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![]() Inchiesta sui fattori dopanti del calcio italiano
IL FARMA_CALCIO
38117 letture 03 maggio 2002
Ciò che è ovvio per qualunque settore dell’economia, nel calcio non vale. La serie A è al fallimento, i tifosi vogliono la “mentalità ultras” al di sopra delle leggi, diffondono il razzismo (“Squadra de negri, curva d’ebrei”), e ogni domenica tengono in ostaggio le città italiane. Grandi multinazionali, rapporti con tifosi-capimafia e deriva farmaceutica della vittoria a tutti i costi: come il calcio senz’anima sta perdendo la “capacità di sorpresa” che lo ha reso passione popolare.
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IL FARMA_CALCIO
Ronaldo non è un giocatore di football, bensì un prodotto sintetizzato della FIFA e delle multinazionali di indumenti sportivi. Manuel Vàsquez Montalban, Il calcio, oppio dei popoli
Non si gioca mai abbastanza. Franco Carraro, presidente Federcalcio italiana, ex presidente Lega Calcio.
Indice
La famosa mentalità Ultrà – Il decalogo del tifoso Cori dello Stadio Bentegodi Cronologia – 10 anni di razzismo ultrà
La guerra della domenica – Mappa dei rapporti tra tifosi
Le peggiori tifoserie – Classifica
Casi di doping 2001-2002 – Serie A Presidenti e affari (leciti e illeciti) – anno 2002
Introduzione. Sui sistemi privi di intersezione
Un giorno a scuola l’insegnante prese il gessetto, tracciò alla lavagna due ovali e evidenziò quella parte dei due sistemi che intersecandosi formavano un’area comune. Due sistemi possono formare un’area comune, ma possono anche restare rigidamente separati. Giornalismo cronachistico e ricerca accademica “pura” sono due sistemi che per forza di cose rimangono “ovali” senza aree di intersezione. Il risultato è che una serie di tematiche di enorme rilevanza rimangono ignorati, inesplorati, nei fatti sconosciuti. L’area tratteggiata ed evidenziata dei due ovali di cui sopra potrebbe avere il nome di “giornalismo d’inchiesta”, “analisi indipendente”, “ricerca sul campo” o qualcosa del genere. Il primo sistema assume spesso i caratteri e le pose della cronaca sul nulla, della polemica salottiera, delle vene gonfie del collo degli opinionisti-showman, dell’inter-che-rischia-grosso-a-bergamo, della “partita decisiva della squadra giallorossa tra le mura amiche”, del servilismo e della polemica fine a sé stessa. Il secondo ha gli atteggiamenti della puzza sotto il naso, del “mica posso – io luminare – sporcarmi le mani con robaccia plebea quale il calcio”, delle analisi sull’aria fritta, di testi autoreferenziali con pochi-pochissimi lettori, spesso studenti obbligati a diventare forzati fruitori. A questo punto occorre dire che non mancano le eccezioni, ed è vero, e qualcuna viene citata anche nelle pagine che seguono. Ma le eccezioni sembrano sempre di meno, ed anche questo occorre dirlo.
Le analisi sul calcio assumono in genere due connotati: 1) il calcio è bello; è fenomeno popolare, di massa; la passione sportiva è emozionale, insondabile; resti lontana l’analisi sociologica dal gioco del pallone e dalla passione popolare che vive intorno al pallone ! 2) il calcio è immondizia; rito tribale, roba da plebe, lumpenproletariat al limite del teppismo; il calcio unisce padroni e popolo, è l’unico residuo di nazionalismo, gli stipendi dei calciatori sono immorali.
C’è del vero in entrambe le teorie; è pure è bene superarle, e non limitarsi a queste proposizioni; scandagliare, andare a vedere: nei bilanci delle società, tra le bandiere dei tifosi, sapere cosa cantano e perché, che storia hanno, perché si scontrano; sapere chi sono i presidenti delle società, come (mal)funziona l’economia della macchina – calcio.
Da questa prima inchiesta sono emerse queste provvisorie conclusioni:
1) Il calcio è un fenomeno sociale, politico, economico e culturale che coinvolge milioni di persone di ogni classe sociale e di ogni regione, tutti i principali media, le imprese multinazionali presenti in Italia e quasi tutte le maggiori aziende del paese, gli enti pubblici. Ignorare questo fenomeno o snobbarlo è del tutto assurdo per chi sia anche vagamente interessato alle dinamiche socioeconomiche del paese.
2) La classe imprenditoriale italiana è con poche eccezioni coinvolta a pieno titolo nella gestione del calcio. Il risultato degli enormi investimenti fatti in questi ultimi anni è stato un totale fallimento. I bilanci sono in rosso, le pay-tv si fondono o falliscono, molte società vengono retrocesse o ridimensionate.
3) La stessa classe imprenditoriale che ha preteso riduzione del costo del lavoro, flessibilità e licenziamenti per l’economia “normale” pagava ad alcuni lavoratori privilegiati stipendi che assorbivano anche il 120% del bilancio totale.
4) Il tifo organizzato non può essere ridotto a ragazzate, gruppi di sbandati, o simili. Assume due vesti: quello di fenomeno sociale spiegabile in base a variabili tipicamente sociologiche; quello di “palestra”, “vetrina”, strumento di proselitismo e propaganda per gruppi di estrema destra organizzati e federati a livello nazionale e internazionale. Intorno ai gruppi di violenti organizzati esiste una vastissima area di consenso.
Cosa Nostra Football Club
Vittorio Cecchi Gori, monopolista della distribuzione cinematografica italiana, presidente ruspante di una squadra di calcio, senatore dell’Ulivo dei mille compromessi e responsabile del fallimento di una tra le più prestigiose società della serie A. Buon punto di partenza, Cecchi Gori. A Firenze tutto va a rotoli: inchiesta per riciclaggio da 67 miliardi, la squadra di calcio sull’orlo del fallimento e della retrocessione, che di lì a poco si verificherà puntualmente, una tifoseria che lo irride ed una città che lo disprezza, la perdita di Telemontecarlo finita al gruppo Telecom e rinominata “la 7”. Nel dicembre del 2001 la procura di Catania conclude con una serie di provvedimenti giudiziari una indagine su mafia, politica e calcio incentrata su Acireale. Al centro del sistema criminale la sezione acese della famiglia Santapaola, il clan mafioso sempre attivo nonostante la cattura del boss risalga ormai a molti anni fa. Il gruppo Sciuto aveva il controllo della fetta di territorio che va da Fiumefreddo, a metà esatta tra Messina e Catania, fino a Giarre/Acireale, alle porte della città etnea. Un controllo territoriale che si concretizzava nella gestione dei flussi di consenso elettorale, nelle mediazioni a tutti i livelli tra attori sociali, nell’esazione coatta delle attività economiche - dai piccoli esercizi alle medie aziende, con cifre da 100 mila lire a 150 milioni - e nel controllo del mondo calcistico locale. Secondo la DDA
(Direzione antimafia) etnea il presidente della “Fiorentina calcio” avrebbe
comprato voti nel collegio di Acireale in occasione della sua candidatura alle
Lo scambio sarebbe stato incentrato su un “patto col diavolo” stretto con un personaggio che contemporaneamente rivestiva il ruolo di capotifoso dell’Acireale ed esponente mafioso del clan Santapaola. Cecchi Gori avrebbe promesso di acquistare l’Acireale per “farlo grande” e portarlo in serie B, oltre a creare una “Hollywood” isolana tra Taormina e l’Etna. Nessuno di questi impegni sarà ovviamente mantenuto. Il presidente della società granata, Nino Pulvirenti, ad ogni buon conto ha avviato un’azione legale per ottenere da Cecchi Gori la penale fissata nel contratto di cessione, pari ad un miliardo di lire: il presidente della Fiorentina ribatteva che avrebbe concluso l’acquisto entro la fine della stagione agonistica, ovvero giugno 2002 (impegno mai mantenuto). In realtà Cecchi Gori avrebbe già versato denaro, ma ai rappresentanti della tifoseria organizzata. I soldi sarebbero finiti, secondo le accuse, a Giuseppe Quattrocchi, uno degli arrestati. Ma in realtà anche questi venti milioni di lire per l’appoggio fornito non sarebbero mai stati effettivamente versati, come vedremo tra breve. L’inchiesta coinvolge anche numerosi politici locali della zona e marginalmente Basilio Catanoso, presidente nazionale di Azione Giovani e membro della commissione nazionale antimafia, da cui si “autosospenderà” in seguito all’inchiesta.[1] Il quadro è sconfortante, perché evidenzia il controllo mafioso di rilevanti flussi di voti in elezioni recentissime, sia per le consultazioni nazionali che per gli enti locali. Uno degli aspetti più interessanti riguarda il ruolo della criminalità organizzata nella gestione del tifo e nei condizionamenti alla squadra: secondo “la Repubblica”, esponenti del clan avevano minacciato i giocatori dell'Acireale di dare fuoco alle loro autovetture se non avessero continuato gli allenamenti. In cambio di questa 'mediazione' nella polemica che allora opponeva la squadra e la dirigenza, i boss si sarebbero fatti consegnare non solo soldi, ma anche biglietti omaggio per le partite. Il 2 gennaio scorso, i calciatori dell’Acireale stavano alleandosi per preparare la delicata trasferta di Foggia, quando un capotifoso entra il campo e “sospende” l’allenamento. Il presidente va in commissariato e denuncia l’accaduto, spiegando che si tratta della reazione di alcuni tifosi rispetto all’interruzione di contributi e biglietti omaggio. In una situazione del genere manca solo l’ingresso roboante di Cecchi Gori, subito al centro dell’attenzione: ma cosa ci fa ad Acireale e come spera di vincere le elezioni in un feudo della destra ? Con il calcio… Ed eccolo in tribuna allo stadio, eccolo in visita alla “Fossa dei leoni”, il club oggi sotto accusa, eccolo in via Piemonte dove viene messa su una festa in suo onore, con anfitrione Giuseppe Quattrocchi, leader della curva sud, detto “pastina”. Una festa che si conclude con la promessa di un contributo da venti milioni. Un assegno che effettivamente viene consegnato, ma che presenta il non trascurabile difetto di essere scoperto. Si arriva così ad una situazione del tutto surreale, con un capotifoso delinquente della provincia siciliana che avvia un’azione civile contro il collaboratore di uno dei maggiori imprenditori italiani.
I prezzi più bassi d’Italia
A pochi passi da Acireale, segnalato tra l’altro da giganteschi ed illegali cartelloni posti a ridosso dell’A18, sorge il centro commerciale Emmezeta, una sigla che coincide con le iniziali di Maurizio Zamparini, presidente del Venezia Calcio. E’ uno degli ipermercati impiantati nell’isola, un altro si trova nei pressi di Siracusa. “I prezzi più bassi d’Italia”, recitano i cartelloni. Nel febbraio del 2001 l’Espresso rivela in un articolo-inchiesta che una delle ipotetiche filiali siciliane di Emmezeta, quella di Cinisi, alle porte di Palermo, avrebbe goduto dell’interessamento di Provenzano. La costruzione dell’ipermercato – 35 miliardi di lire – sarebbe stata frutto del patto stretto tra gli uomini di Provenzano – in prima fila Giuseppe Leone, ritenuto il capomafia di Carini - gli amministratori locali e “quelli di Venezia”: nei dettagli una tangente del 10 per cento, 3 miliardi e mezzo, sull' importo dei lavori, il diritto per Leone di scegliere l’impresa che avrebbe realizzato l’ipermercato e l’acquisto, da parte Zamparini, di alcuni terreni intestati a familiari di Tano Badalamenti. Se in manette finiva un uomo di centrosinistra, il consigliere comunale di Cinisi Giuseppe Pizzo (Ppi), le intercettazioni portano alla luce rapporti veri o presunti con parlamentari nazionali e regionali del Polo. Leone si vanta con il suo braccio destro Antonio Giannusa di controllare 500 voti a Terrasini, e di aver contribuito in maniera determinante all' elezione del parlamentare del Ccd Carmelo Carrara. Secondo Leone, la mafia avrebbe anche appoggiato alle ultime elezioni europee la candidatura di “Ciccio” Musotto, l’ex presidente della provincia già accusato e quindi assolto tre anni dall' accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. “Nelle intercettazioni - continua L'Espresso - compare anche il nome di Gianfranco Miccichè, coordinatore regionale di Forza Italia. A dire di Leone, avrebbe una vecchia amicizia con il presunto capobastone di Terrasini, Salvatore D’Anna”. Tutti i personaggi chiamati in causa hanno prontamente smentito. Zamparini prende il suo Cessna privato e vola da Venezia a Palermo. All’uscita degli uffici del PM dice: “Linearità e correttezza dei componenti del gruppo Emmezeta nell'iniziativa in corso per la realizzazione di un centro commerciale a Cinisi sono state chiarite”. L’accusa è quella classica di concorso esterno in associazione mafiosa. Subito dopo Zamparini, è stato interrogato il suo collaboratore Erberto Rosenwirth, addetto allo sviluppo del gruppo, che ha condotto le “trattative” a Cinisi per la realizzazione del supermercato. Zamparini è il presidente che piace alle tv spazzatura, quello che urla contro gli arbitri, il presidente da bar dello sport, una manna per l’audience. Ha preso in mano la società del Venezia Mestre, l’ha portata in serie A, progetta di abbandonare il vecchio impianto dell’isola di Sant’Elena per un nuovo modernissimo stadio di proprietà. La sua squadra è stata spesso al centro dell’attenzione, in particolare quando nel 1999 un gol al novantesimo del brasiliano Tuta fece vincere al Venezia per 2 a 1 la partita contro il Bari. Entusiasmo e abbracci per l’attaccante ? Al contrario, strani atteggiamenti che somigliano ai rimproveri. Parte dunque un’inchiesta – successivamente archiviata - per una presunta combine. Altra vicenda in cui è rimasto coinvolto il difensore del Venezia Bilica, protagonista di pesanti minacce in campo a Roberto Baggio (“Ti spezzo le gambe, così ti scordi mondiali”). Certamente “sono cose che succedono” sui campi di calcio, ma la vicenda assume rilevanza per la risposta machista di Zamparini (“Si è fatto male da solo; è una divetta; il suo procuratore gestisca le ballerine”), che è utile a delinearne lo spessore culturale.
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Nell’ambito della vicenda Cinisi il Corriere della Sera rivela che un importante ruolo di mediazione lo avrebbe svolto proprio un giocatore del Venezia, il portiere Massimo Taibi, originario di Palermo. “Vero è – afferma Taibi – che ho conosciuto Giuseppe Pizzo, il presidente del Consiglio comunale di Cinisi, nel 1998 quando sono andato ad abitare in quel paese decidendo di acquistare una villa dopo che per anni ero andato lì in affitto. Ma non è assolutamente vero che Pizzo è stato mio padrino di battesimo. […] Ricordo che Zamparini mi disse che aveva intenzione di aprire anche in Sicilia qualche suo ipermercato e che voleva farlo nel palermitano. Visto che io sono di quelle parti mi chiese se conoscevo qualcuno. A me venne spontaneo dirgli che conoscevo Pizzo. Di lui sapevo poche cose ma sapevo che era un consigliere comunale. Dunque mi sembrava la persona giusta per farlo parlare con Zamparini. Tutto qui. Del resto non so altro. Né mi interessa saperlo”. Un paio di mesi più tardi la testimonianza di Taibi sarà importante per scagionare prima Pizzo e poi Zamparini: ribadirà infatti di aver solo presentato il presidente del Venezia al compaesano, punto e basta. La Procura chiede l’archiviazione. “Eccezionale tra i pali, bravo nei colpi di testa, onesto nella vita di ogni giorno”, commenta con entusiasmo uno dei quotidiani locali siciliani.
Capire di pallone (Una storia semplice)
D’Antoni Sergio: sindacalista per professione, aspirante politico. Hobby: presidente di squadra di calcio in conto terzi. In occasione delle elezioni dell’anno 2001 D’Antoni aveva formato un curioso partito – Democrazia Europea - mettendo insieme Andreotti come anima politica, Pippo Baudo testimonial ed un plotone di curiosi candidati tra cui spiccava il catanese Giuseppe Ferlito, assessore ai lavori pubblici al comune di Catania nella giunta Drago (il “console” andreottiano in Sicilia orientale negli anni d’oro del potere Dc) e cugino di Alfio, il boss che venne un giorno fermato a Milano con un carico di milleduecento chili di droga e successivamente ammazzato a Palermo nella cosiddetta strage della circonvallazione. Torniamo a D’Antoni. La storia – che potrebbe benissimo essere di ambientazione latinoamericana – inizia ancora con l’uomo della Cisl che si presenta gongolante sugli spalti della Favorita – lo stadio palermitano - con la sciarpa rosanero al collo. E’ appena diventato presidente del Palermo Calcio. I soldi dell’operazione li mette Franco Sensi, presidente della Roma. Obiettivo: la serie B. Anche le altre squadre siciliane desiderano tornare in quello che i giornali locali chiamano il “calcio che conta”. A Catania investe il presidente del Perugia Gaucci, a Messina sono gli imprenditori locali a farsi avanti. Il presidente è Emanuele Aliotta, proprietario di una gioielleria nel cuore commerciale della città, a due passi dalla pasticceria del presidente della Confcommercio Billè. Il vice presidente è Pietro Franza, che controlla il traghettamento privato sullo Stretto, quelli del “ferry boat” per intenderci, quelli che si vantavano sui manifesti del “percorso più breve” dei loro mezzi, dieci minuti in meno di navigazione per assicurare i quali il centro della città deve sorbirsi 24 ore su 24 il passaggio di tutti i tir diretti in continente. Torniamo ad Aliotta, che ha esattamente gli obiettivi di D’Antoni: serie B più poltrona. Alla vigilia delle elezioni del 13 maggio appare scontata la candidatura di entrambi sotto lo scudo di “Democrazia Europea”, in un curioso parallelo con Palermo e Messina che volano in testa alla classifica della serie C. Mentre si avvicina la volata finale e lo scontro decisivo, l’idillio politico lascia il posto allo scontro sportivo. “E’ un campionato falsato, gli arbitri aiutano il Palermo”, sbraita Aliotta sulle tribune dello stadio. Salta la candidatura alle nazionali, è rottura col rivale D’Antoni. “Noi non facciamo politica ma se si presenta lo votiamo”, dicono i tifosi dei club organizzati. “Se non si candida il partito perderà parecchi voti”. “Fedelissimi”, “Raggiati” (Arrabbiati), “Lions” sono alcuni tra i club principali, che però rischiano di essere scalzati dagli ultimi arrivati “Testi Fracidi” (Teste marce), che teorizzano già dal nome la cultura dello sballo e dell’incoscienza e si sono dati una precisa struttura con tanto di presidente e direttivo, molto radicata nella zona sud. Calcio, politica e anche affari. “Servizio sorveglianza, pulizia dello stadio, rivendita dei biglietti, organizzazione delle trasferte. Sono questi una serie di servizi che la società appalta direttamente e indirettamente ad imprese referenti del tifo organizzato”, rivela un settimanale locale. E aggiunge: “A questo si aggiungono anche i contributi ai club. Un meccanismo che non deve mai incepparsi. In nessun caso. Pena scioperi del tifo e striscioni da multa”. Il risultato per Democrazia Europea è catastrofico: nessun eletto a Messina. Intanto in un finale thrilling del campionato le due squadre si contendono la B all’ultima giornata. Ultimo minuto: rigore per il Messina. Se segna, è B. Se sbaglia passa il Palermo. Il Messina sbaglia. Si arriva alle regionali, e Aliotta trova finalmente la formazione che corrisponde alle sue idealità: è candidato con Alleanza Nazionale. “Per crescere insieme nello sport e nella vita”, promette dai manifesti con Fini sullo sfondo, attaccati in giro per la città e sui muri del “suo” stadio. Al termine di discussioni interminabili nei bar sport siciliani, i tifosi delusi da presidenti parolai e giocatori svenduti troncano sistematicamente la discussione con l’interlocutore esclamando: “Tu non capisci niente di pallone !”, dove pallone nel Sud è la parte per il tutto, e sta cioè ad indicare il calcio nella sua interezza. Ma davvero è difficile capirci in questi giri vorticosi tra politica, imprenditoria e – appunto – pallone.
Mentalità e storia del tifo organizzato
La mentalità ultras – si veda scheda apposita – consiste in una serie di regole base che regolano i rapporti tra i vari club di tifosi. Ogni club poi si dà regole interne (es.: sì/no alla marijuana; si/no all’alcol; si/no a simboli politici in curva; etc.) che si sommano alle consuetudini. Analizzando le pagine web e le pubblicazioni dei tifosi emerge una curiosa schizofrenia: da un lato minacce e proclami bellicosi, il disprezzo per i “conigli”, cioè quelli che scappano di fronte agli scontri o al pericolo; dall’altra un vittimismo esasperato: siamo sempre criminalizzati, e ci scaricano tutte le colpe, e tutti ci danno addosso… Sembrerebbe quasi che gli ultrà non vogliano addebiti per gli atti di teppismo e le devastazioni in territorio urbano, per gli scontri allo stadio, per le comunicazioni violente e razziste. Sembra che considerino la battaglia della domenica come una sospensione della legge ordinaria, che rivendichino l’extraterritorialità dello stadio, che pretedano il diritto all’illecito (valgono solo le loro regole superiori alla stessa legge dello stato: la mentalità ultrà superiorem non recognoscens ?).
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Tra le varie tifoserie esistono rapporti di alleanza (i gemellaggi) oppure di odio. Molti rapporti sono solidi, altre alleanze nascono e muoiono sulla base di episodi. Queste le ragioni di un gemellaggio: 1. Vicinanza politica (sono per esempio gemellate Lazio e Inter in quanto tifoserie di destra); 2. Principio “il nemico del mio nemico è mio amico”. 3. Singolo episodio-chiave che accomuna due tifoserie o al contrario crea una ostilità.
“Diciottomila casacche blu e bianche. Un mosaico che, domenica 29 aprile 2001, pochi secondi prima dell'inizio del derby Roma-Lazio, ha trasformato la Curva nord della Lazio in un gigantesco muro con sopra scritto: «Roma merda»”. Una delle coreografie di maggiore impatto, di pessimo gusto, ma anche molto costosa. All’indomani del derby il presidente Cragnotti stigmatizzava il “gusto” dei tifosi così come gli striscioni razzisti esposti per l’ennesima volta. Appena una settimana più tardi, tuttavia, “Panorama” denunciava che la “coreografia di cattivo gusto” era “stata finanziata proprio dalla Lazio e affidata ai tifosi più «duri» della Nord. Riccardo Motroni, proprietario dell’Extreme di Montecatini Terme, azienda che produce materiale coreografico per tifosi, non ha problemi ad ammettere: «Le coreografie delle curve di Lazio e Juventus ci vengono commissionate direttamente dagli uffici marketing delle due società, sono loro a fare gli ordini»”. In occasione delle partite più importanti, i club più vicini alla società formulano delle richieste e la dirigenza stacca un assegno più o meno rilevante (nell’occasione citata sfiorava i 30 milioni). I club si dividono in
genere in due categorie: quelli puri che in ossequio ad uno dei comandamenti
Non sono pochi i clubs che producono gadget, sciarpe, abbigliamento e vari prodotti talvolta venduti in negozi affiliati e in qualche caso su licenza della società. Buon esempio della seconda tipologia è il club degli Irriducibili, che nonostante vari attriti è rimasta nei fatti in buoni rapporti con la dirigenza laziale e che ha spesso ostentato la propria ideologia fascista e la vicinanza con i vari movimenti di estrema destra, tra cui da ultimo Forza Nuova (in Curva nord, durante la guerra del Kosovo, è apparso anche il primo e unico striscione ufficiale di FN in uno stadio: “Uccidete il soldato Ryan”). Così come quella laziale, la curva veronese abbina tifo ed estremismo politico. Il nome delle Brigate gialloblù (dal ‘91 formalmente non esistono più per evitare l'incriminazione per reati associativi) era già venuto a galla durante l'inchiesta sul Fronte nazionale del neofascista Franco Freda. Oggi i muri all'interno della curva sono imbrattati di svastiche, rune, celtiche e scritte contro il pm Papalia colpevole di aver fatto arrestare nel maggio '96 Yari Chiavenato, oggi segretario provinciale veronese di Forza nuova, e Alberto Lomastro, già esponente della Fiamma tricolore. L'accusa? Aver organizzato l'impiccagione di un manichino di colore al Bentegodi come minaccia e scherno al giocatore di colore Ferrer (del Verona). I due sono stati assolti in primo grado perché non è stato possibile dimostrare che avessero organizzato la macabra sceneggiata. La cultura dei tifosi veronesi è un utile indicatore per capire alcune caratteristiche dei tifosi. “Noi odiamo tutti”, “Solo il nostro odio porta alla vittoria”, sono gli slogan preferiti della curva dello stadio “Bentegodi”. Sul sito di un gruppo di tifosi un significativo sondaggio chiede ai visitatori – tifosi chi odiano di più: 1) prima ipotesi: i rivali di città vicine, in particolare della Lombardia; 2) seconda ipotesi: le squadre del sud; 3) tre: noi odiamo tutti.
La navigazione prosegue con minacce ai rivali (“17/02/02 Interisti Infami: Con le lame leoni, senza lame TERRONI”) ed una interessante sezione che ripercorre la storia delle Brigate Gialloblù. “Le Ex Brigate. Una volta erano i guerrieri di Verona. Oggi la generazione delle Brigate Gialloblù sul viale del tramonto, ma i giovani hanno ereditato la reputazione di questo gruppo, uno dei più temuti, rispettati e imitati del panorama ultras italiano” . La storia delle Brigate Gialloblù è importante per diversi aspetti. Intanto perché sono stati i primi ad importare, diremmo quasi ad incastrare la mentalità e le pratiche hooligan nei gruppi ultrà italiani. A questo hanno aggiunto alcuni tratti politici di estrema destra mischiati col localismo più becero, il senso d’onore per la città insomma, l’odio violento nei confronti degli avversari, la passione idolatrica e feticista per simboli e colori dell’Hellas Verona. La storia delle Brigate parte nel 1971 e si conclude 20 anni più tardi. La fine arriva in seguito agli scontri più gravi del solito di Cesena-Verona: una serie di diffide prima e poi la definizione della procura di Verona delle Brigate come associazione a delinquere. Nel 1971 nasce dunque il primo gruppo delle Brigate, il nome risente dell’influenza dell’epoca, ma i riferimenti ideologici provengono tutti dall’Inghilterra. Il club si caratterizza per lo striscione (il primo modello ha come simbolo un teschio stilizzato) da portare sempre in trasferta, un simbolo vero e proprio, uno stendardo, cioè che nessun altro gruppo deve “profanare”. Non è inutile ricordare che allora non esisteva ciò che oggi è scontato: niente curve invase dagli striscioni, niente bandieroni e coreografie, né trasferte di massa o capi ultrà o treni speciali o pullman pagati dalla società. In quell’anno l'organizzazione e' ancora rozza e il modo di tifare è molto semplice: tamburi di latta, grancasse, piatti, sciarpe di lana e l'apparizione delle prime bandiere cucite a mano. Negli anni successivi si rafforza la pratica della trasferta (che non significa semplicemente andare a vedere la partita fuori, ma un piano pre-organizzato di invasione o comunque di confronto con altri gruppi, con tutto il corollario di vendette, segnali, alleanze e rotture, divisioni e collisioni che ne seguono). “Nel 1974 le Brigate vanno a Brescia in corteo con lo striscione davanti e le cronache del periodo mettono in luce già l'indole turbolenta dei brigatisti, nelle accesissime gare con il Bologna, il Vicenza, la Juve, il Milan. Nel 1976 lo striscione Brigate appare in una side (curva) del temutissimo Shed, lo stadio del Chelsea (dove si instaura un’intesa con i supporters londinesi) e il tifo veronese comincia ad assorbire la fisionomia dello stile britannico: in curva Sud appare per la prima volta in uno stadio italiano una Union Jack, compaiono le prime sciarpe a listarelle gialloblu e striscioni con le sigle The Deadly Sinner Club e Hellas Army. Nel 1977 le Brigate decidono di abbandonare il vecchio striscione, sostituendo il teschio con la scala a tre pioli come simbolo sormontante la data di nascita 1971 e per la prima volta è usata la tela cerata. “Già nei primissimi anni '80 le Brigate manifestano un atteggiamento irriverente, una imprudenza nell’affrontare le tifoserie avversarie, striscioni sprezzanti”. Cambia anche il modo di tifare: battimani ritmici, urla e incitamenti di tipo militare, cori balordi in inglese o dialettali che spesso non c’entrano nulla col calcio, striscioni a due aste ad alto impatto visivo. In questo periodo le BG si collocano all’estrema destra. Nel 1982-83 e' beffardamente contestato il giocatore di colore Uribe. Vengono sempre più imitati gli hooligans, nella ricerca dello scontro fisico con gli avversari e nelle pratiche goliardiche (le parrucche, le paperelle nella trasferta a Como, i copricapo cilindrici, animali gonfiabili, elementi coreografici surreali visti per la prima volta nella curva veronese) che ne fanno un gruppo di rottura, cambiando parte dei costumi ultras. “Con la retrocessione del Verona in B (1979), i tifosi perdono lo smalto e il temperamento, conquistando le prime pagine per i tafferugli con milanisti e vicentini. Nel 1983 il ritorno nella massima serie e l'inizio di un'altra grande rivalità, quella con i napoletani, contrassegnata da gravi incidenti, striscioni razzisti dei veronesi, coreografie sarcastiche dei napoletani. Le BG davano vita a dei sottogruppi, come appunto Hellas Army che risentiva dell'influenza inglese e quello dell'ASU (Associazione Stalle Umane), un gruppo di tifosi sciatti, dediti a scorribande, atteggiamenti animaleschi, uso smodato di vino e birra, riprendendo la tradizione dei veronesi tuti matti. Prende il sopravvento però lo stile “casuals”, infatuati dagli Headhunters Chelsea (realizzarono il biglietto da visita: “Complimenti, hai appena conosciuto le Brigate Gialloblù”). Nel 1986 le BG arrivano a 15 anni, il gruppo è sulla cresta dell'onda (Verona campione d'Italia e trasferte europee), ma prevale il volto ideologico. Neppure l'insolito gemellaggio con i leccesi cancella l'etichetta di gruppo più razzista d'Italia”. Si arriva alla fine. Durante Milan-Verona del 1991 dodici ultras sono arrestati e le BG dichiarate fuorilegge. La curva scaligera resta vuota, con un solo striscione: Non 12, ma 5000 colpevoli. In realtà la baraonda era successa nella trasferta di Brescia, quando la città fu messa a soqquadro. Il presidente Chiampan accusa le BG, che rispondono alla pressione con l’autoscioglimento, “per non dover rendere conto alla polizia del comportamento di ogni tifoso veronese”.
In realtà gli stessi tifosi, le stesse pratiche, l’imitazione delle sides britanniche e soprattutto il razzismo rimangono ancora oggi le caratteristiche della curva dello stadio Bentegodi, dominato oggi dalla “Banda Loma” legata a Forza Nuova. Nel campionato 2000 l’attenzione è centrata sugli ululati rivolti ai giocatori di colore in possesso di palla. A Verona succede sistematicamente. Altra questione quella dei gemellaggi: rotti tutti quelli politici, ovvero con le tifoserie di destra (Inter, Lazio), resiste formalmente quello anomalo con a Fiorentina, ma domina sempre più il motto “Noi odiamo tutti”. Una rapida lettura dei testi dei cori farà pensare all’aspetto più balordo e beceramente razzista del tifo veronese. Ma attenzione a non fermarsi qui. Nei documenti dei tifosi compaiono anche testi di diverso tenore contro “il progetto mondialista” e la mercificazione del calcio, l’esaltazione dello stadio come campo di battaglia e non “teatro” consumista per famiglie, la critica politica al calcio-business ed altre analisi che confermano la presenza di “teste pensanti” dell’estrema destra dietro gruppi balordi, goliardate ed ululati. Non solo ragazzate, quindi.
Lame nere in Europa
Dietro molti club organizzati si nascondono gruppi di estrema destra (nel passato, Veneto Front Skinhead dietro le Brigate Gialloblù, il Movimento Politico dietro gli ultrà della Roma; oggi Forza Nuova nelle curve di Verona e Lazio). Solo in pochi casi sono stati affrontati questi legami, quasi mai si è operato in maniera preventiva, si continua invece a montare ogni domenica un gigantesco apparato repressivo (migliaia di uomini schierati non solo agli stadi ma dentro stazioni, porti, uscite autostradali; mezzi, pullman, elicotteri; un meccanismo da centinaia di milioni di euro). Il discorso curve - politica è stato spesso liquidato con luoghi comuni (“la politica non deve entrare in curva”, “no alle bandiere di Che Guevara così come alle croci celtiche”) o ridotto alla passione personale di pochi estremisti e sbandati. Non si è mai analizzato con serietà l’ipotesi di un rapporto organico tra i due fenomeni, nemmeno nei casi Roma e Verona dove questo appare lampante. Nel marzo 1991 il Movimento sociale italiano (Msi) organizzava un convegno sulla “curva come patria”, ideato da Maurizio Gasparri, allora direttore del “Secolo d'Italia”, poi sottosegretario agli Interni nel governo Berlusconi, quindi uno dei più importanti esponenti di Alleanza Nazionale e poi ministro della Repubblica.
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Brescia, 20 novembre 1994. “Alle 11,30 arrivano i primi contingenti della celere ma i romani non si vedono. Alle 12,30 arrivano 3 pulmini con un centinaio di tifosi romanisti. Improvvisamente i romani scendono dai pulmini e caricano la polizia, ma vengono respinti dalla celere. Dirottano verso la gradinata dove ci sono pochi agenti. Durante questi scontri viene accoltellato il vice-questore in borghese e sono lanciate tre bombe carta che feriscono un agente”. Questa testimonianza di un ultras bresciano è stata pubblicata sul mensile dei tifosi “Supertifo”, dopo gli incidenti dello stadio di Brescia. Il vice-questore ferito è Giovanni Selmin: dopo una serie interminabile di aggressioni ad immigrati e giovani dei centri sociali (ricordiamo la morte di Auro Bruni) il neofascismo romano alza il tiro e ferisce un rappresentante delle istituzioni. Nella percezione comune la questione ultras viene promossa da “roba di quattro teppisti” a fenomeno incontrollabile, anche all’interno degli stadi. E così, le indagini della Digos portano a tredici ordini di custodia cautelare, uno dei quali riguarda Maurizio Boccacci, capo di Movimento politico. L’accoltellamento del vice-questore mostra che si è superato ogni limite, anche perché a partire da metà anni ’90 gli stadi sembrano essere diventati una palestra privilegiata delle attività dei neofascisti: il 28 novembre '94, nel corso del derby Roma-Lazio, si verificano altri gravissimi scontri. Ancora la Digos individua cinque estremisti, contro cui sono stati emessi ordini di custodia cautelare. Si attiva anche la polizia della capitale, che in un rapporto alla magistratura indica il legame sempre più stretto tra estrema destra e tifoseria da stadio. Anche molti giornali cadono dalle nuvole, dopo la morte del tifoso del Genoa Vincenzo Spagnolo. Il pianeta calcio, isola felice, mondo dorato, si riscopre inondato di violenza omicida. Qualche tempo dopo, si verificano gravissimi incidenti a Dublino, in occasione dell’incontro Eire-Inghilterra. Emergono responsabilità del Bnp (British national party), il partito neonazista inglese: così, molti mass media 'scoprono' il neonazismo internazionale e ipotizzano collegamenti tra i gruppi di vari paesi. E va ricordato che in quel periodo molti opinionisti, seguendo la “svolta” di Fini, continuava a ripetere che “il fascismo è morto con Mussolini”.
Vediamo di approfondire cosa accadde in quel giorno, estendendo così il discorso alle vicende internazionali. Il 15 febbraio '95, lo stadio di Dublino ospita la partita amichevole tra le nazionali di calcio di Eire ed Inghilterra. Ma gli hooligans britannici la trasformano in una battaglia, con 50 feriti ed un morto per crisi cardiaca. In 123 anni di incontri tra le due squadre non era mai accaduto che la partita venisse sospesa. Non sarà difficile scoprire che gli incidenti erano stati accuratamente preparati da settimane. Molti tifosi inglesi fanno parte delle organizzazioni neonaziste legate all'estrema destra protestante dell'Ulster, che si oppone ai colloqui di pace tra governo inglese ed cattolici nord-irlandesi. Prima della partita, numerose braccia erano levate nel saluto fascista, mentre i cori gridavano “non ci arrenderemo all'Ira”. Poi il gruppo denominato “C-18” scatena l'inferno nello stadio. La denuncia arriva da “Searchlight”, una organizzazione antifascista nota per le sue accurate inchieste sull'arcipelago neofascista europeo. Secondo Tony Robson, uno dei ricercatori di “Searchlight”, l’interruzione della partita è stata una grande vittoria per “C-18”: avevano raggiunto Dublino da giorni, acquistando i biglietti due alla volta, per non destare sospetti. C sta per 'Combat', mentre il numero 18 si riferisce alla prima ed all'ottava lettera dell’alfabeto: A e H, cioè le iniziali di Adolf Hitler. Il gruppo è collegato con il network dell'estrema destra internazionale, è nato come servizio d’ordine del Bnp, il partito più importante della destra estrema inglese, specializzato nell’organizzazione di campi paramilitari. E' strutturato come una cellula segreta e conta su un centinaio di affiliati. “C-18” ha garantito il “servizio d’ordine” durante il ciclo di incontri tenuti nel ‘92 a Londra dallo storico revisionista David Irving, che nega l’Olocausto ed i lager. Il gruppo ha operato anche durante i concerti del circuito “blood and honour”, cioè i tour dei gruppi rock razzisti, come gli Screwdriver, leader della rete “rock against communism”. “C-18” svolge altre attività ‘in difesa della razza bianca’: usando le pagine di "Redwatch" (una rivista stampata negli Usa), ha pubblicato centinaia di nomi, numeri di telefoni ed indirizzi di 'nemici degli ariani'. Subito dopo, comunisti, ebrei, anarchici, cittadini inglesi di colore hanno visto concretizzarsi le minacce di C-18: incendi, aggressioni, telefonate minatorie. Inoltre, gli esponenti di C-18 sono coinvolti, insieme ad altri gruppi analoghi, nelle inchieste sul traffico d'armi in Ulster, a sostegno delle bande di assassini unionisti, come l’Ulster Defense Association di Frank Portinari, responsabile di numerosi attentati. Nonostante tutto, “Combat 18” raccoglie sempre più elementi, sia dal mondo hooligan (molti dei quali coinvolti in incidenti famosi, come quelli dell’Heysel) che dai delinquenti locali. Il fascino di questo gruppo deriva dall'immagine di banda disposta a tutto pur di “salvare gli ariani”. Il quotidiano britannico “The Guardian” pubblicava alcune interviste ad ultratifosi reduci da Dublino: “C18 crede nell'Inghilterra contro i neri e tutto il resto...”, “Sono sensibile gli argomenti del Bnp: il saluto Sieg Heil è rivolto a tutti... tutti gli stranieri.... un tempo l'Inghilterra occupava tre quarti del mondo... adesso negri e pachistani fanno qui un sacco di affari...”.
Il caso jugoslavo e l’ultrà Arkan
Il rischio di sottovalutare la pericolosità degli ultrà organizzati è reale. E’ accaduto qualcosa di simile in Jugoslavia, quando, dopo la finale della Coppa nazionale 1992, gli ultrà di Belgrado misero a soqquadro la città, distruggendo vetrine ed automobili. La polizia arrestò due persone, scarcerate il giorno dopo, “per intercessione di Arkan”, come denunciò un quotidiano belgradese. Arkan farà una fulminante “carriera” da capo degli ultrà della Stella Rossa di Belgrado a capitano della milizia paramilitare “Tigri serbe” assoldate dall'esercito federale per i lavori sporchi nella guerra con i croati. Sarà uno dei criminali di guerra condannati dal Tribunale dell’Aja. Il tifo organizzato jugoslavo è stato un importante serbatoio cui hanno attinto sia i serbi che la HOS croata. Il campionato del 1988 iniziò con una violenta rissa tra ultrà serbi e croati: i tifosi di Partizan Belgrado e Dinamo Zagabria (circa 3mila persone) si scontrarono per più di 3 ore fuori dallo stadio. Nel maggio del 1990, prima della partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado, i tifosi invadono il campo: 138 feriti e 147 arresti. La situazione torna normale solo a tarda notte. I rapporti tra ultrà e nazionalisti si infittiranno sempre più: nelle curve appaiono raffigurazioni di generali cetnici (formazioni militari fasciste serbe della Seconda guerra mondiale). Gli stadi di Spalato e Zagabria si riempiono di immagini del Terzo Reich. Gli striscioni dei tifosi inneggiano alla secessione. I campionati degli anni seguenti saranno sempre più carichi di tensioni, mentre quasi tutti gli ultrà faranno ormai parte di organizzazioni paramilitari. Il cerchio sarà idealmente chiuso nell’anno 2000 quando uno striscione dello stadio Olimpico di Roma reciterà: “Onore alla tigre Arkan”.
“Squadra de negri, curva d’ebrei”
Cragnotti Sergio, avventuriero della finanza internazionale, presidente di una delle multinazionali con la peggiore fama, la Del Monte, presidente della Società Sportiva SS Lazio, non è probabilmente un campione di etica. Ma alla fine dell’annus terribilis 2001 è talmente stanco del danno d’immagine provocato dalle bande neofasciste che si spacciano per tifosi da indire la Shalom Cup (un torneo amichevole con una squadra israeliana ed una africana, disertato dai tifosi e contestato dai club, settemila spettatori in uno stadio da 80mila), acquistare un giocatore di colore (l’italiano Liverani) e minacciare denunce civili e penali per quanti continueranno a danneggiare la sua società con striscioni del tipo “squadra de negri” (alla Roma, in occasione di un derby seguito dalle tv di mezzo mondo, squalifica di una giornata dell’Olimpico), oppure “onore alla tigre Arkan” (durante il campionato, riecheggiato in tutta Europa e specie nei luoghi dove ancora sono vive le ferite della guerra civile in Jugoslavia). Due i commenti seguiti alle iniziative del presidente della Lazio. Meglio tardi che mai, dopo anni di complice tolleranza. Oppure complimenti a Cragnotti, che almeno ha avuto il coraggio di fare quello che per esempio a Verona era ancora impossibile (“Comprare Mboma [attaccante della nazionale del Camerun] ? I tifosi mi metterebbero sulla graticola…” dirà Pastorello, presidente della società Hellas Verona a fine stagione).
Verona e Roma si segnalano da sempre come punti più caldi delle tifoserie, le città che i giornali definiscono “a rischio”. Gli anni degli scudetti di Roma e Lazio sono anche quelli delle tensioni maggiori. Il 29 ottobre del 1979 un razzo lanciato dalla curva sud aveva ucciso il tifoso laziale Vincenzo Paparelli poco prima del derby, ma da allora non si erano segnalati incidenti di rilievo. La tensione che porterà ad un clima da guerriglia urbana parte dal 17 dicembre 2000. Quella notte, per la prima volta dopo anni, è stato in qualche modo infranto il patto di non belligeranza siglato dai gruppi ultrà di Roma e Lazio. Non allo stadio, ma dopo la partita, nelle vie del centro, dove i romanisti festeggiavano la vittoria. Esagerando, perché qualcuno aveva perfino creato dei posti di blocco dove chi era laziale veniva insultato, provocato e aggredito. “Cani sciolti”, dicono adesso gli ultrà di entrambe le tifoserie. Perché a sentir loro certi comportamenti “non fanno parte della mentalità ultrà”. I capi dei gruppi
principali andavano d’accordo. In particolare, due dei leader degli
Da allora, è guerriglia urbana, dove tutti sono obiettivi: tifosi, dirigenti, giocatori. Intanto passava sotto silenzio una tentata aggressione a Veron e Lopez, il 20 gennaio 2001: tre tifosi della Roma, all'uscita di un ristorante sulla Cassia, insultarono i due argentini. Spintoni, calci alla macchina e paura. Derby di ritorno, 29 aprile. Scontri tra tifosi fuori dall'Olimpico, prima. Incidenti, botte, contusi. La coreografia della Lazio è un insulto: “Roma merda”, enorme, copre tutta la curva. Dall’altra parte il concetto espresso è identico, ma in inglese e in dimensioni ridotte. Squallidi riferimenti a Paparelli dalla Sud, vergognosi striscioni dalla Nord: “Squadra de negri, curva di ebrei”.
Intanto cresce la febbre per il derby in classifica, la Roma vicina allo scudetto, la Lazio campione che cerca la rimonta. La notte tra il 3 e il 4 maggio, ignoti lanciano un bengala contro il portone della villa di Totti, nel cuore del quartiere Axa. Domenica 6 maggio, l'aggressione a Zago, nel parcheggio del ristorante «Il Fontanone». Il brasiliano dichiara di riconoscere un capo ultrà laziale, ma non sporge denuncia. Due leader di fazioni opposte intervengono ad una radio privata, si spiegano, si chiariscono. Non serve a nulla. Qualche giorno dopo sarà aggredita la moglie di uno dei capi degli Irriducibili. E' una faida che va oltre i rapporti dei gruppi ultrà e che non coinvolge la politica. Tendono a destra entrambe le curve, la Nord laziale (da sempre), la Sud romanista (da qualche anno). L’odio è tutto calcistico.
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In Italia è consuetudine affrontare i problemi in base all’emergenza. Basta un segno, un elemento di disturbo ed è subito emergenza. Se mille immigrati sbarcano in un mese a gruppi di 5 non se ne accorge nessuno, se arrivano tutti insieme è emergenza immigrazione, invasione, dramma nazionale. L’isterismo – fatte le dovute proporzioni – è stata la regola che ha caratterizzato le reazioni politiche alla follia dei tifosi. Nessuna attenzione ai fenomeni strutturali, leggi e decreti di emergenza all’indomani di ogni episodio “eclatante” (va sempre di pari passo l’aggettivo eclatante sul giornale ed il provvedimento d’emergenza in consiglio dei Ministri). In realtà gli episodi sono continuati anche dopo il 2001. Una triste cronologia di episodi (l’allenatore del Brescia che entra in campo scortato dalla polizia in occasione del derby con l’Atalanta di Bergamo, gli incidenti continui nelle serie minori, il razzismo perenne dello stadio Bentegodi, i tifosi della Lazio minacciosi con i loro stessi giocatori, le tensioni del derby di Torino ed in quelli tra le squadre siciliane e tra quelle lombarde). Tra i tanti fatti del 2002 da segnalare almeno due episodi, raccontati sul network dei tifosi Tifonet: “Ecco qui uno spaccato sulle due curve che più si sono segnalate, negli ultimi anni, per episodi di demenza e di vergognosa viltà spacciata per “intransigenza Ultras”. I tifosi del Verona a Brescia scandiscono slogan contro Mero, il giocatore bresciano morto quest'inverno. A Roma, gli ultras della Lazio prendono a sassate i pullman di tifosi del Lecce tra cui alcuni con ben visibile la scritta handicappati”.
La questione derby – intesa come partita stracittadina – merita un particolare approfondimento. Per prima cosa, una legge non scritta tra i tifosi delle squadre della stessa città dice che sono proibiti gli scontri in occasione del derby. Una tregua, un patto tacito che il derby romano citato ha messo in crisi. Così come era accaduto a Genova, non ancora a Milano, quasi a Torino quando nella partita di ritorno del 2002 un gesto irresponsabile di un giocatore delle Juventus (mima il toro dopo un gol e poi sputa) stava accendendo pericolosamente gli animi. Ma qual è l’origine della rivalità tra i tifosi di squadre della stessa città ? Esistono in genere due tipi di divisione: una prevalentemente sociale ed una altra topografico-sociale. A Milano l’Inter è considerata la squadra dei ricchi, dei commendatori, della borghesia. Il Milan è storicamente la squadra popolare, almeno fino a quando la presidenza Berlusconi non è arrivata a scompaginare divisioni consolidate e la stessa fede politica dei tifosi (la tifoseria del Milan è storicamente di sinistra, quella dell’Inter storicamente di destra). Discorso del tutto simile a Torino, dove ovviamente non è la squadra della Fiat ad incontrare il favore del tifo popolare. A Genova, invece, occorre introdurre il discorso geografico. Il Genoa è la squadra del centro storico, mentre la Sampdoria ha la sua origine nel quartiere periferico di Sanpierdarena. Stessa storia a Roma, dove l’AS Roma è popolarissima nel centro – in particolare nel celebre quartiere di Trastevere – mentre la Lazio è la squadra dell’hinterland e delle periferie. Queste distinzioni sono spesso sottolineate dai tifosi negli scontri verbali reciproci, non a caso i tifosi laziali vengono etichettati come “burini”…
Un'altra tipica situazione è quella della società “storica” – di solito dell’area metropolitana o del centro storico delle piccole città – che sprofonda nelle serie minori. Spesso emerge un’altra squadra – di solito dell’hinterland – che pone i tifosi di fronte ad un dilemma: rimanere fedeli alla società storica, che però si trova nei bassifondi del calcio o magari tra i dilettanti, oppure accorrere sugli spalti quando gioca la “nuova” squadra ? Situazioni del genere si sono avute per esempio a Catania, quando la società storica sprofondò in serie C2 e con una rocambolesca operazione fu trasformato l’Atletico Leonzio delle vicina Lentini in Atletico Catania. In questo caso i tifosi non ebbero nessun dubbio e preferirono le partite della quarta serie alla C1 dell’Atletico, considerata la squadra della borghesia e dei politici, che con una manovra “innaturale” volevano riportare il “grande” calcio in città. Stessa situazione a Padova, con la squadra cittadina sprofondata dalla A alla C2 ed il Cittadella Padova che invece arrivava a disputare la serie B. Meno idealisti e più pratici invece i tifosi del Messina che trovatisi in una situazione analoga non hanno avuto dubbi tra una moribonda ACR ed una nuova “vincente” Peloro-Messina.
Spreco – L’ibridazione tra imprenditore e tifosoSe un settore qualunque dell’economia arriva ad accumulare 1400 miliardi di deficit, se un’azienda arriva ad un “profondo rosso” e rischia seriamente il fallimento, se le fonti di reddito e sostentamento si impoveriscono sempre di più, se il “costo del lavoro” – terrore di qualunque imprenditore – arriva ad assorbire gran parte dei ricavi (124% del fatturato medio delle società di A; 81% del bilancio 2000 della Juventus; 117% di quello della Roma; nel caso delle due società che stanno meglio), non sarà il caso di ripensare il settore stesso ed i suoi fondamenti ? “Voi siete o siete stati imprenditori di successo. Eppure non gestite le vostre aziende come fate con le società di calcio”, dice un intervistatore di Repubblica a Galliani, dirigente dell’A.C. Milan e consigliere d’amministrazione di Mediaset. “Evidentemente si considera il calcio qualcosa di diverso, dove giocano un ruolo fondamentale la passione, l’emotività, le pressioni dei tifosi e dei mezzi di comunicazione”. Dunque un gruppo ristretto di persone “passionali” (o di autentici teppisti o criminali, a seconda dei casi) può determinare la sorte e le scelte di un settore importante dell’economia di un paese che fa parte degli stati più industrializzati del pianeta ? Dunque il futuro del lavoro di migliaia di persone (operatori pay-tv e radio locali, giornalisti, impiegati delle società, operatori pubblicitari, tutto l’indotto insomma del calcio) dipende dagli articoli di protesta e di “contestazione” del Corriere dello Sport e delle fanzine dei clubs ? Dunque l’imprenditoria che vuole a tutti i costi la libertà di licenziamento ragiona nel calcio in base alla pura emotività, si lascia trasportare dalla passione del tifoso, arriva a pagare stipendi oltre ogni limite e poi nella “vita di ogni giorno” predica tagli salVerdana, sans serifi per chi fatica ad arrivare alla fine del mese ?
Dunque ciò che è ovvio per un qualunque settore dell’economia, nel calcio non vale. Ci hanno ripetuto con ridicola ossessività che il “football” è diventato “business”; che le società di calcio sono aziende e come tali ragionano ed agiscono, che le società andranno una dopo l’altra in borsa (altra vicenda penosa: la Lazio ha perso il 62% dal collocamento fino al 2002; -26% per la Roma; gli indici sono stati spesso sospesi per eccesso di ribasso e comunque sempre hanno dimostrato di essere dipendenti dall’altalena dei risultati ma anche da un infortunio o un rigore negato; tra i tanti esempi, il –12 % in solo giorno della Roma all’indomani dell’eliminazione dalla Champions’ League del 18 marzo 2002, bruciando così parte del 50% guadagnato nelle precedenti due settimane oltre ai mancati introiti Uefa per le semifinali perdute, cioè circa 20 milioni di euro).
Non è vero – lo ammette lo stesso Galliani – che le società di calcio si comportano come aziende. Due docenti di Firenze, nella cui facoltà di Economia si tiene uno dei pochissimi corsi sul diritto e l'economia dello sport, Paolo Fanfani e Mario Alberto Galeotti Flori, hanno aperto la loro analisi sui bilanci del calcio con queste parole: “Se le società di serie A fossero trattate come società normali sarebbero tutte o quasi in amministrazione controllata”. Ma amministrazioni controllate, dichiarazioni di fallimento, licenziamenti massivi, riduzione e decurtazione dei salari (nello specifico gli stipendi stratosferici dei calciatori), profonde ristrutturazioni non appartengono al mondo dorato del pallone. Nessun intervento drastico quindi, salvo qualche discussione – appunto – da “bar sport” sul tetto degli ingaggi e la necessità di darsi una regolata. Poi arriva l’estate, i tifosi pretendono i “rinforzi” ed i presidenti non resistono alla tentazione dei titoloni in prima sui quotidiani sportivi (gli organi di informazione su carta più capillarmente diffusi nel paese).
A queste osservazioni si risponde in genere così (in parentesi le ovvie contro-osservazioni): - il calcio è anche fenomeno tribale, luogo simbolico, scontro tra città e ceti sociali, elemento dominato dalla passione e di conseguenza non riducibile al mero calcolo economico (e allora perché va in Borsa e parla sempre di business ?) - il vero valore aggiunto del calcio è immateriale, banalmente la pubblicità, la fama, la popolarità che solo il calcio-veicolo di comunicazione può dare in Italia e nel mondo (due le contro-osservazioni: come si ripagano mille miliardi di debiti con l’immateriale ? Come si gestisce il calo di popolarità e addirittura l’impopolarità che sopraggiunge in seguito a pochi risultati negativi?)
Per le grandi società si parla apertamente di crisi anche dopo un pareggio in casa con una squadra minore. Ed una roboante vittoria, uno stato di grazia, un momento fantastico appena pochi giorni dopo possono diventare un preoccupante inizio di crisi anche per uno zero a zero. Come se le società maggiori dovessero vincere tutte le partite. E’ importante da questo punto di vista il bassissimo livello della maggior parte dei giornalisti sportivi, che finiscono per determinare un parossismo da vittoria sempre ed a tutti i costi.
Secondo alcuni “esperti” la vera panacea sarà la vendita di gadget come magliette e accendini e la gestione diretta degli stadi sottratta ai comuni. Sul primo punto è utile osservare che il Manchester – che pure ha vinto molti scudetti di fila - copre con queste attività appena il 6% del bilancio. Sul secondo argomento è opportuno fare mente locale alla vicenda torinese, dove il gruppo Fiat ha fatto di tutto per costruire un mega–stadio con i soldi di Italia ’90, per poi oggi piangere per il calo dei paganti. La squadra ha giocato alcune partite di coppa europea addirittura a Palermo, è unanime la protesta per la pessima visibilità dello stadio Delle Alpi, progettato evidentemente male, ed oggi la Juventus ha la faccia tosta di prendere uno stadio piccolo, all’inglese, da gestire direttamente, quando appena dieci anni fa l’uomo Fiat Luca di Montezemolo predicava il verbo del mega-cantiere, del grande stadio con tanto di pista di atletica, della grande opera, del “faraonico è bello”.
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Parte consistente delle entrate delle società di calcio – di serie A come di C - viene da una voce molto old economy, gestita dallo Stato, vissuta nei bar di provincia come nelle grandi città, parte del costume nazionale fin dagli anni del dopoguerra. Il Totocalcio è andato in crisi e con esso le entrate del CONI ed i soldi girati alle società. Suddiviso tra vari giochi e giochini, è stato in realtà soppiantato dalla crescita di altre lotterie e giochi a premi, sui quali si è comunque investito oltre misura (è vero che gli italiani hanno la tendenza al gioco, ma è anche vero che non c’è spazio per centinaia di giochi a premi). Il mondo del calcio anziché riflettere sulle conseguenze di mancati incassi è stata presa dalla follia dei diritti TV. Abolito il monopolio Rai ed introdotta la commercializzazione delle “partite della domenica”, prima escluse dalle trasmissioni in diretta, le società hanno avuto l’illusione di trovarsi di fronte ad un pozzo senza fondo. Purtroppo questo periodo è coinciso con le peggiori prestazioni europee degli ultimi 15 anni (eliminazioni precoci = perdite secche); i vari anticipi e posticipi hanno creato polemiche continue (regolarità del campionato, con squadre che giocano conoscendo il risultato degli avversari; partite in notturna giocate sul ghiaccio, incontri disputati di sera con la nebbia, con grave truffa ai danni di spettatori e abbonati pay-tv); la maggior parte degli incassi si sono volatilizzati per la crescita esponenziale degli ingaggi dei calciatori; esaurita la domanda (i tifosi non sono un numero infinito), sono rimasti i debiti.
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Queste brevi considerazioni farebbero supporre ad un “marziano” – nel senso di un osservatore esterno che non conosce la realtà italiana – che le società di calcio siano gestite da grossolani dilettanti, presidenti-tifosi che hanno maggiore dimestichezza con le curve e la passione da stadio che con grafici e precisi calcoli costi – benefici. Purtroppo il calcio italiano è gestito dal “meglio” dell’imprenditoria di questo paese. Con l’eccezione del sano snobismo di Benetton, ci sono tutti: da Mediaset a Pirelli, da Parmalat a Cirio-Del Monte, dalle catene di supermarket ai costruttori edili, dagli editori all’agroalimentare, dagli imprenditori di livello internazionale a quelli di rilievo regionale. I padroni del calcio hanno interessi in Telecom ed Enel, controllano la telefonia e le concessionarie di pubblicità, il cinema come le radio e le tv, Internet come la grande distribuzione. Sarebbe opportuno che questa classe imprenditoriale che nelle conventions di Confindustria reclama meritocrazia e licenziamenti fosse chiamata a rispondere (in termini politici) dei colossali errori (in chiave squisitamente tecnico-economica) commessi nella gestione delle aziende-calcio.
Geomarketing globale e farma-calcio (I modelli Inter e Juventus)
L’esempio più evidente del calcio – spreco è l’Inter del petroliere Moratti. Moratti brava persona, Moratti troppo buono, presidente tifoso che non bada a spese, padre e non manager del suo team. Tutti luoghi comuni che circolano sul progetto Inter che si è segnalato per la sproporzione tra la mole di investimenti (circa 800 miliardi in soli giocatori in pochi anni) e la scarsità dei risultati ottenuti. I luoghi comuni su Moratti sono smentiti da una più attenta analisi del progetto Inter, almeno quello dei primi anni, visto che nel recente passato sono stati apportati correttivi in seguito ai fallimenti in serie. Questi i punti cardine del progetto Inter: - non più un presidente – padrone alla Berlusconi che tira fuori i soldi e prende i fischi o gli applausi ma una cogestione finanziaria di almeno tra soggetti: famiglia Moratti – progetto NikeFootball – gruppo Pirelli. Rimane il presidente a prendere come al solito fischi ed applausi ma la gestione economica e progettuale diventa pluralistica;
- l’Inter Pirelli-Nike è stata pensata prima come un progetto di comunicazione ed in seconda istanza come una squadra di calcio. Pirelli è il principale socio di E-Biscom, società con interessi sia nel calcio – sarà sponsor della Juventus nella stagione 2001-2002 col marchio Fastweb – sia delle fibre ottiche e delle connessioni Internet a banda larga, oltre che delle tv via cavo. NikeFootball è la più grande operazione di marketing della storia.
La campagna di comunicazione Nikefootball è innanzitutto centrata su un modello molto sofisticato basato sui giocatori testimonial che aderiscono al modello Nike (si vedano in proposito il sito nikefootball.com centrato non sui prodotti aziendali ma sulle figure dei giocatori e su campagne pubblicitarie ad effetto, celebre quella ambientata al Colosseo, così come in manifesti che riproducono alcuni cliché della comunicazione alternative e povera: volantini in bicromia, effetti timbro, essenzialità del messaggio). La strategia è stata pensata da una multinazionale che ha la sua origine in un paese di cultura e tradizione calcistica zero (si pensi al fallimento del mondiale 1994) ma dove il calcio è mosaico, fenomeno che riguarda quasi esclusivamente le comunità latinos e quelle di origine europea. In più, metodi e tecniche di comunicazione pensate per il basket sono stati applicati al calcio. Così come le campagne basket avevano un occhio particolare ai ghetti neri, alle periferie Usa, oggi la campagna “Scorpion” rivolge molta attenzione ai Sud. Nel 2002 è stato lanciato il torneo Scorpion KO, un progetto pianificato e gestito per la prima volta a livello mondiale in 13 paesi di 3 continenti (Unione Europea, Brasile, Argentina, Messico, USA, Canada, Corea e Giappone). In Italia, le città coinvolte dagli eventi Nike sono Torino, Milano, Roma, Reggio Calabria, Napoli, Catania. Tra i tanti eventi, tornei di calcio 3 contro 3, con riguardo particolare alla partecipazione delle scuole, dove la Nike si introduce negli spazi sconfinati aperti delle controriforme degli anni del governo del centrosinistra.
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Tornando all’esperienza dell’Inter, per la prima volta nella storia del calcio italiano i giocatori venivano scelti più per ragioni di marketing che per motivi tecnici; il calciatore di colore con le treccine, il giocatore sudamericano, tutti poi impegnati nelle campagne di Pirelli e Nike e rispondenti alle loro esigenze di geomarketing; una rosa infinita, molti giocatori che vanno e vengono, il merchandising esasperato. Già la Parmalat aveva inaugurato questo modello, acquistando giocatori in luoghi strategici per le proprie vendite, poi il modello è stato portato alle estreme conseguenze dal progetto Inter. L’esito sostanziale della prima fase di questo progetto è stato un grossolano fallimento: sconfitte in serie (ancora scotta il 6-0 col Milan nel derby e le tante umiliazioni dell’annata 2000-2001), i testimonial chiave Vieri e ancora di più Ronaldo distrutti sia da incidenti ed infortuni ma ancora di più dai ritmi terrificanti imposti da Pirelli e Nike (voli transoceanici sono per girare uno spot, recuperi da infortuni accelerati contro le indicazioni mediche ed il buon senso, le presenze in campo anche in precarie condizioni di salute). Vale per tutti l’esempio della finale di Usa 1994 quando Nike (sponsor della nazionale brasiliana) impose Ronaldo in campo nonostante l’attacco di epilessia che – stando a numerose testimonianze - lo aveva colpito poco prima. Infine il progetto è fallito perché il calcio - nonostante i molteplici tentativi di snaturamento rimane un gioco semplice, in cui è fondamentale che un terzino venga scelto in quanto utile in difesa e non perché adatto alle campagne Nike nei barrios o nelle periferie metropolitane delle città europee.
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Dopo il modello-Inter, analizziamo il modello Juventus, un piano pensato e studiato a lungo in base ad una idea-guida: portare in Italia l’esperienza del Manchester United. A differenza dell’Inter, il modello Juventus: - privilegia un gruppo di italiani, e non accetta l’idea di una babele di giocatori (Inter, Udinese); - mantiene una dirigenza forte che gestisce ogni aspetto della società e del parco giocatori, comprese le uscite pubbliche e persino i diritti di immagine; - si basa su una gestione economicistica della squadra, anche a costo di sacrifici e del rischio di errori (la cessione di Vieri in nome della quadratura del bilancio);
Le caratteristiche peculiari del modello Juve possono essere identificate in questi punti: - la programmazione e la ricerca della continuità dei risultati (sempre ai primi posti negli ultimi campionati); - il controllo totale sugli aspetti immateriali (marchio, diritti di immagine; i giocatori firmano spesso la cessione in esclusiva dei propri diritti ad una società creata appositamente dalla Juventus); - l’applicazione portata alle estreme conseguenze della medicina allo sport.
“In Spagna l’allenamento è più leggero e poi ci sono meno integratori.”, dice il campione francese Zidane in una intervista a Le Monde. “Alla Juventus prendevo la creatina. Non è proibito. La creatina non è un prodotto dopante. Al Real Madrid non ne prendo più, prendo unicamente vitamine. E poi ho imparato a occuparmi di me da solo. Assumo delle vitamine B12, C, quel genere di cose”. Studi medici, preparazione scientifica, uso degli integratori. Al di là della polemica suscitata dall’allora allenatore della Roma Zeman sul doping, è ormai assodato che la Juventus ha inaugurato una concezione chimico-medica del calcio importata direttamente da altri sport. Ma a differenza di atletica o ciclismo, il calcio non è sport di prestazione individuale, ma gioco collettivo in cui fantasia e imprevedibilità hanno anche più importanza della potenza muscolare. Da qui – sostengono alcuni - i misteriosi cali di forma di “giocatori geneticamente modificati” di cui Zeman aveva denunciato “l’esplosione muscolare”. Del Piero, un nome su tutti. Ma il problema è più vasto. E riguarda l’applicazione di criteri farmaceutico-scientifici per annullare ciò che Galeano chiama “capacità di sorpresa”. La Juventus deve sempre battere il Perugia o la Reggina, pena perdite secche in borsa e nei bilanci. Paolo Sollier, giocatore del Perugia degli anni ’80, primo calciatore a dichiarare una militanza politica: “C’è stata una grande mutazione tattica, vissuta coi tratti della guerra di religione, che ha portato a squadre più corte, col pressing che azzanna i residui spazi giocabili. Come prima conseguenza, sono andati in crisi certi ruoli. I registi, aggrediti fin dalle intenzioni, hanno lasciato il posto ai mediani, votati al tackle chirurgico ed alla verticalizzazione programmata”. Il confronto muscolare sostituirà fantasia e imprevedibilità ? E’ solo retorica affermare che il calcio è l’unico sport dove l’elemento fisico non è preponderante (Paolo Rossi e Maradona non avevano dei fisici perfetti, oggi i giocatori costruiti in palestra si infortunano in continuazione e non riescono a giocare) ? “A differenza della maggioranza degli sport il calcio non è dominato da una tirannia anatomica”, dice lo scrittore messicano Juan Villoro. “Nessuno che sia alto 1,60 potrà essere un professionista del basket, nessuno che pesi 50 chili potrà giocare in prima linea nei Rams di Los Angeles. L’unico criterio per misurare un aspirante calciatore è il talento, cosa che non può essere misurata cronometro o metro alla mano. Un bassetto grassoccio, che colpisce con un solo piede e non salta a colpire di testa può essere un Puskas, un Sivori, un Maradona…”.
All’inizio del 2002 si apre il primo procedimento giudiziario della storia del calcio italiano contro l’intera dirigenza di una società. Perdipiù, la società rinviata a giudizio si chiama Juventus. Per ovvi motivi, la stampa ed i media hanno dato poco spazio alla vicenda, qualche secca cronaca all’indomani delle udienze. Di interesse invece l’accusa più grave mossa dalla Procura di Torino: frode sportiva, in altre parole per quattro anni la Juve avrebbe “truccato” i risultati del campionato con l’uso sistematico di farmaci proibiti. Accusa complementare: con tale operato, avrebbe messo a rischio la salute dei giocatori. Sulla sostanza dell’accusa esistono pochi dubbi: dalle prime affermazioni di Zeman fino all’intervista-ammissione di Zidane le pezze d’appoggio non mancano. La difesa della Juve si è concentrata sul carattere persecutorio dell’indagine avviata dal Pm Guariniello (“La Juve ha usato gli stessi farmaci delle altre squadre”, ha detto in aula l’avvocato Luigi Chiappero, “segnalandone l’impiego alle autorità federali nel medesimo modo”). Secondo punto della difesa: i farmaci erano consentiti (integratori) e non doping.
Casi di doping 2001-2002 – Serie A
La prima inchiesta del PM Guariniello parte in realtà da ipotesi ancora più gravi. A partire dagli anni ’50, si sono avuti 480 decessi di calciatori per “malattie professionali”, di cui circa una metà dovute al misterioso “morbo di Lou Gehrig”, dal nome di un atleta di baseball che morì nel 1941 per una terrificante patologia: distruzione progressiva dei neuroni del cervello e del midollo spinale addetti al controllo dei muscoli. Quando ci sono in ballo interessi miliardari la Scienza va sempre in stato di confusione. In questi casi le asserzioni decise di altre circostanze cedono il passo al periodo ipotetico. E così sono state due le piste seguite da Guariniello in base alle incerte consulenze mediche: 1) il morbo è dovuto ai continui traumi di gioco, di conseguenza si configura come malattia professionale; 2) il morbo è un effetto collaterale dei cocktail di farmaci usati sistematicamente dagli staff medici delle società non soltanto a fini dopanti ma soprattutto per recuperare giocatori infortunati.
Le società ed i rispettivi medici si difendono dalle accuse sostenendo la liceità dei farmaci utilizzati. In realtà, qui entriamo in un campo diverso, in cui ciò che conta è l’effetto che queste sostanze hanno prodotto sugli organismi. Oltre al morbo di Gehrig anche vari tipi di leucemia hanno colpito i calciatori. Tra i casi più noti, quello del calciatore dell’Inter Guido Vincenzi, la cui vedova ha aperto con la sua denuncia l’indagine della Procura di Torino. Quindi il centrocampista della Juventus Andrea Fortunato, morto di leucemia. Infine il capitano del Genoa Gianluca Signorini, oggi letteralmente immobilizzato. “Quali farmaci hai preso durante la tua carriera ?”, chiede il giornalista di Panorama nel corso di una drammatica intervista mediata dal computer, tastiera e monitor. “Molte iniezioni inframuscolari di Voltaren per i miei continui dolori alla caviglia”, risponde Signorini. “E poi Neoton, Esafosfina direttamente in vena prima delle partite. Cromaton forte, Muscoril, carnitina ed amminoacidi”. Non esistono al momento prove scientifiche di una causalità diretta tra l’uso dei farmaci e le terrificanti malattie che hanno colpito oltre 400 calciatori. Ma, se una prova fosse individuata, nei fascicoli del Pm l’accusa di frode sportiva sarebbe affiancata da quella ben più grave di omicidio colposo.
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Il calcio fenomeno popolare. Il calcio sudamericano, quello dei mondiali, paesi interi col fiato sospeso. Il calcio descritto dai grandi scrittori, in testa i latinoamericani. Il calcio imprevedibile. Eduardo Galeano: “Il football è business, non c’è alcun dubbio, ma non è soltanto un affare. E’ anche una passione universale e non lo sarebbe se non continuasse ad avere la capacità di sorpresa che miracolosamente possiede. Capacità di sorpresa: il giocatore denutrito che fa impazzire l’atleta ben alimentato; il paese sfruttato che frequentemente sconfigge il paese opulento”. Forse è questo il suo fascino principale. E certamente si spiega così il grande fascino di questo sport che nonostante paytv, borsa-“bisiness” e teppisti organizzati riesce ancora ad affascinare milioni di persone di tutti gli strati sociali e di qualsiasi ideologia. Tra i momenti che dimostrano il fascino del calcio, negli ultimi campionati, vanno segnalati i modelli Inter, Milan, Juventus, ma anche Roma, Parma e Lazio letteralmente ridicolizzati da piccole squadre a budget ridottissimo, provenienti da piccole realtà della provincia centrosettentrionale o dal Sud, che hanno sostenuto dignitosamente la serie A con giocatori sconosciutissimi, senza star, con rose e stipendi contingentati. Prima Reggina e Perugia, poi il Chievo, una squadra di quartiere che mette in ridicolo i team delle metropoli e delle multinazionali. E che tra l’altro gioca molto meglio.
Crack
Tra le disgrazie di Cecchi Gori, l’eterno conflitto di Berlusconi coi suoi interessi e soprattutto con la magistratura, la dirigenza Juventus sotto processo per la gestione consapevole del calcio-chimico, le disavventure dell’arrogante progetto Parmalat (dirigere il calcio italiano e mondiale da una piccola città col solo potere del denaro), gli avventurieri di Roma ed i mille presidenti folcloristici delle squadre minori la dirigenza del calcio italiano non offre uno spaccato rassicurante. Personaggi alla ricerca di popolarità che giocano a fare i “menager”, truffatori ed avventurieri della finanza, della compravendita, della fatturazione in nero, della tangente sistematica, del paradiso fiscale che dicono “bisiness” in continuazione, per poi dialogare con capi ultrà dalla fedina penale chilometrica e lasciare voragini nel bilancio consuntivo. Non offre uno spaccato rassicurante il vertice del calcio italiano, che però corrisponde – poche le eccezioni – al vertice dell’economia italiana così come ad un pezzo di quella piccola e media impresa – specie settentrionale – che fino a qualche anno fa e per alcuni ancora adesso era modello, centro del mondo, struttura virtuosa dell’economia sana e laboriosa. Ma qual è la situazione effettiva del sistema calcio e quali i rimedi ai suoi tanti mali ? Alla fine della stagione 2002 ad alla vigilia dei mondiali il calcio italiano si presenta con una serie di grida di allarme: 1) il crack è vicino per quasi tutte le società e per il sistema nel suo complesso; 2) non sono sostenibili le rose di 30 e più giocatori, molti dei quali vengono pagati cifre altissime per sedere comodamente in tribuna; 3) le continue eliminazioni delle squadre italiane dalla Coppe europee indicano una crisi anche tecnica e non solo economica; 4) sono eccessive le pressioni dei media e dei tifosi, che impediscono una programmazione seria delle risorse e stressano i giocatori, compromettendone i risultati; 5) va introdotto il tetto salVerdana, sans serife in maniera da impedire che la concorrenza estrema tra le squadre faccia impennare gli ingaggi a tutto vantaggio di alcuni giocatori e dei procuratori; 6) occorre trovare un accordo tra le società, trovare una dirigenza per gli organismi direttivi del calcio, evitare la situazione di guerra di tutti contro tutti, di veleno e di sospetto che porta allo sfascio; 7) evitare forme estreme di concorrenza, per cui io pur di sottrarti un giocatore che non mi serve sono disposti a pagargli uno stipendio faraonico in base all’idea “meglio in tribuna da me che in campo con te”; 8) risolvere la questione dei diritti tv, evitando speculazioni così come le fughe degli spettatori dagli stadi ed il ruolo spesso destabilizzante dei gruppi ultrà; 9) attenuare il ritmo delle partite, specie in Champions’ League; in alcune fasi della stagione alcune squadre possono arrivare a giocare match decisivi ogni tre-quattro giorni.
Buone intenzioni o decisioni obbligate ? I numeri parlano un linguaggio che non ammette appello. Oltre 1.400 miliardi di lire, 723 milioni di euro: il debito complessivo dell'azienda calcio nel 2002. Un anno fa il segno meno era praticamente la metà: 700 miliardi di lire, cioè 387 milioni di euro. Tra le grandi solo la Juventus ha i conti in attivo. Il dato più evidente è crescita esorbitante dei costi. Una crescita esponenziale negli ultimi anni a fronte di entrate più o meno fisse. “Il dato generale rende bene l'idea, con un debito raddoppiato e un fatturato complessivo passato semplicemente da 1. 077 milioni di euro a 1.033”.
La relazione – citata in precedenza – dei professori Galeotti Flori e Fanfani afferma: “Con questi costi per una società di calcio è fisiologicamente impossibile presentare un bilancio in attivo”. Da qui la necessità di un continuo innesto di soldi freschi per ripianare la perdite. L'azionista di maggioranza deve sborsare “dai 15 ai 50 miliardi l'anno” di tasca propria per evitare la bancarotta. “Invece che investire in pubblicità, punto sullo sport", è la molla. Il calcio come formidabile veicolo pubblicitario. Quello che entra in tutte le case, nei commenti, l’unico argomento che davvero appassiona e divide gli italiani, trasversalmente rispetto alla politica o alla collocazione geografica. Ma è davvero così ? Il giochino funziona sino a quando il core-business del mecenate di turno funziona. Quando i liquidi diminuiscono, il calcio da propulsore verso nuovi mercati (grazie all'immensa notorietà e popolarità) diventa una zavorra. L'esempio Fiorentina è lampante: la crisi economica di Cecchi Gori ha sgonfiato il pallone, incapace di mantenersi da solo”. Quali le soluzioni possibili ? L’esclusiva del marchio, ovvero fare in modo che la società sia l’unica a stampare sciarpe, magliette, adesivi ed ogni altro oggetto legato alla squadra. La Fiat-Juventus da tempo persegue questa politica, al punto da arrivare a denunciare per violazione dei diritti d’autore uno dei tanti siti di tifosi che riproponeva alcune fotografie.
In altre parole il nemico del calcio è la pirateria, sia a livello di merchandising che di pay-tv. “Le perdite della pay tv italiana sono dovute alla pirateria”, afferma l’amministratore del Milan Galliani. “Da noi ci sono più pirati che abbonati”. Vero, ma perché non parlare anche del doppio decoder imposto agli abbonati, della sentenza dell’Antitrust sul decoder unico a lungo ignorata da Stream e Telepiù, dei prezzi gonfiati nel periodo delle vacche grasse ? Anziché cercare il capro espiatorio (del resto le ricerche di mercato avrebbero potuto prevedere l’incognita pirateria e mitigare gli investimenti) sarebbe più opportuno analizzare la gestione economica delle società. Dal salto nel buio in Borsa alle mille compensazioni, dai giochi contabili nei bilanci alle plusvalenze incrociate. Cosa sono ? “Un doping nei bilanci”. Che tutti usano. “Uno compra Tizio a cento miliardi e in cambio prende due elementi da 50. La cessione aumenta l’utile dell'esercizio, ma le spese di ammortamento, che sono comunque sempre più alte, si spalmano lungo le stagioni successive e sono un costo pesante. In questo modo si salva un bilancio, si affossa quello successivo”.
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Questione diritti radio-tv. Purtroppo non è possibile limitare tutto alla pirateria, agli italiani troppo furbi e amorali. E’ un problema europeo, a cominciare da Inghilterra e Germania dove è difficile accusare la pirateria. Anzi, in questi due paesi la situazione è ben più grave rispetto all’Italia, visto che due pay tv sono fallite (nel nostro Paese la conseguenza è stata solo una fusione dei due operatori). Nel Regno Unito il fallimento ha riguardato la ITV Digital, una pay tv creata dalle emittenti Granada e Carlton al fine di gestire la vendita delle partite di 72 club delle serie inferiori. Un “prodotto” che non valeva i 540 milioni di sterline offerti. Gli incassi non hanno permesso ad ITV di onorare i contratti: fallimento ed amministrazione controllata. In Germania la crisi riguarda il gruppo Kirch, il folle acquirente (380 milioni di euro) dei diritti della Bundesliga fino al 2004 da trasmettere sulla pay-tv Premiére. Il governo Schroeder – sotto campagna elettorale – si era dichiarato pronto ad un intervento statale pur di salvare l’industria dei media a pagamento e l’indotto-calcio. Le proteste generali e la netta contrarietà dell’opinione pubblica (84% di no nei sondaggi) hanno fermato il governo, stoppando quella che potrebbe diventare un paradosso europeo: lo Stato taglia i servizi pubblici ma finanzia le follie del calcio miliardario. I clubs e le tv, che hanno giustificato in nome del mercato cifre al di fuori di ogni morale, stanno per piangere alle casse statali, magari con il solito ricatto occupazionale ? Magari anche quando a “rischiare il posto” sono i viziati giocatori resi potentissimi dalla legge Bosman (lo svincolo del cartellino che ha trasformato i calciatori in liberi professionisti) e la schiera di procuratori ed agenti che in sei anni hanno fatto triplicare gli stipendi…
In Italia si stima che vi siano una-due schede pirata per ogni abbonato regolare. La crisi (500 milioni di euro l’anno in uscita per un guadagno netto di un quinto) ha portato già alla fusione di Stream e Telepiù, oggi sotto il controllo del gruppo francese Canal Plus. Ma il terremoto riguarda anche la Rai. Per la stagione successiva a quella 2002 TV di Stato ha già chiarito di non voler pagare i 168 miliardi di lire della precedente annata. “Non possiamo acquistare un prodotto che poi risulterà impoverito da anticipi e posticipi, non possiamo pagare l’esclusiva radio per 10 miliardi di lire e poi ritrovarci ogni domenica la concorrenza delle emittenti private” e di quelle locali che trasmettono nella totale illegalità e col consenso generale. In più le singole partite di coppa raggiungono spesso cifre sproporzionate, al punto che più di una volta la Rai ha rifiutato di acquistarle, suscitando le proteste dei tifosi. Per esempio, Borussia-Milan di coppa Uefa (tra l’altro finita 4 a 0 per i tedeschi) aveva un “valore di mercato” di un milione e mezzo di Euro. Ben oltre la portata di una Rai con le casse asciutte a pochi mesi dal Mondiale di Corea e Giappone (manco a dirlo, il più caro di sempre per le televisioni).
Il 1998 è dunque l’anno di svolta. L’anno dei mondiali di Francia, della finale in cui Ronaldo viene colto da un attacco di epilessia che potrebbe rappresentare una rivolta inconscia dell’organismo ai meccanismi disumani dello sport-business. Rileggere documenti ed interviste di quell’anno è estremamente istruttivo. Da tutti i dirigenti dello sport inni alla Champion’s League, al calcio gallina dalle uova d’oro che imprenditori romantici e poco coraggiosi non hanno saputo utilizzare, qualche neoliberista esagitato propone la privatizzazione totale del calcio, via le nazionali e le federazioni, tutto il potere ai grandi clubs ed ai tornei organizzati dalle tv. “Tempo qualche anno, e arriveremo ad un torneo sovranazionale che assorbirà le attuali coppe”, dichiara un Franco Carraro, presidente in stato di esaltazione della LegaCalcio, alla vigilia del mondiale francese. “Non capisco le riserve, le paure, lo scetticismo. […] Prevedo un’accelerazione di impegni, un adeguamento dei calendari. Non si gioca mai abbastanza [corsivo mio]. Più partite e, di riflesso, rose più grandi: non si scappa. Piano piano, l’Europa si approprierà anche dell’estate. Oggi, finali di coppe a parte, c’è un buco fra metà aprile e fine maggio. Troppa grazia. Smettiamola con i luoghi comuni. Mi sembra di sentire gli ambientalisti: questo mondo è tutto un disastro. Una volta sì che si viveva bene…”. Poco da aggiungere. Lasciamo la parola ancora a Carraro, craxiano di ferro, uomo Fiat, ex presidente Impregilo, burocrate dello sport nella prima repubblica e neoliberista senza pudori della seconda: “Detesto i moralisti: mi danno fastidio. Spesso mi capita di leggere [sui quotidiani] che bisogna privatizzare, contrarre la spesa pubblica, regolare l’assistenzialismo. Finalmente, mi dico. Poi salto allo sport e scopro, invece, che i profitti andrebbero divisi in parti uguali tra tutte le società. […] Sono queste le cose che mi mandano in bestia. Fino alle pagine sportive, è tutto un inno al rigore, al mercato, al liberismo. Dopodiché, fine delle analisi serie, documentate, e spazio al populismo più mieloso, subdolo e fuorviante”.
Fonti: - Repubblica.it 11 dicembre 01; 20 novembre 01; - Il Sole 24 ore 19 marzo 02; ilsole24ore.com; - La Repubblica 12 maggio 01, 6 aprile 02; 14 aprile 02; - La Sicilia 12 dicembre 01; - L’Espresso febbraio 01; - Quotidiani del 25 febbraio 01; 16 aprile 01; 3 luglio 01; 1 gennaio 02; - Corriere della Sera 23 gennaio 01; 8 novembre 01; - La stampa 27 agosto 99; - Narcomafie giugno 96; - Carta 7 febbraio 2002; - Il Nuovo 3 agosto 2001; - nikefootball.com; - supertifo.it; - network tifonet.it; - Panorama 10 maggio 01; 17 aprile 02; 18 gennaio 01; - The Economist aprile 02; - Le monde, 22 gennaio 01; - The Guardian - 17 febbraio 1995, p.1 - Micromega 3/98 – Il calcio nel pallone. [1] Alla fine questi saranno i risultati del collegio di Acireale: 53.949 preferenze per Catanoso contro le 20.025 di Cecchi Gori, con percentuali pari al 63,3% per il candidato del Polo e al 23,5% per il candidato dell’Ulivo.
Formato per la citazione:
Antonello Mangano. "IL FARMA_CALCIO". terrelibere.org, 03 maggio 2002, http://www.terrelibere.org//il-farmacalcio
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