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![]() Immigrati e detenzione
I CPT e la strage del Serraino Vulpitta
5549 letture 30 marzo 2001
Centri di detenzione per immigrati: espulsioni sbrigative, regole confuse, nessun rispetto del diritto d’asilo. Nel silenzio generale l’Italia favorisce la proliferazione dei centri di detenzione, dove sono sospesi i diritti costituzionali e le convenzioni internazionali. Con la complicità di parte del volontariato. E nessuno più ricorda la strage del Serraino Vulpitta di Trapani.
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Il contrasto
dell'immigrazione clandestina basato su espulsioni sempre più sbrigative e
sulla proliferazione dei centri di detenzione sta comportando gravi violazioni
dei diritti fondamentali dei migranti, che spettano anche agli irregolari, a
partire dal fondamentale diritto alla salute, e impedisce sovente l'accesso
alla procedura per la richiesta di asilo, protezione umanitaria o protezione
sociale ex art.18 del T.U. 286/98. Ci siamo
battuti per anni per affermare la incostituzionalità delle procedure di
espulsione e dei centri di detenzione introdotti dalla legge 40 del 1998, ed
abbiamo denunciato casi gravissimi di violazione dei diritti fondamentali
dell'uomo, come nel caso più eclatante della tragedia del centro Serraino
Vulpitta di Trapani del dicembre del 1999, costata la vita a sei immigrati.
Adesso per quella strage un prefetto è sotto accusa per omicidio colposo
plurimo e lesioni gravi e stiamo proponendo anche azioni civili a favore dei
superstiti per il risarcimento danni. Malgrado
questa attività che tende a rilevare la incostituzionalità di queste strutture
che annientano la identità delle persone e negano principi affermati nella
nostra Costituzione, come il diritto di difesa e la presunzione di innocenza,
continuiamo a ritenere utile esercitare il diritto di visita in favore degli
immigrati internati in questi "non luoghi". Scopo delle
nostre visite è quello di consentire agli stranieri trattenuti nei centri di
permanenza temporanea l'effettivo esercizio dei diritti fondamentali già
previsti dall'art.14 del T.U. 286/98, dagli artt. 20 e 21 del regolamento di
attuazione contenuto nel DPR 394 del 31 agosto 1999 e dalla circolare 30 agosto
2000 n. 3435/50 . In
particolare, l'art. 21 del suddetto regolamento prevede "la libertà di
colloquio all'interno del centro, e con visitatori provenienti
dall'esterno". Abbiamo
infatti verificato in molte occasioni precedenti, ed anche in Sicilia, a
partire dall'estate del 1998, la impossibilità per gli stranieri trattenuti di
raggiungere tempestivamente ,nei brevissimi termini previsti dalla legge per i
ricorsi,un legale di fiducia, di comunicare con l'esterno e di essere visitati
dai parenti, anche per la assenza di un efficace servizio di assistenza legale
operante al'interno dei centri e per la difficoltà che incontrano i
"clandestini" nel provare tempestivamente la convivenza
"legale" o altri rapporti familiari. Di recente in
Sicilia, e soprattutto a Trapani si sono registrate situazioni incresciose che
hanno impedito un libero e tempestivo accesso alla procedura di asilo da parte
di immigrati trattenuti nei centri, che solo dopo nostre reiterate
sollecitazioni sono stati ammessi alla procedura. E questo anche
se l'ente gestore, in base alla circolare ministeriale del 30.8.2000, sarebbe
"tenuto a fornire collaborazione alle forze dell'ordine nella gestione
amministrativa della posizione dello straniero". La vigente
normativa primaria ( il T.U. 286/98 ed il relativo regolamento di attuazione),
peraltro, non subordina ad eventuali convenzionamenti il diritto di visita
delle associazioni nei centri di permanenza temporanea, e dopo iniziali
difficoltà svolgiamo periodicamente visite nei centri di Agrigento,
Caltanissetta e Trapani. Il ruolo di
copertura e di cogestione delle associazioni che hanno accettato il
convenzionamento per la gestione di queste strutture detentive ( CRI e Caritas)
impedisce sempre di più l'esercizio effettivo del nostro diritto di visita,
anche quando ci è consentito varcare la soglia di questi centri. Ad Agrigento
non siamo riusciti a contattare tempestivamente un gruppo di prostitute
nigeriane trasferite da Catania e tutte sono state rimpatriate senza che
nessuna di loro potesse avere informazioni sulla possibilità di chiedere un
permesso per motivi di protezione sociale o per motivi umanitari, così come
previsto dalla circolare ministeriale 4 agosto 2000. Sempre ad
Agrigento un rom con la moglie in stato di gravidanza è stato accompagnato in
frontiera oltre la scadenza del termine di convalida e prima che il giudice
dichiarasse la illegittimità del decreto di espulsione. Nel caso del
Serraino Vulpitta di Trapani abbiamo avuto modo di incontrare nello scorso
dicembre numerosi Tamil provenienti da uno sbarco avvenuto in prossimità di
Catania,che oltre ad essere trattenuti insieme a cittadini singalesi, non
avevano avuto né un interprete ufficiale a disposizione né alcuna informazione
sulla possibilità di richiedere asilo, e solo dopo la nostra visita hanno
potuto presentare la relativa istanza.Di recente, sempre a Trapani, un
cittadino algerino ha più volte manifestato la sua intenzione di chiedere
asilo, sia in presenza del Direttore del centro, che in un altra occasione di
un interprete ufficiale della Questura, ma la sua richiesta, ad una nostra
successiva visita presso l'Ufficio stranieri della Questura di Trapani non
risultava ancora accolta, mentre quella- a nostro avviso- palesemente infondata
di un cittadino marocchino da noi ascoltato in precedenza era già all'esame
dell'ufficio. Perché queste differenze di trattamento ? Dal punto di
vista delle procedure relative alla gestione dei centri lamentiamo che in
Sicilia la scelta del gestore in sede di convenzionamento non avviene mai con
"procedure ad evidenza pubblica" come richiesto dalla circolare
ministeriale del 30 agosto 2000, e che nel caso di Trapani la nomina del
Direttore è avvenuta con un decreto del precedente prefetto,adesso incriminato
e trasferito a Vercelli, e che la stessa persona risulta Direttore del centro
di detenzione e di un centro di accoglienza esterno alla struttura, dal quale
transita una parte degli immigrati rilasciati per scadenza dei termini o per
richiesta di asilo. La stessa
persona sembrerebbe dirigere inoltre la cooperativa che gestisce la mensa e il
servizio di pulizia,oltre ad essere espressione della medesima associazione, la
Caritas, che svolge "attività di ascolto" all'interno del centro di
detenzione. In questa
situazione numerosi stranieri, soprattutto provenienti dall'estremo oriente,
peraltro impossibilitati ad avvalersi di un servizio ufficiale di interpreti,
non sono raggiunti da alcuna informazione circa l'accesso alle procedure di
asilo e protezione umanitaria, e rimangono alla mercè di informazioni
imprecise,mutuate magari da altri ospiti della struttura impropriamente assurti
alla qualità di interprete, mutando continuamente parere sulle scelte da fare. Non ci risulta
che a fronte di questa difficoltà nel reperimento degli interpreti, comune ad
altri centri di detenzione siciliani, si sia mai fatto riferimento alla
Direzione generale dei servizi civili del Ministero dell'interno, per
individuare i servizi di interpretariato necessari per garantire i diritti
fondamentali di difesa e di asilo degli stranieri internati nella struttura. Alcuni minori
che hanno fatto ingresso nel nostro paese clandestinamente nella provincia di
Trapani sono transitati anche dal centro di detenzione Vulpitta,oltre che dal
centro di accoglienza senza che- per quanto ci risulta- vi fosse l'intervento
del Tribunale dei minorenni come richiesto dalla legge e dalla circolare del 30
agosto 2000. Si rileva
infine che all'interno del centro Vulpitta di Trapani - al di là di uno scarno
stampato di poche righe - manca qualunque servizio ufficiale di informazione
giuridica, che sempre in base alla suddetta circolare "dovrebbe essere
garantita allo straniero prima o comunque nelle more di definizione della
procedura di convalida del trattenimento". Si segnala
infine come tra i servizi offerti dalla cooperativa che gestisce il centro sia
frequente l'acquisto"di generi alimentari e di conforto (sigarette,
quotidiani,indumenti,libri) a cura dei medesimi "operatori dell'ente
gestore" ma a spese degli immigrati trattenuti, che così alla fine del
periodo di detenzione, quando l'espulsione non viene eseguita con
l'accompagnamento in frontiera (oltre il 50 per cento dei casi) si ritrovano
all'uscita dal centro, magari alla mezzanotte, con poche lire in tasca ma con
l'intimazione a lasciare il nostro territorio entro quindici giorni. E
talvolta, magari anche con il consiglio di andare a cercare i soldi da qualche
altra parte, presso associazioni indipendenti come le nostre che non fruiscono
di alcun contributo pubblico. Tutto quanto
precede sta costituendo ormai una situazione bloccata che impedisce un
"effettivo" esercizio del diritto di visita e dei diritti di difesa e
di richiedere asilo, protezione umanitaria o sociale. Sollecitiamo
pertanto tutte le organizzazioni competenti a volere predisporre
tempestivamente visite nei centri di detenzione siciliani, a partire dal
Serraino Vulpitta di Trapani, al fine di migliorare, con una costante attività
di monitoraggio e di controllo, una situazione che rischia altresì di
degenerare in altre gravi violazione dei diritti fondamentali. ![]()
Formato per la citazione:
Fulvio Vassallo. "I CPT e la strage del Serraino Vulpitta". terrelibere.org, 30 marzo 2001, http://www.terrelibere.org//i-cpt-e-la-strage-del-serraino-vulpitta
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