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La cooperazione internazionale di fronte alle sfide del cambiamento globale
Assetti, problematiche, nuovi approcci
La cooperazione internazionale di fronte alle sfide del cambiamento globale
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04 aprile 2007
Negli ultimi anni si moltiplicano gli spazi accademici dedicati alla cooperazione e cresce l'interesse dei giovani verso questa modalità di relazione Nord-Sud. E mentre la letteratura in Italia è ancora scarsa, tanti studenti dedicano le loro tesi al reperimento di strumenti di approfondimento e allo studio di esperienze sul campo. È il caso di questa interessante ricerca, che indaga gli scenari di una cooperazione che cambia, diventa più complessa e si arricchisce con la discesa in campo di nuovi soggetti.



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Cooperazione e globalizzazione

La cooperazione internazionale di fronte alle sfide del cambiamento globale:

assetti, problematiche e nuovi approcci

 

di Matilde Fresa (marzo 2007)

 

Introduzione

I perché di un lavoro di ricerca come quello che qui si sviluppa, sono dettati da un percorso formativo molto particolare, da curiosità intellettuale e da un desiderio d’approfondimento.

Il mio interesse e curiosità per la cooperazione internazionale nascono in un’aula universitaria durante le lezioni di cooperazione allo sviluppo. L’attenzione per lo sviluppo umano, per le potenzialità dell’azione delle Autonomie locali, l’amore e la dedizione espresse dal docente per le metodologie partecipative, per l’importanza del decentramento, per i processi d’empowerment degli “ultimi”, mi hanno spinto a scegliere, come materia di studio, la cooperazione allo sviluppo, ed in particolare la cooperazione decentrata.

Il <<processo di decentramento come crescita d’importanza della territorialità costituisce, d’altra parte una componente di quell’unico processo, multidimensionale e complesso, che trasforma oggi gli scenari nazionali ed internazionali ed occupa la riflessione teorica e gli ambiti decisionali>>. Era di questo che mi dovevo occupare, ma sapevo che il mio percorso non sarebbe stato facile, anche perché la <<tensione globale-locale non si rileva univoca e predeterminata ma tende ad assumere manifestazioni diverse, tra cui si distacca per rilevanza strategica la ricerca delle possibilità e modalità diverse di collegamento>>.[1] I collegamenti, infatti, della cooperazione decentrata, approccio che si complica e s’intreccia con altre dimensioni e prospettive, tra cui la paradiplomacy, mi hanno spinto ad affrontare un connubio di tematiche che mi ha interessato profondamente.

La mia attenzione alla cooperazione si è poi incontrata con i miei interessi per la situazione che attraversa il Sahara Occidentale, trovando luogo d’espressione in una tesi di laurea dal titolo: “L’intreccio tra cooperazione decentrata e paradiplomacy. Il caso della Regione Emilia Romagna e delle sue politiche verso il popolo Saharawi”.[2]

Come risulta dallo stesso titolo, il corpo originario era diviso in due parti. La seconda, dedicata all’approccio della cooperazione decentrata e ne analizzava peculiarità e potenzialità attraverso uno studio di caso - l’intervento della Regione Emilia Romagna e degli enti da essa finanziati verso il popolo saharawi – non viene qui presentata.[3] Per la consultazione della tesi integrale si rimanda al sito www.saharawi.org, nella sezione documenti.

 

Analizzando l’intreccio tra cooperazione allo sviluppo, politica estera e cooperazione alla pace, il lavoro si propone di rispondere a diverse domande: cos’è cambiato nel panorama internazionale? Quali sono le sfide a cui ha dovuto rispondere la cooperazione allo sviluppo? Quali sono le risposte che è riuscita a darsi? E soprattutto, quali sono gli apporti, i contributi materiali, che nuovi approcci possono offrire al dibattito politico e metodologico internazionale?

Il primo capitolo analizza ciò che è cambiato nel panorama internazionale dagli anni novanta in poi e sul nuovo ruolo assunto dagli Stati nazione, che agiscono tra globalizzazione e nuovi modi d’appropriazione del territorio. L’analisi, che si muove tra post-nazionalismo, transnazionalismo e subnazionalismo, s’interroga sulle trasformazioni delle relazioni internazionali. Ma, quale influenza ha avuto ciò sul concetto di diplomazia? I concetti di diplomazia cittadina, two track diplomacy, paradiplomacy e multi track diplomacy sono concetti chiave utilizzati per evidenziare le trasformazioni in corso in tale ambito, con attenzione all’apporto alla pace e alla cooperazione allo sviluppo umano.

Cos’è lo sviluppo umano? Da dove nasce il concetto di sviluppo? Come si evolve? Qual è il nuovo ruolo della società civile nel percorso di ridefinizione della cooperazione allo sviluppo? Il secondo capitolo, concentrandosi sulle sfide poste alla e dalla cooperazione allo sviluppo, cerca di tracciare, analizzando il percorso di crisi di quest’ultima, i nuovi principi al centro del dibattito, quali quello del partenariato, della glocalizzazione, del coordinamento, coerenza ed efficacia delle nuove politiche di sviluppo realizzate nell’ottica della tutela dei diritti umani. Sono evidenziati, inoltre, il valore delle scelte politiche e il ruolo che queste possono avere nella determinazione di nuovi ed importanti scenari di cooperazione così come il rapporto tra cooperazione allo sviluppo e internazionalizzazione economica, attraverso il paradigma della multi track diplomacy.

In un intreccio tra sviluppo locale e co-sviluppo si evidenzia, all’interno del terzo capitolo, l’importanza del valore assunto dalla cooperazione decentrata e dalle sue caratteristiche a livello internazionale. L’innovatività della cooperazione decentrata, definita grazie all’analisi parallela e trasversale con la cooperazione governativa e non governativa, alle difficoltà e le debolezze del suo approccio, sono il fulcro del terzo capitolo. In ultimo, riprendendo il paradigma della multi track diplomacy, il concetto di paradiplomacy e l’approccio decentrato si cerca di delineare raccomandazioni e prospettive d’analisi comuni ad i tre approcci.

Il capitolo quarto punta ad analizzare il ruolo e il valore della cooperazione decentrata in Italia, sia dal punto di vista dell’evoluzione storico/ politico/ istituzionale che delle modalità d’azione, e assetti legislativi, in una prospettiva che va dal basso verso l’alto. Inoltre, si prefigge di analizzare il lento processo di riforma della legge nazionale di cooperazione allo sviluppo, la 49 del 1987, nel contesto complessivo di riforma nazionale del Titolo V della Costituzione italiana.[4]

Per quanto concerne le fonti, fondamentale è stata la consultazione di testi tradizionali, accademici e d’approfondimento su autori quali, Beck, Anderson, Rosenau, Habermas, Strange, Stiglitz ed altri. Indispensabili all’analisi della trasformazione del concetto di diplomazia, sono state le ricerche svolte a Roma presso il Centro Studi Difesa Civile e il CeSPI, Centro Studi di Politica Internazionale, in cui è stato possibile localizzare il testo base per la teoria della paradiplomacy di Adelcoa e Keating “Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments”, fondamentale per una serie di spunti riflessivi. Più difficile è stata la ricerca dei testi sulla multi track diplomacy. Solo grazie ad un contatto elettronico instaurato con l’Istituto per la Multi Track Diplomacy (IMTD), fondato da Mc Donald e Diamond, padri del paradigma della multi track, è stato possibile ricevere i testi direttamente dagli Stati Uniti d’America. Questi lavori hanno contribuito in maniera fondamentale all’analisi del ruolo svolto da nuovi attori nella cooperazione alla pace. Per i testi, papers e documenti ufficiali sulla cooperazione internazionale e decentrata, sono stati fondamentali i documenti dell’Unione Europea, del MAE e della DGCS e degli autori italiani.

L’opera di rielaborazione è stata, dopo un primo momento di difficoltà derivante dalla mole di testi letti, frutto di un processo di confronto, paragone e contrapposizione d’ipotesi, di tesi e punti di vista diversi. Per la parte sulla cooperazione decentrata, fondamentale è stato il riferimento ai testi di Ianni, Isernia e Stocchiero.[5]

Tutti questi testi hanno permesso di poter concettualizzare e tirare delle conclusione in relazione a temi come la politica estera delle Regioni, la paradiplomacy, la cooperazione decentrata, e di effettuare una serie di riflessioni sul caso analizzato, cercando più che di delineare le linee di separazione tra i settori della politica internazionale, di evidenziarne i ponti di collegamento, le border-linking lines.

 

Ringraziamenti

Ringrazio sentitamente la Prof.ssa Vanna Ianni che mi ha aiutato nella stesura del testo originale, tutte le persone intervistate e che mi hanno aiutato a riflettere su temi importanti ma altrettanto delicati, la mia famiglia che da sempre mi appoggia e mi segue nel mio lavoro e nella mia ricerca e un ringraziamento particolare a Giustino che da sempre mi aiuta nell’essere me stessa e a guardare in faccia la realtà per quello che è.

 

Capitolo 1

Lo scenario internazionale degli anni novanta

Crisi e ridefinizioni

 

I cambiamenti degli anni novanta

È questa un’epoca delle contraddizioni e delle contrapposizioni? Secondo la visione di B. Boutros – Ghali <<siamo entrati in un’era di transizione globale segnata da tendenze singolarmente contraddittorie; le associazioni regionali e continentali e gli Stati stanno sviluppando modalità per approfondire la cooperazione e appianare alcuni dei contenziosi caratteristici delle rivalità sovrane e nazionalistiche. I confini nazionali sono resi indistinti dalle comunicazioni avanzate, dal commercio mondiale e dalle decisioni degli stati di rinunciare ad alcune prerogative sovrane in favore di più ampie associazioni politiche comuni>>. Per molti autori, infatti, uno dei più visibili paradossi è il contrasto tra l’estrema facilità e velocità con la quale i capitali finanziari, le informazioni, le merci, circolano sul pianeta e le barriere che spesso vengono erette tra gli esseri umani. L’inclusione della minoranza, il loro accesso ai beni e alle risorse, caratterizzato spesso dall’eccessività e dallo spreco, implica l’esclusione della maggioranza dal godimento delle stesse possibilità, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi,[6] pertanto, quella che rimane esclusa è ciò che Murphy Brian indica con la cosiddetta “social majority”.[7]

Secondo la prospettiva di B. Boutros-Ghali espressa nel 1992, nella famosa Agenda per la Pace, si avverte un gran bisogno di collaborazione e cooperazione, attraverso meccanismi collettivi di discussione, su temi più diversi che a livello nazionale sembrano difficilmente gestibili, come il commercio e il diritto internazionale, la sicurezza collettiva, la finanza, il controllo delle armi, lo sviluppo e la tutela dell’ambiente, l’organizzazione di flussi internazionali d’aiuti e le strategie atte alla riduzione della povertà.[8] Forte è la tendenza ad uscire dai confini di pratiche individualiste e isolazioniste, e a cominciare ad operare oltre i confini della sovranità nazionale, all’interno di forum allargati e condivisi. <<Il mondo sta cambiando rapidamente e questi cambiamenti non sono superficiali […]. Essi sono, infatti, capaci di trasformare il panorama mondiale e perciò valori, strutture, e comportamenti […]. Il modo più semplice per descrivere questi cambiamenti è dire che il mondo sta riconoscendo la sua stessa interdipendenza>>.[9]

Dall’altra parte una forte attenzione è posta e va posta sulle differenze culturali e sociali. Forti richieste, non solo di riconoscimento politico d’identità, di libera autodeterminazione ma anche d'intervento della comunità internazionale in nome dei principi generali di diritto internazionale generalmente riconosciuti, provengono da molti angoli della terra. I conflitti sono non più solo statali ma intraregionali, subregionali, interstatali, internazionali e attraversano la comunità internazionale tutta. Quasi ovunque ci sono conglomerati o fazioni etniche, politiche e religiose che lottano contro la repressione e l’oppressione, e spesso per il riconoscimento di un principio ormai teoricamente consolidato, il principio di autodeterminazione dei popoli.

<<L’etichetta ‘fragmegration’, un concetto che giustappone processi di fragmentation e integration in corso all’interno, e tra organizzazioni, comunità, Paesi, e sistemi transnazionali per questo è virtualmente impossibile non trattarli come interattivi e connessi casualmente>>[10]. La percezione che deriva da tutto ciò è un senso di smarrimento, di depersonalizzazione, di rottura che senza dubbio turba, angoscia, inquieta o può essere anche concepito come il famoso attimo da cogliere? Carpe Diem? Questo momento storico, che può essere definito come periodo di crisi, ha messo in discussione certezze, convinzioni e paradigmi consolidati. Crisi? Si, ma nel senso letterale del termine (dal greco krìsis): “separazione, scelta, rottura”, un’accezione quindi sia negativa che positiva.

Neologismi, espressioni prima sconosciute sono stati creati per descrivere questo momento storico. Termini, come globalizzazione, cosmopolitizzazione, cosmopolitismo, glocalismo, transnazionalizzazione, postnazionalismo, terrorismo internazionale, paradiplomacy, multi track diplomacy sono ormai all’ordine del giorno non solo negli ambienti accademici, ma pervadono tutte le realtà, e forse spesso, secondo White se ne fa anche un abuso[11], nel senso che essi non solo vengono usati con leggerezza, ma anche in maniera scorretta. Macrae e Leader[12], anche, ritengono che si abusi o si faccia utilizzo inappropriato di termini considerati in voga in ambito politico, al tal punto da spogliarli del forte ed innovativo valore intrinseco. Termini politici dotati di forte potere di “attrazione”, come partecipazione, sviluppo sostenibile, coerenza rischiano di perdere il loro potenziale.

Tutto ciò però denota un immenso sforzo di delineare una “nuova gran teoria”, una sorta di teoria-container, una nuova grande narrazione, che possa oggettivare e, in ogni caso, cercare di spiegare, capire e razionalizzare ciò che in realtà succede. Nei grandi periodi di trasformazione, si avverte spesso una forte volontà di voler dar forma e definizione a fenomeni ancora informi, in fieri ed evanescenti. Questo senso di trasformazione è avvertito insieme però alle difficoltà di definizione, e per questo tutti gli sforzi, tutte le teorie sembrano incomplete e parziali. Come rileva Finn <<ogni esperto è d’accordo che il sistema è sottoposto a cambiamento, ma nessuno può essere completamente d’accordo su come sarà la nuova realtà>>.[13]

Beck, in realtà, rileva come l’essere cittadini del mondo e, non più solo dello Stato nazione, significa in un certo qual senso abbandonare la <<teoria- prigione dell’identità, della società e della politica territoriale>>.[14] L’invito più grande è, però quello di evitare di scadere nel “cosmopolitismo banale”, vale a dire nella semplificazione dell’esperienza della differenza; non basta, infatti, lasciarsi affascinare dalle differenze, assaporarle, tramite la televisione, ristoranti e mercatini, viaggi turistici, per credere di conoscerle. In un mondo senza confini, il pericolo di cadere in una semplificazione delle differenze e nel cosmopolitismo banale ricorre spesso. Questo rappresenterebbe tra l’altro un duplice errore. Il primo consistente nel non riuscire a cogliere, valorizzare e metabolizzare le differenze ma semplificandole e cogliendone solo l’aspetto superficiale e fenomenico; il secondo consistente nella ripetizione, però al contrario, dell’errore commesso già nella concezione del “nazionalismo banale”. “Definiamo e confermiamo costantemente e inconsapevolmente le nostre identità nazionali ogni volta che siamo impegnati nelle nostre attività ordinarie”.[15]In altre parole, si tratterebbe di una caricatura del cosmopolitismo, che ripete le premesse e gli errori del nazionalismo metodologico. Il cosmopolitismo, in tal modo, non solo non riuscirebbe ad apportare quel nuovo senso di scoperta e d'amore per le differenze, ma finirebbe per dare per scontato, come avvenuto per il nazionalismo banale, l’appartenenza culturale, il legame solidaristico, le specificità culturali e l’integrazione sociale.

Il nazionalismo per Beck ha peccato di presunzione e di superficialità nella definizione del senso di cittadinanza e di solidarietà, in tal modo, ha finito per essere poco consolidato e radicato. Secondo Beck, uno dei pericoli del cosmopolitismo consiste nell’universalismo che afferma la crescente uniformazione, cioè, l’eliminazione delle pluralità come tendenza in atto. Risultato?  Suicidio culturale. Cosmopolitismo invece deve significare il riconoscimento dell’alterità, aldilà dell’equivoco della territorialità e dell’omogeinizzazione. Secondo Beck, è avvenuta una sostituzione tra lo “sguardo nazionale” e lo “sguardo cosmopolita”. Ciò dovrebbe aiutare a capire dal profondo la nostra società, ormai multietnica.

Per Diamond e McDonald questo può rappresentare il momento in cui si afferma il “New World (Dis)Order”, un momento positivo dove l’integrazione e il bisogno di cooperazione porteranno ad un nuovo “Global Village”. Un occasional paper dell’ODI, Overseas Development Institute, del 1993 afferma:“ [….] Nel 1990 le relazioni e la politica internazionale sono state riformulate dalla trasformazione dell’interpretazione di sovranità, sicurezza ed economia di guerra” [16]. John Ikenberry rileva, in un suo saggio del 1996, che “L’ordine mondiale istituito negli anni quaranta è ancora con noi, in molti casi, più forte di prima. La sfida … non è immaginare e costruire un nuovo ordine mondiale ma rivendicare e rinnovare il vecchio […]”[17]. Horold Saunders rileva “Problemi e sempre più problemi si presenteranno alle nazioni al punto che nessuna nazione potrà più affrontali da se. Solo attraverso la cooperazione, la nazione potrà affrontarli adeguatamente. Questo però è vero in parte perchè tali problemi attraversano i confini nazionali, le nazioni sono interdipendenti, e in parte perché ci sono oggi più centri d’influenza, che per l’effetto-mondo multipolare”.[18]

“A partire dagli anni 1990, l’ampiezza e l’intensità della cosmopolitizzazione acquista una nuova qualità e oltrepassa di gran lunga quanto poteva essere osservato agli inizi del secolo. Parallelamente al cosmopolitismo che si diffonde al microlivello del mondo della vita, degli stili di vita e delle istituzioni quotidiane[ …] è in corso un processo di cosmopolitizzazione al macro livello”.[19] James Rosenau in un suo recente studio sostiene che fenomeni di profondo cambiamento oggi pervadono la vita quotidiana dei “cittadini del mondo”. Rivoluzione è la parola chiave. La rivoluzione delle comunicazioni ha facilitato il rapido e spesso simultaneo scambio d’idee, informazioni, immagini tra un continente e l’altro. La rivoluzione nei trasporti ha permesso, non più solo alle elites e ai turisti, ma a lavoratori, immigrati legali ed illegali, studenti ecc. di viaggiare e conoscere il mondo. La rivoluzione organizzativa ha consentito una diffusione e un decentramento dell’autorità e del potere aldilà dei confini tradizionali.

La rivoluzione economica ha ridirezionato flussi di beni, servizi, capitali, ownership tra i paesi. Rosenau evidenzia come nel frattempo il territorio e i confini continuano ad essere importanti, ma sono permeabili e porosi; politica estera e politica interna sembrano separate, ma si sovrappongono costantemente, gli Stati sembrano ormai non essere più i protagonisti indiscussi della scena internazionale, ma continuano, in alcuni ambiti, ad essere più che presenti. I casi storici di genocidio, persecuzioni, massacri e violazione di diritti umani, entrano nelle nostre case attraverso i mass media e sono alla portata di tutti, anche di chi non voleva vedere e/o sapere, ma le organizzazioni umanitarie spesso sembrano immobilizzate o incapaci di agire.

Tutto ciò ha prodotto fenomeni materialmente non quantificabili, ma sicuramente profondi e persino contraddittori, quali: erosione dei confini nazionali, integrazione regionale, proliferazione di networks, rivalutazione di concetti, quali, patria e appartenenza culturale, moltiplicazione di movimenti sociali, trasformazione e spesso indebolimento e dispersione dell’autorità, del potere statale, della sovranità. In questo contesto, si assiste ad una riscoperta ed empowerment della società civile, che come soggetto e non più come oggetto, lavora, pensa, agisce per e con la realtà locale e globale con una coscienza diversa. La società contemporanea, infatti, è come se si barcamenasse tra tendenze dicotomiche, tra il piccolo e il grande, tra il nuovo e il vecchio, tra il locale e il globale cercando di stabilirne un punto d’equilibrio, di goderne i vantaggi e di coglierne le inedite opportunità, esorcizzando i pericoli, temendo sfide e rischi.

Questi “fondamentali cambiamenti sociali hanno creato una nuova gamma di aspettattive per le relazioni internazionali […]. Le forze collanti della globalizzazione e delle trasformazioni hanno creato nuovi punti di forza più efficienti, ma anche più terribili di quanto qualsiasi mondo abbia conosciuto prima, ma insieme con esse nuove forme di potere stanno prendendo vita”[20]. Le opportunità si intrecciano con difficoltà, paure e incertezze. Nell’analisi del nuovo millennio, è come se si fossero scoperti due movimenti simultanei ma contraddittori all’interno delle relazioni e della cooperazione internazionale, l’unità e la diversità, l’integrazione culturale e la preservazione delle differenze, il cosmopolitismo e la difesa dall’omogeneizzazione culturale, che però s’incontrano e si scontrano, armonizzandosi reciprocamente.[21]

Forse proprio il termine più adatto a designare l’attuale momento storico è “transizione”; essa coglie a fondo anche il senso di movimento verso il nuovo che, però è sconosciuto, e quindi incuriosisce e spaventa, ma coglie anche il senso d’attaccamento al vecchio, con cui spesso ci si riconosce, identifica e addirittura ci si reinventa, come più volte evidenzia Beck. Le previsioni all’inizio degli anni novanta erano: la fine del bipolarismo e l’avvento di un mondo unipolare, ma la nuova realtà ha invece dato vita ad un “massive flux[22] di sistemi politici e relazioni intestatali, collaborazioni e accordi formali e non, tra i più diversi soggetti della società civile. Processi quali: democratizzazione, pluripartitismo, votazioni libere e universali sono temi ormai all’ordine del giorno in ogni area geopolitica. La consapevolezza del livello d’integrazione internazionale si riflette anche su concetti quali: potere, violenza, giustizia, terrore, economia, sostenibilità ambientale. La nostra società è, infatti, sia pervasa da un senso di profondo cambiamento, che da un forte senso d’attaccamento al passato, alla storia, alla memoria.

In un panorama caratterizzato sì dall’erosione della governance nazionale, dalla ricerca della global governance, dalla destrutturazione delle economie di scala, dalla proliferazione delle economie informali, dall’integrazione e dalla frammentazione, la cooperazione internazionale ha assunto nuova forza e impeto, facendo di questa congiuntura storica un momento di grande sfida-opportunità, di crescita e invenzione di nuovi modi di espressione e organizzazione, di scelta, di rottura e quindi di crisi[23].

 

La crisi dello Stato nazione: tra postnazionalismo, transnazionalismo e subnazionalismo

“…La grande epoca dello Stato nazione è vicina alla fine… l’emergente ordine postnazionale potrebbe tranquillamente dimostrare di essere non un sistema di unità omogenee (come con il classico sistema di stati-nazione) ma un sistema basato su relazioni tra unità eterogenee (alcuni movimenti sociali, gruppi d’interesse, corpi di professionisti, alcune organizzazioni non governative, alcuni corpi armati di polizia, alcuni corpi giuridici)”[24]. Prima di analizzare l’emergere di concetti, quali post, il trans e il subnazionalismo, bisogna domandarsi, cos’è una nazione? E uno Stato? E uno Stato nazione?

Si legge, generalmente, che <<la nazione è costituita da un insieme di persone che condividono tratti culturali variabili: per lo più lingua, religione, tradizioni>>[25], ma si tratta di una definizione che può risultare ingannevole per la sua semplicità. Le formazioni sociali che si definiscono o che vengono definite “nazioni”, sono comunque caratterizzate da innumerevoli differenze. Ciononostante si può affermare che la nazione identifica una comunità umana caratterizzata da tradizioni storiche, linguistiche, costumi e cultura condivise. Può anche essere “concepita come un gruppo d'uomini unito da un legame naturale e quindi eterno”. Spesso è stata indicata come una sorta di “estensione di persona collettiva”, quindi composta da gruppi con le stesse caratteristiche, quali la lingua, i costumi, la religione ecc., altre volte come “volontà di vivere insieme”[26], “come plebiscito di tutti i giorni”, o come “un’entità ideologica, cioè il riflesso nella mente degli uomini di una situazione di potere”.[27]

Il concetto di nazione si è poi affermato attraverso il diritto all’autodeterminazione democratica, alla cittadinanza di una popolazione inizialmente dispersa, integrata poi culturalmente, attraverso anche il simbolismo culturale, l’appartenenza comune, la solidarietà civica e attraverso rapporti di sincerità e legittimazione reciproca. Martin Ira Glassner scrive: <<la nazione è un gruppo umano. [...] gli studiosi usano generalmente questo termine per indicare un gruppo abbastanza numeroso che condivide uno o più tratti culturali come religione, lingua, istituzioni politiche, valori e tradizioni storico-letterarie. I suoi membri tendono ad identificarsi reciprocamente, a sentirsi più vicini fra loro che agli altri gruppi, hanno un comune senso di appartenenza e sono chiaramente distinguibili dai gruppi che non condividono la stessa cultura>>.[28]

In realtà, molti autori proprio mettendo in risalto la mancanza di “oggettività” dell’esistenza di una tal entità ed evidenziandone il carattere ideologico, costruito, piuttosto che tangibile[29] dubitano di tale definizione.

La nazione per Anderson è <<una comunità politica immaginata, e immaginata come intrinsecamente e contemporaneamente limitata e sovrana. È immaginata in quanto gli abitanti della più piccola nazione non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare, eppure nella mente di ognuno di noi vive l’immagine del loro essere comunità>>. Anderson per avvalorare la sua tesi riporta diversi pareri di studiosi che hanno condiviso e condividono questa visione di nazionalismo, basato sull’invenzione della comunità. Tra i quali compare Seton-Watson, per cui <<tutto quello che posso dire è che una nazione esiste quando un numero significativo di persone all’interno di una comunità si considera come costituente una nazione, o agisce come se ne avesse costituita una>>, ancora cita Gellner, per cui <<Il nazionalismo non è il risveglio delle nazioni all’autoconsapevolezza: piuttosto inventa le nazioni dove esse non esistono>>.[30]

Secondo Anderson, non è vero che il nazionalismo si nasconde dietro l’invenzione e la costruzione, perché in tal modo si affermerebbe l’esistenza di comunità vera contrapposta alla nazione. “In realtà è immaginata ogni comunità più grande di un villaggio primordiale, dove tutti si conoscono (e forse lo è anch’esso)”. Per lei la differenza tra le comunità consiste solo nel modo in cui esse vengono immaginate e si immaginano. La nazione è inoltre immaginata come ‘limitata’, in quanto la più grande, ha comunque dei confini finiti, anche se sotto alcuni punti di vista elastici. Tutte immaginano per se dei confini, “nessuna comunità si immagina confinante con l’umanità”[31]. Inoltre la nazione è immaginata come ‘sovrana’, in quanto il concetto è nato quando illuminismo e rivoluzione stavano distruggendo la legittimità del regno dinastico.

Ed infine la nazione è immaginata come comunità, in quanto malgrado ineguaglianze di fatto, la nazione viene è sempre concepita in termini di profonda fraternità, e spinge gli uomini a credere, lottare e morire anche per un concetto che in fin dei conti è “immaginato” e costruito attraverso strumenti quali, censimenti, mappe, musei, lingue, e soprattutto attraverso la storia.

In relazione invece allo Stato, con la Pace di Wesfalia del 1648 s’istituisce, un sistema rigidamente interstatale, basato sul principio secondo cui ogni Stato è un’entità superiorem non recognoscens. Le comunicazioni e le relazioni internazionali per operare, appunto, aldilà delle frontiere dei rispettivi Stati sovrani devono essere da quest’ultimi debitamente riconosciuti. La creazione e fortificazione degli Stati europei è vissuta sia come ristabilimento dell’unità di una comunità, quindi un’unità prepolitica di una comunanza di destini storici, sia come lo stabilimento della democrazia, del diritto.

Secondo le teorie politiche classiche[32], un ente per essere considerato Stato, deve essere composto d’alcuni elementi essenziali, quali il territorio, una popolazione residente permanente, un governo funzionante, un’economia organizzata, un sistema di circolazione e deve inoltre godere anche di requisiti rientranti nel dominio delle scienze politiche e del diritto internazionale, quali la sovranità sia sulla popolazione che sul territorio, che il riconoscimento di almeno una parte della comunità internazionale[33].

I concetti di Stato e di nazione, all’interno del panorama europeo, sono andati sempre più intrecciandosi, infatti, il rapporto viene di solito descritto come bilaterale e biunivoco. Conditio sine qua non all’esistenza dello Stato nazione? La dell’esistenza stessa di una nazione o un popolo[34] con una comunanza di tradizioni e destino, oppure il senso organizzativo-istituzionale, la base costituente dello Stato nazione, oppure ancora esiste una differenza fondamentale tra il concetto di Stato e quello di nazione: cioè la base territoriale. Lo Stato nazione, nel corso del tempo, si è configurato, in Occidente, come unità, soggetto unico di potere pubblico e di diritto internazionale: i confini della politica, del diritto e dell'economia coincidevano con i suoi confini geografici. In dottrina, il ruolo e l’importanza dello Stato nazione sono stati l’emblema della storia delle relazioni internazionali.

Secondo Habermas l’identificazione tra Stato e nazione ha garantito le condizioni ambientali necessarie per lo sviluppo del sistema capitalistico, e ha costituito l’infrastruttura amministrativa disciplinata secondo lo stato di diritto, ed ha offerto le garanzie necessarie alla formazione di uno spazio per l’agire individuale e collettivo.[35] Gli Stati nazione, legatisi al concetto di democrazia,[36] hanno rappresentato le fondamenta per la costruzione dell’integrazione socio-politca-culturale occidentale. Lo Stato nazione è, pertanto composto, da comunità legate alla stessa discendenza e integrate sia a livello geografico, tramite l’insediamento e i rapporti di vicinato, sia a livello culturale tramite la comunanza della lingua, dei costumi e delle tradizioni a livello politico integrate attraverso un’organizzazione statale, un apparato effettivo ed indipendente di governo, che esercita il suo potere su una comunità territoriale integrata. A partire, tuttavia, dalla fine degli anni settanta, e in maniera sempre più evidente dall’inizio degli anni novanta, questa forma d’istituzionalizzazione basata sullo Stato nazione, è entrata in crisi per effetto della complessificazione del panorama internazionale.

La crisi dello Stato nazione rientra all’interno di un dibattito più ampio e relativo soprattutto ad una diversa concezione di società, definita da Beck mondiale. Secondo Beck, a differenza del passato, si assiste all’emergenza di una società mondiale senza Stato, una società che agisce in più luoghi, aldilà dei confini nazionali; in maniera inclusiva, coinvolgendo tutte le comunità umane, in maniera più efficace per la sua abilità di attrarre l’opinione pubblica, si assiste, pertanto, alla “politicizzazione per mezzo della depoliticizzazione degli Stati”[37].

La decolonizzazione, inoltre, ha visto l’emergere di relazioni non-statali, trasnazionali, soprattutto a causa dell’artificialità dei confini imposti e delle reali lealtà primarie che non si dirigevano all’istituzionalizzazione statale, ma si incentravano su rapporti comunitari ancestrali. Lo Stato nazione si è dimostrato, col tempo, non rappresentare l’unica modalità organizzativa delle comunità. Esistono Stati difficilmente classificabili in quanto ad organizzazione, tra questi Glassner[38] ne rileva diversi: i quasi Stato, tra cui rientra ad esempio Città del Vaticano,[39] oppure gli Stati ribelli, caratterizzati dalla capacità di un gruppo minoritario di occupare e mantenere il controllo su una base territoriale interna allo Stato, esempio lampante è l’OLP, che ha ottenuto una base territoriale nella striscia di Gaza e Gerico.

Da rilevare sono anche le nazioni-non Stato, rappresentate da quelle comunità che vivono in uno o più Stati e che vogliono costituirne uno proprio su un territorio che al momento ne fa parte di un altro, un esempio sono i repubblicani dell’Ulster. Glassner evidenzia anche l’esistenza di territori a status incerto, e come esempio rappresentativo riporta proprio il caso che sarà oggetto d’analisi di questo lavoro, cioè, il Sahara Occidentale. Secondo l’autore, infatti, il Sahara Occidentale, nonostante si sia dotato di una struttura statale, quale la RASD, nonostante abbia visto ribadito il proprio diritto all’autodeterminazione, non può definirsi Stato al 100%, potrà infatti, secondo lui, definirsi tale solo dopo lo svolgimento del referendum.

Il panorama internazionale evidenzia come non solo l’organizzazione delle comunità umane non può essere riconducibile ad un unico modello, ma che anche il concetto classico di Stato nazione ha subito un vero e proprio processo di ridefinizione e crisi. La formula dello Stato nazione, che ha avuto particolare fortuna nel XIX secolo e per buona parte del XX , ha subito nell'ultima parte del secolo un'incisiva erosione, dovuta alla perdita di unità al suo interno (grazie al formarsi di autorità indipendenti, regioni, enti pubblici nazionali, organismi pubblici), e alla perdita di sovranità verso l'esterno (grazie al formarsi di organismi internazionali e sovranazionali detentori di parte del potere pubblico statale).

Da un lavoro dell’UNDP, infatti, si evince, come le forze sopranazionali, nel duplice processo di globalizzazione e regionalizzazione, stanno indebolendo il concetto convenzionale di stato territoriale dall’alto. Infatti, da un lato la globalizzazione ha ridotto il potere dello stato nei propri affari economici e ha eroso la sfera della sovranità nazionale. Dall’altra parte forze che possono essere definite subnazionali, hanno cominciato ad erodere lo stato dal basso, e a sfidare la legittimità politica e a scontrarsi con l’integrità territoriale. Lui, infatti, definisce questo meccanismo come “la dialettica del subnazionalismo e del sovranazionalismo”. Fenomeni complessi come la globalizzazione, determinano l’ampliarsi e l’intensificarsi dei rapporti tra persone, transazioni economiche, movimenti di capitale, informazioni, che sono i nodi, e allo stesso tempo le maglie di una fitta rete.[40]

L’espressione “globalizzazione” evoca “ l’immagine di flussi montanti che scalzano dal basso i controlli di frontiera minacciando di far crollare l’edificio”[41]. Le misure relative alla velocità di circolazione diventano sempre più importanti, segnalando il trasferirsi dei controlli dalla dimensione spaziale a quella temporale. È come se si assistesse alla spazializzazione del tempo e alla temporalizzazione dello spazio. Ovviamente il punto di volta, sempre per Habermas, è guardare a tutti questi cambiamenti non come una sconfitta, ma come una sfida. Tutto ciò che oggi appare come problema, dovrebbe trasformarsi in “agenda politica”. Concetti quali, lo Stato territoriale, nazione, economia nazionale, costituitesi entro le frontiere statali, hanno rappresentato una sorta di costellazione storica in cui il processo democratico ha potuto assumere una configurazione istituzionale più o meno convincente.

Tale costellazione, oggi, è messa fortemente in discussione e le tendenze in atto sono concepite come sfide politiche in quanto si ascrivono nell’ottica abituale dello Stato nazione, infatti per lui, le società moderne sono colpite da processi di denazionalizzazione, e si stanno aprendo verso una società mondiale in movimento costante. Pertanto Beck evidenzia come la società mondiale non statale stia davvero cambiando i rapporti internazionali, non più legati territorialmente e politicamente al concetto di Stato nazione e “cancella l’identità tra distanza spaziale e quella sociale”.[42] Per questo, secondo Beck bisogna distinguere tra “società mondiale come somma di Stati nazionali e società di Stati nazionali, e le società mondiali di attori e spazi transnazionali”.[43]

Habermas con uno spirito critico ed originale prova a supporre le reazioni del “sovrano territoriale”, di fronte a profondi cambiamenti, e ne individua due: di chiusura quindi di difesa, e di apertura quindi attacco. Ciononostante, ritiene tali atteggiamenti né una risposta né una soluzione adeguata. Nell’ottica della costellazione postnazionale crede, infatti, che non si possono indicare strade sicure; anche perché le modalità di rete, di cooperazione, di integrazione funzionale e sociale si sovrappongono e si eludono a vicenda. Per Habermas non bisogna neanche esagerare, nel prevedere la fine della politica, come fanno i post-moderni, che destrutturano completamente la realtà, prevedendo insieme alla dissoluzione e alla disgregazione dello Stato nazione la disgregazione del concetto di politica.

Le sfide/opportunità della globalizzazione possano essere affrontate, solo se si affermano nuove forme di autogoverno democratico. Solo una volontà transnazionale e un senso diffuso di solidarismo, oltre i confini nazionali, potranno cambiare il panorama. Una prima risposta? La democrazia dibattimentale e discorsiva [deliberativ] che, attuata dal basso e senza paletti territoriali, permetta l’accessibilità e la formazione dell’opinione pubblica, attraverso un “processo d’apprendimento” aperto al futuro. Per questo, secondo lui, ci si avvia verso epoca postnazionale. Infatti, non avendo identità etica comune (la società civile mondiale), la politica interna mondiale non può legittimare una procedura statalmente centralizzata e gerarchizzata a livello globale.

Si organizza infatti, in una prospettiva decentrata, non come “politica” centralizzata di un unico stato mondiale, bensì come interazione a più livelli di “politiche” locali, nazionali e soprannazionali. In questo senso la democrazia internazionale si presenta come una rete, come una prospettiva di fiducia, collaborazione e anticipazione normativa, che chiede di essere istituzionalizzata giuridicamente. Per un verso egli sostiene la necessità di anticipare normativamente una “politica interna mondiale”, attuando una chiusura politica all’apertura economica del mercato globale. Per l’altro verso, immagina questa chiusura, non nei termini di un super Stato gerarchico e centralizzato, che definisce dall’alto i livelli subordinati delle decisioni inferiori, bensì nei termini di un federalismo transnazionale che dà voce al pluralismo della società civile.

Analizzando il punto di vista di Beck, il postnazionalismo mette in discussione uno dei più possenti pilastri della rappresentazione della società e della politica. Critica, infatti, la convinzione che la ‘società moderna’ e la ‘politica moderna’ possano esistere solo perché organizzate sulla base dello Stato nazione, critica la concezione di una società, identificata con la società nazionale, territoriale, organizzata in uno stato e circoscritta da confini. Il discorso di Beck parte dalla critica all’assioma di base dello “sguardo nazionale” del “nazionalismo metodologico”, ovvero l’affermazione secondo cui la nazione, lo stato, la società sono le forme sociali e politiche ‘naturali’ del mondo moderno. In quest’ottica è lo Stato nazionale che definisce la società nazionale e non viceversa. La società, in tal modo, è concepita nell’“ottica territoriale, legata a confini, insomma una sorta di teoria container: Stato e società si determinano reciprocamente”[44]. Per questo il nazionalismo metodologico, concepisce la dimensione sociale, quella culturale e quella politica, mediante categorie del tipo ‘o….o’, in altre parole, secondo un ottica esclusivista, che differenza il cittadino dallo straniero, il nazionale dall’internazionale, il dentro dal fuori; mentre l’ottica postnazionale è un’ottica inclusivista e segue la logica del ‘sia….sia’.

Prospettiva postnazionale significa che l’equazione territorialità = sovranità = potere politico = Stato nazionale non regge più. L’aggettivo ‘internazionale’ non deve essere cancellato dal lessico della politica e della scienza politica. Le relazioni tra gli Stati continuano ad essere importanti, ma non più esclusive, non sono più monopolizzabili, e soprattutto, cambiano la loro grammatica, le unità delle relazioni internazionali, i concetti di ‘Stato’ e ‘nazione’, vengono svuotate del loro nucleo perché:

v      nella società globale del rischio non si può più dare una risposta nazionale ai problemi nazionali;

v      i diritti umani sono applicati anche contro gli Stati e sono ‘difesi’ da Stati contro altri Stati;

v      il capitale mobilissimo costringe all’auto potenziamento e all’auto trasformazione del concetto di Stato fissato ad un territorio.

Se lo Stato nazione fondava la propria vita alla “monogamia di luogo”, l’epoca attuale ci porta ad una sorta di “poligamia di luogo”.[45] La pluralizzazione degli attori nelle relazioni internazionali è un punto fondamentale nella prospettiva postnazionale, il capitale globale, le organizzazioni internazionali organizzazioni governative e  non, diventano soggetti attivi in un panorama di meta scontro’. Nel Report della Commissione sulla Global Governance pubblicato dall’ONU, la politica delle organizzazioni sopranazionali non si propone soltanto di gestire la globalizzazione economica, ma intende anche introdurre una nuova etica della democrazia e dei diritti umani globali. Ed ecco che, secondo Beck, la politica estera si orienta alla tutela dei diritti umani, i quali non ubbidiscono più al diritto internazionale e al principio di non ingerenza negli affari interni, e le guerre civili diventano internazionalizzate. Nell’epoca postnazionale i confini più che essere concepiti come barriere diventano dei ponti, dove da strutture cognitive del ‘noi’ come opposto a ‘loro’ diventano dei ‘bridging borders’,[46] trasnazionalismo e subnazionalismo si intrecciano e si sovrappongono continuamente.

Il transnazionalismo[47] rappresenta un’altra manifestazione di questa crisi dello Stato nazione, secondo un’analisi del Centro Studi Difesa Civile[48], può essere, infatti, definito come la dinamica dei ruoli, delle strutture e delle istituzioni alla cui origine ci sono attori diversi dai governi e dalle agenzie intergovernative, in grado di agire e interagire significativamente nello spazio funzionale internazionale in modo più o meno autonomo rispetto ai centri di potere politico di matrice governativa. Tali attori prescindendo dalla statalità e la territorialità agiscono all’interno delle relazioni internazionali.

Gli impulsi al transnazionalismo, con la trasformazione dello stato moderno, si accompagnano strettamente alla pratica della cooperazione organizzata. Quest’ultima, oltre che in funzione di potenziamento e sinergismo delle unità che ne fanno parte, esiste anche per perseguire sul piano internazionale nuovi obiettivi, che si sommano, si aggiungono a quelli delle unità aggregate. I soggetti, i nuovi attori della scena mondiale, grazie alla diversificazione, pluralizzazione e multidimensionalizzazione dei loro campi d’azione e competenze, diventano ‘cause oriented’.[49] Non bisogna però credere che il transnazionalismo organizzato sia, in quanto tale, incompatibile col sistema dei rapporti interstatali, ma è invece incompatibile con il monopolio statalistico della vita delle relazioni internazionali, o comunque con l’assolutismo del sistema della politica. Esistono inoltre dimensioni principali del processo di transnazionalizzazione:

v      Organizzazione, cioè all’esistenza sul piano internazionale d’apparati funzionali permanenti gestiti da volontari e/o funzionari specializzati nella realizzazione delle scelte politiche e di programmi..

v      Mondializzazione, con tale processo ci si riferisce:

1.            sia ad un continuum di ruoli dal quartiere, dalla città fino ai centri decisionali internazionali e quindi ad una diffusione capillare sul piano locale, nazionale, internazionale, radicata, diffusa e operativa su scala globale;

2.            sia al contenuto dei programmi formativi interni ai singoli soggetti transnazionali, come l’educazione alla mondialità, alla cooperazione e collaborazione multiculturale.

v       Specializzazione, con tale termine si fa riferimento alla capacità di rispondere e di tradurre le domande politiche popolari in una rosa di alternative politiche possibili.

v       Politicizzazione, con tale vocabolo si designa il processo di avvicinamento degli attori di carattere transnazionale agli attori più politici per antonomasia, quali governi, agenzie intergovernative, diplomazie.[50]

Riguardo al transnazionalismo, Beck individua come alternativa allo Stato nazione lo Stato transnazionale, caratterizzato dalla non-territorialità, dall’accettazione del concetto di Stato, rivisto però nell’ottica della globalità, della multidimensionalità, e della “rivitalizzazione della politica”, del localismo ed è sostanzialmente diverso dallo Stato nazione soprattutto perché “la globalità diviene in maniera irreversibile il fondamento del pensiero e dell’agire politico”.[51]

In questo panorama di ridefinizione dei ruoli, esiste uno stretto collegamento tra transnazionalismo e subnazionalismo, cioè, la cooperazione transnazionale. Essa rappresenta una risposta alle sfide della globalizzazione, insieme alla complementarietà tra il globale e il locale, e al ruolo delle unità subnazionali. Le Regioni, gli Enti e le strutture subnazionali vanno intese nel duplice senso, come evidenziato da Andrè Lecours,[52]

v      sia nel senso di attori subnazionali che agiscono e formano reti transnazionali;

v      sia nel senso di macro attori a livello più aggregato.

I governi regionali che operano a livello internazionale, non sono un fenomeno nuovo. Ricordiamo l’esempio d’alcune Regioni americane che già dal 1950 avevano rapporti all’estero con altri enti regionali[53]. In realtà dal 1990, l’attività internazionale dei governi regionali ha acquistato nuova prominenza.

In un’ottica più legata alla visione delle comunità e delle società come identità collettiva, il subnazionalismo è definito dall’UNDP come una manifestazione di una certa comunità o identità collettiva diversa dall’identità generale e condivisa dalla cittadinanza di uno Stato costituito. Spesso, questi movimenti possono essere di carattere indipendentista, che più che essere espressione del desiderio di internazionalizzazione e di ampia condivisione di valori e esperienze, sono definiti da Mingus, fenomeni di ‘disobbedienza civile’, di negoziatori economici internazionali. Bisogna però valutare con attenzione il lavoro delle unità subnazionali, non come lavoro solo ed esclusivamente di carattere economico, classificando erroneamente le unità subnazionali come attori di second’ordine, anche perché spesso il lavoro sotteso e nascosto può essere davvero d’aiuto per i processi di collaborazione intergovernativo.

Questo meccanismo di cooperazione subnazionale, in alcuni casi, ha dimostrato che essi hanno un legittimo ruolo nel campo della diplomazia internazionale, anzi della paradiplomacy. Tale concetto sarà al centro dei dibattiti politici e della cooperazione internazionale, a partire sostanzialmente dagli anni novanta. Basti per ora ricordare che il ruolo degli Enti locali, delle Regioni e dei governi subnazionali a livello internazionale è diventato un punto chiave nella politica internazionale. Francisco Adelcoa e Michael Keating,[54] evidenziano l’importanza dei fenomeni del transnazionalismo, postnazionalismo e subnazionalismo, nell’ottica di un approccio post-diplomatico, ritengono infatti che:

1.      Il riconoscimento, il coinvolgimento e la partecipazione delle unità subnazionali negli affari esteri non è una questione transitoria, ma rappresenta un cambiamento nella pratica della diplomazia;

2.      Nel panorama dell’internazionalizzazione e della subnazionalizzazione, possono essere protagonisti potenzialmente dei conflitti non solo Stati rivali, ma anche Regioni e più in generale tutti i soggetti che della scena internazionale;

3.      Esiste la possibilità di gestione di conflitti e la compatibilità tra ruolo degli Stati e delle Regioni in politica estera, dovuta soprattutto ad una maggiore opportunità di cooperazione e di condivisione di ruoli;

4.      La richiesta multiforme e plurale di cambiamento nell’attitudine da parte degli Stati e delle Regioni ha aumentato la capacità di accettazione della nuova realtà di condivisione di poteri e interdipendenza reciproca.

Infine, l’osservazione di Beck[55] evidenzia molto chiaramente il nuovo rapporto che si è ormai instaurato tra autonomia e sovranità. Nel panorama classico del nazionalismo metodologico,[56] questi due termini erano i due membri di un’equazione, quindi tutto ciò che poteva essere dipendenza economica, diversificazione culturale, cooperazione militare, giuridica e tecnologica tra gli Stati era concepita come percorso che avrebbe portato automaticamente alla perdita di entrambe. Oggi, però, se la sovranità è identificata con la capacità di risolvere i problemi, allora l’incremento della cooperazione transnazionale, anche se comporta la perdita d’autonomia costituisce un guadagno reale di sovranità. La capacità dei governi di assicurare standard di vita adeguati, sicurezza sociale e consapevolezza civile, aumenta con la cooperazione inter, trans, sub, extrastatale. La sovranità condivisa accresce la sovranità anziché ridurla. I benefici della condivisione includono la sicurezza e la stabilità, la riduzione delle spese militari e la cooperazione economica e tecnologica. C’è, secondo Beck, un interesse addirittura nazionale alla trans, sub e denazionalizzazione, alla condivisione della sovranità con lo scopo di risolvere i problemi. L’intuizione dei nostri tempi è che la riduzione dell’autonomia nazionale e un aumento della sovranità nazionale non si escludono affatto. I processi descritti fin qui vanno di pari passo con lo spostamento dall’autonomia basata sull’esclusione nazionale alla sovranità basata sull’inclusione transnazionale.

 

La riconcettualizzazione del concetto di diplomazia

Con la crisi dello Stato nazione, anche il concetto di diplomazia ha subito, nel corso del tempo, una profonda trasformazione. Questo sia perché la nazione, come detto, non si identifica più esclusivamente con lo Stato, sia perchè esistono tante altre forme di appropriazione del territorio e della politica. Il concetto di diplomazia è oggi soggetto ad una serie di rivisitazioni e riconcettualizzazioni. Se la politica estera statale ha subito un riorientamento nella sua logica ormai multiattoriale, ridefinendo il confine con la politica interna, e se la diplomazia è stata “l’arte delle relazioni internazionali”, è palese che anche che quest’ultima ha subito un vero e proprio processo di ridefinizione.

Secondo la celebre definizione dell’Oxford English Dictionary <<la diplomazia è la conduzione delle relazioni internazionali attraverso negoziati […] queste relazioni sono regolate e tenute da ambasciatori e inviati” dal “mestiere o l’arte del diplomatico>>.[57] Il termine diplomazia compare per la prima volta nel 1796, ma in realtà la capacità di instaurare relazioni internazionali e non solo di fare da inviato si sviluppa in seguito.[58] Fu solo nel XIX secolo, tuttavia, che la diplomazia fu consacrata come uno degli strumenti supremi di contatto tra gli Stati. L’evoluzione dei rapporti internazionali, della politica estera e della cooperazione interstatale, nel contempo, è stata molto veloce. Per Ostellino, i tre fattori più importanti che hanno determinato l’evoluzione del concetto di diplomazia sono stati:

v      la consapevolezza degli Stati di appartenere ad un complesso sistema internazionale;

v      l’influenza dell’opinione pubblica;

v      lo sviluppo delle comunicazioni.

Ma alla fine del XX secolo la pluralizzazione degli attori sullo scenario internazionale e l’introduzione di aspetti più politici che diplomatici, ha spinto molti autori a parlare di open diplomacy, plurisettoriale con carattere multinazionale. Nel XXI secolo, con la nascita della società civile globale e la moltiplicazione di relazioni informali tra gli Stati e le nazioni, il termine diplomazia si è completamente trasformato[59]. I termini classici quali diplomazia, potere territoriale e cittadinanza nazionale non sono, ormai, più adatti a descrivere la realtà della politica internazionale, nuove modalità di intervento e politiche di ripensamento dominano l’analisi.

Nuovi modi, intrecci e modi di cooperare esistono da tempo, nuovi paradigmi penetrano all’interno dei confini mentali della diplomazia statale, tanto da far parlare d’ordine postdiplomatico,[60] perché consapevole delle nuove e diverse realtà. La riformulazione del concetto di diplomazia parte dalla constatazione che il monopolio della politica estera non è più statale ma plurale e internazionale. Per quanto riguarda la riforma della diplomazia tradizionale si ritiene indispensabile, secondo uno studio del CERFE[61], eliminare o quanto meno affievolire la distanza e la differenza tra le attività diplomatiche, la cooperazione allo sviluppo e il peace building. Un’onda di novità si è, infatti, abbattuta sul fronte attoriale e diplomatico, ridando forza a tutto l’apparato attinente alle relazioni internazionali, includendo nelle attività diplomatiche aspetti appartenenti alla cooperazione socio-economica, promovendo iniziative di capacity building.

La realtà è pertanto nuova e multiforme. Dimensioni innovative della partecipazione, quale quella substatale, multiculturale, plurinazionale trasformano il senso di cittadinanza dando vita ad una nuova cultura politica. La distinzione tra competenze interne e internazionali è sempre meno chiara. Il fenomeno delle voci multiple[62] è il fenomeno della pluralità attoriale colpisce direttamente dall’interno dello stato e all’esterno del sistema internazionale. L’aspetto da rilevare è che “il neologismo paradiplomacy non appare da solo. Deve essere inteso come un altro link di una catena semantica analiticamente senza fine. Deve, quindi essere inteso, insieme, con altri concetti gemelli collegati, ma tuttavia opposti, come ‘micro’ ‘macro’ o protodiplomazia. L’approccio “transnazionale” del fenomeno porta all’“invenzione” analitica di una catena di concetti interrelati, con un continuum semantico, a ciò che è lo stesso, alla decostruzione di un concetto principale, la diplomazia, in una serie di concetti opposti o alternativi. Questo è spinto anche più oltre dall’approccio “postmodernista”, propriamente genealogico, approccio al fenomeno storico complesso della ‘diplomazia’”. In realtà, il concetto che si distaccherà dalla concezione classica e governativa della diplomazia, denominata anche track one, mettendo anche a nudo le difficoltà insite in quest’approccio, sarà quello della cosiddetta diplomazia cittadina, molto più flessibile, messa in atto da gruppi di cittadini attraverso i diversi Paesi.

Questa modalità, meglio conosciuta come track two ha rappresentato un’alternativa, introdotta da Joseph Montville nel 1982, per indicare quei percorsi della diplomazia che si snodavano al di fuori del sistema governativo ufficiale. Essa si riferisce alle attività e ai contatti informali, nongovernativi e non ufficiali, tra cittadini privati o gruppi. Non vuole sostituirsi a quella governativa, ma vuole lavorare parallelamente, ecco perché spesso è definita anche come diplomazia parallela. Grazie alle sue caratteristiche peculiari, quali lo sviluppo di micro-relazioni, l’influenza sull’opinione pubblica, l’instaurazione di processi cooperativi all’interno del privato e dell’economia ha ridato forza ad un approccio multicentrato. Due concetti aiutano a descrivere la reale trasformazione in corso del concetto di diplomazia, quali quello di multi track diplomacy, che incorpora la lezione di Montville e di quello paradiplomacy.

Il sistema della multi track, fondato da Mc Donald e Diamond si basa su un approccio multidisciplinare, che opera attraverso nove track d’azione. Esso parte dalla constatazione che questa composizione non è e non può essere esaustiva, si muovono, infatti, al di sotto e aldilà del sistema, sottesi ed invisibili diversi modi di fare cooperazione. A dimostrazione di ciò, c’è proprio il processo d’evoluzione del sistema della multi track. Partito da un’espansione del track one o governativo e del track two o non governativo così concepiti da Montville nel 1982, subisce un ampliamento nel 1991, da due track se ne inserirono altri cinque, grazie all’inclusione di economia e commercio, privati cittadini e media, fino a giungere alla formulazione attuale della multi track, cioè con la composizione di nove track, a cui cioè sono stati aggiunti ricerca, formazione ed educazione allo sviluppo, ricerca di risorse e fondi economici, religione, attivismo e advocacy. Questo a significare che non tutte le sfumature e modalità di intervento dell’azione sono sempre colte appieno.

Il termine multi-track diplomacy[63] pertanto, intende designare un processo, un sistema di pensiero e di azione internazionale, un sistema cooperativo multiattoriale e multidisciplinare, un living system.[64] Le parti che costituiscono il sistema integrato in questione si trasformano, si adattano alle esigenze e ai cambiamenti del sistema stesso e sono simultaneamente interrelate. Anche perché, così come l’intero sistema si collega a spazi locali, regionali, internazionali, mutando e mutuando le diverse caratteristiche politiche, così il sistema di intervento, modifica, integra e trasforma i suoi strumenti. Il termine che domina il paradigma della multi track è l’interrelazione, la connessione, l’interazione, l’integrazione tra tutti i nove track che compongono il sistema.

Sono collegati l’uno all’altro attraverso il tempo e lo spazio, attraverso la differenza d’età, di genere, attraverso i confini nazionali. Il sistema della multi track non è composto da relazioni ipotetiche e/o potenziali, ma da persone reali che lavorano in diversi settori che inconsapevolmente si influenzano reciprocamente. Se la relazione e la multidisciplinarietà sono le chiavi di comprensione per il sistema della Multi track, la parola chiave per la realizzazione effettiva di un sistema d’azione concertato, è la presa di coscienza del valore di questo stato d’interdipendenza. Una maggiore coscienza, consapevolezza è un grande ed importante passo avanti verso il processo di cambiamento delle politiche. Ovviamente, anche se il sistema della multi track è considerato come un sistema organico e complesso, ognuna delle parti che lo compongono svolge un preciso e differente ruolo nell’ambito dell’intero sistema.

Di quest’ultimo è possibile costruire un quadro logico, una forma grafica che permette di visualizzare sia l’importanza decisiva d’ogni track che, pertanto, occupa una posizione unica e insostituibile all’interno del diagramma, sia l’interconnessione tra i diversi track, collegati grazie al loro punto d’incontro nel centro del diagramma, che l’importanza del sistema di informazione e comunicazione, in quanto meccanismo primario di interscambio reciproco. Questo sistema grafico permette di sottolineare la visione del sistema in quanto sistema pensante. Il sistema nel complesso è anche più grande e articolato delle singole parti; la semplice somma delle forze in azione non rende giustizia al sistema, la sinergia, l’interazione, l’integrazione, la complessità organica sono le sue caratteristiche intrinseche. Insomma, il sistema della multi track è propriamente un approccio multidisciplinare.

Diagramma radiale

Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996. Il diagramma riprende la forma logica, ma è ricostruito graficamente.

 

I track in questione come già anticipato sono nove e sono:

1.       Governativo-diplomatico, è legato alla formulazione e alla tecnica classica delle relazioni internazionali, cioè, alla diplomazia tradizionale statale, alla classica definizione di politica estera guidata solo dagli stati, dalla logica top-down e bottom-up insieme, (gli incontri avvengono, infatti, sia a livello interstatale e orizzontale sia a livello di consultazione  con gruppi locali, giornalisti, università, quindi verticale). Tale track è particolarmente indicato per le negoziazioni multilaterali perché ufficialmente riconosciuto a livello internazionale. La cooperazione ufficiale, oltre che tramite l’ufficiale strumento degli accordi bilaterali, avviene spesso in seno alle Nazioni Unite. Esso è caratterizzato dal classico intervento statale, dove il potere veicola le relazioni che assumono una forma più prettamente politica, burocratica, formale ed ufficiale.

2.       Non/Governativo e dei liberi professionisti dello sviluppo, già in precedenza accennato, infatti, all’interno del sistema della multi track, si impegna:

v     a ridurre l’intensità o a risolvere il conflitto tra due gruppi o tra due nazioni, migliorando le comunicazioni, la comprensione e le relazioni;

v     ad abbassare la tensione, l’odio, la paura o l’incomprensione umanizzando “il volto del nemico” e creando le condizioni perché le persone facciano esperienza diretta dell’altro;

v     ad influenzare il pensiero e l’azione della diplomazia ufficiale analizzando le opinioni diplomatiche senza pregiudizi, preparando in tal modo il terreno per negoziati più formali. È caratterizzato da un alto numero di attività non ufficiali, non- governative, cittadine. Oggi, non solo a livello locale, ma anche a livello internazionale le ONG hanno assunto un ruolo predominante nella concertazione e dibattito dei temi più diversi, questo perchè l’azione non governativa gode di quelle caratteristiche quali, accountability, ownership, realizzando un senso di diffusa responsabilità all’interno della società civile internazionale.

3.      Economia e commercio. È un settore molto meno abituato degli altri a operare nel campo della cooperazione, perché orientato al profitto, ma nel corso dell’ultimo decennio azioni di sensibilizzazione verso il rispetto dell’ambiente, verso la povertà endemica sono state messe in atto[65]. L’economia è ormai intrecciata con la politica ed un’azione asetticamente economica è difficilmente realizzabile.

4.      Privati cittadini. È più comunemente conosciuto col nome di diplomazia cittadina, è composta da contatti non ufficiali e informali tra i membri di due nazioni  o di due gruppi contrapposti che desiderano sviluppare delle strategie comuni, influenzare l’opinione pubblica, organizzare  risorse umane e materiali con modalità tali che li potrebbero aiutare a risolvere il conflitto. Visite tra cittadini, concerti rock, gemellaggi tra città, scambi culturali, progetti comuni di ricerca, affidi a distanza e aiuti umanitari sono azioni tipiche della diplomazia popolare. Tale approccio si è caratterizzato per la forte enfasi posta sul multiculturalismo e l’empowerment.

5.      Ricerca, formazione ed educazione allo sviluppo. Questo aspetto è davvero fondamentale perché genera sia consapevolezza nelle realtà locali, che coscienza dei processi di trasformazione sociale in situazioni conflittuali per un’educazione alla pace; inoltre, contribuisce attraverso think tank, analisi, ricerche, programma di studi, a stimolare intellettualmente la cooperazione allo sviluppo è, infatti, spesso definito “il cervello del sistema”.[66]

6.      Attivismo e advocacy. Corrisponde all’attivismo generale dei movimenti sociali e politici di massa, di studenti. Si caratterizza per la sua natura transnazionale. Basa la sua azione su proteste, educazione, advocacy, organizzazione di eventi, supporto ad azioni internazionali.

7.      Religione. Agisce soprattutto attraverso comunità fedeli locali, e tramite il richiamo a principi morali generali, quali la pace, il rispetto del prossimo e la tutela dei diritti umani, è guidato da spirito d’amore, passione e compassione per il prossimo ed è per questo transnazionale. È caratterizzato da un forte impeto spirituale, idealista ed etico.

8.      Ricerca di risorse e fondi economici. Questo è il supporto finanziario alle attività di cooperazione, agisce attraverso patrocini, contribuiti, sponsor per il finanziamento di progetti e programmi d’azione che possono influenzare non solo la cittadinanza ma anche i policy makers. A tale scopo fondazioni e istituzioni sono nate per la promozione dell’educazione e della partenership allo sviluppo.

9.      Comunicazione, Media e informazione; tale settore attraverso i rapporti di informazioni recenti e in evoluzione, attraverso programmi educativi, e attraverso la comunicazione virtuale, permettono sia alle diverse comunità di sviluppare un senso radicato e cosciente dei problemi internazionali, che ai vari track di essere in collegamento e in relazione stretta tra di loro. Occasional papers, newsletter, rapporti pubblicati da enti diversi sono oggi a portata di mano e accessibili a tutti e rappresentano un ottimo strumento d’aggiornamento e metabolizzazione dei cambiamenti. Ha, quindi, sia una funzione orizzontale, interna alla società, che trasversale all’interno dello stesso sistema della multi track

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996.

Fondamentalmente ciò di cui si occupa la multi track, come rappresentato graficamente del diagramma, è la messa in atto d’azioni e quindi politiche allo sviluppo, advocacy e peacemaking; la realizzazione di forme d’educazione allo sviluppo, attraverso metodi informali e learning-by-doing, e attraverso la ricerca e lo studio in sia in senso generico che in relazione solo alla cooperazione internazionale. Questi strumenti o campi di analisi e ricerca, tendono ad influenzare ed ad avere come target , sia l’opinione pubblica, decision makers, e  società civile in generale.

Intanto, il nuovo ordine multidiplomatico, paradiplomatico, non può non guardare a tre importanti fattori concatenati quali l’arena economica, culturale e politica. La paradiplomacy è, infatti, parte integrante di un diffuso universo delle relazioni internazionali, nel quale gli stati non sono più gli unici attori. Diverse Regioni operano attraverso e insieme con industrie, movimenti sociali, trade unions, e organizzazioni transnazionali come Greenpeace e Oxfam. “Questo universo è complesso, frammentato e destrutturato”.[67]

Il lavoro della paradiplomazia avviene a diversi livelli, primo dei quali è il livello economico e funzionale, dove collaborazione e competizione s’intrecciano fortemente. Il secondo è il livello statale, dove politiche di cooperazione si radicano e si scontrano. Il terzo è quello del lavoro politico regionale dove la collaborazione transfrontaliera e transnazionale si rafforza. La paradiplomazia è comunque una sorta di laboratorio sperimentale dove strategie e politiche regionali e locali si incrociano con un alto livello di partecipazione della società civile e del settore privato, motivo per il quale spesso va incontro a errori, difficoltà e ripensamenti. È in ogni modo un nuovo punto d’incontro tra dimensione regionale e dimensione nazionale, tra affari domestici e internazionali, tra dimensione politica e dimensione economica. Secondo la visione paradiplomatica, i due principali attori di cooperazione non tradizionali, sono attori non-governamental (NGO) e non-central governaments (NCG), dove però quest’ultimi giocano un ruolo fondamentale. Hoching non parla solo paradiplomacy ma anche di protodiplomacy, e di diplomazia plurinazionale, dove appunto non solo i settori una volta di esclusiva competenza statale ma anche gli attori si compenetrano e si accavallano.

Il concetto di diplomazia plurinazionale si ispira al concetto di diplomazia a ‘doppio livello’,[68] dove si intrecciano politiche di governi e di diversi attori, sotto forma sia formale che informale. Si parla anche di diplomazia multilaterale, cioè, di una realtà di partecipazione multipla. Le ripercussioni di questo approccio sono sia istituzionali, formali che socio-politiche. Il nuovo termine paradiplomazia rappresenta un approccio nuovo per il riconoscimento della molteplicità, per alcuni autori esso va considerato come un transparadigma, cioè un paradigma che attraversa ed include diverse trasformazioni e/o denominazioni della diplomazia. Il concetto di paradiplomacy sembra complicarsi, ma l’importante è stare attenti al significato che si attribuisce ai prefissi.

Se si assegna al termine ‘para’ il significato di contrapposizione e opposizione, il concetto di paradiplomacy acquista quel senso di sovversione che non si vuole attribuirgli. Essa si colloca nel difficile complesso dentro/fuori, decentramento/centralizzazione, emergendo come un processo dialettico all’interno dell’intero sistema della cooperazione allo sviluppo.[69] Per esempio, Der Derian intende per paradiplomacy “ogni tipologia d’azione internazionale di carattere non governativo messa in atto da attori non statali, includendo in ciò, corporazioni transnazionali, organizzazioni internazionali del lavoro, comunità religiose, organizzazioni non governative, lobbies internazionali, i mass media, i movimenti artistici transculturali, associazioni scientifiche, individui organizzati”,[70] che possono secondo questa definizione essere considerati agenti diplomatici, per la loro effettiva opera di mediazione tra realtà reciprocamente estranee e aliene, come società civile organizzazioni internazionali, artisti e politici, diplomatici, scienziati e opinione pubblica.

Ma il ruolo della paradiplomazia non è così anticonformista, non vuole essere anti-diplomacy o diplomazia sovversiva,[71] e poi non necessariamente l’attività diplomatica centrale e quella decentrata sono in competizione o conflitto. Lo Stato inteso in senso monolitico è ormai rimpiazzato da un più sofisticata, complessa, continuamente in definizione e essenzialmente pluralistica natura del sistema politico contemporaneo. Le modalità d’azione sono molto diverse perché dipendono dalle esigenze locali, ma la paradiplomacy, come nuovo strumento di dialogo essere molto utile nella ridefinizione e nella riduzione delle tensioni etniche; può essere importante strumento di concertazione e di costruzione di fiducia e confidence nella dimensione della sicurezza internazionale, e infine sul nuovo valore che essa ha assunto nel processo di cooperazione, costruzione di dialogo e luogo di mediazione per le istanze regionali.[72]

Tutte queste motivazioni sono anche sintomo del bisogno di ripensare i metodi convenzionali della diplomazia nel complesso. Le disquisizioni sul termine paradiplomazia, sono tante e diverse. “La politica estera è ormai localizzata. La crescita dell’interesse e delle attività internazionali a livello locale è soggetta a diverse interpretazioni. Per alcuni rappresenta un alto e desiderabile livello di democratizzazione dei processi politici esteri, è come se fosse un’opportunità di ristrutturazione dell’ordine internazionale verso obiettivi più giusti e pacifici. Per altri però la localizzazione è una pericolosa deroga alla coerenza della politica estera, dando così la possibilità ad altri paesi ed anche ad attori non statali di trarre profitto dalle divisioni interne e dal cattivo coordinamento degli interventi”[73]. In realtà, come già detto in precedenza, la distinzione tra politica estera e politica interna è ormai difficile da sostenere, così come le distinzioni tra politica, cooperazione, diplomazia internazionale, e negoziazioni economiche, finanziarie e commerciali, diventano ardue e sono da porre su nuove basi.

 

 

 

 

 

 

 

Paradiplomacy: bisogno di ripensare i metodi convenzionali della diplomazia nel complesso

Diagramma circolare

Fonte d’ispirazione: Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

 

Per Hocking[74] non ha neanche più senso parlare di paradiplomazia, dato che gli attori NCG sono collocati in un complesso milieu diplomatico, dove rapporti domestici ed esteri si accavallano, non esistono segmenti separati d’intervento, attori, relazioni cambiano e mutano in modi diversi nel corso del tempo. Voler attribuire agli NCG il ruolo di portatori di una nuova forma di diplomazia, sarebbe alquanto astorico, vista la velocità e la complessità di cambiamenti a cui è sottoposto la politica internazionale. Il motivo principale, per cui la paradiplomacy avrebbe perso il suo significato, è l’imperativo della cooperazione  tra livelli centrali e subnazionali. Hocking preme, infatti, per l’utilizzo del termine ‘diplomazia multilaterale’ o ‘catalitica’, per cui i soggetti NGC sono anch’essi soggetti politici in quanto governativi, e uscendo ormai dalle logiche dicotomiche centrale-non centrale, gli attori dei governi locali sono attori internazionali nel pieno senso del termine. Ciò che è sicuro è che il processo di trasformazione del concetto di diplomazia, del rapporto tra politica ed economia, tra internazionalizzazione economica e sviluppo locale ha spinto diversi autori a cercare paradigmi e diciture alternative per indicare un unico concetto, la trasformazione delle categorie politiche di pensiero e d’azione.

 

La paradiplomacy in action: attori, motivi, opportunità, strategie e limiti[75]

La paradiplomacy contribuisce in maniera sostanziale al dibattito sulla ridefinizione del concetto di diplomazia, in particolare, sul rinnovato ruolo delle Autonomie locali, o NCG[76] (Non Central Government), designando proprio l’attività e l’impegno internazionale di quest’ultimi nell’ambito della politica internazionale. La paradiplomacy, com’evidenziato in precedenza, rappresenta una nuova importante dimensione sia nell’ambito del regionalismo che delle relazioni internazionali, sottolinea e rafforza l’obsolescenza della distinzione tra politica estera e politica interna, tra temi di carattere nazionale e regionale, che anche se sono separati si sovrappongono e si influenzano reciprocamente. Tale approccio ha, infatti, ristrutturato la visione di politica estera, di politica territoriale insieme al ruolo degli attori. A differenza della diplomazia convenzionale, tradizionale e statale, non andando alla ricerca di rapporti internazionali strategici nell’ottica di un unico interesse nazionale, la paradiplomacy persegue obiettivi molto più legati agli interessi specifici del territorio e alle comunità locali; essa non è guidata da logiche predeterminate o strategiche, ma da logiche flessibili e variabili, soprattutto di natura politica.

Come evidenziato, il termine paradiplomacy, coniato durante gli anni ottanta[77] e affermatosi prepotentemente durante gli anni novanta, è stato considerato da parte della dottrina come un nuovo, diverso e innovativo modo di fare politica estera. Dall’altra, invece, come un’attività diplomatica di second’ordine e d’importanza secondaria, come una chiara imitazione della diplomazia reale.[78] Il punto chiave che porta gli NCG ad essere attori internazionali è dovuto al fatto che i criteri per la definizione di quest’ultimi non sta più nelle caratteristiche tradizionali associate allo stato, come il territorio, la sovranità, la popolazione, il riconoscimento, ma alla capacità di operare nell’ambito della politica estera e della cooperazione allo sviluppo.

Ad un livello di analisi più ampio, la paradiplomacy è frutto della stretta interconnessione tra fenomeni quali globalizzazione e politica territoriale. La politica internazionale attuata degli Enti locali e subnazionali, è sempre stata etichettata come ‘low policy’, e differenziata dalla ‘high policy’ rappresentata di solito dalla agenda della sicurezza militare e nazionale. Il punto è che il concetto di ‘high policy’ è stato ridefinito e con esso quello di ‘sicurezza’. Secondo Hocking, nel concetto di ‘high policy’ oggi rientrano temi quali le politiche sociali, ambientali, sanitarie, educative,[79] mentre secondo Lecours la differenza tra high e low politics si è affievolita dopo la fine della guerra fredda, a causa dell’instaurarsi di rapporti più fluidi e molto meno gerarchici.[80] Anche il concetto di sicurezza è stato ridefinito, la sicurezza oggi assume il significato di sicurezza umana, è, infatti, da dissociare dalla nozione tradizionale di sicurezza nazionale, ed è da proiettare su un piano globale dove governi regionali e locali hanno un’altissima responsabilità.

L’impegno e il coinvolgimento dei governi locali e regionali nello scenario della politica estera è sicuramente molteplice e ciò che è diversità, come sottolinea Hoching, spesso è accompagnata da disaccordo.[81] Ad ogni modo la complessità delle reti non può più essere semplificata e riportata solo al lavoro delle istituzioni nazionali. Uno dei cambiamenti chiave fondamentale per una giusta comprensione del lavoro degli NCG, è l’erosione della consequenzialità nella gestione delle politiche di sviluppo, in favore della molteplicità e della differenziazione. È infatti pericoloso presentare gli interessi regionali come chiaramente come unidirezionali così come è pericoloso presentare così quelli nazionali.

Il problema statale è stato quello di aver accordato maggior peso ed enfasi alla competitività nazionale, in qualità di ente complessivo e organico nell’arena internazionale, piuttosto che a quello di fare da bilancia tra i vari interessi regionali, subregionali, locali, questo vuoto è stato riempito dai governi subnazionali. Questo declino del ruolo di mediatore dello Stato ha esposto le Regioni più direttamente agli effetti dell’internazionalizzazione economica e della globalizzazione, ed essendo un fenomeno generalizzato e non limitato ad un unico Paese, ha rafforzato la loro capacità di cogliere le opportunità congiunte, di operare all’estero e di dar vita a collaborazioni transnazionali. Ciò è inoltre coinciso con l’emergenza del nuovo pensiero economico, del nuovo processo di sviluppo locale, dei movimenti transnazionali, della formazione della società civile globale.

Le agende subnazionali, infatti, sono frutto di pressioni provenienti dalle istituzioni internazionali, dagli attori economici, dai governi nazionali, dalla realtà locale. Il tema del coordinamento ha pertanto assunto una centralità fondamentale nei dibattiti teorici e nella realizzazione pratica delle politiche. Mentre, in passato il coordinamento era un principio caro al rapporto tra politica interna e politica estera, sfatato il mito di questa distinzione, il coordinamento è tutto focalizzato sulla formulazione dei vari livelli di politiche internazionali. Di conseguenza il crescente bisogno di un effettivo e strutturato processo di comunicazione tra governi centrali e non, attraverso l’allocazione di funzioni e responsabilità diventa un tema centrale nel rapporto tra NCG e all’interno della realtà glocale in cui operano.

Solo abbandonando le classiche preoccupazioni relative al concetto di politica estera, si può comprendere il valore, la complessità di una politica multifocale e multiattoriale, caratterizzata da dipendenza, relazioni conflittuali, riconoscimento reciproco del bisogno di instaurare rapporti, reti e strategie di collegamento. Il punto di forza, oltre alle intrinseche qualità degli attori in questione, è anche la diversità di cui sono caratterizzati. Infatti, il significato ad essa attribuito è molto dibattuto e pertanto si pongono due questioni di fondo; la prima riguarda la vaghezza del termine e del significato a cui essa rimanda; la seconda riguarda il disaccordo in materia sul tipo e sul ruolo degli  gli attori coinvolti. Il problema degli attori parte dalla definizione. Di solito, nella definizione di natura, partecipazione, e qualità degli attori, in quanto agenti internazionalmente, sono stati fatti alcuni errori che hanno confuso e complicato l’analisi, per esempio:

v     L’agire internazionalmente è stato spesso ritenuto condizione necessaria e sufficiente nella definizione di soggetto internazionale. In realtà le politiche devono essere dettate da particolari valori e scopi, pertanto l’agire generico a livello internazionale è condizione necessaria ma non sufficiente;

v     Caratteristiche quali territorialità e sovranità, insieme comunque a tutti i parametri classici attinenti ai soggetti di diritto internazionale, sembravano davvero gli aspetti caratterizzanti gli attori;

v     Confusione è destata anche da alcune visioni definite iper-globaliste, secondo cui lo Stato sta scomparendo in favore della definizione di un’economia globale, la quale necessità della mobilità dei capitali, tecnologia, informazione;

v     A queste si aggiunge la visione per cui i NCG sono semplicemente una delle tante manifestazioni di proliferazione  di interessi trasversali però occasionali e restrittivi;

Tali confusioni concettuali a lungo termine non hanno però negato l’opportunità di esaminare la presenza e i luoghi dell’agire extranazionale degli attori non statali.[82] Il processo d’internazionalizzazione degli NCG troppo spesso è stato isolato dal contesto globale d’analisi, attribuendo in tal modo all’attività internazionale dei NCG, motivi superficiali, definendo e separando attori statali da quelli non statali piuttosto che fare un unico, certo difficile e multicomposito, quadro d’analisi, approfondendo e apprezzando le loro singole caratteristiche intrinseche e le loro capacità collaborative.

L’analisi delle qualità degli NCG in quanto attori della politica mondiale, deve infatti uscire da una visione separatista, discontinua e esclusiva. <<Se è il caso in cui, come ha suggerito Rosenau, ci troviamo di fronte ad una sempre più ampia "frontiera", dove la politica interna ed estera formano una rete senza giunzioni in cui diverse "sfere di autorità"  si scontrano l'una con l'altra per (ottenere) il vantaggio, allora gli NCG possono, in virtù della (o "in forza del" o " grazie al ")  loro attorialità (essere attori) essere visti come garanti dei margini di questo spazio territorialmente immaginato e tuttavia parzialmente deterritorializzato (Rosenau 1997)>>.[83] L’internazionalizzazione degli NCG, da una parte rende visibile una dimensione di problemi comuni, come la difficoltà dell’eliminazione di confini disciplinari, dall’altra essa porta alla consapevolezza delle molteplicità, della pluralizzazione dell’universo degli attori della politica internazionale. Pertanto i criteri alternativi a quelli tradizionali per la definizione di “actorness”, sono:

v                         motivazioni ed intenti;

v                         estensione e direzione dell’impegno;

v                         strutture e risorse;

v                         livelli di partecipazione;

v                        strategie.

Lo scopo di questa analisi multifocale, rappresentata anche graficamente, è di contribuire allo sviluppo di un dibattito costruttivo su chi sono gli attori della politica estera.

Diagramma radiale

Fonte d’ispirazione: Aldecoa F. e Keating M., Paradiplomacy in Action. The Foreign Relations of Subnational Governments, Londres, Frank Cases, 1999.

 

Ma chi sono gli attori, che ruolo hanno? Bisogna includere Regioni, città, nazioni senza Stato, gruppi etnici e anche una grande varietà di interessi settoriali e politici? Il riferimento ideale a cui i massimi esponenti di quest’approccio rinviano sono gli attori subnazionali, riferendosi con ciò ad autorità pubbliche a livello regionale, aldilà dell’attributo della sovranità statale, nella piena consapevolezza che questi non sono attori tradizionali e Stati sovrani. Per questo il riferimento agli attori riguarda sempre gli NCG o, con significato omologo, le Regioni.

Tali attori, costituiscono aldilà della politica ufficiale, un’importante asse per l’arena della politica internazionale, sia nell’area della sicurezza, sia nell’ambito della risoluzione dei conflitti. Il discorso complessivo parte, in ogni caso, dalla consapevolezza che, accanto alla nuova impostazione paradiplomatica, dei governi subnazionali quindi, esiste non solo una realtà multidiplomatica dovuta alla pluralizzazione degli attori non afferenti solo ai governi locali, ma anche alla società civile, alle imprese, alle associazioni, ed anche una visione postdiplomatica, dove l’esclusività della rappresentanza e dell’instaurazione di rapporti, relazioni e cooperazioni internazionali, non è più solo di competenza statale, diplomatica ed ufficiale.[84]

In dottrina, non c’è un vero e proprio accordo sul significato e sul ruolo della complessa paradiplomacy, anzi è da sottolineare la particolare visione di Lecours, il quale ritiene che gli NCG non siano attori “naturali”[85] della politica estera e che il loro ruolo non è dato per scontato. La loro caratteristica è la mancanza di legittimità, di strumenti e di ambienti favorevoli alla loro affettiva attività extrastatale, sia in ambito internazionale, abituato ad accogliere e a lavorare con attori sovrani, sia in ambito nazionale, dove lo Stato nazione vuole continuare a mantenere alcune prerogative. Inoltre per l’autore in questione, gli NCG, in fin dei conti, rientrano nella prospettiva del nazionalismo, rafforzandola, sia dal punto di vista culturale, sottolineando il senso di distinzione di una comunità regionale rispetto ad un'altra, sia dal punto di vista ideologico, dato che spesso gli attori regionali di maggior successo nella scena internazionali, sono quelli che fanno riferimento a radici ideologiche, linguistiche , religiose.[86] Pertanto Lecours ritiene che spesso le Regioni adottino dei “discorsi quasi statali”. Ma sicuramente c’è una ricorrenza di temi che partono, in ogni modo, dalla constatazione d’alcune realtà:

v      L’impegno delle unità subnazionali per la cooperazione internazionale e per la politica estera non rappresenta un argomento in transizione o in voga, ma rappresenta un cambiamento nella pratica diplomatica;

v      I cambiamenti nell’organizzazione di rapporti tra Regioni, tra Stati e unità subnazionali all’interno e all’esterno di territori statali rappresentano dei veri e propri processi “working-in-progress” e “learning process”;

v      I rapporti tra governi centrali e governi subnazionali, sono sicuramente luogo di contrasto, come sottolinea Lecours “Gli Stati raramente danno il benvenuto all’idea che le Regioni “vadano all’estero”, infatti tendono ad opporsi vigorosamente”[87] ma tali contrasti non sono necessariamente irrisolvibili o incompatibili, anzi si prospettano nuove e multiple opportunità per la divisione di ruoli nell’ottica cooperativista;

v      I conflitti e le rivalità tra Stati e tra Regioni si spostano su un piano paritario di concorrenza, d’armonizzazione, parallelismo e coordinamento delle competenze.

Particolare attenzione merita il territorio che è il fattore chiave per il rapporto tra politica, società, mercato e azione collettiva. La politica guida opportunità, risorse, reti, motivi e modalità d’azione. Le motivazioni classiche degli NCG ad operare e istaurare rapporti in quanto soggetti internazionali all’estero sono di tre tipi:

v      Economiche, le Regioni non solo vanno in cerca di cooperazioni, d’utili investimenti, ma propongono se stesse come destinazioni turistiche, luoghi di investimento e collaborazioni. Rapporti economici sono messi in atto da tutte le tipologie di attori medi, piccoli e grandi (in realtà sono le piccole e medie dimensioni che dominano). Gli attori sono molteplici e misti, sono sia attori privati, pubblici con lo stesso interesse territoriale o economico.

v      Culturali, le Regioni spesso vanno alla ricerca di partner con affinità linguistiche, di costumi, d’usanze, tradizioni e storia, soprattutto quando lo Stato in cui si trovano è “antipatico”, cioè, non condivide con esse particolari caratteristiche di cui sopra.

v      Politiche, alcune Regioni vanno alla ricerca di un riconoscimento maggiore di quello “regionale”, ma come attori indipendenti ed è questo un classico atteggiamento avverso o comunque contrario al processo di nation building, o di “immaginazione delle comunità”[88]. Infatti, anche per Regioni senza intenzioni indipendentiste, l’arena internazionale è un’ottima piattaforma, per l’interna e allo stesso tempo transnazionale, costruzione del “Region-building”,[89] utile anche alla proiezione internazionale dei suoi dirigenti politici.

Per quanto riguarda quindi gli intenti e motivi dell’azione, essi sono il prodotto di complesse forze interne e forze esterne, cioè, del processo di costruzione di Region  building e delle richieste del sistema internazionale. Per capire i motivi dell’agire internazionale, non solo, bisogna guardare ai due aspetti appena citati, ma bisogna anche valutarli in maniera interrelata, e non come forme di protagonismo “part-time”.[90]

Gli NCG possono essere attori propositivi e “iniziatori”di politiche[91] alla ricerca del raggiungimento d’obiettivi oltre il quadro delle politiche nazionali. Possono agire in qualità di canali, attraverso cui altri attori, come le NGO, possono usare il luogo di riferimento come base per strategie globali; possono diventare targets di attività internazionali, dove politiche e attività ed attori locali si influenzano reciprocamente. Un primo motivo dell’azione è di carattere economico, la spinta alla promozione commerciale, e agli investimenti rappresenta comunque un importante fattore, sia per il forte intreccio tra pubblico e privato, sia per la nuova e forte vocazione per gli NCG ad essere ‘nodi di vantaggi competitivi’[92], non solo dal punto di vista prettamente remunerativo, ma per altri vantaggi indiretti dovuti al commercio internazionalizzato.

La seconda forte motivazione all’internazionalizzazione dei NCG sta nella crescente natura fluida degli ambienti politici, e nello sviluppo di capacità d’intervento attraverso una molteplicità di canali ad una serie di livelli. Le opportunità delle Regioni, o delle unità subnazionali di ergersi ad attori internazionali, sono offerte anche da organismi transnazionali e/o organizzazioni internazionali, (per l’Unione Europea si parla di Europa delle Regioni[93]), anche se spesso gli stati dominano la scena politica. Molto comuni sono links e partenership tra i governi subnazionali per la molteplicità dei motivi che lega alcuni territori,[94] oppure per  rapporti tra gruppi di regioni con interessi settoriali o geografici.

Per quanto riguarda invece l’estensione - significativa per conoscere il grado di presenza e attività internazionale - e la direzione - fondamentale per comprendere le opportunità e il tipo di influenza - dell’impegno degli NCG, ci sono una serie di fattori e condizioni che influenzano l’estensione dell’impegno come le risorse burocratiche, la posizione geografica, la posizione in altri organismi sopranazionali, il livello di asimmetria interna agli stati nazione e il potere da quest’ultimi attribuito agli NCG. La dimensione della continuità[95] dell’impegno e si riflette sul tipo di strutture dedite alla cooperazione, sulle procedure nazionali e internazionali attraverso cui le iniziative locali sono canalizzate.

L’impegno degli NCG non è più di carattere eccezionale, episodico e sporadico, ma si caratterizza per il passaggio dalle politiche ad hoc basate su analisi puntuali e razionali a politiche strategiche e glocali. Mentre, essendo target e canali d’agende politiche, in senso esteso e fluido, gli NCG, sono diventati oggetto di politiche multinazionali messe in atto da ONG. Riguardo temi e issues più vasti come al tutela dei diritti umani e dell’ambiente, gli NCG fungono da catalizzatori nello scatenare, incrementare e sviluppare reazioni in altri soggetti magari precedentemente poco interessati e sensibilizzati. Un’altra prospettiva sull’estensione dell’impegno degli NCG consiste nel loro rinnovato ruolo per la global governance, in cui svolgono un importante ruolo non solo nella gestione e nella risposta alle domandi locali ma fanno anche da tramite per le istanze internazionali.

Le risorse, per l’approccio paradiplomatico, e per lo sviluppo umano in generale, non sono misurate meramente in termini monetari. Gli NCG possono possedere l’esperienza e il saper fare burocratico, ma una cattiva gestione può pregiudicare la riuscita delle politiche. Il problema, ma anche il punto di forza, degli NCG sta nel “sovereignity bound” e sovereignity free”, si parla pertanto di ‘status d’ambiguità’.[96] Essi dividono la loro sovranità con il governo centrale all’interno delle arene internazionali, ma essendo inserite nell’organizzazione statale, influenzano anche le politiche nazionali nel contesto internazionale.

Per questo “il vecchio bivalente scambio tra Stato e Regioni, con lo Stato mediatore nelle relazioni delle Regioni con il mercato globale, ha dato vita ad un più complesso set di relazioni, nel quale le Regioni operano dentro lo Stato, ma anche all’interno di regimi transnazionali e dell’economia globale”.[97] Gli NCG posseggono, pertanto, delle risorse inedite, non utilizzabili o facilmente reperibili dai governi nazionali. Essi possiedono, infatti, un alto livello di legittimità in quanto diretti rappresentanti ed esperti conoscitori delle realtà locali, e pertanto hanno maggiore titolo di rappresentanza, anche se difetto di legittimità. Inoltre spesso le regioni utilizzano il loro peso politico per mobilizzare risorse umane ed economiche[98].

Per quanto riguarda invece i livelli di partecipazione degli NCG a causa del loro ‘status di ambiguità’ si inseriscono in una varietà di network nella quale operano attivamente. Le reti cui si fa riferimento sono sia di carattere subnazionale, governativo, intergovernativo, transgovernativo e transnazionale, dove interazione e dipendenza si intrecciano fortemente. Inoltre, bisogna sottolineare che se la riuscita di politiche di carattere decentrato messe in atto dagli NCG sono in stretta dipendenza con la riuscita di politiche non governative, nazionali, e internazionale è il caso di arguire che anche le politiche centrali, governative e nazionali dipendono dal rapporto che quest’ultime instaurano con altre categorie d’attori tra cui vi sono senza dubbio gli NCG.

Ciò non basta, è importante evidenziare anche il livello nel quale riescono ad operare e a sviluppare strategie attraversanti i confini artificiali. Secondo Lecours, l’organizzazione territoriale, l’impianto istituzionale, la struttura costituzionale e i contenuti, i focus della politica estera nazionale, sono condizioni strutturali per il successo o meno di politica estera regionale.[99] I network governativi e intergovernativi sono sicuramente un’importante arena per gli NCG, anche perché, nel caso di scarse risorse, sono un ottima fonte da cui attingere per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Ma la porosità delle agende e delle arene, insieme alla complessità del carattere attoriale degli NCG, significa comprendere l’importanza anche di altri canali, ed è per questo che si parla di ‘multilevel governance’[100].

Per quanto riguarda invece le strategie, non esistono strategie predeterminate per il motivo che si diceva all’inizio, cioè, a causa del carattere innovativo della paradiplomacy, pertanto si cercherà di indicare solo le linee direttrici della logica d’azione. Gli NCG, essendo inseriti in reti complesse, possono attuare davvero molteplici tipi di azioni. Da un lato si parla di strategie di mediazione, usando, cioè, canali d’influenza che permettono agli NCG un accesso ai processi politici nazionali. Dall’altro ci sono strategie primarie [101]in cui, gli NCG usano le loro risorse proprie per azioni di carattere internazionale, stabilizzando in tal modo anche la loro presenza nell’arena globale. Di solito si utilizza la seconda strategia, quando gli interessi locali o regionali non sono abbastanza rappresentati nelle politiche nazionali, pertanto l’uso di lobby e network per stabilire sinergie diventa la regola.

Nel valutare il lavoro degli NCG, bisogna prendere in considerazione sia l’aspetto politico, che quello più letterale. È chiaro che l’azione di molti NCG attraversa e modifica il valore politico e simbolico delle frontiere imposte dalla concezione tradizionale di politica estera. In senso più letterale, gli NCG operano al di là delle frontiere, per collegare la loro attività internazionale con altri attori di carattere regionale e locale. Le Regioni, città, località sviluppano legami e mappe strategiche per rafforzare la loro posizione nell’economia globale. Senza dubbio il lavoro degli enti subnazionali è costruttivo, ma la paradiplomacy è un fenomeno piuttosto recente e soggetto, quindi, ad errori e problemi dove costi e i benefici ad essa attribuibili, sono controversi. Immensi sforzi pratici sono stati fatti per bilanciare la cooperazione e la collaborazione interregionale insieme alla competizione territoriale, economica, alla tutela dei confini e al controllo centrale. La paradiplomacy non vuole trasformare l’organizzazione statale, tranne in quei casi dove già esiste un tessuto poco coeso e tendente alla disgregazione sociale.[102]

Bisogna, infatti, distinguere, secondo Keating[103], tra Regioni che operano all’estero non solo con un’ottica identitaria distintiva da quella nazionale a cui appartengono ma anche con l’intenzione di portare avanti un processo parallelo di nation building, da quelle Regioni che operano all’estero solo con obiettivi funzionali e mirati alla cooperazione allo sviluppo. Nel panorama internazionale il fatto che molti issues non possano essere risolti senza uno spirito collaborativo, ha, infatti, rappresentato sia un’importante sfida che un’ottima opportunità per l’instaurazione di reti e partenariati tra NCG.

Esistono, però, all’interno dell’approccio della paradiplomazia alcuni limiti e difficoltà che devono essere analizzati. A partire dal 1960 particolare attenzione fu posta solo sull’agire generico internazionale delle Regioni, fu, però, solo nel 1990, che Michelmann e Soldatos[104] pubblicarono un libro relativo all’opera multilaterale delle Regioni, inserite però in sistemi federali[105].

Fu solo con Michael Keating che il tema dell’instaurazione di relazioni internazionali, transnazionali e interregionali delle ‘nazioni senza Stato’ si prospettò sulla scena internazionale, pertanto la paradiplomacy fu considerata spesso come una sfida e una minaccia per l’ordine statale. Come noto, con il termine paradiplomacy, adesso s’intendono questioni specifiche relative a tematiche economiche o culturali, ma il quadro d’analisi si è maggiormente complicato, quando fu Keating a sottolineare che quando e se ad agire a livello internazionale erano le Regioni con un’identità regionale diversa da quella nazionale, la paradiplomacy era diretta all’autopromozione di queste Regioni in cerca di legittimazione degli interessi “nazionalistici”. [106]

Primo e più grande paradosso dell’approccio paradiplomatico, infatti, consiste nella difficoltà del territorio di liberarsi dai costrutti del nazionalismo. Lecours, ritiene, infatti, che l’internazionalizzazione degli NCG rappresenta un modo e uno strumento per il consolidamento del nazionalismo, l’attività internazionale degli NCG spesso è più che altro simbolica[107], questo perché è impregnata di parametri ideologici e culturali cari al nazionalismo. Il fenomeno della paradiplomazia va, infatti, incontro ad una serie di questioni molto più delicate e più complesse, radicate non tanto nella pratica della stessa ma proprio nella definizione e nei motivi che la animano.

All’estero la paradiplomacy si manifesta con la firma d’accordi di partenariato, con la partecipazione a meeting internazionali degli NCG. Il punto chiave è che tutto ciò ha trasformato non solo la concezione della politica estera, ma anche della cooperazione allo sviluppo e della politica globale, che sono mutate nell’ottica del pluralismo, della diversificazione, della multiformità. A livello nazionale, inoltre, si assiste ad una forte spinta al decentramento e a livello globale alla pluralizzazione degli attori. Gli attori in questione, non sono ONG, associazioni di donne, gruppi di pressione, università, ma i governi subnazionali.

Essi si distinguono per il loro forte legame con la gestione del territorio, prerogativa esclusiva degli Stati nazionali, e possono quindi contare sulle forze sociali territoriali e su fenomeni di fiducia e accountability. Per questo a differenza degli altri attori il fenomeno della paradiplomacy pone il problema della sovranità nazionale e dell’unità e dell’immagine politica estera. Il fenomeno dell’internazionalizzazione e della transnazionalizzazione delle Autonomie locali è una questione delicata che se avviene in Paesi dove esiste un alto livello di decentramento e di rappresentanza degli interessi regionali, essa non rappresenta un problema ma sicuramente un punto di forza. Viceversa nei Paesi dove non si avverte un senso diffuso di rappresentanza e forte è spirito di indipendenza, dove marcati e storicamente radicati[108] sono le spinte alla disgregazione, allora la paradiplomacy diventa come dice Hocking,[109] pericolosa per lo Stato.

Una delle più grandi questioni attinenti la paradiplomacy consiste nel fatto che i governi subnazionali che hanno avuto maggior successo sono quelli dove è molto forte il sentimento nazionalista. Il nazionalismo si presenta attraverso tre processi che sono, secondo Lecours, strettamente collegati alla paradiplomacy. Il primo consiste nella “costruzione e consolidamento dell’identità”. Se il nazionalismo (come evidenzia Anderson[110]) inventa le comunità instaurando confini simbolici tra i gruppi, la paradiplomacy secondo questa visione si farebbe portatrice di istanze culturali, politiche e sociali diverse da quelle nazionali, incrementando il processo definito dall’autore di “Region-building”.

Il secondo processo problematico di cui la paradiplomacy si fa portatrice consta nell’“articolazione di interessi regionali”. Tale processo poggia su una doppia dimensione, quella culturale, che enfatizza le differenze, e quella ideologica, di carattere politico-religioso. “I governi regionali operano sulla scena internazionale adottando discorsi statali”.[111]

Il terzo elemento del processo nazionalista è “la mobilitazione della politica-territoriale”, cioè, il rafforzamento di conflitti di potere tra i gruppi. La paradiplomacy può realizzare le sue potenzialità solo nel momento in cui sono soddisfatte una serie di caratteristiche funzionali. La prima riguarda il livello di autonomia posseduto dal governo subregionale, la seconda riguarda l’appalto istituzionale, legislativo e costituzionale, la terza riguarda gli obiettivi della politica estera nazionale. Per Lecours l’effettiva realizzazione della paradiplomacy avviene quando le Regioni in questione sono davvero attraversate da movimenti nazionalisti e sono inserite in una struttura sopranazionale d’ascolto e un sistema statale aperto e plurale.

Di fronte a queste difficoltà Aguirre[112] ha evidenziato la posizione di Hocking che sottolineava come al termine paradiplomacy venivano attribuiti significati diversi, a partire dall’inedito valore della localizzazione delle relazioni internazionali, della democratizzazione dei processi sociali, e da un’inedita opportunità di pace e giustizia internazionale, fino alla pericolosità di politiche nazionali parallele, incoerenti, all’occasione di profittabilità per attori statali e non statali di situazioni di divisioni interne, alla contraddizione delle forze della localizzazione e della globalizzazione.

Da questa analisi, pertanto, si rileva come la paradiplomacy sia davvero ricca di difficoltà, complessità e di grosse potenzialità. Una sottovalutazione del valore degli NCG a livello internazionale, non solo sarebbe una perdita, nell’ottica del cosviluppo e dello sviluppo umano decentrato, di ricchezza della diversità e della multidimensionalità dell’analisi ma sarebbe anche una forte perdita a livello di strategie d’azione.

 

Il ruolo della multi track diplomacy nel conflict transformation

La ridefinizione del concetto di diplomazia, non solo ha condotto all’affermazione di nuovi paradigmi che tentano di spiegare nuove forme e modalità d’azione a livello internazionale, ma ha portato anche ad introdurre, nell’agenda degli attori non statali, tematiche di tradizionale competenza statale, come la pace e la risoluzione dei conflitti. Le nuove modalità d’azione a livello internazionale, come il sistema della multi track diplomacy, non potevano non occuparsi dello sviluppo umano e di cooperazione alla pace.

Tale riflessione è stata influenzata non solo dalla mission che gli attori non statali, che operano nell’ottica del dialogo e della cooperazione, si sono attribuiti, ma anche dalla realtà in cui essi si trovano ad operare. Secondo Van Tongeren,[113] essa è stata influenzata da tre precise constatazioni, che sembrano banali e scontate, ma che fino al 1990 non erano state considerate più di tanto: (1) i conflitti mortali non sono inevitabili, (2) il bisogno di prevenire i conflitti è di un’urgenza crescente, (3) prevenire i conflitti mortali è possibile.

Il sistema della multi track diplomacy si prefigge infatti lo scopo principale di operare con i suoi molteplici strumenti, all’interno del sistema internazionale, per il peace building, per la promozione della coesistenza e della riconciliazione. Il ruolo delle comunità locali, degli educatori, delle reti internazionali, dei missionari che lavorano per costruire la pace, si rileva sempre più decisivo. A dimostrazione dell’importanza della promozione della pace, non c’è solo la realtà dei fatti, ma anche la promozione della stessa all’interno delle organizzazioni e dei forum internazionali. Le Nazioni Unite, infatti, il cui compito principale è la promozione della pace e della convivenza pacifica tra i popoli, dal 1990 hanno attivato dibattiti, discussioni e proposte per la costruzione della pace[114]. Dal 2000 tale consapevolezza si fa più profonda:

v      Il 2000 è proclamato l’Anno per la Cultura della Pace;

v      Il decennio 2000-2010 è proclamato Decennio Internazionale per una Cultura di Pace e Non-Violenza per i Bambini del Mondo;

v      Si richiede una Dichiarazione e un Programma d’Azione per una Cultura di Pace[115].

Le proposte e le iniziative di pace sono molteplici e sempre più numerose, i movimenti per la democrazia, per il rispetto dei diritti umani, della solidarietà internazionale, dell’eguaglianza di genere attraversano trasversalmente i dibattiti sulla pace. Quest’ultima non è più intesa come assenza della guerra, ma come “dinamica, partecipativa, processo a lungo termine, basato su valori universali e sulla pratica quotidiana a tutti i livelli”.[116] È per questo che la pace non va intesa come un processo estraneo alle dinamiche sociali o come qualcosa su cui gli Stati si accordano, insomma come un deus ex machina, non va solo difesa o pretesa, ma costruita attraverso una partecipazione attiva, multiforme e profonda di un’intera società civile globale.

Con la fine della guerra fredda è stato l’UNESCO, tra i primi a lanciare “Il Programma per la Cultura della Pace”. In questo programma si afferma che la pace significa, non tanto e non solo, riconciliazione e ricostruzione delle società afflitte da conflitti, ma significa prevenzione della violenza, educazione alla pace e alla non -violenza[117]. L’ascolto, il dialogo, l’approccio cooperativo e il conflict transformation sono approcci innovativi importanti che seguono il principio per cui la responsabilità della guerra e dello scoppio dei conflitti non è da attribuire solo agli Stati, ma alla cittadinanza tutta. All’Assemblea del Millennio del 2000 è stato firmato un documento con 100 milioni di sottoscrizioni, in cui si afferma che la pace si costruisce nella vita quotidiana, e che la responsabilità non va attribuita alle istituzioni, ai governi, ma all’uomo, attore centrale, protagonista di questo processo di costruzione continuo.

Nell’analisi dei conflitti, il sistema della multi track diplomacy ha introdotto molti cambiamenti ed in particolare un concetto nuovo, diverso dal conflict resolution e dal peace building, quale quello del conflict transformation. Notter e Diamond[118] evidenziano come il concetto di conflict resolution non solo è abusato, ma che è utilizzato in maniera confusa; esso invece “analizza le psicodinamiche del conflitto politico e lavora per scoprire una soluzione non-violenta, costruttiva ed eventualmente soddisfacente per le parti in conflitto per appianare le dispute davvero complesse, durevoli, etniche e settarie”[119]. L’IMTD (Istituto per la Multi Track Diplomacy)[120], nell’analizzare i concetti classici del peace building, del peace keeping e del peace making, evidenzia che:

                                                                       Peace-

 

Advocacy                                                        -keeping: riduzione dei conflitti e della       

                                                                                     violenza

 

Azione                                                            -making: risoluzione dei conflitti specifici

 

 

Educazione                                                  -building: trasformazione dei sistemi in  

                                                                                   modo che i conflitti diventino

                                                                                   meno probabili

Fonte: Diamond L., McDonald J., Multi-Track Diplomacy: a system approach to peace, West Hartford, Kumarian Press, 1996, p. 16.

 

La constatazione di base da cui parte il conflict transformation, è che non sono i conflitti a dover essere risolti, ma che una trasformazione del sistema in cui si manifestano deve avvenire. Questo indica un cambiamento semantico, cioè, non si cerca più di risolvere le conseguenze della guerra, guardando agli effetti, cercando di limitare i danni, ma si va alla ricerca delle cause. Lederlach, come Notter e Diamond, preferisce usare il termine conflict transformation, piuttosto che quello di conflict resolution, proprio perché il termine risoluzione sembra far riferimento alla ricerca della fine di un processo, mentre il processo di pace è un lungo e tortuoso cammino.[121]

Tre fondamentali processi di peace building devono intervenire nel sistema:[122] politico, strutturale e sociale. Il processo di peace building politico riguarda la prima fase del processo di pace, in pratica, l’accordo tra governi. Esso deve avvenire in modo chiaro e coinciso, con la realizzazione di attività costruttive e discorsive. Il peace building strutturale parte dalla constatazione che “un accordo di pace firmato non crea pace”[123], essa si costruisce attraverso programmi di sviluppo, rafforzamento della democrazia e della governance.

Il peace building sociale è invece più lento e complicato perché riguarda relazioni umane. Lo scopo della multi track diplomacy consiste proprio nel rafforzamento del peace building sociale, essa in quanto sistema, tende a sottolineare le componenti interrelate e quindi ad avere un vera e propria base teorica articolata, dotata di principi che guidano l’azione quali la capacità d’ingresso in situazioni conflittuali, il coinvolgimento e la partecipazione degli altri partner, gli approcci al lavoro e gli obiettivi principali. La multi track si compone, pertanto, in relazione al conflict transformation, di diversi principi che si organizzano in quattro fondamentali categorie  e dodici sottoprincipi:

 

Organigramma

 

Fonte d’ispirazione: Notter J., Diamond L., Track two Diplomacy, non governamental strategies  for peace, USIA Electronic Journals, Vol. 1, No. 19,  1996.

 

In questa sede si ritiene appropriato limitarsi ad analizzare i principi chiave cui punta la multi track nella trasformazione dei conflitti, soprattutto, quindi, il coinvolgimento dei partner e degli obiettivi.[124] Per quanto riguarda il primo, cioè, il principio di coinvolgimento dei partner, risulta fondamentale il processo di instaurazione di relazioni, tra individui, tra istituzioni, tra NGO e tra tutti i soggetti della società civile. Per poter attuare una politica di coinvolgimento non basta costruire delle relazioni tra le parti in conflitto; esse, infatti, devono essere guidate e devono potersi poggiare su principi di fiducia e rispetto reciproco.[125] La fiducia, non construendosi da un giorno all’altro, ha bisogno di un impegno a lungo termine, della presenza costante sul campo, e dell’ascolto reciproco.[126] Inoltre, questo rapporto deve essere davvero profondo e completo, pertanto, oltre alla fiducia, si basa sull’engagement, sull’impegno concreto. Solo in tal modo è possibile che si instauri un dialogo di partenariato,[127] di reciprocità, di cosviluppo capace di mettere in moto reali processi di trasformazione sociale. Solo mediante un partenariato sociale ed umano, è possibile, quindi, instaurare rapporti di confronto collaborativo all’interno dei gruppi sociali.[128]

A proposito degli obiettivi, i tre assi portanti sono rappresentati da: responsabilità, empowerment e trasformazione. Per quanto riguarda il principio della responsabilità, aspetto fondamentale per una ridefinizione degli approcci allo sviluppo,[129] esso si inserisce in quelli che sono i processi più ampi di capacity e istitutional building. La responsabilizzazione riguarda tutti, non solo, quindi, quelle che di solito vengono definite vittime del conflitto. In relazione, invece, all’empowerment, altro principio chiave di tutte le ultime politiche di sviluppo, il discorso ruota tutto intorno ai processi d’appropriazione di sfide e d’opportunità locali e del sistema più in generale: attraverso processi di partnership e la responsabilizzazione è possibile trasferire potere alle popolazioni coinvolte in un conflitto.

La trasformazione del sistema è poi l’obiettivo finale che impone delle scelte metodologiche, quali la formazione, l’informazione e la comunicazione che devono permettere una conoscenza delle reali possibilità di trasformazione dei conflitti. E’ proprio al concetto di trasformazione, come mezzo e fine, che punta la multi track diplomacy, una trasformazione di credenze, valori, atteggiamenti e strutture, punta, cioè, a ciò che è stato definito da Chambers come “Le inversioni delle propensioni”.[130] È da rilevare che a questo processo di collaborazione sono chiamati a partecipare tutti, solo attraverso processi di dialogo “il momento della trasformazione è un potente strumento d’insegnamento”.[131]

Ovviamente tali principi sono flessibili e malleabili e devono essere adattati al contesto in cui agiscono. In questo panorama complesso il compito della multi track è provare ad instaurare un processo di conflict transformation, e gli strumenti a disposizione dei track sono:

v      il conflict intervention, attraverso cioè le missioni in loco, che facciano vera formazione;

v      il peace building;

v      il “Sistem Development Activities”

Per quanto riguarda il conflict intervention, il sistema della multi track cerca di intervenire attraverso tre categorie flessibili, che sono il “bridge building”, il “capacity building” e l’”istitution building”.[132] Il compito principale del “bridge building”, è quello di mettere insieme tutte le parti in conflitto per creare un sistema di mutua comprensione, costruita attraverso il dialogo e i programmi di costruzione della comunità. Il suo ruolo consiste nella costruzione di ponti di comunicazione sia tra le diverse comunità che all’interno della stessa. L’esempio riportato dagli autori è quello della costruzione di dialogo e l’instaurazione di relazioni tra le comunità cipriote, tra quella greca e quella turca. Il “capacity building” pone l’accento sull’instaurazione di relazioni, inizio di un processo molto più ampio.

Il primo scopo del “capacity building” è lo sviluppo di capacità per la risoluzione del conflitto grazie ad un gruppo locale di peacebuilders, e mira a creare processi di pace all’interno del tessuto sociale, grazie alla creazione di “infrastrutture umane”,[133] come esempio riporta sempre il caso cipriota[134]. Per quanto riguarda poi l’“istitution building” è chiaro che senza un supporto istituzionale il processo di pacificazione, e poi di sviluppo in generale, sarebbe un po’ difficile. Il compito primario è quello di intavolare iniziative, portate avanti dalle comunità locali, per sostenere la creazione di istituzioni durevoli nel tempo, attraverso programmi di collaborazione con la società civile, le università, ecc. Gli esempi riportati sono quelli della Liberia[135]e di Cipro[136]. Qui il peace building sociale e quello strutturale si sovrappongono e spingono per un cambiamento all’interno della società e per un maggior livello di legittimità.

L’ultimo aspetto è quello del “Sistem Development Activities”, che si basa sulla circolarità dell’approccio della multi track, il cui scopo è quello di rafforzare tutti i track, al di là del primo e del secondo che sono abbastanza stabilizzati all’interno delle relazioni internazionali, bisogna, infatti, non solo rafforzarli singolarmente ma anche nel loro essere integrati ed interdipendenti, in base al principio della complessità.

Lederlach evidenzia che troppo spesso il riduzionismo tendente alla ricerca di soluzioni fisse e veloci, applicato a situazioni complesse e durevoli, non si è concentrato più di tanto sulla “comprensione del peace building come processo-struttura”, cioè come una struttura sociale fondamentale su cui costruire un processo di dialogo, comprensione e partenariato, che resta pur sempre un processo lento e non un dato né un risultato. Esistono, però, dai gap che lo impediscono, perché “l’inabilità o l’insufficienza nelle nostre strutture concettuali e pratiche indeboliscono la nostra capacità di sostenere un processo desiderato”.[137]

I gap individuati sono quelli dell’interdipendenza, della giustizia e del processo- struttura. Le relazioni, il cuore del peace building, sono affette dal gap nell’interdipendenza. Per interdipendenza si intende una capacità orizzontale di lavorare con la controparte, attraverso la negoziazione, il dialogo, la mediazione. Il problema è che le relazioni vengono instaurate solo orizzontalmente , cioè tra le persone con le persone, tra i leader con i leader. Il gap dell’interdipendenza consiste nella carenza di capacità nell’instaurazione di relazioni verticali, cioè tra tutti i diversi livelli attoriali presenti nella realtà conflittuale. Nelle relazioni orizzontali, sicuramente importanti, viene a mancare la profondità, la diversità del dialogo, il confronto, il dibattito. Un modo per colmare questo gap non solo consiste nell’incoraggiare relazioni verticali, ma anche nell’integrare relazioni orizzontali e verticali, per cercare di riempire i vuoti e le divisioni interne alla società. Le relazioni verticali e orizzontali non solo devono integrarsi, ma muoversi in tandem.

Per quanto invece riguarda invece il gap della giustizia, esso è comunque relazionato al problema della violenza nei conflitti. Lo stato della violenza nei conflitti si muove dalla fase latente a quella diretta. La violenza è percepita, il più delle volte, come un problema di ingiustizia e di non controllo sociale. Esistono, infatti, in relazione alla percezione delle diverse forme di ingiustizia, diversi tipi di violenza. La più visibile delle quali, è quella della violenza diretta su cui la giustizia riesce ad intervenire più facilmente e più direttamente, e quella della violenza strutturale[138], una forma più nascosta, implicita e che colpisce in maniera subdola un po’ tutti gli ambiti, economico, sociale, politico. La violenza strutturale è sicuramente più difficile da debellare, sia perché meno palese e sia perché più radicata all’interno della società. Il problema, o meglio il gap, consiste nel fatto che gli accordi di pace sono sempre attenti alla riduzione della violenza diretta e non quella strutturale, che permane. Pertanto il processo di pace, per essere tale deve cercare di colmare questo gap e puntare alla riduzione della violenza strutturale. Infatti, Lederlach rileva che tutti gli sforzi sono fatti “per ridurre la violenza diretta piuttosto che trasformare la violenza strutturale”.

Per quanto riguarda il gap definito del processo-struttura, l’autore sottolinea come l’accordo troppo spesso è considerato come il punto d’arrivo dei processi di pace, quando poi esso non è altro “l’apertura di una porta dentro un intero e nuovo labirinto di stanze che ci invitano a continuare nel processo di redefinizione delle nostre relazioni”. Invece esso deve essere considerato come processo-struttura su cui basare la costruzione di un nuovo ambiente socio-politico, una costruzione che deve avvenire su una struttura solida, ma che deve essere graduale e processuale. Gli ampi sforzi della multi track diplomacy, così come quelli della paradiplomacy, in generale, evidenziano l’importanza ma anche la necessità di adeguare i mezzi, le teorie, l’analisi ai fini di un reale processo di sviluppo umano.

 

 

Capitolo 2

Le nuove sfide della cooperazione internazionale

La trasformazione del concetto di sviluppo

Gli anni novanta costituiscono, dunque, un momento storico molto particolare, frutto di lenti e profondi cambiamenti. I concetti di sviluppo e società civile sono forse tra i più rilevanti ed influenti in questo processo, soprattutto per ciò che interessa la cooperazione e la politica internazionale. Il valore che oggi ha assunto il concetto di sviluppo umano, sostenibile e partecipativo, intrecciandosi con il nuovo ruolo giocato dalla società civile, non può essere colto se non si analizza il percorso logico e processuale a cui è stato sottoposto nel corso del tempo. Proprio la trasformazione nel tempo del concetto di sviluppo e del significato ad esso attribuito, infatti, è stata sia causa che effetto di questa nuova concezione del ruolo della società civile. Essa ha contribuito ad incrementare studi e ricerche sulle teorie e le politiche di sviluppo. La logica alla base del concetto di sviluppo ha subito trasformazioni graduali ma sostanziali.

 

Il concetto nasce, con accezioni sociologiche, in opposizione al termine “sottosviluppo” negli anni postbellici, sotto l’influenza delle opportunità offerte dalla ricostruzione europea e il fervore ideologico di quegli anni.[139] Il termine sarà accettato universalmente come chiave di volta della modernità e come via certa, e forse anche unica, per il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità. Ad esso, infatti, sarà automaticamente associato il concetto di progresso, sicuro e lineare. La definizione di sottosviluppo, quantificato attraverso parametri soprattutto economici, quali reddito pro-capite e livello medio di consumi, misurava la distanza tra ricchi e poveri e il rimedio universalmente applicabile era composto da industrializzazione, tecnologia e crescita economica. Il 20 gennaio 1949, H.S. Truman, durante il famoso discorso d’insediamento alla presidenza degli Stati Uniti, riconobbe l’esistenza di squilibri tra i Paesi e la necessità di individuare e “rendere disponibili i benefici dei perfezionamenti tecnologici e del progresso industriale per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppate”. In realtà, il termine “sottosviluppo” era già apparso in precedenza nel 1942 in un articolo di Wilfred Benson (ex membro dell’ILO- International Labour Organization) dedicato al progresso economico delle aree sottosviluppate.

La soluzione, quindi, al sotto-sviluppo? Tecnologia, progresso e crescita economica. Una ricetta unica ed universale. Secondo tale visione, il concetto fu quindi identificato con la crescita economica, la quale a sua volta assunse una connotazione di innovazione e inevitabilità, ma ebbe anche il compito umanitario e universale della riduzione delle disuguaglianze. Sulla scia del paradigma della modernizzazione,[140] “le ricette economiche” proponevano un modello di sviluppo graduale e fasico,[141] centrato sulla fiducia nel progresso razionale, unidirezionale, unifattoriale, lineare e garantito dall’industrializzazione.

Per questo, il processo di sviluppo era una faticosa strada in salita, già percorsa dai paesi sviluppati. Bisognava solo seguire le indicazioni e aspettare che i paesi ancora sottosviluppati raggiungessero quelli già industrializzati; la differenza tra questi ultimi e i primi era, infatti, solo di gradi. In realtà, però negli anni cinquanta, la Commissione economica per l’America Latina (CEPAL), dirette da Raùl Prebish, sottolineò come i rapporti e gli scambi internazionali fossero fortemente asimmetrici. Ciò condusse alla nascita della teoria della dipendenza, secondo la quale sviluppo e sottosviluppo sono due facce della stessa medaglia: l’uno alimenta l’altro e sancisce le dinamiche del paradigma centro-periferia:<<il centro produce la periferia e la produce secondo un processo unidirezionale>>.[142]

Stante la visione critica dell’evoluzione del concetto di sviluppo, sarà solo negli anni ‘70 che l’omologa Commissione economica per l’Europa, diretta da Gunnar Myrdal, chiarirà quanto le economie centrali si fossero arricchite proprio grazie a questo scambio centro-periferia. Sempre secondo Memoli, le correnti di pensiero che nacquero da questa valutazione, furono sia di carattere rivoluzionario che riformista. Le prime prevedevano come unica alternativa al sottosviluppo la distruzione del sistema capitalista; le seconde si basavano, appunto, sulla logica riformista da applicare all’interno dei sistemi economici.

La configurazione del sottosviluppo come qualcosa da contenere attraverso la modernizzazione, sarà fortemente messa in discussione dal modello dello scambio ineguale, elaborato da Arghiri Emmanuel e Samir Amin tra il 1968 e il 1973. Tale concetto fu fortemente ripreso da Immanuel Wallerstein; per lui, infatti, “lo scambio ineguale è quello scambio per cui le merci si spostavano da una zona all’altra in modo tale che l’area con il bene meno “scarso” “vendeva” i suoi beni all’altra area a un prezzo che incarnava un input (costo) effettivo superiore a quello di un bene dello stesso prezzo che si muoveva nella direzione opposta”.[143] Ciò rappresenterà la base della Teoria dei Sistemi Mondo, che rivaluta il concetto di centro-periferia, introducendo il concetto di semi-periferia.[144]

Il concetto di sviluppo, però, oltre ad aver dato vita ad una serie di teorie, ha determinato anche la necessità della misurazione del livello dello stesso. Le teorie convenzionali del paradigma neoclassico tenevano conto solo delle variabili economiche e utilizzavano come parametro di interpretazione delle realtà depresse il reddito pro-capite, la quantità di spesa per consumi e altri metodi di carattere tecnico- economico. Per Memoli, di fronte all’incompletezza e alla parzialità della valutazione e conoscenza delle diverse realtà, si avvertì la necessità di rivolgere l’attenzione verso altri fenomeni, non quantificabili e difficili da reperire, quali il grado d’istruzione, la disponibilità di servizi sanitari e sociali, un’alimentazione adeguata, un’abitazione, l’esistenza di istituzioni efficienti e stabili di governo e dell’economia. Si ripose quindi l’attenzione sulla qualità di vita e si sottolineò come la disponibilità quantitativa di risorse non fosse di per sé sufficiente a promuovere lo sviluppo, condizione che invece andava ricercata nel miglioramento del capitale umano, come soddisfazione di quei bisogni primari e non, per accrescere le capacità di mobilitare capacità umane, morali, civili e professionali. Si comincia a parlare quindi di sviluppo endogeno e autopropulsivo.

L’esigenza di indicare lo sviluppo in modo differente dagli anni precedenti, nasce proprio dall’unanime constatazione che lo sviluppo a basso contenuto umano è una grave minaccia per la convivenza pacifica e per il futuro dell’umanità.[145] Di Magliano evidenzia come il miglioramento delle condizioni di vita, inizialmente inteso come riscatto dalla povertà, rappresenta la premessa per accrescere la partecipazione delle popolazioni al processo di sviluppo.[146] In un lavoro dell’ILO del 1976, si rileva che i bisogni essenziali riguardano due categorie, le necessità minime familiari e i servizi forniti e utilizzati dalla collettività nel suo insieme.

Importante però è, secondo una visione dello sviluppo appartenente a Sen, porre l’accento sulla specificazione dei bisogni umani e dei bisogni cosiddetti essenziali, in cui elementi riguardanti il benessere immateriale - come l’autodeterminazione dell’individuo, la libertà politica, la sicurezza, la partecipazione attiva ai processi decisionali - devono essere presi in considerazione. Secondo Sen, infatti, gli individui devono essere posti in condizione di disporre di diritti politici, economici e sociali tali da accedere ad una libera soddisfazione dei bisogni essenziali e in ciò la società deve poter garantire un titolo valido per l’acquisizione dei bisogni essenziali. Per Sen, lo sviluppo è la storia del superamento delle illibertà, come la miseria, la deprivazione sociale sistemica, l’intolleranza, l’autoritarismo.[147]

È quindi un vero e proprio capovolgimento della logica tradizionale di sviluppo che assegnava alle autorità di governo il compito di disegnare una strategia di sviluppo dall’alto (top-down) per indurre l’individuo e la società nel suo insieme a contribuire ad azioni complessive di sviluppo che provengano dal basso (bottom-up). Per lui invece la libertà umana è un fine ed un mezzo insieme per lo sviluppo. Sen inoltre rompe la relazione univoca tra prosperità economica e condizioni politiche, sociali e culturali; la crescita economica è solo un mezzo, un punto intermedio e non un fine. Sen evidenzia la fondamentale distinzione che vi è tra capacitazione - che rappresenta l’abilità al conseguimento - e funzionamento, che “riguarda ciò che una persona può desiderare di fare o di essere, in quanto gli da valore” ed è quindi collegato alle realizzazioni. I nessi empirici tra libertà come valori generali e un insieme di valori specifici quali le libertà strumentali, non solo rappresentano un importante approccio metodologico, ma sono l’importante presupposto per l’efficacia e la realizzazione di politiche di sviluppo appropriate.

L’interconnessione tra libertà politiche, infrastrutture economiche, occasioni sociali, garanzie di trasparenza e sicurezza protettiva permette di individuare le possibilità di varie e diverse vie allo sviluppo. Lo sviluppo, in quanto “processo d’espansione delle libertà reali di cui godono gli esseri umani”,[148] rivela così di essere una combinazione complessa e non predeterminata di processi distinti e non un’espansione lineare ed equilibrata di grandezze omogenee, come quando riportato alla crescita del reddito reale.[149]  La partecipazione degli attori locali diviene il fulcro di un nuovo approccio che parte dalla società civile, ma deve in ogni caso essere coadiuvata dalle autorità locali, che rafforzano, appoggiano e supportano l’ownership nel processo di sviluppo.

Meccanismi quali “spillover” (esternalità positive) e effetti del “learning by doing”, hanno permesso di qualificare lo sviluppo locale ed endogeno e autopropulsivo in termini economici molto positivi. Ecco che non esiste più un modello di sviluppo univoco e generalizzabile a tutte le situazioni, come volevano i classici tradizionali, ma tanti diversi approcci, tanti cammini, percorsi, coincidenze e situazioni atte a valorizzare le risorse locali. Lo sviluppo diventa un processo aperto problematico, contraddittorio e diversificato. In ciò va sottolineato anche il ruolo degli indicatori. Gli indicatori di carattere solo ed esclusivamente economico non riescono ad offrire un quadro ben strutturato delle più complesse realtà, motivo per cui a indicatori economici vanno affiancati fattori extra-economici.

Sarà grazie all’indice dello sviluppo umano (HDI, Human Developmet Index) elaborato dall’UNDP nel 1990, che parametri relativi alla qualità della vita entreranno a far parte di valori determinanti il livello di sviluppo. Tale indice ha suscitato molte critiche ma anche molti consensi. L’indice è formato da tre componenti-chiave, due di carattere sociale ed uno economico: la longevità, il livello di istruzione e il reddito. I rapporti del 1991 e del 1992 sullo sviluppo umano propongono indici atti a misurare la dimensione politica dello sviluppo; inoltre, nel 1995 viene introdotto l’indice di sviluppo di genere, che segue come parametri l’HDI, ma sulla base delle disparità correnti tra uomini e donne. Nel 1997 viene, invece, introdotto lo HPI, (Human Poverty Index), che si articola in due grandi indici, HPI -1 e lo HPI -2, relativi alla misurazione dell’estensione della povertà nei paesi industrializzati e nei Paesi sottosviluppati. Nel 2003, il Center for Global Development e il Foreign Policy propongono il nuovo Commitment to Development Index/CDI (indice di impegno per lo sviluppo). L’indice analizza sei diversi settori: l’aiuto, il commercio, l’ambiente, gli investimenti, le migrazioni e il peacekeeping, sommando aspetti quantitativi e qualitativi, con il proposito di cogliere le complessità, le interrelazioni tra componenti dello sviluppo.[150]

Realtà diverse non possono essere misurate con gli stessi parametri, così come le “soluzioni” non possono essere universalizzate, e per poter seguire un processo di sviluppo adeguato, bisogna cogliere le differenze tra le molteplici situazioni e soprattutto conoscere le realtà locali per quello che effettivamente sono. Questi indici, come tutti gli indici attenti alle variabili politiche-sociali, sulla stregua del pensiero di Sen, cercano di delineare un quadro più completo ed esaustivo della situazione che si va ad analizzare; si guarda allo sviluppo come ad un processo a più dimensioni, dove la tutela dei diritti umani e la democrazia divengono un aspetto centrale dei nuovi approcci e delle politiche di cooperazione. Al centro dei dibattiti il concetto di sviluppo assume sostanzialmente tre diverse ma fondamentali ed interconnesse connotazioni: umano, sostenibile e partecipativo.[151]

Il primo Rapporto sullo Sviluppo Umano dell’UNDP del 1990 definisce lo sviluppo umano “come il processo di ampliamento dell’arco delle opportunità sia economiche che politiche” e rappresenta un momento fondamentale nelle ridefinizione di tale concetto, integrandovi le diverse dimensioni della condizione umana. Il concetto di sviluppo umano pone al proprio centro l’uomo come fine in sé. Il Rapporto sullo sviluppo umano n. 5, infatti, afferma che “è bene ricordare l’ammonimento di Immanuel Kant a trattare l’umanità come un fine, mai come un mezzo. La qualità della vita è un fine.

Lo sviluppo diventa ora lo sviluppo della persona umana, sviluppo quindi delle libertà che permettono di determinare liberamente bisogni e capacità; l’uomo diventa il soggetto dello sviluppo e non più l’oggetto, come aveva affermato Sen. Ciascuno deve essere libero di scegliere lo stile di vita che più ritiene adatto, sia come individuo che come società, due dimensioni dell’identità umana costantemente in interazione e in tensione. I mezzi attraverso cui poter esercitare una libera capacitazione sono le libertà strumentali, tra le quali spicca l’esercizio della libertà politica e in tutto ciò la democrazia, assume un’importanza fondamentale.

Per Joseph il concetto di democrazia è da intendersi non come sistema complessivo di governo, il quale deve essere liberamente determinato, ma nel senso di diffondere, distribuire, decentralizzare il potere. Il senso da attribuirsi quindi al concetto consiste proprio nel collegamento tra le due parole componenti il termine: “cratos” e “demos”, “[…] distribuire, cedere potere reale (cratos) nelle mani delle persone (demos)”.[152] Per questo si parla di Democracy for Development, perché “noi possiamo concludere che democrazia e sviluppo sono inseparabili”. Risulta quindi modificata la visione stessa di benessere e di valutazione della qualità della vita, entrambi non ricondotte più solo alla disponibilità immediata di beni materiali ma colte in relazione alla capacità individuale di utilizzare beni per esplicare ed esercitare funzioni. Infatti, gli anni novanta, come gli anni ottanta, hanno visto svilupparsi un intenso dibattito sulla nozione di capacità.

Per Amartya Sen, “la capacità è la dimostrazione della libertà di una persona di scegliere tra diversi modi di vivere”. Inoltre, la povertà è “incapacitazione”, vale a dire impossibilità di scelta, ed in questo lo sviluppo, come nuova accezione di sviluppo umano, deve permettere all’uomo di affermare le proprie capacità, e quindi offrirgli la possibilità di scelta tra diversi stili di vita. “[…] Lo sviluppo deve cominciare nel senso di persona: sviluppo non riguarda le cose che tu vedi […] riguarda il modo in cui qualcuno sta sviluppando il suo pensiero”.[153] Dal punto di vista dello sviluppo sostenibile, concetto che nasce negli anni ‘60, ma dagli anni ’80 riscuote sempre maggiore interesse, l’accento è inizialmente posto sulla relazione che intercorre tra ambiente e sviluppo e solo successivamente tra ambiente e sviluppo inter e intra generazionale.

Il concetto di sostenibilità ambientale nasce in contrasto con la visione di sviluppo di breve periodo, che per sua stessa natura è orientato al massimo sfruttamento delle risorse. La crescita economica rapida e disordinata, l’elevato consumo di energia, di beni e risorse disponibili, determina la preoccupazione che lo sviluppo economico possa determinare anche un collasso ambientale.[154] Il concetto di sviluppo sostenibile non si limita solo a considerare i rapporti tra crescita economica e ambiente, ma analizza anche il problema ambientale nei PVS, dove vi sono non solo situazioni di iniqua distribuzione delle risorse, ma anche realtà colpite da una drammatica povertà. Secondo l’autore, tale duplice condizione di precarietà spesso porta a relegare in secondo piano la tutela delle risorse naturali nel tempo a favore della realizzazione di risultati tangibili in termini di miglioramento delle condizioni economico–sociali e spesso in favore della sopravvivenza stessa.

L’obiettivo dei processi di sviluppo si è quindi spostato dalla crescita economica e del reddito reale al miglioramento della qualità della vita, intesa come miglioramento delle condizioni sociali generali, da perseguire nel rispetto dei valori culturali delle popolazioni interessate. In altre parole lo sviluppo deve riuscire a garantire l’equità intra e intergenerazionale. Il concetto di sviluppo così inteso, diversamente da quello di crescita economica, offre un’interpretazione esaustiva di un processo che tiene conto delle necessità sociali, istituzionali, politiche ed economiche. L’equità intergenerazionale, infatti, implica che lo sviluppo possa essere considerato sostenibile solo se i cambiamenti che esso produce non comportano un peggioramento delle qualità della vita delle generazioni future.

Il concetto di sviluppo partecipativo, inoltre, sarà uno dei concetti che maggiormente influenzerà le teorie dello sviluppo e le politiche di cooperazione allo sviluppo. Grazie ai cambiamenti di fine secolo si avverte una sorta di rinascita, di stimolo, di richiami che si alzano dal basso, una sorta di “Sturm und Drung”, di entusiasmo, di voglia di partecipare da parte della società civile. È come se ci fosse stata, secondo Joseph, una maggiore domanda di spazi pubblici, di riappropriazione di qualcosa che non è altro che un bene comune, una richiesta di empowerment che a sua volta ha determinato un senso maggiore e diffuso di ownership.[155]

 

Sul nuovo ruolo della società civile

Secondo Alison Van Rooy,[156] il termine società civile non è un termine nuovo; il suo utilizzo risale a tempi davvero remoti, soprattutto nel campo politico-filosofico (autori come Cicerone, Locke, Hume, Paine, Hegel, Gramsci lo hanno incluso nel proprio pensiero), ed ha assunto significati diversi e disparati.[157] Secondo la sua analisi, il concetto di società civile ha attratto dottrine popolustiche, con sfondo comunista o capitalista, nonché dottrine economiche, che l’hanno etichettata come terzo settore, incontro tra Stato e mercato. Tuttavia, oggi la società civile ha un ruolo di fondamentale importanza che deve essere ben definito. Essa è composta di soggetti molteplici e differenziati che hanno anche ottenuto un riconoscimento diffuso, quali organizzazioni non governative, gruppi di base, sindacati, cooperative, centri di studio e ricerca, autorità locali.

Qualsiasi “voce” del coro della società civile si analizzi, qualsiasi attore si tenga in considerazione, bisogna appunto analizzarlo come una tra le tante voci, solo come una punta dell’iceberg.[158] Possiamo, ad esempio, usare la definizione che ne da Jan Aart Scholte, ossia considerarla come l’insieme della cittadinanza organizzata formalmente e informalmente in associazioni, gruppi e forum, con il fine di contribuire materialmente e moralmente alla vita comune e collettiva, per proporre e anche contestare politiche sociali ed economiche con e contro altri cittadini, governi e stato.[159] Infatti, i cittadini appartenenti a diversi Stati possono oggi comunicare ed organizzarsi anche se a migliaia di chilometri di distanza, e ciò ha portato ad una condivisione dei problemi locali che risultano globalizzati, e quindi ad una coscienza cittadina diffusa, tanto che spesso si parla di cittadinanza globale.

Secondo Murphy a ciò bisogna aggiungere anche una sorta di abdicazione o ritiro dello stato dal suo antico ruolo dedicato al sociale, al welfare, e ciò ha portato ad una sorta di welfarizzazione della società civile, la quale non solo si è trovata a contatto spesso con gli stessi problemi, ma a doverli anche risolvere.[160] Ecco che una maggiore responsabilizzazione della società civile, insieme ad una più profonda consapevolezza dei problemi, ha portato intere comunità o fette della società civile a creare forum di discussione, arene e agorà di dibattito e confronto, a livello municipale, regionale, nazionale, internazionale e oggi transnazionale. Ecco che il tema della cooperazione internazionale diventa il fulcro del discorso; ecco che strategie concordate di mutuo supporto, contro la violenza e per la pace, per le opportunità sociali ed economiche, per la governance democratica, per i diritti umani, sono elaborate a tutti i livelli.

Secondo White,[161] il termine “società civile” può essere usato in modo scorretto o abusato, per questo bisogna evitare di cadere in errori passati, o comunque in trappole logiche ampiamente discusse da Fowler in uno dei suoi più recenti lavori.[162] La difficoltà di definizione di ciò che è effettivamente la società civile, come evidenziato da Bobbio, consiste nel fatto che la complessità si trova inscritta nella stessa filologia del termine “civile”, che rimanda a “civitas”, assumendo il significato di società “politica” ma anche a “civilitas” ossia società “civilizzata”.[163] L’importante è evitare di considerare il termine “società civile” con un significato:

a)     Esclusivo piuttosto che inclusivo, infatti, spesso si pensa al concetto come qualcosa di formale, ignorando così tutte le configurazioni sociali e le modalità di interrelazione tra cittadini, stato e reti locali e familiari.

b)     Urbano piuttosto che rurale, bisogna porre attenzione, quando lo si vuole “esportare” in contesti diversi e disomogenei.

c)     Sinonimo di civiltà nel senso di educazione. Spesso si dice che non tutti i gruppi facenti parte della società civile sono appunto civili nel loro comportamento. Voler dividere con una sottile linea rossa i comportamenti, le abitudini “civili” da quelle “incivili”, significa esercitare giudizi di valore.

d)     Idilliaco, di comprensione perpetua e reciproca, addossando e localizzando tutte le forze creatrici di povertà, esclusione e ingiustizia solo ed esclusivamente in ambiti di tipo governativo, statale, commerciale, economico e di mercato. Relazioni di potere, gruppi d’interesse giacciono e si perpetuano anche all’interno della società civile, e spesso, possono anche addirittura impedire la riduzione della povertà, equità, inclusione, giustizia ed altri obiettivi dello sviluppo sociale stesso.[164]

Intrecciando l’analisi di Fowler con quella di White, quest’ultima evidenzia come la società civile è essenzialmente politica nel suo significato e questo nelle politiche di sviluppo deve essere preso in considerazione. Le arene civiche contengono le radici del potere e possono anche esser usate per perpetuare le differenze. Insomma per un nuovo concetto di sviluppo, il termine società civile richiede una profonda comprensione del suo significato proprio. Negli ultimi trent’anni, la richiesta di partecipazione è diventata un coro di voci sempre più forte e ciò può essere riportato, secondo Fowler, a tre motivi fondamentali. Il primo riguarda una sorta di disincanto e sfiducia verso quegli atteggiamenti riconducibili al paradigma “top-down”; il secondo è attinente alla maggiore consapevolezza d’alcuni problemi che hanno una dimensione sia locale che globale, soprattutto problemi riconducibili all’aumento della povertà e al degrado ambientale; il terzo riguarda la rapida globalizzazione del mondo dell’economia e conseguentemente le politiche di deregulation e la privatizzazione.

Per Murphy, invece, <<La rinascita delle organizzazioni popolari e la mobilizzazione di comunità d’interessi in campagne di dissenso e resistenza, nonché il proporsi di ciò che è stato indicato con il termine di “società civile” è da addebitarsi maggiormente al processo di globalizzazione e di intensa localizzazione>>, come concetti generici che hanno un po’ stravolto i cittadini, sia come singoli che nella loro risposta organizzata al cambiamento delle realtà locali, nazionali ed internazionali.[165] Le manifestazioni avvengono sia a livello locale e ristretto che a livello globale, grazie soprattutto al “campaign” che attraverso network di associazioni e ONG, riesce a dar voce ed eco, facendo opera di sensibilizzazione su una serie di problematiche come mai in passato.[166]

Movimenti sociali di tutti i tipi - No-Global, pacifisti, ambientalisti, femministi, gruppi di  sensibilizzazione sui diritti umani, le etnie, le minoranze - hanno valicato i confini nazionali e attraversato trasversalmente tutte le società. Secondo la visione di Scholte, esistono per esempio almeno tre tipi, in termini di valori, d’atteggiamenti: quello conformista che non fa altro che rinforzare le norme esistenti; quello riformista, che desidera correggere i regimi esistenti dall’interno e quello trasformista che si impegna per un ampio cambiamento dell’ordine sociale. Parlare però di globalizzazione della società civile è troppo facile e semplicistico. In realtà bisognerebbe parlare più di una profonda sfida per il mondo contemporaneo.[167]

Murphy pone l’accento su tutti quei luoghi della terra che sembrano essere dimenticati dalla globalizzazione eppure hanno dato vita, e allo stesso tempo sono stati coinvolti, in un nuovo impeto dei movimenti sociali. Quello a cui spesso si assiste è l’amplificazione della localizzazione, attraverso processi d’azioni concertate a livello appunto locale, nazionale e internazionale. Il focus, resta spesso particolaristico e specifico; e la forza della comunità e l’impatto delle strategie e delle campagne di sensibilizzazione sono spesso locali e particolari, perché appunto ricadono sulle persone e sulle comunità.

Questo è spesso il significato e l’importanza del nuovo risorgimento della società civile. Tale concetto è così importante che ha indotto molti governi sia ad occuparsi di cooperazione internazionale, sia a sentirsi attaccati sul versante della sovranità nazionale. Hanno quindi cominciato a sentire la pressione e gli effetti delle diverse e incidenti azioni concertate messe in atto dalla società civile. È opportuno, però, riflettere anche sul concetto di “partecipazione della società civile” di cui spesso se ne fa un uso scorretto, un abuso, tanto da scadere spesso nella retorica. Per questo occorre essere cauti nell’utilizzare termini quali, “good governance”, “people-centred”, “sviluppo locale”, perché spesso dietro il termine “partecipazione” si nascondono interessi; non bisogna dimenticare, infatti, che la “società civile” resta un processo dinamico di carattere politico.

<<La condivisione e la collaborazione attraverso la partecipazione non significa necessariamente condivisione del potere, anche perché secondo White, ciò che comincia come issue politico è spesso tradotto in problema tecnico […]. Incorporazione più che esclusione è spesso il migliore mezzo di controllo>>.[168] In questo saggio, il concetto di partecipazione è analizzato in tutte le sue componenti con particolare spirito critico. <<Se la partecipazione sta a significare più una facciata di buone intenzioni, è vitale distinguere più chiaramente quali sono gli interessi in questione. Questo aiuterà a mostrare, ciò che molti avevano già sospettato: che nonostante l’uso delle stesse parole, il significato ad esse attribuito può essere molto diverso>>. White identifica tre categorie molto interessanti su cui bisogna riporre attenzione, ma a monte della riflessione bisogna rispondere a due importanti domande: la prima riguarda i soggetti: chi partecipa? Come e in che termini? La seconda riguarda i modi e i livelli di partecipazione. Il diretto coinvolgimento delle persone a livello locale, non è abbastanza, ciò che conta è la partecipazione delle comunità locali a livello di management e decision making.

Chiarite queste due questioni fondamentali, bisogna secondo il suo punto di vista, tenere in considerazione le tre caratteristiche, a cui ho già accennato, quali: le forme, le dinamiche e le funzioni della partecipazione. In base agli interessi predominanti (top-down o bottom–up) e quindi alle forme e alle funzioni che la partecipazione assume, si riesce a determinare, almeno a livello analitico, il tipo di politica attuata. Lei riesce a costruire una tabella esplicativa molto utile, anche se rileva come nella realtà e nella pratica, gli usi e (gli abusi) della partecipazione sono molto vari e variabili e, quindi, difficili da catalogare.

 

Form

Top-down

Bottom-up

Function

Nominal

Legitimation

Inclusion

Display

Instrumental

Efficiency

Cost

Means

Rapresentative

Sustainability

Leverage

Voice

Trasformative

Empowerment

Empowerment

Means/End

Fonte: White S.C., Depoliticising development: the use and abuses of participation,

Development in Practice, vol. 6, n. 1, 1996, pp. 6-15.

 

Tutte queste variabili, ovviamente portano a risultati diversi ma, comunque, riguardano processi partecipativi; perciò spesso è più importante il “come” piuttosto che il risultato, anzi spesso i mezzi sono il vero fine. Anche perché lo stesso processo non è un qualcosa di statico, definito e definitivo, ma essendo un qualcosa di indefinito e dinamico, è il sito stesso di conflitto e dibattiti. Come afferma White, “la partecipazione è il luogo di conflitti” e per questo non può rifuggire dalle limitazioni di questo processo che derivano appunto dalle relazioni di potere diffuse nella società”, anche perché “il potere è coinvolto nella definizione degli interessi stessi”.

Ricapitolando il pensiero di White, tre importanti passi sono fondamentali nella definizione della “non-politica della partecipazione”. Il primo è il riconoscimento della partecipazione come concetto politico, il secondo è l’analisi degli interessi coinvolti e spesso presentati come collettivi, il terzo è il riconoscimento della partecipazione e della non-partecipazione, e la differenza che intercorre tra le due. Partecipazione e non-partecipazione possono riprodurre esclusione, subordinazione, ma la rimessa in discussione dei rapporti sociali e di potere aiuta nel processo di sviluppo, appunto, umano. Per questo è un processo conflittuale, White conclude con una riflessione che merita di essere citata in originale: <<the absence of conflict in many supposedly “partecipatory” programmes is something that should raise our suspicion>>.[169]

Secondo Fowler, in realtà il ruolo della società civile è diventato fondamentale anche per lo sviluppo della comunità internazionale come concetto aggregato e quindi ad un livello già più globale. Al vertice di Copenhagen del 1995 sullo sviluppo sociale, il tema del coinvolgimento della società civile è stato uno dei punti cardine, e tutto questo processo di partecipazione/ empowerment nei processi di sviluppo ha portato anche Van Rooy, che si è occupata di stilare un documento nel 1998 di tipo comparativo,[170] ad identificare una varietà d’aspettative relative allo sviluppo. Per rafforzare lo sviluppo, inter alia bisognerebbe secondo Van Rooy:

v      Distribuire direttamente servizi ai più poveri

v      Costruire capitale sociale

v      Promuovere l’equità, attraverso l’attivismo, per spalmare su tutta la popolazione i vantaggi del benessere nazionale e i benefici della crescita

v      Rimpiazzare l’aiuto statale;

Incoraggiare la democrazia attraverso:

v      Il rafforzamento delle funzioni civiche, grazie all’appoggio di gruppi d’interesse e a soggetti attivi localmente

v      La diffusione a tappeto del potere, come sorta d’antidoto al potere statale

v      Il rafforzamento o la creazione delle istituzioni democratiche

v      L’incoraggiamento della cultura della democrazia

Altre funzioni includono:

v      Il supporto del senso di “amicizia”

v      La promozione del mercato libero ed equo attraverso il rafforzamento del settore civile privato.

In realtà, tutte queste funzioni sono sia molto importanti, interdipendenti ma nello stesso tempo contraddittorie.[171] Questo processo di partecipazione- coinvolgimento- empowerment della società civile, e quindi di pluralizzazione dei soggetti, ha visto l’emersione di tante forme diverse di organizzazione nuove e non, congiuntamente con la crisi dello Stato nazione. Secondo Finn, infatti, tutto ciò ha portato ad una rivalutazione anche delle relazioni internazionali (<<ogni sviluppo nelle relazioni internazionali può essere collegato ad alcuni eventi successi in passato, ma mai prima d’oggi così tanto era cambiato, cosi velocemente e ad un livello globale così esteso>>) e allo stesso tempo ad una rivalutazione del concetto di diplomazia. Il contatto tra gli Stati, quindi, non avviene più solo ed esclusivamente a livello centrale e governativo, ma anche e forse soprattutto, a livello trasversale, grazie a persone, idee, mezzi di comunicazioni, forum, associazioni studentesche, un mondo che possiamo definire sommerso ma molto in fermento. <<In senso ampio, la diplomazia, tuttavia, è stata trasformata dalla tecnologia che lavora collegando il mondo in modo molto stretto, fisicamente, elettronicamente e culturalmente>>.[172]

Per questo gli anni novanta insieme a tutte le trasformazioni, hanno portato con sé un cambiamento vero e proprio nel concetto di diplomazia e conseguentemente delle relazioni internazionali. Anche in quest’ambito, nuove teorie sono state inventate per cercare di oggettivare un mondo in movimento e in continua trasformazione, esse hanno cercato di colmare il gap tra la visione di Huntington “The Clash of Civilizations” e quella di Fukuyama con la sua “The End of History”, ma forse più che colmare il gap hanno cercato di superarlo e hanno forse cercato, come suggeriva Darendorf, di “quadrare il cerchio”. Come afferma Finn, <<non ci sarà nessuna epifania globale, nessuna caduta nell’anarchia, ma la natura della diplomazia deve adattarsi al nuovo sistema, con alcune nuove regole e con alcuni nuovi giocatori>>.[173] Per poter giocare bene, basta conoscere le regole del gioco.

La cooperazione allo sviluppo e il glocalismo

Sfide, difficoltà, crisi, trasformazioni ma anche nuove opportunità segnano il panorama della cooperazione allo sviluppo all’inizio degli anni novanta. Politiche di riorientamento e di ripensamento attraversano lo scenario internazionale della cooperazione. Lotta alla povertà, aiuto umanitario, tutela dei diritti umani e dei beni pubblici globali, tangibili e intangibili, sviluppo umano, diventano imperativi per la cooperazione allo sviluppo.

Ciò nasce anche dal senso di “cooperation fatigue” che s’insinua nei vari ambiti della cooperazione internazionale.[174] Da uno studio effettuato dall’UNDP nel 1998, infatti, si rileva una sorta di diffusa perdita di credibilità dell’aiuto allo sviluppo, un diffuso senso di scetticismo che attraversa l’opinione pubblica circa l’efficacia dell’aiuto e il settore della cooperazione internazionale in generale, dovuto alla corruzione e al dispendio inefficace di risorse. Il rapporto rileva anche una migliore e maggiore predisposizione dei giovani verso la cooperazione allo sviluppo e un senso diffuso di maggiore affidamento e “fiducia” verso il sistema multilaterale in generale e quello delle Nazioni Unite in particolare.[175]

Tale consapevolezza non è insita solo nell’opinione pubblica e nella società civile, ma anche nei discorsi e nelle agende delle organizzazioni internazionali, delle ONG, dei singoli, delle associazioni, dei sindacati, dei partiti. Sono emblematiche a tal proposito le osservazioni di Boutrous Ghali: <<[…] la pace, nel suo significato più ampio, non può essere raggiunta solamente dal sistema delle Nazioni Unite o dai governi. Le organizzazioni non governative, le istituzioni accademiche, i parlamentari, le imprese e le comunità professionali, i mezzi di comunicazione e il pubblico in generale devono essere tutti coinvolti […]. Ora è tempo, per le sue nazioni e i suoi popoli (delle Nazioni Unite), e per gli uomini e le donne che le servono, di cogliere il momento nell’interesse del futuro>>.[176] <<Raggruppamenti non ufficiali e movimenti creano ora reti che aiutano ad orientare la direzione di politiche di sviluppo e a fornire risultati pratici. Per aver successo la costruzione del consenso politico deve comprendere tutti>>.[177] Questa voglia di partecipazione proveniente dalla società civile si incrocerà con l’appello lanciato dalle organizzazioni internazionali governative e non. <<Nasce dunque l’esigenza di adeguare le forme della cooperazione alla crescente domanda di partecipazione degli attori sociali delle realtà locali>>.[178]

<<Nascono un interesse e una disponibilità inediti per il dialogo tra le tipologie associative, che muovono in direzione del superamento di vecchi parallelismi e radicate compartimentalizzazioni. Le ONG tendono a spostare parte delle proprie attività al nord, mentre associazionismo da sempre attivo sul territorio nazionale tende, in modo crescente, a canalizzare parte della propria solidarietà verso l’ambito internazionale […]. Forme nuove di mobilitarsi nelle emergenze ma anche nella lunga durata dello sviluppo, azioni legate all’impegno dei singoli, di gruppi, dei singoli di gruppi a volte estremamente fluidi, di associazioni professionali e imprenditoriali, di ONG con maggiore o minore livello di formalità, configurano un legame mobile tra società del nord e del sud del mondo, la cui consistenza appare molte volte difficile da determinare ma le cui potenzialità si rivelano fin dall’inizio notevoli>>.[179]

Nel panorama attuale della cooperazione internazionale - che è sicuramente caratterizzato da un ampio numero di difficoltà, ma anche da alcuni segni positivi - si insidia una prospettiva diversa, caratterizzata da un forte bilanciamento tra la dimensione globale e locale. Per Maxwell ed Engel, <<La cooperazione allo sviluppo europea è stata sottoposta a cambiamenti significativi a partire dal 1990. Il processo di trasformazione è ancora in corso, con molti dei suoi più grossi benefici ancora da raggiungere. Eppure una nuova ondata di cambiamenti è all’orizzonte, guidata da una combinazione di fattori interni ed esterni>>.[180]

Il partenariato rappresenta uno tra i più importanti principi d’azione all’interno del panorama della cooperazione internazionale all’alba degli anni novanta. A tal proposito, un documento dell’OECD/DAC del 1996, non solo rafforza principi e obiettivi fatti propri dalle conferenze delle Nazioni Unite, di cui si parlerà a breve, ma sottolinea proprio  l’importanza e il valore innovativo del processo di partenariato.[181] Il testo si focalizza anche sul concetto di sviluppo umano, in quanto “people-centred development”, e si richiama, infatti, ad un concetto di “partenariato più efficiente” che stabilisce tempi e modalità d’azione.

Scadenza principale resta il 2015 sia per la riduzione del 50% della percentuale di persone che vivono in condizioni d’estrema povertà, sia per l’accesso ad un’educazione di base per la totalità della popolazione mondiale; sia per la riduzione di due terzi del tasso di mortalità infantile, sia per la partecipazione paritaria delle bambine all’educazione primaria, sia per la riduzione del tasso di mortalità dei neonati e dei bambini con meno di cinque anni, sia per la riduzione dei tre quarti del tasso di mortalità materna, sia per l’accesso ai metodi di pianificazione familiare per tutti gli individui in età di procreare e ai servizi sanitari, sia per capovolgere le tendenze odierne allo spreco di risorse ambientali, mentre il 2005 è la deadline per l’adozione di una strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile.

Tali impegni s’inquadrano nella nuova visione per cui <<In passato gli sforzi dell’aiuto implicavano quasi sempre una collaborazione con le autorità centrali. Oggi lavoriamo con partner sempre più numerosi per soddisfare le esigenze di maggiore efficienza. Siamo in presenza di sistemi politici più pluralisti e decentrati, e l’importanza di un settore privato dinamico non è più da dimostrare, del coinvolgimento delle popolazioni locali e della partecipazione della società civile non è più da dimostrare>>.[182]

Come da Ianni evidenziato, questa nuova visione di partenariato si caratterizza per una nuova diversa e più responsabile definizione di ruoli, che si sposta verso gli attori locali, quali associazioni, attori economici, società civile, comunità locali ecc, distaccandosi, in un certo qual senso, dagli attori esterni al contesto. Questo sia per incrementare un maggiore processo di empowerment della società civile, sia per rafforzare le capacità locali nella gestione dei processi di sviluppo. Gli obiettivi evidenziati dal documento dell’OECD/DAC del 1996 si muovono su tre assi, quali la sostenibilità ambientale, lo sviluppo sociale e il benessere economico. L’impegno, l’attenzione e la maggiore sensibilizzazione della società civile verso l’esistenza di conflitti, povertà, deprivazione generalizzata e violazione dei diritti umani insieme ad un più forte di responsabilità sociale, accountability e ownership hanno favorito un radicamento del concetto di cosviluppo all’interno dell’intera società civile che si muove in una sorta di spazio glocale e che è diventata, per questo, globale.

Processi di forte riflessione e affermazione di principi, valori e obiettivi attraversano anche il sistema delle Nazioni Unite, attraverso le conferenze internazionali che puntelleranno tutto il decennio del 2000, metteranno a confronto paesi e visioni, a partire soprattutto dagli anni novanta:

v      La conferenza su ambiente e sviluppo di Rio de Janerio del 1992, in cui si afferma il riconoscimento dell’ambiente come bene pubblico globale e propone il partenariato come strumento di sostenibilità, in cui le comunità indigene, uomini, donne e bambini sono chiamate a rafforzare. Il programma di azione adottato è la famosa Agenda 21, che tenta di costituire processi fondamentali per la concertazione tra soggetti della società civile e istituzionali.[183]

v      La conferenza mondiale sui diritti umani, tenutasi a Vienna nel 1993,[184] in cui si riconosce l’importanza delle istituzioni ai fini della democrazia e della partecipazione, raccomanda inoltre un empowerment della società civile plurale ed invoca una partecipazione diffusa nella tutela e difesa dei diritti umani.

v      La conferenza internazionale su popolazione e sviluppo, svoltasi a Il Cairo nel 1994 che oltre ad analizzare lo stato della popolazione, riconosce l’importanza delle organizzazioni non governative e invita tutti ad inglobarle nei processi decisionali.[185]

v      La conferenza mondiale sullo sviluppo sociale, svoltasi a Copenaghen nel 1995, nella quale vengono enucleati i dieci punti d’impegno delle politiche nazionali e internazionali nel sostegno allo sviluppo sociale:

  1. Creazione di condizioni economiche, politiche e sociali, culturali e giuridiche, che permettano la realizzazione dello sviluppo sociale;
  2. Sradicamento della povertà;
  3. Promozione dell’obiettivo di piena occupazione;
  4. Integrazione sociale;
  5. Pieno rispetto della dignità umana, realizzazione dell’uguaglianza e l’equità tra donne e uomini;
  6. Promozione e realizzazione dell’accesso universale ed equo all’istruzione di qualità;
  7. Accelerazione dello sviluppo economico, sociale e umano, dell’Africa e dei Paesi meno sviluppati;
  8. Inclusione all’interno dei programmi di aggiustamento strutturale degli obiettivi dello sviluppo sociale;
  9. Aumento e utilizzo più efficiente delle risorse assegnate allo sviluppo sociale;
  10.  Miglioramento e rafforzamento del quadro della cooperazione internazionale, nello spirito del partenariato.

In questa conferenza, che in questa sede è, insieme con quella del Millennio, quella più interessa, evidenzia il ruolo del partenariato con la società civile, riconoscendo il ruolo di quest’ultima nella lotta alla povertà, nella promozione del benessere e della tutela dei diritti umani, promuovendo l’appoggio allo sviluppo delle sue capacità. Il programma d’azione, in quella sede stabilito, mira alla formazione, alla definizione di quadri normativi, alla creazione di reti per facilitare la sua partecipazione nella definizione di politiche di sviluppo. In tale ambito si evidenzia notevolmente il ruolo della cooperazione tra organizzazioni non governative con lo Stato e con le autorità locali.[186]

v      La quarta conferenza mondiale sulla donna, svoltasi a Pechino nel 1995, evidenzia e promuove il ruolo della società civile nella creazione di un clima favorevole alla promozione dell’uguaglianza della donna;

v      La seconda conferenza mondiale di Istanbul del 1996 sugli insediamenti umani, Habitat II, sottolinea soprattutto il ruolo incisivo delle comunità locali nella promozione del processo di sviluppo;[187]

v      Il vertice mondiale dell’alimentazione, svoltosi a Roma nel 1996, oltre a denunciare lo stato del mondo, evidenzia anch’essa il valore della stretta collaborazione tra attori della società civile e governi;[188]

v      La conferenza mondiale del millennio svoltasi a New York nel settembre del 2000, che oltre a riassumere i contenuti delle conferenze precedenti, fissa principi e obiettivi dello sviluppo da conseguire entro lassi di tempo ben precisi.[189] I principi, più importanti a cui s’ispira la dichiarazione del Millennio, sono quelli dell’uguaglianza, del rispetto per la natura, della tolleranza, della solidarietà, della responsabilità condivisa, della libertà, mentre per quanto riguarda gli obiettivi, essi sono guidati da valori condivisi quali, diritti umani, democrazia e buon governo, ma il vero nucleo sono della dichiarazione del Millennio sono gli otto Millennium Development Goals, quali:

1.      “L’eliminazione della povertà estrema e della fame: dimezzando la percentuale di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno nonché coloro che soffrono la fame;

2.      Il raggiungimento dell’istruzione elementare universale: assicurando che tutti i bambini completino il ciclo degli studi elementari;

3.      La promozione dell’uguaglianza dei sessi e il conferimento di potere e responsabilità  alle donne: eliminando, preferibilmente entro il 2005, e a tutti i livelli entro il 2015, la disparità di genere nell’istruzione elementare e secondaria;

4.       La diminuzione della mortalità infantile: riducendo di due terzi il tasso di mortalità fra i bambini al di sotto dei cinque anni d’età;

5.      Il miglioramento della salute materna: diminuendo di tre quarti il tasso di mortalità materna;

6.       La lotta all’HIV/AIDS , alle altre malattie tra cui la malaria: fermando o cominciando ad invertire la tendenza alla diffusione dell’HIV/AIDS, della malaria e di altre importanti malattie;

7.      Il raggiungimento di una maggiore sostenibilità ambientale:

  • integrando i principi dello sviluppo sostenibile nelle politiche e nei programmi nazionali;
  • invertendo la tendenza al depauperamento delle risorse naturali;
  • dimezzando la percentuale di persone che non hanno accesso all’acqua potabile;

8.      Lo sviluppo di una partnership globale per lo sviluppo:

  • Sviluppando ulteriormente un sistema finanziario e commerciale aperto, basato su delle regole e sia prevedibile e non discriminatorio. Questo obiettivo prevede inoltre un impegno a favore del buon governo, dello sviluppo e della diminuzione della povertà a livello nazionale e internazionale;
  • Occupandosi delle particolari esigenze dei paesi meno sviluppati. Questo obiettivo prevede l’adozione d’esenzioni doganali e l’eliminazione delle quote per le loro esportazioni; l’incremento degli interventi per la riduzione del debito estero dei paesi poveri fortemente indebitati; la cancellazione del debito ufficiale bilaterale; una assistenza allo sviluppo più generosa per i paesi impegnati nella riduzione della povertà;
  • Facendo fronte alle speciali necessità dei paesi in via di sviluppo privi di sbocchi sul mare e degli stati in via di sviluppo delle piccole isole;
  • Affrontando esaurientemente ed efficacemente i problemi del debito dei paesi in via di sviluppo, mediante l’adozione di misure nazionali ed internazionali che rendano il debito sostenibile nel lungo periodo;
  • Creando, in collaborazione con le imprese farmaceutiche, che i medicinali essenziali siano accessibili a basso costo nei Paesi in via di sviluppo;
  • Rendendo disponibili, in collaborazione con il settore privato, i benefici delle nuove tecnologie dell’ informazione e delle comunicazioni”.[190]

Nella Dichiarazione del Millennio, quindi, ben otto obiettivi di sviluppo sono stati fissati, con tanti sotto-obiettivi, ma quello che in questa sede ci interessa maggiormente è l’ottavo, cioè, quello relativo all’instaurazione di partnership globale per lo sviluppo, obiettivo particolare sia perché è l’unico che non si rivolge solo ed esclusivamente ai PVS, (cosa che accade invece per gli altri sette) e che richiede un impegno da parte di tutti i paesi, proprio dell’ottica di co-sviluppo e partenariato di cui si fa portatore, e sia perché è anche l’unico al quale non è stata assegnata una scadenza temporale; questo sia perché la realizzazione di politiche e partnership è un processo a lungo termine e necessita di tempi che non possono e non devono essere in alcun modo affrettati o forzati, sia perché sarebbe stato impossibile e utopistico pensare di fissare una sorta di “deadline” per il processo di partenariato, che è visto come importante momento e mezzo di confronto nella costruzione di collaborazioni e cooperazioni a lungo termine. 

In questa prospettiva spesso definita “glocale”,[191] si avvia un processo di ridefinizione sociale, politico e progettuale d’azione e insieme di pensiero e di idee.[192] Da alcuni studiosi è stata evidenziata <<La creazione di un sistema internazionale – parallelo e complementare a quello esistente – rappresentato da un mosaico di città basato sul bilanciamento di identità, culture ed interessi e non meramente sul bilanciamento del potere degli stati-nazione>>.[193] Bisogna, però, non solo definire con attenzione, i prerequisiti, i valori, attori d’azione della cooperazione globale allo sviluppo ma anche prendere le distanze da un ampia di definizioni ambigue e fallaci.[194] Per questo il riferimento all’interdipendenza tra comunità locali (localismo) o alla creazione di partenariati o networks orizzontali, non deve essere confuso con il multilocalismo.

Il mondo della cooperazione allo sviluppo si muove attraverso un’ampia gamma di diversi attori che agiscono sia a livello internazionale che a livello locale in maniera interconnessa e in reti, spesso con l’obiettivo di creare dei ponti tra il nord e il sud, processi partenariato come  evidenziato dall’OECD. C’è una vera e propria galassia di grandi e piccoli attori che condividono, nella prospettiva della cooperazione allo sviluppo e alla pace, varie forme di azione allo sviluppo umano, culturale, politico economico. Diversi attori hanno adottato un’agenda particolarmente innovativa peace-oriented e people-centered.

Le ONG di sviluppo, gli attori economici globali, le organizzazioni internazionali, gli enti locali, le associazioni, i tavoli, i forum di discussione, gli individui, le associazioni di donne, università, ITC, comitati cittadini, media, sindacati, la società civile nel complesso è il nuovo punto di forza della cooperazione. L’obiettivo primario dello sviluppo umano può essere raggiunto solo grazie al contributo di attori realmente impegnati, coscienti ed esperti conoscitori della realtà in cui vanno ad operare. L’impegno nella cooperazione internazionale delle istituzioni municipali, delle comunità religiose, delle associazioni locali, delle imprese economiche, delle ONG, delle amministrazioni e dei gruppi di enti privati e pubblici, e dei cosiddetti CBOs (Civil Body Organization), potrà contribuire all’instaurazione di concreti processi di partenariato.

In questo modo si inventa un laboratorio sociale per un reciproco riconoscimento ed una collaborazione strategica. Il potenziale della cooperazione allo sviluppo è enorme. La ricerca di un forte link tra i vari benefici della dimensione globale – in termini di tecnologia, informazioni ed economia – e  la dimensione locale, possono con il tempo stabilire un sistema bottom-up per la governance della globalizzazione. Nel contesto poi della governance municipale, i governi locali possono diventare i “direttori d’orchestra”, e parlare, essendo capaci di armonizzare diversi attori e bisogni, con realtà urbane, unendosi in reti transnazionali e partenariati, dare cioè un contributo concreto per la governance globale.[195] I settori per cui e su si lavora sono tra i più diversi, come, la riforma della diplomazia tradizionale, pace e sviluppo; sviluppo e educazione allo sviluppo umano; governance a livello municipale; risorse del managment; empowerment della società civile e democratizzazione; ristrutturazione dei fondi e delle risorse pubbliche; riorientamento dei meccanismi finanziari, specializzazione dei settori innovativi come l’ITC.

Nell’ambito dei dibattiti interni alla cooperazione internazionale si è assistito a forti stimoli al ripensamento e al riorientamento delle politiche di sviluppo. Tra queste vi è anche la relazione intercorrente tra pace e sviluppo. Ciò parte dalla critica alla visione dicotomica e non-integrata tra cooperazione allo sviluppo e cooperazione alla pace. Tale biforcazione è stata uno dei punti deboli della cooperazione internazionale. Politiche di sintesi (sviluppo plus pace) devono essere messe in atto, dimostrando in tal modo di superare gli ostacoli alla realizzazione di politiche di sviluppo a lungo termine, dando con ciò nuovi inputs. Un’opera diffusa di Campaign a livello internazionale, regionale, nazionale, locale; la promozione dei cosiddetti fondi misti;[196] la struttura finanziaria e la disponibilità di informazioni economiche, la realizzazione di politiche per lo sviluppo umano, accordi di carattere decentrato, sono solo alcuni tra gli strumenti-obiettivi in campo.

Processi di valutazione d’errori passati, di ripensamento hanno attraversato molti settori e tematiche della cooperazione allo sviluppo. Un grave errore, ad esempio, è consistito nel tener separate e considerare compartimenti stagni le politiche e i programmi di cooperazione allo sviluppo e le iniziative peace-oriented. Si rileva l’importanza degli attori locali, infatti, spesso in passato il non coinvolgimento di attori locali ha determinato il fallimento di politiche, progetti e programmi, cosa avvenuta anche per piani o strategie di pace e ripacificazione. L’importanza di questi attori non è più solo a livello locale; essi, infatti, hanno sviluppato una forte capacità d’interazione e spesso di influenza all’interno di agenzie internazionali, corporazioni statali in arene globali.

Ne deriva la rivalutazione della ripercussione delle guerre sulla povertà. E’ un circolo vizioso, la guerra incide come fattore determinante delle realtà di povertà, proliferazione di conflitti e diffusione della violenza. Tali processi prima ridotti a dimensione locale oggi hanno risonanza globale e toccano l’intera comunità mondiale. Ciò è avvenuto anche per concetto di peace building, che non può essere concepito più secondo un’ottica settoriale, ma va considerato come un’asse centrale per ogni strategia di sviluppo. La riconcettualizzazione è avvenuta anche per il circolo virtuoso tra stabilità, riduzione della povertà e sviluppo che se realizzato a lungo termine può spezzare il circolo vizioso di povertà, guerra e conflitti.

Il ruolo delle città, centri molto innovativi sia a livello culturale, intellettuale, economico, è rivalutato come luogo in cui l’emergente società civile è più forte e dove le relazioni tra governi e amministrazioni locali sono più strette. Si ricerca una più integrata e pluralistica governance della globalizzazione. All’interno del processo decisionale globale, si assiste ad una sorta di doppio movimento tra godimento dei benefici e vantaggi della globalizzazione a livello locale e lo sviluppo e l’empowerment delle stesse. L’uso della scienza-conoscenza globale, informazione, comunicazione e formazione è considerato ora come strumento per la creazione di un circuito promotore di fruttuose relazioni tra attori diversi.

In questo panorama, diventano fondamentali parametri come l’efficienza calcolata in base all’accesso alle risorse finanziarie e alla reale fruizione delle iniziative e all’impatto che esse hanno sulla realtà locale; l’effettività calcolata in base alla realizzazione di progetti per anno, ai risultati di carattere processuale, e processi di buon governo; la rilevanza, valutata in base all’abilità nell’attrarre l’attenzione dei maggiori attori della cooperazione internazionale e nell’interesse di ripetizione delle iniziative realizzate; l’impatto delle politiche, misurate in base agli effetti reali tangibili e intangibili.

Tutti questi parametri puntano a processi d’accountability e ownership, per tentare di realizzare, a partire da un livello discorsivo fino a giungere alla effettiva realizzazione di politiche di sviluppo, una trasformazione, un ribaltamento dell’ottica da cui si non solo si guarda la realtà ma si agisce concretamente, cercando cioè di posizionare nell’agende politiche di tutti gli attori della cooperazione allo sviluppo, il concetto di “Putting the Last First”.[197]

 

I principi al centro del dibattito: coordinamento, coerenza ed efficacia

In una dimensione multiattoriale e pluridimensionale, le parole all’ordine del giorno nei forum internazionali sono: coordinamento, coerenza, efficacia, pertinenza delle politiche di sviluppo. Non solo per un’esigenza di riuscita delle politiche stesse ma anche per ridare forza e nuovo impulso alla cooperazione allo sviluppo, la quale nella prima metà degli anni novanta subì una forte perdita di credibilità, dovuta alla crisi in cui versavano la politiche di cooperazione. È, infatti, in atto “un processo più ampio e profondo di mutamento che coinvolge gli attori, le problematiche e le forze dell’azione”.[198]

Il significato di “coerenza” nell’ambito della politica e della cooperazione internazionale,[199] così come altri termini politici affascinanti, quali partecipazione e sviluppo sostenibile, rischiano di perdere il loro significato.[200] Esiste, infatti, una vasta gamma di diversi sensi da attribuire al concetto di “coerenza”: tra aiuti e politica estera (coerenza politica), tra diversi attori che si occupano di aiuti umanitari (coordinamento dell’aiuto) e tra aiuti e politiche di sviluppo. Comune al dibattito, è l’abbattimento della compartimentalizzazione delle dimensioni concettuali, istituzionali e di budget per accrescere la coerenza dei risultati.

L’errata considerazione della coerenza come risultato e non come processo è stato uno tra i più gravi errori.[201] Di per se stessa, la coerenza è un valore neutro e può essere giusto quanto sbagliato, dare per scontata e legittima una politica coerente per giusta, sarebbe un intoppo logico; glissare sul chi sta definendo e sul come si stiano stabilendo i contenuti delle politiche di cooperazione potrebbe essere pericoloso. Bisogna immergersi in una sorta di politica dell’equilibrio e di coordinamento, la quale a fronte della cooperazione internazionale multifocale, non può non tener conto di una serie di realtà:

v      La realtà dell’arena politica, come frutto del coordinamento tra strategie di advocacy a livello nazionale e internazionale;

v      La realtà della self-governance, come frutto del coordinamento tra leadership strategiche e partecipazione diffusa e radicata;

v      La realtà della mobilitazione della società civile, come frutto del coordinamento tra strategie politiche di massa e approcci locali e politiche decentrate;

v      La realtà delle strategie di cooperazione, come frutto di coordinamento tra approcci di confronto/scontro e collaborativi e cooperativi,

v      La prospettiva della cooperazione internazionale, come frutto di coordinamento tra gli obiettivi a breve termine del campaign e il valore costruttivo e costitutivo a lungo termine che esso possiede.[202]

Queste politiche di coordinamento, sono ottimi strumenti di promozione dell’effettività e della pratica della trasparenza, Josè Antonio Alonso rileva però davvero tante difficoltà nell’attuazione di coerenti politiche multilaterali, prima tra tutte l’asimmetria tra i livelli di effettiva integrazione ed efficienza delle organizzazioni internazionali.[203] Nel contempo, però, politiche autonome non hanno più tanto senso in un mondo dove regna ormai un’interdipendenza circolare, <<nessuno è libero dall’effetto-contagio[…]. Questo coordinamento richiede un sistema istituzionale multilaterale con una reale capacità di sviluppo di dialogo e di gestione coordinata delle politiche>>.[204]

Coordinamento, effettività e coerenza nelle politiche di cooperazione, non solo, sono desiderabili, ma oggetto d’obblighi e riforme, anche perché la politica dell’incoerenza potrebbe intaccare l’implementazione e l’effettività delle politiche di sviluppo, producendo reazioni avverse e la messa in discussione della legittimità dei governi nella realizzazione delle stesse.[205]

Nell’ottica di una nuova politica internazionale maggiormente coordinata, Alonso analizza il valore attuale del multilateralismo, passando attraverso tre categorie, definendolo come “una proposta per il futuro” che generi coordinamento, advocacy e accountability.[206] Esso lavora contro l’inerzia istituzionale, contro la gerarchia internazionale, e la prerogativa delle competenze statali, per la garanzia di una gestione più democratica e inclusiva delle politiche, quindi per l’efficacia, per il coinvolgimento dal basso e a livello locale delle comunità, quindi, per la pertinenza; per un’agenda multidimensionale e multiattoriale, quindi, per i principi di coerenza e coordinamento. È possibile costruire schema logico del nuovo multilateralismo, che lotta per le forze motrici e contro gli ostacoli, indicati rispettivamente sulla destra e sulla sinistra dell’organigramma.[207]           

Organigramma

 

(Fonte: Alonso A. J., Globalization, civil society and the multilateral system, Development in Practice, vol. 10, n 3&4,  2000, pp. 348-360. Si avverte che lo schema logico è stato ridisegnato graficamente, ma i contenuti dello schema logico sono inalterati)

Il paradosso maggiormente evidenziato, tanto da Alonso quanto da Macrae e Leader, è che la complessità dei governi moderni, dovuta soprattutto alla partecipazione a corpi e organismi internazionali, come la succitata Unione Europea, rende particolarmente difficile l’attuazione di ciò che è definito, in linee generali, coerenza. A tal proposito governi e istituzioni internazionali stanno cercando di sviluppare nuovi metodi per la gestione di questa complessità, in particolare attraverso nuovi meccanismi interdipartimentali e coordinamenti inter-agenzie.[208] Passando, quindi, ad un’analisi delle attuali istituzioni internazionali quali l’Unione Europea, le Nazioni Unite, i governi nazionali, regionali, subregionali, optano, anelano e lavorano per attuare politiche coerenti, effettive, efficaci e coordinate tra loro.

Sulla scia dei dibattiti interni all’Unione Europea,[209] il tema del coordinamento e della coerenza sta diventando uno degli orizzonti più importanti da raggiungere e al più presto possibile. Dal punto di vista della cooperazione UE-ACP,[210] i principi fondamentali che guidano le politiche sono:

v      Eguaglianza tra partner e “ownership” di strategie di sviluppo. Infatti, in linea di principio gli Stati ACP determinano autonomamente lo sviluppo delle proprie società ed economie.

v      Partecipazione. A parte i governi centrali considerati partner principali, il partenariato è aperto ad altri attori (per esempio la società civile in generale, il settore privato, i governi locali).

v      Dialogo e obblighi reciproci. Le parti coinvolte hanno assunto obblighi reciproci tra i quali il rispetto dei diritti umani. Ciò è monitorato attraverso il processo dialogico.

v      Differenziazione e regionalizzazione. Gli accordi di cooperazione variano a seconda dei partner e del proprio livello di sviluppo, i propri bisogni, performance, e strategie di sviluppo a lungo termine.[211]

La domanda a cui cercano di rispondere Macrae e Leader è “cosa rende una politica coerente?” La risposta consiste nel coordinamento delle politiche d’aiuto umanitario con la politica estera. Bisogna, cioè, in questo modo, priorizzare, riconciliare i numerosi e concorrenti obiettivi politici, in un’ottica di riforma istituzionale di responsabilità generalizzata. Coerenza e coordinamento devono essere un modus operandi a livello programmatico e istituzionale, ma devono anche essere promossi a livello delle politiche settoriali, cioè tra aiuti, commercio e politica estera. L’analisi dei due autori si concentra anche sul ruolo della coerenza all’interno del sistema delle Nazioni Unite,[212] sottolineano infatti come l’ONU nello scorso decennio abbia impiegato molte forze nella definizione di una agenda della coerenza, in diversi campi, tra i quali anche quello della sicurezza.[213]

Le riforme nell’ottica del processo del lavoro di integrazione interdipartimentale partite nel 1997 sono però rimaste confinate all’ambito dello scambio delle informazioni e non si sono estese alla completa realizzazione di programmi comuni. Dal punto di vista della politica internazionale, inoltre, quest’ultima sembra essere guidata più da politiche dipartimentali e umanitarie che da una coordinata e coerente politica concertata. L’analisi di Macrae e Leader si conclude con l’amara constatazione che il modello della coerenza promesso agli inizi degli anni novanta dalle grandi istituzioni internazionali, soprattutto nel rinnovo delle politiche di sviluppo e di aiuti soprattutto nei PVS, è rimasta abbastanza disattesa. In realtà secondo quest’analisi, l’aspetto umanitario dell’intervento ha subito profondi cambiamenti e strutturali e concettuali, mentre quello politico meno. Ma l’aspetto positivo è che la convergenza delle politiche di sviluppo e di aiuti umanitari, ha mobilitato le iniziative nell’ottica del coordinamento e della coerenza. Troppo spesso si è fatta un’interpretazione banale, superficiale e confusa della coerenza, considerandola come:

v      la semplice delega delle responsabilità per una analisi e gestione delle politiche dalla sfera diplomatica alla sfera dell’azione umanitaria.

v      In assenza di strumenti effettivi, l’accrescimento degli interessi all’interno dei circoli diplomatici nell’uso d’assetti umanitari come parte di strategie politiche. Tali strategie, non solo compromettono i principi umanitari, ma anche i risultati a livello politico diverrebbero davvero discutibili.

v      L’accrescimento della sovrapposizione e della confusione tra le condizioni tecniche necessarie per un’effettiva responsabilità e accountability dell’azione umanitaria e la condizionalità politica sull’assistenza umanitaria, (ciò anche perché situazioni possono essere percepite in modo diverso secondo la particolare relazione tra il donatore e il beneficiario degli aiuti).

v      Un semplice accrescimento dello scambio di informazioni, ma una mancanza di chiara leadership e sufficiente capacità di trasferire le forti analisi politiche in comuni progetti di sviluppo.[214]

 

 

 

 

 

La questione del rapporto tra interventi umanitari e politiche di sviluppo

La chiave d’interpretazione per la difficoltà di realizzare politiche coerenti ed efficaci e di coordinare le politiche d’aiuti umanitari alle politiche a livello internazionale (vedi l’ONU), è, se vogliamo, la risposta al quesito di Macrae e Leader “cosa rende le politiche coerenti?”: l’errata interpretazione dicotomica e convenzionale del rapporto tra humanitarianism, inteso nel senso di realizzazione d’aiuti ed intervento umanitario, e development, inteso nel senso di politiche di sviluppo.[215] <<La distinzione è ormai vecchia. Ed è inoltre controproducente, infatti, essa implica che dette attività rappresentino diverse professioni con diversi valori. Troppo a lungo l’uso di questi due termini ha dato vita ad una terribile tendenza al dualismo […] che ha generato la pericolosa idea che intervento umanitario e politiche di sviluppo siano radicalmente diversi nei loro obiettivi e scopi morali>>.[216]

L’etica dell’intervento umanitario, e dello humanitarianism in generale, è stata stereotipata come una sorta di “progetto temporaneo e  moralmente miope”, pieno di limiti e creato nell’ottica dell’urgenza, dell’emergenza e di bisogni meramente fisici e che dovrebbe quindi abdicare in favore dello sviluppo, individuato come processo di grande trasformazione e empowerment sociale. Perpetuando questa distinzione tra valori umanitari e di sviluppo, si apriva la questione di paragone, confronto, scelta e quindi giudizio di valore tra i due.

<<Il lavoro umanitario è di breve termine e relativo solo all’emergenza? Il lavoro delle politiche di sviluppo è a lungo termine? Uno è apolitico e l’altro è politico?>>.[217] La risposta che Slim dà è che entrambi riguardano la vita umana, entrambi sono impegni a breve a lungo termine, entrambi sono politici nel senso di essere concepiti in relazione allo sviluppo umano, il valore fondamentale in cui si legano e collegano, humanitarianism e development, è il rispetto della dignità umana  e l’eguaglianza essenziale tra esseri umani. È proprio nei diritti umani che si può dissolvere il controproducente dualismo tra politiche di sviluppo e interventi umanitari, ed è proprio in questo senso che - se gli interventi umanitari e di emergenza e se gli aiuti si basano sul rispetto e sulla promozione dei diritti umani - non possono essere altro che politiche di sviluppo umano.

<<Lo sviluppo dei diritti umani, il cui valore fondamentale è la dignità umana basata su eguaglianza individuale, libertà personale, giustizia economica e sociale, accomuna humanitarianism and development e mostra e dimostra che i fini ultimi e gli scopi primari sono gli stessi. La (ri)scoperta negli anni novanta che humanitarianism e development si basano entrambi sulla promozione e sullo sviluppo dei diritti umani deve sradicare la fuorviante dicotomia tra i due, e mettere a tacere tutti quei dibattiti che sottolineavano la differenza tra aiuti e sviluppo […]>>.[218]

Il discorso sugli aiuti ha subito una profonda evoluzione, a partire dalla collocazione strategica/economica/politica che ha avuto negli anni sessanta e settanta, durante cioè la guerra fredda, passando negli anni ottanta attraverso una forte riconvergenza tra politica e aiuti, considerati utili strumenti per una pacifica risoluzione dei conflitti. In “Un’agenda per la pace” che gli aiuti vengono inquadrati come <<parte di un più comprensiva e strategia multisfaccettata per la riduzione dei conflitti di attraverso strategie politiche, militari, ambientali ed economiche>>.[219] Per questo gli autori parlano di riunificazione tra aiuti e politica negli anni ottanta.

È in quest’ottica che s’introduce il concetto di new humanitarism, una sorta di nuovo paradigma che vorrebbe riconciliare e far convergere temi politici, di sviluppo in conformità a coordinamento, coerenza ed efficacia. In realtà, gli autori propongono questo nuovo paradigma i cui elementi principali sono:[220]

v      Il riconoscimento dei rischi che l’aiuto potrebbe portare sia danni che benefici;

v      Uno spostamento della concezione dell’aiuto umanitario basato sui bisogni ad un aiuto umanitario basato sui diritti;

v      Un senso di humanitarism attivo che guarda a coloro i cui diritti umani e la cui possibilità di capacitazione vengono impedite;

v      Una valutazione adeguata del ruolo degli aiuti umanitari in ambito di risoluzione dei conflitti e di peace building, ciò implica un’applicazione del principio di condizionalità.[221]

A tal riguardo il rapporto Assessing Aid del 1998 della Banca mondiale è di ottimo aiuto sia per quanto riguarda il concetto di selettività dell’aiuto sia  per quanto riguarda il rapporto tra l’efficacia dell’aiuto e la presenza di politiche economiche funzionali e di un ambiente istituzionale favorevole.[222] Un “good policy enviroment” è la conditio sine qua non, il criterio di selezione, per la destinazione di aiuti verso un paese, cioè un ambiente già avviato alle politiche di riforma e di buone istituzioni, in cui la fungibilità dell’aiuto (cioè la probabilità che le sue risorse siano indirettamente utilizzate per altri scopi) è meno probabile. Nonostante ciò afferma comunque che bisogna continuare a prestare aiuti ai paesi con maggiore difficoltà. Come rileva Ianni, <<un rapporto diretto e stretto tra selettività, adattabilità dell’aiuto, come capacità di adeguamento ai diversi contesti è posto alla base dell’efficienza delle prestazioni e della sostenibilità dei processi di sviluppo>>.[223]

Ed è con la ridefinizione del principio di condizionalità, grazie ad Assessing Aid e al new humanitarism che è lanciato nel 1999 il new, new humanitarism,[224] dove il termine accountability ritrova slancio e dove l’uso della condizionalità viene rimpiazzata dal selective engagement, caratterizzato più che altro da condizioni politiche. L’incontro tra l’intervento umanitario e le politiche di sviluppo deve poter trovare, creare il necessario spazio politico. Nel paradigma del new, new humanitarianism il valore dell’effettività ritrova slancio. Questo per due motivi, il primo perchè la distinzione tra le varie condizioni tecniche richieste per la realizzazione effettiva delle politiche di sviluppo non può essere chiaramente e nettamente divisa dalle condizioni politiche; e secondo perché gli attori della cooperazione internazionale che si occupano di aiuti umanitari - ufficiali e non - devono essere chiari nelle definizione degli spazi politici e del tipo di politiche.

In passato la mancanza di chiarezza politica ha, infatti, condotto non solo alla proliferazione di agenzie di aiuti, di sviluppo, e interventi disseminati e scoordinati ma anche al fallimento dello scopo delle politiche umanitarie. Azioni e interventi umanitari sono politiche di sviluppo, il passaggio logico indispensabile è una corretta interazione tra i due attraverso un buon, chiaro e limpido coordinamento di compiti e azioni.[225] La dicotomia tra aiuti e sviluppo è stata anche e soprattutto rafforzata della differenza posta tra diritto internazionale e diritti umani.[226] A tal riguardo si è espresso anche Beck, che dà sicuramente un’impostazione più critica, ritenendo tale rapporto come il quinto dilemma tra i sette che lui analizza.[227] <<Il diritto internazionale che ha la precedenza sui diritti umani, rimasto in vigore durante la prima modernità, cioè, nell’era dello stato nazione, è stato sostituito dal principio cosmopolitico della seconda modernità, per il quale i diritti umani hanno la precedenza sul diritto internazionale>>.[228]

<<Sulla scia del nuovo linguaggio della globalizzazione etica, i diritti di sovranità della modernità postnazionale vengono svuotati di contenuto ed esposti all’intervento della “responsabilità globale”>>.[229] La cooperazione internazionale ha un importante ruolo nello sviluppo di tre dimensioni pratiche dei diritti umani. In primo luogo, i diritti umani tendono ad essere un punto importante nella costruzione e nel consolidamento della consapevolezza, della realtà. In secondo luogo, i diritti umani tendono ad essere una sorta di barometro di valutazione e misurazione delle relazioni sociali e dei rapporti di potere interni ad essa. Ultimo e più importante, è il valore che la lotta per il consolidamento dei diritti umani attribuisce all’affermazione e la tutela degli stessi.[230]

Due ultime riflessioni sono d’obbligo. La prima riguarda l’impatto delle politiche di sviluppo a livello micro e a livello macro, in riferimento al coordinamento tra i due piani d’analisi. La seconda riguarda i possibili scenari futuri della cooperazione internazionale, dovuti all’intreccio tra coordinamento, coerenza e lotta alla povertà. Negli anni ottanta si rileva che i risultati positivi osservabili a livello micro, a livello di singoli progetti di sviluppo, spesso non sembrano coincidere con il quadro di valutazione a livello macro che guarda più che altro alle relazioni tra aiuto e impianto macroeconomico. Alla fine del decennio, l’affermarsi di una visione multidimensionale di sviluppo a livello micro e una valutazione relativa agli aspetti politico istituzionali piuttosto che a quelli esclusivamente economici rendono giustizia ad un quadro di integrazione e coordinamento che guarda con occhio glocale ai cambiamenti, attribuendo priorità di valutazione non più solo ai risultati ma ai processi.[231] La differenza tra gli interventi umanitari e le politiche di sviluppo, azioni d’emergenza e progetti a lungo termine, è cancellata o almeno riconcettualizzata alla luce dello sviluppo umano e del valore dei diritti e delle libertà all’individuo attribuibili.[232]

Per quanto riguarda i possibili scenari della cooperazione internazionale, per Maxwell ed Engel, essi non sono né predicibili, né stabili, né unidirezionali, né tanto meno assicurati.[233] Bisogna, invece, parlare di diversificazione delle prospettive. Tali prospettive, nel dibattito europeo, si basano sul principio denominato CCC (coerenza, coordinamento e complementarietà) e sull’impegno per la lotta alla povertà.[234] Tali principi sono di forte attualità in ambito europeo, ma possono essere estesi, per principio, anche al panorama generale della cooperazione internazionale. I quattro scenari alternativi proposti da Maxwell ed Engel possono essere caratterizzati da:

v      Integrazione, situato in alto a destra, cioè, da un grande spirito di coordinamento e coerenza nella realizzazione di politiche estere e impegno per la riduzione della povertà.

v      Compartimentalizzazione, in basso a destra, dove un grande impegno per la riduzione della povertà è però combinato con un minore livello di coordinamento e di coerenza tra le varie altre politiche, si assiste, infatti, alla proliferazione d’accordi bilaterali ad hoc.

v      Segmentazione o regressione, dove il livello d’integrazione e coordinamento è molto alto ma l’impegno per la riduzione di povertà è basso e sporadico.

v      Individualizzazione o separazione, dove il livello di coerenza, coordinamento e impegno verso strategie di sviluppo per la riduzione della povertà, è basso e la lobby regna insieme alle pressioni geo-politiche-economiche.

Maggiore coerenza

 

 

 

Maggiore attenzione per la povertà

 

 

 

Minore attenzione per la povertà

 

 

Segmentazione o Regressione in diversi accordi globali

 

 

Integrazione in accordi globali supportati dall’Onu

 

 

 

 

 

Individualizzazione o separazione in pressioni di carattere bilaterale

 

 

Minore coerenza

 

 

Compartimentalizzazione in accordi internazionali ad hoc

 

Fonte: Maxwell S., Engel P.,  European Development Cooperation to 2010  (ECDPM Discussion Paper No. 48/ODI Working Paper 219). Maastricht: ECDPM/ODI, 2003 e Grimm S, What scenario for the future?, ODI, OEDI, 2004.

 

La definizione delle agende politiche d’intervento rappresenta, quindi, un importante momento per la promozione dei parametri quali coordinamento, coerenza ed efficacia, dove grazie all’impegno delle politiche di sviluppo umano e di promozione dei diritti umani, la separazione tra politiche di emergenza e di sviluppo, tra humanitarianism and development cade inesorabilmente. <<La relazione tra aiuti umanitari e azione politica è sempre stata ambigua>>,[235] ma sciogliendo quest’ambiguità nella chiara e limpida definizione d’agende politiche concertate, coordinate, coerenti. Se si parla di new humantitarism, new, new multilateralism, se gli scenari di cooperazione si sono moltiplicati, significa che davvero qualcosa è e sta cambiando.

 

La cooperazione allo sviluppo: tra internazionalizzazione economica e multi track diplomacy

 

La cooperazione allo sviluppo nel corso dell’ultimo decennio ha subito dei cambiamenti sostanziali, sia dal punto di vista attoriale che settoriale, intrecciandosi in modo nuovo con l’internazionalizzazione economica e con le modalità d’azione della nascente multi track diplomacy.[236] È bene evidenziare che, nonostante si parli approfonditamente di internazionalizzazione economica, essa rientra in un più ampio processo di ridefinizione che vede economia, politica e politiche di sviluppo distinguersi e al tempo stesso intrecciarsi e sovrapporsi costantemente. Il loro rapporto si è internazionalizzato, transnazionalizzato, acquisendo aspetti inediti. L’interdipendenza e la stretta relazione tra azioni economiche, politiche e sociali non possono essere ignorate. Parlare esclusivamente d’economia, come settore a sé stante, non avrebbe senso.

Susan Strange evidenzia che la cooperazione allo sviluppo e l’internazionalizzazione economica non possono essere comprese o analizzate compiutamente senza considerare il commercio internazionale, così come commercio e management non possono essere compresi appieno senza prestare attenzione alla politica internazionale ed interna e alla cooperazione allo sviluppo.[237] Ed altri autori, a parte lei, sottolineano come la storia della politica e della cooperazione allo sviluppo è collegata a quella dell’economia globale.

Non vi è, quindi, modo d’eludere l’imperativo della multidisciplinarietà per comprendere i cambiamenti e i risultati dell’economia politica internazionale. Bisogna, invece, orientarsi verso un approccio integrato, sia pure con la consapevolezza che i risultati sono destinati ad essere imperfetti. La tesi di base è che nell’attuale contesto di internazionalizzazione economica vanno riconsiderati i quesiti fondamentali su politica e potere. Come già detto in precedenza, i processi di transnazionalizzazione hanno trasformato e indebolito il controllo statale e l’esclusività dell’azione statale in ambito internazionale. <<Gli esperti della politica economica internazionale e delle relazioni internazionali in maniera sempre crescente accettano che un processo di cambiamento strutturale sta trasformando l’economia politica globale, rendendo le concezioni stato-centriche westphaliane del sistema internazionale obsolete>>.[238]

In tal modo la distanza tra le politiche di sviluppo e le politiche di cooperazione allo sviluppo si accorcia e si modifica costantemente. Una diffusione del potere all’interno non solo della cooperazione allo sviluppo, ma anche nell’ambito della politica economica ed estera, trasforma profondamente lo scenario. Le capacità dei mercati e attori non-statali di influire sui processi politici ed economici sono in crescendo. La globalizzazione finanziaria mina la capacità degli Stati di controllare le loro stesse economie o di perseguire strategie autonome, per cui la responsabilità del governo del sistema economico mondiale ricade su diversi attori, governi, istituzioni, comunità.

Su questa diffusione del potere si è interrogato anche, per esempio, Beck che vede in questo periodo storico di internazionalizzazione economica, “la terza ondata” che sta minando la territorialità storica: territorialità e produzione non sono, cioè, più legate assieme.[239] Le nuove possibilità offerte dall’economia aggiungono per lui una frattura qualitativa, rispetto ad un mondo che pensa in termini di dicotomia nazionale/internazionale, e spesso non ancora in termini transnazionali. Secondo lui, infatti, la conseguenza decisiva è che nello spazio interno delle modalità nazionali e locali di fare affari avviene una trasformazione fondamentale delle opzioni e delle situazioni di scelta.

Le decisioni sottostanno all’influenza delle possibilità e delle competizioni globali. Ciò, secondo la sua ottica, comporta un cambio di paradigma della produzione territoriale non orientata più verso un mercato locale o nazionale, ma alle diverse forme di de-territorializzazione di produzione per il mercato mondiale. Il mercato è transnazionale, di conseguenza l’internazionalizzazione dell’economia non si limita più a realizzare flussi di merci e capitali, ma include anche l’internazionalizzazione dei quadri di riferimento delle decisioni politiche. La visione statistica del mondo, basata sulle economie nazionali e sul semplice scambio internazionale tra esse, sta perdendo di significato o comunque sta perdendo la sua validità informativa. Il commercio, da internazionale si sta trasformando in commercio intra-aziendale, nel quale nulla è acquistato o venduto ma i prodotti sono mandati avanti e dietro all’interno di un’azienda che opera a livello transnazionale.[240]

Esiste, però una visione scettica dell’internazionalizzazione dell’economia galoppante che considera la situazione economica attuale come niente di nuovo nonostante sia caratterizzata dallo sviluppo del commercio mondiale, della produzione globale, della mobilità di capitali e delle migrazioni internazionale. La congiuntura storica economica attuale, corrisponde, secondo questo punto di vista, più o meno alla situazione raggiunta prima della prima guerra mondiale, sicuramente con un livello più basso e con l’esclusione di molti più paesi rispetto ad oggi.

Beck sente l’esigenza di distinguere tra internazionalizzazione dell’economia e globalizzazione dell’economia, proprio per evitare confusioni di questo tipo.[241] L’internazionalizzazione dell’economia era, difatti, relativa ai crescenti intrecci economici che si concentravano prima, come ora, sui grandi blocchi economici continentali: Europa, Asia, America. L’internazionalizzazione che travalica i confini ha, quindi, i suoi chiari confini. L’intensificazione degli intrecci economici è in questo caso non globale ma intracontinentale. Mentre la globalizzazione dell’economia, è caratterizzata dall’uscita dai confini e da un’accelerazione costante del processo in questione. In primo luogo, questo significa che i processi economici sono stati e sono deterritorializzati, le distanze geografiche come confini concorrenziali naturali tra luoghi di produzione perdono significato. È inoltre intrecciata all’agire politico. Le condizioni dei mercati globalizzati sono importanti quanto l’enorme accelerazione di tutti i processi di trasformazione politica, economica e sociale.

Anche l’analisi di Strange è focalizzata sul concetto di potere e di politica. In particolare cerca di rispondere alla domanda generica di “chi ottiene cosa”, che deve essere misurato in base all’influenza esercitata sui risultati socio-politici piuttosto che in base al mero possesso di capacità o di controllo delle istituzioni, che oramai, secondo lei, si è spostato dagli Stati al mercato. Nell’ambito del mercato analizza ampiamente il ruolo delle multinazionali, termine che ritiene fuorviante[242] e delle TNC esistenti già da tempo, sottolineando il fatto che il passaggio dagli Stati al mercato ha reso le TNC attori politici e che, nel rapporto tra TNC e mercato, non siano le imprese ad essere diventate multinazionali ma il mercato stesso. Dato che l’economia svolge oggi un importante ruolo politico, Strange si focalizza sul ruolo delle TNC, analizzando quattro ipotesi di ragionamento:

1.      Le TNC hanno finito per svolgere un ruolo significativo nel determinare chi ottiene cosa nel sistema politico mondiale.

2.      Nell’ultimo decennio le TNC sono state più attive degli Stati e di alcune organizzazioni umanitarie nel distribuire ricchezza dai paesi industrializzati a quelli più poveri e in via di sviluppo. Per lei, infatti, investimenti e commercio hanno creato molti nuovi posti di lavoro e hanno contribuito ad elevare standard di vita individuali più dei programmi ufficiali di aiuti. Si sono anche sentite agenti di sviluppo.

3.      Le TNC hanno finito per sottrarre ai governi il ruolo dominante nella risoluzione dei conflitti di interessi.

4.      In ambito fiscale, le imprese hanno eluso sempre più tassazione dei profitti aziendali da parte dei governi.

Per questo Strange ritiene che tre importanti variabili abbiano maggiormente determinato l’internazionalizzazione dell’economia - tecnologia, mercati e politica – e <<non prenderle in considerazione tutte e tre significa soffrire di una seria miopia intellettuale>>. Ma il problema che si pone è: chi si occuperà di sicurezza, disoccupazione, perequazione socio-economica, investimenti, ecc? La risposta è difficile, ma il tempo sarà un elemento essenziale per la ristabilizzazione dell’equilibrio.

Strange, inoltre, sottolinea un problema che lei definisce “di Pinocchio” e che è più direttamente legato all’individuo immerso in questo ampio panorama intrecciato dell’internazionalizzazione economica. La metafora di Pinocchio serve ad esprimere il senso di legame, relazione, appartenenza. Lei ritiene che i fili che tengono legati ognuno di noi allo Stato nazione siano simili ai fili che sostenevano Pinocchio, burattino di forze che non poteva né controllare né influenzare. <<Il suo problema non era più che il suo naso si allungava nel momento in cui diceva bugie. Egli aveva già imparato che le bugie erano un errore. Il suo problema, al momento di trasformarsi magicamente da burattino di legno a ragazzo in carne ed ossa, fu in definitiva la mancanza dei fili che lo avevano guidato. Pinocchio doveva distinguere autonomamente cosa fare, l’autorità di quali soggetti rispettare e quale altra autorità sfidare o ostacolare. […] In un mondo di autorità molteplice e diffusa ognuno di noi condivide il problema di Pinocchio; le nostre coscienze individuali sono la nostra sola e unica guida>>.[243]

A testimonianza dell’intreccio politico-economico nell’ambito della politica e della cooperazione internazionale, il nuovo paradigma della multi track diplomacy, formulato da Diamond e McDonald, cerca di spiegare il processo di definizione dell’intero panorama delle relazioni internazionali del ventunesimo secolo, caratterizzato non più e non tanto da strumenti di carattere tradizionale, ma da altri fortemente interdipendenti ed innovativi, tra cui quello di carattere economico.[244]

Il ruolo della politica, all’interno del processo di internazionalizzazione economica, è quindi determinante e ciò si evince anche dell’approccio della multi track. È da rilevare, infatti, che il terzo track “Business, o Peacemaking attraverso Commercio” e l’ottavo track “Funding, or Peacemaking through Providing Resource”, sono inseriti in un sistema complessivo d’analisi. Il ruolo dell’economia, pertanto, è importante sia in sé sia - e soprattutto - in relazione alla cooperazione e alla politica internazionale. L’analisi interna alla multi track diplomacy, non si fissa solo sul ruolo dell’economia in quanto tale, che persegue quindi l’accumulazione del profitto, ma anche e soprattutto sulla creazione di relazioni e canali nell’ottica della cooperazione. Il processo di internazionalizzazione economica non deve essere dato, pertanto, per scontato in qualità di fattore-collante a livello internazionale, ma deve rispettare delle caratteristiche fondamentali per poter avere un influsso positivo e costruttivo anche a livello politico internazionale:

v      Deve essere positivo e fruttuoso per tutte la parti coinvolte nel processo economico-socio-politico.

v      Non deve rappresentare un elemento, un fenomeno isolato ma parte integrata e integrante di una struttura sociale e politica nella vita internazionale in senso ampio.

v      Deve essere portato avanti con coscienza sociale, ambientale e politica, per essere una forza effettiva di cambiamento positivo sia nel sistema transnazionale sia nel government thinking

v      Bisogna che, già a partire dagli operatori economici, il riconoscimento e la consapevolezza del ruolo dell’economia in quanto strumento di pace sociale diffusa, si radichi e si affermi costantemente.

Per quanto riguarda il campo d’azione, la comunità economica internazionale agisce all’interno della cooperazione attraverso un ampio spettro di organizzazioni. Esse vanno, stante l’analisi di Diamond e McDonald, da corporazioni multinazionali, a singoli imprenditori, piccole compagnie, associazioni commerciali, le cui attività supportano azioni di pace, progetti di educazione, che sfruttano e usano il commercio come strumento di politica e cooperazione internazionale. Di solito la business community è tradizionalmente conservativa, orientata al profitto e alla competizione, ma esiste un sempre più folto gruppo di attori economici coscienti socialmente, orientati allo sviluppo e alla cooperazione. Spesso però, alcuni attori economici transnazionali sono anche incoscienti del loro ruolo di collante, di costruttori di ponti e dialoghi, di coscientizzazione di persone, zone, paesi e settori. La business community ha contribuito allo sviluppo di una realtà cooperativistica anche solo offrendo opportunità di andare a scuola, di ricevere borse di studio, di cogliere opportunità di viaggio, e <<quando reti complesse di cooperazione transnazionale esistono, le politiche governative non possono influire più di tanto, ma solo esserne contagiate>>.[245]

Diamond e McDonald, esprimono chiaramente il rapporto che c’è non solo tra cooperazione internazionale e internazionalizzazione economica, ma anche tra internazionalizzazione economica e pace. Il dialogo, l’utilizzo intelligente delle risorse del commercio per attività pacifiche e di contatto nonché per la costruzione di un senso diffuso di democratizzazione sono strumenti di cui l’economia va sempre più appropriandosi. La business community può avere un importante ruolo, anche e soprattutto nell’instaurazione di un peaceful link tra le persone. Infatti, il track relativo all’economia, come tutti gli altri track, è chiamato ad indirizzare i suoi processi interni, così come le sue attività esterne, verso la comunità tutta. Deve cioè dotarsi di una responsabilità morale. Le sfide del ventunesimo secolo richiedono alla business community di rivedere assunti e procedure d’azione. Bisogna creare, secondo il punto di vista dei due autori, nuove forme ibride e metodi profondamente innovativi per il raggiungimento di partenariati economici e politici.

Flessibilità, creatività e cooperazione devono essere i nuovi i motori della internazionalizzazione economica a lungo termine. Quest’ultima sta diventando un importante e critico fattore nel panorama della cooperazione internazionale. C’è, però, un bisogno diffuso di incrementare la coscienza e la consapevolezza all’interno stesso della comunità economica circa il critico ruolo che essa può giocare nel campo della politica e della cooperazione allo sviluppo e alla pace. Il tutto influenza, infatti, la vita delle singole persone attraverso informazioni economiche, sociali e politiche. Per Diamond e McDonald l’internazionalizzazione economica può aprire le porte alla cooperazione tra pubblico e privato, tra economico e sociale, tra commerciale e politico, per creare un mutuo rispetto generalizzato e un’integrazione profonda.

Ovviamente bisogna anche analizzare i lati negativi, “gli oppositori della globalizzazione economica”, e “its discontents”.[246] La business community può anche instaurare rapporti di dipendenza e subordinazione che possono sfociare in vero e proprio sfruttamento, ma il paradigma dello sviluppo umano ha dimostrato che gli investimenti sul capitale umano sono i più importanti a lungo termine.

Beck sottolinea il ruolo che l’internazionalizzazione economica ha assunto nell’ambito della cooperazione internazionale; parla infatti di “potere transnazionale di ritiro”. L’internazionalizzazione economica è una narrazione sul potere, come affermato anche da Strange. Cioè mercati finanziari, flussi di capitali e investimenti sono solo strumenti attraverso cui agisce il rapporto tra potere economico e potere politico. Il potere economico si basa esattamente sull’opposto di ciò da cui deriva il potere politico territoriale, che agiva attraverso la conquista e l’occupazione territoriale. <<Il potere dello Stato non è messo in pericolo dalla conquista, […] dall’imperialismo, bensì dal non–imperialismo, non dall’invasione, bensì dalla ritirata degli investitori, […] dalla non conquista. Gli Stati dell’economia dell’offerta non desiderano altro che l’invasione da parte degli investitori; non temono altro che la loro ritirata>>.[247] La cosa peggiore insita in questo paradosso è che <<il potere di ritiro non richiede approvazione né può essere sanzionato>> ed è forse proprio questo il nuovo paradosso di Pinocchio, cosa che all’interno dell’equilibrio e dell’armonia della cooperazione allo sviluppo può creare problemi di sbandamento e di perdita di punti di riferimento.

L’aspetto rilevante di quest’analisi è che il potere politico non è più solo potere di conquista. Assume ed ingloba tutti quegli aspetti relativi allo sviluppo umano, alla pace sociale e alla cooperazione internazionale e all’internazionalizzazione economica, che cercano e instaurano rapporti di partenariato e di collaborazione, trasversale e non, ufficiale e non, politici ed economici, insieme. Il rapporto tra cooperazione allo sviluppo e internazionalizzazione economica non solo è stato dibattuto da parte degli esperti, ma anche all’interno dei grandi forum politici ed economici internazionali, pertanto si ritiene indispensabile realizzare una panoramica internazionale.

A partire soprattutto dal Vertice di Copenaghen del marzo del 1995, si conferma la centralità della nuova visione di co-sviluppo.[248] Tale Conferenza riflette sul valore dell’interdipendenza economica, sulla globalità, sulla processualità e pluralità dei soggetti dello sviluppo e quindi sulla multidimensionalità dell’azione.[249] Si è evidenziato in tale sede che le politiche di sviluppo sociali ed economiche a loro volta si intrecciano strettamente con le politiche di cooperazione allo sviluppo.[250] Per questa ragione, la cooperazione non può più essere rilegata ad uno degli ambiti della politica estera ma, grazie alla visione di co-sviluppo, diventa protagonista anche della politica interna e internazionale.[251]

Anche l’UNCTAD, ad esempio, ha evidenziato durante la 9° Conferenza svoltasi a Midrand in Sud America, il ruolo fondamentale che svolge la cooperazione allo sviluppo. A Midrand è stato stretto un partenariato tra l’UNCTAD e parte della società civile per realizzare un lavoro di stretta collaborazione tra gli attori della cooperazione allo sviluppo e quelli economici.[252] In sintesi, la visione dell’UNCTAD riguarda il nuovo ruolo che la cooperazione allo sviluppo deve svolgere in diversi ambiti, sia quello economico tradizionale, che quello più innovativo, come il settore degli investimenti.

Bisogna aggiungere a ciò il valore della cooperazione multilaterale, secondo Page consistente soprattutto anche nei negoziati economici. Fin quando le trattative erano di carattere bilaterale, esse erano regolate da rapporti di potere e concessioni via via unilaterali. Oggi esse si sono sviluppate e trasformate, includendo aeree geopolitiche prima escluse, come i PVS. Secondo una visione più pessimistica, anche nell’ambito dei negoziati multilaterali i risultati dipendono solo dalla bilancia del potere politico-economico. Ma stante le ultime ricerche in materia, i PVS stanno giocando un ruolo centrale nei forum internazionali, mettendo in gioco tutte le loro risorse. Dall’Uruguay Round (1986-1994), il coinvolgimento e la cooperazione tra e con i PVS nell’ambito dell’internazionalizzazione economica si è approfondita molto. A Seattle e a Doha, non solo molti argomenti interessanti per i PVS sono stati analizzati (quali sussidi all’esportazione, settore agricolo, diritti di proprietà sui brevetti) ma sono stati inseriti nell’agenda anche nuovi argomenti, quali investimenti, importanza delle strutture per il commercio e loro ruolo ai fini dello sviluppo umano. A Doha, con la creazione di un working group sulle relazioni intercorrenti tra commercio, debito e finanza, si affermò che i PVS sono un attore indispensabile all’interno di ogni contrattazione, concetto riaffermato a Monterrey nel 2002.

Ma bisogna anche guardare l’altra faccia della medaglia analizzata in modo molto analitico e critico da Joseph Stiglitz, per cui le istituzioni globali hanno fatto tante promesse che però non sono state mantenute. E non solo. Istituzioni come FMI e BM hanno provocato in alcuni casi più danni che benefici e il progresso dei PVS non ne ha tratto vantaggi. Stiglitz ritiene che, per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale <<[…] migliaia di persone, di fatto, sarebbero state costrette a morte perché né governi né singoli individui nei paesi in via di sviluppo potevano più permettersi di acquistare i farmaci ai prezzi richiesti>>.[253] Per lui l’internazionalizzazione economica non è né buona né cattiva, dipende dal “governo”, dalla politica della stessa.[254] Il suo punto di vista rileva che l’internazionalizzazione economica si politicizza e si impregna di quello che è il nuovo paradigma dello sviluppo umano. Stiglitz è molto critico e scettico ma anche molto speranzoso “verso una globalizzazione dal volto umano”, che tenta con i suoi strumenti, politici ed economici, di attuarla.

 

Il panorama economico internazionale, non solo, si fa intangibile, transnazionale, multidimensionale, pluriattoriale e s’intreccia con il concetto di cooperazione internazionale, ma anche il fronte della cooperazione interstatale e multilaterale si pluralizza, si diversifica e guarda all’economia né come un settore separato né come l’unica motivazione dell’agire internazionale, ma come uno dei tanti track attraverso cui si può cooperare.

 

 

Capitolo 3

La cooperazione decentrata, una risposta alle domande

di cambiamento?

 

La cooperazione decentrata: una risposta alle sfide della cooperazione internazionale

Di fronte alle sfide della cooperazione internazionale, al moltiplicarsi di forme di conflitto, alla complessificazione del panorama internazionale, alle contraddizioni dell’internazionalizzazione economica ma a fronte dell’emergenza e della rinascita di inedite forme di partecipazione, del connubio tra organizzazioni globali e locali, del nuovo ruolo assunto dalle Autonomie locali, dell’intreccio tra diversi track e modalità di intervento organici ed interconnessi, indicati con il termine di “Sistem Approach”[255], si cercano di individuare risposte alternative, e una di queste proviene dalla cooperazione decentrata.

Tali fenomeni secondo Hocking descrivono <<il riconoscimento della relazione tra le forze coerenti e frammentarie, le quali costituiscono una “dialettica locale-globale”, dove gli enti locali danno forza alle strutture globali, le quali, a loro volta, inseriscono gli eventi locali in un “continuum interattivo”. […]. Il locale non è l’antitesi del globale, ma è esso stesso una dimensione del processo di globalizzazione così come gruppi o individui cercano di sfruttare i legami tra le arene politiche e usare le regioni e le località come rotta d’influenza>>.[256]

Nuovi approcci all’interno della cooperazione internazionale cercano di rispondere alle sfide del cambiamento. Tra questi spicca quello della cooperazione decentrata allo sviluppo, nata dall’incontro tra il rinnovato stimolo alla partecipazione e il paradigma dello sviluppo locale. La cooperazione decentrata rappresenta non solo una risposta alternativa alle abituali forme di cooperazione internazionale, ma anche una forma d’espressione pluralizzata della politica estera. La cooperazione decentrata, pertanto, si colloca aldilà delle distinzioni:

v      Tra governativo e non governativo[257], che in passato ha rappresentato motivo d’attrito e ha scatenato antagonismo tra politiche e progetti;

v      Tra pubblico e privato, tra il mondo della solidarietà e quello dell’imprenditoria, tra amministrazioni locali e il mondo del no profit;

v      Tra governi centrali e locali, dove la concorrenza per le competenze ha creato attriti[258];

v      Tra orizzontale e verticale, le relazioni tra attori di uno stesso livello amministrativo si intrecciano con quelle di diversi livelli;

v      Tra locale, nazionale, internazionale, il radicamento nel locale è accompagnato dalla ricerca di un collegamento alle politiche nazionali e a quelle internazionali;

Tale approccio mira all’interazione di una molteplicità di soggetti istituzionali, sociali ed economici e tende a valorizzare, e non ad annullare, le diversità, sulla base di un rapporto di partnership complesso, radicato nel territorio e costruito intorno all’asse nord-sud. De Rita e Bonomi, evidenziano che il paradigma dello sviluppo locale, affermatosi pian piano nel corso degli anni ottanta, ha portato alla ribalta il ruolo della comunità locale, della centralità del livello intermedio di azione, della valorizzazione delle specificità locali e delle appartenenze, della poliarchia, del primato del territorio. <<La politica non può chiudersi nelle sue dinamiche interne, deve saper dar senso logico e sintassi al policentrismo dei soggetti, dei processi e dei poteri>>.[259] Il desiderio di ampliamento dello spazio pubblico ben oltre lo spazio statale, insieme alla condivisione e la moltiplicazione dei fini e delle responsabilità sociali, riescono ad evitare, secondo gli studiosi in questione, sussidiarietà e paternalismo, andando invece incontro a dinamiche globali infinite. Ciò permette, secondo Claudio Donerà:[260]

v      La crescente proiezione internazionale dei sistemi locali, sia a livello politico che economico, dove “gli investimenti sulla conoscenza” sono da perseguire a tutti i livelli della catena del valore sociale.

v      Un proficuo rapporto tra le specificità locali e le reti transnazionali. Solo se la valorizzazione delle risorse distintive del locale diventa la condizione per sostenere la presenza nella dimensione transnazionale, il rapporto succitato potrà essere considerato efficace. Ovviamente il rapporto non è di carattere esportativo, ma trasformativo e integrativo.

v      La cooperazione tra imprese e agenzie locali, in modo da massimizzare lo scambio d’informazioni, conoscenza, valori e ciò permette anche di trasformare la diversità locale in valore economico.

v      Una rivalutazione del concetto di scelta, ciò significa che l’appartenenza territoriale diventa oggetto di consapevoli attenzioni e strategie su come rafforzarla, qualificarla e non darla più per scontata. Con la dimensione della scelta si allarga anche la dimensione relazionale – cognitiva.

v      Uno sviluppo del sistema di protezione sociale, che, nel frattempo, diventa anche motivo di sviluppo d’iniziative locali.

In definitiva, secondo Donegà, il dinamismo delle società locali si nutre d’iniziative che tendono a ricostituire un ambiente a partire dalle peculiarità e dalla ricchezza d’ogni territorio. Queste combinano dimensioni sociali, economiche, con la preoccupazione della crescita della coesione della sfera pubblica con quella privata, le tecnologie di comunicazione sofisticate con i saperi contestuali. La loro ricchezza risiede esattamente in questa misura che si adatta in ogni paese a dinamiche e formule diverse. Ma la rilevanza di questo approccio di rivalutazione/ trasformazione del locale sta nella ricerca di complementarietà, di forme di cooperazione che non si esauriscono sul territorio, ma che si traslano su un piano sovra, intra, translocale e sopranazionale. Ed è proprio in questa circostanza di rivalutazione del locale che la visione dell’approccio della cooperazione decentrata si insinua, perché i suoi sforzi sono tesi:

v      a legare le politiche di sviluppo al territorio, garantendo la sostenibilità attraverso processi di sussidiarietà;

v      ad attivare processi e politiche di sviluppo ancorate al territorio, rafforzando il ruolo della società civile, grazie ad attori afferenti alla sfera economica, istituzionale, sociale, locale, nazionale e internazionale;

v      a rafforzare le forme, le modalità e i tempi di intervento della dimensione partecipativa, sostenendo processi di pacificazione e democratizzazione in diverse aree geopolitiche, attraverso modalità flessibili, meno conflittuali tra governi centrali, e locali, tra attori territorialmente e internazionalmente collegati da tematiche di sviluppo umano.[261]

È proprio da questa piattaforma di lancio, anche e soprattutto nell’ottica del co-sviluppo del rapporto nord-sud, che nasce la logica della cooperazione decentrata. Secondo il documento del 2000 del MAE-DGCS “La cooperazione decentrata allo sviluppo, Linee di indirizzo e modalità attuative” è, infatti, riconosciuta in ambito internazionale, con particolare riferimento alle strategie di lotta alla povertà, la rilevanza acquisita dalla cooperazione allo sviluppo attuata sotto forma di partenariato tra amministrazioni locali e società civile organizzata del Nord e del Sud del mondo.[262] La riflessione sulla cooperazione decentrata affonda le sue radici negli anni ottanta,[263] ma è solo nel 1990 che si afferma incontrastato il suo potenziale implicito, il che è testimoniato dal fatto che a livello internazionale ci sono stati una serie di inputs che hanno segnato la trasformazione e poi l’affermazione della cooperazione decentrata:[264]

a) Nel 1992 era sottolineato il ruolo dei governi locali all’interno di processi di sviluppo sostenibile,[265] ciò in sede della conferenza di Rio (Agenda XXI).

b) Sempre nel 1992, durante la conferenza di Berlino, è stata stilata la carta relativa alle attività di cooperazione allo sviluppo delle autonomie locali e della società civile.

c) Nel 1993, a seguito del “Congress of Local and Regional Authoties” promosso dal Consiglio d’Europa, veniva stilata la European Urban Charter, che affrontava il tema della collaborazione tra città per uno sviluppo sostenibile dentro e fuori il territorio europeo.

d) Nel 1995, con la Dichiarazione della Conferenza di Barcellona, si sanciva il principio di partenariato e di collaborazione tra istituzioni regionali e locali con la società civile tra nord e sud. Inoltre con la Valencia Charter si sancivano nuove forme di cooperazione tra realtà locali europee ed extraeuropee.

e) Sempre nel 1995 l’OCSE-DAC affrontava, nel documento “Participatory Development and Good Governance”, l’argomento della partecipazione degli attori locali quale fattore fondamentale nei processi di sviluppo.

f) Nel 1996 la Commissione Europea nel documento “Comunicazione sulla cooperazione decentrata” sanciva, insieme con un documento del giugno dello stesso anno, il ruolo primario delle autorità locali e della società civile. Principio poi ampiamente ripreso da “Habitat Agenda” della II Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani ad Istanbul.

g) Nel 1997 nella Dichiarazione finale del 33° Congresso mondiale dell’Unione delle Autorità locali a Mauritius, sanciva gli stessi principi.

h) Nel 1998 la Banca Mondiale avviava una serie d’incontri in cui veniva ripetutamente sancito il valore del decentramento nel processo di sviluppo.

i) Nel 1999 si sono svolti vari incontri per l’approfondimento della “World Charter of Local Government”.

Tutti questi incontri internazionali costituiscono un contributo programmatico e contenutistico per definizione della cooperazione decentrata.

Ma cos’è la cooperazione decentrata? Come può essere definito questo approccio? Il citato documento del MAE-DGCS si riferisce ad essa come a quell’azione di cooperazione <<svolta dalle autonomie locali italiane, singolarmente o in consorzio tra loro, anche con il concorso delle espressioni della società civile organizzata del territorio di relativa competenza amministrativa, attuata in rapporto di partenariato prioritariamente con omologhe istituzioni dei PVS favorendo la partecipazione attiva delle diverse componenti rappresentative della società civile dei paesi partner nel processo decisionale finalizzato allo sviluppo sostenibile del loro territorio>>.

Ed è proprio nell’ultimo decennio, come evidenzia il MAE, che si è radicata la consapevolezza del ruolo che le Autorità locali hanno, non solo nella gestione di buon governo della propria realtà locale e del proprio territorio dando al termine “accountability” e “ownership” il valore che ad essi spetta, ma anche nell’instaurazione di processi di cooperazione tra soggetti territoriali a livello internazionale. Secondo la visione del documento ”La cooperazione decentrata nei programmi di sviluppo umano”, stilato nel 1999 dall’UNOPS Roma, OMS-ECEH Roma, MAE – DGCS, OICS, ANCI e altri è compito ed interesse degli Enti locali inserirsi in quest’ottica di richiesta e domanda di partecipazione ed essere quindi punto di riferimento per gli attori sociali ed economici del proprio territorio e di altri a livello extranazionale. La cooperazione decentrata, è definita, infatti, come <<il collegamento tra le comunità locali organizzate dei Paesi in via di sviluppo o in transizione e dei paesi industrializzati, nell’ambito di accordi di cooperazione bilaterali o multilaterali (programmi-quadro). Quando ha lo scopo di promuovere lo sviluppo locale integrato e l’attuazione dei principi e dei metodi della Carta di Copenaghen, si chiama cooperazione decentrata allo sviluppo umano>>.[266]

Un aspetto importante messo in evidenza in tale documento è che con il termine “cooperazione decentrata” s’indica un approccio che è assolutamente in via di definizione e su cui è ancora aperto un dibattito. È però proprio questo uno dei suoi maggiori pregi, cioè, il lasciare aperti innovativi sentieri da percorrere nel campo della solidarietà e della cooperazione allo sviluppo. Secondo questa visione però la definizione di cooperazione decentrata dovrebbe essere riservata a <<nuove modalità di partenariato territoriale, imperniate su accordi-quadro tra territori che cooperano, coinvolgendo in un impegno organico e prolungato tutti gli attori delle rispettive comunità locali, e di partenariato tematico, basate sulla creazione di reti tra soggetti del nord e del sud accomunati dall’interesse per una stessa problematica>>.[267]

Ovviamente all’interno di questa definizione si sono inseriti altri contenuti quali l’emergenza, la solidarietà, lo scambio di interessi reciproci, ma anche diverse modalità che vanno dalla rete, al gemellaggio, al rapporto bilaterale, al coinvolgimento multiplo di Enti locali, Regioni, Stati nazionali, organizzazioni internazionali. A tal proposito, questo documento evidenzia quelli che sono gli attori della cooperazione decentrata e rileva che ognuno di loro ha un ruolo preciso e lo svolge in collegamento sia con gli interlocutori locali che nazionali e internazionali.

v      Particolari richieste sulla base dei principi dello sviluppo umano e locale provengono dai governi nazionali.

v      I governi dei paesi donatori d’accordo con quelli interessatati contribuiscono all’instaurazione di un ambiente favorevole alla realizzazione di piani di cooperazione decentrata.

v      Le Organizzazioni delle Nazioni Unite, d’intesa con i governi interessati, contribuiscono alla creazione di uno spazio istituzionale e di sicurezza per la realizzazione di politiche decentrate allo sviluppo umano.

v      Gli Enti locali e le Regioni interessate sono i veri partner politici dei Governi, mettendo a disposizione le risorse locali disponibili e di propria competenza, assicurando il coordinamento delle realtà locali, cofinanziando le attività di cooperazione decentrata.

v      La società civile, sulla base della propria appartenenza territoriale, regionale, comunale, provinciale, cantonale e via dicendo, organizza il principale soggetto operativo della cooperazione decentrata, cioè, Comitati, Tavoli, o gruppi di lavoro locali.

v      Le ONG di cooperazione internazionale già presenti localmente partecipano alla pianificazione degli interventi, mettendo a disposizione la loro esperienza e la loro capacità organizzativa e gestionale, realizzano e costituiscono gruppi di lavoro locali, Comitati o Forum.

v      Le ONG locali partecipano sia alla pianificazione e alla realizzazione degli interventi operativi che alle discussioni e alle decisioni prese nei tavoli di lavoro.

Invece, volendo far riferimento al documento del Consiglio dei Ministri d'Europa del 1996, dal titolo “Implementation of decentralized cooperation Council Conclusion”, gli attori della cooperazione allo sviluppo lì identificati sono: i gruppi rurali, le cooperative, le ONG, le Autorità locali, i gruppi di industriali, di professionisti e di commercianti, le istituzioni dedite all’istruzione, le associazioni di lavoratori, le associazioni per la difesa dei diritti umani e ogni altro tipo di associazione capace di contribuire allo sviluppo del suo Paese.

A tal proposito Ianni sottolinea che <<La logica che la contraddistingue […] è fondamentalmente pluriattoriale e si richiama a quei principi di partecipazione empowerment, partenariato, ownership, cosviluppo, posti dalla comunità internazionale alla base della nuova visione dello sviluppo umano>>.[268] Sempre per quanto riguarda gli attori, un importante documento della Commissione Europea, evidenzia che gli attori della cooperazione decentrata sono: le Autonomie locali, o comunque gli enti con un livello di autonomia adeguato, associazioni locali e gruppi, entità che servono la comunità, come i medici, entità di promozione dello sviluppo, quali ONG, istituti di ricerca, networks ed entità federative, come sindacati, associazioni per la tutela dei diritti umani, settori privati di carattere informale. Questi attori non costituiscono realtà a se stanti, ma sono legate da principi di collaborazione e sussidiarietà.[269]

Per quanto riguarda, invece le modalità di intervento della cooperazione decentrata, esse sono variabili secondo gli enti che la promuovono. A tal proposito, è rilevante inquadrare in questa ottica l’importanza attribuita nell’ambito della cooperazione delle Nazioni Unite alla concertazione e coordinamento tra i diversi attori a livello micro, intermedio e macro. La cooperazione decentrata opera, infatti, anche attraverso programmi di sviluppo umano a livello locale, i PDHL[270] (sulla base della sigla spagnola, portoghese o francese), e sono il maggiore incontro tra organizzazioni internazionali (UNOPS, PNUD, ILO, OMS) e luogo di coordinamento e organizzazione.

Le metodologie d’azione, che non rappresentano modalità di intervento applicabili indistintamente e dall’alto, presentano le seguenti caratteristiche fondamentali:

v      Locale, cioè, relative ad aree circoscritte e circostanziate, corrispondenti al decentramento politico-amministrativo della zona o Paese in questione. Le zone in cui si interviene devono essere di dimensioni medie ed intermedie, piccole al tal punto di gestire efficacemente il lavoro ma grandi da permettere un brain storming ideale di risorse, come regioni, dipartimenti, ecc.

v      Integrata, cioè realizzata in maniera consociata su diversi aspetti della cooperazione internazionale, quali diritti umani, sviluppo sostenibile, salute ecc.

v      Decentrata, cioè basata su meccanismi di decentramento e delle informazioni, dei processi decisionali, delle attività e dei finanziamenti.

v      Collegata, cioè, realizzata a livello locale ma anche a livello nazionale, permettendo in tal modo un appoggio reale alle politiche di sviluppo locale, internazionale, per far in modo di mettere in contatto sul serio le realtà locali con quelle globali;

v      Partecipata, in modo da consentire a tutti gli interessati di prendere parte, non solo alla realizzazione delle iniziative ma anche al processo decisionale;

v      Ecosostenibile, cioè promuovendo azioni durevoli nel tempo, utilizzando le risorse valorizzandole senza distruggerle o precludendo l’utilizzo almeno pari alle altre generazioni future;

o        Duratura, cioè, promuove azioni, non solo in grado di autoriprodursi nel tempo, ma che sul piano economico-organizzativo potrebbero avere un follow up.

o        Qualitativa, e questa è quella più diretta allo sviluppo umano, cioè, realizza iniziative in grado non solo di migliorare le condizioni economiche ma anche le relazioni umane, innalzando il livello di soddisfazione dei bisogni di salute educazione, salute e rispetto dei diritti umani.

Nel descrivere le possibili modalità di attuazione della cooperazione decentrata il Rapporto della Commissione delle Comunità Europee al Consiglio del 1996 utilizza un’altra griglia d’analisi:

v      “integratrice”, che opera orizzontalmente e a livello di reti, inglobando “collettività locali, attori economici, ambienti accademici”;

v      “a vocazione partecipativa”, che focalizza la sua attenzione sulla partecipazione della società civile;

v      “a vocazione sostitutiva”, che si occupa di fare da tramite per mezzo degli attori decentrati, quando modalità di sostegno economico ufficiale sono sospese;[271]

Altre metodologie (quali quelli individuate da Ianni: territoriale, orizzontale e di sostegno)  e modelli (Stocchiero) verranno analizzati nel capitolo successivo, dedicato allo specifico del caso italiano.

Proprio perché la cooperazione decentrata è orientata al pluralismo e all’innovazione, le modalità d’azione sono molteplici, anzi è proprio grazie a queste che essa si arricchisce e si pluralizza. La modalità flessibile, adattabile, ha pertanto contribuito ad attribuire al concetto di partenariato un ruolo preponderante e a ridurre la distinzione tra interventi micro e macro, dando maggiore forza al concetto di rete, dialogo e concertazione, attivando processi di decentramento partecipato, dove Tavoli, forum, consorzi, conferenze sono ottimi strumenti. Le domande poste dal paradigma dello sviluppo locale e le grandi sfide della cooperazione internazionale hanno trovato risposta, anche se non l’unica, nella cooperazione decentrata, dove <<il governo locale può assumere un ruolo di primo piano nel facilitare processi atti a promuovere la fiducia all’interno e tra le comunità, processi nella forma di un pluralismo amministrativo (managed pluralism)[…]>>.[272]

 

 

Continuità e rotture con la cooperazione governativa e non governativa

La cooperazione decentrata nasce e si afferma per le sue caratteristiche innovative rispetto agli approcci classici della cooperazione internazionale attuata dagli Stati nazione e quella non governativa attuata dalle ONG, locali e di cooperazione internazionale.[273]

L’approccio decentrato, come delineato in precedenza, è ormai riconosciuto in ambito internazionale, nel quadro delle strategie più idonee di lotta della povertà, per la rilevanza acquisita dall’azione di cooperazione allo sviluppo attuata in forma di partenariato fra soggetti omologhi delle realtà e amministrazioni locali e della società civile organizzata dei paesi, sia del Nord e che del Sud del mondo. Si è dunque sviluppata e consolidata a livello internazionale, soprattutto nel corso dell’attuale decennio, la consapevolezza dell’importanza del ruolo giocato dalle realtà subnazionali e dagli Enti locali nei processi di valorizzazione, di governance del proprio territorio e del valore dell’apporto d’esperienze di omologhe realtà locali.

Tale consapevolezza è stata favorita dalla diffusione della globalizzazione che ha evidenziato tanto le dirette relazioni esistenti tra fenomeni internazionali e situazioni locali, quanto la progressiva perdita di capacità di governo degli Stati nazionali. La peculiarità della cooperazione attuata dalle Autonomie locali, volta a promuovere l’incontro fra comunità locali e PVS e a coinvolgere le diverse componenti della società civile per un confronto e per la soluzione dei problemi dello sviluppo individuati di comune accordo, consente di riconoscere in essa uno degli approcci più idonei per la crescita dei principi democratici.

L’approccio governativo classico non può essere però qui né sottovalutato né dimenticato. L’apporto degli aiuti internazionali nel corso degli ultimi decenni è migliorato dal punto di vista qualitativo. Van Rooy evidenzia come pratiche e priorità per tutto il settore dell’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) si siano trasformate in positivo.[274] I punti chiave riguardano il fatto che l’aiuto legato (tied aid) nel corso degli ultimi vent’anni è diminuito sia nell’ammontare quantitativo che nel tipo di aiuto legato. L’APS guarda a nuovi standard di valutazione dei donatori bilaterali e multilaterali, all’impatto potenziale dei progetti sullo sviluppo e all’analisi di genere. La cooperazione governativa per decenni ha rappresentato un’importante e spesso unica forma di cooperazione, ma spesso gli Stati nazione, agendo sotto l’egida della politica del potere e delle relazioni geopolitiche, hanno operato per motivi di carattere economico-politico-sociale nell’ottica delle negoziazioni internazionali, degli accordi, della mediazione e dell’intervento nelle crisi. Restando pertanto, comunque, legati ad interessi nazionali, hanno spesso finito per scegliere una delle parti in conflitto.[275]

Il mondo della cooperazione governativa, caratterizzata da aspetti politici e burocratici, spesso ha avuto il limite di non riuscire a mirare e a conoscere precisamente le re