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![]() Inchiesta
Graziella Campagna,17 anni,vittima di mafia
26046 letture 09 ottobre 2002
Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’. Graziella Campagna, una ragazza semplice di Saponara, in provincia di Messina. Il 12 dicembre 1985 è stata rapita e uccisa. Undici anni trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale da sempre sottovalutato nel messinese.
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Graziella Campagna,17 anni,vittima di mafia
Graziella Campagna, una ragazza semplice di Saponara, in provincia di Messina. Il 12 dicembre 1985 è stata rapita e uccisa. Da allora molti anni sono trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale da sempre sottovalutato nel messinese. 3. Tra Messina e Villafranca il
regno di boss e latitanti Capitolo Secondo – L’inchiesta Capitolo
Quarto – I Depistaggi Legislatura:
XIII - Camera dei Deputati Testo dell'Atto - On. Nichi Vendola Al Ministro
dell'interno, al Ministro della difesa. Legislatura:
XIII - Camera dei Deputati Data
presentazione: 13-12-2000 - Seduta di presentazione: 825 Diciassette
anni fa un barbaro omicidio di mafia sconvolgeva la vita di una piccola
cittadina nella provincia di Messina. Graziella Campagna, giovane
diciassettenne, veniva sequestrata e poi assassinata a colpi di lupara. Per
diversi anni il movente, gli autori e i mandanti di questo delitto sono rimasti
nell’ombra. La tenacia dei familiari, il coraggio dell’avvocato di parte
civile, il desiderio di giustizia di due associazioni antimafia, hanno fatto sì
che la Procura riaprisse le indagini e inchiodasse alle proprie responsabilità
una potente organizzazione criminale che ha operato sino ai giorni nostra tra
Messina, Villafranca Tirrena, Barcellona e Portorosa. Nel 1998 si apriva il
processo contro i presunti responsabili della morte di Graziella Campagna: un
omicidio ‘preventivo’, per impedire che la giovane si rendesse conto della
reale identità di uno dei maggiori narcotrafficanti di Cosa Nostra e della rete
di complicità e protezioni che istituzioni dello Stato, imprenditori e politici
avevano tessuto. Quattro
anni di udienze non sono state sufficienti a rendere giustizia a Graziella e ai
suoi familiari. Oggi, per la seconda volta, il processo è sospeso in attesa di
una pronuncia della Corte costituzionale. C’è il forte rischio che si perda
altro tempo prezioso, che la nebbia offuschi il contesto in cui è maturato l’assassinio,
che nuovi inquinamenti e depistaggi rendano più difficoltoso l’accertamento
della verità. Per contribuire a mantenere la memoria del sacrificio della
giovane Graziella, per testimoniare concretamente la nostra solidarietà ai
genitori e a coloro che hanno lottato per darle giustizia, Terrelibere dedica
all’omicidio Campagna questo speciale, mettendo in rete il volume di denuncia
curato dall’Associazione Rita Atria di Milazzo e dal Comitato messinese per la
pace e il disarmo unilaterale e due recenti interrogazioni parlamentari di
Nichi Vendola che ricostruiscono attraverso la lettura degli atti processuali,
la trama occulta di mafiosi, magistrati, imprenditori e carabinieri che ha
soffocato col piombo i sogni e le speranze di un’adolescente siciliana. Introduzione
Morire
a diciassette anni. Morire di mafia. A cura di: Associazione Antimafia ‘Rita Atria’ di
Milazzo Comitato per la pace
e il disarmo unilaterale di Messina Morire a diciassette
anni. Morire di mafia. Graziella
Campagna, una
ragazza semplice di Saponara, una famiglia numerosa la sua, dove i genitori
insegnano ai figli i principi della vita civile, i valori dell’onestà. “Era una ragazza buona” dicono i
familiari e tutti coloro che l’hanno conosciuta. “Una ragazza posata, riservata in società, una ragazza sincera, che
parlava di tutto con la sua famiglia”. Il 12 dicembre 1985 è
stata rapita e uccisa. Undici anni trascorsi senza che lo Stato le abbia
riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato
negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere
criminale troppo spesso sottovalutato nel messinese. Il 7 dicembre ‘96, il
Tribunale di Messina ha deciso di riaprire il caso Graziella Campagna. Un
riconoscimento dell’impegno di coloro che non hanno voluto e non vogliono
dimenticare. Le dedichiamo questo
dossier. Per tracciare le fasi salienti di un’inchiesta infinita; inchiesta
superficiale e discutibile come discutibile ci appare la stessa sentenza di
proscioglimento dei due ‘presunti’ assassini, i mafiosi palermitani Gerlando
Alberti junior e Giovanni Sutera. Un dossier per inserire il delitto in un
contesto fatto di trame occulte, poteri forti, organizzazioni criminali,
traffici di morte. Nello sfondo gli anni delle stragi di mafia e dell’eversione
neofascista, un connubio destabilizzante che proprio a Messina e nello Stretto
si è alimentato e sviluppato nell’omertà e nei silenzi di tanti. Di troppi. Abbiamo fondati
motivi per ipotizzare che l’agendina smarrita da Gerlando Alberti e ritrovata
da Graziella contenesse gli elementi per individuare esecutori e mandanti della
strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984. Siamo convinti che nel messinese
Gerlando Alberti e i suoi protettori siano stati “cerniera” di equilibri politici,
economici e mafiosi. Sarà dovere dei giudici accertare le verità che intuiamo. L’omicidio di Graziella, alla luce di queste ipotesi, non può
essere letto senza analizzare le motivazioni che hanno spinto i suoi assassini
a non avere scrupoli; l’omicidio non può essere attribuito solo a due boss
mafiosi, ma occorre scavare in quel mondo di complicità, di collusioni, di
coperture, di garanzie di impunità che ha circondato Gerlando Alberti e il
Sutera. Quel mondo in cui una vita umana ha un peso inversamente proporzionale
al grado dei suoi sporchi interessi: se il prezzo per garantire la “serenità”
dei potenti è una Vita, la Vita di Graziella, allora si può uccidere. E
dimenticare. C’è da fare ancora
tanta strada per riconciliare una comunità con la vita spezzata di Graziella.
Bisogna stringersi a fianco dei familiari che hanno ritenuto giusto costituirsi
parte civile in sede processuale. C’è bisogno dell’impegno delle autorità
statali e locali a collaborare affinchè giustizia sia fatta e in fretta. C’è bisogno
di uno sforzo delle nuove generazioni a comprendere che il sacrificio di
Graziella non è stato invano se esso è servito a chiarire una volta per tutte
che Messina non è periferia di mafia, bensì luogo strategico per i traffici di
armi e droga e per il riciclaggio del denaro sporco. Alle giovani vittime
di mafia è stato negato il diritto a crescere, apprendere, socializzare, amare.
E’ soprattutto nelle scuole, in un salone, una palestra, una classe, che può e
deve essere ricordata Graziella. Perchè viva. Perchè non la si dimentichi.
Perchè non si dimentichi che anche a Messina a diciassette anni si muore. Di
mafia. GRAZIELLA
CAMPAGNA A
17 anni vittima di mafia. Storie
di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’. Capitolo Primo – Il Contesto
1. Storia di un delitto ...
Luglio 1985.
Graziella, passando davanti alla lavanderia “La Regina” di Villafranca Tirrena
(ME), vede un’offerta di lavoro come aiutante. Per Graziella, che aveva deciso
di non continuare gli studi dopo la licenza di scuola media inferiore, è
un’ottima occasione per iniziare a guadagnare qualche soldo e contribuire così
al sostentamento della famiglia. Per raggiungere Villafranca, Graziella prende l’autobus al mattino
e ritorna la sera. In famiglia vivono questa sua prima esperienza fuori casa
con un po’ di apprensione, ma convinti della serietà e della serenità con cui
Graziella affronta questa opportunità di lavoro. La lavanderia è frequentata abitualmente dall’ingegnere Eugenio
Cannata e dal suo amico Giovanni Lombardo, due persone in apparenza cordiali e
dai modi amichevoli e confidenziali Un giorno, fine novembre -
primi di dicembre 1985 (la data non è mai stata stabilita perchè nessuno ha
mai pensato di sequestrare i registri della lavanderia, n.d.r.), l’ingegnere
Cannata porta in lavanderia degli indumenti sporchi tra i quali una camicia.
Graziella, mentre espleta le normali procedure di controllo della biancheria,
trova nel taschino della camicia un portadocumenti di plastica con dentro la
foto del Papa e un’agendina contenente dati personali dell’ingegnere. Così,
chiama la collega Agata Cannistrà (cognata della titolare), la quale le strappa
dalle mani il portadocumenti. L’8 dicembre 1985 il
Cannata e il Lombardo, a bordo di una Fiat Ritmo rubata a Milano, vengono
fermati da una pattuglia dei Carabinieri, in località Orto Liuzzo (a pochi
chilometri da Villafranca). Il Cannata consegna i documenti (falsi) mentre il
Lombardo dice di non aver documenti e consegna ai carabinieri il libretto di
circolazione intestato ad un certo Fricano Rosario, dichiarando: <<Non si preoccupi
sulla nostra identità può rassicurarla anche il maresciallo
(dei carabinieri, ndr.) di Villafranca,
Giardina, con cui siamo amici>> Mentre i carabinieri fanno il controllo di routine sull’identità
dei fermati, vengono distratti dal sopraggiungere ad alta velocità di
un’automobile; il Lombardo e il Cannata approfittano dell’evento e riescono a
dileguarsi. I carabinieri successivamente scopriranno che l’ingegnere Cannata,
in realtà, è il pericoloso latitante della mafia palermitana Gerlando Alberti
Junior, mentre il Lombardo è in realtà il latitante Giovanni Sutera. A Villafranca molte persone conoscono l’ingegnere Cannata
(Alberti) e il Lombardo (Sutera); infatti, è loro abitudine intrattenere
rapporti cordiali con professionisti, uomini delle istituzioni, imprenditori,
....un’integrazione a tutti gli effetti nel tessuto sociale di Villafranca. Il 9 dicembre 1985,
Graziella torna a casa e racconta alla madre che Agata Cannistrà, qualche
giorno prima, le aveva strappato dalle mani l’agendina trovata nel taschino
della camicia dell’ingegnere Cannata. Graziella lo racconta come un fatto
strano: evidentemente quel pomeriggio è successo “qualcosa”.... Graziella sicuramente
ignora la gravità del suo ritrovamento. La madre lascia scivolare la notizia
considerando il fatto come uno dei tanti episodi, assolutamente normali, che
possono accadere lavorando in una lavanderia. In un giorno non ancora
precisato Gerlando Alberti si accorge, mentre si trova dal barbiere
Giuseppe Federico (fratello della titolare della lavanderia), di non avere più
il portadocumenti con sè, così realizza con immediatezza che può averlo
dimenticato nella camicia portata a lavare. Manda Giovanni Sutera in
lavanderia. Questi torna dopo pochi minuti dicendo di non aver trovato nulla.
Gerlando Alberti si precipita in lavanderia per chiedere conto della presunta
scomparsa del portadocumenti. La proprietaria gli fa notare che è stato
rinvenuto solo un portadocumenti con dentro l’immagine del Papa. L’Alberti, a
questa notizia, palesa molto nervosismo e getta con rabbia il portadocumenti
sul bancone della lavanderia. Il 12 dicembre 1985,
Graziella, come al solito, esce dalla lavanderia alle ore 19.45 per andare a
prendere l’autobus. Mentre attende alla fermata passa un conoscente, Francesco
Giacobbe, che le offre un passaggio. Graziella, persona estremamente riservata
e schiva, non lo accetta. Il giovane percorre pochi metri con la macchina, poi
si ferma al distributore che dista pochi metri dalla fermata dell’autobus.
Pochi istanti dopo passa l’autobus e il giovane Giacobbe non vedendo più
Graziella pensa che sia salita sulla corriera. Graziella non farà più ritorno a
casa. Il corpo di Graziella verrà trovato presso Forte Campane (località
Musolino - comune di Villafranca), barbaramente sfigurato da 5 colpi di fucile
a canna mozza. 2. Il contesto
2.1 L’assalto del banco alla vigilia
del terribile Natale del 1984 Poteva
essere la rapina della storia. Un tunnel scavato sotto il caveau del Banco di Roma, da una banda di professionisti, avrebbe
potuto rendere decine di miliardi. Qualcosa d’inspiegabile aveva però convinto
i ladri a tagliare la corda all’ultimo momento. Erano stati alcuni funzionari
dell’istituto di credito a scoprire l’enorme buco mentre giravano negli
scantinati alla ricerca di infiltrazioni d’acqua. Era il 30 ottobre del 1984 e
ai loro occhi apparve una lunga galleria di due metri di diametro che conduceva
ad un magazzino di Via I Settembre sfitto da mesi. All’interno c’era di tutto:
un trapano elettrico, secchi e borsoni di plastica, bombolette di gas,
martelli, pale, scarponi. Su un tavolo vi erano piatti e bicchieri di carta, un
thermos vuoto, 7 panini imbottiti e 7 tute da lavoro. Gli inquirenti non ebbero
dubbi: la precipitosa fuga dei ladri risaliva ad una settimana prima della
scoperta del tunnel. Ladri o provocatori? Sui muri del magazzino comparivano
infatti due scritte trionfalistiche: “Dopo tanta fatica è fatta, gli uomini d’oro
ringraziano”; “Viva le camere blindate, siamo i più forti”. Bastava a far
arenare le indagini su una fitta rete di misteri. Perchè era stata abbandonata
la rapina a solo un metro dalla cassaforte? E chi erano gli ‘uomini d’oro’ che
per oltre un mese si erano alternati allo scavo del tunnel? Gente venuta da
fuori si disse. A
luglio il magazzino era stato ceduto in locazione dal proprietario ad un
fantomatico architetto di Roma che doveva installarvi un magazzino
d’abbigliamento. Una persona distinta, pronta a tirare il portafoglio e versare
caparra e canone mensile. A settembre l’architetto dal “forte accento romano”
non si era fatto più vivo e il proprietario fiutava il raggiro. Scelta oculata
quella della banda: qualcuno sapeva che i locali del piano superiore erano
abbandonati e che scavando scavando si poteva raggiungere il caveau del Banco di Roma... Archiviato
il fascicolo contro ignoti per tentato furto con scasso bisognerà attendere tre
anni per conoscere gli autori del formidabile colpo col buco. Davanti al
giudice Pierluigi Vigna che indaga sulla strage del rapido 904 dell’antivigilia
di Natale dell’84, Crescenzo D’Amato
di Roma; Lucio Luongo, Giuseppe e Paolo Misso di Napoli; Rosario
Ofele Maldera di Bari, negano ogni loro responsabilità con il tragico fatto
di sangue e dichiarano che dal mese di ottobre di quell’anno “si trovavano a Messina dove stavano
preparando tutti i dettagli per ‘attaccare’ il caveau del Banco di Roma”.
Raccontano il tentativo andato a vuoto e descrivono perfettamente il materiale
abbandonato nel magazzino. La Procura di Firenze invierà l’incartamento per
competenza al Tribunale di Messina. 2.2 Mafia, camorra e neri
strateghi dell’eversione Il
23 dicembre 1984 un’esplosione squarciava il rapido 904 Napoli-Milano sotto la
galleria Vernio-San Benedetto Val di Sambro nel tratto ferroviario
Firenze-Bologna, lo stesso luogo dove dieci anni prima una bomba era esplosa
sul treno Italicus. Terribile il
bilancio delle vittime: sedici i morti e 266 i feriti. Non fu difficile per i
giudici di Firenze orientare le indagini nella direzione che vedeva la mafia
come mandante e la camorra come esecutrice con il sostegno di alcuni terroristi
neri. Il
9 gennaio 1986 il PM Pierluigi Vigna firmava sette ordini di cattura: tra
questi il boss palermitano Pippo Calò
ritenuto il “cassiere della mafia”, in contatto con gli esattori Salvo di Salemi e con la cosiddetta
‘Banda della Magliana’, e tale Giuseppe
Misso, boss del rione Sanità di Napoli con un marcato orientamento politico
di estrema destra. Secondo gli
inquirenti, Giuseppe Misso fin dagli
anni ‘70 era in contatto con i gruppi neofascisti veneti, da sempre ritenuti
tra i protagonisti attivi delle principali stragi di Stato (Piazza Fontana,
Brescia, Italicus, ecc.). Il boss
napoletano fu sorpreso a Moiarello a pranzo con alcuni guardaspalle in una
clinica abbandonata, trasformata in ‘centrale operativa’ della banda con tanto
di stazione radio. Giuseppe Misso aveva proiettato a
livello internazionale le sue attività ‘economiche’. Il fratello di Giuseppe, Alfonso Misso, conduceva in Brasile una
estesissima proprietà terriera. Rifugiatosi a San Paolo dopo il maxi-blitz
della polizia contro i camorristi della “Nuova Famiglia”, Alfonso Misso si era
sottoposto a un intervento di plastica facciale per ingentilire zigomi e naso e
sfuggire al soprannome con cui era noto nel rione Sanità, Alfonso “o nasone”.
In America Latina la famiglia Misso avrebbe coperto la latitanza di alcuni
terroristi dell’estrema destra, cooperando nell’apertura di nuovi canali di
rifornimento di droga con la Bolivia e il Perù. Due fratelli, i ‘neri’ e i
traffici di coca. In più il flirt con certi settori dei servizi segreti
nazionali. Secondo fonti giornalistiche proprio Giuseppe Misso sarebbe uno degli autori di alcuni attentati con
esplosivo compiuti in Campania e forse anche di quello compiuto a Roma il 22
gennaio del 1983 in cui fu ucciso Vincenzo
Casillo, il braccio destro di Raffaele
Cutolo che aveva fatto da tramite tra Francesco
Pazienza, i servizi segreti e la camorra durante il rapimento del
consigliere Dc di Napoli Ciro Cirillo.
E il 23 novembre 1985 il maresciallo Antonio
Francavilla, in servizio al Sismi, veniva arrestato con l’accusa di aver
incassato 100 milioni per far scomparire un rapporto del nucleo operativo dei
carabinieri di Napoli concernente proprio il camorrista Giuseppe Misso. 2.3 Una strage profetica La
mafia braccio sanguinario della strategia della tensione anni Ottanta e
Novanta, legittimata dalle forze politico-economiche dominanti quale soggetto
militare per il mantenimento dell’‘ordine sociale’. La chiave di lettura per
spiegare i cadaveri ‘eccellenti’ e le bombe a treni, piazze e monumenti. Nella
loro sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio, i giudici di Firenze scrivono che
la strage dell’antivigilia di Natale sarebbe stata suggerita “dallo scopo pratico di distogliere
l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti
della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di
polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico,
reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello
Stato”. Una
bomba dunque per depistare, un’aggressione contro la prima grande stagione dei
pentiti caratterizzata dalle dichiarazioni di Buscetta e di Contorno
contro il gotha di Cosa Nostra. L’esigenza per la mafia di “indebolire il sistema democratico del nostro
Stato, distoglierne con false emergenze l’impegno civile, politico e
giudiziario, e determinare dunque quella situazione di incertezza e di
disorientamento nei pubblici poteri, (...) presupposti indispensabili per la
crescita e il consolidamento del potere mafioso”. Un bagno di sangue
profetico sul nuovo corso stragista della mafia nel tentativo di “rinsaldare (...) legami istituzionali che
sembravano allentarsi o comunque posti in discussione dall’attivarsi di una
nuova stagione, che poneva in crisi un antico patto armistiziale”, come
scrive la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo nella sua relazione
del 1995. “In tale prospettiva la strage
di Natale del 1984 sembra preannunciare una stagione successiva che abbraccia
eventi quali le stragi di Capaci e via d’Amelio e gli attentati dell’estate ‘93”.
Menti raffinate che proiettano sinistre ombre di morte sino ai giorni nostri. Al
processo in corte d’Assise a Firenze (febbraio 1989) il PM Vigna chiedeva 9
ergastoli per i principali imputati della strage del rapido 904, sottolineando
gli intrecci fra eversione nera, mafia e camorra. I giudici confermavano il
quadro accusatorio condannando all’ergastolo i cinque principali imputati, Pippo Calò, il suo braccio destro Guido Cercola, Giuseppe Misso, Alfonso
Galeota e Giulio Pirozzi. Veniva
assolto per insufficienze di prove Antonino
Rotolo, uno spietato killer mafioso assai vicino a Calò, al centro di vasti traffici di droga in compagnia dei
boss siciliani Leonardo Greco e Pietro Aglieri. Condanne
a 28 anni per Franco Di Agostino e a
25 anni per Friedrich Schaudinn, il
tecnico tedesco che mise a punto il telecomando e su cui sono stati documentati
inquietanti contatti con la mafia catanese alla vigilia della strage di Capaci
del ‘92. Carmine Esposito, ex
poliziotto in strette relazioni con il gruppo di estrema destra ‘I giustizieri
d’Italia’ e i camorristi della ‘Nuova Famiglia’ veniva condannato a 4 anni e 2
mesi per favoreggiamento; analoga condanna per Lucio Luongo, il braccio destro di Misso anch’egli implicato nella
tentata rapina al caveau del Banco di Roma a Messina. Il reato contestato a
Luongo è quello di porto e detenzione di esplosivo: si tratta dei candelotti di
nitroglicerina che il deputato napoletano del Msi-Dn Massimo Abbatangelo aveva consegnato a Misso nel retrobottega del suo negozio ai primi del dicembre ‘84, e
che trasportati a Roma, sarebbero stati utilizzati per confezionare con
l’esplosivo ‘Semtex H’ in possesso del gruppo di Calò, l’ordigno che sventrò il 904. Secondo la ricostruzione dei
giudici a collocare la bomba sul rapido ci avrebbe poi pensato il giovane
garzone del negozio di Misso Carmine
Lombardi, poi misteriosamente assassinato. Dopo
la sentenza di annullamento della Cassazione (prima sezione penale presieduta
dal giudice Carnevale), nel marzo
‘92 veniva svolto un nuovo processo che confermava le condanne per Calò, Cercola, Di Agostino e Schaudinn. “La strage è da ascriversi a due bande criminali, una mafiosa
siculo-romana e l’altra napoletana a cui facevano capo Pippo Calò e Giuseppe Misso,
che ne erano stati gli ideatori” si legge nella sentenza della Cassazione.
Pesanti condanne per porto e detenzione di esplosivo venivono inflitte all’ex
parlamentare Abbatangelo e al gruppo
camorristico napoletano di Giuseppe
Misso, Giulio Pirozzi e Lucio Luongo, mentre veniva annullata
la sentenza per Alfonso Galeota: era
stato ucciso insieme alla moglie di Giuseppe Misso, Assunta Sarno, il 14 marzo 1992. Altre due morti misteriose sulla
scia della strage di Natale. 2.4. Stragisti in missione a Messina Alla
vigilia della strage di Natale dell’84, il gruppo criminale di Napoli utilizzato
da Cosa Nostra per il trasporto di una parte dell’esplosivo per il rapido 904
risiedeva tranquillamente a Messina dove preparava una ingegnosa rapina ad uno
degli istituti di credito della città. Chi offrì copertura e protezione a
Messina alla banda di Misso? E chi le fornì le giuste informazioni sul caveau e sul magazzino sfitto confinante
con il Banco di Roma? La
contiguità di Giuseppe Misso con una
fitta rete occulta fatta di pezzi di criminalità organizzata, eversione di
destra e servizi segreti non poteva non trovare il clima migliore nella città
dello Stretto che proprio a metà anni Ottanta rappresentava il crocevia di
trafficanti di droga di mezza Italia, di agenti segreti internazionali in grado
di eseguire attentati (si pensi all’affondamento di due aliscafi ‘ciprioti’ in
riparazione nella zona portuale), di imprenditori rampanti che da Palermo e da
Catania si spostavano alla conquista di appalti pubblici e privati, di decine
di logge massoniche ‘ufficiali’ e ‘spurie’ in stretto collegamento con la P2 di
Licio Gelli e soci. A Messina da
oltre un decennio si era consumato il patto scellerato tra ordinovisti e uomini
di ‘ndrangheta, attorno all’Università si erano consolidati interessi economici
ed eversivi e la vecchia criminalità aveva effettuato il salto di qualità
affiliando i suoi uomini migliori alle cosche calabresi. L’infiltrazione nei
settori chiave della città era stata pressocchè generale: l’Arma dei
carabinieri e la Questura avevano ospitato nelle stanze dei bottoni fior di
piduisti con amicizie sin troppo chiacchierate. E a vigilare sullo Stretto
faceva la sua comparsa la prima cellula della Gladio siciliana; tante, troppe
tessere di un mosaico inquietante, mentre l’opinione pubblica affondava nel
torpore dell’idea che “tanto a Messina la
mafia non esiste”. Non
sarebbe inopportuno infilare le dita nelle piaghe di quella rapina andata a
male nell’ottobre del 1984. Forse si scoprirebbero pezzi importanti di una
storia mai scritta. Peccato che il processo al gruppo di Misso sembra proprio
che non s’ha da fare. Dopo la trasmissione degli atti da Firenze al Tribunale
di Messina, il giudice Marcello Mondello
aveva disposto un paio di anni fa il rinvio a giudizio dei 5 indagati. Ma alla
prima udienza in Tribunale il fascicolo del procedimento non venne trovato.
Dopo il rinvenimento delle carte fu fissata la riapertura del processo il 26
febbraio ‘96. A causa di un difetto di notifica l’udienza venne però nuovamente
rinviata al 16 maggio dello stesso anno quando si registrava l’ennesima sorpresa:
in cancelleria non c’era più traccia del fascicolo. La Corte ne prendeva
mestamente atto e rinviava il procedimento a nuovo ruolo. Dobbiamo
constatare due coincidenze per lo meno strane: ° I locali ‘affittati’ dal
misterioso architetto romano nei pressi del Banco di Roma avevano ospitato
qualche tempo prima il negozio di tessuti gestito da Antonino Romano, in carcere al momento della vicenda perchè in
attesa di giudizio per le estorsioni ai danni di numerosi commercianti
cittadini con tanto di attentati dinamitardi. Romano era finito in manette l’11
giugno 1983 in compagnia del suo ‘autista’ Antonino
Costa, fratello del noto boss messinese Gaetano, e dell’ex vigile urbano Antonino Ingemi. Il gruppo sarà
condannato per associazione mafiosa, ma la sentenza sarà poi annullata dalla
Cassazione. Nello stesso periodo (1986) la Procura di Messina rinvierà a
giudizio Antonino Romano e i ‘presunti soci’ nell’ambito del primo maxiprocesso
contro i clan mafiosi di Messina. A carico di Romano, poi assolto, l’accusa di
alcuni pentiti di essere stato affiliato alla cosca capeggiata dal ‘vecchio’
padrino Lorenzino Ingemi
(padre-padrone oggi, della squadra di calcio dell’As Messina militante nel
torneo dilettantistico) e di aver dato l’ordine insieme al boss Domenico Di Blasi inteso ‘Occhi i
bozza’, di incendiare nel luglio ‘84 la porta di casa di un agente di custodia
del carcere di Messina”. E sulla vocazione incendiaria del miniclan Ingemi,
buone entrature nella ‘ndrangheta e nella mafia palermitana, il pentito Rosario Iannelli dichiarava al
maxiprocesso che dietro l’attentato dinamitardo alla ‘Gazzetta del Sud’ del
marzo 1985 “c’erano proprio Lorenzino Ingemi e Antonino Romano”. Infine una ‘perla’ del pentito Pino Scriva, per anni ai vertici delle
‘ndrine calabresi: “In carcere si diceva
che Lorenzino Ingemi con Antonino Romano, Nino Costa, Mimmo Cavò
ed altri, con l’aiuto del presidente del Messina Calcio Michelangelo Alfano, facevano estorsioni alle ditte che si erano
aggiudicati i lavori per la ricostruzione del campo sportivo ‘Celeste’, della
Villa Mazzini e della Villa Dante, perchè volevano appropriarsi dei relativi
appalti”. Dichiarazioni esplosive forse mai valutate con la giusta
attenzione. Eppure proprio l’Ingemi
aveva ricevuto dall’imprenditore di Bagheria Michelangelo Alfano, la gestione delle maschere al campo sportivo
Celeste. ° Il
25 ottobre 1984, sei giorni prima della scoperta del tunnel realizzato sotto il
Banco di Roma dal gruppo di Giuseppe
Misso, era scattata in tutta Italia la maxiretata ordinata dalla Procura di
Palermo contro 127 presunti appartenenti a Cosa Nostra, in seguito alle
rivelazioni di Buscetta e di Contorno. A Messina quel giorno i
poliziotti busseranno invano nell’abitazione di Michelangelo Alfano, prontamente datosi latitante. L’ex presidente
dell’Acr Messina, titolare della società che ha tuttora in appalto la pulizia
dei vagoni letto delle Ferrovie dello Stato, era stato accusato da Contorno di
essere affiliato al clan di Leonardo
Greco, boss della famiglia di Bagheria, e di riciclaggio di denaro sporco.
Contro Alfano c’erano le prove dei legami di amicizia e di affari con Domenico Cavò, braccio destro del
padrino Gaetano Costa, poi
assassinato. Proprio Alfano avrebbe
nominato il Cavò referente delle cosche palermitane a Messina. Nel passato
dell’imprenditore di Bagheria c’erano poi altri particolari ‘piccanti’:
l’emissione il 18 febbraio 1974 di un mandato di cattura per favoreggiamento
personale del ricercato Antonino Scaduto
e la storia di un auto posseduta da Alfano, una grossa Bmw, notata a S.
Cipriano d’Aversa nel 1981 sotto l’abitazione del latitante Antonio Bardellino, all’epoca uno dei
capi camorristi della ‘Nuova Famiglia’ , vicino al vecchio boss del
barcellonese Pino Chiofalo.
L’imprenditore di Bagheria era comunque riuscito a dimostrare di aver venduto
l’auto qualche tempo prima ad un autosalone di Milano. E qualche mese prima
dell’emissione del mandato di cattura, Alfano
era stato sentito dal sostituto procuratore Rossi come teste nel procedimento
contro i pregiudicati messinesi indagati per fatti estorsivi (Romano, Costa, Ingemi). 2.5 I riveriti
signori della ‘pizza connection’ La latitanza di Michelangelo Alfano sarebbe durata 4
anni, sino al sopravvenuto proscioglimento da parte del Tribunale di Palermo. A
incrinare l’immagine del ricco signore di Bagheria verranno poi il racconto del
grande pentito di mafia Antonio
Calderone sui baci scambiati con “i
mafiosi della famiglia Alfano che avevano in appalto la pulizia dei vagoni
delle ferrovie” durante le loro visite a Catania e un rinvio a giudizio con
l’accusa di essere il mandante del tentato omicidio del noto giornalista
sportivo Mino Licordari avvenuto a Messina il 20 giugno 1987. Infine, alla vigilia della
notte del Capodanno ‘97, una clamorosa condanna a 4 anni (pena condonata) da
parte del tribunale di Palermo al cosiddetto ‘processo maxiquater’ che lega il
filone siciliano della ‘Pizza Connection’, i traffici di droga di Cosa Nostra
con gli Stati Uniti, con l’oscura vicenda del falso rapimento del finanziere di
Patti Michele Sindona. Accanto al
reo Michelangelo Alfano molti i volti noti della criminalità mafiosa: i figli
di Gaetano Badalamenti, Leonardo e Vito; i Giuseppe Greco
omonimi figli dei padrini di Ciaculli Michele
e Salvatore Greco; i boss napoletani
Ciro Mazzarella, Angelo Nuvoletta e Salvatore Zaza tutti notoriamente alleati dello scomparso Antonio Bardellino; i mafiosi Giuseppe Madonia, Salvatore Scaduto e Salvatore Greco fratello del vecchio
capomandamento di Bagheria Leonardo; l’imprenditore
palermitano Salvatore Sbeglia, uomo
d’onore della famiglia della Noce in stretto contatto con torbidi ambienti
massonici, oggi sotto accusa al processo per la strage di Capaci . Nello sfondo dei traffici mafiosi un complesso sistema
organizzativo: alcuni boss come Nunzio
La Mattina e Antonino Rotolo, il
luogotenente di Pippo Calò indagato
per la strage del rapido 904, a cui
è demandato il compito di reperire la morfina dai fornitori turchi (tra essi Yasar Avni Mussululu, protagonista
dell’inchiesta sui traffici di armi del giudice Carlo Palermo); Leonardo Greco, il padrino della cosca
di Bagheria, punto di riferimento dei gruppi che gestiscono i laboratori per la
trasformazione dell’eroina e il suo trasferimento negli Stati Uniti; i mafiosi
del ‘gruppo americano’ legato alla ‘famiglia
Bonanno’ che si occupano della vendita al dettaglio grazie al paravento di
una catena di pizzerie (tra di essi Salvatore
Greco, fratello di Leonardo);
alcuni finanzieri e insospettabili imprenditori che si occupano internazionalmente
del riciclaggio di denaro (l’industriale del ferro Olivero Tognoli - compare d’anello di Leonardo Greco, Vito
Palazzolo, Pippo Calò, Michele Zaza, il faccendiere svizzero Remo Donada). Per comprendere il
livello finanziario raggiunto dal gruppo Leonardo
Greco-Tognoli & soci è opportuno citare che l’inchiesta ha provato come
sui loro conti aperti all’estero siano transitati ingenti capitali provenienti
dai boss italo-venezuelani Pasquale
Cuntrera e Alfonso Caruana (famiglia
di Siculiana), o dal noto capomandamento di Altofonte Francesco Di Carlo indiziato dell’assassino del banchiere Calvi a Londra. 3. Tra Messina e Villafranca il
regno di boss e latitanti
La strage di Natale, il
gruppo camorristico ‘nero’ di Giuseppe
Misso, la tentata rapina al Banco di Roma, il terremoto giudiziario contro
Cosa Nostra dopo le dichiarazioni di Buscetta e Contorno, la conquista di
Messina da parte delle imprese in odor di mafia, l’ascesa del racket in città,
l’indifferenza e le collusioni delle istituzioni. Una tela del ragno
fittissima, un labirinto di storie e di poteri che conducono ad un piccolo
paesino alle porte di Messina, Villafranca Tirrena, meta dei tranquilli
soggiorni di latitanti e trafficanti di droga. Latitanti come Gerando Alberti junior, principale
indiziato dell’omicidio di Graziella Campagna. In quell’agendina, ritrovata da
Graziella, non potevano non esserci nomi, indirizzi e appunti di un pezzo di
storia d’Italia che doveva restare nascosta a prezzo della morte di una
minorenne innocente. Ma
cosa c’entra Alberti con la bomba esplosa a San Benedetto Val di Sambro? Lo
ricorda il commento a caldo del procuratore di Firenze Vigna dopo la sentenza
della cassazione che confermava l’impianto accusatorio: “E’ sicuro che a Napoli operava la mafia, c’erano gruppi camorristici
inseriti in Cosa nostra. Fu provato, per esempio, che nel gruppo di Misso figurava Gerlando Alberti junior, nipote di Gerlando Alberti senior, braccio destro di Pippo Calò. Non c’era neppure bisogno di parlare di alleanza tra
mafia e camorra: era la mafia che in un certo senso si alleava con se stessa”. Alberti
dunque era organico al gruppo napoletano in trasferta a Messina nell’ottobre
‘84 per l’assalto al Banco di Roma. Finalmente un volto tra chi potrebbe aver
guidato la mano nella clamorosa rapina ‘fallita’ in coincidenza con l’ondata di
mandati di cattura (ad opera del pool antimafia di Palermo) contro i pezzi da
novanta della mafia siciliana. 3.1 Gerlando
Alberti Junior, latitante-cittadino... Nato a Palermo il 18
ottobre 1947, ufficialmente residente nel comune di Cololziocorte (Bergamo) dal
1961, Gerlando Alberti junior gode
di una sospetta autonomia di movimento nel territorio dell’hinterland messinese
(la sua presenza nel triangolo Villafranca-Rometta-Messina è stata accertata
per tutto il periodo che va dalla fine dell’82 a tutto il 1985), pur avendo a
carico un certificato penale zeppo di condanne e carichi pendenti e un mandato
di cattura per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di sostanze
stupefacenti emesso nell’82. Il primo ‘conflitto’ dell’Alberti con la giustizia
risaliva all’ottobre 1967 quando il tribunale di Palermo lo aveva condannato a
un anno e quattro mesi per furto in concorso. Quattro anni più tardi le
questure di Milano, Bergamo e Palermo lo avevano schedato come soggetto in odor
di mafia. Altre due pesanti condanne per associazione a delinquere, furto
continuato, falsa dichiarazione, lesioni personali e oltraggio a pubblico
ufficiale gli erano state attribuite a metà anni Settanta. Poi erano giunti
tutta una serie di contravvenzioni alle prescrizioni relative all’obbligo di
soggiorno nei comuni di Sassari e Capriate (Alessandria) e gli arresti nel 1980
su mandato della questura di Palermo ancora per furto, falso e guida senza
patente. Infine Gerlando Alberti junior
veniva colpito da una condanna a 6 mesi di reclusione per ricettazione e, un
paio di mesi prima dell’omicidio di Graziella Campagna, da una altrettanto
pesante condanna per truffa. “Elemento di cattiva condotta morale e civile, ritenuto socialmente
pericoloso, iscritto al n.1281 dell’elenco dei mafiosi della questura di
Palermo, Gerlando Alberti junior risulta affiliato al ‘clan dei Corleonesi’”
scrive di lui il Nucleo informativo della Legione dei Carabinieri di Palermo
nella seconda metà degli anni Ottanta. Ancora più esplicita la Criminalpol che
considera l’Alberti “uno dei maggiori
elementi della mafia internazionale orbitante nel mondo della droga”. La
sua forza intimidatrice e il ruolo di rispetto nel panorama mafioso del tempo
gli derivano dalla strettissima parentela con alcuni dei principali boss
storici di Cosa Nostra: lo zio Antonio
Alberti, uomo di fiducia di Joe
Adonis, esponente della criminalità organizzata italo-americana alla pari
di Lucky Luciano e Vito Genovese, e soprattutto lo zio Gerlando Alberti senior a cui la cosca
di Michele e Salvatore Greco aveva attribuito il nomignolo di ‘paccarè’, il
“furbo”. Distaccato nei primi anni Sessanta a Milano per la gestione e il
controllo del contrabbando di sigarette, Gerlando Alberti senior è stato al
centro di numerose inchieste giudiziarie, quelle sulle stragi di Ciaculli e
viale Lazio e sugli omicidi del procuratore Scaglione e del giornalista De
Mauro. Dedito principalmente ai sequestri di persona in Lombardia,
particolarmente legato al palermitano Salvatore
Enea, ai fratelli Bono e all’emergente Gaetano
Carollo, Gerlando Alberti senior ospita nella sua abitazione di Cologno
Monzese il vertice che sancisce l’ingresso di Cosa Nostra nei traffici internazionali
di droga, presenti Giuseppe Calderone,
Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina e Salvatore Greco. Sino al suo definitivo arresto avvenuto nel 1980
durante un blitz in una raffineria di eroina a Trabia, Gerlando Alberti senior sarà uno dei personaggi più importanti nel
complesso sistema di produzione e commercio di droga. Egli farà da raccordo
della fitta ragnatela intrecciata da Cosa Nostra in mezzo mondo, protagonisti
il re napoletano del contrabbando Michele
Zaza, i clan marsigliesi, il padrino italoamericano John Gambino, i ‘chimici’ dei laboratori siciliani gestiti dai fratelli Vernengo, dai Grado e dalle famiglie di Santa Maria
del Gesù (Bontade-Pullarà), Bagheria
(Leonardo Greco) e Porta Nuova (Pippo Calò). Un’eredità imponente quella ricevuta dal
nipote Gerlano Alberti junior,
interessi e uomini che per tutti gli anni Ottanta si spostano nel messinese
alla ricerca di una zona franca per i traffici e per reinvestire i profitti.
Tutto ciò non può che segnare l’ascesa e le fortune di chi si fregia di un nome
che conta, Alberti appunto, e di
quei colletti bianchi che all’entourage del grande traffico internazionale
della droga e delle armi sono indissolubilmente legati. 3.2 Gli insospettabili amici del boss Gerlando Alberti junior durante la sua latitanza dorata nel centro
tirrenico si spacciava per l’ingegnere Tony Cannata e diceva di svolgere
importanti progetti per alcune imprese edili; di tanto in tanto si allontanava
per alcuni giorni da Villafranca con la scusa di recarsi in alcuni cantieri del
nord Italia. Secondo gli inquirenti era un assiduo frequentatore dell’esercizio
del barbiere Giuseppe Federico e
della lavanderia ‘La regina’, gestita dalla sorella Francesca, in cui prestava servizio Graziella Campagna. Altro
negozio ‘visitato’ con continuità quello di generi alimentari di proprietà di Francesco Catrimi, ufficialmente
bidello, e della moglie Maria Calderone.
“Circa tre anni e mezzo fa si è presentato nel mio negozio per fare
delle compere un certo ingegnere Cannata Tony. Da quel tempo lui è diventato
assiduo mio cliente e quindi è subentrata tra noi un’amicizia al quanto leale”
ha dichiarato ai Carabinieri Francesco Catrimi. “Il 13 giugno 1985 in occasione del suo onomastico, mi ha invitato a
pranzo con la famiglia in un ristorante in località Piano Torre a Spartà. Con
lui c’era la moglie, i suoi due figli ed un giovane dell’età di anni 25-27 che
il Cannata mi ha presentato come suo cugino di nome Gianni. Da quella volta è
capitato spesso che lo ho invitato con la famiglia ed il Gianni che viveva con lui, a casa mia a cena o pranzo, e
lui contraccambiava nella stessa maniera. Una volta siamo stati a pranzare in
un ristorante all’uscita dell’autostrada di Falcone dove i i figli del titolare
del locale lo conoscevano bene e lo chiamavano ingegnere Tony Cannata”. E’ la
famiglia Catrimi che si adopera a reperire a Rometta Marea un appartamento per
l’ingegnere Cannata-Gerlando Alberti. Ad affittare una villetta in via Vini 103
è il rappresentante di commercio messinese Salvatore
Siragusa. “Nell’aprile del 1985,
mentre mi trovavo nel negozio di generi alimentari di Franco Catrini, questi mi
ha presentato un signore che a loro dire si chiamava Cannata Antonio. Egli mi
disse che doveva lasciare la sua casa che aveva in affitto in località
Acqualadrone di Messina e mi chiese se ero disposto a concedergli la mia,
sempre in fitto” ha raccontato il sig. Siragusa. A firmare il contratto di
affitto, poi regolarmente depositato, la moglie dell’’ingegnere Cannata’, “tale Mancuso
Rosa Emilia, nata a Palermo e residente a Cololziocorte”. “In effetti” ha chiarito il Siragusa, “firmatario del contratto doveva essere il
predetto Cannata il quale, all’atto della apposizione della firma, mi
dichiarava di aver smarrito la patente e per tanto di non poter firmare non
avendo altro modo di avvalorare le proprie generalità”. Sarebbe bastato un
semplice controllo dello stato di famiglia per verificare che la signora
Mancuso Rosa Emilia risultava coniugata con il signor Alberti Gerlando junior, mafioso-latitante. Ma sulle generalità del
falso ingegnere era poco opportuno indagare.... Ai primi
di dicembre dell’85, la villetta viene venduta ad un imbianchino di Saponara
Marittima, il sig. Antonino Costa. “Formalizzato l’acquisto, dopo qualche giorno
dissi a mio cognato Costanzo Benito
che abita nella stessa località di presentarmi l’inquilino che occupava la mia
casa” ha raccontato il Costa. “Il
pomeriggio del giorno 8-12-1985 in compagnia di mio cognato ci portammo nella
villetta e qui mi venne presentato il signore che mi fu detto essere ingegnere.
Dopo aver parlato del più e del meno ci salutammo e andammo via”. Per
strana coincidenza il giorno è lo stesso in cui ad Orto Liuzzo l’Alberti e il Sutera venivano fermati per un controllo da una pattuglia dei
carabinieri. Dopo quel rapido incontro
tra il neoproprietario sig. Costa, il cognato Costanzo e l’inquilino ingegner
Cannata avviene un altro fatto singolare. “Dopo
circa due ore dall’avvenuta presentazione, trovandomi a casa di mio cognato
l’ingegnere mi chiamò e pregò se potevo accompagnarlo in località Fondaco Nuovo
in quanto la sua autovettura si era guastata” ha riferito Antonino Costa. “Non ebbi nulla in contrario e così con la mia macchina accompagnai
l’ingegnere prima dell’abitato di Spadafora dove lo stesso scese dalla mia
auto. Nel tardi della serata appresi da mio nipote Costanzo Maurizio che lo stesso con il suo motorino aveva
accompagnato in Villafranca Tirrena il parente dell’ingegnere”. Una
richiesta di favore perlomeno strana se fatta da una persona appena conosciuta.
Ma evidentemente la fiducia doveva essere tanta e reciproca, forse perchè c’era
di mezzo il cognato Benito Costanzo,
professione pescivendolo, conoscente da lungo tempo dell’ingegnere e della
moglie. “Di tanto in tanto gli fornivo il
pesce che mi veniva pagato “profumatamente”” ha spiegato il Costanzo. “Durante la stagione estiva vennero ad
abitare nella villa la moglie e i due figli dell’ingegnere e così con più
frequenza gli fornivo il pesce. Finita la stagione estiva la moglie
dell’ingegnere andò via però ogni sabato mattina ritornava e restava fino alla
domenica sera. La stessa giungeva sempre alla guida di un’autovettura che non
era mai la stessa ma che comunque erano quasi tutte targate Bergamo o Palermo.
Ciò è avvenuto fino all’8-12-1985, quando portai del pesce a casa
dell’ingegnere per un importo di L. 120.000”. 3.3. La fortunata
fuga di un assassino
che non deve essere visto Da quella sera dell’8
dicembre si perde ogni traccia del Cannata-Alberti e del suo taciturno
guardaspalle. Interrogato dal Giudice istruttore Pasquale Rossi nel 1987, Gerlando Alberti riferirà di essersi
allontanato lo stesso giorno Rometta, “raggiungendo
Milano in treno, lasciando la Ritmo a Spadafora ed usufruendo della A/112 del
Catrimi”. Quattro giorni più tardi, 12 dicembre ‘85, sparisce Graziella
Campagna dopo essere stata prelevata dalla fermata dell’autobus che doveva
condurla da Villafranca a Saponara. Parte l’inchiesta che tra ambiguità e
contraddizioni non potrà che puntare dritto contro l’Alberti e il suo ancora misterioso cugino Gianni. Il 13 dicembre il
maresciallo Carmelo Giardina,
responsabile della Stazione dei Carabinieri di Villafranca contatta Francesco Catrimi chiedendogli di
accompagnarlo presso la villetta di Rometta affittata dall’‘ingegnere Cannata’.
“Giunti sul posto, ore 10 circa”,
scrive il Maresciallo nel suo rapporto all’autorità giudiziaria, “non veniva, tuttavia, riscontrata la
presenza di alcuno, mentre, nelle adiacenze del pianerottolo si notava
l’esistenza di orme di scarpe lasciate verosimilmente a causa della pioggia
della nottata precedente. Detto elemento faceva ritenere che qualche persona
fosse entrata, poco prima, e pertanto si procedeva alla osservazione anche per
i giorni successivi della villetta, senza peraltro che alcuno si presentasse”. Secondo poi il racconto del
pescivendolo Benito Costanzo, il
successivo 14 dicembre due autovetture targate Catania, un’Alfa Romeo Giulia
con 4 individui ed un’A/112 con tre persone a bordo si accostavano nei pressi
della villetta del ‘Cannata’. “Da
quest’ultima autovettura scendeva un individuo e parlando con accento catanese
mi chiedeva ove abitasse l’ingegnere. Indicavo allo stesso la villa e gli facevo
presente che da circa sei giorni non lo vedevo e che probabilmente si trovava
al cantiere di lavoro in località Acqualadrone... L’individuo senza scomporsi
mi diceva: ‘Va bene ora lo andiamo a trovare noi’ e quindi andarono via le
autovetture”. Nonostante i ‘controlli’ fissati dalla Stazione dei
carabinieri di Villafranca, di quella strana visita alla villetta dell’Alberti
non c’è traccia nei rapporti di servizio. Per giungere alla perquisizione
dell’immobile bisognerà poi attendere sino all’8 gennaio 1986. Non sarà
rilevato alcunchè di interessante. Solo un paio di videocassette, del pesce
putrefatto in frigo e della frutta avariata nella credenza. “Si poteva tuttavia capire”, sentenzia il
rapporto dei Carabinieri, “che l’abitazione fosse stata abbandonata
precipitosamente”. Quindici giorni dalla presunta fuga dell’Alberti sono invece
necessari per ritrovare la Fiat Ritmo targata Palermo. L’auto era stata
parcheggiata nel pieno centro di
Spadafora, comune a pochi chilometri da Rometta. La denuncia
per omicidio, ricettazione e furto d’auto contro l’Alberti sarà formalizzata
l’11 gennaio. Bisognerà giusto attendere un anno affinchè il boss palermitano
finisca agli arresti, quando verrà identificato ad Avellino da una pattuglia
dei carabinieri. Il mandato di cattura per l’omicidio di Graziella Campagna gli
sarà notificato in carcere il 29 marzo ‘87. Venti giorni più tardi il primo
contatto con il giudice istruttore: l’Alberti si dichiara in preda ad una
violenta colica renale, ma nonostante il medico del carcere attesti che le
condizioni del mafioso palermitano garantivano il regolare svolgimento
dell’interrogatorio, questo viene sospeso. Si dovrà attendere il successivo 22
luglio per verbalizzare le prime dichiarazioni, reticenti, dell’imputato. Qualche
mese più tardi l’Alberti verrà condannato dalla Corte d’assise di Palermo a 15
anni di reclusione per associazione mafiosa, detenzione di stupefacenti e
lesioni personali, mentre altri 18 mesi gli saranno attribuiti dal tribunale di
Napoli per violazione delle disposizioni sul controllo delle armi e degli
esplosivi. Ottenuto dal Tribunale di
Messina nel marzo ‘89 il trasferimento presso il reparto Urologico
dell’ospedale Piemonte per ricevere le cure di cui “non può avvalersi nei centri clinici degli istituti penitenziari”, Gerlando Alberti junior, imputato in
attesa di giudizio per l’omicidio di una ragazza appena diciassettenne otterrà
nel maggio ‘89 la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia
cautelare. 3.4 I fedeli
compagni di affari e latitanza A
fianco dell’ingegnere Cannata-Alberti negli ultimi sei mesi del 1985, è
costante la presenza a Villafranca del mafioso Giovanni Sutera, un
palermitano poco meno che trentenne con a carico precedenti per
resistenza a pubblico ufficiale e falsità materiale e una condanna per furto
continuato, infine latitante a seguito di una pesantissima condanna a 25 anni
per omicidio, tentata rapina, porto e detenzione di armi, sancita dal tribunale
di Firenze nel novembre ‘85. Gli inquirenti li identificano almeno una volta a
bordo di un’autovettura Fiat 127 targata Firenze, intestata a Salvatore Sutera, fratello di
Giovanni, al tempo detenuto presso la Casa Circondverdana, sans serife di Pelago (Fi), per
omicidio ed altri gravi reati. Come accertato dal rapporto giudiziario dei
Carabinieri di Messina “l’Alberti ed il Sutera Giovanni unitamente ad altri numerosi pregiudicati e
ricercati” utilizzavano il circondario di Villafranca Tirrena “quale rifugio e, nel contempo, come
piattaforma dalla quale muovevano, o comunque dirigevano attività illegali con
prevalenza il grosso traffico di stupefacenti”. Inoltre il Sutera, sotto le
mentite spoglie di Giovanni Lombardo,
è tra i più assidui frequentatori della lavanderia ‘La Regina’ dove ama
scherzare con la giovane Graziella Campagna. Con il ‘cugino’ Alberti dividerà
l’infamia di un omicidio terribile. Sempre secondo i Carabinieri a
Villafranca Gerlando Alberti junior
sarebbe stato notato “più volte” in compagnia del pregiudicato Sebastiano Cavallaro, quest’ultimo “anche alla guida della Fiat Ritmo targata
Milano di proprietà dell’Alberti, auto risultata poi rubata”. Per la
cronaca Sebastiano Cavallaro è il
maxicorriere di eroina sulla rotta Sicilia-New York, vicino ai clan catanesi di
Nitto Santapaola e dei Pillera-Cappello, arrestato il 18
febbraio ‘86 - due mesi dopo l’omicidio di Graziella Campagna - nella sua
residenza di Furnari con l’accusa di traffico internazionale di droga e di armi
insieme a Giuseppe Montesanto,
commerciante ambulante di frutta originario di Casteldaccia, il catanese Salvatore Conticello e il genero Giovanni Novello. La droga trasportata
negli Usa grazie a speciali cinture sistemate attorno alla vita del Cavallaro,
veniva appunto scambiata con le cosche palermitane a Furnari, dove il Montesanto
possedeva un casolare che ospitava saltuariamente i corrieri.
Sebastiano Cavallaro soggiorna nella fascia
tirrenica dopo la carcerazione subita in seguito al blitz di polizia che il 9
agosto ‘82 aveva scompaginato a Valverde (Catania) il clan Pillera-Cappello, al
tempo in guerra contro gli uomini di Santapaola. Con il trafficante di droga
erano finiti in manette, tra gli altri, il fratello Rosario Cavallaro, Gaetano
Laudani e l’emergente Francesco
Viola inteso ‘Berry White’. “La villa
di Valverde dove ci arrestarono era frequentata dai fratelli Laudani, da Turi
Pillera e Salvatore Cappello”
ha raccontato il Viola all’udienza del processo ‘Orsa Maggiore’. “Salvatore Cappello si appoggiava poi nel
messinese. Lui e Nino Pace sono
stati ospitati dal costruttore Enzo
Pergolizzi in una casa che questi aveva a Milazzo. Se ne andavano spesso
lì, dove aveva un motoscafo. Con Pergolizzi ... poi abbiamo mangiato insieme al
ristorante di fronte ai traghetti di Messina...”. Il binomio
Cavallaro-Alberti determinante ad affermare il nuovo patto tra il clan etneo e
i corrieri della droga della Sicilia occidentale. Una ulteriore coincidenza è
rilevata dagli inquirenti: nel complesso di Portorosa a Furnari Gerlando Alberti junior aveva locato
una villa sin dalla primavera del 1985, “a
mezzo telefono, per conto dei suoi amici”. E nella vicinissima Falcone la
questura di Messina aveva rivelato in un rapporto del 23 dicembre ‘85 gli “stretti vincoli di amicizia”
dell’Alberti “con tale Mazzagatti Tindaro
Santo, proprietario della trattoria denominata ‘Jonatan’, già denunziato
per costruzione abusiva ed arrestato per falsa testimonianza”... Tra i personaggi di
spicco identificati accanto all’Alberti nella sua latitanza tra Villafranca e
Rometta c’è sicuramente il mafioso Carlo
Greco, a conferma del ruolo che il messinese assume a metà anni Ottanta nei
processi di raffinazione e traffico internazionale di stupefacenti. Come è
stato processualmente provato Carlo Greco è stato per anni insieme a Giovanni Pullarà, Giuseppe La Mattina e Salvatore
Profeta uno dei maggiori ‘chimici’ dei laboratori di eroina che Cosa Nostra
aveva distribuito in Sicilia. Divenuto il ‘fornitore unico’ dell’anidride
acetica, prodotto indispensabile nella trasformazione della morfina in eroina, Carlo
Greco ha operato direttamente nel laboratorio installato nel ‘79 a
Barcellona da Giuseppe ‘Pino’ Savoca,
rappresentante della famiglia di Brancaccio, insieme a Filippo Graviano, ai fratelli
Vernengo e ad uno dei capi storici della mafia del Longano, Carmelo Coppolino, il commerciante di
frutta e verdura di Terme Vigliatore poi ucciso il 16-6-90 su mandato di Giuseppe Chiofalo all’uscita della
discoteca ‘Genesis’ di Portorosa. Secondo quanto raccontato al giudice Falcone
da Francesco Marino Mannoia a supervisore
del laboratorio di Barcellona ci sarebbe stato il feroce killer di Ciaculli Giuseppe Greco ‘Scarpa’ e parte dei proventi dell’eroina
sarebbero stati consegnati ad Ignazio
Pullarà per le famiglie dei detenuti della cosca di Santa Maria del Gesù e direttamente
a Totò Riina e Pippo Calò. 3.5 Due persone in una: lo sbarco a
Messina di Greco e Aglieri Genero del vecchio
boss di Villagrazia Giovanni Adelfio,
già denunciato nell’81 per tentato omicidio e reati contro il patrimonio, segnalato
quale ‘presunto mafioso’ l’anno successivo, nel 1984 Carlo Greco riesce a sfuggire a un controllo di polizia a Mondello
esibendo un documento falso, proprio come l’amico-socio Gerlando Alberti
avrebbe poi fatto a Villafranca. Sottoposto al soggiorno obbligato a partire
dal dicembre ‘89, il Greco si darà ad una lunga latitanza conclusasi appena un
anno fa con l’arresto in una villa di Buonfornello. Il suo nome è legato alle
maggiori vicende di sangue della mafia: accusato delle morti di Giovanni Bontade, di Antonino Bonanno a Misilmeri e di Benedetto Grado, condannato per il
cosiddetto ‘libro mastro’ delle estorsioni scoperto nel covo della famiglia Madonia, Carlo Greco è oggi imputato ai processi ‘maxiquater’ (in stralcio),
‘Golden Market’, a quello sui ‘Dieci anni di mafia’ (insieme a Giovanni Scaduto e Leonardo Greco di Bagheria, Pippo
Calò, e Antonino Rotolo). Greco
è anche considerato un vero e proprio ‘cervello dell’intelligence’ delle
cosche, capace di coordinare l’infiltrazione di mafiosi negli apparati dello
Stato per la raccolta di informazioni utili alle attività di Cosa Nostra.
Secondo quanto riferito al processo maxi-quater dal pentito Giovanbattista Ferrante, autoaccusatosi
dell’omicidio di Salvo Lima e
dell’agente Emanuele Piazza collaboratore del Sisde, “grazie a Carlo Greco mi si
fece sapere che la Dia stava indagando su di me e che c’erano delle foto che mi
ritraevano (...). Un’altra volta Carlo
Greco c’informò che la Dia aveva piazzato una telecamera in un palazzo che
aveva fatto oltre duemila ore di registrazione. Sempre Carlo Greco nel ‘91 ci
fece avere delle foto di una villa a Carini che era tenuta sott’occhio dagli
investigatori”. Le vicende umane e
giudiziarie di Carlo Greco sono comunque indissolubilmente legate alla figura di
Pietro Aglieri ‘u signorinu’, il
mafioso provocatoriamente insignito da ‘The Guardian’ “uomo dell’anno 1996”,
con un ruolo paragonabile dopo gli arresti di Totò Riina e Giovanni Brusca
solo a quello ricoperto in Cosa Nostra da Bernardo
Provenzano. Carlo Greco e Pietro Aglieri avrebbero retto congiuntamente
sino al ‘96 il mandamento di Santa Maria del Gesù e della Guadagna, cogestendo
i colossali traffici di droga con il Nord e il Sud America e partecipando alla
Commissione mafiosa che avrebbe dato il via alla stagione stragista del ‘92. Carlo Greco e Pietro Aglieri compaiono infatti tra i mandanti della strage di
Capaci e tra i diretti esecutori della strage di via d’Amelio. In occasione
della tragica morte del giudice Borsellino e della sua scorta, Aglieri
avrebbe premuto il telecomando,
mentre il Greco avrebbe svolto il ruolo di ‘staffetta’ del gruppo di fuoco. Come ha dichiarato il
procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte, la compresenza alla guida della
famiglia di Santa Maria del Gesù di Greco
e Aglieri trova giustificazione
nella sua “gestione non monocratica ma
pluralistica, una regola introdotta dai Corleonesi”. Secondo il pentito Salvatore Cangemi il legame tra i due è così stretto che
“le persone sono due ma la mente è unica”.
L’ascesa alla leadership della cosca è segnata nel 1989 dall’omicidio del
vecchio padrino Giovanni Bontade.
Aglieri ne diviene capomandamento, mentre Carlo Greco viene nominato sottocapo.
Alle dipendenze dei due, vengono assegnati boss della portata di Giovanni e Ignazio Pullarà, Giuseppe La
Mattina (uno dei killer dell’europarlamentare andreottiano Salvo Lima), Salvatore Profeta e i fratelli
Vernengo, tutti personaggi ben radicati in affari di droga e appalti del
messinese. E del resto la presenza di Carlo
Greco nell’hinterland di Villafranca a fine ‘85 non può che essere
collegato alle contemporanee frequentazioni nel messinese del suo alter-ego Pietro Aglieri. Mentre
il Greco si fa vedere accanto a Gerlando
Alberti, Aglieri s’incontra più volte con l’allora boss di Giostra Mario Marchese e con l’emergente Luigi Sparacio. In una stanza
dell’hotel Riviera di Messina i due stringono un patto d’acciaio che regolerà
sino al ‘92 i traffici di eroina da Palermo ai Peloritani. Periodicamente
giungeranno in città ingenti quantitativi di droga che saranno smistati al
consumo da piccoli manovali e tossici, mentre una quota finirà direttamente ai
gruppi catanesi capeggiati da Salvatore
‘Turi’ Cappello e Giuseppe
Pulvirenti ‘u malpassotu’. Marchese con il suo gruppo si farà garante della
protezione dei familiari di Pietro
Aglieri e dei suoi più stretti collaboratori (Giuseppe La Mattina) quando essi giungono nello Stretto per
risiedere al Riviera. La Santa Alleanza del gruppo Aglieri-Greco con il clan di Giostra comporterà l’uccisione a
Milazzo dell’ambulante Santo Stramandino,
reo di uno ‘sgarbo’ alle famiglie palermitane in un affare di droga, e finanche
l’intervento a sostegno elettorale dei candidati andreottiani messinesi in
lizza alle amministrative (l’ex deputato regionale Pino Merlino e l’ex assessore comunale alla viabilità, avvocato Alfio Ziino), intermediario il bancario
barcellonese Salvatore Valenti, poi
assassinato nel febbraio dell’86
nella sua villetta a Torre Faro da sicari vestiti con maschere di carnevale. Una
conferma diretta dell’interesse dei gruppi palermitani ad intercedere a favore
di certi democristiani dello Stretto è venuta al processo Andreotti
dall’audizione del primo vero grande padrino locale, Gaetano Costa, oggi collaboratore di giustizia, che ha raccontato
di essere stato avvicinato nel carcere di Novara direttamente da Leoluca Bagarella: “Egli mi invitò, ad attivarmi al fine di
indirizzare in favore di esponenti della corrente andreottiana il consenso
elettorale nel messinese. Io feci sapere a Mimmo
Cavò di adoperarsi al fine di sostenere elettoralmente le persone, che a
Messina, erano vicine all’on. Andreotti”.
Ricompare ancora una volta l’uomo di fiducia dell’imprenditore Michelangelo Alfano. “Oltre a intrattenere affari con Pietro Aglieri e Giuseppe La Mattina, io mi rivolgevo a Giuseppe Piddu Madonia di Caltanissetta, a Leonardo Greco e al suo socio di Bagheria Antonino Gargano” ha ammesso lo stesso Mario Marchese. L’ennesima quadratura del cerchio. 3.6 Devastanti affari edilizi targati
“cosa nostra” Tra le carte degli inquirenti sul
procedimento per l’omicidio di Graziella Campagna, spiccano le testimonianze
della titolare della lavanderia ‘La Regina’ Franca Federico e del fratello Giuseppe,
sui conviviali contatti a Villafranca tra Gerlando
Alberti junior e i cugini omonimi Giuseppe
Greco, figli rispettivamente di Salvatore
“il Senatore” e di Michele “il
Papa”, i boss storici della famiglia di Croceverde di Giardini-Ciaculli
implicati negli omicidi ‘politici’ dei primi anni Ottanta (Mattarella, Costa,
Giuliano, La Torre, Dalla Chiesa, Chinnici), con ottime entrature nel mondo
economico isolano (i Salvo di Salemi), nella politica (gli andreottiani di
Sicilia), nella massoneria (il Centro Sociologico italiano, la superloggia di via
Roma zeppa di militari, colletti bianchi e boss mafiosi). Curriculum
giudiziario di tutto rispetto quello dei due cugini abituali frequentatori del
latitante Alberti. Oltre alla recente condanna al maxiquater di Palermo, Giuseppe Greco di Salvatore è imputato
con Carlo Greco al processo sui
cosiddetti delitti dei ‘Dieci anni di mafia’, e sarebbe stato implicato secondo
il pentito Mannoia, nel sequestro
Fiorentino. Giuseppe Greco di Michele, già colpito da una condanna per associazione mafiosa, è
finito sulle cronache per un arresto nel novembre ‘92 durante la cosiddetta
operazione ‘Leopardo’. Di lui ha parlato al processo Andreotti l’ex boss di
Altofonte Francesco Di Carlo,
accennando ad una sua cena politico-mafiosa in un ristorante romano nel 1980. Giuseppe Greco sarebbe stato in
compagnia del padre Michele, dei
comici Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, del senatore Dc Giuseppe Cerami, del boss della camorra
Michele Zaza e dell’esattore Nino Salvo.
Dall’edilizia all’agricoltura passando finanche dall’industria
cinematografica, i Greco curavano mille affari. In particolare gli anziani boss
Michele e Salvatore erano soci della DAS (Derivati Agrumari Siciliani), e in
compagnia dell’ex sindaco andreottiano di Bagheria Michelangelo Aiello, della DE.A. (Derivati Agrumari), società
coinvolta nel 1982 nello scandalo delle truffe miliardarie alla CEE. Le
industrie di derivati agrumari dei Greco e dell’Aiello, facevano parte del
complesso sistema della ‘Pizza Connection’ allo scopo di mascherare le ingenti operazioni
finanziarie finalizzate al traffico di stupefacenti e al riciclaggio di denaro
sporco. Michelangelo Aiello ci riporta di colpo
nuovamente a Messina: notoria era la sua amicizia con il concittadino Michelangelo Alfano. E altrettanto
notorio il fatto che dietro le società agrumarie dell’ex sindaco di Bagheria
c’era il grande trafficante Leonardo
Greco. Sempre al boss Leonardo Greco farebbe riferimento la società SICIS
dei fratelli Bruno, anch’essi di
Bagheria, la quale dopo aver realizzato con un’impresa del conte Arturo Cassina numerosi alloggi
popolari a Borgo Nuovo (Palermo), si trasferiva in quegli anni a Messina per
edificare il complesso cooperativo Casa Nostra di Tremonti e il Complesso
Peloritano a San Giovannello, entrambi al centro di importanti inchieste
giudiziarie, compresa quella sul ‘buco’ del Banco di Sicilia con cui la SICIS
di Bagheria risulterebbe esposta per svariati miliardi. Lo scorso dicembre la
Procura di Messina ha accusato Michelangelo
Alfano di concorso esterno in associazione mafiosa “per essere stato il referente a Messina di Leonardo Greco e di averne curato dal 1979 gli interessi insieme
con Domenico Cavò e quindi con Luigi Sparacio, nella realizzazione del
complesso edilizio Casa Nostra di Tremonti”. Alla base del procedimento le
dichiarazioni dei pentiti Gaetano Costa,
Rosario Spatola, Giovanni Vitale e Antonio Cariolo. “Per il
complesso edilizio di Tremonti” secondo il Costa, “erano direttamente interessati Leoluca
Bagarella, Luciano Liggio, Mariano Agate, Totò Riina, Leonardo Greco
ed altri esponenti di Cosa Nostra,
e vi sovrintendeva materialmente a Messina Tommaso Cannella sotto la supervisione di Michelangelo Alfano”. L’intero gotha della mafia con le mani in
pasta negli affari della provincia dove “la mafia non esiste”. 3.7 Gerlando Alberti ricompare tra le ville di Portorosa Passata la
tempesta giudiziaria e riottenuta la libertà vigilata, Gerlando Alberti junior non abbandonerà le vecchie frequentazioni e
l’amore per gli affari della latitanza dorata a Villafranca. Dimesso dalla Casa
circondverdana, sans serife di Fossombrone, l’Alberti fisserà il domicilio per un paio di
mesi a Torre Faro per poi trasferirsi nel luglio ‘89 a Falcone in un
appartamento della centralissima via Nazionale. Il trafficante si allontanerà
da questo comune ‘ufficialmente’ solo in due occasioni: la prima volta sarà per
un permesso di 10 giorni concesso nell’89 dal Giudice istruttore Marcello Mondello per una ‘visita
specialistica’ a Milano. La seconda volta sarà nell’aprile ‘90 in seguito
all’arresto in esecuzione ad una vecchia condanna per oltraggio a pubblico
ufficiale e furto. Nella cittadina turistica
nota per il villaggio di Portorosa, altro grande esempio di cementificazione
selvaggia del territorio, Gerlando Alberti si farà ‘visitare’ da Luigi Sparacio, Mario Marchese e da Carmelo
Romeo inteso ‘nocciolina’, l’affiliato al clan Cavò indiziato dell’agguato al giornalista televisivo Mino
Licordari per “fare un favore allo ‘zio Angelo’ Alfano”. “Il trafficante Alberti Gerlando,
per eludere la vigilanza da parte degli Organi di Polizia, da qualche tempo ha
trasferito il domicilio nel barcellonese (Messina), ove continua ad esercitare
attività illecite, in combutta con la mafia del messinese” scrivono in una
loro informativa del 21 aprile ‘90 i Carabinieri di Palermo. “Il pregiudicato Alberti viene notato a
Falcone assiduamente in compagnia del signor Antonino Geraci nato il 22-2-1966 a Palermo, di cattiva condotta e
di pessima stima e reputazione pubblica, anche se sul suo conto figura solo una
segnalazione del marzo ‘88 per emissione di assegno a vuoto”. Sempre
secondo i Carabinieri il Geraci Antonio “ufficialmente
svolgerebbe l’attività di cameriere presso un non meglio specificato ristorante
del messinese, ma di fatto esercita l’attività di autista alle dipendenze del
citato mafioso Alberti Gerlando”. Alberti sarà
tra i più puntuali frequentatori del noto locale ‘La cantina’ di Portorosa,
gestito insieme al ristorante ‘Villa Liga’ dall’imprenditore barcellonese Giuseppe Munafò, arrestato nel ‘91 per
una vicenda di riciclaggio insieme a due noti commercianti di Milazzo, Angelo Bellamacina e Antonino Startari. In una occasione il
mafioso palermitano farà pesare tutto il suo prestigio criminale per alleviare
la stretta usuraia sull’amico ristoratore. “Un
giorno del 1991 fui agganciato al CEP dal titolare di un negozio di Pelletteria
di via S. Cecilia tale Placido Lucà
e dal titolare di una finanziaria di via La Farina per il recupero di un grosso
credito di centinaia di milioni che vantavano nei confronti di Giuseppe Munafò”
ha raccontato ai giudici della DDA Carmelo
Ferrara, fratello dell’ex boss della zona sud, Sebastiano. “Fissato un
incontro con il Munafò, quel giorno nella mia abitazione si presentò un
individuo dicendo di essere il nipote di Gerlando Alberti junior, in compagnia
di un’altra persona che mi disse essere il Munafò. Il primo chiamandomi in
disparte mi disse che era venuto a nome di suo zio, il quale voleva che si
sistemasse la faccenda nel migliore dei modi”. “Fu così che proposi al Lucà ed al suo amico la dilazione del credito”
conclude il Ferrara. L’imprenditore Giuseppe
Munafò sarà poi assassinato in un agguato mafioso nei pressi della sua
abitazione a Portorosa il 23 gennaio ‘94. 3.8 Non vedo, non sento, non parlo Alberti junior, i Greco, una lunga sfilza di latitanti
palermitani legati sia alle famiglie vicine ai Corelonesi che ai clan perdenti
di Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo: sono questi gli uomini che si muovono
alla luce del sole nei tranquilli centri di Villafranca Tirrena, Rometta,
Portorosa. Chi dovrebbe avere istituzionalmente il controllo del territorio e
marcare i principi della legalità sembra non accorgersene. Non vede. Forse
tollera silenziosamente. O subisce per ignavia. Gerlando Alberti junior quando viene fermato l’8 dicembre dell’85
in località Orto Liuzzo dichiara sfrontato alla pattuglia dei militari di “essere amico del maresciallo Carmelo
Giardina Comandante della Stazione dei Carabinieri di Villafranca”. Ciò lo
esonerebbe dall’esibire i documenti al controllo. Il militare dell’Arma
chiamato a testimoniare davanti al giudice Mondello cerca di ridimensionare il
presunto rapporto di amicizia: “Avevo
visto l’Alberti a Villafranca prima dei fatti solo due volte, una volta dal
barbiere “Federico” e l’altra volta nel negozio di generi alimentari della
moglie del Catrimi Francesco. La
prima volta, appena entrai nel negozio l’Alberti mi salutò rispettosamente e io
successivamente chiesi chi fosse tale persona. Mi fu risposto che era un
gentiluomo e come tale era conosciuto a Villafranca”. Evidentemente l’alto
tenore di vita e il gran numero di auto mostrati dall’Alberti in oltre tre anni
di residenza a Villafranca non generavano alcun sospetto sulle guardinghe forze
dell’ordine. Eppure c’è chi ha sollevato forti ombre sull’immagine e l’operato
dell’Arma di Villafranca, proprio quella che ha condotto tutte le indagini del
delitto Campagna. E lo ha fatto dall’alto di un’aula di giustizia. Famà è l’attuale Comandante dei Vigili Urbani di Villafranca.
Accennando ad una sua attività di collaborazione informativa con gli organi di
Polizia in occasione di indagini su pregiudicati o latitanti presumibilmente
residenti nel centro tirrenico, durante l’udienza di un recente processo ha
raccontato di aver detto nel ‘94 al maresciallo Farris dei Carabinieri di Reggio Calabria “di stare attento andando a Villafranca”. “Da chi si doveva guardare il maresciallo
Farris?” gli chiede il PM. “Dal
Comando Stazione Carabinieri che per determinate situazioni, noi non ci
fidavamo...” risponde il Famà. “Ma
non ero solo io a dire questo. Perchè, venivano quelli del Reparto Operativo e
mi dicevano di non fare menzione delle loro visite al locale comando stazione.
Tra di essi c‘era il maresciallo Biagio Gatto, l’allora brigadiere Aveni o
Avenia, mi pare si chiamasse. In quel periodo particolare noi operavamo con la
Squadra Mobile, col dottor Montagnese... Con i Carabinieri del luogo c’è stato
da parte nostra un certo disimpegno, perchè su determinate attività informative
per episodi accaduti, non ritenevo utile avvalermi del locale Comando stazione
Carabinieri” prosegue il racconto del Comandante Famà. “C’è stato un motivo particolare che mi ha
indotto a questo tipo di atteggiamento. Durante la latitanza del pregiudicato Anastasi che era accusato di tentato
omicidio, una nostra pattuglia individuò l’Anastasi su un autoveicolo e fu
immediatamente fatta la segnalazione alla locale Comando stazione Carabinieri.
Neanche un’ora e mezza dopo, l’agente che accertò la presenza del pregiudicato
e del latitante nel nostro territorio, fu avvicinato dall’autista che lo
rimproverò: - Come ti sei permesso di dire che io ero su quella autovettura? -
notizia che era in possesso del locale Comando Carabinieri. Come mia abitudine
la segnalazione, viene fatta direttamente al comandante della stazione che
all’epoca era il maresciallo Giardina”. Il Famà punta ancora
il dito contro il maresciallo Giardina raccontando un episodio che lo avrebbe
coinvolto direttamente: “Avendo un
appartamento sul mare a disposizione e avendo messo un’inserzione sul giornale
per l’affitto, fui contattato da persone che lo volevano per il periodo non
estivo. Fu fatto un sopralluogo nell’appartamento da un certo Fabio Nicotra insieme ad una ragazza.
Poi mi chiamarono alle 11 di notte per la chiave. Il fatto mi ha insospettito
immediatamente. Quando chiesi il documento di riconoscimento, mi accorsi che
era di un pregiudicato. Forse era Giuseppe
Ioppolo, collegato con la criminalità organizzata. Con lui c’era un
personaggio che parlava con accento napoletano. L’indomani mattina, recatomi in
ufficio con i dati, accertai i precedenti di questo Ioppolo. Chiamai
immediatamente i Carabinieri. Il maresciallo mi disse: - Comandante avvisi
subito il maresciallo Giardina di
mettersi immediatamente in contatto con il Reparto Operativo. Cosa che feci
immediatamente alle 8 e mezzo. Ci siamo incontrati con il Giardina verso le
cinque di sera e mi dice: - No. Non ho avuto tempo. Non solo, ma mi dice: -
Andiamo a prendere qualcosa al bar. Dissi: - Maresciallo se ci vedono
assieme... Non mi sembra il caso... Neanche a farlo apposta, arrivati al bar
c’erano seduti fuori questi personaggi .... L’indomani presi contatto con il
maresciallo Gatto che verbalizzò le mie dichiarazioni individuando Ioppolo e
Fabio Nicotra della famiglia calabrese dei Nicotra. Però, queste persone
all’indomani sparirono. A distanza di 20 giorni, vennero, mi lasciarono la
chiave e se ne andarono. In seguito vidi la fotografia del terzo personaggio,
che era Ciro Aprile, collegato alla
camorra”. Per l’ennesima volta fu sprecata a Villafranca l’occasione per
una retata di pezzi da novanta di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Il napoletano
Ciro Aprile, killer legato al clan Nuvoletta ma a disposizione del gruppo
barcellonese di Pino Chiofalo, verrà
poi assassinato nel maggio ‘94, in contrada Bazia a Furnari. 3.9 A trafficare
droga e armi con
l’emergente Pimpo Un gruppo ‘composito’ quello che si
nasconde nell’hinterland messinese che per carisma e strapotere economico gode
del ‘rispetto’ dei giovani clan peloritani, i quali trovano in Gerlando Alberti junior & soci gli
uomini d’onore in grado di fare da ‘mediatori’ e ‘pacieri’ nelle lotte che
lacerano la provincia. Eppure nell’ambiente della mafia palermitana proprio
l’Alberti era noto per il suo carattere violento che lo portava a commettere
delitti senza la ‘giusta motivazione’. Per questo gli era stato appioppato il
termine ingiurioso di ‘fanguso’. Ma nel messinese Gerlando Alberti junior
diviene la migliore entratura per espandere i traffici di droga e di armi con
le famiglie barcellonesi capitanate da Carmelo
Milone e Giuseppe Gullotti e le
cosche della Sicilia occidentale, e per ‘avvicinare’ insospettabili potenti
della politica, delle istituzioni e della magistratura. Nel
capoluogo di provincia Gerlando Alberti e il cugino Tony Alberti si erano inseriti nel mondo dell’edilizia privata
costituendo un’impresa di movimentazione terra che lavorava a Santa Lucia sopra
Contesse. A presidiare i cantieri vennero chiamati gli uomini di Salvatore Pimpo, il pregiudicato legato
al clan catanese dei Ferlito, che
raggiunge la leadership nei gruppi mafiosi messinesi dopo la morte di Cavò per essere infine ucciso nel ‘90
in un agguato in via Palermo su ordine dei boss di Giostra Luigi Galli e Mario Marchese.
I legami tra Gerlando Alberti e il Pimpo erano di vecchia data: il messinese ne
aveva conosciuto lo zio, Gerlando
Alberti senior inteso ‘Paccarè’ durante la detenzione nel carcere di
Volterra. Il vecchio boss gli aveva salvato la vita intervenendo su alcuni
detenuti che avevano deciso di avvelenarlo con del pesce su richiesta del boss Pippo Leo. Salvatore Pimpo si era poi
inserito nei traffici di armi e droga del nipote Alberti junior, incaricando
più volte Antonino Caliò,
successivamente ucciso, di recarsi a Palermo presso gli affiliati alle cosche vicine agli Alberti per
rifornirsi di grosse partite di stupefacenti che venivano poi spacciate a
Messina per conto dello stesso Pimpo e dei fratelli
Rizzo, suoi cugini. Il boss emergente di Messina si
metterà a piena disposizione dell’Alberti durante la sua detenzione in carcere,
facendogli ottenere una cella in compagnia di altri mafiosi palermitani.
Settimanalmente il Pimpo si faceva autorizzare un colloquio con l’Alberti,
onorandolo con ricchi doni compreso uno splendido orologio d’oro “dal valore di venti milioni”. Sarà
proprio Salvatore Pimpo, prima di
morire, a raccontare ad alcuni suoi uomini movente ed esecutori dell’omicidio
della diciassettenne Graziella Campagna. GRAZIELLA
CAMPAGNA A
17 anni vittima di mafia. Storie
di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non
esiste’.
Capitolo Secondo – L’inchiesta
4.
L’omicidio Campagna
Di seguito sono riportate le tappe che hanno portato al delitto di
Graziella. Abbiamo deciso di percorrerle utilizzando solo materiale oggettivo:
testimonianze, verbali di C.C. e di P.S., atti istruttori e processuali per
permettere a chi legge di analizzare gli eventi in base ad elementi oggettivi.
Relazione di servizio del Nucleo Operativo Legione Carabinieri di Messina L'anno 1985,
addì 8 del mese di dicembre, in Messina, nell'ufficio del Nucleo operativo,
alle ore 20. Noi
sottoscritti C.re Renda Francesco e Colonnese Mario, effettivi al suddetto
reparto, riferiamo a chi di dovere quanto segue: "Alle ore 11 circa dell' 8.12.1985, comandati regolarmente di
servizio automontato lungo la SS.113/Bis, in localita' Orto Liuzzo intimavamo
l'alt all'autovettura Fiat Ritmo targata MI-69461V intestata a Fricano Rosario
nato a Palermo il 7/2/1972 e convalidata fino all' 8.4.1992. A bordo di detta
auto trovavasi altro individuo che dichiarava chiamarsi Fricano Rosario nato a
Palermo il 29.12.1958 il quale era sprovvisto di documenti di riconoscimento e
faceva presente essere il proprietario dell'autovettura Ritmo. Poiché
riscontravasi discordanza fra i dati anagrafici forniti dal Fricano Rosario e
quelli trascritti sulla carta di circolazione (25.8.1959) e che il Fricano
adduceva trattarsi di errore, si procedeva ad eseguire un'accurata
perquisizione a bordo dell'auto e quindi i dati anagrafici venivano comunicati
alla Centrale Operativa al fine di conoscere se i due erano pregiudicati o
ricercati. Nell'attesa il Cannata
Eugenio, con insistenza, faceva presente di essere amico del Maresciallo
Giardina comandante della stazione dei C.C. di Villafranca Tirrena e di
espletare il lavoro di ricercatore farmaceutico presso il laboratorio del
Dottor Crisafi di Villafranca e di essere dimorante in via Nazionale,
Divieto di Villafranca. Durante l'attesa il sottoscritto C.re Renda saliva a
bordo dell'auto di servizio per ricevere la comunicazione dalla Centrale mentre
il pari grado restava fermo ai bordi della strada. In tale frangente
sopraggiungeva, proveniente da Messina e diretta verso Villafranca,
l'autovettura Fiat 127 targata [...] che a fortissima velocità superava in
curva altra autovettura. A seguito di ciò il sottoscritto C.re Colonnese Mario
intimava l'alt alla Fiat 127 e quindi si accingeva a verbalizzare il
conducente. Durante tale operazione il Cannata Eugenio metteva in moto la sua
auto ed a fortissima velocità si dileguava verso Villafranca Tirrena lasciando
in nostro possesso la sua patente di guida e la carta di circolazione
dell'autovettura Ritmo. Il controllo richiesto alla centrale Operativa, in base
ai dati forniti, risultava nullo. Per quanto precede abbiamo redatto la
presente relazione che in data e luogo di cui sopra sottoscriviamo. Famà Giovanni (titolare di un autolavaggio a Saponara Marittima) Carabinieri
di Villafranca - 28 dicembre 1985 (testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina)
“Il giorno 9-12-1985, lunedì, verso le ore 18,30-18,45, mi trovavo
fermo in sosta a piedi anzi a bordo della mia autovettura, in questa via
Nazionale, altezza negozi autoricambi Giordano. In tale circostanza notavo la signorina Campagna Graziella, che
conoscevo, ferma sul marciapiede e credo fosse in attesa del passaggio
dell’autobus che va’ a Saponara. Nel frattempo notavo sopraggiungere un’autovettura Alfa-Sud Sprint di nuova
fabbricazione, di colore blu, targata Rc, però non so dire i numeri di
targa perché non li annotai. Detta autovettura era occupata dal solo conducente
che io purtroppo non ho visto in volto. Posso
solo dire che detta persona era di sesso maschile, poteva avere una età
giovanile, aveva i capelli lunghi che coprivano il collo. Se male non
ricordo l’autovettura anzidetta era anche
munita di antenna per l’autoradio. La signorina Graziella, notata
sopraggiungere detta auto, attraversava la strada portandosi nel marciapiede
opposto ove si era fermata l’Alfa Sud, sita pressoché vicino il negozio di
macelleria ivi esistente. Tra i due, cioè tra la Graziella e l’autista della
macchina avveniva una breve conversazione, dopodiché la ragazza saliva
sull’auto prendendo posto sul sedile posto accanto alla guida. Subito dopo
l’auto ripartiva dirigendosi verso Messina. Al momento non davo importanza
alcuna al fatto, poi però apprendendo dell’omicidio della ragazza, ritengo che
detta notizia possa essere utile a Voi inquirenti. A.D.R.: L’Alfa
Sud che ho visto il giorno 9-12-1985 nell’occasione sopraddetta, non l’avevo
mai vista prima di allora né l’ho rivista successivamente. Famà Giovanni - Questura di Messina - 11 gennaio 1986
“Lunedì giorno 9 dicembre u.s., [...] alle ore 18,30 - 18,45, ho notato
un'autovettura Alfa Sud sprint di colore blu scuro targata RC di cui non ho
rilevato i numeri, proveniente da Palermo, fermarsi all'altezza della fermata
dell'autobus, dalla parte opposta, e contemporaneamente una ragazza, che successivamente attraverso i giornali ho riconosciuto
per Graziella Campagna, la quale era in attesa dell'autobus, attraversava
la strada e si portava sul lato destro dell’Alfa. Il conducente, unica persona
che si trovava a bordo, apriva lo sportello e la Graziella, pur rimanendo fuori
dalla macchina, dialogava con questo per circa dieci minuti, dopo di che saliva
a bordo e quindi l'autovettura continuava la sua marcia verso Messina. Non ho alcun dubbio che la ragazza salita a
bordo dell’Alfa Sud sia proprio la Graziella, avendo alcuni giorni dopo rivisto
la sua foto sui giornali. Il conducente dell’Alfa Sud, da me visto solo di
spalle, era una persona dai capelli lunghi, tipo capellone, di corporatura
piuttosto robusta. L’Alfa Sud aveva la
targa ultimo tipo con cerchioni credo in lega leggera e quindi doveva
essere una macchina di recente fabbricazione. Sono sicuro sul giorno e sull'ora
in cui si è verificato l'episodio sopra menzionato”. Federico Franca (titolare della lavanderia) Questura
di Messina - 10 gennaio 1986 “Il giorno 9 dicembre u.s., ricordo perfettamente, che la Graziella è andata via dall'esercizio,
all'ora di chiusura, cioè alle ore 19,40 circa, insieme a me e a mia
cognata Agata. Posso affermare altresì che quel pomeriggio la stessa non si è
assentata dalla lavanderia dietro una richiesta specifica della medesima tranne
che di andarmi a comprare le sigarette o prendersi il caffè, circostanza
quest'ultima che non ricordo. Federico Franca - Carabinieri di Villafranca - 11 gennaio 1986 (testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina) “Domanda:
Ci risulta che nel pomeriggio del 9/12/85 lei avrebbe concesso il permesso alla
giovane Graziella Campagna di assentarsi dal lavoro. Ci dica perciò se risulta
vero. Risposta:
Non è assolutamente vero che la ragazza si sia allontanata dal posto di lavoro.
Preciso forse si sarà allontanata per brevissimo tempo, 5 minuti circa per
recarsi al vicino bar Castelli per prendere un caffè o al tabacchino ubicato
quasi di fronte per comprare le sigarette”. Cannistrà
Agata (cognata
di Federico Franca e sua dipendente) Carabinieri di Villafranca - 7 gennaio 1986 (testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “DOMANDA: Ci risulta che
giorno 9-12-1985, intorno alle 18,30 la Graziella uscì dalla lavanderia e si
soffermò sul marciapiede poco distante e che la stessa poco dopo salì a bordo
di un’autovettura di colore scuro. Vuole dirci se tale circostanza risponde al
vero? RISPOSTA: Come
ho già detto prima, la Graziella si assentava dalla lavanderia solo il tempo
strettamente necessario per andare a prendere il caffè o le sigarette,
impiegando all’incirca cinque minuti. Non
ricordo se il lunedì 9-12-1985 la Graziella verso le ore 18,30 uscì per
acquistare le sigarette in quanto il caffè abitualmente lo prendiamo la mattina
e se ciò si fosse verificato la stessa non si assentò più di cinque minuti
perché altrimenti mi sarei messa in pensiero [...] A.D.R.: Conosco
un tipo di autovettura Alfa Sud Sprint ed ho visto un’autovettura del genere
alcune volte transitare davanti la lavanderia ma non si è mai soffermata.
L’ultima volta che ho visto transitare detta autovettura Alfa Sud Sprint di
colore scuro risale a circa una settimana - quindici giorni addietro. Il
conducente di detta autovettura credo di averlo visto in Villafranca T.na però
non so se è del luogo o di qualche paese vicino. Se dovessi rivedere il detto
conducente sarei in grado di riconoscerlo. Cannistrà Agata - Questura di Messina - 10 gennaio 1986 “Lunedì giorno
9 dicembre u.s., cioè tre giorni prima della scomparsa di Graziella, ricordo
che nel pomeriggio ed in particolare dalle ore 18 in poi all'interno
dell'esercizio si trovava anche la titolare e posso affermare che quella sera la Graziella è rimasta con noi sino
all'ora di chiusura”. Romano Francesco (marito di Federico Franca) Carabinieri
di Villafranca - 11 gennaio 1986 (testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “A.D.R.:
Non è vero che mi sono permesso mai di
concedere permessi di qualsiasi genere alla scomparsa Campagna Graziella.
Non mi risulta, inoltre, che la ragazza abbia chiesto e quindi ottenuto alcun
permesso da parte di mia moglie la quale si allontana raramente dal negozio ove
la ragazza svolgeva l’attività di stiratrice. Preciso era una ragazza che non
chiedeva mai niente e per quanto ricordo qualche volta veniva pregata di andare
a comprare le sigarette ed il caffè nei vicini negozi o di accompagnare mia
figlia al bar ma in questa ultima ipotesi tutte le volte per quanto mi risulta
mia moglie si affacciava sull’uscio della lavanderia e la seguiva con gli occhi
quasi sino al bar aspettando poi il ritorno.[...] Campagna Pasquale
(fratello di Graziella) Questura
di Messina - 11 gennaio 1986 “Il giorno 12,
cioè nella mattina del giorno della scomparsa, mia sorella Graziella, recandosi
al lavoro in mia compagnia, mi chiese se
conoscessi un giovane [...] che si serviva per i suoi spostamenti di un’Alfa
Sud di colore blu. Ricordo che nell’occasione mia sorella mi fece un nome
ed un cognome, ma non mi sovvengono né l’uno, né l’altro. A.D.R.: Per la precisione, mia sorella mi
chiese se il giovane in argomento fosse a me noto come “dongiovanni”. A.D.R.: Nel formularmi tale domanda, mia
sorella mal celava uno stato di apprensione, stato cui io non seppi dare
preciso contenuto. A.D.R.: Preciso che io risposi a mia
sorella che - come in effetti era - non conoscevo il giovane suddetto”. Curreri Santa (madre di Graziella) - Verbale di esame di testimonio senza giuramento 18 maggio 1989, avanti
al Dott. Marcello Mondello. “Ricordo che il 9
dicembre cioè il giorno successivo all'Immacolata, mia figlia mi raccontò, la
sera quando rincasò, che l'ing. Cannata aveva portato due giacche da lavare e
che dopo che lo stesso era andato via, ella
frugando nelle tasche aveva trovato una carta che la Cannistrà che era
presente, le aveva strappato dalle mani. Io sul momento non attribuì a tale
fatto eccessiva importanza anche perché tutti mi dicevano che ad uccidere mia
figlia era stato il Giacobbe perché risentito per il rifiuto da lei opposto a
fidanzarsi con lui. In ogni caso avrei dichiarato la circostanza se fossi stata interrogata prima. Mia
figlia mi riferì altresì che la Cannistrà l'aveva invitata a fare una
passeggiata con lei a Messina e che ella aveva rifiutato ed anche che le aveva
chiesto come mai mio marito non si facesse mai vedere nella lavanderia”. Ore 18
Federico Franca - Questura di Messina - 19 dicembre 1985 “Quel pomeriggio, verso le ore 18, mentre in lavanderia ci
trovavamo io, la Agata e la Graziella è venuto a trovarmi Nino Formica, il
quale mi ha invitata a prendere un caffè. Poiché non è mia abitudine uscire
sola con un uomo, ho invitato la Agata a farmi compagnia e quindi siamo saliti sull'auto del Formica, una Fiat
Uno di color azzurra, portandoci al bar Viola dove abbiamo consumato un caffè.
Nel negozio rimaneva così sola la Graziella. Al nostro ritorno, cioè dopo circa
15 minuti, quest'ultima mi faceva presente di essere andata nel bar Castelli,
distante dal mio negozio circa 50 metri per cercarmi, credendo che fossimo
andati in quel locale, in quanto era sorta la necessità di spostare la mia
autovettura che intralciava il traffico”. Dopo le ore 19,30
Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985
(testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “La sera del 12
dicembre u.s., come al solito, verso le ore
19,50 ho chiuso il mio esercizio e unitamente
alla Campagna ed alla Cannistrà mi sono portata sulla via Nazionale all'altezza
della fermata del pullman diretto a Saponara dove, come facevo ogni sera,
provvidi a lasciare Graziella che per fare rientro a casa faceva uso
di detto pullman che transitava tra le ore 20 e le ore 20,05. Lasciai Graziella
alla fermata ed andai ad accompagnare la Cannistrà presso la sua abitazione
facendovi ritorno”. Federico Franca - Questura di Messina - 19 dicembre “La sera della
scomparsa della Campagna ricordo perfettamente di aver chiuso l'esercizio alle ore 19,45 - 19,50, poi di essermi posta alla guida dell'autovettura
tipo A 112 di colore grigio metallizzata per andare ad accompagnare la
signorina Agata a casa, cosa che facevo abitualmente tutte le sere tranne
qualche volta, o meglio dire, solo il lunedì sera in cui la prelevava mio
fratello Giuseppe. Nel contempo notavo la
Graziella che si stava avviando verso la fermata dell'autobus”. Federico Franca -Verbale di esame di testimonio senza
giuramento 19 maggio
1989 – (testimonianza raccolta dal Dott. Marcello Mondello) “La sera del 12,
giorno della scomparsa della giovane io sono uscita dal negozio con lei ed ho accompagnato a casa mia cognata Cannistrà
Agata, lasciando Graziella alla fermata dell'autobus. Da quel momento non l'ho vista più”. Cannistrà Agata – Carabinieri di Villafranca – 14 dicembre 1985 (testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “Verso le ore 19.30 del 12.12.1985, ultimata la giornata
lavorativa abbiamo chiuso il negozio, io mi sono allontanata verso la macchina
della signora Franca (Federico n.d.r.) ed a bordo della stessa condotta dalla
predetta signora ci siamo dirette verso il Divieto di Villafranca mentre la mia
collega Graziella ha attraversato la strada, diretta alla vicina fermata del
pullman. Noi siamo andate via subito e
non mi sono accorta se in quel momento la ragazza fosse già giunta ove di
consueto prendeva il pullman per tornare a casa sua a Saponara. Quando la
signora Franca mi ha lasciato a casa l’ho invitata, siccome piovigginava, a
lasciare l’ombrello a Graziella tornando verso casa”.
Cannistrà Agata - Questura di Messina - 10 gennaio 1986 “Per quanto riguarda
quel pomeriggio riguardante la scomparsa di Graziella debbo dire che una volta
chiusa la lavanderia io salivo a bordo della macchina di mia cognata affinché
questa mi accompagnasse a casa e mentre
ci stavamo allontanando avevo la possibilità di notare Graziella mentre
tranquillamente lei si portava verso la fermata dell'autobus. Ricordo che
nell'imboccare la via G.Colasanzio incrociavo a bordo della sua autovettura, A
112, lo spasimante di Graziella Franco Giacobbe che si dirigeva verso Palermo”.
Franco Giacobbe - Questura di Messina - 19 dicembre 1985 “[...] Giovedì 12 alle 19,40 [...] mi
avviavo verso Villafranca. Giunto alla fermata dell'autobus, notavo Graziella
appoggiata sul davanzale della finestra ivi ubicata e rallentando la marcia mi
accostavo e rimanendo seduto al posto di guida abbassavo il vetro dello
sportello destro dicendo alla ragazza che non era giusto che sua madre diceva
in giro che io non mi ero saputo presentare in casa. Graziella mi diceva che se
voci del genere erano state messe in circolazione non erano uscite dalla bocca
di sua madre. Al che le chiedevo scusa, allontanandomi immediatamente verso il
distributore di benzina, anzi ricordo di essere entrato dentro l'area del
distributore perché era mia intenzione fare rifornimento ma non ho fatto in
tempo in quanto l'addetto aveva già chiuso nonostante io gli avessi fatto cenno
per attirare la mia presenza. Questi che stava per entrare all'interno del bar,
sito nell'area del distributore stesso, senza voltarsi mi faceva cenno con la
mano di passare il giorno dopo. Pertanto io continuavo la marcia soffermandomi
alla seconda uscita del distributore o meglio dire dal lato dove si trova
ubicato il bar Midili e giusto il tempo di abbassarmi per prendere una
sigaretta dal portaoggetti, notavo transitare l'autobus che doveva prendere
Graziella e dando conseguentemente uno sguardo in direzione della fermata mi
accorgevo che la ragazza non c'era più pensando che fosse salita sull'autobus.
Quindi facevo rientro subito a casa dove giungevo alle ore 20 circa”. Trifiletti Carmelo (testimone) - Questura di Messina - 19 dicembre 1985 “Giovedì 12 dicembre
mentre mi trovavo all'interno del negozio (di parrucchiere della moglie -
ubicata in via Nazionale quasi di fronte alla fermata dell'autobus, N.d.R.)
vicino all'ingresso quando improvvisamente mia moglie ed una cliente che si
trovava pure dentro il negozio mi
riferivano di aver sentito un grido proveniente da fuori. Tutti e tre ci siamo
precipitati quindi all'ingresso per vedere di che cosa si trattasse ma
affacciatici non notavamo niente di strano. Pure
alcune persone che si trovavano sulla strada riferivano di aver avvertito un
grido ma anche loro non avevano notato niente di strano. Preciso che poteva essere
un orario compreso tra le 19,30 e le 20.
Subito dopo siamo rientrati nel negozio. Quando ci siamo affacciati non ho
visto la Campagna né il ragazzo che solitamente stava con lei”. Gianò Antonietta - Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985 (testimonianza
raccolta dal maresciallo Giardina) “Giovedì scorso verso le ore 19.30 mentre mi accingevo a
chiudere la saracinesca del mio negozio (articoli sportivi, n.d.r.) ho notato
la suddetta ragazza e il giovane (Giacobbe Francesco, ndr.) che a bordo di
un'autovettura A/112 parlava con la ragazza ma costei non gli dava retta,
tant'è che ripartiva velocemente a bordo dell'autovettura. Mentre davo la
schiena alla strada per accingermi ad abbassare la saracinesca ho avuto la sensazione che la ragazza
salisse su una macchina di grossa cilindrata di colore scuro con a bordo se non
ricordo male il solo autista. Ripeto ho notato il tutto solo per poche
frazioni di secondo. Avevo le spalle girate alla strada e quindi non sono
sicura al cento per cento che la ragazza sia salita a bordo dell'autovettura
anzi detta. In quel momento anche perché sopraggiungeva il pullman di linea e
c'era tanta altra gente non ho fatto eccessivo caso a quello che stava
avvenendo, quindi in tutta sincerità, ripeto, non posso dire se effettivamente
sia salita sulla macchina di grossa cilindrata”. Ore 20
Mariano Giuliano (autista autobus) - Carabinieri di Messina 14
dicembre 1985 “[...] conosco la
signorina che Lei dice (Graziella Campagna, ndr.) in quanto tutti i giorni alle
ore 7.35 e alle ore 15 e tutti i giorni a sera ritorna con la stessa corriera.
Io l'ultima volta che l'ho vista alle ore 15 del giorno 12-12-1985, che saliva
qui a Saponara e scendeva a Villafranca alla fermata dell'Agip. A.D.R: La sera del
12-12-1985, la Signorina Campagna Graziella non saliva sulla corriera da me
guidata che è l'ultima a salire a Saponara”. Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985
(testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “Avrò impiegato
circa 5 minuti attesa la breve distanza intercorrente fra la fermata e
l'abitazione della suddetta Cannistrà quando, ritornata sul posto, non vidi più
la Graziella. Ritenni a questo punto che Graziella fosse già partita nonostante
l'orario insolito, visto che come ho detto innanzi, la corriera transita da
Villafranca tra le ore 20 e le ore 20,05. Non
detti peso alla circostanza e feci rientro a casa”. Federico Franca - Questura di Messina - 19 dicembre 1985 “Lasciata la
Cannistrà, tornavo sulla via Nazionale e passando davanti alla fermata
dell'autobus non notavo la presenza della Graziella e la cosa mi è sembrata strana, sia perché dal momento in cui mi sono
allontanata dall'esercizio al momento della constatazione erano passati circa 3
o 4 minuti, sia anche perché tutte le volte che io facevo ritorno, dopo aver
lasciato mia cognata, vedevo Graziella appoggiata sul davanzale della finestra
ubicata proprio all'altezza della fermata dell'autobus. Debbo precisare che
immediatamente dopo aver avviato l'autovettura per accompagnare Agata,
incrociavo il Franco Giacobbe che viaggiava in direzione di marcia verso Palermo
a bordo della propria autovettura A 112 di colore blu scuro. Nonostante fossi un po' sorpresa
dall'assenza di Graziella, continuavo la mia marcia verso casa mia pensando
che l'autobus fosse già passato. [...] Quando sono ritornata dall'abitazione di
Agata non solo non ho visto più la Graziella ma non ho intravisto neppure lo
Giacobbe Franco lungo la strada. Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985
(testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “[...] non riesco a
capire come la sera del giorno 12 Graziella si sia allontanata da Villafranca,
visto che come è stato successivamente appurato, non si servì
dell'autocorriera. Da questa circostanza, conoscendo il tipo, sono portata a ritenere che Graziella sia
potuta salire sull'auto di qualcuno che ben conosceva e dal quale nulla poteva
temere o sull'auto di qualcuno che avrebbe potuto indurla a farlo sotto
minaccia. Nei primi
giorni di questa settimana essendo io momentaneamente assente dal mio negozio,
si è presentato un giovane a nome Travia che ha portato a lavare un giubbotto
che è stato consegnato ieri. Ricordo che al mio rientro in negozio appresi
dalle ragazze che il Travia si era presentato con il Franco Giacobbe che non
entrò nel negozio ma rimase seduto a bordo dell'autovettura del detto Travia,
una Fiat Ritmo. Nella
circostanza Graziella si lasciò andare a delle considerazioni
sull'atteggiamento del Giacobbe. Quella sera nella borsa... Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985
(testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “L'ultima sera che
ho visto Graziella, la stessa oltre ad indossare un giubbotto di colore rosso
ed un pantalone nero aveva una borsa di
cuoio di analogo colore con all'interno la somma di £ 70.000 che io stessa le
avevo dato la stessa sera, nonché le chiavi della lavanderia, un'agendina
rubrica telefonica e l'abbonamento dell'autobus. Federico Franca - Verbale di esame di testimonio senza
giuramento 19 maggio
1989, avanti al Dott. Marcello Mondello “La sera che la
Graziella è scomparsa, la giovane portava
con sé una borsa di cuoio di color mattone ma non ho potuto vedere il suo
contenuto”. A questo punto si
contesta alla teste che nella dichiarazione resa ai carabinieri, la stessa ha
indicato in modo preciso il contenuto della borsa. “Effettivamente io
ho dichiarato quanto mi si contesta ma sempre su mia supposizione perché quella
sera le avevo dato la somma di £ 70.000 e sapevo che portava sempre con sé le
chiavi della lavanderia, l'abbonamento dell'autobus e un'agendina rubrica per
annotare numeri telefonici”. L’agendina... Federico
Giuseppe - Carabinieri di Villafranca - 11
gennaio 1986 (testimonianza raccolta dal Maresciallo
Giardina) “Effettivamente circa due mesi fa
l’ing. Cannata detto Tony si trovava nel mio negozio sito in questa via
Nazionale e se non ricordo male gli stavo già facendo lo sciampo quando
improvvisamente questo rivoltosi al suo amico di nome Gianni disse: “Gianni, Gianni corri in lavanderia perché ho
dimenticato nella tasca della giacca mi pare degli appunti”. Non ricordo
che si trattava di una agenda o dei foglietti con numeri telefonici. Il Gianni
è corso in lavanderia ed è quasi subito tornato dicendo che non aveva trovato
nulla. A tal punto il Cannata mi è sembrato preoccuparsi. Preciso che qualsiasi
cosa gli capitava prendeva tutto alla leggera e non era il tipo di
preoccuparsene ma in quella circostanza dall’espressione del viso mi è sembrato
preoccupato. Non ricordo se la mia ragazza che lavora in lavanderia o lui mi ha
riferito che aveva trovato solo un’immaginetta nell’apposita custodia di
plastica senza gli appunti. A.D.R.: Non sono in grado di
indicare più la data precisa in cui si verificò detto episodio in quanto il
Cannata spesso si allontanava da queste zone e quella volta è stata una delle
quali aveva fatto appena ritorno a fuori. A.D.R.:
Al ritorno di un suo consueto viaggio mi ha portato una immaginetta di Giovanni
XXIII sistemata in una custodia di plastica e con al centro una piccola
monetina in oro giallo penso. Si tratterebbe di una analoga immagine di quella
dimenticata nella giacca e andata danneggiata nella lavanderia”. Federico Franca - Questura di Messina - 10 gennaio 1986 “Sono a conoscenza degli appunti importanti
che il Cannata avrebbe dimenticato in un taschino di una sua camicia e vi
posso assicurare che le ricerche effettuate anche da parte mia non hanno
consentito di ritrovarli, almeno fino ad oggi”. Cannistrà Agata - Questura di Messina - 10 gennaio 1986 “La seconda
settimana del mese di novembre u.s. l'ing. rivolgendosi a me ma in presenza
anche di Graziella mi consegnò una borsa (segue elenco indumenti, n.d.r.) e
senza aspettare che io controllassi il tutto se ne andò con l'impegno di
ritornare come io gli avevo detto dopo una settimana circa. Andato via
l'ingegnere, con detta biancheria mi portavo in una stanzetta retrostante
l'esercizio dove dividevo gli indumenti per deporli nella lavatrice ad acqua.
[...] Il controllo che abitualmente faccio per la roba da mettere nella lavanderia
a secco non lo feci voglio dire che detto controllo consiste nell'eventuale
rintraccio di oggetti, fogli o altro lasciati nelle varie tasche
involontariamente dal cliente. Dopo due giorni mi ricordo bene il Cannata
ritornò in lavanderia facendomi presente che nel taschino di una camicia aveva
dimenticato un piccolo portadocumenti
contenente la foto del Papa e degli appunti molto importanti preciso che
nel momento in cui tiravo fuori dalla lavatrice gli indumenti dell'ingegnere,
notavo un piccolo portadocumenti di colore rosso vuoto che deponevo sulla
lavatrice stessa per poi essere consegnato al legittimo proprietario che non
pensavo fosse l'ingegnere. Di ciò informavo il medesimo Cannata al quale,
accertatomi che fosse proprio suo, lo restituivo. Federico Giuseppe - Questura di Messina - 10 gennaio 1986 “Nel mese di
novembre del decorso anno sia il Cannata sia suo cugino Gianni, nel mentre si
trovavano all'interno del mio esercizio di parrucchiere, si ricordarono di
avere dimenticato nella tasca di un indumento consegnato alla lavanderia vi si
trovava un qualche cosa, non ricordo se trattavasi foglio di carta o di una agenda, sul quale vi erano annotati dei numeri
di telefono ai quali, l'ingegnere Cannata attribuiva grande importanza.
Gianni uscì dal mio esercizio per recarsi in lavanderia al fine di recuperare
tale oggetto. Quest'ultimo fece ritorno dopo 10 minuti circa dicendo che non
era riuscito a rintracciare nulla”. Romano Francesco - Carabinieri di Villafranca – 11 gennaio 1986 (testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina ) “A.D.R.: Qualche volta ricordo di
aver notato nel mio esercizio un signore elegante che mia moglie mi diceva di
essere l’ing. Cannata e che lo stesso era un ottimo cliente. A.D.R.: Mi è stato riferito da
mia moglie e dalla sua collaboratrice Cannistrà Agata che tempo fa il Cannata aveva dimenticato in una tasca di un indumento
degli appunti che dopo il lavaggio purtroppo non hanno più trovato. Non so
dire altro”. I
rapporti con Alberti e il Sutera
Federico Franca - Carabinieri di Villafranca – 11 gennaio 1986 (testimonianza
raccolta dal Maresciallo Giardina) “[...] Detto Ing.
Cannata era un nostro assiduo cliente, unitamente al suo collaboratore geometra
Gianni, è sempre stato gentile con noi e quindi si è creato un rapporto di
amicizia. Ricordo che i due, in varie circostanze, hanno scherzato anche con la
malcapitata Graziella ed in particolare il Cannata le diceva che il 31 febbraio
l’avrebbe portata a ballare”. Federico Franca - Questura di Messina - 10 gennaio 1986 “[...] Circa due
anni e mezzo fa ho conosciuto, o meglio [...] si è presentato in lavanderia,
mandato da mio fratello Giuseppe, certo ingegnere Cannata, di nome Tony che per
quanto poi ho saputo era un palermitano, trapiantato nella zona ed in particolare
prima ad Orto Liuzzo e per ultimo a Rometta Marea. Detto Cannata si dimostrava
una persona facoltosa dicendo egli stesso di essere proprietario di diverse
autovetture, di essere possessore di uno yacht ormeggiato nel porto di Messina,
di possedere diverse ville ed appartamenti. Il citato Cannata in lavanderia
veniva spesso in compagnia di giovani e per ultimo insieme ad un certo Gianni,
anch’egli palermitano. Nel corso della nostra conoscenza, derivante sempre per
motivi di clientela, il Cannata si dimostrava un po’ corteggioso nei miei
confronti. Anche se specificatamente più di una volta mi invitò a mangiare
insieme a lui una pizza, cosa che io sistematicamente rifiutavo, però non mi ha
mai fatto una proposta amorosa. Il Gianni invece, per averlo appreso da mia
cognata Agata corteggiava la Graziella ma non so fino a quale punto anche
perché quest’ultima non mi ha mai confidato episodi in tal senso”. Cannistrà
Agata -
Carabinieri di Villafranca – 7 gennaio 1986 (testimonianza raccolta dal Maresciallo
Giardina) “A.D.R.: Conosco Cannata
Eugenio, palermitano, da me conosciuto come Tony ma è la persona raffigurata
che voi mi mostrate. Lo stesso è assiduo cliente della lavanderia e dico di più
un buon cliente perché portava moltissima biancheria a lavare, anche intima. Il
predetto Cannata si faceva chiamare ingegnere Cannata e ogni volta che veniva
in lavanderia era sempre in compagnia di qualcuno, non del luogo che presentava
come cugino, cognato, etc. Per quanto mi è dato sapere per averlo appreso dal
Cannata, lo stesso abitava o abita a Rometta Marea e la di lui moglie a Palermo
e svolgerebbe l’attività di insegnante. Il predetto Cannata che ho visto spesso
cambiare autovettura era solito assentarsi per diversi giorni e quando
rientrava ci raccontava di essere stato a Parigi, a Roma o in altre città. Ultimamente ciò risale a circa due mesi
addietro l’ing. Cannata veniva in compagnia di un giovane dell’apparente età di
anni 22, credo a nome Rosario, che aveva i capelli castano scuri, lunghi
fino al collo, viso rotondo e con il naso leggermente schiacciato e di
corporatura robusta, parlava con accento palermitano e ci venne presentato come
cugino. Il giovane Rosario
abitualmente non parlava però una volta parlando del più e del meno con
Graziella la stessa mi riferì che detto Rosario in effetti quando era venuto
sempre in compagnia dell’ing. in lavanderia ed io mi ero trovata assente, si
era dimostrato un chiacchierone ed un tipo allegro e scherzoso”. Cannistrà Agata - Questura di Messina – 10 gennaio 1986 “[...] Tra i clienti di Rometta Marea vi era un certo “Tony”, il
quale la prima volta che si presentò in lavanderia, cioè circa due anni orsono,
venne a nome del mio fidanzato, Federico Giuseppe. Detta persona da allora
cominciò a portare spesso indumenti di vario genere per lavarli. Dal mese di maggio-giugno del decorso anno,
ricordo, che il citato ing. Cannata veniva in lavanderia in compagnia di un
giovane, del quale per mezzo del mio fidanzato, seppi chiamarsi Gianni.
Quest’ultimo era un giovane dell’apparente età di anni 22-25, di corporatura
robusta, di statura media, aveva capelli color castano chiaro, lunghi e
pettinati con riga laterale, viso rotondo, carnagione chiara. Il medesimo per
quelle poche volte che io l’ho sentito parlare, anche se si esprimeva in
italiano aveva un accento dialettale palermitano, così come l’ing. Cannata. A
volte il Gianni veniva solo in lavanderia per ritirare la biancheria
dell’ingegnere. Lo stesso era un tipo piuttosto taciturno però una volta
Graziella mi confidò che quando si trovavano soli, anche in presenza
dell’ingegnere, con lei era molto confidenziale. In mia presenza il Gianni non dialogava mai con Graziella ma
l’ingegnere aveva con la stessa delle battute di scherzo come ad esempio:
“Graziella, qualche volta ti porterò a ballare con me, vediamo un po’, forse il
31 febbraio. A.D.R.: Da quanto mi
risulta, l’ing. Cannata era una persona che disponesse di molto denaro, dico
questo sia perché quando pagava la biancheria tirava dalla tasca mazzi di
banconote di grosso taglio sia perché lo vedevo in possesso di diverse
autovetture di grossa cilindrata e cioè: una Mercedes di colore marrone, una
Ritmo di colore blu, una Fiat Uno di colore grigio scuro, una A112 di colore
pure questa grigio scuro, un Fiorino di colore rosso e credo pure una Fiat
Panda di colore rosso. Di detti automezzi però non ho mai rilevato le targhe,
per il semplice fatto che io li notavo solo dall’interno della lavanderia. Mi
risulta pure che l’ingegnere fosse sposato e che la moglie, della quale non so
come si chiami, insegna a Palermo e che solo il sabato e la domenica veniva in
Rometta, con i suoi due figli, per trovarli. Per mia curiosità un giorno ho
chiesto al mio fidanzato se conoscesse detta donna e lui mi rispose
affermativamente descrivendomela come una bella donna dai capelli biondi che io
un giorno notai a bordo di una Panda di colore rosso e con due bambini, davanti
la lavanderia in una circostanza che l’ingegnere venne a ritirare alcuni capi
di abbigliamento”. Federico
Giuseppe -
Carabinieri di Villafranca – 7 gennaio 1986 (testimonianza raccolta da Maresciallo Giardina) “A.D.R.: Di tanto in
tanto il Cannata si assentava da Villafranca per dieci quindici giorni e quando
rientrava mi riferiva che per motivi di lavoro si era recato a Parigi, Bologna
o altre città. Ho anche ricevuto dal Cannata alcune cartoline inviatemi da
varie località, cartoline che custodisco e che se vi necessitano posso anche
produrveli. Il Cannata a ritorno di ogni suo viaggio veniva sempre con qualche
suo nuovo amico, che presentava come cugino. Dette persone dopo alcuni giorni
di loro permanenza a Villafranca T.na andavano via. Per ultimo e ciò risale a circa 20 giorni un mese addietro il Cannata
mi presentò altro suo cugino a nome Gianni il quale a differenza degli altri
parenti presentatimi prima aveva un accento continentale mentre gli altri
avevano un accento palermitano. Preciso
che il Gianni l’ho conosciuto mi è stato presentato circa sei mesi addietro dal
Cannata e non lo vedo da circa 20 giorni un mese. Detto Gianni aveva i
capelli castano scuri lisci a taglio normale, preciso biondo scuri e non
castano scuri. Lo stesso era di corporatura robusta, di media statura, viso
direi ovale ed il naso schiacciato. A dire dello stesso svolgeva l’attività di
geometra e collaborava con l’ingegnere. A.D.R.:
Tutte le persone forestiere presentatemi dal Cannata a dire dello stesso, oltre
ad essere suoi parenti erano geometri e suoi collaboratori. (...). Per
brevissimo tempo prestai al Cannata la mia autovettura A/112, in quanto la sua
l’aveva al lavaggio. Utilizzò la mia autovettura per circa due ore. A.D.R.: Il Cannata con i suoi
parenti erano dei buonissimi clienti nel senso che pagavano ‘profumatamente’ ed
acquistavano anche molti prodotti della casa. A.D.R.: Solo una volta il
Cannata è venuto nel mio negozio in compagnia di una ragazza a nome ‘Lia’, di
anni 20 circa di origine campana che mi venne presentata quale segretaria.
Detta Lia diverse volte telefonò al mio esercizio parlando con il Cannata il
quale probabilmente gli fissava lui l’ora in quanto si faceva trovare presente
nella mia sala da barba. Circa tre mesi addietro il Cannata ebbe a dirmi che
nel caso avesse telefonato la Lia anche se egli era presente nella sala dovevo
dirle che non era reperibile. A.D.R.: Ricordo bene che
una volta l’ho visto alla guida di un’autovettura Renault 5 che dopo poco tempo
ha cambiato con altra dello stesso tipo e mi sembra che erano targate Napoli. A.D.R..: [...] Per quanto riguarda l’abitazione di Rometta posso dire che a richiesta
del Cannata io gli inviai un giovane per montargli una antenna televisiva, però
non so di preciso quale villetta abitasse in Rometta Marea”. Federico Giuseppe - Questura di Messina – 10 gennaio 1985 “[...] Conosco un
tale a nome Cannata Tony, ingegnere abitante in Rometta Marea. Quest’ultimo era
mio cliente. Era altresì mio cliente un cugino di quest’ultimo a nome Gianni.
Questi era un giovane di apparente età di anni 25-28 alto metri 1,65 - 68,
corporatura robusta, viso rotondo, capelli lisci, sul biondo scuro, pettinati
con francetta, e di taglio regolare. Per taglio regolare intendo sui laterali
lunghi fino a mezzo orecchio e sul posteriore lunghi quasi a toccare il
colletto della camicia. L’ingegnere Cannata, invece, era dell’apparente età di
anni 40-45, di corporatura magra, alto metri 1,75 circa, questi aveva capelli
neri leggermente brizzolati dico questo perché gli tingevo i capelli mediante l’utilizzo di sciampi coloranti ciò al
fine di coprire i pochi capelli bianchi. Quest’ultimo era fortemente
stempiato e sulla parte superiore della testa aveva pochi capelli. A.D.R.: L’ingegnere Cannata è da me
conosciuto da circa tre anni in quanto cliente dell’esercizio per parrucchiere
per uomo denominato “Giannino Santo”, sito in Messina via Garibaldi n.183,
presso il quale lavoravo. Ricordo che l’ingegnere venne portato presso
quell’esercizio da un tale, credo messinese, da me conosciuto solo di vista. A.D.R.: Sia l’ingegnere che suo cugino, per
quanto possa ricordare, hanno utilizzato, per i loro spostamenti, una Fiat
Ritmo di colore blu scuro con targa Mi, una Fiat Uno amaranto, una Renault 5,
di colore marrone scuro metallizzata, una Mercedes 190 marrone scuro
metallizzata ed altre macchine che riceveva in prestito da amici di
Villafranca”. Catrimi
Francesco -
Carabinieri di Villafranca – 8 gennaio 1986 (testimonianza raccolta dal Maresciallo
Giardina) “Circa tre anni e
mezzo fa si è presentato nel mio negozio di generi alimentari e frutta e
verdura per fare delle compere un certo ingegnere Cannata Tony. Da quel tempo è
diventato il Cannata assiduo mio cliente e quindi è subentrata tra noi
un’amicizia al quanto leale da parte mia. Col passare del tempo mi ha
presentato la moglie certa signora Emilia. [...] A.D.R.: [...] Durante
le ore che trascorrevamo insieme si parlava sempre di calcio e lui non apriva
mai altre discussioni. In una circostanza ricordo che gli ho mostrato la foto
mia che ho sulla patente di guida che risale a circa un ventennio ed ho
invitato lui a farmi vedere la sua. Egli ha tirato fuori la patente di guida e
me l’ha mostrata e ricordo che sulla patente c’era scritto Cannata Antonio”. Calderone
Maria (moglie
di Catrini) - 29 gennaio 1986 - Carabinieri di Villafranca 29
gennaio 1986 - (testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)
“[...] Il signor Tony Cannata che per circa 3 anni ha frequentato il
nostro esercizio e con il quale correva buona amicizia e qualche volta il Tony
con la sua famiglia (moglie e due figli) ed io e mio marito ed i miei figli
siamo andati a pranzo fuori. Preciso, se non ricordo male che una volta è stato
il 13 giugno di un anno o due anni fa in quanto in tale data ricorreva
l’onomastico dell’ingegnere Tony ed un’altra volta per festeggiare l’acquisto
da parte del Cannata di un’autovettura Fiat Uno. Il predetto signor Cannata
qualche volta è venuto a casa mia ed in particolar modo quando veniva preciso
in compagnia della moglie solo rare volte è venuto da solo. In compagnia del
signor Tony da qualche anno vi era un giovane a nome Gianni e anche
quest’ultimo in compagnia dell’ingegnere, qualche volta è venuto a casa mia”. Maresciallo
Giardina Carmelo
(Comandante stazione Carabinieri di Villafranca Tirrena) - 19
maggio 1989 Verbale di testimonio senza giuramento, avanti al G.I. Marcello
Mondello “Avevo visto
l’Alberti a Villafranca prima dei fatti solo due volte, una volta dal barbiere
“Federico” e l’altra volta nel negozio di generi alimentari della moglie del
Catrini Francesco. La prima volta, appena entrai nel negozio l’Alberti mi
salutò rispettosamente e io successivamente chiesi chi fosse tale persona. Mi
fu risposto che era un gentiluomo e come tale era conosciuto a Villafranca. Non
conoscevo affatto la Campagna Graziella”. Gerlando Alberti – Tribunale di Messina interrogatorio
del 22 luglio 1987 avanti al G. I. Pasquale Rossi “A.D.R.: Durante la mia latitanza io,
qualificandomi come Ing. Cannata, ho
sempre avuto rapporti di cordialità con tutti, anche con militari dell’Arma e
della Polizia ed anche tre giorni prima del mio fermo ho offerto il caffè ad un
maresciallo dei CC ed alla moglie”. Gerlando
Alberti –
Tribunale di Messina interrogatorio del 10 ottobre 1989 avanti al G.
I. Marcello Mondello “A.D.R.: Io ero latitante da circa 4 anni perché
colpito da mandato di cattura emesso dal G.S. di Palermo per associazione a
delinquere di stampo mafioso per traffico internazionale di droga. Mi trovavo a
Villafranca da circa 3 anni, 3 anni e mezzo [...]”. Rapporto
giudiziario di denuncia, a carico di 1) - Alberti Gerlando,
nato a Palermo il 18.10.1947, anagraficamente residente in Calolziocorte (BG)
in Via 11 febbraio n.14, di fatto dimorante in Rometta Marea (ME) [...] Alias
Ingegnere CANNATA Antonino nato a Palermo il 18.10.1947, nonché CANNATA Eugenio
nato a Palermo il 28.5.1948; IRREPERIBILE 2) - Lombardo Giovanni,
non meglio indicato, in corso di identificazione (verrà identificato in seguito
come Sutera Giovanni, ndr.); IRREPERIBILE 3) - Federico Franca,
di Gennaro, nata a Spadafora (ME) il 26.8.1961, residente in [...] IN STATO DI
LIBERTÀ 4) - Cannistrà Agata di
Giuseppe, nata a BEX (Svizzera) il 5.5.1968, [...] IN STATO DI
LIBERTÀ RITENUTI RESPONSABILI ° i primi due (Alberti
e Sutera, n.d.r.), in concorso tra loro, di: a) omicidio volontario in persona di Campagna Graziella, nata a
Saponara il 3.7.1968,[...]. b) porto e detenzione illegale di arma da fuoco; c) ricettazione della medesima arma; ° la terza e la quarta (Federico Franca e Cannistrà Agata, n.d.r.),
di: a)
favoreggiamento personale, nei confronti dei primi due. (segue ricostruzione del delitto e testimonianze sopra riportate,
n.d.r.) Questo Ufficio, alla luce dei fatti su esposti, considerata la
personalità criminale dello Alberti, i suoi precedenti, il tempo di permanenza
in questo territorio e quindi in definitiva la mole di interessi economici
illeciti che egli aveva potuto creare, ritiene che ai documenti in questione fosse attribuita, dal suo proprietario,
un’importanza vitale per il proseguimento delle proprie attività o per il coinvolgimento
di complici evidentemente insospettabili. Può essere accaduto, invero, che ad estrarre gli abiti dalla
lavatrice sia stata Graziella Campagna e non la Cannistrà e che, legittimamente
incuriosita, anche al fine di attribuire una proprietà al taccuino, l’aveva
sfogliato rendendosi così conto di qualcosa che non avrebbe dovuto mai sapere.
Ne discende quindi che l’Ing. “Cannata” dopo aver saputo da Agata, le cui
dichiarazioni questo ufficio crede solo in parte, che ad estrarre gli indumenti
dalla lavatrice era stata Graziella, abbia prima rimarcato di farla blandire
dal “Gianni” nell’incontro avvenuto tra i due la sera del 9 dicembre a bordo
dell’Alfa Sud e poi, avuta la certezza del recupero del taccuino l’abbia fatta
eliminare. Due precisazioni sono d’obbligo: 1) quando
il Famà descrive la figura del giovane espone le stesse caratteristiche
fisico-somatiche del “Gianni”; 2)
il “Gianni” era l’unica persona giovane, di
sesso maschile, verso il quale la Campagna, riservata ed introversa per natura,
avesse dimostrato, negli ultimi tempi, un certo interesse e a cui solo si
sarebbe accompagnata. Si rammenta, altresì, che la mattina del 12, Graziella chiese
preoccupata al fratello Pasqualino che l’accompagnava sul posto di lavoro se
sapesse darle informazioni sul conto del giovane che viaggiava su un’Alfa Sud
scura, del quale disse anche nome e cognome [...]. L’ipotesi del legame esistente tra il rinvenimento del taccuino e
l’omicidio della ragazza è altresì avvalorata dalla sparizione della borsetta e
che lei, per certo, aveva la sera della sua scomparsa. Questo Ufficio è altresì nella convinzione che la Federico e la
Cannistrà siano state intimidite e diffidate, da parte dell’Alberti a
collaborare con la giustizia, minacce che, rafforzate dall’efferatezza con cui
è stato consumato l’omicidio Campagna, hanno raggiunto l’effetto sperato. Si sottolinea, altresì, che sia la Cannistrà Agata che la Federico
Franca e il Federico Giuseppe, hanno riconosciuto con certezza, nell’effige
dello Alberti Gerlando, il fantomatico “Cannata”. Per quanto precede si denunziano a codesta A.G. i nominati in
oggetto ritenuti responsabili dei reati in rubrica loro ascritti. Federico Franca - Verbale di esame di testimonio senza
giuramento avanti al G.I. Pasquale Rossi “A.D.R.: Subito dopo la scomparsa della ragazza ho
ricevuto due o tre telefonate ma l’interlocutore non ha parlato, limitandosi ad
ansimare. A.D.R.: Effettivamente nel dicembre del
1986, i primi giorni del mese verso le ore 21,00 ho ricevuto in casa una
telefonata e sono stata minacciata da una persona che dal timbro di voce mi è
sembrato essere un uomo maturo, con l’espressione “Ti ammazzo, sei una poco di
buono”. Tale espressione è stata più volte ripetuta ed io sono svenuta.
Presente vi era mia cognata La Rosa Giuseppa che abita in Villafranca [...].
Tale mia cognata è sposata col fratello di mio marito, che si chiama Romano
Ernesto. A.D.R.: Mia cognata si trovava
occasionalmente in casa mia, perché abitiamo nello stesso condominio. A.D.R.: In un primo momento ho pensato che
la telefonata fosse collegata con la morte della ragazza, ma poi riflettendoci
ho pensato che potesse essere stato anche uno scherzo. A.D.R.: Ripensandoci bene forse io queste
telefonate non l’ho ricevute in dicembre, ma prima, verso la fine dell’estate. A.D.R.: E’ vero che il fratello della
Campagna è venuto da me nel mese di dicembre per dirmi se avevo ricevuto delle
minacce che avevano procurato il mio svenimento e che io ho negato tali
circostanze riferendomi solo alle telefonate avute subito dopo la morte della
Graziella. Ho fatto ciò perché io non volevo riferire in pubblico cose private. A.D.R.: Vi era presente la Cannistrà
Caterina, il marito di quest’ultima, Rodi Giovanni, e insieme al fratello della
Graziella vi era una persona che lui stesso aveva indicato come suo parente. A.D.R.: Non ho riferito di aver ricevuto le
telefonate di minacce né ai C.C. né alla Polizia perché le telefonate non si
sono più ripetute”. Gerlando
Alberti –
Tribunale di Messina Interrogatorio davanti al G.I. Marcello Mondello “A.D.R.: Il Sutera che era anch’egli
latitante col quale non ho alcun rapporto di parentela, stette con me in
Villafranca negli ultimi sei mesi. Il sabato e la domenica mia moglie e i miei
figli mi raggiungevano nella villetta che io avevo preso in affitto a Rometta a
nome di mia moglie ed in tali occasioni il Sutera si allontanava. A.D.R.: Quando venni fermato a
Orto Liuzzo l’8-12-85, ore 18 circa, mi trovavo da solo nell’auto Fiat Ritmo
targata Mi che avevo acquistato a novembre a Milano dalla persona che risultava
intestataria della carta di circolazione ed ero in attesa del trasferimento di
proprietà a nome di mia moglie. Ribadisco che con me non vi era alcuna persona,
non avrei alcuna ragione di negare la presenza di altra persona sull’auto,
maggiore se si fosse trattato del Sutera. Ribadisco che io nel negozio di
parrucchiere del Federico Giuseppe, non dissi affatto a chicchessia di avere
dimenticato l’agendina nell’indumento che avevo portato a lavare alla
lavanderia ‘La Regina’ che peraltro non frequentavo dal mese di novembre
precedente perché mancavo da Villafranca essendomi portato a Milano. Non è mia abitudine
tenere agendine di sorta neanche negli indumenti. Io invece, sono solito portare
con me immaginette sacre e in particolare immagini di Papa Giovanni XXIII e per
il quale ho particolare devozione, tanto che ne acquistai addirittura n. 50 che
ho distribuito ai miei amici”.
Rapporto Giudiziario dei Carabinieri di Messina al Procuratore della Repubblica relativo alla
denuncia in stato di latitanza di Alberti Gerlando e
Sutera Giovanni “... Per quanto esposto, pur avendo acquisito
elementi di natura prettamente indiziaria, non è da escludere che gli autori dell’omicidio
di Campagna Graziella si identifichino in Alberti Gerlando, Sutera Giovanni ed
altri pregiudicati non potuti identificare e ciò per i seguenti motivi: -- l’Alberti
ed il Sutera erano assidui frequentatori della lavanderia; -- esisteva
un rapporto di amicizia fra la vittima ed il Sutera il quale, seppure con molta
discrezione, la corteggiava; -- le
caratteristiche fisico-somatiche del Sutera ed in particolare il naso ed il
taglio di capelli a caschetto, sono verosimilmente uguali a quelli dell’autista
dell’Alfasud che il giorno 9-12-1985 prese a bordo la Graziella; -- gli appunti tanto ricercati da Gerlando
Alberti e certamente di natura compromettente, potevano, anche casualmente,
essere finiti nelle mani della Campagna Graziella alla quale, peraltro, era
stata rivolta dal Sutera la richiesta degli stessi; -- il
rapporto conoscitivo tra la vittima ed il Sutera giustifica, la salita a bordo
dell’autovettura di colore scuro la sera del 9 e del 12-12-1985 il cui possesso
è attribuibile al Sutera Giovanni; -- Gerlando
Alberti e Giovanni Sutera, sono notoriamente coinvolti e ricercati per gravi
delitti di mafia e traffico di stupefacenti; -- gli appunti, tanto
ricercati e potenzialmente finiti nelle mani di Graziella, avrebbero certamente
compromesso il Sutera e l’Alberti tanto da minare la loro stessa copertura
nella zona di Villafranca e paesi vicini, nonché all’organizzazione che ai due
fa capo; -- nessun
nesso è emerso tra la morte della ragazza e i moventi di natura diversi da
quelli che univocamente conducono gli inquirenti ai citati Gerlando Alberti e
Sutera Giovanni; -- la morte della ragazza è stata palesemente
determinata a causa della scomparsa e successiva ricerca dei famigerati appunti,
tant’è che la borsetta cui la Graziella era in possesso la sera del delitto,
non è stata più ritrovata; -- sono
da escludere i moventi di rapina e libidine perché la vittima non poteva essere
in possesso di danaro né risulta essere stata sottoposta a violenza carnale; -- le
modalità esecutive dell’omicidio, lo stile, la particolare efferatezza con cui
è stato perpetrato, fanno ritenere, in maniera equivocabile, che la matrice sia
di chiaro stampo mafioso. A questo punto giova
mettere in evidenza che la presenza del
Gerlando Alberti e del suo luogotenente Sutera, in Villafranca Tana non era del
tutto casuale o finalizzata allo scopo di trovare sicuro nascondiglio, bensì
nascondeva ben altri interessi connessi al grosso traffico di sostanze
stupefacenti, traffico questo che coinvolgeva pericolosi elementi della
malavita catanese e palermitana. Indagini e rapporto dei M.lli Carnemolla e Giardina - rapporto a
firma del Maresciallo Maggiore - Comandante Int. della Compagnia Cono Mollica.
Il G.I. Pasquale Rossi spicca il mandato di cattura contro Alberti e Sutera MOTIVAZIONE: ---
ritenuto che a carico degli imputati sussistono concreti elementi di
colpevolezza desumibili dalle indagini espletate dalla Squadra Mobile di
Messina e dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Messina che hanno trovato
conferma nelle risultanze istruttorie; ---
considerato che la casuale dell’omicidio
della Campagna deve essere identificata nella necessità per l’Alberti e il
Sutera, latitanti e ricercati per gravi delitti di stampo mafioso e traffico di
stupefacenti, di recuperare appunti dei quali la giovane era venuta
accidentalmente in possesso e tali da compromettere la copertura dei medesimi
nella zona di Villafranca e la loro organizzazione criminale; --- che tutto ciò trova riscontro nella
sparizione della borsetta della quale la Campagna era in possesso la notte del
delitto; ---
che il rapporto amichevole giustifica la circostanza che la giovane sia salita
a bordo dell’autovettura il cui possesso è attribuibile al Sutera riconosciuto
attraverso le caratteristiche fisico-somatiche, il giorno 12-12-1985, data
della scomparsa della Campagna; ---
che nessuna altra casuale è emersa tra la morte della Campagna e moventi di
natura diversa posto che la giovane non era in possesso di denaro né risulta
essere stata vittima di violenza carnale; ---
che la titolare della lavanderia presso la quale lavorava la Campagna, subito
dopo il fatto, è stata oggetto di minacce anonime tali da far presumere che gli
autori del delitto si siano convinti che questa fosse stata messa a conoscenza
da parte della giovane di particolari per loro compromettenti.
Il
G.I. Pasquale Rossi
chiede ... “ (...) Con rapporti dell’11 gennaio ‘86 e 3 settembre i
Carabinieri del Nucleo Operativo e la Squadra Mobile di Messina denunciavano
Alberti Gerlando e Sutera Giovanni quali presunti responsabili dell’omicidio
della Campagna. Instauratosi procedimento penale e formalizzata l’istruzione
veniva emesso ed esibito nei confronti dell’Alberti e del Sutera mandato di
cattura. Interrogati, l’Alberti si protestava innocente negando di aver
perduto il portadocumenti in contraddizione con quanto riferito dai testi
innanzi alla Polizia e ai Carabinieri e ribadito in istruttoria. Il Sutera
invece si avvaleva della facoltà di non rispondere. A conclusione della formale istruzione gli atti venivano rimessi
al P.M. il quale concludeva chiedendo il rinvio a giudizio di entrambi gli
imputati per rispondere dei reati rispettivamente loro ascritti. La richiesta del P.M. deve essere condivisa essendo l’Alberti e il
Sutera raggiunti da concreti e univoci elementi di colpevolezza. Ed invero la spietata uccisione della giovane Campagna eseguita
con tecnica e modalità di puro stampo mafioso (ben cinque colpi di fucile
sparati da distanza ravvicinata) si
spiega esclusivamente con la perentoria necessità dell’Alberti e del Sutera di
rientrare in possesso del portadocumenti sulla quale evidentemente erano
trascritti appunti, numeri telefonici ed altro, la cui lettura da parte degli
inquirenti avrebbe compromesso l’organizzazione criminale alla quale i due
latitanti appartenevano. Tale esigenza apertamente manifestata dall’Alberti prima nel
negozio del Federico poi dallo stesso e dal Sutera nella lavanderia, divenne
necessità assoluta quando i due imputati trassero la convinzione che la
Campagna, possa per curiosità essersi impossessata degli appunti. Il proposito
deve fortemente essersi rafforzato quando i due furono fermati dai Carabinieri
l’8 dicembre lasciando nelle loro mani la patente ed il libretto di
circolazione. A questo punto certi ormai
d’essere stati identificati i due si sono prospettati l’eventualità, non appena
la notizia fosse stata resa pubblica, che l’agendina fosse consegnata agli
inquirenti dalla Campagna il cui fratello era per di più un Carabiniere. Il
giorno successivo, esattamente il 9-12-85 un giovane (i cui tratti somatici per
come riferito dal teste Famà coincidono con quelli del Sutera) avvicina la
Campagna evidentemente per avere notizie già concrete delle carte. La sera del
12 la giovane viene nuovamente prelevata ed uccisa. E’ bene porre in rilievo che la giovane, la sera del delitto, è
uscita dalla lavanderia con una borsetta di cuoio, priva di oggetti di valore,
che non è stata trovata sul posto e quindi deve ritenersi sia stata asportata
dagli esecutori del delitto. Ed ancora nessun nesso è emerso tra la morte della
ragazza e moventi di natura diversa da quelli che conducono all’Alberti e
Sutera. Deve infatti escludersi il movente della rapina non essendo la ragazza
in possesso di denaro né risulta che la medesima sia stata sottoposta a
violenza carnale. Né si potrà obiettare che gli imputati tornati in possesso degli
appunti non avevano più interesse alla soppressione della ragazza. Quest’ultima
infatti era diventata una testimone scomoda e quindi secondo la logica perversa
del comportamento mafioso doveva essere eliminata anche per indurre al silenzio
altre persone alle quali la vittima poteva aver fatto delle confidenze non
appena resisi conto dell’importanza del documento in suo possesso. Si spiegano
così le reiterate minacce telefoniche subite dalla titolare della lavanderia
della Federico Franca e ciò conferma
ulteriormente il collegamento tra l’ambiente di lavoro della Campagna e
l’omicidio. Infine particolarmente indiziante appare il comportamento
processuale dei due imputati, il Sutera si è rifiutato di rendere
l’interrogatorio evidentemente per evitare di cadere in contraddizione,
l’Alberti ha avuto la sfrontatezza di affermare di non avere mai perduto il
portadocumenti e addirittura di non avere portato indumenti da lavare alla
lavanderia della Federico sin dal settembre 1985. E ciò malgrado le precise e
concordanti testimonianze di numerosi testi la cui attendibilità non può essere
posta in dubbio. La verità è che l’Alberti ha capito che lo smarrimento
dell’agendina lo inchioda alle proprie responsabilità e quindi istintivamente,
ma nello stesso tempo in modo infermo, ha tentato di negare la circostanza del
tutto pacifico agli atti. Se lo smarrimento del portadocumenti, non fosse collegato con la
morte della Campagna l’Alberti non avrebbe avuto difficoltà ad ammettere il
fatto. Per tali considerazioni, ritenuto che gravi e convergenti elementi
di colpevolezza raggiungono Alberti Gerlando e Sutera Giovanni i medesimi
devono essere rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Messina per
rispondere dei reati rispettivamente loro ascritti (cagionamento della morte di
Graziella Campagna, n.d.r.). P.Q.M. [...] in conformità alla richiesta del P.M., rinvia Alberti Gerlando
e Sutera Giovanni al giudizio della Corte d’Assise di Messina per rispondere
dei reati rispettivamente loro ascritti.
Il P.M. Giuseppe Gambino
chiede il non luogo a procedere ... [...] Questo PM ritiene di dovere dissentire dalle conclusioni a
cui, al termine dell'istruzione annullata dalla Corte d'Assise erano pervenuti
il PM e il GI, per le seguenti ragioni: il rinvio a giudizio dei due imputati era fondamentalmente basato
sull'individuazione di un movente tutt’altro che certo: lo smarrimento di una
agendina da parte dell'Alberti e il ritrovamento della stessa da parte della
Campagna. Non vi è prova in atti, infatti, che la Campagna abbia ritrovato
l'agendina dell'Alberti e si sia rifiutata di consegnarla [...] E' ipotizzabile che
un'agendina di un latitante, di persona cioè che potrebbe essere catturata da
un momento all'altro, contenga informazioni così importanti (appunti attraverso
cui, ad esempio, ricostruire l’organigramma di un’associazione mafiosa?) da giustificare
l'omicidio della persona che, casualmente, ne abbia preso visione? Che senso ha per un latitante, sfuggito fortunosamente alla
cattura, ritornare sui luoghi dove in precedenza era stato individuato? Può la legge della vendetta, in questo caso tanto implacabile
quanto improbabile, giustificare un simile rischio, soprattutto quando il danno
conseguente all'ipotizzato rinvenimento dell'agendina era comunque
irreparabile? [...] Anche a non voler indugiare sulla scarsa attendibilità della Curreri (madre di Graziella, n.d.r.) sul
punto (come mai non riferì subito agli inquirenti una circostanza così
importante), ritiene questo PM che la circostanza non convalida la tesi
dell'esistenza di un valido movente dell'Alberti. Secondo quanto riferito dalla
Curreri, la figlia non poté avere il tempo di leggere quanto appuntato sulla
carta perché questa le venne prontamente tolta dalle mani della Cannistrà;
questo assunto è confermato dal fatto che la Campagna si limitò a riferire
l'episodio alla madre, senza manifestare però alcuna preoccupazione o indicare
circostanze dalle quali potesse rilevarsi la vera identità e personalità
dell'Alberti. Non possono escludersi moventi diversi dall'unico ipotizzato dal
PM e dal GI nella precedente fase istruttoria. Si veda in proposito la
dichiarazione di Gianò Antonietta, che la sera del delitto vide un giovane a
bordo di un'autovettura A 112 che sembrava infastidire la Campagna ferma in
attesa dell'autobus, successivamente notò un'altra autovettura di grossa
cilindrata allontanarsi dal luogo ove in precedenza la ragazza attendeva
l'autobus e quindi l'arrivo dell'autobus che non si fermò ovviamente perché la
ragazza non si trovava più là. Il fratello della vittima Campagna Pasqualino
riferisce che l'ultima volta che accompagnò la sorella a lavorare apprese dalla
sua viva voce che "un’Alfa Sud di colore scuro passava davanti alla
lavanderia e mi chiese se io conoscessi il conducente..." [...] P.Q.M. chiede che il G.I. a chiusura della formale istruzione, dichiari
non doversi procedere nei confronti di Alberti Geralando e Sutera Giovanni in
ordine ai reati a loro ascritti [...] per non aver commesso il fatto. Messina,
lì 13 febbraio 1990, (il
Sostituto Procuratore della Repubblica
Dott. Giuseppe Gambino)
Il G.I. Marcello Mondello
accetta le richieste del PM ... [...] Le indagini condotte dalla Squadra Mobile della Questura di
Messina e dai Carabinieri del nucleo operativo consentivano di accertare che la
Campagna [...] la sera del 12 dicembre non aveva utilizzato per rientrare in
casa come era solita fare, l'autocorriera (vedi deposizione di Gianò Concetta),
ma era salita su un'autovettura di colore scuro di grossa cilindrata ed ancora
qualche giorno prima, esattamente il 9 dicembre, tale Famà Giovanni aveva visto
la Campagna salire su un'autovettura Alfa di colore blu targata R.C. condotta
da un giovane dai capelli moderatamente lunghi. Tali deposizioni inducevano gli
inquirenti a ritenere che la vittima nelle due occasioni era salita sulla
stessa autovettura condotta dalla stessa persona certamente ben conosciuta per
cui doveva escludersi che la giovane
fosse stata prelevata la sera del 12 con un atto di forza che non sarebbe certo
passato inosservato in una zona ben illuminata e frequentatissima. Le successive indagini consentivano agli inquirenti di
identificare, quali presunti responsabili del delitto, Alberti Gerlando e
Sutera Giovanni pericolosi pregiudicati e latitanti ricercati per associazione
a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale di droga ed altro
(segue ricostruzione dei fatti, n.d.r.)[...] Con ordinanza 1/3/88, [...] il G.I. (Pasquale Rossi, n.d.r.) su
conforme richiesta del P.M., disponeva il rinvio a giudizio degli imputati davanti
alla locale Corte d'Assise per rispondere dei reati loro rispettivamente
ascritti. Con ordinanza emessa all'udienza del 10/3/89 la Corte, rilevato
che nel corso della formale istruzione, erano stati compiuti atti istruttori
senza la previa notifica agli imputati della comunicazione giudiziaria,
dichiarava la nullità degli atti della formale istruzione ivi compresa
l'ordinanza di rinvio a giudizio nonché di tutti gli atti consequenziali,
rigettando l'istanza di scarcerazione dell'Alberti per decorrenza dei termini
di custodia cautelare, nonché di concessione degli arresti domiciliari. Pervenuti nuovamente gli atti a questo G.I., veniva disposta
immediata scarcerazione degli imputati con imposizione dell'obbligo di
domiciliare il primo in Messina e il secondo in Palermo. Interrogati nuovamente gli imputati con mandato di comparizione ed
espletata la formale istruzione il P.M. concludeva chiedendo dichiararsi non
doversi procedere a carico dei prevenuti in ordine ai reati loro ascritti per
non aver commesso il fatto. La richiesta deve essere accolta. Invero le statuizioni alle quali questo G.I. era pervenuto con
l'ordinanza di rinvio a giudizio del 1/3/88 ad un più attento esame dei fatti,
non possono essere condivise anche alla stregua della sopravvenuta normativa
processuale, che legittima il rinvio a giudizio dell'imputato solo allorché sia
fondata la prognosi di una pronuncia di condanna in sede dibattimentale: il che
sulla base degli elementi raccolti nel corso della formale istruzione non può
affatto accadere. Come ha esattamente rilevato il P.M. nella sua requisitoria del
13/2/90 l'accusa mossa agli imputati si fonda esclusivamente sulla causale
individuata nel ritrovamento da parte della sventurata Campagna dell'agendina
[...] la quale in tal modo sarebbe venuta a conoscenza di non ben precisate
notizie compromettenti riguardanti l'Alberti [...]. Sennonché tale causale come pure ha osservato il requirente non
può affatto ritenersi certa: ed al riguardo valgono gli interrogativi posti dal
requirente, il quale ha giustamente osservato come sia scarsamente ipotizzabile
che un latitante, ossia persona che potrebbe essere catturata da un momento
all'altro, sia solito portare addosso una agendina contenente appunti
compromettenti. Inoltre è da rilevare che la Campagna se veramente avesse
ricevuto minacce da parte dell'Alberti o anche di altri non avrebbe mancato
certamente di parteciparlo ai familiari. Vero è che la madre della giovane
vittima, Curreri Santa, sentita da questo G.I. ebbe a riferire (si veda
testimonianza Curreri Santa, n.d.r.). La circostanza (si riferisce all'episodio
che vedrebbe la Cannistrà strappare dalle mani a Graziella l'agendina, ndr.)
che avvalorerebbe la tesi originaria dell'accusa, appare però scarsamente attendibile giacché se
veramente la figlia le avesse fatto una tale confidenza, la Curreri, la quale
doveva necessariamente essere a conoscenza delle risultanze investigative, non
avrebbe mancato di riferirla agli inquirenti per supportare l'accusa. Ella
invece nulla riferì agli inquirenti, i quali neppure la interrogarono e
giustificò davanti a questo G.I. tale sua inerzia con il suo stato d'animo
contristato per la perdita della figlia e con il convincimento che la causale
dell'omicidio fosse da ricercarsi nel risentimento nutrito dal Giacobbe
Francesco per non essere stato accettato come fidanzato dalla figlia. Peraltro
la Cannistrà escluse di avere strappato alcunché dalle mani della compagna di
lavoro, anche se ammise la circostanza del rinvenimento del portadocumenti in una
tasca di una camicia (segue testimonianza della Cannistrà, n.d.r.). Peraltro la
circostanza dell'interesse del sedicente Cannata al recupero del portadocumenti
e soprattutto del suo contenuto risulta anche da altre fonti processuali e
precisamente dalle dichiarazione dei testi Romano Francesco, della di lui
moglie Federico Franca [...] nonché del teste Federico Giuseppe (segue
testimonianza della Federico Giuseppe, n.d.r.). La premura dimostrata dall'Alberti per recuperare i fogli dimenticati
nella tasca dell'indumento portato in lavanderia dimostra l'importanza che lo
stesso annetteva a tali fogli verosimilmente contenenti indicazioni
compromettenti anche in considerazione della sua situazione di latitante. L'Alberti, evidentemente consapevole del peso indiziante della
circostanza sopra riferita, l'ha negata in toto, in ciò sostenuto dal Sutera,
il quale però più cautamente ha asserito che non gli "risultava" di
essere stato incaricato dall'Alberti di portarsi nella lavanderia alla ricerca
degli appunti [...]: ma la circostanza di cui sopra, come detto affermata dal
Federico Giuseppe e dalla Cannistrà Agata, la quale però ha dato una versione
dei fatti lievemente difforme, dalla quale però è possibile cogliere pur sempre
il preoccupato interesse dell'Alberti al recupero degli appunti o agendina che
fosse. Altro elemento indiziante a carico degli imputati è costituito
dall'allora assurda negativa in ordine alla presenza del Sutera insieme
all'Alberti, allorché i due vennero fermati dai carabinieri Renda e Calannese
in località Orto Liuzzo l'8 dicembre precedente con la Fiat Ritmo targata MI
intestata al Fricano Rosario. Tale linea difensiva evidentemente è stata
assunta dagli imputati al fine di allontanare ogni sospetto in ordine alla loro
partecipazione all'omicidio, mediante l'esclusione del partecipe necessario
Sutera assiduo accompagnatore dell'Alberti in occasione dei suoi spostamenti. Tuttavia i soprannumerari
elementi indizianti a carico degli imputati non paiono per nulla idonei a
costituire prova della responsabilità degli stessi in ordine all'efferato
crimine, che peraltro per le modalità di esecuzione sembra proprio provenire da
elementi appartenenti ad organizzazione criminale. Lo "stampo" mafioso dell'omicidio si coglie infatti dal
tipo di arma adoperata (un fucile a canna mozza), oltre che dal numero dei
colpi esplosi (5), due dei quali sparati quando la vittima giaceva già sul
terreno e dall'assenza sul corpo della vittima di tracce di violenza di
qualsiasi specie appare altresì strano che la Campagna, la quale pure era
restia ad accettare passaggi sulle autovetture di persone conoscenti, si sia da
sola determinata a salire sull'autovettura della persona che la condusse sul
luogo dell'esecuzione. E' da pensare al riguardo o che la ragazza sia stata
imbarcata sull'autovettura con modi alquanto bruschi ovvero che la stessa abbia
volontariamente aderito all'invito rivoltole da persona conoscente nella quale
aveva piena fiducia: e tale era appunto il Sutera, del quale la Campagna con la
sua collega Cannistrà con la quale, malgrado il suo carattere introverso, aveva
discreta confidenza. D'altro
canto, ancorché la causale riferita agli odierni imputati appaia senz'altro
abbastanza esigua, non è emersa alcun altra causale che possa, non si dice giustificare,
ma neppure lontanamente spiegare un sì efferato crimine. Tale assoluta assenza
di altre possibili motivazioni del delitto non può che ricondurre i sospetti verso gli odierni imputati; ma
non essendosi tali sospetti coagulati in prove (né potendosi, in ipotesi,
escludere del tutto altre eventuali causali rimaste ignote), non resta che dare
ai prevenuti completo discarico, prosciogliendo gli stessi dal più grave
addebito di omicidio aggravato, nonché da quella consequenziale detenzione e
porto illegale di fucile, per non aver commesso il fatto come sollecitato dal
P.M. [...]. GRAZIELLA
CAMPAGNA A
17 anni vittima di mafia. Storie
di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non
esiste’. Capitolo Terzo – I Mandanti
Si squarcia
il muro delle omerta’ Si riapre l’inchiesta sull’omicidio di
Graziella Campagna. Un silenzio lungo 11
anni, la rimozione collettiva di un delitto che disonora. Uno alla volta, i
grandi-piccoli pentiti della mafia messinese iniziano a rispondere: Luigi Sparacio, Rosario Rizzo, l’ex boss di Mangialupi Salvatore Surace, il capocosca di Gravitelli Giorgio Mancuso, Carmelo
Ferrara, fratello dell’ex re del Cep Sebastiano, gli ex affiliati al clan
Sparacio Marcello Arnone, Salvatore Giorgianni, Antonio Cariolo, Pietro Di Napoli. Tutti puntano il dito contro Gerlando Alberti junior e il suo inseparabile fiancheggiatore Giovanni Sutera. Tutti si soffermano
sul ritrovamento della preziosa agendina. Nomi e cognomi di mafiosi,
imprenditori, giudici e funzionari dello Stato, uno dietro l’altro in fila,
forse gli stessi del contesto tracciato. Molti parlano per ‘relato’, ricordando
le parole di Salvatore Pimpo. “La Campagna fu sequestrata e uccisa dopo un
lungo interrogatorio da parte di Alberti e Sutera che volevano ritrovare
l’agenda che conteneva numerosi nomi ‘importanti’ e utenze telefoniche tra i
quali magistrati ed alti funzionari dello Stato” dichiara Surace. “Essi vennero così a sapere che gli appunti erano in possesso della
titolare della lavanderia, la quale successivamente minacciata di morte
dall’Alberti ebbe a restituirgli tutto. La donna non fu uccisa dal citato
mafioso in quanto prima di restituirgli gli oggetti lo ricattò dicendogli che
ella per sua tutela in relazione all’episodio che la riguardava aveva
provveduto a redigere un memoriale ove aveva specificato ogni particolare”. Antonio Cariolo, riferendo le parole di Antonino Villari, cugino di Sparacio,
si sofferma su un biglietto rinvenuto in alcuni indumenti “che appartenevano al mafioso Carlo
Greco al tempo latitante nella zona”; Graziella, probabilmente, “era venuta a conoscenza di un messaggio
compromettente che il Greco o l’Alberti avevano scritto sullo stesso a qualche
personaggio non specificato”. Luigi
Sparacio offre invece un movente scarsamente credibile. Riferendo quanto
gli sarebbe stato raccontato in carcere da Antonino
Bellinvia, affiliato al clan barcellonese Iannello-Gullotti anch’esso in affari con Gerlando Alberti junior,
l’omicidio “era da ricondurre nel fatto che
la giovane recatasi diverse volte presso l’abitazione dell’Alberti a
Villafranca, vi aveva notato delle armi”. E’
Carmelo Ferrara a raccontare di
avere appreso l’omicidio direttamente dalle parole di Gerlando Alberti junior mentre erano entrambi in carcere nel
1987-88: “Eravamo in buoni rapporti di
amicizia e un giorno volle sfogarsi con me dicendomi che aveva un rimorso di
coscienza per essere stato lui a uccidere la Campagna. Mi precisò che la
ragazza era venuta a conoscenza della sua vera identità in quanto aveva
rinvenuto un’agendina nelle tasche dei vestiti che aveva portato a lavare
presso la lavanderia dove essa lavorava. Una sera, unitamente ad un suo amico
sempre di Palermo di cui mi disse chiamarsi Sutera, con la scusa di dare un passaggio alla ragazza che
aspettava alla fermata dell’autobus, la fece salire sulla sua macchina e la
condusse sui Colli, dove, insieme al Sutera, la uccise con alcuni colpi di
fucile”. I pentiti disegnano uno
senario ancora più torbido. A Villafranca si sarebbe mosso qualcuno
d’importante per salvare gli assassini dalla sicura condanna. Nello sfondo
traspare l’ombra di un possibile aggiustamento giudiziario. Rispunta il nome di
Salvatore Pimpo: “A suo dire” ricorda Salvatore Surace “fu grazie
all’interessamento dell’imprenditore Santo
Sfameni che il procedimento penale finì in un nulla di fatto poichè gli
imputati furono prosciolti”. Ancora più preciso il cugino Rosario Rizzo, buon conoscitore delle
vicende di Villafranca avendovi realizzato un appartamento all’angolo della
Nazionale: “Mi pare che il Pimpo stesso
ebbe ad interessarsi per aggiustare il processo dell’Alberti junior relativo
all’omicidio Campagna. Se non ricordo male mi sembra che il presidente del
Tribunale mandò indietro in istruttoria il procedimento che fu istituito dal
dott. Rossi e mio cugino si interessò unitamente a Cavò Domenico per il tramite di Sfameni ad aggiustare il processo e
mi risulta che l’Alberti è stato scagionato in istruttoria”. Qualcosa di analogo lo aveva
raccontato Salvatore Giorgianni il
14 marzo del ‘94 al Pm di Reggio Calabria Francesco Mollace durante un
interrogatorio in merito all’inchiesta sul giudice messinese Giuseppe Recupero: “La masseria di Sfameni Santo era frequentata da Gerlando Alberti junior. Quest’ultimo venne arrestato per
l’omicidio di una ragazza uccisa sui colli San Rizzo. Per quel che ricordo la
ragazza venne assassinata perché involontariamente era venuta in possesso di un
documento che apparteneva a Gerlando Alberti junior. Lo Sfameni mi disse che il
Giudice Recupero aveva prosciolto Gerlando Alberti junior dall’accusa di
omicidio in quanto con tale provvedimento intendeva fare un favore anche a
Sfameni Santo giacché riteneva che fosse un po' il tutore di Gerlando Alberti
junior nella zona di Villafranca”. 5. Stato e
antistato ...
5.1 ... in un’allegra
masseria Santo Sfameni detto ‘l’imprendibile’, ufficialmente costruttore,
molto più realisticamente ‘il grande vecchio’ di ogni malaffare dell’hinterland
di Villafranca Tirrenica. Originario di Saponara, dopo una parentesi da
infermiere presso un ospedale di Messina, Sfameni spicca il gran salto nel
mondo degli affari costituendo la ‘Le.Ni.’, l’impresa che in poco più di un
decennio firmerà la realizzazione di buona parte del patrimonio edilizio di
Villafranca e Torregrotta. Un personaggio ben voluto e riverito, a cui non
faranno mancare cordoglio e necrologi nelle fasi tragiche della vita i politici
e gli imprenditori più in vista della zona: l’ex assessore regionale DC (oggi
CDU) Luciano Ordile, l’allora
consigliere provinciale Msi poi AN Francesco
Curreri, l’assessore merliniano di Torregrotta Paolo Giunta, il consigliere comunale DC di Villafranca Angelo Sindoni, il nobile Ferdinando Stagno d’Alcontres,
l’avvocato Antonio Marrone. Eppure,
secondo il racconto di numerosi collaboratori di giustizia e di qualche onesto
testimone, la masseria di Santo
Sfameni oltre ad ospitare le schiticchiate dei migliori rampolli locali sarebbe
stata la meta dei pellegrinaggi dei maggiori boss della Sicilia orientale, i Greco di Ciaculli, Salvatore Inzerillo e Stefano
Bontade (il cui padre avrebbe fatto ricoverare al Policlinico
Universitario). Il collaboratore Antonio
Cariolo ricorda “l’appoggio” a Villafranca della latitanza di Carlo Greco, l’alter ego di Pietro Aglieri, e di altri mafiosi
palermitani a cui lo Sfameni avrebbe provveduto “a tutti i loro fabbisogni”. “La presenza dei suddetti palermitani nel
territorio di Villafranca e zone contermini”, spiega con qualche
imprecisione il Cariolo, “era da
ricondurre al fatto che i medesimi con l’apporto logistico fornito da don Santo Sfameni, avevano posto una base
strategica operativa allo scopo di fronteggiare ed attaccare i loro nemici
cosiddetti ‘Corleonesi’”. Non mancavano poi gli uomini di punta della mafia
catanese. Secondo il pentito Salvatore
Giorgianni “lo Sfameni aveva rapporti
anche con Nitto Santapaola che un
giorno ebbe a recarsi nella sua masseria”. A
frequentare ‘don Santo’ i ‘generali’ e i ‘colonnelli’ della criminalità del
messinese Mario Marchese, Luigi Sparacio, Giorgio Mancuso, Domenico Di Blasi, Domenico Cavò, Pippo Leo,
Pasquale Castorina, Pietro Di Napoli, Placido Cambria
e Marcello D’Arrigo. Secondo quanto
riferito alla Questura di Messina da Giuseppe
Sorbera, fratello del pluripregiudicato Mario, per anni alle dipendenze dello Sfameni nella cura dei cavalli della proprietà di località
Giuntarella “numerose persone si recavano
nella masseria soprattutto per ossequiarlo. Fra questi ricordo i fratelli Rizzo Letterio e Rosario i quali avevano detto allo Sfameni che loro erano a capo di
un consistente numero di persone e che per qualunque motivo poteva ritenerli a
sua disposizione, Centorrino Salvatore,
Papale Domenico, Leo Giovanni, proprietario di una
macelleria al Cep, Leardi Luigi detto
‘Bombolaru’, Arnone Marcello, Guglielmo Domenico, tale Princiotta...”. 5.2 Il saggio
consigliere di ogni cosca
dello Stretto Gli appartamenti che ‘don’ Santo Sfameni possiede nella zona sono
il sicuro rifugio per i killer latitanti dello Stretto, del barcellonese e di
Tortorici. Ecco quanto ha dichiarato il pentito Salvatore Giorgianni alla Direzione distrettuale antimafia di
Messina: “Ebbi a conoscere Santo Sfameni
fin dall’anno 1986 epoca in cui ebbi a recarmi unitamente ad Antonino Cisco presso un cantiere edile
dove si trovava lo Sfameni. Io e Cisco facevamo parte del clan di Domenico Cavò. Successivamente ho
rivisto lo Sfameni nel 1988 epoca in cui io mi nascosi temendo di essere
arrestato per un’attività di spaccio di stupefacenti (...). Tra il 1989 e il
1990 ero latitante e chiesi ospitalità allo Sfameni il quale mi mise a
disposizione nella città di Villafranca Tirrena, prima una mansarda e
successivamente un locale sito all’interno di un capannone adibito alla
lavorazione di alluminio credo di proprietà di tale La Fauci”. Il
pentito Marcello Arnone, già
affiliato al clan Sparacio ricorda come il fratello Umberto, fuggito nel 1989 dal carcere di Alessandria ebbe a trovare
“ospitalità saltuaria” da Santo Sfameni. “Lo Sfameni”, precisa Arnone, “metteva
a disposizione la propria masseria per gli incontri che mio fratello e gli
altri latitanti quali Salvatore
Giorgianni, Pietro Trischitta e Stellario Lentini avevano con me o con altre persone. Sfameni era
una persona di rispetto, molto ossequiata e temuta nella zona di Villafranca.
Egli pur non avendo una sua organizzazione mafiosa su cui poter contare, era
tuttavia in grado di ‘aggiustare’ i conflitti tra i vari gruppi, nonchè di
interessarsi di risolvere con l’uso della violenza e della minaccia situazioni
personali di cittadini che a lui si rivolgevano”. “Posso dire ciò”, aggiunge Arnone, “perchè io stesso sono stato richiesto per danneggiare un locale sito in
Rodia di Messina, per risolvere una questione di vicinato tra il titolare di un
esercizio commerciale ed un professore proprietario di un terreno limitrofo. Lo
Sfameni poteva quindi contare di malavitosi appartenenti ai diversi clans che
lui conosceva o di cui lui ne poteva disporre per tramite dei propri capi
clans. Mi risulta che traeva i proventi di alcune attività illecite come le
estorsioni che egli faceva commettere a persone di sua fiducia”.
Sfameni era dunque un personaggio carismatico per le principali
‘famiglie’ di Messina e dintorni. L’ex pezzo da novanta Luigi Sparacio nel ricordare come Sfameni era noto nel ‘giro’ per
le amicizie coltivate nell’ambiente giudiziario e politico afferma che gli “si rivolgevano per qualsiasi tipo di favore
un po' tutti i personaggi della criminalità messinese”. Secondo il pentito Salvatore Giorgianni l’imprenditore di
Villafranca “teneva legami con i clan
organizzati messinesi, senza parteggiare per alcuno. Lo Sfameni, si rendeva
sempre disponibile, intercedendo a favore delle persone che gli si rivolgevano”.
Ignazio Aliquò ricorda di aver
conosciuto lo Sfameni in occasione di un incontro nella sua abitazione di
Villafranca mentre era in compagnia del boss Pippo Leo. “Leo si era
rivolto allo Sfameni in quanto presso il comune di Rometta Superiore era ferma
una domanda per licenza commerciale di un Supermercato che i congiunti di Pippo
Leo volevano aprire a Rometta Marea. Grazie all’interessamento dello Sfameni la
licenza di commercio venne data e tuttora il Supermercato è in attività,
gestito dalla sorella e dal cognato di Pippo Leo”. Per il pentito Pietro Di Napoli lo Sfameni “era un punto di riferimento per tutti i
gruppi delinquenziali ed in particolare dei fratelli Rizzo eredi di Salvatore
Pimpo”. Il rapporto privilegiato con i vertici di uno dei clan più
agguerriti della città dello Stretto è poi confermato dall’ex boss Rosario che afferma di aver conosciuto
‘don Santo’ nel 1988 grazie al cugino Pimpo. “Sfameni si prestava a cambiare ogni tanto degli assegni a mio cugino
Salvatore e così in seguito fece pure per me”, racconta il Rizzo. “Posso segnalare che negli ultimi tempi e nel
mentre ero latitante lo Sfameni ha fatto avere a mia moglie per il tramite di
mio padre, diverse somme di denaro”. Altri soldi gli sarebbero stati
consegnati durante la detenzione in carcere. “Mio padre ha una ditta navale a Messina. E aveva un ristorante nella
cortina del porto. E lì Santo Sfameni andava e gli dava qualcosa, un milione,
due milioni, prima della mia collaborazione. Andava lì e diceva, Signor Rizzo,
ci lassu stu regalo a vostru figghiu, ci aviti a diri che ciu manda Santo
Sfameni. Qualche volta lo Sfameni incaricava il suo socio Giunta Paolo di portare i soldi a mio padre”. Sarà opportuno
precisare che la ‘società’ di don Santo e del Giunta riguardava la gestione dei
Supermercati Vismara, l’azienda di salumi la cui rappresentanza a Messina era
stata ottenuta dal boss Domenico Cavò
grazie all’interessamento di Michelangelo
Alfano. E’ proprio nel deposito
Vismara di Scala Torregrotta, che l’ex dipendente Giuseppe Sorbera avrebbe assistito ad un colloquio tra lo Sfameni e Paolo Giunta dai contorni estremamente inquietanti. Oggetto il
viaggio negli Stati Uniti del giudice
Caselli per una serie d’interrogatori di pentiti. “Tale colloquio si concluse con la frase dello Sfameni minacciosa nei
confronti del Giudice Caselli. In particolare lo Sfameni disse che per Caselli
‘ci voleva il bazooka’, o meglio si doveva usare il bazooka. Poiché tale frase
mi destò notevole preoccupazione ed essendomi recato a Napoli per fare visita a
mio fratello Mario che in quel periodo era ospite dei genitori della moglie,
feci una telefonata anonima al 113 dicendo che lo Sfameni potesse avere
organizzato un attentato contro il Giudice Caselli e che comunque il detto
Magistrato potesse correre seri pericoli”. Dulcis in fundo il Sorbera mette
in bocca al costruttore una ‘perla’ dal sapore vagamente andreottiano: “Sfameni si lamentava ripetutamente ed in
qualche modo temeva i servizi segreti Americani ma soprattutto temeva un certo Marchese Mario il quale, a suo dire,
era divenuto un pentito”. Sfameni
‘uber alles’, un gradino più su degli altri, a cui lo stesso Gerlando Alberti junior in segno di
devozione era solito offrire champagne e dolci. Un rapporto assai solido quello
tra l’imprenditore di Villafranca e il mafioso palermitano accusato
dell’omicidio di Graziella Campagna. Talmente solido, secondo i pentiti, da far
intervenire Sfameni per scagionare l’Alberti. Scorrono così parallele le
vicende e gli affari dei due che alla fine, c’è chi individua, forse, una qualche
responsabilità di don Santo nello stesso efferato delitto. Secondo il pentito Cariolo sarebbe stato proprio lo Sfameni ad informare Gerlando Alberti “che la Campagna era un soggetto pericoloso,
non solo per il medesimo ma anche per tutti coloro i quali erano legati a lui,
in quanto aveva un fratello carabiniere al quale avrebbe potuto riferire
determinati particolari che potevano compromettere non solo i loro ‘affari’ ma
anche la libertà dello stesso Alberti e del Carlo Greco”. Forse Graziella non avrebbe mai potuto capire da
sola la pericolosa grandezza degli abituali frequentatori della lavanderia ove
lavorava; il fratello, irreprensibile militare dell’Arma, sì. La condanna a
morte viene firmata. Ed eseguita. 5.3 Magistrati, politici, funzionari e notai alla corte del
burattinaio di Villafranca Riverito
e stimato da tutti, Santo Sfameni
muoverà le fila di affari leciti e illeciti sino a tutto il maggio ‘94 quando
finirà in manette dopo dieci mesi di latitanza dorata in un villino di Santo
Saba di proprietà di un amico di Saponara, Francesco
Caruso, assai frequentato da personaggi bene in vista della cittadina
tirrenica. I giudici di Reggio Calabria lo inseguono per la vicenda della
gambizzazione del professor Nello
Pernice, docente di Genetica dell’Università di Messina, il 6 settembre del
‘90 davanti al Papardo, inchiesta che porterà al clamoroso arresto dell’ex
Presidente della Corte d’Assise di Messina Giuseppe
Recupero, poi assolto al processo conclusosi lo scorso gennaio. A reclutare
il gruppo di fuoco composto da Giovanni
Paratore e Salvatore Calabrò ci
avrebbe pensato Santo Sfameni,
presso la cui masseria di Villafranca si recava spesso il giudice messinese con
i suoi familiari. Il giudice Recupero ha tenuto a sottolineare che all’epoca “l’imprenditore di Villafranca non era
affatto considerato uno dei capi della criminalità mafiosa messinese”. “Sfameni era per me persona incensurata,
infartuato e con due figli deceduti all’età di 16 e 21 anni, serio appaltatore
edile, ottimo padre di famiglia, mai coinvolto in alcun precedente penale”
scrive nella sua memoria difensiva Giuseppe
Recupero. “Era stato per oltre
quarant’anni amico di mio cugino Francesco
Recupero, magistrato di Cassazione, Presidente di Sezione del Tribunale di
Messina e Senatore della Repubblica; per devozione lo Sfameni accompagnava
spesso mio cugino, anche fuori Messina; era stato amico ed elettore di mio zio Santi Recupero, dirigente superiore
della Procura Generale di Messina, deputato per tre legislature del Parlamento
siciliano, assessore alla sanità della regione, sindaco di Milazzo, assessore
al Comune di Messina. E’ stato egli uno dei fondatori del Psdi, segretario
provinciale di detto partito e poi, in uno all’On.le Avv. Nicola Capria del Psi; amico (esso Sfameni) del prof. Matteo Vitetta (deceduto), ordinario
all’Università di Messina, amico del giudice Marcello Mondello...”. Recupero
dichiara di aver incontrato sino all’ottobre del 1988 “solo alcune volte” Santo
Sfameni. “Da tale data dopo avere
appreso della morte del secondo figlio proprio dal collega Mondello, che era
stato al funerale, sono andato a casa della famiglia Sfameni per le
condoglianze. Quindi saltuariamente, con mia moglie, con i miei figli, siamo
andati, sino alla primavera del 1991, in una campagna dello Sfameni”.
Appena qualche visita, dunque, e qualche cena conviviale. “Mia moglie del resto”, spiega Recupero, “certamente mi avrebbe indotto a rompere ogni rapporto con Sfameni e
famiglia appena avesse sospettato qualcosa di poco serio”. Del
resto il giudice si era convinto a frequentare la masseria solo dopo aver
constatato che “il luogo era meta delle
visite di noti e stimati professionisti: notai, medici ed anche magistrati miei
colleghi”. Ottima gente, personaggi al di sopra di ogni sospetto. L’elenco
dei loro nomi è allegato in un esposto del giudice Recupero al CSM e ai massimi
vertici del Ministero di Grazia e Giustizia del novembre ‘95. “Presso detta campagna”, scrive il dottor
Recupero, “io e i miei familiari abbiamo
conosciuto esclusivamente, ed erano abituali frequentatori: il prof. Antonino Bonfiglio di Villafranca
Tirrena, ordinario di matematica alle scuole medie-superiori; il dott. Bonomo, neurologo-assistente
all’Ospedale ‘Regina Margherita’ di Messina, dove fra l’altro lo Sfameni aveva
lavorato (primario detto prof. Vitetta), prima che iniziasse a fare
l’appaltatore; il prof. avv. Domenico
Tomeucci, dell’Università di Messina; l’avv. Candeloro Olivo, maestro di mio figlio e legale dello Sfameni; il
signor Iannelli, direttore
dell’agenzia del Banco di Sicilia di Torregrotta Scala; signor Giunta Paolo, all’epoca assessore in
carica del Comune di Torregrotta; il signor Velo Francesco, grosso industriale caseario di Torregrotta; la
dott.ssa Lucrezia Vitetta (figlia
del prof. Vitetta) ed il di lei marito dott. Pandolfo, figlio di un primario radiologo; il sig. Emidio Ambrosi, agente di polizia
penitenziaria; un agente della P.S. e famiglia, abitante a Rometta Marea; il
signor Mangano Carmelo (lo conoscevo
da tempo) appaltatore residente a Messina; il signor Pasquale Mangano, gestore di un asilo-nido a Messina; il signor Bosurgi Alfredo, pensionato di Valdina
Marina; il signor Andrea Lo Presti,
titolare di una macelleria a Torregrotta-Scala: la figlia ed il genero del Lo
Presti avevano in gestione un bar-pizzeria dello Sfameni a Torregrotta; il
dott. Russo Antonino, commercialista
del luogo; il geom. Fagnani e moglie
di Villafranca; tale Capillo,
cognato di una impiegata del mio ufficio; il signor La Fauci Antonino e famiglia, titolare di una piccola industria per
infissi di Giammoro”. Il
giudice Recupero aggiunge all’elenco
una sfilza di persone che si sarebbero recate con la sua famiglia nella
masseria dello Sfameni: “i miei cognati Antonino Ardizzone, presidente onorario
della Cassazione, prof. Giuseppe
Ardizzone, primario di Ematologia all’Ospedale ‘Margherita’, prof.sse Maria ed Anna Ardizzone; il cancelliere in pensione del Tribunale di Messina
Onofrio Lo Giudice, l’assistente
giudiziario Michele Scolaro; il
geometra Raffa Domenico e famiglia;
il gesuita padre Gabriele, padre
spirituale di mia figlia; un alto magistrato, mio amico, il Procuratore
Generale militare Giuseppe Scandurra”. 5.4. E il grande vecchio ordinò di sparare al professore Erano
stati i racconti circostanziati di numerosi pentiti a inchiodare nella fase
istruttoria il giudice Giuseppe Recupero
e l’amico Santo Sfameni. Rosario Rizzo, pur indicando una
differente casuale nel ferimento del professor Pernice aveva riferito ai magistrati della Dda di
Reggio che un paio di giorni prima dell’agguato era stato raggiunto
telefonicamente dall’imprenditore di Villafranca per un incontro da tenersi
nella masseria. Recatosi sul posto con il fratello Letterio e con l’affiliato Pietro
Di Napoli, Rosario Rizzo ricorda che lo Sfameni gli disse “che occorreva dare una “lezione” al prof.
Pernice che insegnava al Papardo e che aveva bocciato più volte un suo amico di
cognome Mellina il quale doveva
conseguire la laurea ed essere assunto al Policlinico. Detta persona era
presente nella masseria di Sfameni ed assisteva al colloquio tra me e lo
Sfameni stesso. Detto giovane che io ho chiamato “dottore” era della zona di
Villafranca, aveva circa 35 anni, era alto e snello e con i capelli brizzolati.
(...). Sfameni ci disse pure che l’attentato doveva avvenire dopo due o tre
giorni e precisamente il giorno degli esami in modo da impedire al prof.
Pernice di presenziare agli esami universitari. Lo Sfameni ci disse pure che
per noi c’era un regalo di 50 milioni che io ho intuito che metteva a
disposizione il Mellina. Io ringraziai e dissi a Sfameni che mi sarei
interessato solo a titolo di amicizia”. Il
Rizzo aggiunge che mentre era in corso la discussione arrivò nella masseria il
giudice Recupero. “Egli salutò e passò
oltre” precisa l’ex boss del rione Giostra. “Un po' distante rispetto a noi vi era Gerlando Alberti junior che chiacchierava con altri amici di
Sfameni. C’erano Paolo Giunta e
altre persone di cui non ricordo i nomi”. A puntare il dito contro ‘don’ Santo Sfameni il collaboratore di
giustizia Salvatore Giorgianni, già
affiliato al clan Sparacio, che ricorda di essere stato ‘avvicinato’
dall’imprenditore “in una delle
tantissime occasioni” in cui trascorreva la latitanza suo ospite: “Sfameni mi chiese espressamente di dare una
lezione ad un professore che insegnava al Papardo, che bocciava studenti,
parenti o amici e dei suoi amici. Parlava in particolare figli di dottori,
avvocati e personaggi importanti che non riuscivano a superare quell’esame”.
Secondo il Giorgianni sarebbe stato proprio Salvatore Calabrò a confermargli di aver sparato al professore
Pernice con una pistola di piccolo calibro “su
incarico di Sfameni Santo per
aderire ad una richiesta fatta dal giudice Recupero...”. Mandanti
e movente del ferimento del professor Pernice sono stati confermati ancora
dagli ex affiliati alla mafia Marcello
Arnone (a cui lo Sfameni avrebbe fatto sapere in carcere di “essere disposto ad aiutarlo economicamente”)
e Pietro Di Napoli, il quale accenna
alla presenza nella masseria di Gerlando
Alberti junior “persona molto vicina
a Sfameni Santo, che nella zona curava gli interessi del clan dei fratelli Rizzo”. Secondo quanto poi
confermerà Di Napoli all’udienza del processo Recupero il 26 novembre 1996 “lo Sfameni ci aveva chiesto la cortesia di
fare un favore svolgendo lo sguardo verso il dottore Recupero che in pratica ci
faceva capire che questa cortesia insomma era per lui. Gerlando Alberti era lì
occasionalmente credo, e ha partecipato alla discussione per cui doveva
essere consapevole della situazione”. Di Napoli ricorda altri due incontri
con Santo Sfameni prima dell’attentato, in uno dei quali sarebbe stato presente
ancora Gerlando Alberti. “Poi ci siamo
portati con Sfameni a Villaggio Aldisio, da un pregiudicato che si trovava agli
arresti domiciliari. Egli era Marcello
D’Arrigo che ci ha dato piena disponibilità dandoci una persona di fiducia,
suo figliozzo, il Calabrò, che noi,
poi, abbiamo utilizzato per far sparare il dottor Pernice. Sempre a casa di
Marcello D’Arrigo, Sfameni ha dichiarato apertamente che la cortesia che
dovevamo fare interessava il dottor Recupero”. Nella sua
requisitoria al processo il Pm Francesco Mollace ha chiesto 8 anni e sei mesi
per il giudice Recupero e tre anni e sei mesi per gli altri imputati, Pietro Di Napoli, Giovanni Paratore, Salvatore
Calabrò, Santo Sfameni, Rosario Rizzo e Marcello D’Arrigo. Il Tribunale di Reggio Calabria è di parere
diverso e condanna il potente imprenditore di Villafranca e gli esecutori
materiali del delitto alle pene richieste ma assolve il dottor Giuseppe
Recupero. L’agguato al professor Pernice è di marca mafiosa ma il movente pare
destinato a restare un mistero. 5.5 Il giudice accusa
l’analista “Ci sono tre pentiti le cui dichiarazioni confermano un’altra pista che
purtroppo è stata trascurata. Riguarda Antonino
Merlino, che io conosco, amico di Santo
Sfameni”. E’ l’estremo atto di accusa del giudice Recupero rilanciato dalle colonne del settimanale ‘L’isola’ del 7 febbraio 1997, in
un’intervista esplosiva in cui si denunciano “innumerevoli violazioni di legge, abusi, omissioni, falsità” che
avrebbero visto protagonisti alcuni magistrati delle Procure di Messina, Reggio
e Palmi. Quasi un complotto, vittima un giudice ‘innocente’. “La descrizione fatta da Rosario Rizzo di questo ‘Mellina’, poi identificato nell’analista
di Villafranca Antonino Merlino, corrisponde alle sue caratteristiche fisiche.
Merlino fu bocciato due volte dal prof. Pernice. Se si fosse approfondito
questo filone d’indagini, sarebbe crollato il teorema Recupero”. Una tesi
bocciata dalla Procura di Reggio, che nel decreto di archiviazione affermava
che “diversamente il dott. Merlino ha
avuto una vita universitaria ‘in discesa’, conseguendo la laurea in appena due
anni, in ciò agevolato dalle ‘entrature’ dei suoi congiunti”. Entrature
universitarie presumibilmente da addebitare al solito don Santo Sfameni, che
secondo quanto riferito al processo dal Comandante Famà dei Vigili Urbani di Villafranca, avrebbe raccomandato il
Merlino dopo che questi “aveva provato
l’esame tre volte fallendolo senza che gli ritirassero lo statino”. “Il Merlino ha poi messo uno studio di
analisi in un immobile di Sfameni” ha aggiunto il Famà, confermando tra
l’altro di aver fatto una relazione ai Carabinieri di Reggio Calabria sulle
ambigue frequentazioni del fratello Giuseppe
Merlino con l’allora braccio destro di Luigi Sparacio Giovanni Vitale, oggi collaboratore di giustizia. “Merlino Giuseppe era anche amico abituale e
frequentatore di Sparacio Luigi”
ha dichiarato il Famà. Antonino Merlino
amico di Sfameni e conoscente di Recupero è stato rinviato a giudizio il 25
febbraio 1997 con l’accusa di corruzione per aver consegnato ad un medico della
Usl 41 alcune somme di denaro in cambio del rilascio di illegittime
autorizzazioni di analisi di laboratorio tra il 1988 e il 1993. 5.6 “Votavamo tutti Partito
Socialista”
Secondo i giudici di Reggio il rapporto di amicizia tra lo Sfameni e il
magistrato Recupero avrebbe risposto alla logica del ‘do ut des’. Il pentito Marcello Arnone racconta che
l’imprenditore di Villafranca avrebbe procurato al giudice regali, intervenendo
finanche nell’appoggio elettorale del figlio candidato alle amministrative del
1990 nelle liste del Psi. Riferisce Arnone: “Sfameni Santo ci chiese il favore di fare propaganda
elettorale e raccogliere consensi e voti per il figlio del giudice Recupero,
candidato nelle liste del PSI. Lo Sfameni presentò il figlio del giudice
Recupero a me ed ad altre persone in casa di Salvatore Giorgianni”.
Nel confermare il proprio sostegno elettorale al figlio del dottor
Recupero il Giorgianni aggiunge ulteriori elementi: “Sfameni Santo mi mandò a dire in carcere se lo
autorizzavo a recarsi a casa mia per incontrarsi con i miei familiari i quali
avrebbero dovuto convocare altri amici per fare propaganda elettorale a favore
di Antonio Recupero, figlio del
dott. Giuseppe Recupero, Gip di
Messina. Io per la mia parte ed altri affiliati, tra cui certamente Pietro Trischitta, autorizzammo Santo Sfameni ad indire le predette
riunioni. A casa mia andarono Sfameni e Antonio Recupero mentre a casa di
Trischitta si recò pure il Giudice Recupero”. Da parte sua il giudice Recupero avrebbe contraccambiato il boss Sfameni ‘correggendo’ e ‘aggiustando’ i provvedimenti giudiziari contro gli affiliati delle cosche del messinese. Numerose le dichiarazioni in merito dei pentiti allegate agli atti del processo di Reggio sul ferimento del professor Pernice. Secondo Marcello Arnone “il giudice Giuseppe Recupero era molto amico dello Sfameni e lo andava a trovare tutte le sere. Lo Sfameni era persona che poteva influire sul Giudice Recupero, tant’è che in certe occasioni quanto promesso dallo Sfameni si è rivelato veritiero. A tal fine indico i processi che hanno riguardato Pietro Trischitta, imputato per l’omicidio di Giacomo Panarello, e Giovanni Mastronardi imputato per detenzione di cocaina. In queste occasioni i processi vennero trattati dal giudice Recupero che scarcerò Trischitta dopo una ricognizione a lui favorevole (io ed altri avevamo avvicinato il figlio della vittima per farlo ritrattare) e concesse gli arresti domiciliari a Giovanni Mastronardi. Anche Marcello D’Arrigo venne favorito dal giudice Recupero che in diverse occasioni lo pr | |||||||||||||