
condannò anche le pratiche magiche, dando argomenti ai primi processi contro le
streghe e ai primi roghi, anche se ancora sporadici: nel 1275 in Francia, nel
1296 in Val d'Adige. Mezzo secolo dopo, finite del tutto le crociate in
Palestina, lo stato della chiesa bandì inoltre come “crociate” le guerricciole
contro i vari signori italiani che si ribellavano al governo papale,
incaricando i predicatori di “pubblicizzare l'indulgenza che avrebbe premiato i
fedeli qualora avessero partecipato alla campagna” (54).
Impossibile
calcolare il numero delle vittime di tutte queste imprese guerresche, dalla
Polonia alla Lituania all'Italia.
Quando uccidere era un
"malicidio"
Che fosse doveroso
uccidere, quanto oggi è doveroso "difendere la vita dal concepimento alla
sua fine naturale", lo confermavano i massimi dottori della Chiesa. Nel
1128 Bernardo da Chiaravalle scrisse nel De laude novae militiae che “eliminare
questi operatori di iniquità [i turchi]che vagheggiano di strappare al
popolo cristiano le ricchezze racchiuse in Gerusalemme… ecco la più nobile
delle missioni per coloro che hanno abbracciato la professione delle armi… Il
Cavaliere del Cristo… quando uccide un malfattore, non è un omicida ma un
malicida” (55). Tommaso d'Aquino, “lumen ecclesiae”, scrisse nella Somma
teologica (1267-73) che gli eretici “hanno meritato…di essere tolti dal
mondo con la morte. Infatti è un delitto molto più grave falsificare la fede,
che è la vita dell’anima, che falsificare il denaro, che serve alla vita
mondana. Se quindi i falsari o altri malfattori, sono giustamente condannati a
morte dai principi, a maggior ragione e con giustizia potrebbero essere non solo
scomunicati ma uccisi gli eretici, non appena riconosciuti colpevoli di eresia”
(56).
Il dovere di uccidere lo aveva ribadito del resto nel 1233
anche la massima autorità cattolica, Gregorio IX, affermando: “Non è
decoroso per la Sede Apostolica astenersi dallo spargimento di sangue mentre
l'Ebreo e il Medianita lottano sotto i suoi occhi, potrebbe sembrare, se non
intervenisse, che non ha a cuore il popolo d'Israele” (57). E lo stesso
Gregorio aveva incitato l’imperatore, che gli pareva troppo tiepido, a uccidere
sull'esempio del Dio del Vecchio Testamento: “Dov’è lo zelo di un
Mosè, che in un giorno solo annientò ventitremila idolatri? Dov'è lo zelo di un
Finees, che con un solo colpo trafisse l'israelita e la madianita? Dov'è lo
zelo di un Elia, che uccise con la spada i quattrocentocinquanta profeti di
Baal?” (58).
La "mite" inquisizione
Queste dichiarazioni di
papi, teologi e concili rendono risibili i tentativi della moderna apologetica
cattolica di disquisire sul “numero” delle vittime, col fine di dimostrare che
l'inquisizione fu “mite” o che erano le autorità civili a premere per mandare
al rogo gli eretici.
Al contrario era proprio la
Chiesa a contrastare con decisione le autorità civili, se manifestavano
resistenze e riluttanze a eseguire i suoi ordini. Nel 1237 a Tolosa, ad
esempio, i magistrati furono scomunicati per essersi rifiutati di “ricevere”
sei condannati, cioè di “arderli” e di confiscare i loro beni. Nel 1288 “Nicolò
IV deplorava la negligenza e il malvolere di cui davano segno indubbio, in
molte città, le autorità civili, che procuravano di sbarazzarsi dell’esecuzione
dei condannati dall’Inquisizione, e stabilì che i colpevoli fossero scomunicati
e destituiti dalle cariche...e che venisse lanciato l’interdetto sulle città in
cui comandavano” (59).
Nel frattempo, dal 1254,
Innocenzo IV, con la bolla Ad extirpanda, reiterata dai suoi successori,
aveva introdotto anche l'uso della tortura per indurre a confessare gli
eretici, con l'avvertenza ipocrita di evitare “loro danni fisici permanenti e
il pericolo di morte” (60). Era la stessa ipocrisia di cui la Chiesa dava prova
consegnando al braccio secolare gli eretici perché fossero mandati al rogo, con
queste parole: “preghiamo questa curia secolare di non giungere nella sua
sentenza fino all'effusione del tuo sangue e alla pena di morte” (61). E'
appena il caso di dire che se qualche ingenuo, acconsentendo alla richiesta,
non avesse eseguito la sentenza di morte, sarebbe stato lui stesso processato
come sospetto di eresia, come si è visto sopra…
La “santa” Inquisizione
durò circa sei secoli, dal XIII all'inizio del XIX secolo (quando Napoleone
chiuse i “forni” dell'inquisizione di Siviglia), durante i quali la Chiesa
mandò a morte centinaia di migliaia di uomini e di donne, benché sia difficile stabilire
il numero esatto delle vittime. Ed è anche fuorviante fare di questo il primo
problema, come se il giudizio sull'inquisizione dipenda dal numero dei roghi e
non, almeno in primo luogo, dal fatto che venivano condannati con la morte, o
comunque ritenuti “reati”, alla stregua di un furto o di un omicidio, le
opinioni non ortodosse in materia di fede.
Al di là dei nudi numeri,
difficili da determinare oltretutto perché molti registri di processi andarono
distrutti per i più diversi motivi, non ultimo le rivolte popolari, importa qui
soprattutto osservare come i papi siano ricorsi in modo sistematico a
esecuzioni capitali e guerre per tutto il medioevo. Otto papi su tredici, ad
esempio, fra quelli che si succedettero dal 1254 al 1294 (i già citati Innocenzo
IV e Alessandro IV, poi Urbano IV, Clemente IV, Gregorio X, Martino V,
Onorio IV, Niccolò IV) inasprirono le misure contro gli eretici e
organizzarono o tentarono di organizzare spedizioni militari in terra santa o
contro i mongoli, o contro gli ebrei o in Europa orientale o in Sicilia. Né è
senza significato che degli altri cinque, quattro non ebbero forse il tempo di
farlo, poiché regnarono solo pochi mesi.
Tornano ad andarci di mezzo ebrei e gay
Clemente IV, in
particolare, con la bolla Turbato corde del 1267 ordinò di punire i
cristiani che si fossero “rivolti al rito ebraico” e gli ebrei colpevoli di
aver cercato di convertire dei cristiani alla loro religione, definita “rito
esecrabile”, ricorrendo “se necessario” al braccio secolare.
Fra il XIII
e il XIV secolo, anche i gay subirono gli effetti di un generale inasprirsi
dell'intolleranza verso le minoranze. Le loro strade cominciarono a incrociare
quelle dell'inquisizione. Se la pena del rogo per rapporti omosessuali,
inflitta nel 1120 da un concilio provinciale tenutosi a Nablus in Palestina,
era in quell'epoca una assoluta eccezione, tra il 1250 e il 1300
“l'omosessualità passò da una condizione di assoluta legalità nella maggior
parte d'Europa a una in cui veniva punita con la pena di morte in quasi tutte
le compilazioni di legge…. Spesso era prevista la morte per un solo atto
provato” (62). Vari stati influenzati dalla condanna cattolica della sodomia
(come mostra il fatto che parlino di “peccato” anziché di “reato”) adottarono
misure durissime come quelle che si leggono in un editto del re
cattolico Alfonso X il saggio (1252-84), re di Castiglia e Leon: “Anche se
siamo riluttanti a parlare di qualcosa che è incauto considerare e avventato
fare, ciò nondimeno talvolta vengono commessi terribili peccati e capita che un
uomo desideri di peccare contro natura con un altro. Perciò noi comandiamo che
se qualcuno commette questo peccato, una volta provato, entrambi vengano
castrati davanti a tutto il popolo e tre giorni dopo siano appesi per le gambe
fino alla morte e i loro corpi non vengano mai deposti” (63). Nel Codice
delle leggi ideali dello stesso Alfonso X si legge anche un passo che
configura i reati di violenza, ossia di rapporti coatti o con dei minori
consenzienti, ipotesi già presente nella legislazione dell'impero d'Oriente:
“Tutti possono accusare un uomo che ha commesso un crimine contro natura presso
il giudice del distretto in cui il crimine fu commesso. Se provato, i due
implicati devono essere messi a morte. Tuttavia, se uno è stato costretto o ha
meno di quattordici anni, non bisogna sottoporlo alla stessa pena, perché
quelli che sono costretti non sono colpevoli, e i minorenni non capiscono
quanto sia grave il crimine da loro commesso”(64).
I papi avignonesi e il massacro dei Templari
Nel 1294
divenne papa Bonifacio VIII (1294-1303), assassino del suo mite
predecessore Celestino V, la cui abdicazione non gli bastava. Gli succedette Clemente
V (1305-14), il primo dei papi avignonesi succubi del re di Francia, cui si
deve la persecuzione e messa a morte di Fra Dolcino, arso vivo a Vercelli, e
dei dolciniani, ma anche la feroce repressione dei Templari, un potentissimo
ordine religioso-militare che si era distinto contro gli infedeli e colpito
perché il re di Francia intendeva impadronirsi delle loro proprietà, delle
rendite, dei loro beni e del loro “tesoro” (poi mai trovato). Nel 1312, dopo
lunghi anni di processi, interrogatori, torture l'ordine fu sciolto con la
bolla Vox in excelso. I templari furono accusati e costretti a confessare
poco credibili peccati sessuali o di idolatria, grazie a torture che
provocarono la morte di circa cinquecento di loro (65). Anche “due dei più alti
dignitari templari, Jaques de Molay, il Gran Maestro, e Geoffroi de Charnay,
suo immediato sottoposto, furono bruciati a fuoco lento su un’isola della
Senna” (66). I due papi seguenti, Giovanni XXII (1316-34) e Benedetto
XII (1334-42), si distinsero per la persecuzione dei francescani
spirituali, detti fraticelli, che accusavano di corruzione la chiesa e predicavano
il ritorno alla povertà: decine furono mandati al rogo e arsi vivi dai due
papi. Giovanni XXII fu anche autore della Super illius specula del 1326,
che riconfermava la credenza nelle streghe e nei patti col diavolo, e associava
la stregoneria all'eresia facendone materia di inquisizione, cioè di consegna
al braccio secolare e di condanne al rogo, benché ancora episodiche.
A Clemente
VI, che in un primo momento si appoggiò a Cola da Rienzo per il governo di
Roma, poi lo imprigionò e lo condannò a morte (sentenza mai eseguita per i
potenti appoggi di cui il tribuno godeva), succedette Innocenzo VI
(1352-62) “particolarmente duro verso gli spirituali francescani; per suo
ordine l'inquisizione mandò molti in prigione o al rogo” (67).
Guerre e roghi nel secondo Trecento
Anche quasi
tutti i diciassette papi che gli succedettero nel basso medioevo e fino alla
Riforma si macchiarono di esecuzioni capitali e di spedizioni militari. Urbano
V (1362-70), nel tentativo di riportare il papato a Roma, piegò militarmente
la resistenza di Perugia nel 1370, l'anno stesso in cui decise di rientrare in
Francia e morì nel viaggio. Gregorio XI (1370-78), per sedare le
rivolte, e spianare la strada al definitivo ritorno dei papi a Roma, lanciò
l'interdetto a Firenze e assoldò 10.000 mercenari bretoni che attuarono una
violenta repressione da Bologna in giù. Nel 1375 fu schiacciata una rivolta
popolare a Perugia; nel 1377 il cardinale Robert, alla testa dei mercenari
assoldati dal papa, per “dare una lezione” alla città massacrò quattromila
cesenati, meritandosi il soprannome di boia di Cesena.
Fra
conflitti e congiure trascorse il pontificato Urbano VI (1378-89), che
nel 1385 fece imprigionare e trucidare i cardinali ritenuti responsabili di
una congiura ai suoi danni. “Questa severità da monarca assoluto”, scrive il
Rendina, “ma certo non propria di un vicario di Cristo… gli alienò l'appoggio
di molti cardinali” (68).
Gli
succedette Bonifacio IX (1389-1404) sotto il cui pontificato, nel 1391,
furono bruciati a Siviglia in una sola notte 4.000 ebrei e nel 1393, in un
giorno, 150 valdesi (69). Dopo di lui Innocenzo VII (1404-06) diede mano
libera al nipote per assassinare 11 membri di una delegazione inviata dalla
Chiesa d'Oriente per cercare di comporre lo scisma.
Sotto il pontificato
di Gregorio XII furono condannate le dottrine di Giovanni Wicleff e del
suo discepolo Giovanni Huss, mandato al rogo nel 1415 dal Concilio di
Costanza, così come il suo seguace Girolamo da Praga. All'umanista
Poggiolini si deve una toccante Lettera a Leonardo Bruni del maggio 1416
in cui, trovandosi a Costanza, descrive le condizioni di carcerazione e la
morte sul rogo “da filosofo” di Girolamo da Praga. In modo naturalmente più
drastico denunciava il carattere dell'inquisizione Huss stesso, che identifica
gli inquisitori e i prelati del suo tempo con gli scribi e farisei che misero a
morte Gesù: “I dottori secondo i quali chi è stato punito dalla chiesa e
non vuole emendarsi deve essere consegnato al braccio secolare, di certo
seguono in ciò i pontefici, gli scribi e i farisei, i quali, poiché Cristo non
volle obbedire loro in ogni cosa, lo consegnarono al tribunale secolare, con le
parole: Noi non possiamo uccidere alcuno; essi sono più omicidi di
Pilato” (70). Ma non per caso la proposizione fu condannata come eretica da
papa Martino V, subentrato a Gregorio XII, nello stesso Concilio di
Costanza del 1415-18, alla XV sessione. Promotore di un crociata contro
i turchi fu Eugenio IV, che gestì il tribolato concilio trasferito via
via da Basilea a Roma a Firenze.
“Nicolò
papa e assassino”
Gli
succedette Niccolò V, che cominciò a accreditare l'idea, ribadita mezzo
secolo dopo da Alessandro VI, dei papi come “proprietari” dell'orbe terraqueo,
che “donano” ai principi cattolici. In particolare ai portoghesi, con la bolla Romanus
pontifex del 1454, il papa donò l'Africa e il diritto di muovere guerra
agli infedeli, distruggere i loro regni, deportarli schiavi in Europa.:
“ricompenseremo con particolari favori e speciali privilegi”, scrive, “quei re
e principi cattolici, di cui noi sappiamo per certo che come atleti e
intemerati difensori della fede cristiana non solo rintuzzano la ferocia dei
Saraceni…ma conquistano regni e territori… e li assoggettano al loro dominio
temporale per la difesa e la grandezza della medesima fede”. E ancora:
“abbiamo concesso con altre lettere nostre tra le altre cose, piena e completa
facoltà al re Alfonso di invadere, ricercare, catturare, conquistare e
soggiogare tutti i saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo,
ovunque essi vivano, insieme ai loro regni, ducati, principati, signorie,
possedimenti e qualsiasi bene, mobile ed immobile, che sia di loro proprietà, e
di gettarli in schiavitù perpetua” (71).
L'anno
prima di questa bolla, nel 1453, scoperta una congiura per farlo prigioniero e
forse ucciderlo, Niccolò V aveva fatto arrestare tutti i congiurati: il capo,
Porcari, fu processato per direttissima e condannato a morte insieme ai suoi
complici Battista Sciarra e Angiolo Ronconi. “Il papa fu accusato di crudeltà e
di essere un fedrifago”, scrive Rendina, “perché corse voce tra il popolo che,
in un primo tempo, aveva promesso salva la vita allo Sciarra e al Ronconi, ma
poi, ubriaco fradicio al momento dell'esecuzione, non fu in grado di firmare l'atto
di grazia” (72). Iniziarono allora le pasquinate, che recitavano: “Da quando è
Niccolò papa e assassino/abbonda a Roma il sangue e scarso è il vino” (73).
Dopo di
lui, Calisto III alternò al più sfrontato nepotismo l'impegno di indurre
i principi cristiani a organizzare una campagna militare contro i turchi, e lo
stesso progetto coltivò l'umanista Enea Silvio Piccolomini (Pio II, 1458-64),
divenuto papa dopo una giovinezza dissoluta. Promotore di una crociata contro i
turchi fu il suo successore Paolo II (1464-71), che si impegnò anche per
eliminare una famiglia a lui ostile.
Sisto IV
e l'inquisizione spagnola
Papa di
guerra fu Sisto IV (1471-84), la cui politica, mirante a creare uno
stato per il nipote Girolamo Riario, fu connotata da guerre, consueti propositi
di crociata contro i turchi, sanguinose congiure come quella dei Pazzi in cui
morì Giuliano de' Medici e intrighi d'ogni genere.
Nel corso
di una sua guerra contro Ferrara, essendo venuto ai ferri corti con i
veneziani, il papa ordinò di farli schiavi, sotto pena di scomunica (74).
Sotto il
suo pontificato, anche per effetto della predicazione violentemente antisemita
di Bernardino da Feltre (santo), si scatenò nella provincia di Trento l'odio
popolare contro la comunità ebraica, che fu accusata dell'omicidio rituale di
Simone, un bambino trovato morto. 15 ebrei furono torturati per costringerli a
confessare e giustiziati. Il papa stesso, che per verità in un primo momento
aveva affidato una inchiesta a un suo sovrintendente, essendo poco convinto di
quanto raccontavano le autorità ecclesiastiche locali, alla fine si arrese e
lasciò perdere la sua inchiesta. Un secolo più tardi un altro papa Sisto, il
quinto, dichiarerà Simone santo e martire.
A Sisto IV
si deve l'istituzione nel 1478, nel regno di Castiglia, del primo tribunale
della tristemente famosa inquisizione spagnola. Essa fu da principio diretta
soprattutto contro i conversos, cioè gli ebrei convertiti al
cristianesimo che, spesso a torto, solo perché attaccati alla loro cultura
ebraica, erano accusati di essere ancora segretamente ebrei o “giudaizzanti”.
La loro repressione fu feroce e colpì migliaia di persone dal 1480 al 1525,
ossia anche dopo il decreto di espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492.
Molte furono le condanne a morte, in qualche caso motivate con le accuse di
omicidi rituali di bambini cristiani, che saranno rivolte per tutta l'età
moderna agli ebrei. L'asprezza della repressione è confermata anche dalle
cerimonie di riconciliazione imposte ai giudaizzanti pentiti, come quella della
domenica 12 febbraio 1486 in cui, come racconta il Bennassar, si riconciliarono
750 fra uomini e donne. “Gli uomini tutti insieme, scalzi e senza brache, e per
il gran freddo che faceva si permise loro di mettere una suola sotto i piedi
purché la parte superiore restasse nuda, tutti con un cero spento in mano...Le
donne anch’esse in gruppo, senza sopraveste, con il viso scoperto, scalze come
gli uomini, anch’esse con il loro cero” (75).
Nel XV secolo l'inquisitore Tomas de Torquemada condannò a
morte oltre 10.000 eretici, o ritenuti tali.
In seguito
l'inquisizione, che si protrasse fino all'inizio del XIX secolo, si diresse
contro eretici cristiani e poi contro i moriscos, cioè gli arabi
musulmani convertiti, rimasti in Spagna dopo la loro espulsione all'inizio del
Seicento. Molte migliaia furono le vittime, anche se la distruzione di gran
parte degli archivi impedisce un conto preciso. Fra i peggiori crimini
dell’inquisizione sono da ricordare “"i quemaderos di Siviglia (quattro
enormi forni circolari, ognuno dei quali ‘ospitava’ fino a 40 condannati,
introdotti vivi e che richiedevano per essere ‘giustiziati’ 20-30 ore di
supplizio: i forni funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli e
vennero chiusi da Napoleone nel 1808” (76).
L'inquisizione
estese inoltre la sua attenzione anche a reati comuni o alla sodomia ma, dopo i
primi decenni, non fu più riconducibile in senso stretto al papato, poiché vi
fu “una subordinazione piena del tribunale dell’inquisizione al potere
monarchico, che trova in esso un’eccezionale e insostituibile strumento di
controllo ‘poliziesco’ dei sudditi” (77). Nel 1568, ad esempio, l'inquisizione
spagnola pronunciò la sentenza di morte per tre milioni di Olandesi che si
erano ribellati alla Spagna e che ottennero poi l'indipendenza, e mise a morte
5-6.000 protestanti, annegati dalle truppe spagnole.
Tre secoli di caccia alle streghe
Nel 1484 salì al soglio pontificio Innocenzo VIII che
dal 1487 al 1489 indisse una crociata contro i valdesi, già attaccati qualche anno
prima da Carlo I di Savoia. Alla testa dell'impresa fu posto, con bolla
pontificia e col titolo di commissario per la conversione dei valdesi, Alberto
Cattaneo, che condusse una feroce repressione nelle vallate dell'Argentière e
della Vallouise dove per la stessa configurazione della zona “con le valli
chiuse e senza comunicazione”, racconta lo storico valdese Tourn, non c’era
alcuna via di scampo. “Incendiati e distrutti i villaggi di fondo valle, si
rifugiano nelle località più sperdute, nelle grotte ma vengono stanati e
massacrati”. In una caverna, la “barme Chapelue”, “decine di donne e bambini
vennero bruciati vivi. I pochi scampati si rifugiarono nelle vallate piemontesi
o presso i fratelli dell'Italia centro meridionale” (78).
Poco prima, l'anno stesso dell'ascesa al pontificato,
Innocenzo VIII aveva anche dato inizio con la bolla Summi desiderantes
affectibus alla caccia alle streghe che durò per quasi tre secoli e provocò
decine, forse centinaia, di migliaia di vittime. Processi e roghi si erano avuti
già prima, come si è detto, verso la fine del XIII secolo, poi nel XIV (fra cui
un processo in Piemonte a metà secolo, due donne messe a morte a Milano e una a
Parigi nel 1390); e soprattutto nel XV (fra gli altri un processo con 100
torturati e poi arsi vivi a Sion nel 1420; la condanna di Giovanna d’Arco,
bruciata come eretica e strega, oggi santa, nel 1431; tre condannati a morte e
altri correi da loro denunciati all’inquisizione nel 1459 a Arras, ripetuti
roghi di streghe a Como: 300 nel 1416, 60 nel 1484, ecc.). Ma la caccia crebbe
in modo esponenziale con la bolla di Innocenzo VIII, secondo cui “in
alcune regioni della Germania superiore come pure nelle province, città, terre,
borgate e vescovadi di Magonza, Colonia, Treviri, Salisburgo e Brema, parecchie
persone di ambo i sessi, immemori della propria salvezza e allontanandosi dalla
fede cattolica, non temono di darsi carnalmente ai diavoli… di far deperire e
morire la progenie delle donne e degli animali, le messi della terra, le uve
delle vigne e i frutti degli alberi, inoltre uomini, donne, bestiame grande e
piccolo e d'ogni sorta; e ancora vigneti, giardini, prati, pascoli, biade,
cereali, legumi per mezzo di incantesimi, fatture, scongiuri ed altre
esecrabili pratiche magiche, eccessi, crimini e delitti; di affliggere e
tormentare gli stessi uomini, donne, bestie da soma, bestiame grande e piccolo
e animali con crudeli dolori e tormenti interni ed esterni; di impedire agli
uomini di generare, alle donne di concepire, e di rendere impossibile al marito
e moglie di compiere il loro coniugale dovere”(79). Il papa dava quindi mandato
a due domenicani, Enrico Insistoris e Giacomo Sprenger, di esercitare l'ufficio
di inquisitori in quelle terre con pieni poteri di “procedere alla correzione,
incarcerazione e punizione di quelle persone per gli eccessi e i crimini
predetti, in tutto e per tutto… [invocando] ove fosse necessario,
l'aiuto del braccio secolare” (80).
I due
domenicani a loro volta, investiti dal papa di autorità e incoraggiati ad
esercitarla “in tutto e per tutto”, tradussero nel Malleus maleficarum
(81) le linee-guida della lotta contro la stregoneria ritenuta
principalmente femminile. Il loro libro poté contare anche sull’esplicito
riconoscimento dell’università di Colonia, che nel 1487 ne certificò la
“conformità dottrinaria alla verità cattolica” e divenne il primo e il più
influente del manuali consimili..La sua diffusione superò quella della Bibbia,
la prima opera a stampa, apparsa appena trent’anni prima. “Ebbe tredici
edizioni entro il 1520 il Malleus, e altre sedici fra il 1574 e il 1669.
Venne tradotto, da latino che era, in tedesco, francese e italiano”, scrive
Vanna De Angelis nel suo Il libro nero della caccia alle streghe e
aggiunge che alla sua procedura si attennero tutti i giudici “sia nella caccia
sia nella persecuzione della strega” (82). Col Malleus e altri manuali
consimili come il Compendium maleficarum si diffusero anche credulità,
superstizioni e l’odio, al limite del disturbo mentale, per la donna e per il
sesso.
Dalla fine del XV secolo alla metà del Settecento si consumò
una strage di cui è impossibile dire le dimensioni precise e che sporadicamente
continuò anche dopo se si pensa che ancora nel 1828 fu trucidata a Cervarolo,
paesino della Val Sesia, perché ritenuta una strega, Margherita Guglielmina,
detta la “stria Gatina” (83).
Nonostante
i tentativi degli apologeti cattolici di minimizzare i dati della persecuzione,
le cifre parziali e certe bastano a dare le dimensioni impressionanti del
fenomeno. Lo stesso testo L'Inquisizione, che raccoglie gli atti del
convegno organizzato dal Vaticano nel 2004, parla di 3.000 streghe arse vive in
soli dieci anni a inizio Cinquecento e di 100.000 processi di stregoneria nel
Seicento, conclusi con 50.000 condanne al rogo. Un elenco esemplificativo e
incompleto che si trova ne Il libro nero del cristianesimo già citato,
registra centinaia di cittadini giustiziati a Mirandola nel 1522-23, 300
streghe bruciate a Como nel 1514 e una media di circa 100 all’anno negli anni
successivi, di 400 bruciate in Linguadoca nel 1557, 100 condanne a morte nel
1565-1640 a Parigi; 21 nel 1571 a Genf, 400 nel 1577 a Bordeaux; 368 streghe
nel 1587-93 a Treviri; 311 nella regione del Vaud in quegli stessi anni; 13
donne muoiono per le torture in Liguria a Triora nel 1585; una decina di
streghe vengono giustiziate per diretto interessamento del cardinale Borromeo
(santo) nel 1593 in Val Melsocina ecc. (84). Altri dati si trovano nel libro
del Dechner Il gallo cantò ancora e sono relativi a alcune migliaia di
vittime, specie nel Seicento in Germania (85). Spesso, come si documenta nel
già citato Il libro nero della caccia alla streghe con verbali di
interrogatorio reperiti negli archivi, le streghe erano torturate prima di
essere uccise o arse vive. I dati come al solito sono forzatamente
approssimativi: c’è chi parla di settantamila chi di trecentomila vittime,
sempre senza contare quelle dei paesi protestanti.
Le
persecuzioni furono costantemente accompagnate da bolle papali, che affermavano
l'esistenza delle streghe e giustificavano la necessità di metterle a morte, a
partire dalla Cum acceperimus di Alessandro VI del 1501, in cui
si denunciavano i “sortilegi” e le “malie” che “distruggono uomini, bestie e
campi”, ordinando di procedere più severamente contro i colpevoli, fino alla
bolla di Leone X, la Honesti petentium votis del 1521 in cui il
papa, nel rinnovare le consuete grottesche accuse contro le streghe che cercano
“di uccidere i bambini”, affiancava ai vescovi locali, ritenuti troppo poco
severi, “il venerabile fratello vescovo di Pola” per reprimere con maggiore
severità gli “incorreggibili affidandoli al braccio secolare” o alla bolla Dudum
di Adriano VI del 1523, in cui si spiega che streghe e stregoni
“calpestano la santa croce” e “eletto il diavolo a loro signore” danneggiano
“le bestie e i frutti della terra”, concludendo che vanno punite
dall'inquisizione (86).
Nel 1585 Sisto
V, con la bolla Coeli et terrae, reiterata nel 1631 da Urbano
VIII con la bolla Inscrutabilis, estese la condanna agli astrologi
(87), mentre Gregorio XV, con la Omnipotentis dei del 20 marzo
1623 “fissava la pena capitale per i responsabili di malefici mortali” (88).
Sono papi
su cui avremo occasione di tornare in questa rapida storia dell'omicidio nella
Chiesa, a cominciare da Alessandro VI (1492-1503), il dissoluto padre di
Lucrezia Borgia e del Valentino, coinvolto in guerre, intrighi e omicidi anche
privati.
Il
papa autorizza la "conquista"
Proprio
Alessandro VI, nella bolla Inter caetera del 1493, all’indomani della
scoperta dell'America, assegnò a Spagna e Portogallo tutte le terre “trovate e
ancora da trovare”, affermando ipocritamente, come già Niccolò V, che voleva
così rispondere al desiderio dei principi cattolici di “guadagnare al culto del
nostro Redentore e alla professione della fede cattolica i loro residenti”. Ma
è soprattutto interessante che Alessandro VI giudichi questa assegnazione un
“dono”. Così, in un modo che a dei cristiani dovrebbe sembrare blasfemo,
l'immagine del “figlio dell'Uomo” che non ha un giaciglio dove posare il capo
si rovescia in quella del papa che si proclama padrone di tutte le terre del
mondo “scoperte e da scoprire”, “grazie all'autorità di Dio onnipotente
conferitaci in san Pietro e della vicaria di Gesù Cristo” (89), al punto di
poterne fare dono a questo o a quel re cattolico, infischiandosene dei
legittimi proprietari, ossia dei loro abitanti.
Si stabilisce così quel diritto di evangelizzazione, che
darà legittimità alla conquista e al genocidio, sanciti dal documento elaborato
nel 1513 dai giuristi di corte spagnoli sulla falsariga della visione di
Niccolò V e Alessandro VI, ossia il Requerimiento, scritto per essere
letto ai nativi via via raggiunti dai conquistatori, al fine di spiegare loro
perché dovevano sottomettersi al papa e ai re cattolici, pena gravi castighi:
“Vi notifico e faccio sapere come meglio posso che Dio nostro Signore, uno ed
eterno, creò il cielo e la terra e un uomo e una donna dei quali noi e voi e e
tutti gli uomini del mondo furono e sono discendenti …. Ma per la moltitudine
delle generazioni … fu necessario che alcuni uomni stessero da una parte e
altri dall’altra e si dividessero tra molti regni e provincie…
“Dio nostro signore incaricò di tutte queste genti un solo
uomo che fu chiamato San Pietro, perché fosse signore e superiore a tutti gli
uomini del mondo, a cui tutti obbedissero e perché fosse capo di tutto il
lignaggio umano ovunque gli uomini vivessero e si trovassero, e secondo
qualunque legge, setta o credenza, e donò a lui tutto il mondo come suo regno,
signoria e giurisdizione. E secondo il suo volere gli comandò di porre il suo
trono a Roma, il luogo più adatto per reggere il mondo, ma permise di risiedere
e regnare in qualunque altra parte del mondo e giudicare e governare tutte le genti,
cristiani, mori, ebrei, pagani e di qualunque altra setta o credo. Ed egli fu
chiamato Papa, che significa ammirabile, superiore, padre e protettore, poiché
è padre e governatore di tutti gli uomini… e allo stesso modo tutti gli altri
che dopo di lui furono eletti al pontificato; ed è così continuato fino ad oggi
e continuerà fino alla fine del mondo….
“Per concludere vi prego e chiedo come meglio posso di
comprendere bene quanto vi ho detto, di prendere tutto il tempo necessario per
comprenderlo e deliberare al riguardo, e di riconoscere come signora suprema
nell’universo mondo la Chiesa e il Sommo Pontefice, chiamato Papa, in suo nome,
e il Re e la Regina come nostri signori in sua vece, sommi signori e reggenti
di queste isole e terre, in virtù della suddetta donazione, e che consentiate e
permettiate a questi padri religiosi di comunicarvi e predicarvi i suoi
precetti….
“Se invece non accetterete o vi perderete in maliziose
dilazioni, vi certifico che con l’aiuto di Dio scaricherò la mia potenza contro
di voi e vi farò guerra in ogni luogo e maniera che mi sia possibile, e vi
sottometterò al giogo e all’obbedienza della Chiesa e di Loro Altezze, e
catturerò voi stessi e le vostre donne e figli e vi farò schiavi e come tali vi
venderò; e disporrò di voi come Sua Altezza comandi, e prenderò i vostri beni,
e vi causerò tutti i mali e i danni che potrò” (90).
Fra i primi a ridurre in servitù i nativi in nome dei re
cattolici e della fede cristiana vi fu lo stesso Colombo, che tracciò la croce
su tutte le isole in cui mise piede e attuò una durissima repressione
soprattutto sull'isola Hispaniola, dove si parla di 50.000 vittime.
La ferocia del genocidio e le sue dimensioni (molti milioni
di vittime) sono troppo note perché qui vi si insista, come sono noti i
dissensi che sorsero fra gli stessi cattolici sul modo di procedere nella
conquista, che tutti tuttavia in genere rivendicavano come diritto dei
cristiani, compreso Bartolomeo de las Casas. Egli infatti si battè in difesa
dei nativi americani ma, per alleviare il loro sfruttamento, suggerì di
utilizzare mano d'opera importata dall'Africa, favorendo così la tratta degli
schiavi… di cui pure furono responsabili molti paesi cattolici anche se non
sempre la Chiesa (che in certi casi si oppose a fare schiavi gli indios, ma
aveva poi nello Stato della Chiesa schiavi turchi).
Meno noto è forse un altro argomento a favore della
conquista e poi del colonialismo, fatto proprio ancora nel Novecento
dall'Osservatore Romano e da Pio XI, come vedremo oltre. Tale argomento fu
proposto dal cattolico e santo Tommaso Moro ne L'Utopia del 1516: “se i
coloni [di Utopia] incontrano una nazione che respinge le loro leggi
scacciano i nativi dal loro territorio con la forza delle armi. Secondo i loro
principi la guerra è giusta e ragionevole quando è mossa contro un popolo che
possiede immensi terreni non coltivati mantenendoli in condizioni di abbandono,
soprattutto se questo popolo impedisce a coloro che giungono di lavorare la
terra e trovarvi sostentamento secondo il diritto naturale” (91).
Curiosamente il diritto naturale, che di solito viene
invocato per difendere la proprietà privata dei ricchi dagli attacchi degli
operai, è qui invocato invece per giustificare l'espropriazione con le armi dei
nativi, da parte dei "poveri" europei che ne hanno bisogno per
sfamarsi.
Non è contro la volontà dello Spirito bruciare gli eretici
Ad Alessandro VI succedette, dopo il brevissimo pontificato
di Pio III, Giulio II (1503-13), più capo militare che “pastore”, le cui
guerre e le cui violenze sono note e il cui bellicismo fu duramente condannato
dal filosofo cattolico olandese Erasmo da Rotterdam nei suoi Adagia del
1500: “Cosa c'è in comune fra la mitria e l'elmo, la santa tunica e la corazza
di guerra, le benedizioni e i cannoni?”, scriveva Erasmo, “Con quale coraggio
si insegna ciò che Cristo ha insegnato…quando poi si sconvolge il mondo nelle
tempeste della guerra per ottenere il dominio di una piccola città… tu [Giulio
II] che hai condotto alla morte così tante legioni, non hai guadagnato a
Cristo una sola anima” (92).
Dopo di lui salì al soglio pontificio Leone X
(1513-21), il papa che con la sua raccolta di fondi per la fabbrica di San
Pietro e la distribuzione scandalosa delle indulgenze innescò la rivolta di
Lutero e la Riforma che divisero l'Europa cristiana. Al centro di intrighi e
oggetto di un tentativo di assassinio da parte del cardinale Petrucci e altri,
sventò la congiura: “Il Petrucci, arrestato e processato, fu fatto strangolare
in Castel S. Angelo il 6 luglio 1517; il de Nini e il Vercelli furono
squartati” (93). Inasprì anche la persecuzione delle streghe, decretando, come
si è già visto sopra, che nei casi più gravi fossero abbandonate al braccio
secolare e infine, nella bolla Exurge del 1520, giustificò l'omicidio
per ragioni di fede condannando questa proposizione di Lutero: “È contro la
volontà dello Spirito che gli eretici siano bruciati” (94). Guerre promossero i
suoi successori Adriano VI, che aderì alla lega imperiale e tentò di
organizzare una crociata antiturca, e Clemente VII.
Inizia l'inquisizione romana
Con Paolo III (1534-49) e fino a tutto il Seicento si
susseguirono sul trono di Pietro ventitré papi tutti coinvolti nella
repressione sanguinosa delle eresie o in guerre e spedizioni militari, nel
contesto dell'offensiva antiprotestante, eccetto tre di loro, Marcello II,
Urbano VII, Leone XI, ognuno dei quali regnò appena pochi giorni.
Paolo III, tre anni prima di aprire il Concilio di Trento
(1545-63), costituì e organizzò con la bolla Ab initio l'inquisizione romana.
Durante il suo pontificato furono decine gli eretici mandati al rogo,
soprattutto protestanti o valdesi (fra cui un loro esponente di rilievo come il
Gonin) ma continuò soprattutto la repressione di massa dei valdesi, che nel
1532 avevano aderito alla Riforma. La crociata antieretica colpì le colonie
valdesi della Provenza. Nel 1545 le truppe francesi, d'intesa con l'armata del
papa che muoveva dalla vicina Avignone, strinsero in una morsa il borgo di
Mérindol. “Il paese è devastato da bande di mercenari assoldati, i villaggi
sono distrutti, pochi riescono a fuggire in Svizzera o in Piemonte; per gli
altri non c'è che la morte o il triste destino di remare sino all'esaurimento
sulle galere reali”. (94).
Dal 1550 al 1555 fu papa Giulio III, nepotista senza
scrupoli, amante di rappresentazioni piccanti e lauti banchetti, che fece
cardinale un probabile figlio. Condusse azioni militari contro Parma e Faenza,
inasprì l'inquisizione che fece anche durante il suo pontificato numerose
vittime e grazie al tradimento del pentito Pietro Manelfi potè distruggere gli
anabattisti in Italia. Nello stato pontificio perseguì i bestemmiatori con pene
severe e di classe, che andavano dalle multe per i nobili alla trafittura della
lingua per i poveracci che non potevano pagare (95).
Ma la
repressione dell'eresia raggiunse il suo culmine con Paolo IV Carafa
(1555-59), che nominò grande inquisitore Michele Ghisleri, detto dalla sua
città d'origine l'Alessandrino, il futuro Pio V. Nel 1556, ad Ancona, furono
mandati a morte 25 marrani (ebrei convertiti al cristianesimo).
Uno dei
documenti più significativi del tempo, che fa comprendere come la Chiesa
proclamasse senza alcun pudore il diritto a servirsi contro gli eretici della
tortura fino alla morte, mettendo da parte ogni scrupolo, è il Decreta 1 del
Santo Ufficio. Emanato da Paolo IV nel 1557, abbandona l’ipocrita
raccomandazione di Innocenzo IV a evitare ai torturati “danni fisici permanenti
e il pericolo di morte” e concede una vera e propria licenza di torturare e
uccidere: “Poiché è frequente il caso che intervengano alle sedute della
Congregazione in materia di eresia, che avvengono alla Nostra presenza, vari
chierici, secolari o religiosi… e spesso può accadere che… abbiano pronunciato
un voto o un giudizio che abbia causato la mutilazione di un membro del corpo o
versamento di sangue fino alla morte naturale o che ne sia seguita, o siano
pronti a pronunciarlo; Noi, volendo favorire la sicurezza e la tranquillità
della loro mente e della loro coscienza, diamo licenza e facoltà ai suddetti
chierici di emettere voti e sentenze che non solo comportino interrogatori e
torture nei confronti dei rei … ma anche [per] una pena appropriata e
una condanna fino alla mutilazione o al versamento di sangue fino alla morte
naturale inclusa, senza per questo incorrere in censura o in irregolarità; e,
oltre a ciò, se fossero incorsi in qualche irregolarità, li dispensiamo” (96).
Numerosi
furono gli eretici mandati al rogo. Paolo IV si distinse inoltre per le
campagne militari condotte, in alleanza con la Francia, contro l'impero.
Spietato, e segnato da molte esecuzioni capitali, fu anche il suo governo dello
stato pontificio. Il che spiega l'odio popolare esploso alla sua morte e che
costrinse a seppellirlo nascostamente nei sotterranei vaticani.
La
distruzione dei valdesi di Calabria
Ostile ai
Carafa, cioè ai parenti di Paolo IV, fu il papa che gli succedette, Pio IV
(1559-65), che in parte mitigò l'inquisizione, ma non pose fine alle esecuzioni
degli eretici né alle pratiche omicide. I nipoti di Paolo IV, corrotti e
responsabili di vari delitti, furono processati e condannati a morte, con
l'eccezione del più giovane cardinale Alfonso, che ebbe la grazia. Sul patibolo
finirono nel 1565 anche un esaltato che aveva progettato di eliminare Pio IV e
i complici. Ma soprattutto, negli anni in cui regnò Pio IV, si ebbe la
sanguinosa repressione dei molti valdesi che da tempo, per sottrarsi alle
persecuzioni in Piemonte, si erano trasferiti e vivevano pacificamente in
Calabria, con la tacita complicità dei poteri feudali e anche di quelli
ecclesiastici.. Tale silenzio fu rotto dalla vivace predicazione di due valdesi
inviati da Ginevra, il maestro Giacomo Bonelli e il ministro Gian Luigi
Pascale. Morto sul rogo a Palermo il primo, impiccato a Roma, dopo vari
processi a Cosenza e Napoli, il secondo, il terribile Ghisleri inviò nel 1560
degli inquisitori a indagare sulla situazione esistente in Calabria: “a
Cosenza”, scrive Tourn, “iniziano gli interrogatori con l'inevitabile seguito
di torture, delazioni, ammende:..lentamente il terrore si sparge nelle
campagne. Gli abitanti delle zone valdesi abbandonano i villaggi e si rifugiano
nei boschi e sulle alture” (97). Ma nel corso di un'operazione di
rastrellamento alcuni reagiscono, ricacciando la spedizione punitiva, che
lascia sul terreno non pochi morti. La reazione è terribile. Nel 1561, con
l'aiuto del vicerè di Napoli, le truppe papali ottengono la resa dei valdesi
che si consegnano alle autorità. “Il 5 giugno S. Sisto con i suoi 6.000
abitanti, viene dato alle fiamme; Guardia Piemontese, conquistata poco dopo a
tradimento…viene distrutta. I prigionieri sono arsi come torce, venduti schiavi
ai mori, condannati a morire d'inedia nelle fosse di Cosenza. La repressione
giunge al suo culmine nel massacro di Montalrto Uffugo, l'11 giugno, che un
testimone oculare descrive in termini raccapriccianti: sulla scalinata della
chiesa parrocchiale vennero scannati, come animali da macello, 88 valdesi, uno
dopo l'altro, in un lago di sangue” (98).
Il più
santo, il più assassino: Pio V
Non
è che l'inizio per il Ghisleri, rappresentante dell'ala più intransigente
dell'inquisizione romana. Divenuto nel 1566 papa Pio V (1566-72), le
cose andarono anche peggio, come si può ricavare perfino dai reticenti racconti
di biografi e storici cattolici, o addirittura clericali. “Nella severità
contro la bestemmia, l’immoralità, la violazione dei giorni festivi”, scrive la
cattolicissima Storia della Chiesa diretta da Jardin, “ed anche nello
zelo inquisitoriale egli non rimase addietro a papa Carafa. Lo si tacciava di
voler trasformare Roma in un convento; le condanne dell’Inquisizione venivano
notificate ed eseguite con pubblici autodafè…[82 processi solo a Venezia].
Nell’insieme tali provvedimenti repressivi sono tuttavia ben superati dal
positivo lavoro costruttivo” (99) fra cui lo storico elenca la pubblicazione
del catechismo romano, del breviario e del messale… Difficile credere che
queste opere “pie” bastino a cancellare l'empietà delle violenze, fra cui la
trafittura della lingua e le galere per la bestemmia, o la decapitazione e il
rogo per gli eretici (fra gli altri i protonotari apostolici Antonio Paleario e
Pietro Carnesecchi, fattisi protestanti, o Nicolò Franco, editore e autore
degli “avvisi”, antenati del nostro giornale), senza contare i murati vivi.
In
quegli anni giunse al suo apice anche la repressione dei gay con le bolle Cum
Primum (1566) e Horrendum illud scelus (1568). Per la prima volta si
stabilì un rapporto diretto, come per gli eretici, fra le condanne dei
tribunali ecclesiastici e la consegna dei condannati al braccio secolare, che
di fatto, come sappiamo, significava fin dall'età di Gregorio IX esecuzione
capitale. E' un altro esempio di come il papa abbia giustificato e “insegnato”
il ricorso alla pena di morte. Ed è in applicazione di queste delibere di Pio
V, valide non solo per lo stato della Chiesa ma anche per gli altri stati
italiani, che Venezia diede a sua volta corso a processi ed esecuzioni
capitali. Una in particolare se ne ricorda, nella seconda metà del Seicento, di
cui fu vittima il priore e lettore di filosofia Antonio Rocco, autore del
“libro turpe” L'Alcibiade fanciullo a scola, dove piacevolmente si
racconta dell'iniziazione del fanciullo in questione alla pederastia. Così
giustificava la condanna al rogo la sentenza emessa dalla inquisizione
veneziana: "Con ardentissimo foco sopra la piazza piena di
moltitudine ha da bruciare lo peccatore nemico scelleratissimo del nostro
Signor Jesus Cristo, come lo Santo Papa Pio V disse a noi di facere"
(100)..
Nello
stato della chiesa, Pio V inasprì le pene comminate da Giulio III per chi
bestemmiava e le estese a chi profanava la domenica, sempre con criteri di
classe: “Un uomo del popolo”, scrive Ranke “il quale non possa pagare, per la
prima volta deve stare un giorno davanti alle porte della chiesa con le mani
legate dietro la schiena; per la seconda volta deve essere portato per la città
e fustigato; per la terza volta, gli sia forata la lingua e sia mandato alle
galere” (101).
Altre note
azioni criminali, stragi e guerre, ammantate di cristiana pietà, ci narra Fabio
Arduino, nel sito clericale già prima citato Santi e beati: “Pio V agiva
con grande energia sul fronte della difesa della purezza della fede… Inviò in
Francia proprie milizie contro gli Ugonotti tollerati dalla regina Caterina de’
Medici. Il re spagnolo Filippo II fu esortato da Pio V a reprimere il fanatismo
anabattista nei Paesi Bassi….Per stornare la perpetua minaccia che i Turchi
costituivano contro il mondo cristiano, il santo papa s’impegnò tenacemente per
organizzare un lega di principi (Lepanto)”. Né sarà da trascurare che questo
santo papa, scrive sempre Arduino, “per sottrarre i cattolici alle usure degli
ebrei favorì i cosiddetti Monti di Pietà, relegando gli ebrei in appositi
quartieri della città” (102), ossia nel ghetto…
La sua
carità cristiana si espresse al meglio, quasi sul finire del pontificato e
della vita, nella Lettera del 1570 al re cattolico Filippo II cui
raccomandava: “[con gli eretici] riconciliarsi mai; non mai pietà;
sterminate chi si sottomette e sterminate chi resiste; perseguitate a oltranza,
uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue purché sia vendicato il
Signore” (103). E' questo autore e mandante di omicidi e stragi che ancora
oggigiorno la Chiesa, dopo averne recentemente ripristinato il vecchio Messale
in latino, addita quale esempio ai fedeli, venerandolo come santo.
Te deum
per la notte di San Bartolomeo
Sulla linea
di Pio V si mosse il successore Gregorio XIII (1572-85), sotto il cui
pontificato numerosi furono gli eretici e gli ebrei mandati al rogo. Egli
partecipò anche alla lega antiturca e teorizzò l'omicidio politico (per ragioni
di fede) facendo scrivere dal suo segretario di stato al nunzio pontificio in
Spagna a proposito della regina d'Inghilterra Elisabetta I: “Chiunque la toglie
dal mondo al debito fine del servizio di Dio, non solo non pecca ma si acquista
merito, soprattutto tenendo conto della sentenza lanciata contro di lei da Pio
V” (104).
Nel 1572,
quando 10.000 ugonotti furono trucidati a tradimento in Francia dai cattolici,
il papa - “male informato sulla dinamica dei fatti”, cioè credendo che fosse
stato sventato un attentato ai reali di Francia, secondo apologeti clericali
come Vittorio Messori - fece celebrare un Te Deum di ringraziamento così
narrato perfino sul sito ufficiale del Vaticano da Vittorino Grossi: “Sotto il
pontificato di Gregorio XIII si ebbe la ‘notte di San Bartolomeo’... vale a
dire la strage dei capi anticattolici (gli Ugonotti) a motivo dello sposalizio tra
Enrico di Navarra dei Borboni, già capo degli Ugonotti, e Margherita di Valois,
sorella del re di Francia. Ciò fu motivo in Francia di lotta di supremazia tra
il cattolicesimo e il protestantesimo. La vittoria cattolica si concluse con il
ringraziamento del papa nella chiesa nazionale di san Luigi dei Francesi”(105).
Del resto
non sembra che in seguito, pur avendo il tempo di prendere opportune
informazioni, il papa abbia cambiato avviso se è vero che, dopo aver
festeggiato “con luminarie e tridui” lo scampato pericolo per la monarchia
francese, “fece coniare una medaglia commemorativa dell'avvenimento, dando
inoltre incarico al Vasari di affrescare nella sala Regia del Vaticano, insieme
alla Battaglia di Lepanto, anche la notte di S. Bartolomeo” (106)
e, inoltre, temendo una riconciliazione fra cattolici e ugonotti, scrisse una lettera
al nunzio apostolico in Francia cardinal Orsini invitandolo a raccomandare
al re di Francia Carlo IX, responsabile della strage di San Bartolomeo “che
insistesse fortemente perché la cura così bene cominciata co' rimedi bruschi
non guastasse con importuna umanità”(107).
A Gregorio
XIII si deve anche un ulteriore inasprimento del giudizio sugli ebrei e della
repressione contro di loro con la bolla De judaeorum del 1581, con la
quale si assimila l'ebraismo a stregonerie, commerci col diavolo, insulti alla
religione cristiana, includendolo nella “perversione eretica” su cui è
competente a indagare l'inquisizione, con l'autorizzazione a procedere “come
nelle cause della fede”, che sappiamo prevedere il rogo anche se qui si parla
solo di pene più lievi quali fustigazioni, galera perpetua ecc. (108).
Sisto
quinto, che non la perdona neanche a Cristo
Nel 1585
salì sul trono di Pietro Sisto V, che si meritò di passare in proverbio
come papa "tosto" che non la perdona neppure a Cristo perché un
giorno spaccò con una scure un crocifisso che le dicerie volevano
"piangesse sangue" per mostrare il trucco, ossia le spugne intrise di
sangue poste al suo interno (109). Questo papa cui, come egli stesso ebbe a
dire, le esecuzioni capitali mettevano appetito, ne combinò in appena cinque
anni di pontificato letteralmente “di tutti i colori” tanto che lo storico von
Pastor si è lamentato del fatto che non gli sia stato attribuito il titolo di “Magno”.
E grande fu davvero, sia nell'opera di rafforzamento e risanamento dello stato
pontificio o nella lotta spietata contro i briganti, che colpì con la pena
capitale, sia nei delitti.
Il giorno stesso della sua incoronazione, racconta Ranke,
nonostante molte richieste di grazia, fece impiccare e appendere vicino al
ponte di Castel S. Angelo quattro giovani che portavano un tipo di fucili
vietato e poco dopo, sordo a ogni supplica, fece giustiziare un giovane ancora
fanciullo, reo di aver resistito “agli sbirri che gli volevano togliere un
asino” (110).
Due anni
dopo, in quello che aveva trasformato in un vero e proprio stato di polizia,
sorte ancora peggiore toccò ad Annibale Cappello, “scomunicato da Sua Santità
et cascato in censura et pene ecclesiastiche”, informa un foglio di Avvisi del
23 ottobre 1587, “per aver scritto a diversi principi contro ogni dovere et
giustizia cose poco lecite di questa corte [papale]” (111). Il 14
novembre 1587 gli Avvisi di Roma ci danno notizia che giustizia è stata
fatta: “Hier sera fu degradato in S. Salvatore del Lauro quel don Annibale
Cappello, et questa mattina è stato condotto al luogo solito della giustizia in
Ponte, dove prima li è stato mozza una mano, tagliato la lingua et
impiccato”(112).
Con la
stessa inumana inflessibilità Sisto decretò che la pena di morte fosse estesa,
sull’esempio del Dio biblico, all’aborto (trattandolo come omicidio fin dal
concepimento benché allora fosse ritenuto tale solo dopo ottanta giorni) e
anche all’uso di contraccettivi (bolla Effraenatam del 1588), dopo che
l'aveva già estesa all’incesto (Motu proprio sui casi di incesto nello
stato della Chiesa del 1587) e perfino all’adulterio (bolla De temeraria
tori separatione del 1586). Va detto che, tuttavia, in epoca di imperante
maschilismo estese con equità la pena di morte sia alle mogli che ai mariti…
Numerosi
ovviamente i roghi contro gli eretici oltre che le condanne a morte (con la
forca, che non volle sostituita dalla mannaia) per reati comuni.
Le
"voci bianche" lodano meglio il Signore
Sisto V
inoltre, come scrive Uta Heinemann, favorì la diffusione della castrazione
“quando nel 1588 proibì alle donne, alle quali già dal IV secolo era proibito
di cantare in chiesa, di esibirsi anche nei teatri pubblici e lirici di Roma e
degli Stati della chiesa” (113). I castrati, usati come cantori in chiesa da
vari secoli nella chiesa greca, erano entrati da poco in quella occidentale, a
partire dalla Spagna. Solo qualche anno prima del decreto di Sisto V cui si è
appena accennato, nel 1562, un castrato (lo spagnolo Francesco Soto) era
entrato nel coro della Cappella Sistina. Da allora tuttavia l'uso si diffuse e
la castrazione, pur condannata dalla Chiesa fin dal IV secolo, fu tollerata o
addirittura incoraggiata anche da vari teologi. Il gesuita siciliano Tamburini,
ad esempio, la sosteneva perché così sarebbe stata “più dolce da ascoltare la
lode di Dio” (114).
La
responsabilità del papato in questa mutilazione, che la dottrina cattolica
ufficiale equiparava all'omicidio o al suicidio (se era autoinflitta), è
indubbia. “I papi”, scrisse nel 1936 il gesuita Peter Browe, “sono stati
proprio i primi che alla fine del XVI secolo hanno introdotto o tollerato nelle
loro cappelle i castrati, quando questi erano ancora sconosciuti nei teatri e nelle
altre chiese italiane” (115). “Nella cappella Sistina”, scrive Dechner, “per
secoli hanno cantato con gubilo i castrati: fino al 1920! Non meno di trentadue
‘Santi Padri’…permisero senza scrupoli tale mutilazione” (116). In realtà 35,
dal 1562 al 1920, da Pio IV a Benedetto XV; trentadue contando dal decreto di
Sisto V. “L'ultimo castrato della basilica di S. Pietro morì nel 1924” (117).
Sangue,
ancora sangue
Partecipazione
a guerre e repressione dell'eresia continuarono a segnare la politica dei papi che
si susseguirono fino a metà Settecento. Gregorio XIV (1590-91), papa per
un anno, mandò un esercito mercenario contro la Francia. Il successore Innocenzo
X (1591), eletto già vecchio e quasi morente, non smise di incitare, dal
letto in cui giaceva, alla guerra contro il re di Francia.. Clemente VIII (1592-1605),
oltre ad accentuare la repressione antiebraica, condannò a morte molti eretici.
Gli sfuggì, dopo anni di dura carcerazione, simulando la pazzia, il filosofo
Tommaso Campanella, ma non si salvò Giordano Bruno, che fu mandato al rogo con
la lingua inchiavardata perché non profferisse bestemmie. Con la pena di morte
Clemente risolse anche il processo contro la famosa Beatrice Cenci.
Paolo V (1605-21), che per primo
condannò come contraria alle scritture la teoria copernicana e lanciò
l'interdetto contro Venezia, perché intendeva processare e non consegnare alla
Chiesa romana due chierici colpevoli di reati comuni, condannò a morte pochi
giorni dopo la sua elezione un tal Piccinardi di Cremona, reo di aver scritto
un libello contro Clemente VIII. In seguito prese parte alla sanguinosa guerra
dei Trent'anni. Né ovviamente mancarono, sotto il suo pontificato, le condanne
all'impiccagione o al rogo di numerosi eretici. Contro i protestanti e contro i
turchi si schierò anche Gregorio XV (1621-23) che con la Omnipotentis
dei del 20 marzo 1623, come si è già detto sopra, inasprì le condanne
contro le streghe, stabilendo la pena capitale per chi era ritenuto
responsabile di malefici mortali.
Anche Urbano
VIII (1623-44), nepotista come pochi, prese parte alla guerra dei
Trent'anni e si impegnò, perdendola, in una guerra contro il duca di Castro e
Ronciglione, del cui ducato avevano cercato di impossessarsi i parenti del
papa, i Barberini. Sotto il suo pontificato, oltre al processo e alla tortura
di Galilei, si ebbero numerose condanne a morte di eretici o responsabili di
aver offeso, come tal Giacinti Centini, la sovranità papale.
Per il
resto del secolo, come si è già detto, si susseguirono papi spesso nepotisti e
corrotti, in molti casi coinvolti in guerre locali (Innocenzo X riprese
la guerra contro il ducato di Castro, che fu rasa al suolo dalle truppe
pontificie nel 1649) o con i turchi (Clemente IX, Clemente X, Alessandro
VIII, Innocenzo XII). Queste ultime favorirono anche un florido commercio
di schiavi, posseduti dallo stato della chiesa come ci documenta il carteggio
di Innocenzo X e altri papi. Alessandro VIII estese anche, con la bolla Cum
alias felicis del 1690, i reati per cui era prevista la pena di morte nel
suo stato. Sotto il pontificato di Alessandro VII (1655-57) e del beato Innocenzo
XI (1676-89) si ebbero anche le ultime repressioni contro i valdesi
condotte rispettivamente dal duca di Savoia su ispirazione della congregazione De
propaganda fide nel 1655 (Pasque piemontesi) e dalle truppe
franco-piemontesi nel 1686-89. Innocenzo XI riprese inoltre anche la serie
delle impiccagioni per reati d’opinione nello stato della Chiesa, mandando alla
forca nel 1685 Bernardino Scatolari, reo solo di aver scritto i soliti
“foglietti” e.“carico di moglie e cinque figli” (118). Durante il suo
pontificato fu perseguitato il quietista Miguel de Molinos, incarcerato a vita
nel 1687, furono mandati a processo gli "ateisti" di Napoli e furono
eseguite 65 pene capitali solo nella città di Roma, anche per reati minori
dell’omicidio. Una decina di condanne capitali ebbe tempo di pronunciare a Roma
nel suo breve pontificato Alessandro VIII (1789-91), mentre oltre una
cinquantina di persone, di cui molte squartate, mandò a morte nella sola Roma
Innocenzo XII, che fece anche decapitare dall’inquisizione due quietisti.
Nella prima
metà del Settecento i papi di maggior rilievo furono Clemente XI (1700-21),
che comminò pene capitali anche per bestemmie o reati politici e mandò a
morte in Roma oltre 60 persone per reati comuni, e Clemente XII (1730-40),
che ne mandò a morte oltre 30, anche squartate e per reati politici. Benché
cieco, ammalato e a letto, finanziava le crociate contro i mori. Nel 1735 poi
fece arrestare da agenti del Santo uffizio lo storico Pietro Giannone, uno dei
maggiori intellettuali italiani di quel periodo, che morì nel 1748 nelle
carceri sabaude. Nel 1739 fu arrestato a Firenze e rinchiuso nelle carceri
della Santa Inquisizione in S. Croce anche il poeta massone Tommaso Crudeli
che, dopo 16 mesi di dura carcerazione, ottenne di essere confinato nella sua
casa di Poppi, dove morì nel 1745. Solo qualche decina di persone (sempre nella
sola città di Roma) furono mandate a morte dai papi che si succedettero fra i
due clementi: Innocenzo XIII e Benedetto XIII. Non abbiamo poi
altri dati sulle esecuzioni capitali in Roma fino al 1796, da quando i dati
sono riferiti non solo alla capitale ma all’intero stato pontificio.
Di nuovo
accuse agli ebrei di omicidio rituale
A Clemente
succedette Benedetto XIV (1740-58), considerato il più grande pontefice
del secolo, stimato da Voltaire e ritenuto “illuminato”. In realtà con Voltaire
aveva in comune l'antisemitismo, che manifestò sia sostenendo la teoria che il
battesimo forzato, imposto contro il parere dei genitori, fosse comunque valido
anche se illecito, sia accreditando la leggenda degli omicidi rituali nella sua
Lettera “Beatus Andreas” del 1755 a monsignor Veterani. Benedetto XIV
dà per accertato, anche sulla base dell'autorità di Sisto V che l'ha
beatificato, e di Gregorio XIII che l'ha inserito nel Martirologio romano
(dove resterà fino al Concilio Vaticano II) che un bimbetto trentino, il “beato
Simone”, sia stato ucciso nel XV secolo dagli ebrei in odio alla fede. E a lui
aggiunge come caso certo quello di un bambino dei suoi tempi, il “beato”
Andrea, proseguendo con affermazioni che confermano la convinzione di questo
papa “illuminato” circa gli omicidi rituali degli Ebrei. Egli scrive infatti al
Veterani: “Resta ora, che il tutto si esamini e si veda se è conveniente che si
dia corso alla Causa del Beato Andrea, o se è meglio, che si fermi nello stato
in cui è… sarà proprio della di lei diligenza…il suggerire il partito che dovrà
prendersi, quando succeda il caso, che per lo più suol essere di qualche
Fanciullo ammazzato dagli Ebrei nella Settimana Santa in onta di Cristo, tali
essendo gl’Infanticidi dei Beati Simone, ed Andrea” (119).
La
posizione di Benedetto XIV è particolarmente grave in quanto, nei secoli
precedenti, vari papi avevano difeso gli ebrei da questa accusa infamante,
definendola priva di fondamento e in quanto essa verrà utilizzata dalla Chiesa
fino al Novecento, quando in una dichiarazione del Santo Ufficio, approvata da
Leone XIII, si legge: “Benché né in S. Officio né presso la Segreteria
di Stato…nulla vi sia che abbia attinenza a tale accusa (le carte furono
certamente involate in tempi di rivoluzioni, come dimostrasi da certi documenti
che gli stessi ebrei metton fuori in loro difesa), pure è storicamente certo
l'assassinio rituale, e ne parla Benedetto XIV; e la Santa Sede l'ha
canonizzato con mettere sugli altari un bambino da essi ucciso in odio alla
fede. Il detto assassinio è stato inoltre costatato e punito molte volte dai
tribunali laici di Austria…” (120).
Inutile
dire che così Benedetto XIV e i suoi successori diedero esca e giustificazione
a tali tribunali laici nel commettere omicidi “reali” di ebrei, mandati a morte
con queste false accuse.
Difendere
la fede con le armi
A Benedetto
XIV si deve anche l'ennesima giustificazione della guerra in difesa della fede.
Infatti, in risposta agli argomenti pacifisti, scrisse: “il dire poi… che la
religione cattolica non si può né si deve difendere coll'armi, ma col solo
aiuto delle prediche e delle preghiere, sembra una proposizione più che
temeraria” (121).
Il papa
respinse nel 1848 anche la richiesta, che gli fu fatta da numerosi vescovi, di
mettere fine alla vergogna dei castrati, osservando che adottando tale misura
si rischiava di “svuotare le chiese” (122). Sotto il suo pontificato morirono
Giannone e Crudeli, cui si rifiutò di concedere la libertà.
Gli
succedettero nel periodo rivoluzionario e della restaurazione papi
insignificanti o reazionari o tutte le due cose insieme: Pio VI
(1775-99), autore di un editto contro gli ebrei che inasprì la loro
ghetizzazione e di un'enciclica per piangere l'esecuzione capitale di Luigi
XVI, condannare la democrazia ed elogiare l'assolutismo, oltre che di alcune
pene capitali; Pio VII (1800-23), che comminò oltre 160 pene capitali,
anche esclusi i quattro anni in cui Napoleone lo cacciò dallo stato; Leone
XII (1823-29), che ne comminò oltre 35 nel suo breve regno, fra cui i primi
carbonari; Pio VIII (1829-30), che in due anni di regno ne comminò una
dozzina. Si tratta di pene capitali, talvolta con squarto, non tutte per
omicidio, talora anche per reati politici.
Il
potere temporale non si tocca
Buona parte
del secolo XIX fu dominata dalle figure di due grandi papi reazionari, Gregorio
XVI (1831-46) e Pio IX (1846-78), che condannarono come
"delirio" la libertà di coscienza e pretesero il carattere
confessionale dello stato. Per qualche aspetto si diversificarono. Gregorio, ad
esempio, fu il primo a condannare formalmente la schiavitù, ormai eliminata da
tutti i paesi civili, mentre Pio IX arrivò a definirla non del tutto contraria
al diritto naturale. Al contrario Pio IX alimentò per qualche tempo l'illusione
di una svolta in senso liberale dello stato pontificio, retto invece nel modo
più ottusamente assolutistico da Gregorio. Ma entrambi furono irremovibili nel
difendere il potere temporale, ricorrendo sia a guerre e sanguinose
repressioni, sia alle esecuzioni capitali, anche per reati inferiori
all’omicidio o per reati politici: oltre 110 Gregorio, 131 Pio. Furono inoltre
entrambi antisemiti.
Nel 1840,
quando scomparve a Damasco un frate capuccino, Tommaso, e gli ebrei furono
accusati del (supposto) rapimento e del (supposto) assassinio, la Santa sede
accreditò la tesi della colpevolezza degli ebrei e fece anzi circolare in
Europa in modo segreto un opuscolo antisemita da essa ispirato. Numerosi ebrei
furono imprigionati e solo in seguito a pressioni internazionali liberati.
Anche Pio IX, accreditò nel 1867 la tesi dell'omicidio rituale e favorì le
violenze contro gli ebrei, rafforzando il culto di Lorenzino di Marostica, un
bambino del XIII secolo, martirizzato dagli ebrei, a sentire la leggenda. Pio
IX fece inoltre rapire dei bambini ebrei, per educarli cristianamente. Nel
1852, quando aveva un anno, essendo ammalato, Edgardo Mortara fu battezzato di
nascosto dalla domestica cattolica. Tanto bastò: cinque anni dopo, quando la
cosa fu risaputa, i poliziotti pontifici irruppero in casa dei Mortara su
ordine delle autorità ecclesiastiche, rapirono il bambino e lo portarono a
Roma, dove fu rinchiuso in un istituto religioso fino ad età adulta, quando
(questa volta di sua volontà) si fece sacerdote. Inutili le proteste dei
genitori e perfino di molti sovrani europei: per Pio IX era “scattato” il caso
previsto da Benedetto XIV del battesimo legittimo anche se illecito. Né il
clamore suscitato dall’episodio modificò il comportamento del papa. Nel 1864, a
Roma, l’undicenne Giuseppe Coen “fu fatto entrare con un sotterfugio
nell’ospizio dei catecumeni” e lì rimase fino a quando uscì per diventare
carmelitano “nonostante le clamorose proteste e l’immenso dolore dei
famigliari: una sorella ne morì, la madre impazzì” (123).
Ma i due
papi si distinsero soprattutto nella repressione militare e giudiziaria delle rivolte
liberali. Invocando l'aiuto dell'Austria, Gregorio XVI schiacciò già nel 1831 i
moti di Ferrara e Bologna e poi via via in quasi tutte le città dello stato
pontificio. A Roma, dove nel 1836 “a peggiorare la situazione arrivò anche il
colera… tra le repressioni dei moti e l'epidemia i morti furono migliaia”
(124). Nuove insurrezioni e repressioni si ebbero nel 1845.
Quanto a
Pio IX, neanche quando ormai era chiara l'imminente fine del potere temporale,
rinunciò a impiegare l'esercito, provocando nuovi morti, per difendere Roma
prima contro i garibaldini, poi a porta Pia il 20 settembre; né rinunciò a far
decapitare, nonostante la richiesta di grazia del re d'Italia, i patrioti Monti
e Targetti, ultimi di una lunga serie di condannati a morte.
Le guerre
"giuste" di due Pii
Con la fine
del potere temporale, i papi non ebbero più la possibilità di mettere
direttamente a morte colpevoli di reati politici, religiosi o comuni e di
indire guerre, distruggere città ribelli, reprimere le rivolte. Ma non per questo
cessò il sostegno alla violenza, per non dire dell'ambiguo silenzio di fronte
ad essa rimproverato da molti storici a Pio XII (1939-58) per gli
stermini nazisti e, ancora più, per i campi di concentramento allestiti in
Croazia durante la seconda guerra mondiale dagli ustascia cattolici di Ante
Pavlic, regolarmente ricevuto in Vaticano e responsabile dell'eliminazione dl
300-600.000 serbi ed ebrei.
Quanto alle
prese di posizione a favore della guerra ricordiamo che Pio XI (1922-39),
per esempio, Al congresso internazionale delle infermiere cattoliche del
1935 giudicò favorevolmente la guerra coloniale “difensiva” degli italiani in
Etiopia, rispolverando gli argomenti di Tommaso Moro prima ricordati: “una
guerra …. divenuta necessaria per l’espansione di un popolo che aumenta di
giorno in giorno, una guerra intrapresa per difendere o assicurare la sicurezza
materiale di un Paese… una tale guerra si giustificherebbe da se sola”(125)
Concetti
simili riportava “L'Osservatore Romano” ne L'idea colonizzatrice del 24
febbraio 1935 (“Le grandi ricchezze materiali che Iddio ha largamente profuso
sulla terra per dare all'umanità benessere e pace, debbono essere poste a
disposizione di tutti” e “si impone oggi il concetto…della collaborazione
concorde fra le razze: fra dominatori e dominati”) o “La Civilità cattolica”
del 1937 nell’articolo Giustizia ed espansione coloniale del gesuita
Messineo (“Il diritto naturale permette di commerciare con tutti i
popoli e coloro che rifiutano mancano di carità oltre che di giustizia…Se
dunque queste popolazioni selvagge prendono le armi per impedire il commercio
pacifico, non è forse vero che le nazioni civili hanno il diritto di armarsi
... e di impadronirsi del territorio?”)
Pio XII invece, in piena guerra fredda,
ripropose dopo l’insurrezione ungherese la dottrina della guerra “giusta”:
“risultato vano ogni sforzo per scongiurarla, la guerra, per difendersi… da
ingiusti attacchi, non potrebbe essere considerata illecita” (126), non
escludendo neppure, come disse altra volta, l'uso dell’atomica: “E neppure si
può porre in via di principio la questione della liceità della guerra atomica,
biologica e chimica, se non nel caso in cui essa dovesse essere giudicata
indispensabile per difendersi nelle condizioni già dette” (127).
Cosa i due
Pii intendessero per "difesa" è chiarito dal concorde sostegno alla
insurrezione franchista contro il legittimo governo spagnolo. Nel Discorso
ai figli perseguitati della Spagna del 1936, Pio XI disse: “la Nostra
benedizione si volge in modo speciale a quanti si sono assunto il difficile e
pericoloso compito di difendere e restaurare i diritti e l’onore di Dio e della
Religione” (128). E, a vittoria raggiunta e instaurata la dittatura franchista,
Pio XII nel Discorso del 1 aprile 1939 diceva: “Con immensa
consolazione ci rivolgiamo a voi, figli carissimi della cattolica Spagna, per
esprimervi le paterne congratulazioni per il dono della pace e della vittoria
con cui Dio si è degnato coronare l'eroismo cristiano della vostra fede e
carità…I disegni della Provvidenza si sono manifestati ancora una volta
sull'eroica Spagna. La nazione scelta da Dio come principale strumento di
evangelizzazione del Nuovo Mondo e baluardo inespugnabile della fede cattolica
ha dato ai proseliti dell'ateismo materialista del nostro secolo la prova più
alta che sopra di tutto si pongono i valori eterni della religione e dello
spirito” (129).
Il cenno di
Pio XII alla “nazione scelta da Dio” è poi significativo di come egli consideri
“principale strumento di evangelizzazione del Nuovo mondo” la conquista ad
opera dei colonialisti spagnoli e il conseguente genocidio. Che è quanto
pensano, del resto, anche Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Da
Giovanni Paolo II a Benedetto XVI: "Viva Colombo!"
Giovanni
Paolo II, nel Messaggio
per la XV giornata della pace del gennaio 1982, ripropone la dottrina della
guerra “giusta”: “il cristiano, anche quando fortemente si impegna a
contrastare ed a prevenire tutte le forme di guerra, non esita a ricordare, in
nome di una elementare esigenza di giustizia, che i popoli hanno il diritto ed
anche il dovere di proteggere, con l'uso di mezzi proporzionati, la loro
esistenza e la loro libertà contro un ingiusto aggressore” (130). La formula è
quella della guerra “difensiva”, che tuttavia sappiamo variamente interpretata
e interpretabile, anche per il riferimento alla difesa non solo della
“esistenza” ma della “libertà”. Negli anni Settanta, per esempio, gran parte
del clero cattolico, specie statunitense, interpretava appunto l’invasione USA
del Vietnam come guerra in difesa della libertà contro il comunismo... E nel Messaggio
all'ONU dell'11 giugno 1982, sempre in nome della "difesa",
Giovanni Paolo II afferma che “una ‘deterrenza’ fondata sull'equilibrio, non
certo come un fine in se stesso ma come una tappa sulla via di un disarmo
progressivo, può ancora essere giudicata moralmente accettabile” (131). Così
accoglie la tesi che al Concilio Vaticano II, nella stesura finale della Gaudium
et spes, avevano sostenuto, venendo messi in minoranza, i conservatori:
“Finché le istituzioni internazionali non fossero state in grado di accordarsi
in modo adeguato, il possesso di tali armi [di distruzione di massa] al
solo scopo di dissuadere l’avversario, armato delle stesse armi, non poteva
essere dichiarato in sé illegittimo” (132).
Contemporaneamente
Giovanni Paolo II mise l'accento in due occasioni sul ruolo del servizio
militare come espressione di amor di Patria (Ai militari polacchi, 2
giugno 1991) e “veicolo di evangelizzazione” (Sinodo dell'ordinariato militare,
19 novembre 2000), schierandosi sì contro le due guerre all’Iraq, ma a favore
dell'ingerenza umanitaria, cioè dei bombardamenti contro la Serbia, a vantaggio
della cattolica Croazia.
Un pesante
passo indietro rispetto alla condanna assoluta della guerra, almeno nell'età
atomica, che aveva fatto Giovanni XXIII nella Pacem in terris, si trova
nel Catechismo per gli adulti del 1991, varato da Giovanni Paolo II e in
cui è ritenuta solo “molto problematica” l'immoralità di un conflitto nucleare.
Anche il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, al capitolo La
difesa della pace, non nega in via di principio la guerra e la delega ai
governi di decidere se ricorrono le condizioni per “una legittima difesa”
(133).
Di più, con Giovanni Paolo
II, la Chiesa tornò ad accreditare la fiaba dei pontefici cinquecenteschi su
una “conquista” e un genocidio principalmente finalizzati all'evangelizzazione.
Così si espresse Giovanni Paolo II in occasione del viaggio del 1987 in
America latina nella Omelia a Avenida Costanera del 4 aprile in Cile:
“La Chiesa è presente nelle radici e nell’attualità del continente.... Il seme
della fede cristiana fu portato nel Cile dalla spedizione di Magellano, e più
tardi da quella di Almagro; mise radici in questi territori del nuovo mondo
grazie all’impegno costante di Pedro de Valdivia e dei missionari che lo
accompagnavano. Ringraziamo il Signore per questa eredità di fede, che con la
Provvidenza divina, iniziò a dare frutto in queste terre, grazie al grande
impulso evangelizzatore dei figli di Spagna.... È emozionante leggere i
racconti e le testimonianze di quelle eroiche gesta. In esse - al di là delle
umane debolezze e del comprensibile desiderio di conquista - prevalse
certamente ed in modo ammirevole la volontà di trasmettere al Nuovo Mondo la
buona novella del messaggio cristiano” (134).
Giovanni
Paolo II, nel Discorso a Santo Domingo del 12-13 ottobre 1992, ha anche
reso “omaggio al grande Ammiraglio” Colombo: “Siamo riuniti di fronte a questo
Faro di Colombo, che con la sua forma a forma di croce vuole simbolizzare la
Croce di Cristo piantata su questa terra nel 1492. Con esso si è voluto anche
rendere omaggio al grande Ammiraglio che lasciò scritto quale sua volontà:
‘mettete croci in tutte le vie e i sentieri, affinché Dio li benedica’” (135).
Un elogio
che il papa non mancò di estendere anche all'altro evangelizzatore, Carlo
Magno, nel Convegno per il 1200° del Sacro Romano Impero del dicembre
2000: “La grande figura storica dell'imperatore Carlo Magno rievoca le radici cristiane
dell'Europa”, disse, “riportando quanti la studiano ad un'epoca che, nonostante
i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un'imponente fioritura
culturale in quasi tutti i campi dell'esperienza. Alla ricerca della sua
identità, l'Europa non può prescindere da un energico sforzo di recupero del
patrimonio culturale lasciato da Carlo Magno” (136).
Le medesime posizioni ha
espresso Benedetto XVI nel suo Discorso per la V Conferenza generale
dell'episcopato latinoamericano e dei Caraibi in Brasile il 13 maggio 2007,
prima di essere costretto a una precipitosa rettifica dalle proteste del mondo
cattolico latino-americano: “La fede in Dio ha animato la vita e la cultura di
questi Paesi durante più di cinque secoli. Dall'incontro di quella fede con le
etnie originarie è nata la ricca cultura cristiana di questo Continente...
l'accettazione della fede cristiana... ha significato anche avere ricevuto...
lo Spirito Santo che è venuto a fecondare le loro culture, purificandole”
(137).
Più ferme
sono soltanto le condanne della guerra santa e della violenza fatte “in nome di
Dio”, perché ciò gli serve a guadagnare punti in Occidente polemizzando contro
l'integralismo islamico. Così Benedetto XVI ha affermato: “Dio, Creatore e
Padre di tutti, chiederà conto ancor più severamente a chi sparge in suo nome
il sangue del fratello” (138). Ma non ha spiegato come lo stesso Dio che
“chiede conto severamente” del sangue versato, sia anche quello che - come
Urbano II, Innocenzo III, Pio V e molti altri papi hanno insegnato –
“ricompensa”, in questa vita e nell’altra, chi sparge il sangue in suo nome per
“vendicare il Signore”.
ALTRE STRAGI
L'imperatore
Giuliano, ultimo a tentare di restaurare il paganesimo, diceva nel suo scritto
del 363 Contro i cristiani che “la settaria dottrina dei Galilei è una
invenzione messa insieme dalla malizia umana”, sfrutta “la parte irragionevole
dell'anima nostra” ed “è proclive al favoloso e al puerile”.
Forse per
questo la Chiesa cattolica odia, come la sua storia dimostra, gli esseri umani
vivi, vegeti e ragionanti ed ha invece uno sviscerato amore per spermatozoi,
zigoti e non-nati. Vieta infatti: a) che anche un solo spermatozoo venga
sprecato versandolo fuori del “debito vaso”, cioè eludendo lo scopo
riproduttivo; b) che, raggiunto tale fine, il concepito non sia fatto uscire a
tutti i costi senza alcuna eccezione dal grembo della madre, anche se questo
richiede di ucciderli entrambi. E questi principi, disgiunti o combinati
insieme, hanno causato e continuano a causare altre stragi.
Papi e
teologi assassini delle donne
Già Agostino considerava “vergognosa” la contraccezione,
ossia l'avere dei rapporti sessuali anche “normali” e fra persone sposate ma
con cautele volte a evitare di procreare. Egli scrive infatti nel 420 che “questo
rapporto, in cui si evita il concepimento della prole, è illecito e vergognoso
anche con la consorte legittima. Così faceva Onan, figlio di Giuda, e per
questo il Signore lo fece morire” (139).
E il
vescovo Cesario di Arles, della prima metà del VI secolo, definiva omicidio
tout court qualsiasi cautela mirante a prevenire il concepimento, come prendere
una bevanda “che pregiudichi la forza della natura” (140), mentre Martino,
vescovo di Braga, equipara la contraccezione all'infanticidio (141).
Ma un documento
soprattutto ufficializza la condanna della contraccezione come omicidio: il Si
aliquis (così detto dalle parole iniziali) del 906 ca, contenuto nel Libro
penitenziale del monaco Reginone di Prum e inserito nel Codice di Diritto
Canonico dal XIII secolo al 1917: “Se qualcuno (si aliquis) per
soddisfare il proprio piacere o per un odio di cui è consapevole, procura una
lesione a un uomo o a una donna, così che da lui o da lei non possano essere
generati figli, o se uno dà loro da bere una pozione per cui l'uomo non possa
generare o la donna concepire, costui deve essere considerato un assassino”
(142). Lo stesso concetto si trova nel testo Aliquando del Decretum
Gratiani, una raccolta di leggi compilata nel 1140 e poi confluita nel
Diritto canonico.
L'idea, priva di ogni fondamento
razionale, che prevenire un concepimento sia un “assassinio” discende forse
dalla convinzione tomistica esposta nel Contra gentiles secondo cui ogni
“emissione di sperma”, anche se in un rapporto fra due adulti liberi e consenzienti,
è peccaminosa se non finalizzata alla procreazione e se non interna al
matrimonio in quanto mentre “le feci, l'urina, il sudore e simili, non servono
a nulla; perciò il bene dell'uomo richiede solo la loro espulsione… nello
sperma non si richiede sotantoo questo, bensì che esso venga emesso per la
generazione, alla quale è ordinato il coito” e inoltre così “da poterne seguire
e la generazione e l'educazione della prole” (143) il che richiede il
matrimonio, per di più indissolubile e benedetto dal prete... “Spargere” il
seme a vuoto impedisce che una vita passi, aristotelicamente, dalla potenza
all'atto…
Proprio la
difesa ad oltranza della vita “in potenza” confrontata alla ruvida disinvoltura
con cui la Chiesa, come si è visto nelle pagine precedenti, elimina le vite “in
atto”, fa dire sarcasticamente a Uta Ranke-Heinemann: “i figli immaginari
vengono protetti dalla contraccezione con molto più vigore di quanto i figli
reali, quasi adulti, vengano difesi dall’inferno della guerra e dalla morte sui
campi di battaglia, secondo l’intollerabile errata credenza cattolica che i
veri crimini dell’umanità si compiono nella camera da letto matrimoniale e non
sui teatri di guerra” (144).
La Chiesa,
con il ricorso voyeristico a “una polizia ecclesiastica del letto matrimoniale”
(145), mira quindi a impedire quello che essa ritiene il massimo crimine e cioè
rapporti sessuali con il fine di soddisfare i coniugi e conseguire l'odiato
piacere senza pagare l'offa della procreazione. Nonostante, infatti, che
Benedetto XVI abbia cercato di far credere ai giovani nel 2006 che “la fede e
l'etica cristiana non vogliono soffocare ma rendere sano, forte e libero
l'amore” (146), per la Chiesa, come spiegava il ben più autorevole Innocenzo
III, “il rapporto coniugale non avviene senza l’ardore della lussuria, senza il
sudiciume del piacere, per cui il seme concepito viene insudiciato e rovinato”
(147). Che sia pagato con il fastidio di un figlio è quindi il minimo (148)…
A oltre
cinquecento anni dal Si aliquis, l'equiparazione “contraccezione-aborto-omicidio”
fu sancita dal Catechismo romano del 1566, quello approvato dal Concilio
di Trento: “Il desiderio della procreazione… fu l'unico motivo per cui Dio
istituì agli inizi il Matrimonio. S'intende perciò quanto mostruoso sia il delitto
di quei coniugi che, mediante ritrovati medici, impediscono il concepimento o
procurano l'aborto; questo equivale all'azione infame degli omicidi” (149).
Solo in tempi molto recenti, Giovanni Paolo II ha detto che contraccezione e
aborto sono due tipi “diversi” di peccato, pur conservando anche verso la
contraccezione il divieto assoluto ribadito da Paolo VI nel 1968 con la Humanae
vitae (l’enciclica della pillola): “è assolutamente da escludere, come via
lecita per la regolazione delle nascite…ogni azione che, o in previsione
dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue
conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la
procreazione…” (150). Nella sua polemica contro la contraccezione, Giovanni
Paolo II stabiliva inoltre una stravagante equivalenza: “La contraccezione
è da giudicare, oggettivamente, così profondamente illecita da non potere mai,
per nessuna ragione, essere giustificata. Pensare o dire il contrario, equivale
a ritenere che nella vita umana si possano dare situazioni nelle quali sia
lecito non riconoscere Dio come Dio” (151).
Ma qui
soprattutto ci interessa sottolineare gli effetti omicidi, di strage continuata
strisciante, di questo divieto ecclesiastico. Le ripercussioni pratiche le mostra
un episodio raccontato nel testo citato della Heinemann e che avvenne nel XII
secolo: “una donna durante un parto aveva avuto una ernia ombelicale, e i
medici fecero rilevare che non sarebbe sopravissuta a un'altra gravidanza.
Alcune persone pensarono ‘che dovesse procurarsi delle pozioni sterilizzanti,
in modo da poter compiere ancora il suo dovere matrimoniale, sicura di non
restare incinta’. A questa opinione si oppose il teologo Pietro Cantore (morto
nel 1197): seguendo il testo Aliquando e la sua severa condanna degli
anticoncezionali, decise che in nessun caso la donna sarebbe stata autorizzata
a procurarsi pozioni sterilizzanti” (152).
E, nei
secoli successivi, il divieto - con i conseguenti pericoli per la moglie - si
estese anche a nuovi e più moderni sistemi contraccettivi come il “cappuccio
inglese”, ossia il preservativo cui, diceva il Santo uffizio in un decreto nel
1916, “la donna deve opporre resistenza come a un violentatore” (153).
Naturalmente
la donna poteva egualmente evitare i rischi mortali della gravidanza, nel modo
spiegato dal teologo morale Guy nel 1850: “se sussiste un pericolo reale
si deve raccomandare un’eroica astinenza” (154).
Ma in altri
casi, tenuto anche conto del dovere della moglie di soddisfare il debito
coniugale per non indurre il marito all'adulterio, neppure la castità era una
via di scampo e allora, spiega il Vicariato del vescovo Keller di Monaco, “La
moglie non deve usare mezzi contraccettivi neppure come ‘legittima difesa’, ad
esempio per proteggersi da un marito affetto da malattie sessuali… che
porterebbero la donna a correre un evidente rischio di vita in caso di
gravidanza” (155). Questo testo è degli anni Cinquanta del Novecento.
Pochi anni
prima, del resto, Pio XI, nell'enciclica Casti connubi del 1930, dopo
aver messo le mani avanti insultando come persone che “bramano soltanto
soddisfare le loro voglie” molti di quanti “viziano l'atto naturale”, aggiunge
che “non vi può essere ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere
conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura” anche se
permette alla moglie di salvarsi “con l'onesta continenza” (156). In modo ancor
più esplicito, Pio XII, in una dichiarazione del 1958, rinnova il
divieto anche se c’è pericolo di vita per la donna: “Si causa una
diretta e illecita sterilizzazione, quando si impedisce l’ovulazione per
proteggere l’organismo dalle conseguenze di una gravidanza che esso non può
sopportare” (157).
Quante
donne, nel corso di quasi un millennio, costrette a scegliere fra la castità,
sconsigliabile anche per la stessa armonia coniugale, il peccato mortale e il
rischio di una gravidanza rischiosa, hanno optato per quest'ultima? Quante
donne i papi hanno ucciso? E' impossibile dirlo ma è certo che questo omicidio
strisciante ha fatto, nel corso dei secoli, un numero assai rilevante di
vittime.
Ancora
omicidi… in difesa della vita
Un'altra causa di morte per centinaia di migliaia di donne
è la “scelta” fra la madre e il feto, imposta dalla “morale” cattolica.
“E' una capitolo macabro”, scrive Uta Heinemann, “quello
che riguarda il pericolo di morte per parto, a causa - a volte - dell'omissione
di soccorso. Negli ospedali cattolici, fino a tempi recenti [il libro è del
1990], le donne hanno corso questo pericolo e, se venisse osservato
l'insegnamento ufficiale della chiesa, lo correrebbero ancora oggi” (158).
Prosegue la Heinemann raccontando che il celebre giallista George Simenon, il
“padre” dell'ispettore Maigret, era andato con la moglie Denise, in avanzato
stato di gravidanza, in una clinica ginecologica statunitense dell'Arizona,
loro segnalata come la migliore. Ma ne era venuto via subito perché all'entrata
vi era un avviso che diceva: “In caso di grave incidente il destino del bambino
prevale su quello della madre in base alla decisione del primario e della
superiore delle suore” (159). Simenon scrive: “Un brivido di raccapriccio ci
corse lungo la schiena e ci allontanammo in punta di piedi” (160). Loro figlio,
conclude la Heinemann, nacque in un ospedale meno cattolico.
Agli inizi del XVII secolo, un’istruzione per levatrici dei
cattolici tedeschi recita: “Qualora si debba provvedere alla madre o al
bambino, essa [la levatrice] deve far si che il bambino venga
battezzato, in quanto è meglio che la madre muoia santamente, che non il figlio
muoia senza battesimo” (161).
Tale restò
nella sostanza la posizione cattolica in materia, come la espose anche il più
importante teologo del Settecento, Alfonso Maria de’ Liguori nel 1748: “Nel
caso che il feto sia già pervaso dall’anima e si giudichi che la madre
morirebbe con la prole, se non assumesse la medicina, è lecito che la prenda…
Se invece con la morte della madre la speranza di vita e di battesimo della
prole si prospetti evidente; la madre è tenuta, secondo i più, sotto pena di peccato
mortale, ad astenersi da ogni rimedio distruttivo per la prole, perché ella ha
il dovere di esporre la sua vita fisica per l’estrema necessità spirituale del
bambino” (162).
Ed ecco
quale fu la risposta del Santo uffizio al vescovo di Cambrai il 27 luglio 1895;
risposta confermata dal papa, che era allora il “progressista” Leone XIII:
“Esposizione: Il medico Tizio, essendo stato chiamato presso una donna incinta…
constatava in tutti i sensi, che la causa della malattia mortale altra non era
che la gravidanza stessa…Una sola via, dunque, egli aveva a disposizione, per
salvare la madre da una morte certa e imminente: procurare cioè l’aborto, o
espulsione del feto. Questa via egli intraprendeva, usando tuttavia i mezzi e
le operazioni che di per sé e direttamente non miravano propriamente a uccidere
il feto…, ma soltanto a far sì che il feto, se fosse possibile, venisse dato
alla luce vivo, anche se destinato a morire subito, dal momento che era ancora
del tutto immaturo…Domanda: Tizio chiede se può compiere con sicurezza le
operazioni descritte, nelle suddette circostanze, una volta che si ripetano.
“Risposta:
No, secondo gli altri decreti, quelli cioè del 28 maggio 1884 e del 19 agosto
1889” (163).
Che sia preferibile salvare la vita (eterna…) del bambino,
piuttosto che quella terrena della madre lo pensa anche il teologo Franz
Gopfert che nel 1906 scrive: “la speranza…di poter sicuramente battezzare… il
bambino giustifica il pericolo che l’operazione comporta sempre per la madre…
in considerazione della salvezza eterna del bambino, la si potrebbe considerare
un dovere per la madre” (164).
Ma a
pensarla così è soprattutto Pio XI, che nell'enciclica Casti connubii
già citata dichiara: “già abbiamo detto…quanta compassione noi sentiamo per la
madre, la quale, per ufficio di natura, si trovi esposta a gravi pericoli, sia
della salute, sia della stessa vita: ma quale ragione potrà mai avere la forza
di rendere scusabile, in qualsiasi modo, la diretta uccisione
dell'innocente?….A coloro, infine, che tengono il supremo governo delle
nazioni, e ne sono legislatori, non è lecito dimenticare che è dovere
dell'autorità pubblica di difendere con opportune leggi e con la sanzione di
pene, la vita degli innocenti” (165).
Basandosi
sulla gesuitica distinzione fra “lasciar morire” e “uccidere”, Pio XI non ha
dubbi che in caso di scelta sia da sacrificare, pur con “compassione”, la
madre, ossia una vita autonoma “in atto”, piuttosto che “l'innocente”, ossia un
non-nato, una vita “in potenza” il cui aborto gli ebrei, ad esempio,
sensatamente non giudicano omicidio, poiché il feto è considerato una parte
della madre, sacrificabile per salvare la vita di lei (166). Per l'omicida Pio
XI, invece, le madri, per cui pure ha “compassione”, devono essere punite per
legge dagli stati se sacrificano “la vita degli innocenti” anziché la propria.
Il divieto
di “uccidere l'innocente” vale anche nel caso più contestato e cioè se la morte
della madre non salva il feto. Perché sia giusto così ce lo spiegarono nel 1938
Joseph Mausbach e Peter Tischleder: “La motivazione secondo cui risparmiando il
bambino per lo più ne vanno di mezzo due vite, mentre con il sacrificio
del bambino solo una fa una grande impressione…[ma] L’uccisione
violenta di una vita senza colpa non è mai lecita; non può esserlo, senza
indurre gli uomini a ulteriori passi funesti ed esiziali… E’ invece permesso…il
ricorso a farmaci e operazioni indirizzati non contro la gravidanza, ma contro
una contemporanea malattia mortale della madre, e che per accidens
possono causare l’aborto, permesso a condizione che non venga pregiudicata la
possibilità del battesimo del bambino” (167).
Anche i due
teologi insistono sulla vita “senza colpa”. Che sia “senza colpa” la madre essi
come i papi lo escludono, come trascurano il fatto che la madre sia una persona
vivente e l'altro ancora no. Gesuiticamente accettano tuttavia di eliminarlo
“per accidens” nel caso fortunato (per la madre) che essa abbia un'altra
malattia mortale (oltre alla gravidanza…) e fermo restando che il feto, prima
di essere soppresso, possa essere battezzato. Contorsionismi inutili oggi, dopo
che si è scoperta l’insperata possibilità di salvarsi senza battesimo grazie
all'apposita commissione teologica internazionale nominata da Benedetto XVI e
che ha provveduto a togliere di mezzo il Limbo (168).
La dottrina
secondo cui bisogna sacrificare la madre vivente e autonoma piuttosto che il
figlio non-nato, fu ribadita da Pio XII in più occasioni, fra cui
citiamo questo discorso del 1948: “Se è riprovevole…uccidere un innocente per
salvarne un altro, non è meno illecito, sia pure per salvare la madre, di
cagionare direttamente la morte di un piccolo essere chiamato, se non per la
vita di quaggiù, almeno per la futura, a un alto e sublime destino, ovvero
inaridire e sterilizzare, mediante una operazione che nessun altro motivo
giustifica, le sorgenti della vita” (169). E nel 1951, Pio XII
affermava: “salvare la
vita della madre è un nobilissimo fine; ma l’uccisione diretta del bambino come
mezzo a tal fine, non è lecita….Se… le condizioni richiedono…l’esclusione della
maternità…anche in questi casi estremi ogni manovra preventiva e ogni diretto
attentato alla vita e allo sviluppo del germe è in coscienza proibito ed
escluso, e…una sola via rimane aperta…quella dell’astinenza da ogni attuazione
completa della facoltà naturale...Si obietterà che…un tale eroismo è
inattuabile. [Si deve rispondere che] Iddio
non obbliga all’impossibile. Ma Iddio obbliga i coniugi all’astinenza se la
loro unione non può essere compiuta secondo le norme della natura. Dunque in questi
casi l’astinenza è possibile” (170). Un bel discorso, che è anche un robusto
esempio di sillogismo...
A
diffondere questa posizione, ribadendo che è meglio far morire madre e figlio
piuttosto che salvare solo la madre, hanno concorso autorevoli manuali di
teologia come quello di Herbert Jone del 1953 o di Bernard Haring del 1957:
“Nemmeno per salvare la vita della madre è consentito spezzare la vita del
nascituro vivo”, scrive Jone, “ad esempio mediante la craniotomia, l’embriotologia
ecc.” (171). La diretta uccisione del feto è proibita anche quando il medico la
ritenga necessaria… per la salvezza della madre… quando senza questo intervento
potrebbero morire sia la madre che il bambino, incalza Haring, poiché
“qualunque possa essere il giudizio della scienza medica, la tesi invariabile
della Chiesa è che non sarà mai e in nessun caso lecito di attentare direttamente
nel seno materno alla vita del bambino” (172). L'Haring ha anzi la sfrontatezza
di affermare, nell'edizione di dieci anni dopo del trattato sopra citato: “Vi
furono medici che rimproverarono alla Chiesa il fatto che essa condanna anche
la motivazione vitale [ossia l’aborto se la vita della madre è in grave e
immediato pericolo]. In realtà la medicina fu stimolata salutarmente da
tale proibizione a sviluppare meglio la prassi medica, così che oggi può
provvedere quasi sempre alla vita della madre e del figlio” (173).
“Certo
molte madri devono la loro morte alle salutari indicazioni dei papi”, commenta
la Heinemann, “ma in compenso i medici sono loro debitori del progresso della
loro scienza, al quale, senza l'esortazione papale che passa sui cadaveri, non
avrebbero certo aspirato” (174). Resta naturalmente inteso che le donne, dopo
aver accettato la condanna a morte pronunciata dalla Chiesa, che in tal modo ha
stimolato “la prassi medica”, dovranno continuare a sacrificarsi, come spiega
sempre Haring ed. 1967, se fosse indispensabile per assicurare la vita ma,
soprattutto, il battesimo del feto: “[Ancora oggi] Se non c’è nessun
altro modo di salvare la vita del bambino e specialmente di assicurargli il
battesimo, la madre è obbligata a sottoporsi a… operazioni che mirano
principalmente alla salvezza del bambino, mentre espongono la madre a certi
pericoli” (175). In conclusione, osserva sempre la Heinemann, se le donne
muoiono oggi meno di quanto accadeva un tempo è grazie al progresso della
medicina, non certamente a quello della teologia…
Solo il 7
maggio 1976 e solo in Germania, e solo se non salvando la madre muoiono tanto
la madre che il feto, una Dichiarazione dei vescovi riconosceva ai
medici - non alla paziente, dato che “Si decide sempre sulle donne, ma non con
loro, né tanto meno sono loro a decidere” (176) - il diritto non già di salvare
senz'altro la madre ma di valutare il da farsi: “[i vescovi tedeschi]
rispettano la decisione di coscienza dei medici…in situazioni di conflitto… in
cui si deve decidere tra la perdita sia della vita della madre sia di quella
del bambino non ancora nato, e la perdita di una vita soltanto” (177). Si veda
con quante riserve, quasi a malincuore, la Chiesa prende in esame l’idea di
poter salvare la madre...
I papi diffusori
dell'Aids
Sotto il
pontificato di Wojtyla, al capitolo Il rispetto della vita umana del Catechismo
della Chiesa cattolica del 1992, nel riaffermare la condanna della
contraccezione e dell’aborto, si diffida anche lo Stato dall'intervenire in
materia “con mezzi contrari alla legge morale”, fra i quali rientrano sia le
campagne di pianificazione delle nascite sia più in generale quelle sull’uso
del preservativo, con cui si cerca, in alcuni paesi del Terzo mondo
soprattutto, di prevenire l’Aids e salvare vite umane.
In
conclusione, l’unico antidoto contro l’Aids, ritenuto quasi un castigo divino e
certo un effetto di “comportamenti sessuali irresponsabili”, è lo stesso che si
proponeva alle donne contro le gravidanze pericolose: la castità. Ma il
Vaticano non si limita a proporre misure certo poco efficaci. Specie in Africa,
si attiva presso governi “cattolici” o “amici” per scoraggiare e impedire il
ricorso a “mezzi contrari alla legge morale”, come i preservativi, e quindi a
campagne che ne incentivino l’uso, in modo da limitare l’epidemia e ridurre i
pericoli di morte. Il che dimostra chi davvero operi contro la legge morale e contro la
vita. Per questo lo
studioso e giornalista inglese T. Eagleton scrisse, alla morte di Wojtyla, che
il papa, da tanti invocato “santo subito”, si presentava al giudizio divino
“con le mani sporche di sangue” (178).
Naturalmente,
mentre si mostrava assai poco interessato a salvare le vite delle persone
reali, il papa approvava il 21 novembre 2002 una Nota dottrinale circa
alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici
nella vita politica emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede
presieduta da Ratzinger, nella quale si ordinava ai politici cattolici di
“rispettare e proteggere i diritti dell'embrione umano” (179).
Per cercare
di occultare le proprie responsabilità la Chiesa enfatizza l'impegno dei cattolici
nel curare i malati di Aids e insiste poi sul fatto che il preservativo non
sarebbe…sicuro per cui l'unico modo certo per evitare il contagio è la castità.
Ma di fronte alle dimensioni del problema anche riviste cattoliche come
“Testimoni”, quindicinale di informazione, spiritualità e vita consacrata,
hanno richiesto alla Chiesa un atteggiamento diverso:
“Venticinque
milioni e mezzo di persone infette dal virus; oltre dodici milioni di orfani
per Aids; quasi quattro i milioni di infettati e due milioni e mezzo di morti
nel 2000”, ha scritto la rivista, che così continua: “Questi sono alcuni dei
dati del rapporto ONU sull'Aids in Africa che mostrano come ci si trovi di
fronte a uno dei maggiori disastri dell'umanità che si sviluppa, però, nel
silenzio dell'opinione pubblica mondiale”. Il vero problema per le chiese e per
i credenti, prosegue l’articolo, “lo si incontra nell'ambito della prevenzione
primaria: come fare in modo che le persone sane non contraggano il virus: ‘Ci
vorrebbe un contorsionista - si legge in un articolo apparso sulla rivista
'Nigrizia' del mese di gennaio - per uscire indenni dall'intrico di
contraddizioni con cui deve fare i conti la Chiesa di fronte al problema
dell'Aids e all'uso di quello che si è verificato il miglior mezzo di
prevenzione: il preservativo. La posizione di principio contraria all'uso del
condom, ribadita dai decreti romani, si scontra ogni giorno con la realtà di
disastri umani che mettono sul tavolo vita e morte delle persone’ (Laura
Mezzanotte, Chiesa, Aids e condom. Se ne discute in Sudafrica. Suore a voce
alta, in “Nigrizia”, 1/2002, pp. 25-27).
“La
prevenzione primaria per le persone non ancora infette è urgente e deve
iniziare molto presto”, prosegue la rivista citando Padre Joinet che afferma:
‘Per noi la prevenzione primaria è complicata dal conflitto sull'uso del
preservativo. Alcuni
vescovi proibiscono l'uso anche alle persone sieropositive sposate. Altri insistono sul ‘non uccidere’ e
ne consigliano l'uso in alcuni casi particolari. Le conseguenze di tale conflitto
sono drammatiche. Conosco infermiere di dispensari cattolici che non informano
i malati della loro sieropositività perché, non potendo consigliare l'uso del
preservativo, non credono nella possibilità dell'astinenza quotidiana per
sempre. In alcuni paesi
le Chiese non hanno un programma di prevenzione capace di proposte fattibili
per tutti, soprattutto per i giovani. I gruppi di Jeunesse vivante, in Tanzania propongono
l'astinenza prima, durante e dopo il matrimonio e raggiungono migliaia di
giovani offrendo una formazione globale per la vita. É esemplare. Ma centinaia
di migliaia, milioni di altri giovani non vogliono fare parte di questi gruppi
e non ricevono alcuna formazione al controllo di sé. Perché - si chiede P. Joinet - tanta
opposizione, in questo campo, da parte della Chiesa e di molti missionari?”.
“Alcuni
vescovi”, si conclude, “si basano sull'insegnamento dell'Humanae vitae (1968)
che proibisce l'impiego di metodi artificiali per la contraccezione. Paolo VI ha insistito sul
valore della vita e della sua trasmissione. Ma ha scritto nel 1968. Un fatto
nuovo, l'Aids, è sorto dal 1981 e dal 1983 si conosce l'esistenza del virus
dell'Hiv. Noi sappiamo che un incontro sessuale in questa situazione può
trasmettere la morte come la vita. L'uso del preservativo può impedire, nello stesso tempo, la
vita e la morte.... Anche uno studente agli inizi della teologia sa bene che,
in caso di doppio effetto, noi dobbiamo cercare il male minore. Trasmettere un virus
mortale sembra infinitamente più grave dell'impedire l'incontro tra uno
spermatozoo ed un ovulo, anche se protetto da un'enciclica. Il ‘non uccidere’ è
incontrovertibile” (180).
Ma
l'atteggiamento della Chiesa non è cambiato. L’8 settembre 2004, Giovanni
Paolo II affermava: “Quanto al dramma dell’Aids, ho già avuto modo di
sottolineare in altre circostanze che esso si presenta anche come una
‘patologia dello spirito’. Per combatterla in modo responsabile, occorre accrescerne la
prevenzione mediante l’educazione al rispetto del valore sacro della vita e la
formazione alla pratica corretta della sessualità. In effetti, se molte sono le
infezioni da contagio attraverso il sangue specialmente nel corso della
gestazione – infezioni che vanno combattute con ogni impegno – ben più numerose
sono quelle che avvengono per via sessuale, e che possono essere evitate
soprattutto mediante una condotta responsabile e l’osservanza della virtù della
castità. I Vescovi
partecipanti al menzionato Sinodo per l’Africa del 1994, riferendosi
all’incidenza che nella diffusione della malattia hanno comportamenti sessuali
irresponsabili, formularono una raccomandazione che qui vorrei riproporre:
‘L’affetto, la gioia, la felicità e la pace procurati dal matrimonio cristiano
e dalla fedeltà, così come la sicurezza data dalla castità, devono essere
continuamente presentati ai fedeli, soprattutto ai giovani’” (181). Castità è
la prima e l'ultima parola della Chiesa, oggi di fronte all'Aids come ieri di
fronte alle gravidanze che mettevano a rischio le vite delle donne.
E Benedetto XVI,
dopo aver commissionato una ricerca sul preservativo che aveva aperto qualche
speranza, ha ribadito di voler condividere le linee e le responsabilità del suo
predecessore.
Omicidio
di stato e “pratiche crudeli”
Gli omicidi commessi dalla Chiesa, come si è visto, sono
stati in gran parte frutto dell'affidamento al braccio secolare o
extragiudiziali, derivanti da guerre, conquiste, lotte fra le varie fazioni
curiali e vendette private, se non addirittura indiretti, come risultato delle
campagne anticontraccettive e antiabortiste. Ma vi furono, come pure abbiamo
visto parlando dei singoli papi, anche omicidi “di stato”, ossia l'uso della
pena di morte nello stato della Chiesa per punire reati politici o comuni
(anche se a volte sotto questa dizione rientrarono peccati-reati di tipo
politico-religioso, dalla bestemmia alle offese contro la religione o contro il
papa all'omosessualità, che in altri casi o epoche furono di competenza dei
tribunali dell'inquisizione). Qui ci occupiamo solo della giustificazione
dottrinale che la Chiesa ha dato all’omicidio di stato e alle “pratiche
crudeli” da esso compiute (mutilazioni o torture), e di come e fino a quando
tali pene rimasero in vigore nello stato pontificio.
Agostino
e le uccisioni consentite
I primi padri della Chiesa erano in genere fortemente
contrari alla violenza omicida. Si veda, per tutti, Lattanzio, che scrive: “Dio
nel proibire l'assassinio, biasima non solo il brigantaggio, che è contrario
alle leggi umane, ma anche ciò che gli uomini considerano legale. La
partecipazione alla guerra, quindi, non deve sembrare legittima a un uomo
giusto” (182).
Ma nel IV-V
secolo, iniziata l'età costantiniana, Agostino, insieme alla “guerra giusta”,
teorizzò come voluti da Dio, e citando sempre a sostegno l’Antico Testamento,
anche i sacrifici umani (!) e l’omicidio di stato. Nel 413 ca Agostino scrive
nella Città di Dio: “Lo stesso magistero divino ha fatto delle eccezioni
alla legge di non uccidere. Si eccettuano appunto casi d'individui che Dio ordina
di uccidere sia per legge costituita o per espresso comando rivolto
temporaneamente a una persona. Non uccide dunque chi deve la prestazione al
magistrato. È come la spada che è strumento di chi la usa. Quindi non
trasgrediscono affatto il comandamento con cui è stato ingiunto di non uccidere
coloro che han fatto la guerra per comando di Dio ovvero, rappresentando la
forza del pubblico potere, secondo le sue leggi, cioè a norma di un ordinamento
della giusta ragione, han punito i delinquenti con la morte. Così Abramo non
solo non ha avuto la taccia di crudeltà ma è stato anche lodato per la pietà
perché decise di uccidere il figlio non per delinquenza ma per obbedienza”
(183).
Questa resterà, fino ai giorni nostri, la posizione della
Chiesa per quanto riguarda l'omicidio di stato e la sua pratica nello stato
pontificio. Fino al 1000, però, pareva tassativamente esclusa la tortura anche
per estorcere la confessione. Nicolò I (papa e santo), rispondendo ai Bulgari
nell'866, la condannava come qualcosa che “non è permesso in nessun modo né
dalla legge divina nè della legge umana” (184).
Tommaso. Mutilare si può
Ma nel 1270 ca Tommaso d’Aquino spiega che “come lecitamente
uno può essere, dalla pubblica autorità, privato totalmente della vita, per
colpe gravissime, così uno può essere mutilato di qualche membro per alcune
colpe minori” (185). Ciò apre la strada alla tortura anche se Tommaso parla
delle mutilazioni come pena e non come mezzo per estorcere la confessione.
A questo
fine, tuttavia, la tortura già esisteva nell’ordinamento statuale e fu
adottata nel 1254, come abbiamo visto più sopra, da Innocenzo IV contro gli
eretici, entrando nell’uso ecclesiastico. Dal XIV secolo l'uso dei “tormenti”
detti anche, con linguaggio ipocrita, “rigoroso esame”, fu codificato in modo
quasi pignolo dai più noti manuali inquisitoriali come il Manuale
dell'Inquisitore di Nicolau Eymerich del 1376 o il Commentario al
manuale di Eymerich, scritto due secoli dopo da Francisco Peña o il Sacro
Arsenale di Eliseo Masini del 1665 fino al meno conosciuto Tractatus de
officio sanctissimae Inquisitionis di Cesare Carena del 1669, che
disquisisce su quando “il solo possesso di un libro proibito sia motivo
sufficiente per torturare il possessore” (186). Nel frattempo, come pure si è già
visto più sopra, un decreto del Santo Ufficio del 1557 contemplava la
possibilità che il torturato morisse e si premurava di assolvere
preventivamente i torturatori.
La tortura,
come attesta nel XVI secolo la relazione di un funzionario di Filippo II, era
praticata anche nel Nuovo Mondo dai religiosi nel quadro dell'evangelizzazione:
i frati raparono e vestirono coi sanbeniti i trenta esponenti maya arrestati,
si legge, “collocandoli in alto alla maniera del tormento della carrucola con
pietre di due e tre arrobas [50 e 75 libbre] e così appesi dandogli
molte frustate fino a che non scorreva a molti di loro sangue per la schiena e
per le gambe fino al suolo; e su queste [ferite] le tormentavano con
olio bollente come si usava fare con i negri schiavi, e con candele di cera
incendiate e fondendo sulle loro carni la cera” (187).
Le
“giustizie” a Roma dal XIV secolo
“Giustizie”
erano dette le esecuzioni capitali che avevano luogo nello Stato pontificio e Le
giustizie a Roma è il titolo di un libro che ad esse dedicò nel 1882 il
liberale A. Ademollo (188). L’autore vi pubblica un diario dell'abate Placido
Eustachio Ghezzi su tutte le Giustizie eseguite in Roma dal 1674 al 1739, nel
quale Ghezzi ricorda che Clemente X aveva autorizzato l'Arciconfraternita della
SS. Natività di N. S. Gesù Cristo degli Agonizzanti a esporre il SS.mo, con
indulgenza, ogni volta che si eseguiva una condanna a morte. Il Ghezzi dà una
nuda cronologia delle esecuzioni fino al 1697, poi via via le arricchisce di
dettagli (nomi e poi anche colpe dei giustiziati e tipo di supplizio). Ademollo
pubblicò poi nel 1886 un altro volume, Le annotazioni di Mastro Titta,
carnefice romano (189), in cui pubblica le annotazioni tenute dal Bugatti,
il più celebre boia pontificio, sulle esecuzioni da lui eseguite in tutto lo
Stato, non nella sola capitale, per tutto il periodo nel quale fu in carica
(1796-1864) e anche quelle del suo successore Vincenzo Balducci, che operò solo
sei anni (1864-1870), ossia fino alla caduta del potere temporale.
Oltre a
fornire dati puntuali sulle esecuzioni capitali relative ai periodi citati,
Ademollo ci dà, nelle introduzioni ai due volumetti, utili informazioni sulle
epoche precedenti, a partire dal XIV secolo, per quanto riguarda sia la pena di
morte sia le “pratiche crudeli”.
Per tutto
il Medioevo, informa Ademollo, “campo di giustizia era sempre la Rupe Tarpea”
dove “Presso un leone di basalto i delinquenti udivano la lettura della
sentenza che li condannava, e quanto ai malfattori di bassa condizione solevasi
porli a cavalcione di quel leone con una mitra in testa e con la faccia
impiastricciata di miele” (Gregorovius, Storia di Roma, vol. VII, p.
853). Dal 1488, continua Ademollo, “venne designato per luogo di giustizia un
recinto davanti al Ponte S. Angelo, nelle cui adiacenze era il vicolo
denominato del Boja” e “Nel 27 maggio 1500, in pieno Anno Santo, i
pellegrinanti a S. Pietro ebbero la dolce sorpresa di passare il Ponte fra due
file d’impiccati”, nove per parte. Ma anche Campo di Fiore e altri luoghi della
città cominciarono a venire usati per le esecuzioni (190).
Il
supplizio solitamente usato fino al Cinquecento per nobili ed ecclesiastici
(quando non venivano strangolati direttamente in cella, come avvenne nel 1561
al cardinal Carafa) era la decapitazione (in luoghi chiusi o con poco pubblico)
mediante uno spadone. I non nobili invece (compresi fra questi i “foglianti”,
ossia i giornalisti del tempo) venivano impiccati sulla forca mentre per
colpevoli di reati ritenuti particolarmente gravi si ricorreva a un tormento
fra i più barbari: la mazzolatura semplice (cioè l’uccisione mediante
bastonatura al capo con una sorta di mazza) o la mazzolatura con squarto (il
condannato veniva colpito con una violenta bastonata al capo e poi, mentre
ancora era tramortito, squartato). E a questi supplizi si affiancavano pene
corporali e mutilazioni.
Nel
Cinquecento, nel clima della lotta dell’inquisizione romana contro il
protestantesimo, crebbe la durezza del papato come abbiamo visto più sopra,
specie con Giulio III, Paolo IV, Pio V (santo) e Sisto V. Ciò si tradusse anche
nell’estensione della pena di morte ad alcuni reati che non la prevedevano (ad
esempio per l'aborto, di cui si è già detto parlando di Sisto V, e che fu di
nuovo tolta dal suo successore) o di aggravamenti delle pene corporali.
Delle severe punizioni contro chi “biastemma”, disposte dal
governatore di Roma ma su “espresso ordine… di Sua Santità”, vi è traccia anche
nell'Archivio segreto pontificio: “Il signor governatore di Roma…di
espresso ordine et special commissione di Sua Santità, ordina et comanda che
nessuna persona…ardisca in alcun modo biastemmare o disonestamente nominare il
santissimo nome dell'onnipotente Iddio o del suo unigenito figliol Jesu Christo
e della gloriosa sempre vergine sua madre…o di qual si voglia santo o santa,
sotto pena per la prima volta… di star con le mani ligate dietro tutto un
giorno alla berlina,… et per la seconda volta, oltra la sopradicta pena, di
esserli forata la lingua, et per la terza volta sotto pena della galera per
cinque anni…et si darà fede ad un solo testimonio” (191).
Enunciata
la legge, trovata l’eccezione
Circa
vent'anni prima, nel 1566, il Catechismo romano, promulgato da Pio V in
base alle decisioni del Concilio di Trento, ribadiva che le esecuzioni capitali
rientravano fra le “uccisioni che non sono proibite”: “Enunciata la Legge che
vieta di uccidere”, si legge, “il parroco dovrà subito indicare le uccisioni
che non sono proibite. Non è infatti vietato uccidere gli animali…Altra
categoria di uccisioni permessa è quella che rientra nei poteri di quei
magistrati che hanno facoltà di condannare a morte. Tale facoltà, esercitata
secondo le norme legali, serve a reprimere i facinorosi e a difendere gli
innocenti …Per le stesse ragioni non peccano neppure coloro che, durante una
guerra giusta, non mossi né da cupidigia né da crudeltà, ma solamente da amore
del pubblico bene, tolgono la vita ai nemici. Vi sono anzi delle uccisioni
compiute per espresso comando di Dio. I figli di Levi non peccarono quando in
un solo giorno uccisero migliaia di uomini; dopo di ciò Mosè rivolse loro le
parole: ‘Oggi avete consacrato le mani vostre a Dio’” (192).
Si noti
come continui ad essere influente l’Antico Testamento nel giustificare
l'omicidio compiuto “per espresso comando di Dio”. La Chiesa ancora oggi
condivide queste divine mattanze? La Chiesa tridentina, comunque, si.
Le
“giustizie” dal XVII al XIX secolo
Nel
frattempo i papi continuavano ad eseguire sentenze capitali che dalla fine del
Seicento vengono dettagliate, come si è detto, nel diario del Ghezzi. Esso ci
permette di notare che pur prevalendo le condanne per reati comuni non mancano
quelle per reati politici, come l'impiccagione già ricordata del giornalista
Bernardino Scatolari ad opera di Innocenzo XI (1685), o per offese alla
religione (come il furto di due pissidi...).
Complessivamente,
nei 65 anni (1674-1739) annotati dal Ghezzi vi furono a Roma 210 “giustizie”
(poco più di 3 all’anno), di cui circa il 40% per reati che non arrivavano
all'omicidio (falsificazione di denaro, furti, rapine, reati politici o
religiosi) e furono una trentina gli squartati. Nei 68 anni in cui fu carnefice
Mastro Titta, invece, ossia fra il 1796 e il 1864, le “giustizie” furono 514,
un record ineguagliato, cui vanno aggiunte le 13 del suo successore Balducci
dal 1864 al 1870. Si tratta però di esecuzioni effettuate non solo a Roma ma in
tutto lo stato pontificio e da cui vanno tolte quelle eseguite nei 4 anni in
cui lo stato pontificio fu annesso alla Francia napoleonica (1810-1813), la
quale, con 56 esecuzioni (13 l’anno!), diede una ben trista immagine di sé. Da
notare che circa il 22% dei giustiziati dallo stato pontificio non erano
omicidi o, in una decina di casi, avevano commesso reati politici.
Quanto al
tipo di supplizi sono notevoli le informazioni tratte dagli 8 volumi dei Voyages
(1730) di padre Labat e riprodotte in francese dall’Ademollo (193). Labat
testimonia che ancora ai primi del Settecento erano in uso nello stato
pontificio soprattutto due tipi di tortura, entrambi molto dolorosi, della
veglia e della corda, mentre le pene continuavano a essere quelle che si è
detto sopra: decapitazione (da un certo punto in avanti con la mannaia), per
nobili ed ecclesiastici; per i non nobili invece forca e mazzolatura semplice o
con squarto. Quest’ultima, precisa ancora Ademollo, fu soppressa durante il
pontificato di Benedetto XIII (1724-30) ma ripristinata dal suo successore
Clemente XII.
Invariate
restavano anche le opinioni della Chiesa in materia di pena di morte, come si
vede da ciò che insegnava il maggiore teologo del Settecento Alfonso Maria de’
Liguori, nel 1767: “solamente per tre cause è lecito uccidere un altro uomo:
per l'autorità pubblica, per la propria difesa, e per la guerra giusta. Per l'autorità
pubblica è ben lecito, anzi è obbligo de' principi e de' giudici di
condannare i rei alla morte che si meritano, ed è obbligo de' carnefici di
eseguire la condanna. Dio stesso vuole che siano puniti i malfattori” (194).
Merita di
essere sottolineato come queste parole fossero pronunciate tre anni dopo che
era uscito in Europa il celebre saggio di Cesare Beccaria Dei delitti e
delle pene, che rifiutava la tortura e la pena di morte, e fu messo
all'indice dalla Chiesa. Così come va notato che la pena di morte e la tortura
erano in vigore nello stato pontificio mentre Federico il Grande vietava la
tortura in Prussia e tortura e pena di morte furono vietate, benché per poco
tempo, in Toscana.
Nello stato della Chiesa si dovette anzi aspettare l'arrivo
della rivoluzione francese perché fosse introdotto un unico sistema di
esecuzione, la ghigliottina, per nobili e plebei. Ma col ritorno del papa
tornarono la forca (usata l’ultima volta nel 1829) e la mazzolatura semplice
(ultima volta nel 1816) o con squarto (ultima volta nel 1826). Poi si impose
per tutti la ghigliottina, in qualche caso la fucilazione. Mastro Titta,
dunque, ebbe modo di cimentarsi con “ogni genere di supplizio” e in tutti,
“mazzola, squarto, forca, ghigliottina, mostrò sempre eguale abilità” (195).
Merito non da poco, se si pensa che in quei secoli furono numerosi i casi in
cui il giustiziato tribolava perfino a morire per l’inesperienza dei carnefici,
spesso improvvisati.
L’ultima
“giustizia” fu eseguita il 9 luglio 1870. Due mesi dopo il potere temporale
cessava di esistere. Nel frattempo, naturalmente, almeno fino a quasi tutto il
Settecento, erano continuate in parallelo anche le altre morti, ancora più
lente e dolorose, come rileva Ademollo, degli eretici arsi a fuoco lento o
murati vivi e uccisi a poco a poco come due donne di cui racconta Rucellai
nello Zibaldone quaresimale, murate in due pilastri di una
chiesa, “solo con una buca dove si porge loro il mangiare” (196).
Naturalmente
va sottolineato, come dimostra l'esempio dei quattro anni di governo napoleonico
a Roma, che lo stato della Chiesa non era il più feroce in Europa o quello dove
il ricorso alla pena di morte fosse il più frequente. Ma era lo stato che, in
quanto “della Chiesa”, dava un esempio a tutti i paesi cattolici del
continente, cui forniva anche una giustificazione dottrinale, proprio mentre i
pensatori non cattolici più avanzati contestavano tortura e omicidio di stato.
Chiesa e
pena di morte nel XX secolo
La
legittimazione della pena di morte da parte della Chiesa continuò anche dopo la
fine del potere temporale. Pio X nel 1913 ripete: “Vi sono dei casi nei
quali sia lecito uccidere il prossimo? È lecito uccidere il prossimo quando
si combatte in una guerra giusta, quando si eseguisce per ordine dell'autorità
suprema la condanna di morte in pena di qualche delitto; e finalmente quando
trattasi di necessaria e legittima difesa della vita contro un ingiusto
aggressore” (197).
Allo stesso
modo la pena di morte non fu cancellata nella Città del Vaticano, pur restando
di fatto inapplicata. Nella Legge fondamentale del 7 giugno 1929,
all’art. 4 si legge: “La pena comminata contro chi nel territorio della Città
del Vaticano commette un fatto contro la vita, la integrità o la libertà
personale del Sommo Pontefice è quella indicata nell’art. 1 della legge del
Regno d’Italia 25 novembre 1926 n. 2008” (198). E l’art. 1 della legge del
Regno d’Italia cui ci si riferisce stabiliva che “Chiunque commette un fatto
diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale del re o del
reggente è punito con la morte. La stessa pena si applica, se il fatto sia
diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale della regina, del
principe ereditario o del capo del governo” (199).
Questa
norma fu abrogata solo dall’art. 44, comma 1 della legge del giugno 1969 che
modificava la legislazione penale e la legislazione processuale dello Stato del
Vaticano, in armonia con la svolta avviata dal Concilio Vaticano II. Ma ben più
interessante del permanere formale nella legislazione di un piccolo stato, è il
fatto che la pena di morte fosse sostenuta fino al 1969 e oltre dalla dottrina
cattolica, il che favorì la sua permanenza nelle legislazioni di tutto il
mondo.
Significativo
è, in particolare, quello che si legge in due fra i volumi di teologia morale
più difffusi, quello di Giuseppe Mausbach del 1954, e quello di Bernard
Haring del 1957, continuamente riediti con imprimatur anche dopo il Concilio
Vaticano II.
Mausbach,
ad esempio, scrive: “La Sacra Scrittura del Vecchio testamento contiene
molte prescrizioni giudiziarie, che colpiscono con la pena di morte tutta una
serie di gravi peccati (l'assassinio, la bestemmia, l'idolatria, atti gravi di
immoralità sessuale ecc.)… Nella Chiesa antica…il sentimento cristiano della
pace e un certo senso di ritegno di fronte al versamento del sangue
produssero una forma di esitazione per quanto riguarda la pena di morte…Ma
tutti i più grandi maestri della Chiesa… ciò non ostante, affermano la liceità
della pena di morte… e questo diritto è stato riconosciuto alla competente autorità
e difeso espressamente contro i Valdesi… La piena giustificazione della pena di
morte si può derivarla però soltanto dalla natura della società politica e dal
fine prefissole da Dio…il motivo giuridico è nella stessa morale necessità del bene
comune, nella superiorità dell'organismo statale sulla vita
del singolo, superiorità che esige, che per certi delitti, oltre le altre pene,
vi sia come ultima ratio anche la morte…la soppressione della vita umana
non urta contro la dignità e la finalità propria della persona, poiché il
delinquente ha già rinunziato da se stesso alla propria dignità personale,
e avendo intaccato i fondamenti stessi della moralità e dell'ordinamento
giuridico ha distrutto anche le ragioni della sua esistenza terrena (S.
Tommaso, l.c. ad 3)” (200).
A sua volta
l'Haring scrive: “In linea di principio lo Stato ha diritto di
infliggere la pena di morte per punire gravi delitti, se ciò appare
necessario nell'interesse del bene pubblico. La Sacra Scrittura ribadisce
energicamente questo diritto dello stato: ‘Chi sparge sangue umano, dall'uomo
sarà sparso il suo sangue’ (Numeri, 35, 16)…’L'autorità non porta invano la
spada; essa è infatti ministra di Dio e vindice dell'ira per chi fa il male’
(Lettera ai Romani, 13, 4). In base ai citati passi della Scrittura e a tutta
la tradizione cristiana non è lecito negare per principio allo Stato il diritto
di decretare la pena di morte…. Una prassi penale troppo mite nei riguardi del
delinquente si risolve in crudeltà verso gli innocenti, che vengono privati di
una efficace difesa”(201).
Si noti che
il Mausbach afferma candidamente e senza trovare da eccepire che “molte
prescrizioni giudiziarie” colpiscono con la pena di morte “una serie di gravi peccati”,
come se fosse accettabile l’identità peccato-reato, che i cattolici hanno fatto
a lungo e tutto sommato vorrebbero fare ancora...
Da rilevare inoltre come sia presentata con imbarazzo non la
pena di morte ma “l’esitazione” dei primi cristiani di fronte ad essa. Opinione
condivisa del resto da Haring, secondo il quale “una prassi penale troppo
mite...si risolve in crudeltà verso gli innocenti”. E' l'argomento usato oggi
da fascisti e leghisti, ma anche da chi, come il Pd, è “aperto” alla
castrazione chimica dei pedofili...
La “svolta”
Appaiono quindi come una “svolta” rispetto a una posizione
bimillenaria, suffragata dal Vecchio Testamento, l'odierno rifiuto della
pena di morte da parte del Vaticano e il suo impegno nella lotta per la sua
abolizione a livello mondiale. Ma con quali argomenti?
Ecco le posizioni del Catechismo della Chiesa cattolica,
promulgato nel 1992 da Giovanni
Paolo II e riproposto sostanzialmente negli stessi termini anche nelle
edizioni successive, fino al Compendio del 2005:
"Nei tempi passati, da parte delle
autorità legittime si è fatto comunemente ricorso a pratiche crudeli per
salvaguardare la legge e l'ordine, spesso senza protesta dei pastori della
Chiesa, i quali nei loro propri tribunali hanno essi stessi adottato le
prescrizioni del diritto romano sulla tortura. Accanto a tali fatti
deplorevoli, però, la Chiesa ha sempre insegnato il dovere della clemenza e
della misericordia; ha vietato al clero di versare il sangue…. Nei tempi
recenti è diventato evidente che tali pratiche crudeli non erano né necessarie
per l'ordine pubblico, né conformi ai legittimi diritti della persona umana. Al
contrario, esse portano alle peggiori degradazioni. Ci si deve adoperare per la
loro abolizione. Bisogna pregare per le vittime e per i loro carnefici....
“La
legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per
chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si
ponga l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i
legittimi detentori dell'autorità hanno il diritto di usare anche le armi per
respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro
responsabilità….. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di
infliggere pene proporzionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi
tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è
volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione. La
pena poi, oltre che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza
delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa
deve contribuire alla correzione del colpevole.
“L'insegnamento
tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento
dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di
morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente
dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se invece i mezzi incruenti
sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza
delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi… Oggi… a seguito delle
possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine… i
casi di assoluta necessità di soppressione del reo 'sono ormai molto rari, se
non di fatto inesistenti' (Evangelium vitae)” (202).
E’ da notare intanto l’ipocrisia dei passaggi relativi alle
“pratiche crudeli” che sarebbero state guardate dalla Chiesa “senza protesta” o
mutuate dal diritto romano insegnando il dovere delle misericordia e vietando
al clero di versare il sangue. Si tratta di menzogne in quanto l’atteggiamento
della Chiesa è stato tutt’altro che di passiva accettazione o di clemenza: il
divieto al clero di “versare il sangue” scomparve almeno da quando papi e
vescovi guidarono gli eserciti in battaglia; Innocenzo IV e i suoi successori,
come si è visto, hanno non solo introdotto ma “preteso” l’uso della tortura da
parte delle autorità civili e Paolo IV ha incitato a servirsene, assolvendo i
chierici che avessero mutilato o anche ucciso il torturato... Se poi pensiamo
alle mutilazioni inflitte ai bestemmiatori, alla mazzolatura con squarto in
vigore nello stato della chiesa e a tutto il resto elencato qui sopra si
capisce che non ci fu certo nella Chiesa né clemenza né misericordia.
Altrettanto infondato è il tentativo di occultare le
responsabilità della Chiesa, affermando che soltanto “nei tempi recenti”
sarebbe divenuta evidente l’inutilità delle “pratiche crudeli” e che solo
“oggi” lo stato avrebbe “mezzi incruenti... sufficenti per difendere” la
società senza ricorrere alla pena di morte. Si è già detto come almeno da due
secoli il pensiero laico avesse contestato la pena di morte e con ben altre
ragioni.
Sono altri, non certo la mancanza di carceri sicure e mezzi
repressivi efficaci (!), i motivi che hanno ostacolato in passato l’abolizione
della pena di morte. Fra queste proprio l’idea, proposta dalla Chiesa sulla
scorta della Bibbia e difesa ancora nel 1957 dai teologi, che “Chi
sparge sangue umano, dall'uomo sarà sparso il suo sangue” (Numeri, 35,
16); o l’opinione del “lumen ecclesiae” Tommaso d’Aquino secondo cui la morte
“giova al peccatore per l'espiazione” e serve al bene comune. Ma la Chiesa, non
potendo/volendo ammettere di essersi sbagliata, seguita a difendere la pena di
morte in via di principio (“la Chiesa non esclude...il ricorso alla pena
di morte, quando questa fosse l'unica via”) limitandosi a ritenerla
“praticamente” non necessaria “oggi” data la possibilità dello Stato di
“reprimere efficacemente il crimine” e, anziché autocriticarsi per gli
argomenti usati in passato, ne introduce un altro ugualmente fasullo, che non
fu ieri il motivo della pena capitale, né oggi quello della sua abolizione.
Un'altra forma di tortura
Ancora più
ambigua la posizione della Chiesa sulla tortura che ovviamente condanna nelle
forme tradizionali, da essa praticate in passato, ma al tempo stesso ripropone,
fedele alla concezione della vita come “valle di lacrime” e sofferenza da
offrire a Dio, sotto forma dell’obbligo di restare in vita, anche quando la
vita sia diventata insopportabile e indegna d’essere vissuta. E’ quanto dice
Giovanni Paolo II nel 1995: “Oggi, in seguito ai progressi della medicina e in
un contesto culturale spesso chiuso alla trascendenza... si fa sempre più forte
la tentazione dell'eutanasia, cioè di impadronirsi della morte,
procurandola in anticipo e ponendo così fine ‘dolcemente’ alla vita propria
o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in
profondità si presenta assurdo e disumano. ... in conformità con il
Magistero dei miei Predecessori e in comunione con i Vescovi della Chiesa
cattolica, confermo che l'eutanasia è una grave violazione della Legge di
Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona
umana” (203).
Al fondo vi
è l'idea che spetta solo a Dio decidere quando mettere fine alla vita, anche
per chi non crede in lui, così come la morale cattolica è il meglio per tutti,
anche per chi cattolico non è né intende diventare.
Le stesse
posizioni ha ribadito, con la stessa arroganza, il papa in carica, il 24
ottobre 2007 (204), sempre con la solita incapacità di immaginarsi un mondo non
confessionale, in cui non tutti credono (anzi pochi, ormai, per verità) quello
cui crede il papa. Si aggiunga che i papi, per andare sul sicuro, intendono con
eutanasia non solo la scelta attiva di porre fine alla vita ma anche quella di
interrompere le cure, secondo un diritto costituzionale. La Chiesa è d'accordo
solo nel rifiutare l'accanimento terapeutico, salvo non riconoscere mai che il
caso sussista e facendolo sempre passare per “eutanasia”.
In questo
modo si sottopongono i malati terminali alla tortura di una vita impossibile,
come si è cominciato a capire in Italia nel 2006 con il drammatico caso di
Piergiorgio Welby, da molti anni affetto da una malattia incurabile arrivata
alla fase terminale col rischio di una lunga agonia per soffocamento. Egli
chiese (e alla fine ottenne non grazie allo stato ma al coraggio di un medico)
di mettere dignitosamente fine alla sua vita. La risposta fu il rifiuto del
funerale religioso chiesto da lui e dalla moglie e concesso con grandi onori,
quasi negli stessi giorni, al pluriomicida e torturatore Pinochet (poco dopo al
famoso cantante divorziato e risposato Pavarotti).
Proprio
Welby, morendo, ci ricordò come quella che la Chiesa ancora oggi pratica non
sia che una moderna forma di tortura. “Addio”, ha scritto Welby ai suoi
cattolicissimi torturatori, “Signori che fate della tortura infinita il mezzo,
lo strumento obbligato di realizzazione o di difesa dei vostri valori” (205).
E' questa in effetti, quella da cui Welby supplicava di
essere liberato, la sola “vita” che la Chiesa tutela, anzi impone a chi la
rifiuta, mentre distrugge tutte le altre nei modi che abbiamo visto, da secoli.
Note
1) in I
conti con la Bibbia, II. c. III
www.akkuaria.org/severinoproietti/index.html
2) ibid.
3) in De
errore profanorum religione, cit. in G. Barbero [a cura], Il
pensiero politico cristiano, UTET, Torino 1962
4) in C.
Rendina, I papi, Newton & Compton, Roma 2005, p. 94
5) Agostino,
Contro Fausto Manicheo, libro XXII, in Agostino, Tutte le opere, www.augustinus.it/italiano/index.html
6) J.
Flori, La guerra santa, Bologna, Il Mulino 2003, p. 43
7) in K.
Dechner, Storia criminale del cristianesimo, Ariele, Milano, vol. I, p.
71
8) Leone I,
Epistole 5, 13, 117 in Dechner, cit., III, p. 435
9) C.
Rendina, op. cit., p. 128-30
10) L.
Desanctis, Il papa non è successore di Pietro, Claudiana 186
11) C.
Rendina, op. cit., p. 150
12) in G.
Patacchiola, Le minoranze sessuali dal tardo impero romano al XVII secolo,
www.oliari.com/tesi/giuseppepatacchiola.html
13) ibid.
14) ibid.
15) K.
Deschner, La croce della Chiesa, Massari ed., Bolsena 2000, p. 233
16) P.
Delogu, Enciclopedia dei papi, Ist. Enciclopedia It., Roma 2000, vol. I,
p. 650
17) C.
Rendina, op. cit., pp. 231-33
18) N.
Fabretti, I vescovi di Roma, ed. Paoline, Cinisello alsamo 1986, pp.
109-110
19) A. Borrelli,
S. Leone III, in www.santiebeati.it/
20) C.
Rendina, op. cit., p. 258
21) A.
Piazza, in Dizionario enciclopedico dei papi, Città Nuova, Roma 1995, p.
707
22) in K.
Dechner, Storia criminale cit., vol.V, p. 129-30
23) A.
Borrelli, S. Leone IV, in www.santiebeati.it/
24) O.
Bertolini, Enciclopedia dei papi, cit., vo. II, p. 37
25) A.
Borrelli, S. Leone IX, in www.santiebeati.it/
26) P.
Partner, Il Dio degli eserciti. Islam e cristianesimo: le guerre sante,
Einaudi, Torino 2002, p. 93
27) J.
Flori, op. cit., p. 331
28)
ibid., p. 332
29)
P. Partner, op. cit., p. 95
30) in K.
Dechner, Storia criminale cit., vol.VI, p. 370
31) in R.
H. Bainton, Il cristiano, la guerra, la pace, Gribaudi, Torino 1968, pp.
139-40
32) in Vittime
della fede cristiana, tr. L. Franceschetti in www.uaar.it/
33) A.
Aruffo, La Chiesa e gli ebrei, Datanews, Roma 1998, p. 26
34) L. Poliakov,
Storia dell'antisemitismo, La Nuova Italia, Firenze 1974-90, v. II, p.
59
35) E.
Saracini, Breve storia degli ebrei e dell'antisemitismo, Mondadori
Milano 1977, p. 44
36) in Vittime
etc., cit.
37) P.
Partner, op. cit., p. 94
38) C. Mannucci,
L’odio antico. L’antisemitismo cristiano e le sue radici, Mondadori,
Milano 1993, p. 235
39) G.
Messadié, Storia dell'antisemitismo, Piemme, Casale monferrato 2002, p.
177
40) ibid.,
p. 155
41) E.
Saracini, op. cit., p. 43
42) P.
Partner, op. cit., p. 94
43) S.
Runciman, Storia delle crociate, Einaudi, Torino 1966, p. 792
44) ibid.,
p. 796
45) in K.
Deschner, Storia criminale etc. cit., vol. VII, p. 79
46)
ibid., vol. VII, p. 101
47) in M.
T. Fumagalli Beonio Brocchieri, Cristiani in armi, Laterza, Bari 2006,
p. 43
48) in J.
P. Migne, Patrologia latina, Garnier, Paris, vari anni, vol. CCXLVI
49) Concili
ecumenici, www.totustuus.biz/users/concili/
50) in K.
Deschner, Storia criminale cit., vol. VII, p. 132
51)
ibid., p. 136
52) A.
Landi, Fede e civiltà, d’Anna, Messina 1977, p. 15
53)
P. Partner, op. cit., p. 196
54)
ibid., p. 136
55) in E.
Buonaiuti, Storia del cristianesimo, Dall’Oglio, Milano 1979, vol. II,
p. 320-21
56) Somma
teologica, IIa IIae, q. 11, art. 3, Salani, Firenze 1949-75
57) Breve
all’arcivescovo di Sens, in H.-Ch. Lea, Storia dell’inquisizione:
origine e organizzazione, Feltrinelli/Bocca, Milano 1974, p. 188
58) A
Enrico, in K. Dechner, Storia criminale etc., cit., vo. VII, p. 135
59)
H.-Ch. Lea, op. cit.,
p. 289
60) in D.
Canfora, La libertà al tempo dell’inquisizione, Teti, Milano 1999, p. 27
61) N.
Eymerich, Manuale dell’inquisitore a.d. 1376, Piemme, Casale monferrato
1998
62) J.
Boswell, Cristianesimo, tolleranza, omosessualità, Leonardo,
Milano 1989, p. 355
63) in G.
Patacchiola, op. cit.
64)
in J. Boswell, op. cit., p. 352
65) K.
Deschner, Storia criminale cit., vol. VII, p. 342
66) M.
Baigent, R. Leigh, L’Inquisizione, Net, Milano 2004, p. 70
67) J.
Kelly, Dizionario illustrato dei papi, Piemme, Casale Monferrato 2003,
p. 553
68) C.
Rendina, op. cit., p. 549
69) J. Fo,
S. Tomat, L. Malucelli, Il libro nero del cristianesimo, Nuovi mondi
2000, pp. 143, 177
70) Concili
ecumenici, cit
71) in S.
Z. Ehler e J. B. Morrall, Chiesa e stato attraverso i secoli, Vita e
pensiero, Milano 1958
72) C.
Rendina, op. cit., p. 575
73) ibid.
74) v. A.
Corvisieri, Chiesa e schiavitù, Paleario ed., Roma s.d., p. 51
75) B.
Bennassar, Storia dell’Inquisizione spagnola, Rizzoli, Milano 2003, p. 35
76) A.
Petta, Gli scheletri della Inquisizione,
www.stampalternativa.it/wordpress/index.php?p=34
77)
M. Baigent etc., op. cit., p.11
78) G.
Tourn, I valdesi, Claudiana, Torino 1999, p. 86
79) in
S.Abbiati, A.Agnoletto, M. R. Lazzati, La stregoneria, Mondadori, Milano
1984, pp. 340-41
80) ibid.
81) H.
Institor, J. Sprender, Il martello delle streghe (Malleus maleficarum),
Spirali edizioni, Milano 2003
82) V. De
Angelis, Il libro nero della caccia alle streghe, Piemme, Casale di
Monferrato 2001, pp. 98-100
83) C.
Mornese, La “stria” Gatina e i suoi carnefici, Alias, suppl. “il
manifesto”, 11 settembre 2004
84) Il
libro nero del cristianesimo, cit., pp. 195-96
85) K.
Dechner Il gallo cantò ancora, Massari ed., Bolsena 1998,
p. 418
86) La
stregoneria, cit., pp. 342-348
87) in Magnum
Bullarium Romanum, vol. V
88) G.
Romeo, L’inquisizione nell’Italia moderna, Laterza, Bari 2002, p. 86
89) in Chiesa
e stato attraverso i secoli, cit.
90) S.
Giletti Benso, La conquista di un testo: il Requirimiento, Bulzoni, Roma
1989
91) in Cristiani
in armi, cit., p. 62
92) ibid.,
p. 45
93) C.
Rendina, op. cit., p. 613
94) P.
Hunermann, H.Denzingwer, Enchiridion symbolorum, EDB, Bologna 1995
95) in In
multis depraviatis in Magnum Bullarium Romanum,
cit., vol.
IV
96) Decreta
1, in L’Inquisizione, Biblioteca vaticana, Città del Vaticano 2003,
p. 319 n.
97)
G.Tourn, op. cit., p: 114
98)
G. Tourn, op. cit., p. 116-17
99) H.
Jedin, Storia della Chiesa, Jaca book, Milano 1976, v. VI, p. 600
100) G.
Patacchiola, op. cit.
101)
L.Ranke, Storia Papi, Sansoni, Firenze 1965, p. 258
102) F.
Arduino, S. Pio V, in www.santiebeati.it/
103) in C.
Rendina, op. cit., p. 654
104) ibid.,
p. 659
105)
Vittorino Grossi, Il Giubileo viaggio nella storia1575,
www.vatican.va/jubilee_2000/pilgrim/documents/ju_gp_01062000-6_it.html
106) C.
Rendina, op. cit., p. 658-60
107) ibid.
108) in Magnarum
Bullarium Romanum, cit.
109) C.
Rendina, op. cit., pp. 662-3
110) L.
Ranke, op. cit., pp. 332-33
111) A.
Ademollo, Le annotazioni di Mastro Titta, carnefice romano, Lapi
tipografo, Città di Castello 1886, p. 9
112) ibid.,
p. 10
113)
U.Ranke-Heinemann, Eunuchi per il regno dei cieli , Rizzoli, Milano
1993, p. 247
114)
ibid., p. 248
115)
ibid., p. 247
116) K.
Dechner, La croce della Chiesa, cit., p. 68
117)
U.Ranke-Heinemann, op.cit., p. 248
118) A.
Ademollo, op. cit., p. 12
119) in M.
Caffiero, Battesimi forzati, Viella, Roma 2004, p. 88-89
120) in G.
Miccoli, Santa sede, questione ebraica e antisemitismo fra Otto e Novecento
in C. Vivanti, Gli ebrei in Italia, vol. II, pp.1535-41
121) Lettere,
I, in Enciclopedia dei papi, cit., vol. III
122)
in U.Ranke-Heinemann, op.cit., p. 247
123) E.
Saracini, op. cit., p. 112
124) C.
Rendina, op. cit., p. 763
125) in L.
Ceci, Santa Sede e guerra in Etiopia, “Studi storici”, n. 44, 2003
126) Pio
XII, Discorsi e radiomessaggi, Città Vaticano, Roma 1940-58, voll.
XVIII, novembre 1956
127) ibid.,
vol. XVI, settembre 1954
128) in Il
monito del papa, “Civiltà Cattolica”, n. 87, 1936
129) Pio
XII, Discorsi etc., cit., 1 aprile 1939
130) Giovanni
Paolo II, Messaggio per la XV giornata della pace, www.vatican.va/, 1982
131)
Giovanni Paolo II,Messaggio all’ONU, www.vatican.va/, 1982
132) in Chiesa
e guerra, Il Mulino, Bologna 2005, p. 595
133) Catechismo
della Chiesa cattolica, Città Vaticano 1992
134)
Giovanni Paolo II, Omelia in Cile, www.vatican.va/, 4 aprile 1987
135)
Giovanni Paolo II, Discorso a Santo Domingo 12-13 ottobre 1992, www.vatican.va/
136) Enchiridion
Vaticanum, EDB, Bologna, 1962-2000
137)
Benedetto XVI, Discorso V Conferenza 'episcopato latinoamericano Brasile,
13/5/2007, www.vatican.va/
138)
Benedetto XVI, Discorso all’Angelus, “La repubblica”, 27/2/2006
139)
Agostino, I connubi adulterini, 2, 12
www.augustinus.it/italiano/index.html
140)
in U. Ranke-Heinemann, op. cit., pp. 134-35
141)
ibid.
142)
ibid., p. 144
143)
Tommaso d’Aquino, Somma contro i Gentili, Utet, Torino, 1997, III, CXXII
144)
U. Ranke-Heinemann, op. cit., pp. 283-84
145) ibid.,
p. 291
146)
Benedetto XVI, Convegno diocesi di Roma sulla pastorale giovanile, www.vatican.va/
147)
Innocenzo III, Commentario ai sette salmi penitenziali, in
Ranke-Heinemann, op. cit., p. 157
148) Ancora
nel 1922, nel manuale di teologia morale del Noldin si legge “Il creatore ha
posto nella natura il piacere e l’inclinazione ad esso per attirare gli uomini
verso una cosa che è oscena in sé e fastidiosa nelle sue conseguenze” (in
Heinemann, cit., p. 272).
149) Catechismo
romano, Leonardo, Milano 1994
150) Paolo
VI, Humanae vitae, www.vatican.va/
151)
Giovanni Paolo II, La procreazione responsabile, www.vatican.va/
152)
in Ranke-Heinemann, op. cit.
153) in K.
Dechner, La croce della Chiesa, cit., p. 201
154)
in Ranke-Heinemann, op. cit., p. 279-80
155) in K.
Dechner, La croce della Chiesa, cit., p. 204
156) Pio XI,
Casti connubi, in Tutte le encicliche dal 1740 a Pio XII, Libr.
ed. Vaticana, Città del Vaticano 2004
157)
Pio XII, in Ranke-Heinemann cit., p. 136
158)
Ranke-Heinemann cit., p. 291
159)
ibid., p. 303
160)
ibid., p. 303
161) in
K. Dechner, La croce della Chiesa, cit., p. 220
162) A.M.
de’ Liguori, Theologiae moralis, 4 voll., Marietti, Torino 1825-28, Tract.
IV, De quinto et sexsto
praecepto
163)
Poletti, Il magistero http://difendilavita.altervista.org/
164)
in Ranke-Heinemann, cit., p. 301
165) Pio
XI, Casti connubi, cit.
166)
Fabbrini, Il matrimonio ebreo, www.morasha.it/ 2002
167)
in Ranke-Heinemann, cit., p. 294-95
168)
Comm. teologica, La speranza di salvezza per i bimbi che muoiono senza
essere battezzati, 2007, www.vatican.va/
169) Pio
XII, Responsabilità e missione del chirurgo in Discorsi e
radiomessaggi, cit., vol. X, 1948
170) Pio
XII, Discorso alle ostetriche, Gregoriana, Padova 1951
171) Jone
in K. Dechner, La croce della Chiesa, cit., p. 220
172)
Haring in Ranke-Heinemann, cit., p. 294-95
173)
ibid.
174)
ibid.
175)
ibid., 301
176)
ibid., 302
177)
ibid.
178) T.
Eagleton, Mani sporche di sangue, “il manifesto”, 5/4/2005
179) Nota
dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il
comportamento dei cattolici nella vita politica, 24/11/2002 www.vatican.va/
180)
“Testimoni”, n. 2, 31 gennaio 2002
181)
Giovanni Paolo II, Messaggio per la XIII giornata mondiale del malato 2005,
www.vatican.va/
182)
Lattanzio, Divinae Institutiones, in Bainton, cit., p. 86
183)
Agostino, Città di Dio, l. I, 21 in Tutte le opere, cit.
184) in
K. Dechner, Storia criminale etc., cit., vol. VI, p. 17
185) T.
d’Aquino, Somma teologica, IIa-IIae, q.. 65 a. 1, Salani, Firenze cit.
186) in La
libertà al tempo dell’inquisizione, cit., pp.99-102
187) A.
Borioni, M. Pieri, Maledetta Isabella maledetto Colombo, Marsilio,
Padova 1992, p. 248
188) A.
Ademollo, Le giustizie a Roma dal 1674 al 1739 e dal1796 al 1870, Ed
Forzani, Roma 1882
189) A.
Ademollo, Le annotazioni di Mastro Titta, carnefice romano, Lapi
tipografo, Città di Castello 1886
190)
ibid., pp. 6-7
191) in
I. Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa, Bompiani, Milano 1988, p.
109
192) Catechismo
romano, cit., Quinto comandamento
193) A.
Ademollo, Le annotazioni etc., cit., pp. 20-36
194) A.
M. de’ Liguori, Istruzione al popolo. Del quinto precetto. Del sesto
precetto, www.intratext.com/bai/
195) A.
Ademollo, Le annotazioni etc., cit., p. 37
196)
ibid., p. 18
197) Pio
X, Catechismo della dottrina cristiana, F.lli Lanzani, Milano 1913
198) in Pena
di morte, Editing & Printing, www.utopia.it
199)
ibid.
200) G.
Mauesbach, Teologia morale, § 17. La pena di morte Ed. Paoline,
Roma 1954
201) B.
Haring, La legge di Cristo. Trattato di teologia morale, Morcelliana,
Brescia 1957
202) Catechismo
della Chiesa cattolica. Compendio, Libr. ed. Vaticana, Città vaticano 2005
203)
Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, 1995, www.vatican.va/
204)
Benedetto XVI, Discorso alla pontificia accademia per la vita, www.vatican.va/
205) P.
Welby, Lettera al Tg3, Tg 10/12/2006