Chiesa e “valori”
I crimini di Dio
Negli ultimi decenni la crisi della modernizzazione (occidentale
o ispirata al socialismo reale) ha determinato la crescita delle religioni,
prontamente sfruttata da imam, papi e chierici vari per riproporre a vari livelli
la teocrazia e lo scontro frontale contro il razionalismo illuminista ed il
pensiero laico.
La chiesa cattolica gode di una fama quanto mai
immeritata di santità ed onestà. Dalle origini ad oggi, si è contraddistinta
per la difesa della schiavitù, le crociate, la discriminazione delle donne, le
campagne omicide contro indios, eretici, non credenti, per poi contraddirsi nel
corso dei secoli o – più di recente - “chiedere scusa”.
Walter Peruzzi
Questo saggio è stato pubblicato sulla rivista “Guerre & Pace” nn.
122-123/24-125 del 2005
Sommario
Introduzione
– Il ritorno degli sciamani
La restaurazione teocratica
L’alleanza Trono - Altare
Dal restauratore al codificatore
E i cattolici?
Parte I
La nuova “laicità”
L’autocritica di Wojtyla
Da Cristo al Cristianesimo
La schiavitù non e’ contro la legge
naturale…
… L’abolizione della proprietà privata,
invece, sì
Ateismo e faccia tosta
Evangelizzazione a fil di spada
La “reconquista”
Dalla parte dei potenti
La politica dei concordati
La legittimazione del fascismo
L’Appoggio al Nazismo
Parte II
Tredici secoli di crociate
Il dovere di uccidere
La “santa“ inquisizione
Revisionismo storico
Sei secoli di torture e omicidi
Le “circostanze attenuanti”
Le “debolezze”
L’antisemitismo
Tortura e pena di morte
Guerra “giusta” e guerra “santa”
La conquista: un castigo di Dio
La consacrazione della truppa
La chiesa cambia rotta?
Il catechismo di Ratzinger
Peggio del parricidio
Parte III
Una morale sessuofobia
L’elogio della castità…
… E la pratica della castrazione
Sublimazione e repressione
O la castità o la vita
Cento modi di peccare
Pena di morte per gli omosessuali
La Chiesa non cambia rotta
La guerra alla contraccezione
La vita per un battesimo
La donna nel Cristianesimo
Indegnità e inferiorità della donna
La materia e la forma
O Eva o Maria
La Chiesa scopre la parità dei sessi…
… E il “femminismo” di San Paolo
Ma donne sacerdote, no
Un “faro” spento
Introduzione – Il
ritorno degli sciamani
Sono molte e complesse, non
riducibili solo all'arrendevolezza di cui continuano a dare prova i laici,
le ragioni che hanno riportato in auge dagli anni Ottanta la religione, non
tanto come rispettabile risposta privata agli interrogativi sull'esistenza
umana, quanto come pubblica superstizione, amministrata da atei devoti alla
Pera, da cristiani rinati alla Bush o da sciamani fanatici e furbastri tipo Khomeini,
Wojtila, Khamanei, Ruini o Ratzinger.
Molti tendono ad ascrivere fra i
"meriti" del papa polacco lo caduta del comunismo. In realtà è vero
il contrario: è stata la caduta delle ideologie novecentesche, e del
"socialismo reale" in primo luogo, così come il fallimento della
modernizzazione occidentale o socialista in Medio Oriente, a determinare una
crisi profonda e una domanda di valori prontamente sfruttate dai chierici per
riproporre o fondamento degli stati la religione e restaurare il potere
politico di chi la rappresenta in quanto sedicente 'ministro di Dio".
La restaurazione
teocratica
Tale disegno restauratore, che
rimanda agli Innocenzo III e ai Bonifacio VIII, ha ispirato tutto il
pontificato di Karol Wojtyla e spiega il suo appoggio al guerrafondaio Reagan,
l’abbraccio a Pinochet, il sostegno alla guerra contro la Serbia così come la
condanna della guerra contro l'Iraq; le aperture verso i migranti cosi come la
chiusura verso le donne o verso la teologia della liberazione.
Questi comportamenti paiono
contradditori solo a chi (cattolici e purtroppo anche molti laici) tende a
considerare i papi per quello che dicono di essere, cioè rappresentanti di Dio
mossi da propositi "religiosi", e non per quello che sono, cioè
sovrani assoluti di uno stato transnazionale, animati da fini politici come,
nel caso di Giovanni Paolo II, la restaurazione teocratica.
Per realizzarla, Wojtyla ha
sostenuto prima la lotta dell'Occidente, condotta anche con metodi feroci e
brutali, con colpi di stato, assassini e stragi, contro il comunismo, ideologia
rivale per antonomasia, poi ha utilizzato il vuoto di valori che si era creato
per sostituirla.
In questo quadro e in funzione
dell'evangelizzazione (vecchio nome della conquista) Wojtyla si è aperto ai
bisogni dei "poveri" e dei migranti o al dialogo con le masse
musulmane, e quindi alle “ragioni della "pace" compromessa dall'aggressiva
politica neocolonialista di Bush in Medio Oriente.
Naturalmente la coerenza di
Wojtyla trova un limite nel carattere del suo regno: una gerontocrazia di
maschi celibi basata sullo scambio castità (ufficiale) contro potere, con
l'inevitabile corollario di una morale sessuofobica che la Chiesa ritiene suo
carattere distintivo e irrinunciabile anche se la mette in conflitto con la
morale dei suoi fedeli oltre che con i diritti delle donne. Non sarà male
ricordare al proposito il differente impegno della Chiesa nel referendum sullo
'vita’, dove ha dato una precisa direttiva politica (astenetevi) e nel caso
della guerra all'Iraq, quando nessuna direttiva di voto fu data ai parlamentari
cattolici ed ex post fu addirittura benedetta da Ruini lo missione
omicida dell'Italia a Nassirya.
L’alleanza Trono -
Altare
La pressione dello Stato Vaticano
sull'antico feudo italiano si fece sentire già nel periodo del centro-sinistra
(pieno di cattolici o atei sensibili ai desiderata papali) e riuscì a ledere il
principio della laicità della scuola, assicurando cospicui contributi alle
scuole private.
In realtà il vulnus alla
laicità della scuola è più profondo e non è costituito neppure solo dai
crocifissi che costellano le nostre aule, trasformandole in stazioni della via
crucis, mo ben più dal pagamento a spese dello stato (e quindi anche degli
atei) dei professori di religione nominati dalle curie.
L'alleanza trono-altare si è
fatta tuttavia più stretta e organica con il governo di centrodestra specie
dopo lo smottamento delle illusioni su cui si era fondato, cioè la fine dei
sogni di facili fortune e del berlusconismo. A una destra in crisi di 'valori’
monetari, la Chiesa offre in cambio i suoi valori spirituali e imperituri.
A dettare l'agenda politica del
governo sono diventati sempre più Ruini e lo Cei, cui si deve la legge 40 e la
campagna astensionista per difenderla contro il referendum popolare, mentre a
livello più alto il naturale erede della restaurazione sbozzata da Wojtyla è
diventato il suo consigliere Ratzinger.
Dal restauratore al
codificatore
Tocca a Benedetto XVI codificare
e tradurre nel grigio linguaggio curiale la rivoluzione di Giovanni Paolo II.
Ha cominciato a farlo ordinando
ai cattolici italiani, in piena sintonia con Ruini, di tenere ferma la legge
40, che serve ad abolire un certo numero di diritti delle donne. Ad abolire gli
altri ci penserà in seguito. Intanto ha detto a Ciompi, con arrogante sicumera,
nei recente incontro del 24 giugno 2005 fra "capi di stato”, che la
laicità dello stato italiano è accettabile solo se 'sana” e che tocca a lui
certificare tale condizione o curarla in caso di malattia.
Nel colloquio con Ciampi, Ratzinger
è anche tornato sulla "difesa della vita". Al pari di Giovanni Paolo II,
che abbracciava il massacratore Pinochet e raccomodava di morire di Aids
piuttosto che usare il preservativo; al pari del cardinal Pio Laghi, complice
dei torturatori argentini; al pari del cardinol Ruini, che ha benedetto la
missione di guerra italiana in Iraq; al pari di Bush, che ha praticato molti
omicidi di stato come governatore della Florida e come comandante in capo delle
guerre d'aggressione in Afghanistan e in Iraq, anche Ratzinger è interessato a
difendere realmente solo la vita... dell’embrione, perché non è ancora persona,
quindi non pensa, non reagisce, non dissente ma obbedisce perinde ac codaver.
E i cattolici?
Questo ritorno del temporalismo
papale, in sintonia con gli umori neocons della società statunitense e con il
khomeinismo che torna a riproporsi in Iran, è chiaramente allarmante.
In Italia, come ha mostrato
l'ossequiente atteggiamento di Prodi di fronte alle insolenti affermazioni di
Benedetto XVI al Quirinale, è molto concreto il pericolo che il centro-sinistra
si genufletta davanti alla Chiesa, offrendole quanto pretende, nella speranza
di prevenire così il suo sostegno elettorale alla destra clericofascista.
In questo modo si garantirebbe un
sostegno bipartisan alla rapida cancellazione dei diritti umani, non solo delle
donne o delle minoranze sessualmente discriminate.
Occorre che lo sinistra riprenda
una campagne da troppo tempo accantonata per la laicizzazione del costume,
della scuola e dello stato.
Essa passa anche attraverso un ‘sano’
anticlericalismo, tanto per dirla alla Ratzinger, e una campagna che informi
sulla realtà di una istituzione come la Chiesa, circondata da un'aura quanto mai
infondata di santità e onestà.
Passa anche attraverso un
confronto franco, al limite della brutalità, con troppi cattolici che cercano
di conciliare una fama di apertura e buoni rapporti con la gerontocrazia
vaticana, che sono in prima linea sui temi dell'immigrazione o della povertà ma
trovano nel crocifisso un simbolo "universale" o espressivo di una
"comune" cultura.
Ciò lascia sempre lo sgradevole
sospetto che le aperture verso i poveri, i migranti e gli ultimi abbiano un
sottinteso "missionario", "evangelizzatore", di conquista,
magari sul letto di morte.., al "buon" dio.
Parte I
All’arroganza e all’ipocrisia
della Chiesa cattolica, che pretende di imporre anche ai non credenti i valori
morali di cui si vanta depositaria, occorre opporsi non solo in nome dello
stato laico, ma proprio in nome di quei valori di uguaglianza, giustizia e
rispetto della vita che le dottrine della Chiesa hanno in realtà sempre negato
giustificando, in nome di Dio, crimini d’ogni tipo
Con la recente campagna a difesa
dell’embrione e con le successive dichiarazioni papali contro l’aborto,
definito “piccolo omicidio”, o contro la rimozione di Dio dalla vita pubblica
(1), la Chiesa mira a proporsi come portatrice esclusiva dei grandi valori
morali e a far valere la sua morale come legge per tutta la società,
rafforzando così il predominio dei sé-dicenti rappresentanti di Dio. A ciò
tende anche la rivendicazione delle “radici cristiane” dell’Europa.
La nuova “laicità”
Tale progetto, che vuole
restaurare lo stato etico, è stato definito “sana” laicità da Benedetto XVI in
un recente incontro con Ciampi e “nuova” laicità dal patriarca di Venezia,
Angelo Scola, in un’intervista al “Corriere” del luglio scorso. Mentre la
vecchia laicità consisteva nella neutralità dello Stato rispetto alle varie
religioni e dottrine morali, secondo la nuova laicità, spiega il patriarca, “Io
dico la mia idea, tu la tua, il popolo giudichi qual è la migliore e lo Stato
laico la assuma” (2).
Come a dire: “Mentre adesso se tu
sei per il divorzio e io no, la legge consente entrambe le scelte; dopo, se la
maggioranza non vorrà praticare il divorzio, esso sarà vietato anche a chi
intenderebbe valersene.” E così dicasi per l’aborto, i preservativi e - perché
no? - la fede in Dio. Messa ai voti e imposta poi per legge (3)…
Questa aggressione alla laicità
dello Stato è tanto più pericolosa in quanto è sostenuta in Italia anche dai
cosiddetti “atei devoti”, ossia dalla destra di governo, in cerca di “valori”
purchessia (beninteso se compatibili con i privilegi) da sostituire al
tramontante berlusconismo.
Del tutto inadeguato appare, al
confronto, il modo tutto genuflesso con cui l’Unione difende la laicità dello
stato dall’eccessiva “ingerenza” ecclesiastica, riconoscendo però la funzione
“morale” della Chiesa e i suoi “valori”. E' invece necessario smascherare la falsità di tali valori e la profonda immoralità del cristianesimo, intendendo con questo termine la religione cristiana, ossia quella fondata da Paolo di Tarso e sviluppata dalle varie Chiese (e da quella cattolica in specie, cui limiteremo qui il nostro esame).
L’autocritica di
Wojtyla
Non si tratta tanto di denunciare
lo scarto fra quello che la Chiesa insegna e i comportamenti pratici dei suoi
figli, che spesso “predicano” bene e “razzolano” male cioè sono - secondo
l’espressione evangelica - “sepolcri imbiancati” (4).
Ciò viene pacificamente ammesso
da molti e anzi usato per mettere in luce quanto siano elevati e “santi” gli
insegnamenti della Chiesa, che non sempre i suoi figli riescono a seguire,
data la “debolezza della carne”…
In questi limiti è rimasta anche
l’autocritica di Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000.
Allora egli chiese scusa perché
in certe epoche, per imporre il cristianesimo, alcuni “figli e figlie della
Chiesa” ricorsero alla violenza.
Ma non chiese scusa perché tale
ricorso alla violenza era giustificato e anzi imposto dalla dottrina della
Chiesa. “Il Papa ha chiesto perdono solo per gli errori dei ‘figli e delle
figlie della Chiesa’, ma non per quelli del ‘Santo Padre’ e della Chiesa
stessa”, ha scritto il teologo cattolico Hans Kung (5).
Da Cristo al
Cristianesimo
La invincibile ipocrisia della
religione cattolica non sta nello scarto fra teoria e
pratica ma in quello fra le dottrine, gli insegnamenti, i dogmi della Chiesa e
le idee di giustizia, amore, eguaglianza che la tradizione identifica con
l’insegnamento di Cristo.
Non ci interessa qui discutere la
storicità di Gesù, fino a che punto sia stata rivoluzionaria la sua
predicazione o se egli abbia mai pensato di fondare una Chiesa: cosa di cui
molti dubitano e di cui c’è labile traccia solo nel versetto di Matteo “Tu sei
Pietro e sopra questa pietra fonderò la mia chiesa”(6), forse interpolato nel II
secolo, in ogni caso del tutto insufficiente a fissare i caratteri della
gerarchia, compreso quello celibatario e maschile del sacerdozio…
Quel che ci preme rilevare è che
il cattolicesimo, pur riferendosi strumentalmente a Cristo, ha elaborato un
corpus dottrinale proprio, cui ha via via incorporato alcuni mutamenti "tattici" imposti dalle circostanze (come la vittoria di idee e regimi laici).
Tale religione non è affatto una
religione dell’Amore, degli oppressi e della vita, quale vorrebbe farsi
credere, ma al contrario legittima in quanto volute da Dio, come cercheremo di
mostrare con alcuni esempi, disuguaglianze sociali, discriminazioni, omicidi e
violenze funzionali al potere della Chiesa e delle classi dominanti.
Lo conferma anche il fatto che la
Chiesa non denunci come peccatori ma veneri come santi non pochi papi e teologi che
hanno teorizzato, ordinato o compiuto questo genere di delitti.
La schiavitù non e’
contro la legge naturale…
Cominciamo con la schiavitù, una
infamia che, secondo un luogo comune piuttosto diffuso, sarebbe stata eliminata
grazie all’avvento del cristianesimo. Ora, ciò non è affatto vero.
La schiavitù scomparve
gradatamente nel Medioevo, anche se mai del tutto, venendo sostituita dalla
servitù della gleba, per ragioni economiche e sociali che poco hanno a che
vedere con la diffusione della nuova religione. La Chiesa per parte sua, oltre a
ritenere normale lo sfruttamento dei servi della gleba, e il loro asservimento
ai feudatari laici ed ecclesiastici, giustificò l’uso degli schiavi.
L’affermazione di Paolo nella Lettera
ai Galati, secondo cui “non vi è più giudeo né greco, né schiavo né
libero”(7), di solito citata a riprova di quell’uguaglianza fra gli uomini che
sarebbe stata predicata dal cristianesimo, riguarda, come al solito, l’altra
vita. In questa, raccomanda Paolo nella Prima Lettera a Timoteo, “quanti
sono sotto il giogo schiavi, d’ogni onore stimino degni i propri padroni… E
quelli che hanno i padroni credenti, non li disprezzino, per il motivo che sono
fratelli, ma piuttosto li servano bene” (8).
Anche il vescovo Ignazio,
all’inizio del II secolo, avvertiva che gli schiavi convertiti al cristianesimo
“non devono insuperbire, bensì compiere ancor più diligentemente il proprio
lavoro di schiavi in onore di Dio” (9).
Nemmeno i dottori della Chiesa
del IV e V secolo che pure, come vedremo, avevano una posizione “avanzata” in
tema di proprietà privata, misero in discussione la schiavitù, definita da Sant’Ambrogio
“un dono di Dio”.
E Sant’Agostino, scrive lo
storico tedesco Karlheinz Deschner nella brillante opera polemica Il
gallo cantò ancora. Storia critica della Chiesa, “si attiene tanto più
saldamente a questa istituzione, che ritiene fondata sulla naturale
ineguaglianza degli uomini. Da un lato può consolare gli schiavi, definendo come
voluto da Dio il loro destino, dall’altro far presente ai padroni l’utilità
terrena che deriva loro dall’influenza ecclesiastica sugli schiavi!” (10). E
quando gli schiavi cristiani chiedono l’emancipazione, Agostino li richiama
bruscamente all’ordine…
Anche san Gregorio Magno, papa
dal 590 al 604, possedeva gli schiavi e accettava la schiavitù avvertendo che
“tutti siamo uguali per natura… ma un’incomprensibile distribuzione pospone
alcuni ad altri a seconda che variano i meriti” (11).
Il massimo cui si spinse fu, come
scrive nella sua Storia del Cristianesimo Ernesto Buonaiuti, che pure
guarda con simpatia a questo papa, di temperare “la condizione degli schiavi,
avvicinandoli a quella dei servi della gleba” (12). Il che implicitamente
sottolinea quanto ampiamente dimostrano tutta la storia del Medioevo e dei
movimenti ereticali sorti per invocare la “riforma” della Chiesa e cioè che
l’inumano sfruttamento dei servi della gleba era normalmente praticato e
ritenuto giusto anche dai papi più riformatori.
Ancora nel XIII secolo poi San
Tommaso, la cui filosofia è stata dichiarata dalla Chiesa verità “perenne”,
giustificava il mantenimento della schiavitù.
Collocava altresì i salariati
“fra i miseri e la gente sozza” e sosteneva che a nessuno è lecito andare oltre
la propria condizione (13).
Nel XVI secolo la posizione della
Chiesa si modificò in quanto si tese a vietare la riduzione in schiavitù dei
cristiani, ad esempio degli indios convertiti forzosamente e che era comunque
lecito adibire ai lavori forzati … Ma la schiavitù non fu condannata. Papa
Nicolò V invitò a fare schiavi i musulmani, che erano “infedeli”, e con gli
stessi argomenti fu poco dopo legittimata la tratta dei neri dall’Africa anche
da fra Bartolomé de Las Casas, che pure scrisse un’appassionata denuncia del
genocidio consumato dagli spagnoli a danno degli indios.
La Chiesa cattolica non fu dunque
la prima a bandire la schiavitù. In compenso fu l’ultima. Il 20 giugno 1866,
quando ormai le idee illuministe e i nuovi sviluppi del capitalismo avevano
portato a vietare la tratta e la guerra di secessione aveva abolito la
schiavitù anche negli Stati Uniti, papa Pio IX scriveva nella sue Istruzioni:
“La schiavitù in quanto tale, considerata nella sua natura fondamentale, non è
del tutto contraria alla legge naturale e divina. Possono esserci molti giusti
diritti alla schiavitù e sia i teologi che i commentatori dei canoni sacri vi
hanno fatto riferimento....
Non è contrario alla legge
naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o
regalato." (14)
… L’abolizione della
proprietà privata, invece, sì
Wojtyla, nella sua autocritica,
non si è autocriticato perché la Chiesa ha insegnato per secoli secoli in materia di schiavitù quello che, almeno dal Concilio Vaticano II, è reputato falso. Ha anzi beatificato Pio IX, sostenitore di questa dottrina oltre
che fautore, come vedremo nella seconda parte, della pena di morte. In
compenso, riprendendo la lezione Leone XIII, ha giudicato contraria “alla legge
naturale e divina” (15) l’abolizione della proprietà privata, ossia di quella proprietà
che alcuni possono avere solo a patto che la maggioranza ne sia priva.
Nei primi secoli molti padri
della Chiesa ritenevano doversi predicare l’eguaglianza fra gli uomini e
conseguentemente la condivisione della proprietà e delle ricchezze. “Chi ama il
suo prossimo come se stesso”, dichiarava Basilio, “non possiede più del suo
prossimo” (16). “Nella suddivisione della ricchezza terrena”, diceva Gregorio
da Nissa, “uno che si appropria di una quantità più grande danneggia quelli con
i quali deve dividere” (17). “Il ricco o è ingiusto o è erede di un ingiusto”
(18), secondo Gerolamo.
E Giovanni Crisostomo sosteneva
l’esatto contrario di quanto affermò più tardi la Chiesa e cioè che “la
comunanza dei beni è per la nostra vita la forma più adeguata che non la
proprietà privata, ed è conforme a natura” (19).
Ma già nel V secolo, osserva Deschner
nel libro che abbiamo citato, “i papi erano i più grandi latifondisti
dell’Impero romano” (20).
Con papa Gregorio Magno (fine VI
secolo) la Chiesa era ormai una grande potenza politica ed economica. Di qui la
difesa strenua della proprietà, che allora era soprattutto la proprietà
terriera, e quindi il diritto a sfruttare i servi della gleba, anche contro
quanti periodicamente chiedevano il “ritorno” alla povertà evangelica. Per
quanto si sa, solo un papa, Pasquale II, all’inizio del XII secolo, dichiarò
che la Chiesa doveva rinunciare alle sue ricchezze e al suo potere. Ma ciò
sollevò una protesta così violenta della curia che il papa dovette fare una
precipitosa marcia indietro. Pasquale II dichiarò... che aveva scherzato, cioè
che le ricchezze e il potere sono necessarie alla Chiesa per perseguire i suoi
scopi “spirituali”. E tale è la posizione che la Chiesa ha mantenuto fino ad
oggi.
Solo alla fine dell’Ottocento, di
fronte al diffondersi delle idee socialiste, Leone XIII ritenne necessario
affrontare la “questione sociale”, nel tentativo di conciliare alcune
concessioni agli “operai” intese a neutralizzare l’influenza delle idee
marxiste, con la difesa della proprietà privata - che ricevette proprio allora
sanzione ufficiale. “Questo conte Pecci”, scrive polemicamente Deschner nel
testo già citato, “fu tutt’altro che amico della piccola gente: proprio nella
enciclica su citata [la Rerum Novarum] ribadisce: ‘Prima di tutto,
dunque, è necessario partire dall’ordine dato e immodificabile delle cose, per
cui nella società civile non è affatto possibile l’equiparazione di alto e
basso, di povero e ricco’ “ (21).
Si delineò così la “dottrina
sociale” della Chiesa, terza via fra liberismo e socialismo, riproposta da
Giovanni Paolo II con la Centesimus annus (1991) e che condanna come
lesiva della persona umana l’abolizione della proprietà privata.
Ateismo e faccia tosta
La Centesimus annus ci dà
anche due significativi esempi della malafede papale. Il primo è costituito
dalla definizione di “proprietà privata”. Wojtyla, sulla scia di Leone XIII,
definisce la proprietà privata “il diritto di possedere le cose necessarie per
lo sviluppo personale e della propria famiglia”(22): ma il papa sa bene che non
è questa la proprietà privata che i socialisti intendono abolire, bensì quella
dei mezzi di produzione, che rendono possibile acquistare e sfruttare il lavoro
di chi è privo di ogni proprietà.
Così Wojtyla difende come diritto
naturale il sistema capitalistico e il possesso di terre e fabbriche,
contrabbandandolo come possesso delle “cose necessarie al proprio sviluppo
personale e della propria famiglia”.
Con ancora più olimpica faccia
tosta Giovanni Paolo II ci spiega che l’errata concezione della società
professata dai socialisti discende dal loro ateismo, a sua volta “strettamente
connesso col razionalismo illuministico” poiché “la negazione di Dio priva la
persona del suo fondamento e di conseguenza induce a riorganizzare l’ordine
sociale prescindendo dalla dignità della persona” (23). Come a dire che invece
nel Medioevo o nella Spagna dell’Inquisizione, fondate sull’affermazione di
Dio, esisteva un ordine sociale che esaltava la dignità della persona...
L’arrogante smemoratezza dei
crimini commessi dalla Chiesa in nome di Dio non in qualche sporadico caso ma
per quindici-sedici secoli, caratterizza anche Joseph Ratzinger, il quale alla
vigilia di diventare papa esortava a comportarsi come se Dio esistesse “anche
chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio” (24) (si noti per incidens
l’arrogante sicumera di questa definizione degli atei: come se noi definissimo
i credenti “quanti non arrivano a capire che Dio non c’è”).
Della stessa qualità l’affermazione
con cui Wojtyla chiude l’enciclica: “Lotta di classe in senso marxista e
militarismo hanno le stesse radici: l’ateismo e il disprezzo della persona
umana” (25).
Il papa naturalmente non dice
quali siano le radici delle crociate, delle sanguinose guerre di religione,
dell’evangelizzazione forzata degli indios, tutte cose ispirate alla fede in
Dio e piene di rispetto per la “trascendente dignità della persona umana”...
Evangelizzazione a fil
di spada
Del resto proprio Giovanni Paolo II,
come ricorda il bel saggio di Anna Borioni e Massimo Pieri Maledetta Isabella
maledetto Colombo, ha definito “epopea missionaria” la conquista delle
Americhe e “parla di Colombo come del primo evangelizzatore, così come il suo
predecessore Alessandro VI, nel 1493, lo aveva chiamato diletto figlio” (26).
E nel 1987, rivolgendosi agli
indiani d’Argentina, Wojtyla li esorta ad amare “soprattutto la gran ricchezza
che per volere divino avete ricevuto: la vostra fede cristiana” (27),
riqualificando così come “volontà di Dio” la sanguinosa conquista autorizzata e
anzi ordinata da papa Alessandro VI nel donare ai re di Spagna e Portogallo,
“per l’autorità di Dio onnipotente a noi concessa…, tutte le isole e terre
trovate e da trovare, scoperte e da scoprire… sia che siano dalle parti
dell’India o che siano da qualunque altra parte” (28).
L’immagine del “figlio dell’Uomo”
che non ha un giaciglio ove posare il capo è rovesciata in quella del papa che,
in nome di Dio, si fa padrone assoluto dell’orbe terracqueo e lo “dona” ai re
cattolici con tutti i suoi abitanti, legittimando così la penetrazione
imperialistica. “La Chiesa”, notano Borioni e Pieri, “non solo non ha mai
ripudiato le bolle del papa Borgia, ma neanche ha speso una parola di critica,
anzi bolle di altri papi hanno confermato l’operato di Alessandro VI” (29).
Nella Bolla in questione, la Inter
coetera,, Alessandro VI fonda inoltre il “diritto di conquista” sul “dovere”
di convertire gli indios che il papa assegna ai re cattolici: “Vi comandiamo in
virtù della santa obbedienza, che così come pure lo prometteste ... e
procuriate di mandare alle dette terre ferme e isole uomini buoni, timorati di
Dio, dotti, saggi, e esperti, affinché istruiscano i Nativi e Abitanti alla
Fede Cattolica, e insegnino loro i buoni costumi”(30).
Quei “buoni costumi” di cui
Alessandro VI, notoriamente dedito all’assassinio e al concubinaggio, era
fulgido esempio. Si fissa così un legame che sarà sempre rinnovato nei secoli
successivi fra Chiesa e potenze imperialistiche, fra attività missionaria e
penetrazione capitalistica, fra conquista ed “evangelizzazione”.
Per una documentazione dei
rapporti fra Chiesa e colonialismo si veda, ad esempio, Fede e civiltà,
a cura di Aldo Landi che raccoglie la bolla di Nicolò V del 1455 in cui si
auspica la penetrazione del cattolicissimi portoghesi nel continente africano,
i documenti sul commercio di schiavi nello Stato Pontificio del Seicento, le
preghiere per i legionari italiani in Africa durante il periodo fascista ecc.
“Un lavoro, quello del Landi”, osserva
Mimmo Franzinelli, “che si potrebbe aggiornare con l’inserzione dei discorsi
tenuti da Giovanni Paolo II in occasione dei frequenti viaggi extraeuropei,
quando ebbe occasione di accompagnarsi a tiranni che dalla presenza
multi-mediale del pontefice trassero elementi di legittimazione” (31).
La “reconquista”
Il riferimento di Franzinelli è
soprattutto ai viaggi di Giovanni Paolo II in America latina, ma in generale il
motivo dell’evangelizzazione, ossia della “conquista” al cattolicesimo di tutto
il mondo, è una chiave importante per capire le scelte, apparentemente contraddittorie,
del suo pontificato.
C’è chi ha paragonato Giovanni
Paolo II a Innocenzo III o Bonifacio VIII per il carattere tutto-politico del
suo pontificato, teso a restaurare il potere universale del papato. Il sogno
teocratico di Wojtyla doveva naturalmente misurarsi con un mondo dove l’odiato
illuminismo ha laicizzato costumi e istituzioni, o dove il diffondersi
dell’Islam rende i cristiani minoranza in varie parti del globo. Giovanni Paolo
II ha quindi abilmente usato un linguaggio di “apertura” e di “dialogo” là dove
la Chiesa doveva convivere con religioni o ideologie diverse.
Ma nel contempo ha continuato la
vecchia politica di alleanza con il potere, anche il più tirannico, dove si
trattava di conservare un predominio consolidato, come nell’America latina. Qui
il papa ha abbracciato Pinochet, si è schierato contro tutte le spinte
innovative del mondo cattolico, specie contro la teologia della liberazione, ha
glissato disinvoltamente sull’assassinio di Romero.
Allo stesso modo non ha esitato a
sostenere il reazionario nazionalismo cattolico croato, favorendo l’esplosione
delle guerre jugoslave, in contrasto con il pacifismo manifestato nel caso
dell’Iraq, cioè in un’area dove il papa temeva di vedere compromesse dalle
aggressive politiche antimusulmane degli Usa le possibilità di penetrazione o
di pacifica convivenza a fini di “evangelizzazione”.
Dalla parte dei
potenti
L’alleanza della Chiesa con i
potenti, iniziata già con Costantino e sancita da Teodosio nel 380, quando
dichiarò il cattolicesimo “religione di stato” dando il via alle persecuzioni
contro i pagani, divenne la regola nei lunghi secoli del Medioevo e continuò,
come abbiamo visto parlando di Alessandro VI, anche nell’età moderna garantendo
privilegi economico-politici e influenza sociale al papato che, in cambio,
assicurò il suo appoggio ai governi più dispotici.
Questo ruolo della religione, di
quella cattolica nella fattispecie, prima che da Marx fu rilevato da Napoleone
che, nello spiegare la funzione del Concordato da lui firmato con la Chiesa nel
1801, ebbe a dire: “Quando un uomo muore di fame accanto a un altro pieno fino
al gozzo, gli è impossibile darsi pace di questa differenza se non c’è
un’autorità che gli dice: ‘Così vuole Dio, bisogna che ci siano i poveri e i
ricchi in questo mondo, ma dopo, e per l’eternità, le parti saranno fatte
diversamente” (32).
Ancora alla fine dell’Ottocento
un papa sedicente “progressista” come Leone XIII, nell'enciclica Immortale
Dei (1885), propose questa alleanza fra potere laico ed ecclesiastico come
“modello” di società e di civiltà: “Fu già tempo che la filosofia del Vangelo
governava gli Stati, quando la forza e la sovrana influenza dello spirito
cristiano era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi
dei popoli, in tutti gli ordini e ragioni dello Stato, quando la religione di Gesù
Cristo, posta solidamente in quell'onorevole grado che le conveniva, fioriva
all'ombra del favore dei principi e della dovuta protezione dei magistrati;
quando procedevano concordi il sacerdozio e l'impero, stretti tra loro per
amichevole reciprocanza di servizi.
Ordinata in tal modo la società
recò frutti che più preziosi non si potrebbe pensare, dei quali dura e durerà
la memoria, affidata a innumerevoli monumenti storici, che niuno artifizio di
nemici potrà falsare od oscurare” (33).
La politica dei
concordati
Il compito di ristabilire
l’alleanza fra trono e altare, incrinata dalle nuove idee illuministe, dalla
rivoluzione francese e dall’affermarsi di regimi laici e democratici, fu
assegnato dalla Chiesa ai Concordati. Essi tesero ad affermare nei vari paesi
il cattolicesimo non come una religione fra le altre ma come religione dello
stato o comunque dotata di cospicui privilegi e contemporaneamente a fare dello
Stato della Chiesa, territorialmente ininfluente, una “potenza” trasnazionale.
L’esempio fu seguito anche dalle
Chiese cristiane protestanti. “Cattolicesimo e protestantesimo” scrive Deschner,
“si allearono… con ogni sorta di regime, anche col più criminale, come prova
il loro rapporto con Mussolini, Franco e Hitler” (34).
La legittimazione del
fascismo
La storia dei rapporti fra Chiesa
e fascismo è troppo nota perché qui vi si insista, così come sono noti i
vantaggi derivati e che ancora derivano alla Chiesa dal Concordato, anche dopo
la revisione del 1984 che ha privato il cattolicesimo del titolo di “religione
dello stato”. Ricorderemo fra l’altro l’insegnamento della religione cattolica
nelle scuole, fino al 1984 obbligatorio, il crocifisso nelle aule, le
agevolazioni alle scuole private, l’incredibile recente normativa che assicura
il pagamento da parte dello stato degli insegnanti di religione nominati dalle
curie.
Qui merita soprattutto ricordare
alcune formulazioni teoriche e dottrinali legate all’intesa del papato con il
fascismo, come l’affermazione di Pio XI secondo cui “Mussolini ci è stato
inviato dalla Provvidenza” (35), o la composizione e diffusione nelle scuole di
preghiere che favorivano un vero e proprio culto del duce (“Duce ti ringrazio che tu mi abbia reso
possibile crescere sano e forte. Mio caro Dio proteggi il Duce, affinché venga
a lungo conservato all’Italia fascista”) (36) o il sostegno alla guerra
d’Etiopia: in tale occasione il papa “proclamò che una guerra difensiva (!) a
scopo espansionistico (!) poteva essere giusta e opportuna per una popolazione
in crescita” (37), mentre il periodico gesuita Civiltà cattolica
precisava “che la teologia cattolica non condanna affatto ogni espansione economica
violenta” (38).
La Chiesa e il Nazismo
Tralasciando il sostegno della
Chiesa al franchismo o quello a Pavelic e agli Ustascia che si resero
responsabili, fra l’altro, dello sterminio di 600.000 croati ortodossi, o al
collaborazionista slovacco monsignor Tiso, ci limitiamo infine a ricordare
l’appoggio al nazismo da parte dei vescovi tedeschi con la lettera pastorale
collettiva del giugno 1933 (39).
“Col capo diritto e con passo
sicuro siamo entrati nel nuovo Reich e siamo pronti a servirlo”, dichiarava il
vescovo Bornewasser di Treviri, mentre il vescovo ausiliario Burger affermava:
“I fini del governo del Reich sono da lungo tempo i fini della Chiesa
cattolica” (40). In un Vademecum per il soldato cattolico con tanto di
imprimatur, del 1938, si legge: “Il Fuhrer incarna l’unità del popolo e del Reich”(41)
né si contano preghiere e inni al Fuhrer.
Da parte sua, nel 1937, l’allora
segretario di stato Pacelli, futuro Pio XII, scriveva all’ambasciatore tedesco
in Vaticano che alla Santa Sede “non sfuggiva la grande importanza insita nella
costituzione di una linea di difesa politica internamente sana e vitale contro
il pericolo del bolscevismo ateo”.
La Santa Sede, continuava Pacelli,
pur combattendo il boscevismo con altri mezzi ammetteva anche l’utilizzo “di
mezzi estremi di pressione contro il pericolo bolscevico” (42). Nel 1941, dopo
l’invasione tedesca della Russia, i vescovi tedeschi scrivevano: “Una vittoria
sul bolscevismo equivarrebbe al trionfo della dottrina di Gesù su quella degli
infedeli” (43).
Troppo noto, perché vi si
insista, è poi il “silenzio” di Pio XII sul genocidio degli ebrei e sui campi
di sterminio nazisti.
Ma varrà la pena ricordare, a
conferma di una linea ancora oggi non smentita di complicità con i potenti e
con il nazifascismo in particolare, la beatificazione di un responsabile dei
massacri e degli stermini consumati dagli ustascia come l’arcivescovo croato Stepinac.
Queste pagine della storia recente, come
quelle sull’evangelizzazione forzata degli indios, portano d’altra parte a considerare
un altro aspetto del cattolicesimo, su cui ci soffermeremo in seguito, e cioè
la legittimazione che la Chiesa diede alla guerra, all’omicidio, alle stragi di
massa e a varie forme di violenza e di intolleranza.
Note
prima parte
(1)
“Dove scompare Dio, l’uomo perde la dignità divina”, ha detto Ratzinger
ovviamente identificando Dio con il Dio cristiano, cioè il crocifisso. Vedi Lasciate
il crocifisso nelle aule, “la Repubblica”, 17 agosto 2005.
(2)
A. Cazzullo, Ora un patto per una nuova laicità, “Corriere della Sera”,
17 luglio 2005.
(3)
Naturalmente c’è da giurare che in un paese dove la maggioranza sostenesse
norme contrarie alla morale cattolica, il cardinale Scola rivendicherebbe per i
cattolici il diritto di disattenderle, riscoprendo la “vecchia” laicità. E’ un
gioco che la Chiesa fa da duemila anni: invocare la “tolleranza religiosa”se è
minoranza, e il rispetto della “verità cristiana”, da parte delle minoranze, se
è al potere.
(4)
Gli esempi stucchevoli anche oggi si sprecano, da quello di Benedetto XVI che
in una recente omelia, ricoperto d’oro e pietre preziose come una madonna di
Loreto, esortava a “staccarsi” dalla ricchezza a quello della “terza carica
dello stato”, il "bel Pieferdi" Casini, indefesso propagandista del matrimonio indissolubile e della
morale sessuale vaticana, che dopo l’elezione a presidente della Camera
concluse il discorso chiedendo la protezione della Vergine e mandando baci
verso le tribune dove sedeva la sua, in linguaggio canonico, “concubina”.
(5)
H. Kung, Il Papa che ha fallito, “Corriere della sera”, 26 marzo 2005.
(6)
Vangelo di Matteo, 16, 18 in La Sacra Bibbia, Salani editore, Milano
1954, p. 1406
(7)
Paolo, Lettera ai Galati, 3, 28 in La Sacra Bibbia, cit., p. 1640
(8)
Paolo, 1 Tm. 6.1-2, in La Sacra Bibbia, cit., p. 1686
(9)
Ign., Polyc., 4, 3 in K. Deschner, Il gallo cantò ancora. Storia
critica della Chiesa, Massari editore, Bolsena (Vt) 1998, p. 375.
(10)
Aug:, In Ps., 124, 7, in K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit.,
p. 376.
(11)
in G. Pepe, Il Medioevo barbarico in Italia, Einaudi, Torino 1941
(12)
E. Buonaiuti, Storia del cristianesimo, vol. II, p. 37.
(13)
in K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit., p. 378.
(14) Pio IX, Instruzioni, 20 giugno 1866, in J.
F. Maxwell, Doctrine Concerning Slavery, in “World Jurist” (1969-70),
pp. 306-307
(15)
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, 1991, sito internet della Santa
Sede.
(16)
Bas., in divites, 1 in K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit.,
p. 357.
(17)
Greg. Nyssa, Primo discorso, 18 sgg in K. Deschner, cit., p. 378.
(18) Hieron.,in Mich. 6, 10 sgg.in K. Deschner, cit., p. 378.
(19)
Crisostomo, dodicesima omelia sulla prima Lettera a Timoteo, in K. Deschner, cit.,
p. 378.
(20) K. Deschner, cit., p. 353.
(21) K. Deschner, cit., p. 367.
(22)
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, cit.
(23)
ibid.
(24)
Joseph Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture, estratto da una conferenza
del 1 aprile 2005 a Subiaco.
(25)
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, cit.
(26)
A. Borioni, M. Pieri Maledetta Isabella maledetto Colombo, Marsilio,
Venezia 1991, p. 30.
(27) ibid., p. 31.
(28) ibid., p. 173.
(29) ibid., p. 178.
(30)
ibid., p. 173.
(31)
M. Franzinelli (a cura), Ateismo, laicismo, anticlericalismo, Ed. La
Fiaccola, Ragusa1992, vol. II, p. 152.
(32)
in A memoria d’uomo, manuale di storia per la scuola media, Cappelli,
Bologna 2005, vol. B, p. 269.
(33)
Leone XIII, Immortale Dei, in R. Cammilleri, La “leggenda nera”
dell’Inquisizione, in “Fogli”, n.131-32, agosto-settembre 1988
(www.kattoliko.it).
(34) K. Deschner, cit, p. 446.
(35) ibid., p. 447.
(36) ibid., p. 447.
(37) ibid., p. 448.
(38) ibid., p. 448.
(39) ibid., p.454-55.
(40) ibid., p.456.
(41) ibid., p. 462.
(42) ibid., p. 469.
(43) ibid., p. 448.
Parte
II
Continuiamo la rivisitazione
critica di dottrine della Chiesa cattolica prendendo in considerazione le
posizioni assunte da papi, santi e teologi, per molti secoli e in parte ancora
oggi, sulla vita umana, la guerra, la tortura, la pena di morte. Esse mostrano
quanto sia falsa e ipocrita l’odierna pretesa del cristianesimo di presentarsi
come religione “della vita”
“Nella vita umana la Chiesa
riconosce un bene primario, presupposto di tutti gli altri beni, e chiede
perciò che sia rispettata tanto nel suo inizio quanto nel suo termine” (1), ha
dichiarato Benedetto XVI, poco dopo la sua elezione a papa, nel quadro della
campagna in difesa dell’embrione e contro l’aborto.
Questa affermazione suonerebbe
meno risibile se Ratzinger avesse precisato che la Chiesa ha assunto solo di
recente tale posizione, dopo aver predicato per quasi duemila anni il
contrario, ossia il più totale disprezzo per la vita di uomini, donne e bambini
messi a morte in quanto “infedeli”, eretici o ribelli alle autorità; e che
ancora adesso il rispetto si limita alla vita dell’embrione, o di chi è ridotto
a un vegetale attaccato alle macchine, non a quella degli adulti che, specie
nei paesi del Terzo mondo, la condanna vaticana dei preservativi espone
disarmati alla peste dell’Aids (2).
Tredici secoli di
crociate
L’esaltazione della violenza e il
disprezzo per la vita umana, cioè il capovolgimento di quell’amore verso il
prossimo che si vorrebbe tipico dei cristiani, si manifestarono appena il
cristianesimo cessò di essere perseguitato.
“Prima della vittoria del
Cristianesimo”, nota il teologo tedesco Carl Schneider, “si pretendeva che lo
Stato non potesse costringere nessuno a venerare una determinata divinità, ma
poi, con la stessa determinazione, si pretese che esso dovesse costringere
tutti all’adorazione del Dio proprio dei cristiani, anche con l’uso di ogni
forma di violenza” (3).
Le guerre di sterminio, i
massacri e gli omicidi per la fede, istigati o sostenuti, spesso ordinati e
talora anche eseguiti dai papi, non furono episodici ma sistematici, per almeno
tredici secoli. Andarono dalle campagne del IV-V secolo contro il vecchio
paganesimo fino a quella condotta nell’VIII-IX secolo da Carlo Magno contro i
sassoni, passati a fil di spada se non si convertivano, dalle
crociate contro i turchi alla “reconquista” della Spagna contro gli Arabi, dai
roghi dell’Inquisizione, attiva per oltre sei secoli, alla crociata promossa
nel 1208 da Innocenzo III per sterminare gli Albigesi e alle altre persecuzioni
contro gli eretici, dalle guerre di religione concluse con la guerra dei Trent’anni
(1618-48) alla conversione forzata degli indios.
Voltaire calcola che siano stati
uccisi per ragioni di fede, solo in Europa, circa 9 milioni e mezzo di
cristiani, senza contare i milioni di “infedeli” o gli indios delle Americhe.
Si devono poi aggiungere i
milioni di vittime delle rivolte contadine (centomila solo in quella del 1525
in Germania), sanguinosamente represse per tutto il Medioevo da vescovi-conti o
feudatari laici benedetti dai papi, dai vescovi cattolici e da Lutero,
nell’intento di difendere l’ordine sociale fondato sullo sfruttamento dei servi
della gleba.
Il dovere di uccidere
Qui tuttavia, più che su tali
comportamenti criminali, comuni per molti secoli alle massime autorità
ecclesiastiche, merita insistere sul fatto che essi furono presentati come un
“dovere” da bolle e altri documenti papali: tali documenti obbligavano i
fedeli, in nome di Dio e della “santa” religione, a ricercare, torturare e
bruciare gli eretici o bandivano le crociate, promettendo salvezza eterna e
indulgenze plenarie a chi vi partecipava.
Alle posizioni papali vennero di
rincalzo le teorie dei massimi teologi, come Agostino, Tommaso d’Aquino, Bernardo
di Chiaravalle che non solo non furono smentite o condannate in seguito dalla
Chiesa ma furono proposte, nel caso di Tommaso d’Aquino, come verità e
filosofia “perenne”.
I papi elevarono inoltre questi e
altri simili personaggi all’onore degli altari, facendoli santi. “I papi”, come
ha detto lo storico cattolico Acton, “non furono solo assassini in grande
stile ma fecero del delitto un fondamento giuridico della Chiesa cristiana e
una condizione della salvezza” (4).
La “santa“
inquisizione
Agostino fu il primo a sostenere,
già nel V secolo, la “conversione coatta” e la necessità di ricorrere
all’intervento statale contro gli eretici. Tommaso d’Aquino, soprannominato il
“dottore angelico”, affermò che è “un delitto molto più grave falsificare la
fede, che è la vita dell’anima, che falsificare il denaro, che serve alla vita
mondana”. Se quindi per i falsari vige la pena di morte è giusto che gli
eretici “non soltanto possano essere cacciati dalla comunità ecclesiale, ma
anche a buon diritto giustiziati!” (5).
A queste idee si ispirò
l’Inquisizione, cioè la “ricerca” degli eretici, già iniziata in epoca carolingia
e regolamentata con il decreto Ad abolendum di Lucio III che fissò nel
1184 la pena del rogo per i peccatori. Con Gregorio IX tale procedura divenne
un’istituzione denominata Santa Inquisizione. Innocenzo III con la bolla del
1199 Vergentis in senium trasformò il reato di eresia da reato religioso
in reato contro lo stato, rendendolo così perseguibile dai tribunali civili di
tutti i paesi europei.
E non sarà male notare come ancora oggi papa Ratzinger cerchi di trasformare in un "reato" perseguibile dallo stato ciò che la Chiesa condanna come "peccato", come i Pacs e l'aborto.
Innocenzo IV, con la bolla Ad extirpanda del
1252, introdusse e legittimò il ricorso alla tortura per “portare alla luce la
verità” obbligando inoltre i governanti “ad eseguire la pena di morte sui
colpevoli entro cinque giorni”(6).
Circolari dei papi Alessandro VI,
Giulio II, Leone X, Adriano IV spinsero espressamente gli inquisitori tedeschi,
francesi e italiani a perseguitare la “setta delle streghe” e, secondo gli
stessi atti del Simposio internazionale sull’Inquisizione, indetto dal Vaticano
nel 1998, “papa Leone X nel 1521 scrisse una bolla violenta nella quale
autorizzava gli inquisitori a scomunicare le autorità civili che dovessero
opporsi ai roghi delle streghe condannate dal Santo Ufficio” (7). In soli 10
anni vennero bruciate vive 3.000 streghe.
Paolo III, il papa del Concilio
di Trento, riformò l’Inquisizione romana su modello di quella spagnola con la
bolla Licet ab initio in cui avvertiva di voler punire quanti
persistessero nell’eresia “in modo tale che la loro pena diventasse un esempio
per gli altri” (8).
Nel 1556 Paolo IV istituì per la
domenica successiva al 5 novembre un rogo solenne, concedendo l’indulgenza
plenaria a tutti i fedeli che vi avessero assistito e nel 1557, con la Pro votantibus,
diede al Tribunale dell’Inquisizione “licenza e facoltà [di emettere] voti e
sentenze che comportassero tortura, mutilazioni e spargimento di sangue, fino
alla morte inclusa, senza per questo incorrere in censura o irregolarità” e
poco dopo dispensò cardinali e inquisitori “dall’irregolarità in cui
incorrevano infliggendo tortura reiterata” (9).
Per la severità con cui punì la
bestemmia, l’immoralità, la violazione dei giorni festivi e per lo zelo con cui
fece eseguire le condanne a morte decise dagli Inquisitori, si distinse Pio V,
papa e santo, che nel 1572 minacciò la pena di morte anche a chi scriveva o
leggeva gli “Avvisi”, antenati dei giornali moderni…
Tristemente noto per le
esecuzioni capitali di massa fu papa Sisto V.
È solo un parzialissimo spaccato
dell’album di famiglia di Wojtyla, Ratzinger, Ruini e altri personaggi così
amorevolmente solleciti verso il destino dell’embrione…
Revisionismo storico
Nonostante questo, sul sito "kattoliko"
tal Rino Cammilleri scrive: “c’è stato un tempo in cui gli uomini si
riconoscevano nella Res publica christiana e chiedevano alla Chiesa di
essere difesi dai falsi profeti, propugnatori di idee non di rado aberranti,
tali da minacciare gravemente i fondamenti dottrinali, culturali e
istituzionali della società religiosa e civile. Fu a questo compito che
sovrintese con mitezza e buonsenso il tribunale dell’Inquisizione” (10).
Anche se pochi cattolici arrivano
a questa grottesca apologia, non mancano tentativi più accorti, da parte ad
esempio di Vittorio Messori o Franco Cardini, di rivalutare le pagine “oscure”
della Chiesa. Ma il più ragguardevole tentativo ufficiale di “ridimensionare”
il fenomeno si ebbe nel 2003, quando furono presentati gli atti del Simposio
internazionale sull’Inquisizione tenutosi su sollecitazione di Wojtyla nel 1998
e già citato.
Scopo del Simposio doveva essere
stabilire con esattezza i fatti, su cui basare l’autocritica che il papa poi
presentò nella “Giornata del perdono” del Giubileo 2000. Ma del libro di 788
pagine, osserva Adriano Petta su “Alias”, i giornali, “Avvenire” in testa,
riportarono solo le poche parole dei presentatori miranti a far notare che “il
numero degli eretici mandati al rogo dalla Santa Inquisizione non giungeva
nemmeno a 100” (11).
Forte di questi dati, il
pro-teologo della Casa pontificia Georges Cottier osservava che la Chiesa deve
chiedere perdono solo per “fatti veri e obiettivamente riconosciuti”, non per
“alcune immagini diffuse all’opinione pubblica, che hanno più del mito che
della realtà” (12).
Sei secoli di torture
e omicidi
Naturalmente ad essere “mitico” è
il numero dei 99 morti cui si “limiterebbero” le vittime della Inquisizione. Da
dove venga tale numero ce lo fa capire il seguente passo degli atti del
Simposio in questione: “si stima che il numero di processi di stregoneria in quell’epoca
è di 100.000 in totale e circa la metà, 50.000 persone, finirono al rogo.
Delle 1.300 vittime in
Portogallo, Spagna e Italia, meno di 100 roghi possono essere attribuiti
all’Inquisizione dei suddetti paesi. Il resto si deve ai tribunali civili e
vescovili degli stessi paesi” (13). “Come se quei tribunali civili e
vescovili”, commenta giustamente sdegnato Petta, “non fossero emanazione
diretta del potere della Chiesa… Con questa operazione del Simposio, papa e
cardinali hanno provato a mischiare le carte” (14).
Quello della caccia alle streghe
è d’altra parte solo un capitolo cui vanno aggiunte le persecuzioni degli
ebrei, che a lungo i papi additarono come colpevoli di “deicidio”, dei
musulmani e perfino dei musulmani forzosamente convertiti (specie in Spagna),
degli atei, degli aderenti a movimenti ritenuti eretici, degli oppositori
politici.
Le vittime dell’Inquisizione,
scrive Petta, furono “almeno cinquecentomila, senza contare i 100-150.000 presunti
catari, uomini, donne e bambini, scannati vivi in poche ore a Béziers il 22
luglio 1209, nel corso della crociata contro gli albigesi bandita da Innocenzo III”
(15).
Ma una stima precisa è difficile,
anche perché rivoluzioni e rivolte portarono in varie occasioni a distruggere
documenti dell’Inquisizione, che operò dal XIII al XVIII secolo.
I processi celebri, come quelli a
Giovanna d’Arco o a Galilei, di cui la Chiesa si è autocriticata trecento anni
dopo, o a Giordano Bruno, per cui si attende ancora l’autocritica, non sono che
una parte infinitesimale dei processi conclusi con ritrattazioni, torture e
roghi in Europa e nelle Americhe.
Qui, allo sterminio degli indios
per effetto della conquista, si aggiunsero le condanne al rogo dei nativi che non
volevano abbracciare la fede cristiana. Per avere un’idea di come la Chiesa
procedeva nell’evangelizzazione si veda il rapporto di un funzionario reale a
Filippo II dove si legge che i frati raparono a zero e vestirono i maya coi sanbeniti,
dopo averli torturati “collocandoli in alto alla maniera del tormento della
carrucola con pietre di due e tre arrobas e così appesi dandogli molte frustate
fino a che scorreva a molti di loro sangue per la schiena e per la gambe fino
al suolo; e su queste [ferite] li tormentavano con olio bollente” (16).
Si aggiungano le vittime delle
inquisizioni promosse dalle varie Chiese cristiane riformate, quella calvinista
e anglicana in primo luogo.
Le “circostanze
attenuanti”
Dando inizio ai lavori del citato
Simposio internazionale sull’Inquisizione, il domenicano Georges Cottier
affermò che “la considerazione delle circostanze attenuanti [quelle storiche
riguardanti i costumi dell’epoca, N. d. R.] non esonera la Chiesa dal
dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli, che
ne hanno deturpato il volto” (17).
Venivano posti così due limiti,
entrambi profondamente ipocriti e inaccettabili, all’autocritica.
Il primo riguarda le cosiddette
circostanze attenuanti, cioè i costumi dei tempi, spesso invocate dalla Chiesa
per giustificare non solo l’Inquisizione ma le crociate e la pratica diffusa
dell’omicidio: è una richiesta autolesionistica e ridicola perché nei tempi di
cui si parla non imperversavano, per dirla con Wojtyla, “l’ateismo e il disprezzo
della persona” (18) ma, come affermò Leone XIII, “la filosofia del Vangelo
governava gli Stati… la forza e la sovrana influenza dello spirito cristiano
era entrata bene addentro nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei
popoli” (19).
Furono dunque le scellerate
dottrine propagate dalla Chiesa, che aveva allora un assoluto
predominio, a rendere duri e spietati i costumi, legittimando torture ed
eccidi, non viceversa.
Le “debolezze”
Altrettanto e ancora più ipocrita
è definire “debolezze” di “figli della Chiesa” le persecuzioni, le torture e i
roghi dell’Inquisizione, poiché si trattò di pratiche non solo giustificate ma
prescritte o autorizzate da papi e vescovi ossia da chi, allora come oggi, si
autodefiniva “rappresentante di Dio”. Furono loro a insegnare che gli eretici
si dovevano punire con la morte, che la verità si doveva strappare con la
tortura, che le streghe erano persone invasate dal demonio, che (come vedremo
fra poco) uccidere i nemici di Cristo non era omicidio ma “uccisione del male”.
In una parola fu la Chiesa a diffondere per secoli dottrine menzognere e
criminali.
è
questo che la Chiesa non vuole ammettere quando parla di “debolezze” o
di “errori” dei suoi figli. Il papa e la Chiesa non possono infatti riconoscere
di aver predicato il falso, in questo campo come a proposito della schiavitù o
delle guerre “giuste” ecc.
Dove andrebbe a finire la
“infallibilità” del papa? Come si potrebbe sostenere ancora che la Chiesa è
stata fondata da Cristo, rappresenta Dio e parla in suo nome anziché essere,
come è, una qualsiasi “fallibile” istituzione terrena?
L’antisemitismo
La Chiesa continuò a manifestarsi
intollerante anche dopo la fine dell’Inquisizione, nel XIX e nel XX secolo,
specie nei confronti delle minoranze cristiane, dei modernisti e degli ebrei. A
questo ultimo proposito ci limitiamo a rimandare a un recente articolo in cui
Rossana Rossanda ricorda che l’antisemitismo non è attribuibile solo a molti
“figli della Chiesa”, come disse Wojtyla, né tanto meno a un neopaganesimo
sorto dal nulla nel XX secolo, come ha detto Ratzinger l’agosto scorso alla
Giornata mondiale della gioventù di Colonia, ma è stato “seminato per quasi
venti secoli dal cristianesimo” e in particolare dalla Chiesa di Roma che ha
“incoronato ed esortato i potenti persecutori degli ebrei dei secoli scorsi in
tutta Europa” (20).
Tortura e pena di
morte
Quanto alla tortura e alla pena
di morte, esse continuarono a essere in vigore nello Stato della Chiesa anche
quando negli altri paesi europei erano state soppresse grazie all’influenza di
quel razionalismo illuminista che, secondo Wojtyla, negherebbe la “dignità
della persona” (21).
“Nello Stato Pontificio, dal 1796
al 1864, il ‘maestro di giustizia’ Mastro Titta praticò da solo ben 516 esecuzioni”
si legge in un recente comunicato dell’Associazione Nessuno tocchi Caino, e la
pena di morte, fino al 1992, “era ancora considerata pienamente legittima dal
Catechismo della Chiesa Cattolica” (22).
La pena di morte, prevista
tramite impiccagione, e abbondantemente applicata da Pio IX, è stata abolita
solo nel 1967 da Paolo VI anche se non veniva più eseguita dall’inizio del
Novecento.
Solo con Giovanni Paolo II, e la
sua Enciclica Evangelium Vitae del 1995, il Vaticano è divenuto decisamente abolizionista
e si è posto alla testa della crociata in difesa della vita, tentando di far
dimenticare con questo “entusiasmo”, e senza nessuna autocritica, quindici
secoli di teorizzazione e di pratica delle condanne capitali.
Guerra “giusta” e
guerra “santa”
Lo stesso dicasi per la guerra. Già Agostino, nel V secolo, ai suoi oppositori manichei replicava: "Cosa si biasima nella guerra? Forse il fatto che muoiano quelli che sono destinati a morire, perché i destinati a vivere siano sottomessi nella pace?" e legittimò la "guerra giusta", condotta per punire una "violazione del diritto" o le guerra "santa", cioè "che si intraprende sotto l'autorità di Dio", come quelle di Mosè ( 23).
Alla sua dottrina si richiamò all'inizio del XII secolo il mistico Bernardo di Chiaravalle per legittimare le crociate: "I soldati di Cristo combattono sicuri le guerre del loro Signore e non temono né il peccato se uccidono il nemico, né il pericolo se muoiono essi stessi… Un soldato di Cristo… senza dubbio quando uccide un malvagio non è un omicida, ma, per così dire, un uccisore del male e viene stimato vendicatore di Cristo nei confronti di coloro che fanno il male e difensore dei Cristiani" (24).
"Disperdere questi gentili che vogliono la guerra, eliminare questi operatori di iniquità che vagheggiano di strappare al popolo cristiano le ricchezze racchiuse in Gerusalemme, … ecco la più nobile delle missioni" (25).
Ratzinger, nella Giornata della
gioventù di Colonia, ha condannato l’idea “che combattere il nemico e uccidere
l’avversario potesse essere cosa a Lui [Dio] gradita” e ha detto che il ricordo
delle crociate “dovrebbe riempirci di vergogna” (26).
Ma, al solito, si è dimenticato
di dire che quelle idee sono state parte integrante dell’insegnamento della
Chiesa e che quest’ultima ha fatto santi e ancora oggi venera come tali i
sostenitori di quelle idee “vergognose”.
Dire questo avrebbe significato
riconoscere che la Chiesa è una qualsiasi istituzione umana, soggetta a errori
e a cambiamenti di politica a seconda di chi la governa. Benedetto XVI invece
ha voluto rimarcare anche a Colonia di essere il rappresentante di Dio in
terra, addirittura parlando sotto una nuvola di plexigas.
“Nella Bibbia - hanno spiegato
gli organizzatori - spesso Dio appare in una nuvola e parla” (27). "Altro che ritorno alla religiosità", ha notato Guido Ambrosino, "a Colonia si celebra l'idolatria papista" (28).
Sicché le autocritiche di Ratzinger
o di Wojtyla somigliano a quella di Clinton sui crimini degli Usa in America
latina: un modo per rifarsi una verginità e ricominciare meglio a delinquere
secondo l’aurea massima cattolica “dal peccato alla confessione, dalla
confessione al peccato”…
La conquista: un
castigo di Dio
Con gli stessi scopi dichiarati
(la diffusione della fede) e reali (le “ricchezze” di Gerusalemme…) che
servirono per legittimate le crociate, furono elaborate da frati e teologi, subito
dopo la scoperta dell’America, dottrine che giustificarono la conquista.
“Se la Chiesa e il papa hanno il
diritto e il dovere di predicare il Vangelo in tutto l’orbe”, scriveva uno dei
massimi teologi dell’epoca, il domenicano Francisco de Vitoria, “è evidente che
se gli indiani non riconoscono questo diritto e si oppongono ad esso con la
forza, sarà lecito ribattere con la forza… Da qui sorgerà il titolo della
conquista” (29).
Di più, per giustificare la
repressione degli indios e il loro sterminio, religiosi ed eruditi si
impegnarono a dimostrare la discendenza dei nativi americani dalle dieci tribù
di Israele che, a differenza di quelle di Beniamino e Giuda, non erano
ritornate dall’esilio babilonese, erano cadute nell’idolatria e avevano fatto perdere
ogni traccia di sé.
Questa discendenza spiegherebbe
come gli indios vivessero nell’idolatria, senza conoscere il vero Dio, e
giustifica la loro sottomissione violenta da parte degli spagnoli, come castigo
per i loro peccati: “vediamo compiute in queste misere popolazioni “, scrive il
domenicano Diego Duran, “tutte le pene, afflizioni e castighi che hanno
meritato per le loro malefatte e abominazioni e idolatrie” (30).
“Alla luce di queste teorie”,
osservano Borioni e Pieri nel loro Maledetto Isabella, maledetto
Colombo, “diventa provvidenziale e quindi legittimo, per conquistadores
e missionari, l’assoggettamento degli indiani…, la rapina delle loro ricchezze”
(31) e, ovviamente, la conversione spontanea o forzata alla “vera” religione. Da
allora il nesso fra “missioni” e colonialismo fu strettissimo.
La consacrazione della
truppa
Anche nell’età moderna, fino a
tutto il XIX secolo, i papi promossero non solo guerre di religione ma guerre
fra gli Stati. Lo Stato pontificio fomentò guerre, leghe più o meno “sante”;
strinse e ruppe alleanze militari. L’inizio del Novecento vide vescovi
cattolici e protestanti impegnati a favore della guerra mondiale, ognuno al
fianco del proprio governo, come documenta Deschner nel suo più volte
citato Il gallo cantò ancora (32).
è
vero che in questa occasione si ebbe una significativa presa di
posizione contro la guerra da parte di papa Benedetto XV, ma ciò non impedì il
prevalere del bellicismo nazionalista in autorevoli ambienti cattolici.
Significativo il caso di padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università
cattolica di Milano.
Nel 1915 egli andava spiegando
sulla sua rivista “Vita e Pensiero” le “conseguenze benefiche della guerra”
che “viene ad essere un terribile e severo eliminatore di quei popoli che hanno
tradito la loro missione e uno strumento nelle mani della Provvidenza per
guidare le genti”, “un flagello misericordioso e divino” che “coi suoi mali
conduce a manifestazioni sublimi di carattere religioso” (33).
Questa esaltazione bellicista
sfociò nella “Solenne consacrazione dei soldati del Regio Esercito Italiano al
Sacro Cuore di Gesù”, proposta dal Gemelli con l’appoggio della “Civiltà
cattolica”, dell’episcopato e dello stesso Vaticano: campagna rilanciata dal Gemelli nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale...
In questa guerra poi, dato il
legame delle Chiese con il nazifascismo, di cui abbiamo già parlato nella prima
parte, cappellani militari, invocazione dell’aiuto di Dio per incenerire il
“nemico” e benedizione di gagliardetti si sprecarono.
Più tardi Pio XII condannò
l’obiezione di coscienza affermando che "un cittadino cattolico non può
richiamarsi alla propria coscienza per rifiutare il servizio militare e per non
adempiere ai doveri stabiliti dalla legge” (34), mentre ancora nel 1959 “il
gesuita Gundlach, professore (e per un certo tempo rettore) della pontificia
Università Gregoriana di Roma… ha stabilito come risultato della dottrina di
Pio XII sulla guerra atomica che: ‘L’utilizzazione delle armi atomiche in
guerra non è immorale in assoluto’” (35).
La chiesa cambia
rotta?
In conclusione anche per quanto
riguarda il “pacifismo” la correzione di rotta della Chiesa si manifestò, e
ambiguamente, solo nella seconda metà del Novecento, a partire da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II.
Tale orientamento si espresse poi
concretamente nelle due guerre del Golfo per calcoli eminentemente politici,
cioè per la legittima preoccupazione politica del Vaticano che le crociate di Bush
compromettessero la faticosa opera di evangelizzazione in terra musulmana.
Dello stesso pacifismo infatti Giovanni Paolo II non diede prova in occasione
della crisi jugoslava, quando anzi sollecitò l’ingerenza umanitaria a difesa
dei “diletti figli” croati.
Ancora nel 1991, del resto, il
cardinale Biffi attaccava il “pacifismo pseudoevangelico” di Tolstoj
accusandolo di avere concorso a far penetrare “in qualche corrente della
mentalità ecclesiastica contemporanea [leggi: don Milani, il movimento ‘Beati i
costruttori di pace’ ecc.] l’idea di una certa immoralità di ciò che ha
attinenza con le armi” (36).
Idea da lui certo non condivisa,
né dal cardinal Ruini che, anche dopo la ventata “pacifista” del 2003, è
tornato ai ruoli a lui più consueti di “cappellano militare” che benedice armi
e gagliardetti esprimendo il sostegno all’occupazione militare italiana in
Iraq, ipocritamente definita “missione di pace”.
Il catechismo di Ratzinger
L’ombra lunga del “diritto-dovere
di uccidere”, rivendicato per secoli dall’autorità ecclesiastica e dai potenti
da essa appoggiati, si stende del resto anche sul recentissimo Compendio del
Catechismo della Chiesa cattolica, licenziato da Benedetto XVI il 28 giugno
2005.
In esso si conferma la posizione
della Evangelium vitae per cui, date le odierne possibilità dello Stato,
“i casi di assoluta necessità della pena di morte ‘sono ormai molto rari se non
praticamente inesistenti’” (37), ma si ribadisce che l’uso della forza militare
può essere giustificato seppure a date condizioni quali la certezza di un danno
grave e durevole subito, l’inefficacia di ogni alternativa, le possibilità di
successo (!?, N. d. A.), l’assenza di danni maggiori (38).
Soprattutto, e qui casca l’asino,
si afferma che la valutazione di tali condizioni, ossia di decidere se è il
caso di fare la guerra o no, “spetta al giudizio prudente dei governanti [ad
esempio Bush, Blair e Berlusconi, N.d.A.], cui compete anche il diritto di
imporre ai cittadini l’obbligo della difesa nazionale, fatto salvo il diritto
personale all’obiezione di coscienza [che il rappresentante di Dio Joseph Ratzinger
riconosce sbugiardando il rappresentante di Dio Eugenio Pacelli…, N.d.A.]”
(39). Anche l’accumulo e il commercio delle armi vengono vietati dal Compendio,
ma solo se “non debitamente regolamentati dai poteri legittimi” (40)…
Peggio del parricidio
In compenso vengono definiti
peccati “gravi”, senza nessuna circostanza attenuante e senza alcuna
distinzione fra loro, “l’adulterio, la masturbazione, la fornicazione, la
prostituzione, lo stupro, gli atti omosessuali” (41).
Permane insomma nel catechismo di
Ratzinger l’idea, esposta da monsignor Bouvier in un pruriginoso manuale
ottocentesco ad uso dei confessori, che una violazione della morale sessuale,
ad esempio la seduzione della penitente da parte del suo confessore, “non solo
è paragonabile al parricidio, ma lo supera” (42).
Si conferma che la pena eterna è
garantita per una fellatio quanto per uno stupro, mentre omicidi e
stragi, se compiute nel quadro di una guerra decisa con prudenza dai poteri
legittimi, sono compatibili con l’onore degli altari, riservato del resto da
Giovanni Paolo II a un papa che comminò molte condanne a morte, come Pio IX, o
a un complice del sanguinario regime ustascia, come il cardinale Stepinac.
Ma sulla morale sessuale
cattolica ci soffermeremo meglio nella prossima e conclusiva parte.
Note seconda parte
(1)
“Corriere della sera”, 24 giugno 2005.
(2)
La condanna vaticana si è tradotta nella disincentivazione o nella messa al
bando dei contraccettivi da parte di molti governi “devoti” del Terzo mondo. Terry
Eagleton ha scritto sul “The Guardian”: “il Vaticano ha condannato - in quanto
‘cultura di morte’ - i profilattici, che nei paesi in via di sviluppo avrebbero
potuto salvare dall’agonia della morte per Aids tantissimi cattolici. Il Papa
va al suo premio eterno con le mani sporche del sangue di quei morti” (T. Eagleton,
Mani sporche di sangue, in “il manifesto”, 5 aprile 2005).
(3)
C. Schneider, Geistesgeschichte, II, 27 in K. Deschner, Il gallo
cantò ancora. Storia critica della Chiesa, Massari editore, Bolsena (Vt)
1998, p. 399.
(4)
K. Deschner, cit. p. 411.
(5)
Tommaso d’Aquino, Summa Th., II a e q.XI, a.3, in K. Deschner, cit.,
p. 412.
(6)
K. Deschner, cit. p. 412.
(7)
A. Petta, Le radici dell’orrore, “Alias”, suppl. del “manifesto”, 11
settembre 2004.
(8)
A. Borioni, M. Pieri, Maledetta Isabella maledetto Colombo, Marsilio,
Venezia 1991, p. 50.
(9)
A. Petta, cit.
(10)
R. Cammilleri, La ”leggenda nera” dell’Inquisizione in “Fogli”, n.
131-32, agosto-settembre 1988 in www.kattoliko.it/leggendanera/inquisizione.html.
(11)
A. Petta, cit.
(12)
Ibid.
(13)
L’Inquisizione - Atti del Simposio internazionale, in A. Petta, Le
radici dell’orrore, cit.
(14)
A. Petta, cit.
(15)
Ibid.
(16)
A. Borioni, M. Pieri, cit., p. 248.
(17)
Ilaria Tremolada, Come la Santa Inquisizione catturava eretici e peccatori,
in “Storia in network” (www.cronologia.it/storia/)
(18)
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, nel sito della Santa Sede, 1991
(19)
Leone XIII, Immortale Dei, in R. Cammilleri, La “leggenda nera”
dell’Inquisizione, cit.
(20)
Rossana Rossanda, I distinguo del papa, “il manifesto”, 21 agosto 2005.
(21)
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, nel sito della Santa Sede, 1991
(22)
“Nessuno tocchi Caino”, comunicato stampa, 28 giugno 2005..
(23) Agostino, Contro Fausto Manicheo, libro XXII, cap. 74-75 in Agostino, Tutte le opere, www.sant'agostino.it/italiano/
(24)
Bernardo di Chiaravalle, De laude novae militiate, in Opera omnia,
trad. D’Agostino.
(25)
Bernardo di Chiaravalle in E. Buonaiuti, Storia del cristianesimo, vol. II,
p. 320.
(26)
Jaia Vantaggiato, “La religione non sia un’arma”, “il manifesto” 21
agosto 2005.
(27)
Ibid.
(28)
Guido Ambrosino, Lutero, dove sei?, “il manifesto” 21 agosto 2005.
(29)
A. Borioni, M. Pieri, Maledetta Isabella, Maledetto Colombo, Marsilio,
Venezia 1991, p. 175-76.
(30)
D. Duran, Historia de las Indias de Nueva Espana Y Islas de tierra firme,
in A. Borioni, M. Pieri, cit., p. 16.
(31)
Ibid.., p. 18.
(32)
K. Deschner, Il gallo cantò ancora, cit., pp. 438-445.
(33)
M. Franzinelli, Padre Gemelli per la guerra, edizioni la Fiaccola,
Ragusa 1989, pp. 18-21.
(34) K. Deschner, cit. p. 496.
(35) Ibid., p. 499.
(36)
in M. Franzinelli (a cura), Ateismo, laicismo, anticlericalismo, Ed. La
Fiaccola, Ragusa 1992, vol. III, p. 95.
(37)
Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, Libreria Editrice
Vaticana, Roma 2005, p. 127.
(38) Ibid., p. 130.
(39) Ibid., p. 130.
(40) Ibid., p. 130.
(41)
Ibid., p. 131.
(42)
J.-B. Bouvier, Manuale dei Confessori testo latino con trad. it. a fronte in
Venere al Tribunale della Penitenza, Claudio Gallone editore, Milano 1999, p. XXVIII.
Parte III
La morale sessuofobica del
cattolicesimo e il suo disprezzo per la donna sono vistose espressioni di
quella negazione dei valori umani insita, come si è visto anche nelle
precedenti sezioni, in molte dottrine della Chiesa e che rende del tutto
infondata la sua pretesa di porsi come “guida”e punto di riferimento morale per
tutta la società.
Nel giugno 2005, alla vigilia del
referendum sulla procreazione assistita, il cardinal Ruini affermò che “la fede
cristiana non è affatto ostile al corpo e alla sessualità, ma al contrario ci
aiuta a scoprire pienamente il loro genuino valore" (1).
Al pari di altre affermazioni,
tese a presentare il cristianesimo come religione degli oppressi, della
giustizia sociale o della vita, si tratta di una grossolana bugia.
Una morale sessuofobia
Il cristianesimo si fonda
sull’idea di un uomo “decaduto” per effetto del peccato originale (2) e tale
decadenza si manifesta, secondo la Chiesa, soprattutto nei “disordinati”
desideri del corpo e nel piacere, in primis quello sessuale, che il cristiano
deve rifuggire e reprimere per elevarsi a Dio. Tale sessuofobia, estranea agli
insegnamenti di Cristo, s’impose presto nella Chiesa e divenne tipica della
dottrina cattolica, come dimostrano puntualmente sia un critico assai aspro del
cristianesimo quale il tedesco Karlheinz Deschner, sia la teologa cattolica
tedesca Uta Ranke-Heinemann, la prima donna abilitata dalla chiesa a insegnare
teologia nelle università ma anche la prima ad esserne allontanata per aver
negato il concepimento verginale di Maria.
Per il Deschner la sessuofobia
cattolica risale a Paolo da Tarso le cui lettere “in stridente contrasto col
Vangelo, rigurgitano di macerazione della carne, di mortificazione delle
passioni e di odio verso tutto ciò che è corporeo. Il sarx, la carne, appare
addirittura come ricettacolo del peccato … Il cristiano deve ‘martirizzare il
corpo e soggiogarlo’ (Gal. 5,24), ‘appenderlo alla croce’ (Rom. 8,13),
‘ucciderlo’ (Col. 3,5) e così via dicendo” (3).
Per la Heinemann, invece, furono
i primi padri della chiesa e in particolare Agostino a unire “l’avversione al
piacere e alla sessualità con il cristianesimo facendone un’unità sistematica”
(4).
Per Agostino, come per gli altri
padri della Chiesa, “impudico” era lo stesso rapporto matrimoniale
poiché gli sposati vivono “come bestie” e nel coito gli uomini non si
distinguono “in nulla dai porci e dagli animali irragionevoli” (5).
Del resto, con buona pace di Ruini,
il disprezzo del corpo, del piacere e dello stesso matrimonio, visti come
sinonimi di “impurità”, sono fra i motivi con cui papa Innocenzo II, nel sinodo
di Clermont del 1130, giustificava il celibato dei preti affermando: “Poiché i
sacerdoti devono essere tempio di Dio, vasi del signore e santuari dello
Spirito santo […], è contrario alla loro dignità che essi giacciano nel talamo
nuziale e vivano nell’impurità” (6).
L’elogio della
castità…
Il rapporto sessuale quindi in
tanto fu tollerato dalla Chiesa in quanto finalizzato alla procreazione,
secondo la massima popolare “non lo fo per piacer mio, ma per dar dei figli a
Dio”. Di qui l’obbligo per i cristiani di mortificare la carne anche nel
matrimonio, praticando il più possibile la continenza, e di qui l’esaltazione
della castità come condizione preferibile per il cristiano. Per Agostino “la
castità di chi non è sposato è migliore di quella degli sposati” e una madre
“otterrà in cielo un posto inferiore a quello della figlia vergine” (7).
In questo modo, per un verso, il
cristianesimo assolve al ruolo proprio della religione di inculcare nei fedeli
l’idea della vita terrena come “valle di lacrime” e della sofferenza come offa
da pagare al fine di garantirsi la salvezza eterna. Per altro verso pone su un
piedistallo il clero che, scegliendo la castità e il celibato, si propone come
modello di virtù, capo e guida rispetto ai laici in uno scambio “potere” contro
“piacere”.
… E la pratica della
castrazione
Anche se l’obbligo del celibato
per i preti fu codificato solo piuttosto tardi, e gradualmente, nel Medioevo,
il culto della castità alimentò fin dai primi secoli negli asceti e nei teologi
cristiani forme estreme di disprezzo del corpo che andavano dall’infibulazione,
consistente nel legare un anello o pezzi di ferro al pene, fino alla
castrazione.
Persino Origene, il più grande
teologo dei primi tre secoli, si evirò e fu per questo elogiato dallo storico
ecclesiastico e vescovo Eusebio. La pratica della castrazione fu in seguito
coltivata anche per ragioni artistiche, ossia per “sopranizzare” i cantori
delle cappelle papali, dove non potevano cantare le donne. “Nella Cappella
Sistina”, annota Deschner, “per secoli hanno cantato con giubilo i castrati:
fino al 1920! Non meno di trentadue ‘Santi padri’[…] permisero senza scrupoli
tale mutilazione” (8).
La Chiesa ha inoltre sottolineato
il suo disprezzo per il corpo e per la sessualità facendo santi una sfilza di
uomini e donne che si distinsero per le autoflagellazioni e altre umiliazioni
fisiche, spesso ripugnanti: da San Luigi, i cui simboli sono il giglio, la
croce, la frusta e il teschio, alla salesiana Marguerite Marie Alacoque,
vissuta sempre nel Seicento, che “si incise il monogramma di Gesù sul petto…
mangiava pane ammuffito, verdura marcia, puliva con la lingua il vomito dei
pazienti, e nell’autobiografia ci descrive la felicità provata riempiendosi la
bocca delle feci d’un uomo che soffriva di diarrea…
Papa Pio IX la fece santa nel
1864!” (9).
Sublimazione e
repressione
Altri risvolti di questa sistematica
repressione degli “istinti” furono da un lato forme di misticismo incarnate da
sante come Caterina da Siena o Teresa d’Avila, in cui molti studiosi vedono una
sublimazione del desiderio sessuale, e dall’altro il dilagare fra il clero e
nei conventi della lussuria e della corruzione più sfrenate, spesso
ipocritamente tollerate purché nascoste, in modo da non dare “scandalo”.
Dura fu per contro la repressione
di quei preti che rifiutavano apertamente il celibato. Contro i sacerdoti che
convivevano con una donna, contro quest’ultima e i loro figli “per oltre un
millennio furono adoperati i più diversi metodi coattivi: digiuni, multe,
destituzione, scomunica, infamia, tortura, penitenza pluriennale o perenne in
galera” (10).
Analoga maniacale severità la Chiesa
manifestò nel condannare senza eccezione come “peccato mortale”, almeno dal
Seicento, ogni atto o pensiero “impuro”, giudicato peggiore del parricidio dal Manuale
dei confessori di Jean-Baptiste Bouvier, vescovo e teologo francese del XIX
secolo.
O la castità o la vita
Detto Manuale (che è solo
uno dei tanti libri simili circolanti ad uso dei confessori) lascia a più
riprese intendere che per la Chiesa la “purezza” vale più della vita. Il Manuale,
ad esempio, fa proprio quanto prevedeva l’art. 324 del Codice penale francese
dell’epoca, secondo cui “nel caso d’adulterio, l’omicidio commesso dallo sposo
sulla sposa, come anche sul complice, nel momento in cui egli li sorprende in
flagrante delitto nella abitazione coniugale, è scusabile” (11).
Se poi una giovane sta per essere
violentata e teme “di poter acconsentire al piacere delle sensazioni veneree,
deve gridare, anche con evidente pericolo della propria vita, ed in allora ella
sarà una martire della castità”(12).
Tuttavia l’inferiorità della donna,
altro “valore” predicato dalla Chiesa per quasi due millenni come vedremo fra
poco, mitiga in qualche misura l’offesa.
Di conseguenza il Manuale raccomanda
alla fanciulla insidiata “di difendersi con tutte le sue forze” e con ogni
mezzo, “in guisa però di non uccidere né di mutilare gravemente l’aggressore,
perché la vita e i principali membri del corpo valgono in questo caso più
dell’onore” della donna (13). “La vita dell’aggressore vale più dell’onore”,
commenta ironicamente Barbara Alberti, “Quella della donna, meno” (14).
Cento modi di peccare
Il testo di Bouvier si dilunga
poi a classificare con un certo pruriginoso compiacimento i vari tipi di
lussuria, naturale e contro natura (cioè non finalizzata alla procreazione),
consumata e non consumata, condannando come sodomia anche il rapporto fra
persone di sesso diverso o fra coniugi “quando il commercio carnale avviene
all’infuori dell’accoppiamento delle parti genitali, per esempio quando si
mettono in opera la parte deretana, la bocca, le mammelle, le gambe, le coscie
ecc,” (15) o quando il marito si stende sotto la moglie “capovolgendo così i
ruoli naturali’” (16).
In verità, chiosa ironicamente Deschner,
è difficile capire “perché l’atto ‘tradizionale’, la moglie sdraiata sul dorso
e il marito sopra di lei facies ad facies, debba essere normale,
corretto e voluto da Dio” (17).
O è difficile capire il presunto
accanimento divino contro la masturbazione, ritenuta da Tommaso d’Aquino
(finanche in forma di polluzione involontaria) più grave della fornicazione,
punita nei conventi fino all’Ottocento con bastonature e frustate, vietata nel
1929 dal Santo Uffizio anche se usata a fini terapeutici, cioè per poter
diagnosticare una malattia, e ancora oggi considerata dalla Chiesa una specie
di assassinio in quanto dispersione dello sperma destinato a procreare…
Anche “il gocciolio”, che è “una
lenta emissione di seme imperfetto… se avviene volontariamente e copiosamente,
o con una notevole commozione degli Spiriti genitali, è peccato mortale, perché
implica il pericolo prossimo della polluzione” (18) e così peccano mortalmente
“il giovine che fa sedere una ragazza sulle sue ginocchia e la trattiene, o
abbracciandola la preme su se stesso” e “le donne che non hanno marito né
vogliono né sono in condizione di averlo… se si adornano colla intenzione di
ispirare amore negli uomini in quanto che, in codesto caso, sarebbe un amore
non tendente al matrimonio, e per ciò necessariamente impuro” (19).
Pena di morte per gli
omosessuali
Questa stucchevole casistica,
“che con pretesti religiosi e richiamandosi a Dio ha deformato molte coscienze
umane” (20), come dice la Heinemann, restando dal più al meno valida ancora
oggi, può far sorridere, così come il tempo sprecato da teologi e santi,
Alfonso de’ Liguori in primis, nel redigerla. Ma c’è poco da ridere per quanto
riguarda l’atteggiamento della Chiesa verso l’omossessualità.
Ritenuta presso vari popoli
civilissimi una normale espressione della sessualità, l’omosessualità viene
giudicata dalla Chiesa contraria alla ragione in base all’idea curiosa che
contrasti con la ragione quanto non combacia con le dottrine via via escogitate
dai papi e dai loro entourage.
Fu quindi colpita non solo con la
minaccia della pena eterna ma con gravi pene terrene.
Al principio del IV secolo gli
omosessuali furono scomunicati dal Sinodo di Elvira, nel 390 i cristiani,
appena arrivati al potere, tentarono di sterminarli per legge, nel 693 il
Sinodo di Toledo stabilì che dovessero essere esclusi da ogni convivenza
sociale, frustati, privati della capigliatura ed esiliati, il Sinodo di Nablus
del 1120 decretò la loro condanna al rogo e la bolla papale Cum primum
del 1566 impose che tutti gli omosessuali fossero consegnati allo Stato per
subire l’esecuzione capitale.
Nei paesi più a lungo influenzati
dal cattolicesimo, come la Spagna e il Portogallo, ancora a metà Novecento gli
omosessuali potevano essere internati.
Solo in anni recenti, quando si è
ridotta negli stati l’influenza del cristianesimo (così sollecito nel tutelare
la dignità e la vita della persona, se si dovesse dar credito a quanto
raccontano Wojtyla o Ratzinger), gli omosessuali hanno cominciato a vedere
riconosciuti i loro diritti, che la Chiesa fa comunque quanto può per limitare
o ridurre, come tutti sappiamo.
La Chiesa tira diritto
Ancora oggi, questa morale
sessuale ridicola, ossessiva e disattesa da molti cattolici, è rimasta
inalterata. Di fronte al crescente disagio e alla protesta che si sono
manifestati fra i laici e nel clero stesso, soprattutto negli anni del Concilio
Vaticano II, la teologia cattolica è arrivata a riconoscere la possibilità di
finalizzare il rapporto sessuale nel matrimonio anche alla ricerca del piacere,
purché mai “per se stesso” né “con sfrenatezza”.
Ma niente più. Per il resto i vari
pontefici, da Pio XII a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno ribadito
l’obbligo del celibato per i preti, la condanna dei rapporti extraconiugali o
di quelli coniugali non finalizzati alla procreazione, hanno definito “contro
natura” ogni ricerca del piacere sessuale per se stesso.
Ancora negli anni Sessanta del
Novecento il cardinal Ruffini invitava a seguire “Sant’Agostino, il quale non
temeva di affermare che i coniugi cadono nella violenza carnale e nella
prostituzione, qualora non vivano cristianamente il matrimonio, separando
l’unione matrimoniale dalle sue finalità (cit. da Hampe III 258)” (21),
finalità che la Chiesa - del tutto a capocchia e unicamente guidata dal suo
odio per una sessualità libera - fa consistere in una forsennata moltiplicazione
della specie.
La guerra alla
contraccezione
In questo quadro si comprendono
campagne di segno opposto come quella contro l’aborto e la procreazione
assistita, che dicono di voler salvare milioni di vite “potenziali”; e quella
contro i contraccettivi che, impedendo rapporti protetti o una limitazione
delle nascite in paesi afflitti dalla fame e dall’Aids, manda a morte milioni
di persone “reali”.
Al fondo vi è sempre la condanna
del piacere, cioè di rapporti sessuali non subordinati al “dovere” di
procreare. Che i papi, mentre ostacolano pianificazione delle nascite e
prevenzione dell’Aids, si proclamino difensori della “vita nascente” e che
definiscano “delittuose” le fabbriche di contraccettivi mentre autorizzano le
fabbriche di armi “purché debitamente regolamentate dai poteri legittimi” (22),
è solo l’ennesima conferma dell’insanabile ipocrisia del cattolicesimo.
Questo nonsenso criminale è ben
rilevato dalla pur cattolica Heinemann, dove nota: “i figli immaginari vengono
protetti dalla contraccezione con molto più vigore di quanto i figli reali,
quasi adulti, vengano difesi dall’inferno della guerra e dalla morte sui campi
di battaglia, secondo l’intollerabile errata credenza cattolica che i veri
crimini dell’umanità si compiono nella camera da letto matrimoniale e non sui
teatri di guerra” (23).
Altrettanto ridicolo il
tentativo, riproposto da Giovanni Paolo II con la Familiaris consortio del
1981, di distinguere metodi contraccettivi “naturali” (il calcolo dei giorni
fecondi) e “artificiali”, invitando i teologi a “cogliere e approfondire la
differenza antropologica, e al tempo stesso morale, che esiste fra la
contraccezione e il ricorso ai ritmi temporali” (24): “un compito impossibile”,
ironizza la Heinemann, “poiché dove non esiste alcuna differenza morale, non se
ne può scoprire alcuna.
Effettivamente una differenza
c’è, non teologica ma papale: col metodo della scelta dei tempi il papa riesce
a costringere per molti giorni i coniugi sotto il pontificio giogo della
castità, mentre con gli altri metodi questo non gli riesce” (25).
“Con ciò”, conclude la Heinemann,
“non si vuole dire nulla a favore della pillola […] e contro la continenza
periodica; nulla a favore del preservativo e contro il coitus interruptus
o viceversa: si vuole solo affermare che tutte queste questioni non sono da
porre ai teologi e ai papi, ma alla medicina e ai coniugi stessi” senza più
sottostare a “un imperativo [papale] che deriva dal disprezzo del matrimonio da
parte dei celibatari avversi al piacere e maniaci della verginità” (26).
E, da cattolica, la Heinemann
auspica che i cattolici sottraggano “l’amore coniugale dall’ambito voyeristico
di una polizia ecclesiastica del letto matrimoniale” (27).
La vita per un
battesimo
Analoghe considerazioni credo
valgano per l’aborto, contro cui ancor più si accanisce l’intrusiva ingerenza
della gerontocrazia celibataria: il che si spiega anche con il misogenismo che
la porta a malsopportare l’autogestione del corpo da parte della donna, e la
sua emancipazione dal potere maschile. Una spia di tale atteggiamento è data da
una delle più odiose norme della morale cattolica, quella secondo cui dovendo
scegliere fra la vita del feto e la vita della madre, è quest’ultima che va
sacrificata perfino se si tratta di tenere in vita il bambino solo il tempo
necessario a battezzarlo. Secondo Agostino infatti i bambini che muoiono senza
battesimo sono condannati all’Inferno.
“È un capitolo macabro”, scrive
la Heinemann, “quello che riguarda il pericolo di morte per parto, a causa - a
volte - dell’omissione di soccorso. Negli ospedali cattolici, fino a tempi
recenti, le donne hanno corso questo pericolo e, se venisse osservato
l’insegnamento ufficiale della chiesa, lo correrebbero ancora oggi.
Secondo questo insegnamento,
infatti, è più importante battezzare in fretta il bambino che sta morendo
piuttosto che consentire alla madre di sopravvivere alla morte del figlio senza
battezzarlo” (28). “Lo spietato Dio di Agostino,”, continua con sferzante
ironia, “il persecutore che danna i neonati che prima della loro morte non
hanno fatto in tempo a farsi battezzare, è anche un persecutore e un aguzzino
delle loro madri “ (29).
Con altrettanta fermezza la
Chiesa, specie dal 1884 e poi con la Casti connubii di Pio XI (1930) e
l’Allocuzione alle ostetriche di Pio XII (1951), ha condannato l’aborto
anche quando “non si tratta dell’alternativa tra la vita della madre e quella
del bambino, ma soltanto: morte di entrambi o sopravvivenza della madre
attraverso l’aborto del feto. Il principio in sé giusto del ‘non uccidere’,
mitigato e rimosso dalla chiesa quando si tratta della guerra o della pena di
morte, viene qui spinto ad absurdum con la morte della madre e del
bambino”, scrive la Heinemann e continua rilevando: “Numerosi teologi hanno
osservato che casi estremi come quelli su cui Roma si è pronunciata, oggi non
potrebbero più verificarsi, grazie ai progressi della medicina […]: ma non per
questo le numerose donne che per molti secoli sono state vittime dei teologi
torneranno in vita” (30).
La donna nel
Cristianesimo
Nella sua Lettera alle donne del
29 giugno 1995, Giovanni Paolo II affermò di dispiacersi perché fra i
condizionamenti millenari che hanno “reso difficile il cammino della donna” e
ostacolato la sua liberazione, “non sono mancate, specie in determinati
contesti storici, responsabilità oggettive anche in non pochi figli della
Chiesa”; ciò in contrasto con il “messaggio di perenne attualità” a favore
della liberazione della donna, “sgorgante dall’atteggiamento stesso di Cristo”
(31).
Come al solito, Wojtyla
contrappone le colpe dei “figli” della Chiesa agli insegnamenti di Cristo,
fingendo di credere che tali insegnamenti facciano tutt’uno con la dottrina
cattolica, cioè con gli insegnamenti della Chiesa, dei teologi e dei
papi.
È invece facile notare che anche
per quanto riguarda la donna, come per la schiavitù, la giustizia sociale, il
diritto alla vita, la pace ecc., insegnamenti di Cristo (o a lui attribuiti
dalla tradizione popolare) e cattolicesimo, ossia insegnamenti della Chiesa,
sono cose affatto diverse.
Limitandoci a questi ultimi, i
soli che ci interessino nell’economia del nostro discorso, è facile notare come
essi spieghino ad abundantiam le colpe dei figli della Chiesa verso le
donne, in quanto colpe della Chiesa tout court, cioè “sgorganti” dalle
sue dottrine.
Così la cattolica svizzera Gertrud
Heinzelmann descrive come fu colpita quando scoprì le dottrine della Chiesa
sulla donna: “Le citazioni antifemministe patristiche e scolastiche mi
sconvolsero”, scrive (in sostanziale sintonia con l’Heinemann prima citata) “mi
resero insonne. Parlavano di una donna che è solo un valore inferiore, materia
non spirituale e quindi tentazione…
Della donna dotata del proprio
valore e della propria coscienza… non si parlava in questa letteratura in
nessun luogo. Invece dell’elevazione spirituale, che ingenuamente mi ero
aspettata dal pensiero teologico, trovai disconoscimento, umiliazione,
repressione. […] Padri e Scolastici con il loro antifemminismo avevano creato
il clima della Chiesa che perdura ancora oggi” (32).
Indegnità e
inferiorità della donna
In realtà, se il corpo è per il
cristianesimo sinonimo di peccato, la donna né è, fin da Eva, il simbolo.
L’idea della sua indegnità e inferiorità è teorizzata da Agostino per cui la
donna è “un essere inferiore creato da Dio non a sua immagine e somiglianza (mulier
non est facta ad imaginem dei) e “il giusto ordine si trova solo là dove
l’uomo comanda e la donna ubbidisce” (33).
Ma dipendenza e inferiorità erano
già presenti in testi di Paolo, le cui Lettere sono ritenute dalla
Chiesa ispirate da Dio: “L’uomo no, non deve coprir di velo la testa, essendo
immagine e gloria di Dio; e la donna è gloria dell’uomo. Poiché non viene
l’uomo dalla donna, ma la donna dall’uomo, né fu fatto l’uomo per la donna, ma
la donna per l’uomo. Per questo deve la donna aver sulla testa il segno della
sua dipendenza” (34).
E altra volta Paolo scriverà: “Le
donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è capo
della donna, come anche Cristo è capo della Chiesa” (35).
“Verso il tuo uomo dovrà andare
il tuo anelito, ed egli sarà il tuo signore”, affermava Giovanni Crisostomo
(36). Quanto all’indegnità della donna essa è tema ricorrente: “Se gli uomini
potessero vedere quel che si nasconde sotto la pelle… la vista delle donne
causerebbe solo il vomito”, secondo Sant’Odo, abate di Cluny del X secolo, e il
papa umanista Pio II, noto per la sua dissolutezza in gioventù, avvertiva:
“Quando vedi una donna, pensa che sia un demonio, che sia una sorta di inferno”
mentre il Sinodo di Tyrnau del 1611 stabiliva che “ogni malvagità è piccola in
confronto con la malvagità della donna” (37).
La materia e la forma
La Heinzelmann insiste
particolarmente sulla dottrina di Tommaso d’Aquino, che ancora oggi la Chiesa
indica come verità “perenne” chiedendo nelle preghiere a Dio “di comprendere
ciò che ha insegnato e di imitare ciò che ha fatto” (38).
Ora, secondo Tommaso, “il padre
deve essere amato più della madre” poiché “la madre dà nella procreazione la
materia informe, che riceve la sua forma dalla forza formatrice nel seme
dell’uomo” (39), “la donna si rapporta all’uomo come l’imperfetto e il
manchevole al perfetto” (40).
Per Tommaso, osserva la studiosa
svizzera, “la donna ha la sua funzione nell’opera del procreare - è in primo
luogo un essere sessuale - e rappresenta il principio della ‘materia’ del
passivo ricevere” come il dottore Angelico afferma là dove scrive: “era
necessario che la donna diventasse ‘aiuto all’uomo’. E precisamente non come
aiuto per qualche altra opera, in cui in ogni caso l’uomo sarebbe stato aiutato
meglio da un altro uomo, ma per l’opera della procreazione” (41).
In conclusione l’apporto
“originale” del cattolicesimo è consistito nel ribadire la concezione della donna
tipica della società patriarcale, cioè come “oggetto sessuale” e “angelo della
casa”, sottomessa al marito. Del resto “L’Osservatore Romano”, nota Deschner,
“proclama senza confutazioni ancora nel 1965, la ‘posizione prioritaria’
dell’uomo voluta da Dio” (42).
O Eva o Maria
L’unica possibilità di riscatto
che la Chiesa offre alla donna è di spogliarsi della sua femminilità, di desessualizzarsi
e negarsi come “Eva” per assumere a modello Maria, divenuta madre senza perdere
la verginità, ossia senza passare attraverso il piacere sessuale.
Si tratta di una rappresentazione
che secondo la Heinemann contraddice la Bibbia, da cui risulta che “Maria era
una donna sposata e partorì un figlio […] ella ebbe persino molti figli e
figlie. Ma accettare le cose semplicemente, come stanno, significherebbe
senz’altro per Maria un tipo di vita piuttosto estraneo al celibato, anzi
persino anticelibatario; pertanto si dovette modificare la sua immagine” (43).
Si arrivò prima a trasformare i fratelli e le sorelle di Gesù in cugini e
cugine, infine a privare Maria anche del parto dell’unico figlio:
un’operazione, “la dottrina della Chiesa su Maria”, non “elaborata da donne,
ma da uomini, per giunta celibi” i quali “affermavano che il loro stato […]
avesse un valore più alto del matrimonio” (44).
Secondo Deschner tale visione di Maria,
poi la sua assunzione in cielo e la immacolata concezione, proclamate molto
tardi, si sono imposte solo lentamente nella Chiesa.
“E quanto più s’innalzava la
celebrazione della Vergine”, aggiunge lo storico tedesco, “tanto più
profondamente veniva degradata ogni donna (che vivesse naturalmente); là iperdulia
senza pari, qui sconfinata diffamazione” (45).
“Il movimento mariano e la
condanna della donna, della carne peccaminosa”, scrive Friedrich Heer, “sono
strettamente connessi” (46).
La Chiesa scopre la
parità dei sessi…
Negli ultimi decenni, l’irrompere
nella Chiesa delle riflessioni e delle critiche espresse dalle femministe, ha
spinto i papi a rivedere le loro opinioni sulla donna, come già è avvenuto per
la schiavitù o per la pena di morte.
Le speranze suscitate nelle donne
cattoliche dai fermenti di rinnovamento che si manifestarono durante il
Vaticano II, ma anche le successive delusioni, sono ben ricostruite dalla Heinzelmann
nel libro Donna nella Chiesa, già citato.
L’autrice mette soprattutto
l’accento sugli elementi di continuità con una visione disincarnata e asessuata
della donna, che trapelano ancora dall’enciclica Redemptoris mater con
cui pure Giovanni Paolo II intendeva affermare i valori della femminilità. In
essa, osserva la Heinzelmann, attraverso un’immagine di Maria che riflette
secondo Wojtyla, “i più alti sentimenti di cui è capace il cuore umano”, “viene
offerta l’antica immagine della donna come dedizione assoluta, che però ha
perduto ogni significato presso le donne che vivono nella vita moderna” (47).
La successiva lettera apostolica Mulieris
dignitatem è uno degli esempi più chiari dei funambolismi cui Giovanni
Paolo II deve ricorrere per cercare di adeguarsi ai tempi in parte virando di
rotta senza ammetterlo, cioè rivendicando come propria della Chiesa “da sempre”
una posizione molto recente, in parte non assumendola fino alle conseguenze
ultime, ossia continuando a negare la parità uomo-donna per quanto riguarda
l’accesso al sacerdozio.
Larga parte della Mulieris dignitatem
è dedicata ad affermare la sostanziale uguaglianza fra i due sessi. In
questo senso Wojtyla rilegge e reinterpreta il Genesi, e in particolare
le parti del testo biblico che affermano la predominanza dell’uomo sulla donna
come conseguenza del peccato.
Il papa si spinge addirittura a
riconoscere “la giusta opposizione della donna di fronte a ciò che esprimono le
parole bibliche: ‘Egli ti dominerà’, Genesi 3, 16” (48). Come in casi analoghi,
però, il papa non critica la precedente lettura, in base a cui per secoli la
Chiesa ha sostenuto l’inferiorità della donna, ma semplicemente la ignora.
Siamo alle solite: si cerca di contrabbandare come dottrina permanente della
Chiesa una dottrina che, quando sia sincera, è molto recente, onde non dover
ammettere che la Chiesa ha insegnato il falso per secoli, ossia è una
istituzione “fallibile”, come tutte le istituzioni umane.
… E il “femminismo” di
San Paolo
Wojtyla inoltre, costretto a non
discostarsi dalle Lettere di Paolo in quanto le ritiene, come si sa,
ispirate da Dio, deve riproporne una lettura compatibile con le nuove idee di
parità. Ci spiega così che la sottomissione delle mogli ai loro mariti,
sostenuta da Paolo, era da lui “intesa e attuata in un modo nuovo: come una
‘sottomissione reciproca nel timore di Cristo’(cf. Ef 5, 21)” (49),
sottacendo gli altri passaggi in cui Paolo affermava la “dipendenza” della
donna.
Poi, onde spiegare come per
secoli sia a tutti sfuggito che Paolo da Tarso era un campione della parità dei
sessi, Giovanni Paolo II mette tale incomprensione in conto alle dure cervici
degli uomini: “L’apostolo scrisse non solo: ‘In Cristo non c'è più uomo né donna’
ma anche: ‘Non c’è né schiavo né libero’. E tuttavia, quante generazioni ci
sono volute perché un tale principio si realizzasse nella storia dell'umanità
con l'abolizione dell'istituto della schiavitù!” (50).
Wojtyla, naturalmente, evita di
dire che fin quasi ai nostri giorni furono proprio la Chiesa e i papi,
rappresentanti di Dio in terra, depositari e interpreti autorizzati del
messaggio paolino, a leggerlo in senso contrastante con quello che ci viene
oggi proposto e a battersi contro la parità uomo-donna o contro l’abolizione
della schiavitù (Pio IX ancora nel 1866!) …
Ma donne sacerdote, no
Postosi per questa strada,
comunque, il papa deve spiegare perché nonostante la parità fra i due sessi la
Chiesa intenda ancora riservare il sacerdozio ai maschi celibi.
E a questo proposito Giovanni
Paolo II ricorre a un ben debole argomento “storico” e cioè al fatto che
“Cristo - con libera e sovrana scelta, ben testimoniata nel Vangelo e nella
costante tradizione ecclesiale - ha affidato soltanto agli uomini il compito di
essere ‘icona’ del suo volto di ‘pastore’ e di ‘sposo’ della Chiesa attraverso
l’esercizio del sacerdozio ministeriale” (51).
Una risposta visibilmente debole,
se si pensa che, quando alla Chiesa pare conveniente, essa è sempre pronta a
dichiarare variabile e reinterpretabile una posizione in base al particolare
contesto storico rifiutando, ad esempio, il “fermati sole” o coniugando creazionismo
e darwinismo.
L’imbarazzo di Wojtyla è visibile
anche dal passo successivo in cui, quasi a consolare le donne dell’esclusione,
aggiunge: “D’altra parte… il sacerdozio ministeriale, nel disegno di Cristo,
‘non è espressione di dominio, ma di servizio’” (52), come se non
sapesse, beata ignoranza o beata ipocrisia, che questo “servizio” si traduce in
“potere” di decidere e guidare i fedeli per quanto concerne la dottrina e la
morale.
Un’analoga risposta, con un di
più di arroganza, aveva dato qualche anno prima, in una intervista a Vittorio Messori,
l’allora capo del Santo Uffizio Ratzinger: “Il cristianesimo… apre alle donne
una situazione nuova, dà loro un posto che rappresenta uno degli elementi di
novità rispetto all'ebraismo. Ma di questo conserva il sacerdozio solo
maschile. Evidentemente, l'intuizione cristiana ha compreso che la questione
non era secondaria, che difendere la Scrittura (la quale né nell'Antico né nel
Nuovo Testamento conosce donne-sacerdote) significava ancora una volta
difendere la persona umana. A cominciare, si intende, da quella di sesso
femminile" (53).
Perché impedire l’accesso delle
donne al sacerdozio sia “difendere la persona umana”, Ratzinger non spiega. Con
la consueta ipocrisia si limita a presentare misure di esclusione prese
nell’interesse dalla gerontocrazia vaticana o dei potenti ad essa legati (poco
prima, nella stessa intervista, aveva rigettato le istanze dei poveri sostenute
dalla teologia della liberazione) come misure prese a vantaggio… degli esclusi.
La sordità di Ratzinger “a tutti
i valori positivi dell’emancipazione” e il suo proposito di rinviare apoditticamente
la donna “ai tradizionali valori della maternità e della verginità” (54)
vengono denunciati del resto anche dalla Heinzelmann nel testo citato.
Un “faro” spento
Alla fine di questo saggio pare
di dover affermare che quanto il cristianesimo ha da dirci oggi in ogni campo
è poco plausibile o palesemente assurdo per quanto ha di originale, mentre è
banale per quelle parti che sono un semplice adeguamento a idee cui il pensiero
laico è arrivato ben prima della Chiesa e quasi sempre in contrasto con essa.
Non si capisce quindi a quale
titolo i suoi rappresentanti continuino a pretendersi dispensatori di chissà
mai quali profonde verità e salvifici ammaestramenti.
E a che titolo, se non per
opportunismo elettorale, i cosiddetti laici ne riconoscano o elogino il “ruolo
morale”. Né si capisce perché il crocifisso, che è diventato storicamente il
simbolo della Chiesa cattolica, delle sue false dottrine e dei suoi delitti,
debba restare nelle aule scolastiche a rappresentare i “nostri” valori, come ha
detto in TV perfino un cattolico cosiddetto “aperto” come don Vinicio Albanesi,
che forse intendeva dire i “suoi” valori: le Crociate, i roghi, la benedizione
dei gagliardetti, le evangelizzazioni a fil di spada, i traffici d’indulgenze,
le prevaricazioni odiose al capezzale dei moribondi, le donne uccise per poter
battezzare il neonato.
Valori da cancellare, con
un’opera di scristianizzazione della società, ossia di recupero degli autentici
valori umani, rintracciabili anche in taluni insegnamenti di Gesù Cristo o nei
sentimenti dei fedeli “di base” che a lui ancora oggi si richiamano, ma non
certo nelle dottrine della religione e della Chiesa, cioè della gerontocrazia
vaticana, che ne usano il nome.
Note
terza parte
(1)
“La Repubblica”, 9 giugno 2005.
(2)
Sulla dialettica peccato-redenzione e altri aspetti più filosofici del
cattolicesimo non ci fermiamo in questa sede, limitandoci a a considerare i
“valori” che esso propaganda.
(3)
K. Deschner, La croce della Chiesa. Storia del sesso nel Cristianesimo, Massari
editore, Bolsena 2000, p. 41.
(4)
U. Ranke-Heinemann, Eunuchi per il regno dei cieli. La chiesa cattolica e la
sessualità, Rizzoli, Milano 1990.
(5)
S. Girolamo. Ep. 22 ad Eustochium e altrove, in Deschner, cit., p. 173.
(6) U. Ranke-Heinemann, cit.
(7) August., serm. Domin. e
altrove, in Deschner, cit., p. 173.
(8) Ibid., p. 68
(9) Ibid., p. 65.
(10) Ibid., p. 112.
(11)
Venere al Tribunale della Penitenza, Claudio Gallone editore, Milano
1999, p. 57.
(12) Ibid., p. 53.
(13) Ibid., p. 53.
(14) Ibid., p. XXX.
(15) Ibid., p. 135.
(16) In K. Deschner, cit., p. 186.
(17)
Ibid., p. 186.
(18)
Venere al Tribunale della Penitenza, cit., p. 111.
(19) Ibid., p. 159, 169
(20) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 325.
(21) In K. Deschner, cit., p. 212.
(22)
Catechismo della Chiesa cattolica. Compendio, Libreria Editrice Vaticana,
Roma 2005, p. 130.
(23) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 283.
(24) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 275.
(25) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 275.
(26) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 278.
(27) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 290.
(28) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 291.
(29) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 301.
(30) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 293.
(31)
Lettera del papa Giovanni Paolo II alle donne, 1995, nel sito del
Vaticano su internet (http://www.vatican.va).
(32)
G. Heinzelmann, La donna nella Chiesa. Problemi del femminismo cattolico,
Xenia, Milano 1990, p. 91.
(33) in K. Deschner, cit., p. 146.
(34)
Paolo, 1 Cor. 11. 7-10, in La Sacra Bibbia, a cura
G. Ricciotti, Salani, Milano 1950, p. 1613
(35)
Paolo, Ef. 5. 22-23, in La Sacra Bibbia, cit., p.
1651.
(36) In K. Deschner, cit., p. 149
(37) Ibid., p. 146.
(38) G. Heinzelmann, cit., p. 248.
(39) Ibid., p. 250.
(40) in K. Deschner, cit., p. 146.
(41) G. Heinzelmann, cit., p. 252.
(42) in K. Deschner, cit., p. 153.
(43) U. Ranke-Heinemann, cit., p. 332.
(44) Ibid., p.332.
(45) in K. Deschner, cit., p. 154.
(46) Ibid., p. 153.
(47) G. Heinzelmann, cit., p.159.
(48)
Giovanni Paolo II, Mulieris dignitatem, 1988 (http: //www.vatican.va).
(49)
Ibid.
(50)
Ibid.
(51)
Lettera del papa Giovanni Paolo II alle donne, cit.
(52)
Ibid.
(53)
J. Ratzinger-V. Messori, Rapporto sulla fede, Paoline, Roma 1985.
(54) G. Heinzelmann, cit., p.147.