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Graziella Campagna,17 anni,vittima di mafia
Inchiesta
Graziella Campagna,17 anni,vittima di mafia
terrelibere.org Associazione Rita Atria
Comitato per la pace e il disarmo unilaterale
26046 letture
09 ottobre 2002
Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’. Graziella Campagna, una ragazza semplice di Saponara, in provincia di Messina. Il 12 dicembre 1985 è stata rapita e uccisa. Undici anni trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale da sempre sottovalutato nel messinese.



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GRAZIELLA CAMPAGNA

Graziella Campagna,17 anni,vittima di mafia
Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’.

Graziella Campagna, una ragazza semplice di Saponara, in provincia di Messina. Il 12 dicembre 1985 è stata rapita e uccisa. Da allora molti anni sono trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale da sempre sottovalutato nel messinese.

 

Introduzione

Capitolo Primo – Il Contesto

1.  Storia di un delitto ...

2.   Il contesto

3.   Tra Messina e Villafranca il regno di boss e latitanti

Capitolo Secondo – L’inchiesta

4. L’omicidio Campagna

9 dicembre 1985

Giorno 12 dicembre 1985

11 gennaio 1986

27 gennaio 1987

10 ottobre 1989

Capitolo Terzo – I Mandanti

5.    Stato  e  antistato  ...

Capitolo Quarto – I Depistaggi

Legislatura: XIII - Camera dei Deputati

Testo dell'Atto - On. Nichi Vendola

Al Ministro dell'interno, al Ministro della difesa.

Legislatura: XIII - Camera dei Deputati

Data presentazione: 13-12-2000 - Seduta di presentazione: 825

Testo dell'Atto

 

 

 

 

 

 

 

Diciassette anni fa un barbaro omicidio di mafia sconvolgeva la vita di una piccola cittadina nella provincia di Messina. Graziella Campagna, giovane diciassettenne, veniva sequestrata e poi assassinata a colpi di lupara. Per diversi anni il movente, gli autori e i mandanti di questo delitto sono rimasti nell’ombra. La tenacia dei familiari, il coraggio dell’avvocato di parte civile, il desiderio di giustizia di due associazioni antimafia, hanno fatto sì che la Procura riaprisse le indagini e inchiodasse alle proprie responsabilità una potente organizzazione criminale che ha operato sino ai giorni nostra tra Messina, Villafranca Tirrena, Barcellona e Portorosa. Nel 1998 si apriva il processo contro i presunti responsabili della morte di Graziella Campagna: un omicidio ‘preventivo’, per impedire che la giovane si rendesse conto della reale identità di uno dei maggiori narcotrafficanti di Cosa Nostra e della rete di complicità e protezioni che istituzioni dello Stato, imprenditori e politici avevano tessuto.

 

Quattro anni di udienze non sono state sufficienti a rendere giustizia a Graziella e ai suoi familiari. Oggi, per la seconda volta, il processo è sospeso in attesa di una pronuncia della Corte costituzionale. C’è il forte rischio che si perda altro tempo prezioso, che la nebbia offuschi il contesto in cui è maturato l’assassinio, che nuovi inquinamenti e depistaggi rendano più difficoltoso l’accertamento della verità. Per contribuire a mantenere la memoria del sacrificio della giovane Graziella, per testimoniare concretamente la nostra solidarietà ai genitori e a coloro che hanno lottato per darle giustizia, Terrelibere dedica all’omicidio Campagna questo speciale, mettendo in rete il volume di denuncia curato dall’Associazione Rita Atria di Milazzo e dal Comitato messinese per la pace e il disarmo unilaterale e due recenti interrogazioni parlamentari di Nichi Vendola che ricostruiscono attraverso la lettura degli atti processuali, la trama occulta di mafiosi, magistrati, imprenditori e carabinieri che ha soffocato col piombo i sogni e le speranze di un’adolescente siciliana.

 

 

 

Introduzione

 

 

Morire a diciassette anni. Morire di mafia.

 

A cura di:

 Associazione Antimafia ‘Rita Atria’ di Milazzo

Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina

 

 

Morire a diciassette anni. Morire di mafia.

 

Graziella Campagna, una ragazza semplice di Saponara, una famiglia numerosa la sua, dove i genitori insegnano ai figli i principi della vita civile, i valori dell’onestà. “Era una ragazza buona” dicono i familiari e tutti coloro che l’hanno conosciuta. “Una ragazza posata, riservata in società, una ragazza sincera, che parlava di tutto con la sua famiglia”.

 

Il 12 dicembre 1985 è stata rapita e uccisa. Undici anni trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale troppo spesso sottovalutato nel messinese.

 

Il 7 dicembre ‘96, il Tribunale di Messina ha deciso di riaprire il caso Graziella Campagna. Un riconoscimento dell’impegno di coloro che non hanno voluto e non vogliono dimenticare.

 

Le dedichiamo questo dossier. Per tracciare le fasi salienti di un’inchiesta infinita; inchiesta superficiale e discutibile come discutibile ci appare la stessa sentenza di proscioglimento dei due ‘presunti’ assassini, i mafiosi palermitani Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera. Un dossier per inserire il delitto in un contesto fatto di trame occulte, poteri forti, organizzazioni criminali, traffici di morte. Nello sfondo gli anni delle stragi di mafia e dell’eversione neofascista, un connubio destabilizzante che proprio a Messina e nello Stretto si è alimentato e sviluppato nell’omertà e nei silenzi di tanti. Di troppi.

 

Abbiamo fondati motivi per ipotizzare che l’agendina smarrita da Gerlando Alberti e ritrovata da Graziella contenesse gli elementi per individuare esecutori e mandanti della strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984. Siamo convinti che nel messinese Gerlando Alberti e i suoi protettori siano stati “cerniera” di equilibri politici, economici e mafiosi. Sarà dovere dei giudici accertare le verità che intuiamo.

 

L’omicidio di Graziella, alla luce di queste ipotesi, non può essere letto senza analizzare le motivazioni che hanno spinto i suoi assassini a non avere scrupoli; l’omicidio non può essere attribuito solo a due boss mafiosi, ma occorre scavare in quel mondo di complicità, di collusioni, di coperture, di garanzie di impunità che ha circondato Gerlando Alberti e il Sutera. Quel mondo in cui una vita umana ha un peso inversamente proporzionale al grado dei suoi sporchi interessi: se il prezzo per garantire la “serenità” dei potenti è una Vita, la Vita di Graziella, allora si può uccidere. E dimenticare.

 

C’è da fare ancora tanta strada per riconciliare una comunità con la vita spezzata di Graziella. Bisogna stringersi a fianco dei familiari che hanno ritenuto giusto costituirsi parte civile in sede processuale. C’è bisogno dell’impegno delle autorità statali e locali a collaborare affinchè giustizia sia fatta e in fretta. C’è bisogno di uno sforzo delle nuove generazioni a comprendere che il sacrificio di Graziella non è stato invano se esso è servito a chiarire una volta per tutte che Messina non è periferia di mafia, bensì luogo strategico per i traffici di armi e droga e per il riciclaggio del denaro sporco.

 

Alle giovani vittime di mafia è stato negato il diritto a crescere, apprendere, socializzare, amare. E’ soprattutto nelle scuole, in un salone, una palestra, una classe, che può e deve essere ricordata Graziella. Perchè viva. Perchè non la si dimentichi. Perchè non si dimentichi che anche a Messina a diciassette anni si muore. Di mafia.

 

 

 

 

 

 

GRAZIELLA  CAMPAGNA

A 17 anni vittima di mafia.

Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’.

 

 

Capitolo Primo – Il Contesto

 

1.  Storia di un delitto ...

 

Luglio 1985. Graziella, passando davanti alla lavanderia “La Regina” di Villafranca Tirrena (ME), vede un’offerta di lavoro come aiutante. Per Graziella, che aveva deciso di non continuare gli studi dopo la licenza di scuola media inferiore, è un’ottima occasione per iniziare a guadagnare qualche soldo e contribuire così al sostentamento della famiglia.

 

Per raggiungere Villafranca, Graziella prende l’autobus al mattino e ritorna la sera. In famiglia vivono questa sua prima esperienza fuori casa con un po’ di apprensione, ma convinti della serietà e della serenità con cui Graziella affronta questa opportunità di lavoro.

 

La lavanderia è frequentata abitualmente dall’ingegnere Eugenio Cannata e dal suo amico Giovanni Lombardo, due persone in apparenza cordiali e dai modi amichevoli e confidenziali

 

Un giorno, fine novembre - primi di dicembre 1985 (la data non è mai stata stabilita perchè nessuno ha mai pensato di sequestrare i registri della lavanderia, n.d.r.), l’ingegnere Cannata porta in lavanderia degli indumenti sporchi tra i quali una camicia. Graziella, mentre espleta le normali procedure di controllo della biancheria, trova nel taschino della camicia un portadocumenti di plastica con dentro la foto del Papa e un’agendina contenente dati personali dell’ingegnere. Così, chiama la collega Agata Cannistrà (cognata della titolare), la quale le strappa dalle mani il portadocumenti.

 

L’8 dicembre 1985 il Cannata e il Lombardo, a bordo di una Fiat Ritmo rubata a Milano, vengono fermati da una pattuglia dei Carabinieri, in località Orto Liuzzo (a pochi chilometri da Villafranca). Il Cannata consegna i documenti (falsi) mentre il Lombardo dice di non aver documenti e consegna ai carabinieri il libretto di circolazione intestato ad un certo Fricano Rosario, dichiarando:

<<Non si preoccupi sulla nostra identità può rassicurarla anche il maresciallo (dei carabinieri, ndr.) di Villafranca, Giardina, con cui siamo amici>>

 

Mentre i carabinieri fanno il controllo di routine sull’identità dei fermati, vengono distratti dal sopraggiungere ad alta velocità di un’automobile; il Lombardo e il Cannata approfittano dell’evento e riescono a dileguarsi.

 

I carabinieri successivamente scopriranno che l’ingegnere Cannata, in realtà, è il pericoloso latitante della mafia palermitana Gerlando Alberti Junior, mentre il Lombardo è in realtà il latitante Giovanni Sutera.

 

A Villafranca molte persone conoscono l’ingegnere Cannata (Alberti) e il Lombardo (Sutera); infatti, è loro abitudine intrattenere rapporti cordiali con professionisti, uomini delle istituzioni, imprenditori, ....un’integrazione a tutti gli effetti nel tessuto sociale di Villafranca.

 

Il 9 dicembre 1985, Graziella torna a casa e racconta alla madre che Agata Cannistrà, qualche giorno prima, le aveva strappato dalle mani l’agendina trovata nel taschino della camicia dell’ingegnere Cannata. Graziella lo racconta come un fatto strano: evidentemente quel pomeriggio è successo “qualcosa”.... Graziella sicuramente ignora la gravità del suo ritrovamento. La madre lascia scivolare la notizia considerando il fatto come uno dei tanti episodi, assolutamente normali, che possono accadere lavorando in una lavanderia.

 

In un giorno non ancora precisato Gerlando Alberti si accorge, mentre si trova dal barbiere Giuseppe Federico (fratello della titolare della lavanderia), di non avere più il portadocumenti con sè, così realizza con immediatezza che può averlo dimenticato nella camicia portata a lavare. Manda Giovanni Sutera in lavanderia. Questi torna dopo pochi minuti dicendo di non aver trovato nulla. Gerlando Alberti si precipita in lavanderia per chiedere conto della presunta scomparsa del portadocumenti. La proprietaria gli fa notare che è stato rinvenuto solo un portadocumenti con dentro l’immagine del Papa. L’Alberti, a questa notizia, palesa molto nervosismo e getta con rabbia il portadocumenti sul bancone della lavanderia.

 

Il 12 dicembre 1985, Graziella, come al solito, esce dalla lavanderia alle ore 19.45 per andare a prendere l’autobus. Mentre attende alla fermata passa un conoscente, Francesco Giacobbe, che le offre un passaggio. Graziella, persona estremamente riservata e schiva, non lo accetta. Il giovane percorre pochi metri con la macchina, poi si ferma al distributore che dista pochi metri dalla fermata dell’autobus. Pochi istanti dopo passa l’autobus e il giovane Giacobbe non vedendo più Graziella pensa che sia salita sulla corriera. Graziella non farà più ritorno a casa.

 

Il corpo di Graziella verrà trovato presso Forte Campane (località Musolino - comune di Villafranca), barbaramente sfigurato da 5 colpi di fucile a canna mozza.

 

 

2.   Il contesto

 

2.1   L’assalto del banco alla vigilia del terribile Natale del 1984

 

Poteva essere la rapina della storia. Un tunnel scavato sotto il caveau del Banco di Roma, da una banda di professionisti, avrebbe potuto rendere decine di miliardi. Qualcosa d’inspiegabile aveva però convinto i ladri a tagliare la corda all’ultimo momento. Erano stati alcuni funzionari dell’istituto di credito a scoprire l’enorme buco mentre giravano negli scantinati alla ricerca di infiltrazioni d’acqua. Era il 30 ottobre del 1984 e ai loro occhi apparve una lunga galleria di due metri di diametro che conduceva ad un magazzino di Via I Settembre sfitto da mesi. All’interno c’era di tutto: un trapano elettrico, secchi e borsoni di plastica, bombolette di gas, martelli, pale, scarponi. Su un tavolo vi erano piatti e bicchieri di carta, un thermos vuoto, 7 panini imbottiti e 7 tute da lavoro. Gli inquirenti non ebbero dubbi: la precipitosa fuga dei ladri risaliva ad una settimana prima della scoperta del tunnel. Ladri o provocatori? Sui muri del magazzino comparivano infatti due scritte trionfalistiche: “Dopo tanta fatica è fatta, gli uomini d’oro ringraziano”; “Viva le camere blindate, siamo i più forti”. Bastava a far arenare le indagini su una fitta rete di misteri. Perchè era stata abbandonata la rapina a solo un metro dalla cassaforte? E chi erano gli ‘uomini d’oro’ che per oltre un mese si erano alternati allo scavo del tunnel? Gente venuta da fuori si disse.

 

A luglio il magazzino era stato ceduto in locazione dal proprietario ad un fantomatico architetto di Roma che doveva installarvi un magazzino d’abbigliamento. Una persona distinta, pronta a tirare il portafoglio e versare caparra e canone mensile. A settembre l’architetto dal “forte accento romano” non si era fatto più vivo e il proprietario fiutava il raggiro. Scelta oculata quella della banda: qualcuno sapeva che i locali del piano superiore erano abbandonati e che scavando scavando si poteva raggiungere il caveau del Banco di Roma...

 

Archiviato il fascicolo contro ignoti per tentato furto con scasso bisognerà attendere tre anni per conoscere gli autori del formidabile colpo col buco. Davanti al giudice Pierluigi Vigna che indaga sulla strage del rapido 904 dell’antivigilia di Natale dell’84, Crescenzo D’Amato di Roma; Lucio Luongo, Giuseppe e Paolo Misso di Napoli; Rosario Ofele Maldera di Bari, negano ogni loro responsabilità con il tragico fatto di sangue e dichiarano che dal mese di ottobre di quell’anno “si trovavano a Messina dove stavano preparando tutti i dettagli per ‘attaccare’ il caveau del Banco di Roma”. Raccontano il tentativo andato a vuoto e descrivono perfettamente il materiale abbandonato nel magazzino. La Procura di Firenze invierà l’incartamento per competenza al Tribunale di Messina.

 

 

2.2    Mafia, camorra e neri strateghi dell’eversione

 

Il 23 dicembre 1984 un’esplosione squarciava il rapido 904 Napoli-Milano sotto la galleria Vernio-San Benedetto Val di Sambro nel tratto ferroviario Firenze-Bologna, lo stesso luogo dove dieci anni prima una bomba era esplosa sul treno Italicus. Terribile il bilancio delle vittime: sedici i morti e 266 i feriti. Non fu difficile per i giudici di Firenze orientare le indagini nella direzione che vedeva la mafia come mandante e la camorra come esecutrice con il sostegno di alcuni terroristi neri.

 

Il 9 gennaio 1986 il PM Pierluigi Vigna firmava sette ordini di cattura: tra questi il boss palermitano Pippo Calò ritenuto il “cassiere della mafia”, in contatto con gli esattori Salvo di Salemi e con la cosiddetta ‘Banda della Magliana’, e tale Giuseppe Misso, boss del rione Sanità di Napoli con un marcato orientamento politico di estrema destra. Secondo gli inquirenti, Giuseppe Misso fin dagli anni ‘70 era in contatto con i gruppi neofascisti veneti, da sempre ritenuti tra i protagonisti attivi delle principali stragi di Stato (Piazza Fontana, Brescia, Italicus, ecc.). Il boss napoletano fu sorpreso a Moiarello a pranzo con alcuni guardaspalle in una clinica abbandonata, trasformata in ‘centrale operativa’ della banda con tanto di stazione radio.

 

Giuseppe Misso aveva proiettato a livello internazionale le sue attività ‘economiche’. Il fratello di Giuseppe, Alfonso Misso, conduceva in Brasile una estesissima proprietà terriera. Rifugiatosi a San Paolo dopo il maxi-blitz della polizia contro i camorristi della “Nuova Famiglia”, Alfonso Misso si era sottoposto a un intervento di plastica facciale per ingentilire zigomi e naso e sfuggire al soprannome con cui era noto nel rione Sanità, Alfonso “o nasone”. In America Latina la famiglia Misso avrebbe coperto la latitanza di alcuni terroristi dell’estrema destra, cooperando nell’apertura di nuovi canali di rifornimento di droga con la Bolivia e il Perù. Due fratelli, i ‘neri’ e i traffici di coca. In più il flirt con certi settori dei servizi segreti nazionali. Secondo fonti giornalistiche proprio Giuseppe Misso sarebbe uno degli autori di alcuni attentati con esplosivo compiuti in Campania e forse anche di quello compiuto a Roma il 22 gennaio del 1983 in cui fu ucciso Vincenzo Casillo, il braccio destro di Raffaele Cutolo che aveva fatto da tramite tra Francesco Pazienza, i servizi segreti e la camorra durante il rapimento del consigliere Dc di Napoli Ciro Cirillo. E il 23 novembre 1985 il maresciallo Antonio Francavilla, in servizio al Sismi, veniva arrestato con l’accusa di aver incassato 100 milioni per far scomparire un rapporto del nucleo operativo dei carabinieri di Napoli concernente proprio il camorrista Giuseppe Misso.

 

 

2.3   Una strage profetica

 

La mafia braccio sanguinario della strategia della tensione anni Ottanta e Novanta, legittimata dalle forze politico-economiche dominanti quale soggetto militare per il mantenimento dell’‘ordine sociale’. La chiave di lettura per spiegare i cadaveri ‘eccellenti’ e le bombe a treni, piazze e monumenti.

 

Nella loro sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio, i giudici di Firenze scrivono che la strage dell’antivigilia di Natale sarebbe stata suggerita “dallo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato”.

 

Una bomba dunque per depistare, un’aggressione contro la prima grande stagione dei pentiti caratterizzata dalle dichiarazioni di Buscetta e di Contorno contro il gotha di Cosa Nostra. L’esigenza per la mafia di “indebolire il sistema democratico del nostro Stato, distoglierne con false emergenze l’impegno civile, politico e giudiziario, e determinare dunque quella situazione di incertezza e di disorientamento nei pubblici poteri, (...) presupposti indispensabili per la crescita e il consolidamento del potere mafioso”. Un bagno di sangue profetico sul nuovo corso stragista della mafia nel tentativo di “rinsaldare (...) legami istituzionali che sembravano allentarsi o comunque posti in discussione dall’attivarsi di una nuova stagione, che poneva in crisi un antico patto armistiziale”, come scrive la Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo nella sua relazione del 1995. “In tale prospettiva la strage di Natale del 1984 sembra preannunciare una stagione successiva che abbraccia eventi quali le stragi di Capaci e via d’Amelio e gli attentati dell’estate ‘93”. Menti raffinate che proiettano sinistre ombre di morte sino ai giorni nostri.

 

Al processo in corte d’Assise a Firenze (febbraio 1989) il PM Vigna chiedeva 9 ergastoli per i principali imputati della strage del rapido 904, sottolineando gli intrecci fra eversione nera, mafia e camorra. I giudici confermavano il quadro accusatorio condannando all’ergastolo i cinque principali imputati, Pippo Calò, il suo braccio destro Guido Cercola, Giuseppe Misso, Alfonso Galeota e Giulio Pirozzi. Veniva assolto per insufficienze di prove Antonino Rotolo, uno spietato killer mafioso assai vicino a Calò, al centro di vasti traffici di droga in compagnia dei boss siciliani Leonardo Greco e Pietro Aglieri.

 

Condanne a 28 anni per Franco Di Agostino e a 25 anni per Friedrich Schaudinn, il tecnico tedesco che mise a punto il telecomando e su cui sono stati documentati inquietanti contatti con la mafia catanese alla vigilia della strage di Capaci del ‘92. Carmine Esposito, ex poliziotto in strette relazioni con il gruppo di estrema destra ‘I giustizieri d’Italia’ e i camorristi della ‘Nuova Famiglia’ veniva condannato a 4 anni e 2 mesi per favoreggiamento; analoga condanna per Lucio Luongo, il braccio destro di Misso anch’egli implicato nella tentata rapina al caveau del Banco di Roma a Messina. Il reato contestato a Luongo è quello di porto e detenzione di esplosivo: si tratta dei candelotti di nitroglicerina che il deputato napoletano del Msi-Dn Massimo Abbatangelo aveva consegnato a Misso nel retrobottega del suo negozio ai primi del dicembre ‘84, e che trasportati a Roma, sarebbero stati utilizzati per confezionare con l’esplosivo ‘Semtex H’ in possesso del gruppo di Calò, l’ordigno che sventrò il 904. Secondo la ricostruzione dei giudici a collocare la bomba sul rapido ci avrebbe poi pensato il giovane garzone del negozio di Misso Carmine Lombardi, poi misteriosamente assassinato.

 

Dopo la sentenza di annullamento della Cassazione (prima sezione penale presieduta dal giudice Carnevale), nel marzo ‘92 veniva svolto un nuovo processo che confermava le condanne per Calò, Cercola, Di Agostino e Schaudinn. “La strage è da ascriversi a due bande criminali, una mafiosa siculo-romana e l’altra napoletana a cui facevano capo Pippo Calò e Giuseppe Misso, che ne erano stati gli ideatori” si legge nella sentenza della Cassazione. Pesanti condanne per porto e detenzione di esplosivo venivono inflitte all’ex parlamentare Abbatangelo e al gruppo camorristico napoletano di Giuseppe Misso, Giulio Pirozzi e Lucio Luongo, mentre veniva annullata la sentenza per Alfonso Galeota: era stato ucciso insieme alla moglie di Giuseppe Misso, Assunta Sarno, il 14 marzo 1992. Altre due morti misteriose sulla scia della strage di Natale.

 

 

2.4.   Stragisti in missione a Messina

 

Alla vigilia della strage di Natale dell’84, il gruppo criminale di Napoli utilizzato da Cosa Nostra per il trasporto di una parte dell’esplosivo per il rapido 904 risiedeva tranquillamente a Messina dove preparava una ingegnosa rapina ad uno degli istituti di credito della città. Chi offrì copertura e protezione a Messina alla banda di Misso? E chi le fornì le giuste informazioni sul caveau e sul magazzino sfitto confinante con il Banco di Roma?

 

La contiguità di Giuseppe Misso con una fitta rete occulta fatta di pezzi di criminalità organizzata, eversione di destra e servizi segreti non poteva non trovare il clima migliore nella città dello Stretto che proprio a metà anni Ottanta rappresentava il crocevia di trafficanti di droga di mezza Italia, di agenti segreti internazionali in grado di eseguire attentati (si pensi all’affondamento di due aliscafi ‘ciprioti’ in riparazione nella zona portuale), di imprenditori rampanti che da Palermo e da Catania si spostavano alla conquista di appalti pubblici e privati, di decine di logge massoniche ‘ufficiali’ e ‘spurie’ in stretto collegamento con la P2 di Licio Gelli e soci. A Messina da oltre un decennio si era consumato il patto scellerato tra ordinovisti e uomini di ‘ndrangheta, attorno all’Università si erano consolidati interessi economici ed eversivi e la vecchia criminalità aveva effettuato il salto di qualità affiliando i suoi uomini migliori alle cosche calabresi. L’infiltrazione nei settori chiave della città era stata pressocchè generale: l’Arma dei carabinieri e la Questura avevano ospitato nelle stanze dei bottoni fior di piduisti con amicizie sin troppo chiacchierate. E a vigilare sullo Stretto faceva la sua comparsa la prima cellula della Gladio siciliana; tante, troppe tessere di un mosaico inquietante, mentre l’opinione pubblica affondava nel torpore dell’idea che “tanto a Messina la mafia non esiste”.

 

Non sarebbe inopportuno infilare le dita nelle piaghe di quella rapina andata a male nell’ottobre del 1984. Forse si scoprirebbero pezzi importanti di una storia mai scritta. Peccato che il processo al gruppo di Misso sembra proprio che non s’ha da fare. Dopo la trasmissione degli atti da Firenze al Tribunale di Messina, il giudice Marcello Mondello aveva disposto un paio di anni fa il rinvio a giudizio dei 5 indagati. Ma alla prima udienza in Tribunale il fascicolo del procedimento non venne trovato. Dopo il rinvenimento delle carte fu fissata la riapertura del processo il 26 febbraio ‘96. A causa di un difetto di notifica l’udienza venne però nuovamente rinviata al 16 maggio dello stesso anno quando si registrava l’ennesima sorpresa: in cancelleria non c’era più traccia del fascicolo. La Corte ne prendeva mestamente atto e rinviava il procedimento a nuovo ruolo.

 

Dobbiamo constatare due coincidenze per lo meno strane:

 

° I locali ‘affittati’ dal misterioso architetto romano nei pressi del Banco di Roma avevano ospitato qualche tempo prima il negozio di tessuti gestito da Antonino Romano, in carcere al momento della vicenda perchè in attesa di giudizio per le estorsioni ai danni di numerosi commercianti cittadini con tanto di attentati dinamitardi. Romano era finito in manette l’11 giugno 1983 in compagnia del suo ‘autista’ Antonino Costa, fratello del noto boss messinese Gaetano, e dell’ex vigile urbano Antonino Ingemi. Il gruppo sarà condannato per associazione mafiosa, ma la sentenza sarà poi annullata dalla Cassazione. Nello stesso periodo (1986) la Procura di Messina rinvierà a giudizio Antonino Romano e i ‘presunti soci’ nell’ambito del primo maxiprocesso contro i clan mafiosi di Messina. A carico di Romano, poi assolto, l’accusa di alcuni pentiti di essere stato affiliato alla cosca capeggiata dal ‘vecchio’ padrino Lorenzino Ingemi (padre-padrone oggi, della squadra di calcio dell’As Messina militante nel torneo dilettantistico) e di aver dato l’ordine insieme al boss Domenico Di Blasi inteso ‘Occhi i bozza’, di incendiare nel luglio ‘84 la porta di casa di un agente di custodia del carcere di Messina”. E sulla vocazione incendiaria del miniclan Ingemi, buone entrature nella ‘ndrangheta e nella mafia palermitana, il pentito Rosario Iannelli dichiarava al maxiprocesso che dietro l’attentato dinamitardo alla ‘Gazzetta del Sud’ del marzo 1985 “c’erano proprio Lorenzino Ingemi e Antonino Romano”. Infine una ‘perla’ del pentito Pino Scriva, per anni ai vertici delle ‘ndrine calabresi: “In carcere si diceva che Lorenzino Ingemi con Antonino Romano, Nino Costa, Mimmo Cavò ed altri, con l’aiuto del presidente del Messina Calcio Michelangelo Alfano, facevano estorsioni alle ditte che si erano aggiudicati i lavori per la ricostruzione del campo sportivo ‘Celeste’, della Villa Mazzini e della Villa Dante, perchè volevano appropriarsi dei relativi appalti”. Dichiarazioni esplosive forse mai valutate con la giusta attenzione. Eppure proprio l’Ingemi aveva ricevuto dall’imprenditore di Bagheria Michelangelo Alfano, la gestione delle maschere al campo sportivo Celeste.

 

°  Il 25 ottobre 1984, sei giorni prima della scoperta del tunnel realizzato sotto il Banco di Roma dal gruppo di Giuseppe Misso, era scattata in tutta Italia la maxiretata ordinata dalla Procura di Palermo contro 127 presunti appartenenti a Cosa Nostra, in seguito alle rivelazioni di Buscetta e di Contorno. A Messina quel giorno i poliziotti busseranno invano nell’abitazione di Michelangelo Alfano, prontamente datosi latitante. L’ex presidente dell’Acr Messina, titolare della società che ha tuttora in appalto la pulizia dei vagoni letto delle Ferrovie dello Stato, era stato accusato da Contorno di essere affiliato al clan di Leonardo Greco, boss della famiglia di Bagheria, e di riciclaggio di denaro sporco. Contro Alfano c’erano le prove dei legami di amicizia e di affari con Domenico Cavò, braccio destro del padrino Gaetano Costa, poi assassinato. Proprio Alfano avrebbe nominato il Cavò referente delle cosche palermitane a Messina. Nel passato dell’imprenditore di Bagheria c’erano poi altri particolari ‘piccanti’: l’emissione il 18 febbraio 1974 di un mandato di cattura per favoreggiamento personale del ricercato Antonino Scaduto e la storia di un auto posseduta da Alfano, una grossa Bmw, notata a S. Cipriano d’Aversa nel 1981 sotto l’abitazione del latitante Antonio Bardellino, all’epoca uno dei capi camorristi della ‘Nuova Famiglia’ , vicino al vecchio boss del barcellonese Pino Chiofalo. L’imprenditore di Bagheria era comunque riuscito a dimostrare di aver venduto l’auto qualche tempo prima ad un autosalone di Milano. E qualche mese prima dell’emissione del mandato di cattura, Alfano era stato sentito dal sostituto procuratore Rossi come teste nel procedimento contro i pregiudicati messinesi indagati per fatti estorsivi (Romano, Costa, Ingemi).

 

 

2.5   I  riveriti  signori  della  ‘pizza connection’

 

    La latitanza di Michelangelo Alfano sarebbe durata 4 anni, sino al sopravvenuto proscioglimento da parte del Tribunale di Palermo. A incrinare l’immagine del ricco signore di Bagheria verranno poi il racconto del grande pentito di mafia Antonio Calderone sui baci scambiati con “i mafiosi della famiglia Alfano che avevano in appalto la pulizia dei vagoni delle ferrovie” durante le loro visite a Catania e un rinvio a giudizio con l’accusa di essere il mandante del tentato omicidio del noto giornalista sportivo Mino Licordari avvenuto a Messina il 20 giugno 1987. Infine, alla vigilia della notte del Capodanno ‘97, una clamorosa condanna a 4 anni (pena condonata) da parte del tribunale di Palermo al cosiddetto ‘processo maxiquater’ che lega il filone siciliano della ‘Pizza Connection’, i traffici di droga di Cosa Nostra con gli Stati Uniti, con l’oscura vicenda del falso rapimento del finanziere di Patti Michele Sindona. Accanto al reo Michelangelo Alfano molti i volti noti della criminalità mafiosa: i figli di Gaetano Badalamenti, Leonardo e Vito; i Giuseppe Greco omonimi figli dei padrini di Ciaculli Michele e Salvatore Greco; i boss napoletani Ciro Mazzarella, Angelo Nuvoletta e Salvatore Zaza tutti notoriamente alleati dello scomparso Antonio Bardellino; i mafiosi Giuseppe Madonia, Salvatore Scaduto e Salvatore Greco fratello del vecchio capomandamento di Bagheria Leonardo; l’imprenditore palermitano Salvatore Sbeglia, uomo d’onore della famiglia della Noce in stretto contatto con torbidi ambienti massonici, oggi sotto accusa al processo per la strage di Capaci .

 

     Nello sfondo dei traffici mafiosi un complesso sistema organizzativo: alcuni boss come Nunzio La Mattina e Antonino Rotolo, il luogotenente di Pippo Calò indagato per la strage del rapido 904, a cui è demandato il compito di reperire la morfina dai fornitori turchi (tra essi Yasar Avni Mussululu, protagonista dell’inchiesta sui traffici di armi del giudice Carlo Palermo); Leonardo Greco, il padrino della cosca di Bagheria, punto di riferimento dei gruppi che gestiscono i laboratori per la trasformazione dell’eroina e il suo trasferimento negli Stati Uniti; i mafiosi del ‘gruppo americano’ legato alla ‘famiglia Bonanno’ che si occupano della vendita al dettaglio grazie al paravento di una catena di pizzerie (tra di essi Salvatore Greco, fratello di Leonardo); alcuni finanzieri e insospettabili imprenditori che si occupano internazionalmente del riciclaggio di denaro (l’industriale del ferro Olivero Tognoli - compare d’anello di Leonardo Greco, Vito Palazzolo, Pippo Calò, Michele Zaza, il faccendiere svizzero Remo Donada). Per comprendere il livello finanziario raggiunto dal gruppo Leonardo Greco-Tognoli & soci è opportuno citare che l’inchiesta ha provato come sui loro conti aperti all’estero siano transitati ingenti capitali provenienti dai boss italo-venezuelani Pasquale Cuntrera e Alfonso Caruana (famiglia di Siculiana), o dal noto capomandamento di Altofonte Francesco Di Carlo indiziato dell’assassino del banchiere Calvi a Londra.

 

 

3.   Tra Messina e Villafranca il regno di boss e latitanti

 

    La strage di Natale, il gruppo camorristico ‘nero’ di Giuseppe Misso, la tentata rapina al Banco di Roma, il terremoto giudiziario contro Cosa Nostra dopo le dichiarazioni di Buscetta e Contorno, la conquista di Messina da parte delle imprese in odor di mafia, l’ascesa del racket in città, l’indifferenza e le collusioni delle istituzioni. Una tela del ragno fittissima, un labirinto di storie e di poteri che conducono ad un piccolo paesino alle porte di Messina, Villafranca Tirrena, meta dei tranquilli soggiorni di latitanti e trafficanti di droga. Latitanti come Gerando Alberti junior, principale indiziato dell’omicidio di Graziella Campagna. In quell’agendina, ritrovata da Graziella, non potevano non esserci nomi, indirizzi e appunti di un pezzo di storia d’Italia che doveva restare nascosta a prezzo della morte di una minorenne innocente.

 

Ma cosa c’entra Alberti con la bomba esplosa a San Benedetto Val di Sambro? Lo ricorda il commento a caldo del procuratore di Firenze Vigna dopo la sentenza della cassazione che confermava l’impianto accusatorio: “E’ sicuro che a Napoli operava la mafia, c’erano gruppi camorristici inseriti in Cosa nostra. Fu provato, per esempio, che nel gruppo di Misso figurava Gerlando Alberti junior, nipote di Gerlando Alberti senior, braccio destro di Pippo Calò. Non c’era neppure bisogno di parlare di alleanza tra mafia e camorra: era la mafia che in un certo senso si alleava con se stessa”.

 

Alberti dunque era organico al gruppo napoletano in trasferta a Messina nell’ottobre ‘84 per l’assalto al Banco di Roma. Finalmente un volto tra chi potrebbe aver guidato la mano nella clamorosa rapina ‘fallita’ in coincidenza con l’ondata di mandati di cattura (ad opera del pool antimafia di Palermo) contro i pezzi da novanta della mafia siciliana. 

 

 

3.1 Gerlando Alberti Junior, latitante-cittadino...

 

 

    Nato a Palermo il 18 ottobre 1947, ufficialmente residente nel comune di Cololziocorte (Bergamo) dal 1961, Gerlando Alberti junior gode di una sospetta autonomia di movimento nel territorio dell’hinterland messinese (la sua presenza nel triangolo Villafranca-Rometta-Messina è stata accertata per tutto il periodo che va dalla fine dell’82 a tutto il 1985), pur avendo a carico un certificato penale zeppo di condanne e carichi pendenti e un mandato di cattura per associazione a delinquere di stampo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti emesso nell’82. Il primo ‘conflitto’ dell’Alberti con la giustizia risaliva all’ottobre 1967 quando il tribunale di Palermo lo aveva condannato a un anno e quattro mesi per furto in concorso. Quattro anni più tardi le questure di Milano, Bergamo e Palermo lo avevano schedato come soggetto in odor di mafia. Altre due pesanti condanne per associazione a delinquere, furto continuato, falsa dichiarazione, lesioni personali e oltraggio a pubblico ufficiale gli erano state attribuite a metà anni Settanta. Poi erano giunti tutta una serie di contravvenzioni alle prescrizioni relative all’obbligo di soggiorno nei comuni di Sassari e Capriate (Alessandria) e gli arresti nel 1980 su mandato della questura di Palermo ancora per furto, falso e guida senza patente. Infine Gerlando Alberti junior veniva colpito da una condanna a 6 mesi di reclusione per ricettazione e, un paio di mesi prima dell’omicidio di Graziella Campagna, da una altrettanto pesante condanna per truffa.

 

   Elemento di cattiva condotta morale e civile, ritenuto socialmente pericoloso, iscritto al n.1281 dell’elenco dei mafiosi della questura di Palermo, Gerlando Alberti junior risulta affiliato al ‘clan dei Corleonesi’” scrive di lui il Nucleo informativo della Legione dei Carabinieri di Palermo nella seconda metà degli anni Ottanta. Ancora più esplicita la Criminalpol che considera l’Alberti “uno dei maggiori elementi della mafia internazionale orbitante nel mondo della droga”. La sua forza intimidatrice e il ruolo di rispetto nel panorama mafioso del tempo gli derivano dalla strettissima parentela con alcuni dei principali boss storici di Cosa Nostra: lo zio Antonio Alberti, uomo di fiducia di Joe Adonis, esponente della criminalità organizzata italo-americana alla pari di Lucky Luciano e Vito Genovese, e soprattutto lo zio Gerlando Alberti senior a cui la cosca di Michele e Salvatore Greco aveva attribuito il nomignolo di ‘paccarè’, il “furbo”. Distaccato nei primi anni Sessanta a Milano per la gestione e il controllo del contrabbando di sigarette, Gerlando Alberti senior è stato al centro di numerose inchieste giudiziarie, quelle sulle stragi di Ciaculli e viale Lazio e sugli omicidi del procuratore Scaglione e del giornalista De Mauro. Dedito principalmente ai sequestri di persona in Lombardia, particolarmente legato al palermitano Salvatore Enea, ai fratelli Bono e all’emergente Gaetano Carollo, Gerlando Alberti senior ospita nella sua abitazione di Cologno Monzese il vertice che sancisce l’ingresso di Cosa Nostra nei traffici internazionali di droga, presenti Giuseppe Calderone, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Salvatore Riina e Salvatore Greco. Sino al suo definitivo arresto avvenuto nel 1980 durante un blitz in una raffineria di eroina a Trabia, Gerlando Alberti senior sarà uno dei personaggi più importanti nel complesso sistema di produzione e commercio di droga. Egli farà da raccordo della fitta ragnatela intrecciata da Cosa Nostra in mezzo mondo, protagonisti il re napoletano del contrabbando Michele Zaza, i clan marsigliesi, il padrino italoamericano John Gambino, i ‘chimici’ dei laboratori siciliani gestiti dai fratelli Vernengo, dai Grado e dalle famiglie di Santa Maria del Gesù (Bontade-Pullarà), Bagheria (Leonardo Greco) e Porta Nuova (Pippo Calò).

 

 Un’eredità imponente quella ricevuta dal nipote Gerlano Alberti junior, interessi e uomini che per tutti gli anni Ottanta si spostano nel messinese alla ricerca di una zona franca per i traffici e per reinvestire i profitti. Tutto ciò non può che segnare l’ascesa e le fortune di chi si fregia di un nome che conta, Alberti appunto, e di quei colletti bianchi che all’entourage del grande traffico internazionale della droga e delle armi sono indissolubilmente legati.

 

 

3.2     Gli   insospettabili  amici  del  boss

  

     Gerlando Alberti junior durante la sua latitanza dorata nel centro tirrenico si spacciava per l’ingegnere Tony Cannata e diceva di svolgere importanti progetti per alcune imprese edili; di tanto in tanto si allontanava per alcuni giorni da Villafranca con la scusa di recarsi in alcuni cantieri del nord Italia. Secondo gli inquirenti era un assiduo frequentatore dell’esercizio del barbiere Giuseppe Federico e della lavanderia ‘La regina’, gestita dalla sorella Francesca, in cui prestava servizio Graziella Campagna. Altro negozio ‘visitato’ con continuità quello di generi alimentari di proprietà di Francesco Catrimi, ufficialmente bidello, e della moglie Maria Calderone.

 

    Circa tre anni e mezzo fa si è presentato nel mio negozio per fare delle compere un certo ingegnere Cannata Tony. Da quel tempo lui è diventato assiduo mio cliente e quindi è subentrata tra noi un’amicizia al quanto leale” ha dichiarato ai Carabinieri Francesco Catrimi. “Il 13 giugno 1985 in occasione del suo onomastico, mi ha invitato a pranzo con la famiglia in un ristorante in località Piano Torre a Spartà. Con lui c’era la moglie, i suoi due figli ed un giovane dell’età di anni 25-27 che il Cannata mi ha presentato come suo cugino di nome Gianni. Da quella volta è capitato spesso che lo ho invitato con la famiglia ed  il Gianni che viveva con lui, a casa mia a cena o pranzo, e lui contraccambiava nella stessa maniera. Una volta siamo stati a pranzare in un ristorante all’uscita dell’autostrada di Falcone dove i i figli del titolare del locale lo conoscevano bene e lo chiamavano ingegnere Tony Cannata”.

 

       E’ la famiglia Catrimi che si adopera a reperire a Rometta Marea un appartamento per l’ingegnere Cannata-Gerlando Alberti. Ad affittare una villetta in via Vini 103 è il rappresentante di commercio messinese Salvatore Siragusa. “Nell’aprile del 1985, mentre mi trovavo nel negozio di generi alimentari di Franco Catrini, questi mi ha presentato un signore che a loro dire si chiamava Cannata Antonio. Egli mi disse che doveva lasciare la sua casa che aveva in affitto in località Acqualadrone di Messina e mi chiese se ero disposto a concedergli la mia, sempre in fitto” ha raccontato il sig. Siragusa. A firmare il contratto di affitto, poi regolarmente depositato, la moglie dell’’ingegnere Cannata’, “tale Mancuso Rosa Emilia, nata a Palermo e residente a Cololziocorte”. “In effetti” ha chiarito il Siragusa, “firmatario del contratto doveva essere il predetto Cannata il quale, all’atto della apposizione della firma, mi dichiarava di aver smarrito la patente e per tanto di non poter firmare non avendo altro modo di avvalorare le proprie generalità”. Sarebbe bastato un semplice controllo dello stato di famiglia per verificare che la signora Mancuso Rosa Emilia risultava coniugata con il signor Alberti Gerlando junior, mafioso-latitante. Ma sulle generalità del falso ingegnere era poco opportuno indagare....

 

       Ai primi di dicembre dell’85, la villetta viene venduta ad un imbianchino di Saponara Marittima, il sig. Antonino Costa. “Formalizzato l’acquisto, dopo qualche giorno dissi a mio cognato Costanzo Benito che abita nella stessa località di presentarmi l’inquilino che occupava la mia casa” ha raccontato il Costa. “Il pomeriggio del giorno 8-12-1985 in compagnia di mio cognato ci portammo nella villetta e qui mi venne presentato il signore che mi fu detto essere ingegnere. Dopo aver parlato del più e del meno ci salutammo e andammo via”. Per strana coincidenza il giorno è lo stesso in cui ad Orto Liuzzo l’Alberti e il Sutera venivano fermati per un controllo da una pattuglia dei carabinieri.

 

    Dopo quel rapido incontro tra il neoproprietario sig. Costa, il cognato Costanzo e l’inquilino ingegner Cannata avviene un altro fatto singolare. “Dopo circa due ore dall’avvenuta presentazione, trovandomi a casa di mio cognato l’ingegnere mi chiamò e pregò se potevo accompagnarlo in località Fondaco Nuovo in quanto la sua autovettura si era guastata” ha riferito Antonino Costa. “Non ebbi nulla in contrario e così con la mia macchina accompagnai l’ingegnere prima dell’abitato di Spadafora dove lo stesso scese dalla mia auto. Nel tardi della serata appresi da mio nipote Costanzo Maurizio che lo stesso con il suo motorino aveva accompagnato in Villafranca Tirrena il parente dell’ingegnere”. Una richiesta di favore perlomeno strana se fatta da una persona appena conosciuta. Ma evidentemente la fiducia doveva essere tanta e reciproca, forse perchè c’era di mezzo il cognato Benito Costanzo, professione pescivendolo, conoscente da lungo tempo dell’ingegnere e della moglie. “Di tanto in tanto gli fornivo il pesce che mi veniva pagato “profumatamente”” ha spiegato il Costanzo. “Durante la stagione estiva vennero ad abitare nella villa la moglie e i due figli dell’ingegnere e così con più frequenza gli fornivo il pesce. Finita la stagione estiva la moglie dell’ingegnere andò via però ogni sabato mattina ritornava e restava fino alla domenica sera. La stessa giungeva sempre alla guida di un’autovettura che non era mai la stessa ma che comunque erano quasi tutte targate Bergamo o Palermo. Ciò è avvenuto fino all’8-12-1985, quando portai del pesce a casa dell’ingegnere per un importo di L. 120.000”.

 

 

3.3.   La  fortunata  fuga  di  un  assassino  che  non  deve  essere  visto 

 

     Da quella sera dell’8 dicembre si perde ogni traccia del Cannata-Alberti e del suo taciturno guardaspalle. Interrogato dal Giudice istruttore Pasquale Rossi nel 1987, Gerlando Alberti riferirà di essersi allontanato lo stesso giorno Rometta, “raggiungendo Milano in treno, lasciando la Ritmo a Spadafora ed usufruendo della A/112 del Catrimi”. Quattro giorni più tardi, 12 dicembre ‘85, sparisce Graziella Campagna dopo essere stata prelevata dalla fermata dell’autobus che doveva condurla da Villafranca a Saponara. Parte l’inchiesta che tra ambiguità e contraddizioni non potrà che puntare dritto contro l’Alberti e il suo ancora misterioso cugino Gianni.

 

     Il 13 dicembre il maresciallo Carmelo Giardina, responsabile della Stazione dei Carabinieri di Villafranca contatta Francesco Catrimi chiedendogli di accompagnarlo presso la villetta di Rometta affittata dall’‘ingegnere Cannata’. “Giunti sul posto, ore 10 circa”, scrive il Maresciallo nel suo rapporto all’autorità giudiziaria, “non veniva, tuttavia, riscontrata la presenza di alcuno, mentre, nelle adiacenze del pianerottolo si notava l’esistenza di orme di scarpe lasciate verosimilmente a causa della pioggia della nottata precedente. Detto elemento faceva ritenere che qualche persona fosse entrata, poco prima, e pertanto si procedeva alla osservazione anche per i giorni successivi della villetta, senza peraltro che alcuno si presentasse”.

 

   Secondo poi il racconto del pescivendolo Benito Costanzo, il successivo 14 dicembre due autovetture targate Catania, un’Alfa Romeo Giulia con 4 individui ed un’A/112 con tre persone a bordo si accostavano nei pressi della villetta del ‘Cannata’. “Da quest’ultima autovettura scendeva un individuo e parlando con accento catanese mi chiedeva ove abitasse l’ingegnere. Indicavo allo stesso la villa e gli facevo presente che da circa sei giorni non lo vedevo e che probabilmente si trovava al cantiere di lavoro in località Acqualadrone... L’individuo senza scomporsi mi diceva: ‘Va bene ora lo andiamo a trovare noi’ e quindi andarono via le autovetture”. Nonostante i ‘controlli’ fissati dalla Stazione dei carabinieri di Villafranca, di quella strana visita alla villetta dell’Alberti non c’è traccia nei rapporti di servizio. Per giungere alla perquisizione dell’immobile bisognerà poi attendere sino all’8 gennaio 1986. Non sarà rilevato alcunchè di interessante. Solo un paio di videocassette, del pesce putrefatto in frigo e della frutta avariata nella credenza. “Si poteva tuttavia capire”, sentenzia il rapporto dei Carabinieri, “che l’abitazione fosse stata abbandonata precipitosamente”. Quindici giorni dalla presunta fuga dell’Alberti sono invece necessari per ritrovare la Fiat Ritmo targata Palermo. L’auto era stata parcheggiata  nel pieno centro di Spadafora, comune a pochi chilometri da Rometta.

 

       La denuncia per omicidio, ricettazione e furto d’auto contro l’Alberti sarà formalizzata l’11 gennaio. Bisognerà giusto attendere un anno affinchè il boss palermitano finisca agli arresti, quando verrà identificato ad Avellino da una pattuglia dei carabinieri. Il mandato di cattura per l’omicidio di Graziella Campagna gli sarà notificato in carcere il 29 marzo ‘87. Venti giorni più tardi il primo contatto con il giudice istruttore: l’Alberti si dichiara in preda ad una violenta colica renale, ma nonostante il medico del carcere attesti che le condizioni del mafioso palermitano garantivano il regolare svolgimento dell’interrogatorio, questo viene sospeso. Si dovrà attendere il successivo 22 luglio per verbalizzare le prime dichiarazioni, reticenti, dell’imputato. Qualche mese più tardi l’Alberti verrà condannato dalla Corte d’assise di Palermo a 15 anni di reclusione per associazione mafiosa, detenzione di stupefacenti e lesioni personali, mentre altri 18 mesi gli saranno attribuiti dal tribunale di Napoli per violazione delle disposizioni sul controllo delle armi e degli esplosivi.

 

    Ottenuto dal Tribunale di Messina nel marzo ‘89 il trasferimento presso il reparto Urologico dell’ospedale Piemonte per ricevere le cure di cui “non può avvalersi nei centri clinici degli istituti penitenziari”, Gerlando Alberti junior, imputato in attesa di giudizio per l’omicidio di una ragazza appena diciassettenne otterrà nel maggio ‘89 la scarcerazione per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

 

 

3.4   I  fedeli  compagni  di  affari  e  latitanza

 

A fianco dell’ingegnere Cannata-Alberti negli ultimi sei mesi del 1985, è costante la presenza a Villafranca del mafioso Giovanni Sutera, un  palermitano poco meno che trentenne con a carico precedenti per resistenza a pubblico ufficiale e falsità materiale e una condanna per furto continuato, infine latitante a seguito di una pesantissima condanna a 25 anni per omicidio, tentata rapina, porto e detenzione di armi, sancita dal tribunale di Firenze nel novembre ‘85. Gli inquirenti li identificano almeno una volta a bordo di un’autovettura Fiat 127 targata Firenze, intestata a Salvatore Sutera, fratello di Giovanni, al tempo detenuto presso la Casa Circondverdana, sans serife di Pelago (Fi), per omicidio ed altri gravi reati. Come accertato dal rapporto giudiziario dei Carabinieri di Messina “l’Alberti ed il Sutera Giovanni unitamente ad altri numerosi pregiudicati e ricercati” utilizzavano il circondario di Villafranca Tirrena “quale rifugio e, nel contempo, come piattaforma dalla quale muovevano, o comunque dirigevano attività illegali con prevalenza il grosso traffico di stupefacenti”. Inoltre il Sutera, sotto le mentite spoglie di Giovanni Lombardo, è tra i più assidui frequentatori della lavanderia ‘La Regina’ dove ama scherzare con la giovane Graziella Campagna. Con il ‘cugino’ Alberti dividerà l’infamia di un omicidio terribile.

 

   Sempre secondo i Carabinieri a Villafranca Gerlando Alberti junior sarebbe stato notato “più volte” in compagnia del pregiudicato Sebastiano Cavallaro, quest’ultimo “anche alla guida della Fiat Ritmo targata Milano di proprietà dell’Alberti, auto risultata poi rubata”. Per la cronaca Sebastiano Cavallaro è il maxicorriere di eroina sulla rotta Sicilia-New York, vicino ai clan catanesi di Nitto Santapaola e dei Pillera-Cappello, arrestato il 18 febbraio ‘86 - due mesi dopo l’omicidio di Graziella Campagna - nella sua residenza di Furnari con l’accusa di traffico internazionale di droga e di armi insieme a Giuseppe Montesanto, commerciante ambulante di frutta originario di Casteldaccia, il catanese Salvatore Conticello e il genero Giovanni Novello. La droga trasportata negli Usa grazie a speciali cinture sistemate attorno alla vita del Cavallaro, veniva appunto scambiata con le cosche palermitane a Furnari, dove il Montesanto possedeva un casolare che ospitava saltuariamente i corrieri.

 

   Sebastiano Cavallaro soggiorna nella fascia tirrenica dopo la carcerazione subita in seguito al blitz di polizia che il 9 agosto ‘82 aveva scompaginato a Valverde (Catania) il clan Pillera-Cappello, al tempo in guerra contro gli uomini di Santapaola. Con il trafficante di droga erano finiti in manette, tra gli altri, il fratello Rosario Cavallaro, Gaetano Laudani e l’emergente Francesco Viola inteso ‘Berry White’. “La villa di Valverde dove ci arrestarono era frequentata dai fratelli Laudani, da Turi Pillera e Salvatore Cappello” ha raccontato il Viola all’udienza del processo ‘Orsa Maggiore’. “Salvatore Cappello si appoggiava poi nel messinese. Lui e Nino Pace sono stati ospitati dal costruttore Enzo Pergolizzi in una casa che questi aveva a Milazzo. Se ne andavano spesso lì, dove aveva un motoscafo. Con Pergolizzi ... poi abbiamo mangiato insieme al ristorante di fronte ai traghetti di Messina...”. Il binomio Cavallaro-Alberti determinante ad affermare il nuovo patto tra il clan etneo e i corrieri della droga della Sicilia occidentale. Una ulteriore coincidenza è rilevata dagli inquirenti: nel complesso di Portorosa a Furnari Gerlando Alberti junior aveva locato una villa sin dalla primavera del 1985, “a mezzo telefono, per conto dei suoi amici”. E nella vicinissima Falcone la questura di Messina aveva rivelato in un rapporto del 23 dicembre ‘85 gli “stretti vincoli di amicizia” dell’Alberti  con tale Mazzagatti Tindaro Santo, proprietario della trattoria denominata ‘Jonatan’, già denunziato per costruzione abusiva ed arrestato per falsa testimonianza”...

 

     Tra i personaggi di spicco identificati accanto all’Alberti nella sua latitanza tra Villafranca e Rometta c’è sicuramente il mafioso Carlo Greco, a conferma del ruolo che il messinese assume a metà anni Ottanta nei processi di raffinazione e traffico internazionale di stupefacenti. Come è stato processualmente provato Carlo Greco è stato per anni insieme a Giovanni Pullarà, Giuseppe La Mattina e Salvatore Profeta uno dei maggiori ‘chimici’ dei laboratori di eroina che Cosa Nostra aveva distribuito in Sicilia. Divenuto il ‘fornitore unico’ dell’anidride acetica, prodotto indispensabile nella trasformazione della morfina in eroina, Carlo Greco ha operato direttamente nel laboratorio installato nel ‘79 a Barcellona da Giuseppe ‘Pino’ Savoca, rappresentante della famiglia di Brancaccio, insieme a Filippo Graviano, ai fratelli Vernengo e ad uno dei capi storici della mafia del Longano, Carmelo Coppolino, il commerciante di frutta e verdura di Terme Vigliatore poi ucciso il 16-6-90 su mandato di Giuseppe Chiofalo all’uscita della discoteca ‘Genesis’ di Portorosa. Secondo quanto raccontato al giudice Falcone da Francesco Marino Mannoia a supervisore del laboratorio di Barcellona ci sarebbe stato il feroce killer di Ciaculli Giuseppe Greco ‘Scarpa’  e parte dei proventi dell’eroina sarebbero stati consegnati ad Ignazio Pullarà per le famiglie dei detenuti della cosca di Santa Maria del Gesù e direttamente a Totò Riina e Pippo Calò.

 

 

3.5    Due  persone  in  una:  lo  sbarco a  Messina  di Greco e Aglieri

 

     Genero del vecchio boss di Villagrazia Giovanni Adelfio, già denunciato nell’81 per tentato omicidio e reati contro il patrimonio, segnalato quale ‘presunto mafioso’ l’anno successivo, nel 1984 Carlo Greco riesce a sfuggire a un controllo di polizia a Mondello esibendo un documento falso, proprio come l’amico-socio Gerlando Alberti avrebbe poi fatto a Villafranca. Sottoposto al soggiorno obbligato a partire dal dicembre ‘89, il Greco si darà ad una lunga latitanza conclusasi appena un anno fa con l’arresto in una villa di Buonfornello. Il suo nome è legato alle maggiori vicende di sangue della mafia: accusato delle morti di Giovanni Bontade, di Antonino Bonanno a Misilmeri e di Benedetto Grado, condannato per il cosiddetto ‘libro mastro’ delle estorsioni scoperto nel covo della famiglia Madonia, Carlo Greco è oggi imputato ai processi ‘maxiquater’ (in stralcio), ‘Golden Market’, a quello sui ‘Dieci anni di mafia’ (insieme a Giovanni Scaduto e Leonardo Greco di Bagheria, Pippo Calò, e Antonino Rotolo). Greco è anche considerato un vero e proprio ‘cervello dell’intelligence’ delle cosche, capace di coordinare l’infiltrazione di mafiosi negli apparati dello Stato per la raccolta di informazioni utili alle attività di Cosa Nostra. Secondo quanto riferito al processo maxi-quater dal pentito Giovanbattista Ferrante, autoaccusatosi dell’omicidio di Salvo Lima e dell’agente Emanuele Piazza collaboratore del Sisde, “grazie a Carlo Greco mi si fece sapere che la Dia stava indagando su di me e che c’erano delle foto che mi ritraevano (...). Un’altra volta Carlo Greco c’informò che la Dia aveva piazzato una telecamera in un palazzo che aveva fatto oltre duemila ore di registrazione. Sempre Carlo Greco nel ‘91 ci fece avere delle foto di una villa a Carini che era tenuta sott’occhio dagli investigatori”.

 

     Le vicende umane e giudiziarie di Carlo Greco sono comunque indissolubilmente legate alla figura di Pietro Aglieri ‘u signorinu’, il mafioso provocatoriamente insignito da ‘The Guardian’ “uomo dell’anno 1996”, con un ruolo paragonabile dopo gli arresti di Totò Riina e Giovanni Brusca solo a quello ricoperto in Cosa Nostra da Bernardo Provenzano. Carlo Greco e Pietro Aglieri avrebbero retto congiuntamente sino al ‘96 il mandamento di Santa Maria del Gesù e della Guadagna, cogestendo i colossali traffici di droga con il Nord e il Sud America e partecipando alla Commissione mafiosa che avrebbe dato il via alla stagione stragista del ‘92. Carlo Greco e Pietro Aglieri compaiono infatti tra i mandanti della strage di Capaci e tra i diretti esecutori della strage di via d’Amelio. In occasione della tragica morte del giudice Borsellino e della sua scorta, Aglieri avrebbe  premuto il telecomando, mentre il Greco avrebbe svolto il ruolo di ‘staffetta’ del gruppo di fuoco.

 

    Come ha dichiarato il procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte, la compresenza alla guida della famiglia di Santa Maria del Gesù di Greco e Aglieri trova giustificazione nella sua “gestione non monocratica ma pluralistica, una regola introdotta dai Corleonesi”. Secondo il pentito Salvatore Cangemi  il legame tra i due è così stretto che “le persone sono due ma la mente è unica”. L’ascesa alla leadership della cosca è segnata nel 1989 dall’omicidio del vecchio padrino Giovanni Bontade. Aglieri ne diviene capomandamento, mentre Carlo Greco viene nominato sottocapo. Alle dipendenze dei due, vengono assegnati boss della portata di Giovanni e Ignazio Pullarà, Giuseppe La Mattina (uno dei killer dell’europarlamentare andreottiano Salvo Lima), Salvatore Profeta e i fratelli Vernengo, tutti personaggi ben radicati in affari di droga e appalti del messinese. E del resto la presenza di Carlo Greco nell’hinterland di Villafranca a fine ‘85 non può che essere collegato alle contemporanee frequentazioni nel messinese del suo alter-ego Pietro Aglieri.

 

Mentre il Greco si fa vedere accanto a Gerlando Alberti, Aglieri s’incontra più volte con l’allora boss di Giostra Mario Marchese e con l’emergente Luigi Sparacio. In una stanza dell’hotel Riviera di Messina i due stringono un patto d’acciaio che regolerà sino al ‘92 i traffici di eroina da Palermo ai Peloritani. Periodicamente giungeranno in città ingenti quantitativi di droga che saranno smistati al consumo da piccoli manovali e tossici, mentre una quota finirà direttamente ai gruppi catanesi capeggiati da Salvatore ‘Turi’ Cappello e Giuseppe Pulvirenti ‘u malpassotu’. Marchese con il suo gruppo si farà garante della protezione dei familiari di Pietro Aglieri e dei suoi più stretti collaboratori (Giuseppe La Mattina) quando essi giungono nello Stretto per risiedere al Riviera. La Santa Alleanza del gruppo Aglieri-Greco con il clan di Giostra comporterà l’uccisione a Milazzo dell’ambulante Santo Stramandino, reo di uno ‘sgarbo’ alle famiglie palermitane in un affare di droga, e finanche l’intervento a sostegno elettorale dei candidati andreottiani messinesi in lizza alle amministrative (l’ex deputato regionale Pino Merlino e l’ex assessore comunale alla viabilità, avvocato Alfio Ziino), intermediario il bancario barcellonese Salvatore Valenti, poi assassinato  nel febbraio dell’86 nella sua villetta a Torre Faro da sicari vestiti con maschere di carnevale. Una conferma diretta dell’interesse dei gruppi palermitani ad intercedere a favore di certi democristiani dello Stretto è venuta al processo Andreotti dall’audizione del primo vero grande padrino locale, Gaetano Costa, oggi collaboratore di giustizia, che ha raccontato di essere stato avvicinato nel carcere di Novara direttamente da Leoluca Bagarella: “Egli mi invitò, ad attivarmi al fine di indirizzare in favore di esponenti della corrente andreottiana il consenso elettorale nel messinese. Io feci sapere a Mimmo Cavò di adoperarsi al fine di sostenere elettoralmente le persone, che a Messina, erano vicine all’on. Andreotti”. Ricompare ancora una volta l’uomo di fiducia dell’imprenditore Michelangelo Alfano.

 

Oltre a intrattenere affari con Pietro Aglieri e Giuseppe La Mattina, io mi rivolgevo a Giuseppe Piddu Madonia di Caltanissetta, a Leonardo Greco e al suo socio di Bagheria Antonino Gargano” ha ammesso lo stesso Mario Marchese. L’ennesima quadratura del cerchio.

 

 

3.6   Devastanti  affari  edilizi  targati “cosa  nostra” 

 

   Tra le carte degli inquirenti sul procedimento per l’omicidio di Graziella Campagna, spiccano le testimonianze della titolare della lavanderia ‘La Regina’ Franca Federico e del fratello Giuseppe, sui conviviali contatti a Villafranca tra Gerlando Alberti junior e i cugini omonimi Giuseppe Greco, figli rispettivamente di Salvatore “il Senatore” e di Michele “il Papa”, i boss storici della famiglia di Croceverde di Giardini-Ciaculli implicati negli omicidi ‘politici’ dei primi anni Ottanta (Mattarella, Costa, Giuliano, La Torre, Dalla Chiesa, Chinnici), con ottime entrature nel mondo economico isolano (i Salvo di Salemi), nella politica (gli andreottiani di Sicilia), nella massoneria (il Centro Sociologico italiano, la superloggia di via Roma zeppa di militari, colletti bianchi e boss mafiosi). Curriculum giudiziario di tutto rispetto quello dei due cugini abituali frequentatori del latitante Alberti. Oltre alla recente condanna al maxiquater di Palermo, Giuseppe Greco di Salvatore è imputato con Carlo Greco al processo sui cosiddetti delitti dei ‘Dieci anni di mafia’, e sarebbe stato implicato secondo il pentito Mannoia, nel sequestro Fiorentino. Giuseppe Greco di Michele, già colpito da una condanna per associazione mafiosa, è finito sulle cronache per un arresto nel novembre ‘92 durante la cosiddetta operazione ‘Leopardo’. Di lui ha parlato al processo Andreotti l’ex boss di Altofonte Francesco Di Carlo, accennando ad una sua cena politico-mafiosa in un ristorante romano nel 1980. Giuseppe Greco sarebbe stato in compagnia del padre Michele, dei comici Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, del senatore Dc Giuseppe Cerami, del boss della camorra Michele Zaza e dell’esattore Nino Salvo.

 

       Dall’edilizia all’agricoltura passando finanche dall’industria cinematografica, i Greco curavano mille affari. In particolare gli anziani boss Michele e Salvatore erano soci della DAS (Derivati Agrumari Siciliani), e in compagnia dell’ex sindaco andreottiano di Bagheria Michelangelo Aiello, della DE.A. (Derivati Agrumari), società coinvolta nel 1982 nello scandalo delle truffe miliardarie alla CEE. Le industrie di derivati agrumari dei Greco e dell’Aiello, facevano parte del complesso sistema della ‘Pizza Connection’ allo scopo di mascherare le ingenti operazioni finanziarie finalizzate al traffico di stupefacenti e al riciclaggio di denaro sporco.

 

      Michelangelo Aiello ci riporta di colpo nuovamente a Messina: notoria era la sua amicizia con il concittadino Michelangelo Alfano. E altrettanto notorio il fatto che dietro le società agrumarie dell’ex sindaco di Bagheria c’era il grande trafficante Leonardo Greco. Sempre al boss Leonardo Greco farebbe riferimento la società SICIS dei fratelli Bruno, anch’essi di Bagheria, la quale dopo aver realizzato con un’impresa del conte Arturo Cassina numerosi alloggi popolari a Borgo Nuovo (Palermo), si trasferiva in quegli anni a Messina per edificare il complesso cooperativo Casa Nostra di Tremonti e il Complesso Peloritano a San Giovannello, entrambi al centro di importanti inchieste giudiziarie, compresa quella sul ‘buco’ del Banco di Sicilia con cui la SICIS di Bagheria risulterebbe esposta per svariati miliardi. Lo scorso dicembre la Procura di Messina ha accusato Michelangelo Alfano di concorso esterno in associazione mafiosa “per essere stato il referente a Messina di Leonardo Greco e di averne curato dal 1979 gli interessi insieme con Domenico Cavò e quindi con Luigi Sparacio, nella realizzazione del complesso edilizio Casa Nostra di Tremonti”. Alla base del procedimento le dichiarazioni dei pentiti Gaetano Costa, Rosario Spatola, Giovanni Vitale e Antonio Cariolo. “Per il complesso edilizio di Tremonti” secondo il Costa, “erano direttamente interessati Leoluca Bagarella, Luciano Liggio, Mariano Agate, Totò Riina, Leonardo Greco ed altri esponenti di Cosa Nostra,  e vi sovrintendeva materialmente a Messina Tommaso Cannella sotto la supervisione di Michelangelo Alfano”. L’intero gotha della mafia con le mani in pasta negli affari della provincia dove “la mafia non esiste”.

 

 

3.7    Gerlando  Alberti  ricompare  tra  le  ville  di  Portorosa

 

      Passata la tempesta giudiziaria e riottenuta la libertà vigilata, Gerlando Alberti junior non abbandonerà le vecchie frequentazioni e l’amore per gli affari della latitanza dorata a Villafranca. Dimesso dalla Casa circondverdana, sans serife di Fossombrone, l’Alberti fisserà il domicilio per un paio di mesi a Torre Faro per poi trasferirsi nel luglio ‘89 a Falcone in un appartamento della centralissima via Nazionale. Il trafficante si allontanerà da questo comune ‘ufficialmente’ solo in due occasioni: la prima volta sarà per un permesso di 10 giorni concesso nell’89 dal Giudice istruttore Marcello Mondello per una ‘visita specialistica’ a Milano. La seconda volta sarà nell’aprile ‘90 in seguito all’arresto in esecuzione ad una vecchia condanna per oltraggio a pubblico ufficiale e furto.

 

    Nella cittadina turistica nota per il villaggio di Portorosa, altro grande esempio di cementificazione selvaggia del territorio, Gerlando Alberti si farà ‘visitare’ da Luigi Sparacio, Mario Marchese e da Carmelo Romeo inteso ‘nocciolina’, l’affiliato al clan Cavò indiziato dell’agguato al giornalista televisivo Mino Licordari per “fare un favore allo ‘zio Angelo’ Alfano”.

 

    Il trafficante Alberti Gerlando, per eludere la vigilanza da parte degli Organi di Polizia, da qualche tempo ha trasferito il domicilio nel barcellonese (Messina), ove continua ad esercitare attività illecite, in combutta con la mafia del messinese” scrivono in una loro informativa del 21 aprile ‘90 i Carabinieri di Palermo. “Il pregiudicato Alberti viene notato a Falcone assiduamente in compagnia del signor Antonino Geraci nato il 22-2-1966 a Palermo, di cattiva condotta e di pessima stima e reputazione pubblica, anche se sul suo conto figura solo una segnalazione del marzo ‘88 per emissione di assegno a vuoto”. Sempre secondo i Carabinieri il Geraci Antonio “ufficialmente svolgerebbe l’attività di cameriere presso un non meglio specificato ristorante del messinese, ma di fatto esercita l’attività di autista alle dipendenze del citato mafioso Alberti Gerlando”.

 

      Alberti sarà tra i più puntuali frequentatori del noto locale ‘La cantina’ di Portorosa, gestito insieme al ristorante ‘Villa Liga’ dall’imprenditore barcellonese Giuseppe Munafò, arrestato nel ‘91 per una vicenda di riciclaggio insieme a due noti commercianti di Milazzo, Angelo Bellamacina e Antonino Startari. In una occasione il mafioso palermitano farà pesare tutto il suo prestigio criminale per alleviare la stretta usuraia sull’amico ristoratore. “Un giorno del 1991 fui agganciato al CEP dal titolare di un negozio di Pelletteria di via S. Cecilia tale Placido Lucà e dal titolare di una finanziaria di via La Farina per il recupero di un grosso credito di centinaia di milioni che vantavano nei confronti di Giuseppe Munafò” ha raccontato ai giudici della DDA Carmelo Ferrara, fratello dell’ex boss della zona sud, Sebastiano. “Fissato un incontro con il Munafò, quel giorno nella mia abitazione si presentò un individuo dicendo di essere il nipote di Gerlando Alberti junior, in compagnia di un’altra persona che mi disse essere il Munafò. Il primo chiamandomi in disparte mi disse che era venuto a nome di suo zio, il quale voleva che si sistemasse la faccenda nel migliore dei modi”. “Fu così che proposi al Lucà ed al suo amico la dilazione del credito” conclude il Ferrara. L’imprenditore Giuseppe Munafò sarà poi assassinato in un agguato mafioso nei pressi della sua abitazione a Portorosa il 23 gennaio ‘94.

 

 

3.8    Non vedo,  non sento,  non parlo

 

Alberti junior, i Greco, una lunga sfilza di latitanti palermitani legati sia alle famiglie vicine ai Corelonesi che ai clan perdenti di Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo: sono questi gli uomini che si muovono alla luce del sole nei tranquilli centri di Villafranca Tirrena, Rometta, Portorosa. Chi dovrebbe avere istituzionalmente il controllo del territorio e marcare i principi della legalità sembra non accorgersene. Non vede. Forse tollera silenziosamente. O subisce per ignavia.

 

Gerlando Alberti junior quando viene fermato l’8 dicembre dell’85 in località Orto Liuzzo dichiara sfrontato alla pattuglia dei militari di “essere amico del maresciallo Carmelo Giardina Comandante della Stazione dei Carabinieri di Villafranca”. Ciò lo esonerebbe dall’esibire i documenti al controllo. Il militare dell’Arma chiamato a testimoniare davanti al giudice Mondello cerca di ridimensionare il presunto rapporto di amicizia: “Avevo visto l’Alberti a Villafranca prima dei fatti solo due volte, una volta dal barbiere “Federico” e l’altra volta nel negozio di generi alimentari della moglie del Catrimi Francesco. La prima volta, appena entrai nel negozio l’Alberti mi salutò rispettosamente e io successivamente chiesi chi fosse tale persona. Mi fu risposto che era un gentiluomo e come tale era conosciuto a Villafranca”. Evidentemente l’alto tenore di vita e il gran numero di auto mostrati dall’Alberti in oltre tre anni di residenza a Villafranca non generavano alcun sospetto sulle guardinghe forze dell’ordine. Eppure c’è chi ha sollevato forti ombre sull’immagine e l’operato dell’Arma di Villafranca, proprio quella che ha condotto tutte le indagini del delitto Campagna. E lo ha fatto dall’alto di un’aula di giustizia.

 

    Famà è l’attuale Comandante dei Vigili Urbani di Villafranca. Accennando ad una sua attività di collaborazione informativa con gli organi di Polizia in occasione di indagini su pregiudicati o latitanti presumibilmente residenti nel centro tirrenico, durante l’udienza di un recente processo ha raccontato di aver detto nel ‘94 al maresciallo Farris dei Carabinieri di Reggio Calabria “di stare attento andando a Villafranca”.

 

Da chi si doveva guardare il maresciallo Farris?” gli chiede il PM. “Dal Comando Stazione Carabinieri che per determinate situazioni, noi non ci fidavamo...” risponde il Famà. “Ma non ero solo io a dire questo. Perchè, venivano quelli del Reparto Operativo e mi dicevano di non fare menzione delle loro visite al locale comando stazione. Tra di essi c‘era il maresciallo Biagio Gatto, l’allora brigadiere Aveni o Avenia, mi pare si chiamasse. In quel periodo particolare noi operavamo con la Squadra Mobile, col dottor Montagnese... Con i Carabinieri del luogo c’è stato da parte nostra un certo disimpegno, perchè su determinate attività informative per episodi accaduti, non ritenevo utile avvalermi del locale Comando stazione Carabinieri” prosegue il racconto del Comandante Famà. “C’è stato un motivo particolare che mi ha indotto a questo tipo di atteggiamento. Durante la latitanza del pregiudicato Anastasi che era accusato di tentato omicidio, una nostra pattuglia individuò l’Anastasi su un autoveicolo e fu immediatamente fatta la segnalazione alla locale Comando stazione Carabinieri. Neanche un’ora e mezza dopo, l’agente che accertò la presenza del pregiudicato e del latitante nel nostro territorio, fu avvicinato dall’autista che lo rimproverò: - Come ti sei permesso di dire che io ero su quella autovettura? - notizia che era in possesso del locale Comando Carabinieri. Come mia abitudine la segnalazione, viene fatta direttamente al comandante della stazione che all’epoca era il maresciallo Giardina”. 

 

     Il Famà punta ancora il dito contro il maresciallo Giardina raccontando un episodio che lo avrebbe coinvolto direttamente: “Avendo un appartamento sul mare a disposizione e avendo messo un’inserzione sul giornale per l’affitto, fui contattato da persone che lo volevano per il periodo non estivo. Fu fatto un sopralluogo nell’appartamento da un certo Fabio Nicotra insieme ad una ragazza. Poi mi chiamarono alle 11 di notte per la chiave. Il fatto mi ha insospettito immediatamente. Quando chiesi il documento di riconoscimento, mi accorsi che era di un pregiudicato. Forse era Giuseppe Ioppolo, collegato con la criminalità organizzata. Con lui c’era un personaggio che parlava con accento napoletano. L’indomani mattina, recatomi in ufficio con i dati, accertai i precedenti di questo Ioppolo. Chiamai immediatamente i Carabinieri. Il maresciallo mi disse: - Comandante avvisi subito il maresciallo Giardina di mettersi immediatamente in contatto con il Reparto Operativo. Cosa che feci immediatamente alle 8 e mezzo. Ci siamo incontrati con il Giardina verso le cinque di sera e mi dice: - No. Non ho avuto tempo. Non solo, ma mi dice: - Andiamo a prendere qualcosa al bar. Dissi: - Maresciallo se ci vedono assieme... Non mi sembra il caso... Neanche a farlo apposta, arrivati al bar c’erano seduti fuori questi personaggi .... L’indomani presi contatto con il maresciallo Gatto che verbalizzò le mie dichiarazioni individuando Ioppolo e Fabio Nicotra della famiglia calabrese dei Nicotra. Però, queste persone all’indomani sparirono. A distanza di 20 giorni, vennero, mi lasciarono la chiave e se ne andarono. In seguito vidi la fotografia del terzo personaggio, che era Ciro Aprile, collegato alla camorra”. Per l’ennesima volta fu sprecata a Villafranca l’occasione per una retata di pezzi da novanta di mafia, ‘ndrangheta e camorra. Il napoletano Ciro Aprile, killer legato al clan Nuvoletta ma a disposizione del gruppo barcellonese di Pino Chiofalo, verrà poi assassinato nel maggio ‘94, in contrada Bazia a Furnari.

 

 

3.9    A  trafficare   droga  e   armi   con   l’emergente   Pimpo   

 

  Un gruppo ‘composito’ quello che si nasconde nell’hinterland messinese che per carisma e strapotere economico gode del ‘rispetto’ dei giovani clan peloritani, i quali trovano in Gerlando Alberti junior & soci gli uomini d’onore in grado di fare da ‘mediatori’ e ‘pacieri’ nelle lotte che lacerano la provincia. Eppure nell’ambiente della mafia palermitana proprio l’Alberti era noto per il suo carattere violento che lo portava a commettere delitti senza la ‘giusta motivazione’. Per questo gli era stato appioppato il termine ingiurioso di ‘fanguso’. Ma nel messinese Gerlando Alberti junior diviene la migliore entratura per espandere i traffici di droga e di armi con le famiglie barcellonesi capitanate da Carmelo Milone e Giuseppe Gullotti e le cosche della Sicilia occidentale, e per ‘avvicinare’ insospettabili potenti della politica, delle istituzioni e della magistratura. 

 

    Nel capoluogo di provincia Gerlando Alberti e il cugino Tony Alberti si erano inseriti nel mondo dell’edilizia privata costituendo un’impresa di movimentazione terra che lavorava a Santa Lucia sopra Contesse. A presidiare i cantieri vennero chiamati gli uomini di Salvatore Pimpo, il pregiudicato legato al clan catanese dei Ferlito, che raggiunge la leadership nei gruppi mafiosi messinesi dopo la morte di Cavò per essere infine ucciso nel ‘90 in un agguato in via Palermo su ordine dei boss di Giostra Luigi Galli e Mario Marchese. I legami tra Gerlando Alberti e il Pimpo erano di vecchia data: il messinese ne aveva conosciuto lo zio, Gerlando Alberti senior inteso ‘Paccarè’ durante la detenzione nel carcere di Volterra. Il vecchio boss gli aveva salvato la vita intervenendo su alcuni detenuti che avevano deciso di avvelenarlo con del pesce su richiesta del boss Pippo Leo. Salvatore Pimpo si era poi inserito nei traffici di armi e droga del nipote Alberti junior, incaricando più volte Antonino Caliò, successivamente ucciso, di recarsi a Palermo  presso gli affiliati alle cosche vicine agli Alberti per rifornirsi di grosse partite di stupefacenti che venivano poi spacciate a Messina per conto dello stesso Pimpo e dei fratelli Rizzo, suoi cugini.

 

   Il boss emergente di Messina si metterà a piena disposizione dell’Alberti durante la sua detenzione in carcere, facendogli ottenere una cella in compagnia di altri mafiosi palermitani. Settimanalmente il Pimpo si faceva autorizzare un colloquio con l’Alberti, onorandolo con ricchi doni compreso uno splendido orologio d’oro “dal valore di venti milioni”. Sarà proprio Salvatore Pimpo, prima di morire, a raccontare ad alcuni suoi uomini movente ed esecutori dell’omicidio della diciassettenne Graziella Campagna.

 

 

 

GRAZIELLA  CAMPAGNA

A 17 anni vittima di mafia.

Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’.

 

                                                        

Capitolo Secondo – L’inchiesta

 

 

4. L’omicidio Campagna

 

   Di seguito sono riportate le tappe che hanno portato al delitto di Graziella. Abbiamo deciso di percorrerle utilizzando solo materiale oggettivo: testimonianze, verbali di C.C. e di P.S., atti istruttori e processuali per permettere a chi legge di analizzare gli eventi in base ad elementi oggettivi.

 

 

 

 

8 dicembre 1985

 

 

 

Relazione di servizio del Nucleo Operativo

 

Legione Carabinieri di Messina

 

   L'anno 1985, addì 8 del mese di dicembre, in Messina, nell'ufficio del Nucleo operativo, alle ore 20.

   Noi sottoscritti C.re Renda Francesco e Colonnese Mario, effettivi al suddetto reparto, riferiamo a chi di dovere quanto segue:

"Alle ore 11 circa dell' 8.12.1985, comandati regolarmente di servizio automontato lungo la SS.113/Bis, in localita' Orto Liuzzo intimavamo l'alt all'autovettura Fiat Ritmo targata MI-69461V intestata a Fricano Rosario nato a Palermo il 7/2/1972 e convalidata fino all' 8.4.1992. A bordo di detta auto trovavasi altro individuo che dichiarava chiamarsi Fricano Rosario nato a Palermo il 29.12.1958 il quale era sprovvisto di documenti di riconoscimento e faceva presente essere il proprietario dell'autovettura Ritmo. Poiché riscontravasi discordanza fra i dati anagrafici forniti dal Fricano Rosario e quelli trascritti sulla carta di circolazione (25.8.1959) e che il Fricano adduceva trattarsi di errore, si procedeva ad eseguire un'accurata perquisizione a bordo dell'auto e quindi i dati anagrafici venivano comunicati alla Centrale Operativa al fine di conoscere se i due erano pregiudicati o ricercati. Nell'attesa il Cannata Eugenio, con insistenza, faceva presente di essere amico del Maresciallo Giardina comandante della stazione dei C.C. di Villafranca Tirrena e di espletare il lavoro di ricercatore farmaceutico presso il laboratorio del Dottor Crisafi di Villafranca e di essere dimorante in via Nazionale, Divieto di Villafranca. Durante l'attesa il sottoscritto C.re Renda saliva a bordo dell'auto di servizio per ricevere la comunicazione dalla Centrale mentre il pari grado restava fermo ai bordi della strada. In tale frangente sopraggiungeva, proveniente da Messina e diretta verso Villafranca, l'autovettura Fiat 127 targata [...] che a fortissima velocità superava in curva altra autovettura. A seguito di ciò il sottoscritto C.re Colonnese Mario intimava l'alt alla Fiat 127 e quindi si accingeva a verbalizzare il conducente. Durante tale operazione il Cannata Eugenio metteva in moto la sua auto ed a fortissima velocità si dileguava verso Villafranca Tirrena lasciando in nostro possesso la sua patente di guida e la carta di circolazione dell'autovettura Ritmo. Il controllo richiesto alla centrale Operativa, in base ai dati forniti, risultava nullo. Per quanto precede abbiamo redatto la presente relazione che in data e luogo di cui sopra sottoscriviamo.

 

 

 

 

 

 

Famà Giovanni (titolare di un autolavaggio a Saponara Marittima) 

Carabinieri di Villafranca - 28 dicembre 1985

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

 

   “Il giorno 9-12-1985, lunedì, verso le ore 18,30-18,45, mi trovavo fermo in sosta a piedi anzi a bordo della mia autovettura, in questa via Nazionale, altezza negozi autoricambi Giordano. In tale circostanza notavo la signorina Campagna Graziella, che conoscevo, ferma sul marciapiede e credo fosse in attesa del passaggio dell’autobus che va’ a Saponara. Nel frattempo notavo sopraggiungere un’autovettura Alfa-Sud Sprint di nuova fabbricazione, di colore blu, targata Rc, però non so dire i numeri di targa perché non li annotai. Detta autovettura era occupata dal solo conducente che io purtroppo non ho visto in volto. Posso solo dire che detta persona era di sesso maschile, poteva avere una età giovanile, aveva i capelli lunghi che coprivano il collo. Se male non ricordo l’autovettura anzidetta era anche munita di antenna per l’autoradio. La signorina Graziella, notata sopraggiungere detta auto, attraversava la strada portandosi nel marciapiede opposto ove si era fermata l’Alfa Sud, sita pressoché vicino il negozio di macelleria ivi esistente. Tra i due, cioè tra la Graziella e l’autista della macchina avveniva una breve conversazione, dopodiché la ragazza saliva sull’auto prendendo posto sul sedile posto accanto alla guida. Subito dopo l’auto ripartiva dirigendosi verso Messina. Al momento non davo importanza alcuna al fatto, poi però apprendendo dell’omicidio della ragazza, ritengo che detta notizia possa essere utile a Voi inquirenti.

A.D.R.:      L’Alfa Sud che ho visto il giorno 9-12-1985 nell’occasione sopraddetta, non l’avevo mai vista prima di allora né l’ho rivista successivamente.

 

 

Famà Giovanni - Questura di Messina - 11 gennaio 1986

 

  “Lunedì giorno 9 dicembre u.s., [...] alle ore 18,30 - 18,45, ho notato un'autovettura Alfa Sud sprint di colore blu scuro targata RC di cui non ho rilevato i numeri, proveniente da Palermo, fermarsi all'altezza della fermata dell'autobus, dalla parte opposta, e contemporaneamente una ragazza, che successivamente attraverso i giornali ho riconosciuto per Graziella Campagna, la quale era in attesa dell'autobus, attraversava la strada e si portava sul lato destro dell’Alfa. Il conducente, unica persona che si trovava a bordo, apriva lo sportello e la Graziella, pur rimanendo fuori dalla macchina, dialogava con questo per circa dieci minuti, dopo di che saliva a bordo e quindi l'autovettura continuava la sua marcia verso Messina. Non ho alcun dubbio che la ragazza salita a bordo dell’Alfa Sud sia proprio la Graziella, avendo alcuni giorni dopo rivisto la sua foto sui giornali. Il conducente dell’Alfa Sud, da me visto solo di spalle, era una persona dai capelli lunghi, tipo capellone, di corporatura piuttosto robusta. L’Alfa Sud aveva la targa ultimo tipo con cerchioni credo in lega leggera e quindi doveva essere una macchina di recente fabbricazione. Sono sicuro sul giorno e sull'ora in cui si è verificato l'episodio sopra menzionato”.

 

 

Federico Franca (titolare della lavanderia)

Questura di Messina -  10 gennaio 1986

 

“Il giorno 9 dicembre u.s., ricordo perfettamente, che la Graziella è andata via dall'esercizio, all'ora di chiusura, cioè alle ore 19,40 circa, insieme a me e a mia cognata Agata. Posso affermare altresì che quel pomeriggio la stessa non si è assentata dalla lavanderia dietro una richiesta specifica della medesima tranne che di andarmi a comprare le sigarette o prendersi il caffè, circostanza quest'ultima che non ricordo.

 

 

Federico Franca - Carabinieri di Villafranca - 11 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

“Domanda: Ci risulta che nel pomeriggio del 9/12/85 lei avrebbe concesso il permesso alla giovane Graziella Campagna di assentarsi dal lavoro. Ci dica perciò se risulta vero.

Risposta: Non è assolutamente vero che la ragazza si sia allontanata dal posto di lavoro. Preciso forse si sarà allontanata per brevissimo tempo, 5 minuti circa per recarsi al vicino bar Castelli per prendere un caffè o al tabacchino ubicato quasi di fronte per comprare le sigarette”.

 

 

Cannistrà Agata (cognata di Federico Franca e sua dipendente)

 Carabinieri di Villafranca - 7 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

DOMANDA: Ci risulta che giorno 9-12-1985, intorno alle 18,30 la Graziella uscì dalla lavanderia e si soffermò sul marciapiede poco distante e che la stessa poco dopo salì a bordo di un’autovettura di colore scuro. Vuole dirci se tale circostanza risponde al vero?

RISPOSTA:             Come ho già detto prima, la Graziella si assentava dalla lavanderia solo il tempo strettamente necessario per andare a prendere il caffè o le sigarette, impiegando all’incirca cinque minuti. Non ricordo se il lunedì 9-12-1985 la Graziella verso le ore 18,30 uscì per acquistare le sigarette in quanto il caffè abitualmente lo prendiamo la mattina e se ciò si fosse verificato la stessa non si assentò più di cinque minuti perché altrimenti mi sarei messa in pensiero [...]

A.D.R.:        Conosco un tipo di autovettura Alfa Sud Sprint ed ho visto un’autovettura del genere alcune volte transitare davanti la lavanderia ma non si è mai soffermata. L’ultima volta che ho visto transitare detta autovettura Alfa Sud Sprint di colore scuro risale a circa una settimana - quindici giorni addietro. Il conducente di detta autovettura credo di averlo visto in Villafranca T.na però non so se è del luogo o di qualche paese vicino. Se dovessi rivedere il detto conducente sarei in grado di riconoscerlo.

 

 

Cannistrà Agata - Questura di Messina - 10 gennaio 1986

 

   “Lunedì giorno 9 dicembre u.s., cioè tre giorni prima della scomparsa di Graziella, ricordo che nel pomeriggio ed in particolare dalle ore 18 in poi all'interno dell'esercizio si trovava anche la titolare e posso affermare che quella sera la Graziella è rimasta con noi sino all'ora di chiusura”.

 

 

Romano Francesco (marito di Federico Franca)    

Carabinieri di Villafranca - 11 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

A.D.R.: Non è vero che mi sono permesso mai di concedere permessi di qualsiasi genere alla scomparsa Campagna Graziella. Non mi risulta, inoltre, che la ragazza abbia chiesto e quindi ottenuto alcun permesso da parte di mia moglie la quale si allontana raramente dal negozio ove la ragazza svolgeva l’attività di stiratrice. Preciso era una ragazza che non chiedeva mai niente e per quanto ricordo qualche volta veniva pregata di andare a comprare le sigarette ed il caffè nei vicini negozi o di accompagnare mia figlia al bar ma in questa ultima ipotesi tutte le volte per quanto mi risulta mia moglie si affacciava sull’uscio della lavanderia e la seguiva con gli occhi quasi sino al bar aspettando poi il ritorno.[...]

 

 

Campagna Pasquale  (fratello di Graziella)

Questura di Messina - 11 gennaio 1986

 

   “Il giorno 12, cioè nella mattina del giorno della scomparsa, mia sorella Graziella, recandosi al lavoro in mia compagnia, mi chiese se conoscessi un giovane [...] che si serviva per i suoi spostamenti di un’Alfa Sud di colore blu. Ricordo che nell’occasione mia sorella mi fece un nome ed un cognome, ma non mi sovvengono né l’uno, né l’altro.

A.D.R.:   Per la precisione, mia sorella mi chiese se il giovane in argomento fosse a me noto come “dongiovanni”.

A.D.R.:   Nel formularmi tale domanda, mia sorella mal celava uno stato di apprensione, stato cui io non seppi dare preciso contenuto.

A.D.R.:   Preciso che io risposi a mia sorella che - come in effetti era - non conoscevo il giovane suddetto”.

 

 

Curreri Santa (madre di Graziella) - Verbale di esame di testimonio

 senza giuramento 18 maggio 1989, avanti al Dott. Marcello Mondello.

 

  “Ricordo che il 9 dicembre cioè il giorno successivo all'Immacolata, mia figlia mi raccontò, la sera quando rincasò, che l'ing. Cannata aveva portato due giacche da lavare e che dopo che lo stesso era andato via, ella frugando nelle tasche aveva trovato una carta che la Cannistrà che era presente, le aveva strappato dalle mani. Io sul momento non attribuì a tale fatto eccessiva importanza anche perché tutti mi dicevano che ad uccidere mia figlia era stato il Giacobbe perché risentito per il rifiuto da lei opposto a fidanzarsi con lui. In ogni caso avrei dichiarato la circostanza se fossi stata interrogata prima. Mia figlia mi riferì altresì che la Cannistrà l'aveva invitata a fare una passeggiata con lei a Messina e che ella aveva rifiutato ed anche che le aveva chiesto come mai mio marito non si facesse mai vedere nella lavanderia”.

 

 

 

 

 

 

Ore 18

 

 

Federico Franca - Questura di Messina - 19 dicembre 1985

 

“Quel pomeriggio, verso le ore 18, mentre in lavanderia ci trovavamo io, la Agata e la Graziella è venuto a trovarmi Nino Formica, il quale mi ha invitata a prendere un caffè. Poiché non è mia abitudine uscire sola con un uomo, ho invitato la Agata a farmi compagnia e quindi siamo saliti sull'auto del Formica, una Fiat Uno di color azzurra, portandoci al bar Viola dove abbiamo consumato un caffè. Nel negozio rimaneva così sola la Graziella. Al nostro ritorno, cioè dopo circa 15 minuti, quest'ultima mi faceva presente di essere andata nel bar Castelli, distante dal mio negozio circa 50 metri per cercarmi, credendo che fossimo andati in quel locale, in quanto era sorta la necessità di spostare la mia autovettura che intralciava il traffico”.

 

 

 

Dopo le ore 19,30

 

Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “La sera del 12 dicembre u.s., come al solito, verso le ore 19,50 ho chiuso il mio esercizio e unitamente alla Campagna ed alla Cannistrà mi sono portata sulla via Nazionale all'altezza della fermata del pullman diretto a Saponara dove, come facevo ogni sera, provvidi a lasciare Graziella che per fare rientro a casa faceva uso di detto pullman che transitava tra le ore 20 e le ore 20,05. Lasciai Graziella alla fermata ed andai ad accompagnare la Cannistrà presso la sua abitazione facendovi ritorno”.

 

 

Federico Franca - Questura di Messina - 19 dicembre

 

  “La sera della scomparsa della Campagna ricordo perfettamente di aver chiuso l'esercizio alle ore 19,45 - 19,50, poi di essermi posta alla guida dell'autovettura tipo A 112 di colore grigio metallizzata per andare ad accompagnare la signorina Agata a casa, cosa che facevo abitualmente tutte le sere tranne qualche volta, o meglio dire, solo il lunedì sera in cui la prelevava mio fratello Giuseppe. Nel contempo notavo la Graziella che si stava avviando verso la fermata dell'autobus”.

 

 

Federico Franca -Verbale di esame di testimonio senza giuramento

19 maggio 1989 – (testimonianza raccolta dal Dott. Marcello Mondello)

 

  “La sera del 12, giorno della scomparsa della giovane io sono uscita dal negozio con lei ed ho accompagnato a casa mia cognata Cannistrà Agata, lasciando Graziella alla fermata dell'autobus. Da quel momento non l'ho vista più”.

 

 

Cannistrà Agata – Carabinieri di Villafranca – 14 dicembre 1985

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “Verso le ore 19.30 del 12.12.1985, ultimata la giornata lavorativa abbiamo chiuso il negozio, io mi sono allontanata verso la macchina della signora Franca (Federico n.d.r.) ed a bordo della stessa condotta dalla predetta signora ci siamo dirette verso il Divieto di Villafranca mentre la mia collega Graziella ha attraversato la strada, diretta alla vicina fermata del pullman. Noi siamo andate via subito e non mi sono accorta se in quel momento la ragazza fosse già giunta ove di consueto prendeva il pullman per tornare a casa sua a Saponara. Quando la signora Franca mi ha lasciato a casa l’ho invitata, siccome piovigginava, a lasciare l’ombrello a Graziella tornando verso casa”.

 

 

Cannistrà Agata - Questura di Messina - 10 gennaio 1986

 

  “Per quanto riguarda quel pomeriggio riguardante la scomparsa di Graziella debbo dire che una volta chiusa la lavanderia io salivo a bordo della macchina di mia cognata affinché questa mi accompagnasse a casa e mentre ci stavamo allontanando avevo la possibilità di notare Graziella mentre tranquillamente lei si portava verso la fermata dell'autobus. Ricordo che nell'imboccare la via G.Colasanzio incrociavo a bordo della sua autovettura, A 112, lo spasimante di Graziella Franco Giacobbe che si dirigeva verso Palermo”.

 

 

Franco Giacobbe - Questura di Messina - 19 dicembre 1985

 

  “[...] Giovedì 12 alle 19,40 [...] mi avviavo verso Villafranca. Giunto alla fermata dell'autobus, notavo Graziella appoggiata sul davanzale della finestra ivi ubicata e rallentando la marcia mi accostavo e rimanendo seduto al posto di guida abbassavo il vetro dello sportello destro dicendo alla ragazza che non era giusto che sua madre diceva in giro che io non mi ero saputo presentare in casa. Graziella mi diceva che se voci del genere erano state messe in circolazione non erano uscite dalla bocca di sua madre. Al che le chiedevo scusa, allontanandomi immediatamente verso il distributore di benzina, anzi ricordo di essere entrato dentro l'area del distributore perché era mia intenzione fare rifornimento ma non ho fatto in tempo in quanto l'addetto aveva già chiuso nonostante io gli avessi fatto cenno per attirare la mia presenza. Questi che stava per entrare all'interno del bar, sito nell'area del distributore stesso, senza voltarsi mi faceva cenno con la mano di passare il giorno dopo. Pertanto io continuavo la marcia soffermandomi alla seconda uscita del distributore o meglio dire dal lato dove si trova ubicato il bar Midili e giusto il tempo di abbassarmi per prendere una sigaretta dal portaoggetti, notavo transitare l'autobus che doveva prendere Graziella e dando conseguentemente uno sguardo in direzione della fermata mi accorgevo che la ragazza non c'era più pensando che fosse salita sull'autobus. Quindi facevo rientro subito a casa dove giungevo alle ore 20 circa”.

 

 

Trifiletti Carmelo (testimone) -  Questura di Messina - 19 dicembre 1985

 

  “Giovedì 12 dicembre mentre mi trovavo all'interno del negozio (di parrucchiere della moglie - ubicata in via Nazionale quasi di fronte alla fermata dell'autobus, N.d.R.) vicino all'ingresso quando improvvisamente mia moglie ed una cliente che si trovava pure dentro il negozio mi riferivano di aver sentito un grido proveniente da fuori. Tutti e tre ci siamo precipitati quindi all'ingresso per vedere di che cosa si trattasse ma affacciatici non notavamo niente di strano. Pure alcune persone che si trovavano sulla strada riferivano di aver avvertito un grido ma anche loro non avevano notato niente di strano. Preciso che poteva essere un orario compreso tra le 19,30 e le 20. Subito dopo siamo rientrati nel negozio. Quando ci siamo affacciati non ho visto la Campagna né il ragazzo che solitamente stava con lei”.

 

 

Gianò Antonietta - Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985

(testimonianza raccolta dal maresciallo Giardina)

 

  “Giovedì scorso verso le ore 19.30 mentre mi accingevo a chiudere la saracinesca del mio negozio (articoli sportivi, n.d.r.) ho notato la suddetta ragazza e il giovane (Giacobbe Francesco, ndr.) che a bordo di un'autovettura A/112 parlava con la ragazza ma costei non gli dava retta, tant'è che ripartiva velocemente a bordo dell'autovettura. Mentre davo la schiena alla strada per accingermi ad abbassare la saracinesca ho avuto la sensazione che la ragazza salisse su una macchina di grossa cilindrata di colore scuro con a bordo se non ricordo male il solo autista. Ripeto ho notato il tutto solo per poche frazioni di secondo. Avevo le spalle girate alla strada e quindi non sono sicura al cento per cento che la ragazza sia salita a bordo dell'autovettura anzi detta. In quel momento anche perché sopraggiungeva il pullman di linea e c'era tanta altra gente non ho fatto eccessivo caso a quello che stava avvenendo, quindi in tutta sincerità, ripeto, non posso dire se effettivamente sia salita sulla macchina di grossa cilindrata”.

 

 

Ore 20

 

Mariano Giuliano (autista autobus) - Carabinieri di Messina

14 dicembre 1985

 

  “[...] conosco la signorina che Lei dice (Graziella Campagna, ndr.) in quanto tutti i giorni alle ore 7.35 e alle ore 15 e tutti i giorni a sera ritorna con la stessa corriera. Io l'ultima volta che l'ho vista alle ore 15 del giorno 12-12-1985, che saliva qui a Saponara e scendeva a Villafranca alla fermata dell'Agip.

A.D.R:       La sera del 12-12-1985, la Signorina Campagna Graziella non saliva sulla corriera da me guidata che è l'ultima a salire a Saponara”.

 

 

Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “Avrò impiegato circa 5 minuti attesa la breve distanza intercorrente fra la fermata e l'abitazione della suddetta Cannistrà quando, ritornata sul posto, non vidi più la Graziella. Ritenni a questo punto che Graziella fosse già partita nonostante l'orario insolito, visto che come ho detto innanzi, la corriera transita da Villafranca tra le ore 20 e le ore 20,05. Non detti peso alla circostanza e feci rientro a casa”.

 

 

Federico Franca - Questura di Messina - 19 dicembre 1985

 

  “Lasciata la Cannistrà, tornavo sulla via Nazionale e passando davanti alla fermata dell'autobus non notavo la presenza della Graziella e la cosa mi è sembrata strana, sia perché dal momento in cui mi sono allontanata dall'esercizio al momento della constatazione erano passati circa 3 o 4 minuti, sia anche perché tutte le volte che io facevo ritorno, dopo aver lasciato mia cognata, vedevo Graziella appoggiata sul davanzale della finestra ubicata proprio all'altezza della fermata dell'autobus. Debbo precisare che immediatamente dopo aver avviato l'autovettura per accompagnare Agata, incrociavo il Franco Giacobbe che viaggiava in direzione di marcia verso Palermo a bordo della propria autovettura A 112 di colore blu scuro. Nonostante fossi un po' sorpresa dall'assenza di Graziella, continuavo la mia marcia verso casa mia pensando che l'autobus fosse già passato. [...] Quando sono ritornata dall'abitazione di Agata non solo non ho visto più la Graziella ma non ho intravisto neppure lo Giacobbe Franco lungo la strada.

 

 

Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “[...] non riesco a capire come la sera del giorno 12 Graziella si sia allontanata da Villafranca, visto che come è stato successivamente appurato, non si servì dell'autocorriera. Da questa circostanza, conoscendo il tipo, sono portata a ritenere che Graziella sia potuta salire sull'auto di qualcuno che ben conosceva e dal quale nulla poteva temere o sull'auto di qualcuno che avrebbe potuto indurla a farlo sotto minaccia.

   Nei primi giorni di questa settimana essendo io momentaneamente assente dal mio negozio, si è presentato un giovane a nome Travia che ha portato a lavare un giubbotto che è stato consegnato ieri. Ricordo che al mio rientro in negozio appresi dalle ragazze che il Travia si era presentato con il Franco Giacobbe che non entrò nel negozio ma rimase seduto a bordo dell'autovettura del detto Travia, una Fiat Ritmo.

   Nella circostanza Graziella si lasciò andare a delle considerazioni sull'atteggiamento del Giacobbe.

 

 

 

Quella sera nella borsa...

 

 

Federico Franca – Carabinieri di Villafranca - 14 dicembre 1985

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

 

  “L'ultima sera che ho visto Graziella, la stessa oltre ad indossare un giubbotto di colore rosso ed un pantalone nero aveva una borsa di cuoio di analogo colore con all'interno la somma di £ 70.000 che io stessa le avevo dato la stessa sera, nonché le chiavi della lavanderia, un'agendina rubrica telefonica e l'abbonamento dell'autobus.

 

 

Federico Franca - Verbale di esame di testimonio senza giuramento

19 maggio 1989, avanti al Dott. Marcello Mondello

 

  “La sera che la Graziella è scomparsa, la giovane portava con sé una borsa di cuoio di color mattone ma non ho potuto vedere il suo contenuto”.

  A questo punto si contesta alla teste che nella dichiarazione resa ai carabinieri, la stessa ha indicato in modo preciso il contenuto della borsa.

  “Effettivamente io ho dichiarato quanto mi si contesta ma sempre su mia supposizione perché quella sera le avevo dato la somma di £ 70.000 e sapevo che portava sempre con sé le chiavi della lavanderia, l'abbonamento dell'autobus e un'agendina rubrica per annotare numeri telefonici”.

 

 

 

L’agendina...

 

Federico Giuseppe  - Carabinieri di Villafranca - 11 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “Effettivamente circa due mesi fa l’ing. Cannata detto Tony si trovava nel mio negozio sito in questa via Nazionale e se non ricordo male gli stavo già facendo lo sciampo quando improvvisamente questo rivoltosi al suo amico di nome Gianni disse: “Gianni, Gianni corri in lavanderia perché ho dimenticato nella tasca della giacca mi pare degli appunti”. Non ricordo che si trattava di una agenda o dei foglietti con numeri telefonici. Il Gianni è corso in lavanderia ed è quasi subito tornato dicendo che non aveva trovato nulla. A tal punto il Cannata mi è sembrato preoccuparsi. Preciso che qualsiasi cosa gli capitava prendeva tutto alla leggera e non era il tipo di preoccuparsene ma in quella circostanza dall’espressione del viso mi è sembrato preoccupato. Non ricordo se la mia ragazza che lavora in lavanderia o lui mi ha riferito che aveva trovato solo un’immaginetta nell’apposita custodia di plastica senza gli appunti.

A.D.R.: Non sono in grado di indicare più la data precisa in cui si verificò detto episodio in quanto il Cannata spesso si allontanava da queste zone e quella volta è stata una delle quali aveva fatto appena ritorno a fuori.

A.D.R.: Al ritorno di un suo consueto viaggio mi ha portato una immaginetta di Giovanni XXIII sistemata in una custodia di plastica e con al centro una piccola monetina in oro giallo penso. Si tratterebbe di una analoga immagine di quella dimenticata nella giacca e andata danneggiata nella lavanderia”.

 

 

Federico Franca - Questura di Messina - 10 gennaio 1986

 

  Sono a conoscenza degli appunti importanti che il Cannata avrebbe dimenticato in un taschino di una sua camicia e vi posso assicurare che le ricerche effettuate anche da parte mia non hanno consentito di ritrovarli, almeno fino ad oggi”.

 

 

Cannistrà Agata - Questura di Messina - 10 gennaio 1986

 

  “La seconda settimana del mese di novembre u.s. l'ing. rivolgendosi a me ma in presenza anche di Graziella mi consegnò una borsa (segue elenco indumenti, n.d.r.) e senza aspettare che io controllassi il tutto se ne andò con l'impegno di ritornare come io gli avevo detto dopo una settimana circa. Andato via l'ingegnere, con detta biancheria mi portavo in una stanzetta retrostante l'esercizio dove dividevo gli indumenti per deporli nella lavatrice ad acqua. [...] Il controllo che abitualmente faccio per la roba da mettere nella lavanderia a secco non lo feci voglio dire che detto controllo consiste nell'eventuale rintraccio di oggetti, fogli o altro lasciati nelle varie tasche involontariamente dal cliente. Dopo due giorni mi ricordo bene il Cannata ritornò in lavanderia facendomi presente che nel taschino di una camicia aveva dimenticato un piccolo portadocumenti contenente la foto del Papa e degli appunti molto importanti preciso che nel momento in cui tiravo fuori dalla lavatrice gli indumenti dell'ingegnere, notavo un piccolo portadocumenti di colore rosso vuoto che deponevo sulla lavatrice stessa per poi essere consegnato al legittimo proprietario che non pensavo fosse l'ingegnere. Di ciò informavo il medesimo Cannata al quale, accertatomi che fosse proprio suo, lo restituivo.

 

 

Federico Giuseppe - Questura di Messina - 10 gennaio 1986

 

  “Nel mese di novembre del decorso anno sia il Cannata sia suo cugino Gianni, nel mentre si trovavano all'interno del mio esercizio di parrucchiere, si ricordarono di avere dimenticato nella tasca di un indumento consegnato alla lavanderia vi si trovava un qualche cosa, non ricordo se trattavasi foglio di carta o di una agenda, sul quale vi erano annotati dei numeri di telefono ai quali, l'ingegnere Cannata attribuiva grande importanza. Gianni uscì dal mio esercizio per recarsi in lavanderia al fine di recuperare tale oggetto. Quest'ultimo fece ritorno dopo 10 minuti circa dicendo che non era riuscito a rintracciare nulla”.

 

 

Romano Francesco - Carabinieri di Villafranca – 11 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina )

 

“A.D.R.: Qualche volta ricordo di aver notato nel mio esercizio un signore elegante che mia moglie mi diceva di essere l’ing. Cannata e che lo stesso era un ottimo cliente.

A.D.R.:      Mi è stato riferito da mia moglie e dalla sua collaboratrice Cannistrà Agata che tempo fa il Cannata aveva dimenticato in una tasca di un indumento degli appunti che dopo il lavaggio purtroppo non hanno più trovato. Non so dire altro”.

 

 

 

I rapporti con Alberti e il Sutera

 

 

Federico Franca - Carabinieri di Villafranca – 11 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “[...] Detto Ing. Cannata era un nostro assiduo cliente, unitamente al suo collaboratore geometra Gianni, è sempre stato gentile con noi e quindi si è creato un rapporto di amicizia. Ricordo che i due, in varie circostanze, hanno scherzato anche con la malcapitata Graziella ed in particolare il Cannata le diceva che il 31 febbraio l’avrebbe portata a ballare”.

 

 

Federico Franca - Questura di Messina - 10 gennaio 1986

 

  “[...] Circa due anni e mezzo fa ho conosciuto, o meglio [...] si è presentato in lavanderia, mandato da mio fratello Giuseppe, certo ingegnere Cannata, di nome Tony che per quanto poi ho saputo era un palermitano, trapiantato nella zona ed in particolare prima ad Orto Liuzzo e per ultimo a Rometta Marea. Detto Cannata si dimostrava una persona facoltosa dicendo egli stesso di essere proprietario di diverse autovetture, di essere possessore di uno yacht ormeggiato nel porto di Messina, di possedere diverse ville ed appartamenti. Il citato Cannata in lavanderia veniva spesso in compagnia di giovani e per ultimo insieme ad un certo Gianni, anch’egli palermitano. Nel corso della nostra conoscenza, derivante sempre per motivi di clientela, il Cannata si dimostrava un po’ corteggioso nei miei confronti. Anche se specificatamente più di una volta mi invitò a mangiare insieme a lui una pizza, cosa che io sistematicamente rifiutavo, però non mi ha mai fatto una proposta amorosa. Il Gianni invece, per averlo appreso da mia cognata Agata corteggiava la Graziella ma non so fino a quale punto anche perché quest’ultima non mi ha mai confidato episodi in tal senso”.

 

 

 

Cannistrà Agata - Carabinieri di Villafranca – 7 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

A.D.R.: Conosco Cannata Eugenio, palermitano, da me conosciuto come Tony ma è la persona raffigurata che voi mi mostrate. Lo stesso è assiduo cliente della lavanderia e dico di più un buon cliente perché portava moltissima biancheria a lavare, anche intima. Il predetto Cannata si faceva chiamare ingegnere Cannata e ogni volta che veniva in lavanderia era sempre in compagnia di qualcuno, non del luogo che presentava come cugino, cognato, etc. Per quanto mi è dato sapere per averlo appreso dal Cannata, lo stesso abitava o abita a Rometta Marea e la di lui moglie a Palermo e svolgerebbe l’attività di insegnante. Il predetto Cannata che ho visto spesso cambiare autovettura era solito assentarsi per diversi giorni e quando rientrava ci raccontava di essere stato a Parigi, a Roma o in altre città. Ultimamente ciò risale a circa due mesi addietro l’ing. Cannata veniva in compagnia di un giovane dell’apparente età di anni 22, credo a nome Rosario, che aveva i capelli castano scuri, lunghi fino al collo, viso rotondo e con il naso leggermente schiacciato e di corporatura robusta, parlava con accento palermitano e ci venne presentato come cugino.

  Il giovane Rosario abitualmente non parlava però una volta parlando del più e del meno con Graziella la stessa mi riferì che detto Rosario in effetti quando era venuto sempre in compagnia dell’ing. in lavanderia ed io mi ero trovata assente, si era dimostrato un chiacchierone ed un tipo allegro e scherzoso”.

 

 

Cannistrà Agata - Questura di Messina – 10 gennaio 1986

 

“[...] Tra i clienti di Rometta Marea vi era un certo “Tony”, il quale la prima volta che si presentò in lavanderia, cioè circa due anni orsono, venne a nome del mio fidanzato, Federico Giuseppe. Detta persona da allora cominciò a portare spesso indumenti di vario genere per lavarli. Dal mese di maggio-giugno del decorso anno, ricordo, che il citato ing. Cannata veniva in lavanderia in compagnia di un giovane, del quale per mezzo del mio fidanzato, seppi chiamarsi Gianni. Quest’ultimo era un giovane dell’apparente età di anni 22-25, di corporatura robusta, di statura media, aveva capelli color castano chiaro, lunghi e pettinati con riga laterale, viso rotondo, carnagione chiara. Il medesimo per quelle poche volte che io l’ho sentito parlare, anche se si esprimeva in italiano aveva un accento dialettale palermitano, così come l’ing. Cannata. A volte il Gianni veniva solo in lavanderia per ritirare la biancheria dell’ingegnere. Lo stesso era un tipo piuttosto taciturno però una volta Graziella mi confidò che quando si trovavano soli, anche in presenza dell’ingegnere, con lei era molto confidenziale.

In mia presenza il Gianni non dialogava mai con Graziella ma l’ingegnere aveva con la stessa delle battute di scherzo come ad esempio: “Graziella, qualche volta ti porterò a ballare con me, vediamo un po’, forse il 31 febbraio.

A.D.R.:      Da quanto mi risulta, l’ing. Cannata era una persona che disponesse di molto denaro, dico questo sia perché quando pagava la biancheria tirava dalla tasca mazzi di banconote di grosso taglio sia perché lo vedevo in possesso di diverse autovetture di grossa cilindrata e cioè: una Mercedes di colore marrone, una Ritmo di colore blu, una Fiat Uno di colore grigio scuro, una A112 di colore pure questa grigio scuro, un Fiorino di colore rosso e credo pure una Fiat Panda di colore rosso. Di detti automezzi però non ho mai rilevato le targhe, per il semplice fatto che io li notavo solo dall’interno della lavanderia. Mi risulta pure che l’ingegnere fosse sposato e che la moglie, della quale non so come si chiami, insegna a Palermo e che solo il sabato e la domenica veniva in Rometta, con i suoi due figli, per trovarli. Per mia curiosità un giorno ho chiesto al mio fidanzato se conoscesse detta donna e lui mi rispose affermativamente descrivendomela come una bella donna dai capelli biondi che io un giorno notai a bordo di una Panda di colore rosso e con due bambini, davanti la lavanderia in una circostanza che l’ingegnere venne a ritirare alcuni capi di abbigliamento”.

 

 

Federico Giuseppe - Carabinieri di Villafranca – 7 gennaio 1986

(testimonianza raccolta da Maresciallo Giardina)

 

A.D.R.: Di tanto in tanto il Cannata si assentava da Villafranca per dieci quindici giorni e quando rientrava mi riferiva che per motivi di lavoro si era recato a Parigi, Bologna o altre città. Ho anche ricevuto dal Cannata alcune cartoline inviatemi da varie località, cartoline che custodisco e che se vi necessitano posso anche produrveli. Il Cannata a ritorno di ogni suo viaggio veniva sempre con qualche suo nuovo amico, che presentava come cugino. Dette persone dopo alcuni giorni di loro permanenza a Villafranca T.na andavano via. Per ultimo e ciò risale a circa 20 giorni un mese addietro il Cannata mi presentò altro suo cugino a nome Gianni il quale a differenza degli altri parenti presentatimi prima aveva un accento continentale mentre gli altri avevano un accento palermitano. Preciso che il Gianni l’ho conosciuto mi è stato presentato circa sei mesi addietro dal Cannata e non lo vedo da circa 20 giorni un mese. Detto Gianni aveva i capelli castano scuri lisci a taglio normale, preciso biondo scuri e non castano scuri. Lo stesso era di corporatura robusta, di media statura, viso direi ovale ed il naso schiacciato. A dire dello stesso svolgeva l’attività di geometra e collaborava con l’ingegnere.

A.D.R.: Tutte le persone forestiere presentatemi dal Cannata a dire dello stesso, oltre ad essere suoi parenti erano geometri e suoi collaboratori. (...). Per brevissimo tempo prestai al Cannata la mia autovettura A/112, in quanto la sua l’aveva al lavaggio. Utilizzò la mia autovettura per circa due ore.

A.D.R.:      Il Cannata con i suoi parenti erano dei buonissimi clienti nel senso che pagavano ‘profumatamente’ ed acquistavano anche molti prodotti della casa.

A.D.R.:      Solo una volta il Cannata è venuto nel mio negozio in compagnia di una ragazza a nome ‘Lia’, di anni 20 circa di origine campana che mi venne presentata quale segretaria. Detta Lia diverse volte telefonò al mio esercizio parlando con il Cannata il quale probabilmente gli fissava lui l’ora in quanto si faceva trovare presente nella mia sala da barba. Circa tre mesi addietro il Cannata ebbe a dirmi che nel caso avesse telefonato la Lia anche se egli era presente nella sala dovevo dirle che non era reperibile.

A.D.R.:      Ricordo bene che una volta l’ho visto alla guida di un’autovettura Renault 5 che dopo poco tempo ha cambiato con altra dello stesso tipo e mi sembra che erano targate Napoli.

A.D.R..: [...] Per quanto riguarda l’abitazione di Rometta posso dire che a richiesta del Cannata io gli inviai un giovane per montargli una antenna televisiva, però non so di preciso quale villetta abitasse in Rometta Marea”.

 

 

Federico Giuseppe - Questura di Messina – 10 gennaio 1985

 

  “[...] Conosco un tale a nome Cannata Tony, ingegnere abitante in Rometta Marea. Quest’ultimo era mio cliente. Era altresì mio cliente un cugino di quest’ultimo a nome Gianni. Questi era un giovane di apparente età di anni 25-28 alto metri 1,65 - 68, corporatura robusta, viso rotondo, capelli lisci, sul biondo scuro, pettinati con francetta, e di taglio regolare. Per taglio regolare intendo sui laterali lunghi fino a mezzo orecchio e sul posteriore lunghi quasi a toccare il colletto della camicia. L’ingegnere Cannata, invece, era dell’apparente età di anni 40-45, di corporatura magra, alto metri 1,75 circa, questi aveva capelli neri leggermente brizzolati dico questo perché gli tingevo i capelli mediante l’utilizzo di sciampi coloranti ciò al fine di coprire i pochi capelli bianchi. Quest’ultimo era fortemente stempiato e sulla parte superiore della testa aveva pochi capelli.

A.D.R.:   L’ingegnere Cannata è da me conosciuto da circa tre anni in quanto cliente dell’esercizio per parrucchiere per uomo denominato “Giannino Santo”, sito in Messina via Garibaldi n.183, presso il quale lavoravo. Ricordo che l’ingegnere venne portato presso quell’esercizio da un tale, credo messinese, da me conosciuto solo di vista.

A.D.R.:   Sia l’ingegnere che suo cugino, per quanto possa ricordare, hanno utilizzato, per i loro spostamenti, una Fiat Ritmo di colore blu scuro con targa Mi, una Fiat Uno amaranto, una Renault 5, di colore marrone scuro metallizzata, una Mercedes 190 marrone scuro metallizzata ed altre macchine che riceveva in prestito da amici di Villafranca”.

 

 

Catrimi Francesco - Carabinieri di Villafranca – 8 gennaio 1986

(testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “Circa tre anni e mezzo fa si è presentato nel mio negozio di generi alimentari e frutta e verdura per fare delle compere un certo ingegnere Cannata Tony. Da quel tempo è diventato il Cannata assiduo mio cliente e quindi è subentrata tra noi un’amicizia al quanto leale da parte mia. Col passare del tempo mi ha presentato la moglie certa signora Emilia. [...]

A.D.R.:      [...] Durante le ore che trascorrevamo insieme si parlava sempre di calcio e lui non apriva mai altre discussioni. In una circostanza ricordo che gli ho mostrato la foto mia che ho sulla patente di guida che risale a circa un ventennio ed ho invitato lui a farmi vedere la sua. Egli ha tirato fuori la patente di guida e me l’ha mostrata e ricordo che sulla patente c’era scritto Cannata Antonio”.

 

 

Calderone Maria (moglie di Catrini) - 29 gennaio 1986 - Carabinieri di Villafranca

 29 gennaio 1986 - (testimonianza raccolta dal Maresciallo Giardina)

 

  “[...] Il signor Tony Cannata che per circa 3 anni ha frequentato il nostro esercizio e con il quale correva buona amicizia e qualche volta il Tony con la sua famiglia (moglie e due figli) ed io e mio marito ed i miei figli siamo andati a pranzo fuori. Preciso, se non ricordo male che una volta è stato il 13 giugno di un anno o due anni fa in quanto in tale data ricorreva l’onomastico dell’ingegnere Tony ed un’altra volta per festeggiare l’acquisto da parte del Cannata di un’autovettura Fiat Uno. Il predetto signor Cannata qualche volta è venuto a casa mia ed in particolar modo quando veniva preciso in compagnia della moglie solo rare volte è venuto da solo. In compagnia del signor Tony da qualche anno vi era un giovane a nome Gianni e anche quest’ultimo in compagnia dell’ingegnere, qualche volta è venuto a casa mia”.

 

 

Maresciallo Giardina Carmelo

(Comandante stazione Carabinieri di Villafranca Tirrena) - 19 maggio 1989

Verbale di testimonio senza giuramento, avanti al G.I. Marcello Mondello

 

  “Avevo visto l’Alberti a Villafranca prima dei fatti solo due volte, una volta dal barbiere “Federico” e l’altra volta nel negozio di generi alimentari della moglie del Catrini Francesco. La prima volta, appena entrai nel negozio l’Alberti mi salutò rispettosamente e io successivamente chiesi chi fosse tale persona. Mi fu risposto che era un gentiluomo e come tale era conosciuto a Villafranca. Non conoscevo affatto la Campagna Graziella”.

 

 

Gerlando Alberti – Tribunale di Messina

interrogatorio del 22 luglio 1987 avanti al G. I. Pasquale Rossi

 

A.D.R.:  Durante la mia latitanza io, qualificandomi come Ing. Cannata, ho sempre avuto rapporti di cordialità con tutti, anche con militari dell’Arma e della Polizia ed anche tre giorni prima del mio fermo ho offerto il caffè ad un maresciallo dei CC ed alla moglie”.

 

 

Gerlando Alberti – Tribunale di Messina

interrogatorio del 10 ottobre 1989 avanti al G. I. Marcello Mondello

 

“A.D.R.:  Io ero latitante da circa 4 anni perché colpito da mandato di cattura emesso dal G.S. di Palermo per associazione a delinquere di stampo mafioso per traffico internazionale di droga. Mi trovavo a Villafranca da circa 3 anni, 3 anni e mezzo [...]”.

 

 

 

 

 

Rapporto giudiziario di denuncia, a carico di

 

1) - Alberti Gerlando, nato a Palermo il 18.10.1947, anagraficamente residente in Calolziocorte (BG) in Via 11 febbraio n.14, di fatto dimorante in Rometta Marea (ME) [...] Alias Ingegnere CANNATA Antonino nato a Palermo il 18.10.1947, nonché CANNATA Eugenio nato a Palermo il 28.5.1948;

       IRREPERIBILE

 

2) - Lombardo Giovanni, non meglio indicato, in corso di identificazione (verrà identificato in seguito come Sutera Giovanni, ndr.);

       IRREPERIBILE

 

3) - Federico Franca, di Gennaro, nata a Spadafora (ME) il 26.8.1961, residente in [...]

       IN STATO DI LIBERTÀ

 

4) - Cannistrà Agata di Giuseppe, nata a BEX (Svizzera) il 5.5.1968, [...]

       IN STATO DI LIBERTÀ

 

RITENUTI RESPONSABILI

 

°      i primi due (Alberti e Sutera, n.d.r.), in concorso tra loro, di:

a) omicidio volontario in persona di Campagna Graziella, nata a Saponara il 3.7.1968,[...].

b) porto e detenzione illegale di arma da fuoco;

c) ricettazione della medesima arma;

°      la terza e la quarta (Federico Franca e Cannistrà Agata, n.d.r.), di:

     a) favoreggiamento personale, nei confronti dei primi due.

 

(segue ricostruzione del delitto e testimonianze sopra riportate, n.d.r.)

 

Questo Ufficio, alla luce dei fatti su esposti, considerata la personalità criminale dello Alberti, i suoi precedenti, il tempo di permanenza in questo territorio e quindi in definitiva la mole di interessi economici illeciti che egli aveva potuto creare, ritiene che ai documenti in questione fosse attribuita, dal suo proprietario, un’importanza vitale per il proseguimento delle proprie attività o per il coinvolgimento di complici evidentemente insospettabili.

 

Può essere accaduto, invero, che ad estrarre gli abiti dalla lavatrice sia stata Graziella Campagna e non la Cannistrà e che, legittimamente incuriosita, anche al fine di attribuire una proprietà al taccuino, l’aveva sfogliato rendendosi così conto di qualcosa che non avrebbe dovuto mai sapere. Ne discende quindi che l’Ing. “Cannata” dopo aver saputo da Agata, le cui dichiarazioni questo ufficio crede solo in parte, che ad estrarre gli indumenti dalla lavatrice era stata Graziella, abbia prima rimarcato di farla blandire dal “Gianni” nell’incontro avvenuto tra i due la sera del 9 dicembre a bordo dell’Alfa Sud e poi, avuta la certezza del recupero del taccuino l’abbia fatta eliminare.

 

Due precisazioni sono d’obbligo:

1)           quando il Famà descrive la figura del giovane espone le stesse caratteristiche fisico-somatiche del “Gianni”;

2)        il “Gianni” era l’unica persona giovane, di sesso maschile, verso il quale la Campagna, riservata ed introversa per natura, avesse dimostrato, negli ultimi tempi, un certo interesse e a cui solo si sarebbe accompagnata.

 

Si rammenta, altresì, che la mattina del 12, Graziella chiese preoccupata al fratello Pasqualino che l’accompagnava sul posto di lavoro se sapesse darle informazioni sul conto del giovane che viaggiava su un’Alfa Sud scura, del quale disse anche nome e cognome [...].

 

L’ipotesi del legame esistente tra il rinvenimento del taccuino e l’omicidio della ragazza è altresì avvalorata dalla sparizione della borsetta e che lei, per certo, aveva la sera della sua scomparsa.

 

Questo Ufficio è altresì nella convinzione che la Federico e la Cannistrà siano state intimidite e diffidate, da parte dell’Alberti a collaborare con la giustizia, minacce che, rafforzate dall’efferatezza con cui è stato consumato l’omicidio Campagna, hanno raggiunto l’effetto sperato.

 

Si sottolinea, altresì, che sia la Cannistrà Agata che la Federico Franca e il Federico Giuseppe, hanno riconosciuto con certezza, nell’effige dello Alberti Gerlando, il fantomatico “Cannata”.

 

Per quanto precede si denunziano a codesta A.G. i nominati in oggetto ritenuti responsabili dei reati in rubrica loro ascritti.

 

 

 

 

Federico Franca - Verbale di esame di testimonio

senza giuramento avanti al G.I. Pasquale Rossi

 

“A.D.R.:  Subito dopo la scomparsa della ragazza ho ricevuto due o tre telefonate ma l’interlocutore non ha parlato, limitandosi ad ansimare.

A.D.R.:   Effettivamente nel dicembre del 1986, i primi giorni del mese verso le ore 21,00 ho ricevuto in casa una telefonata e sono stata minacciata da una persona che dal timbro di voce mi è sembrato essere un uomo maturo, con l’espressione “Ti ammazzo, sei una poco di buono”. Tale espressione è stata più volte ripetuta ed io sono svenuta. Presente vi era mia cognata La Rosa Giuseppa che abita in Villafranca [...]. Tale mia cognata è sposata col fratello di mio marito, che si chiama Romano Ernesto.

A.D.R.:   Mia cognata si trovava occasionalmente in casa mia, perché abitiamo nello stesso condominio.

A.D.R.:   In un primo momento ho pensato che la telefonata fosse collegata con la morte della ragazza, ma poi riflettendoci ho pensato che potesse essere stato anche uno scherzo.

A.D.R.:   Ripensandoci bene forse io queste telefonate non l’ho ricevute in dicembre, ma prima, verso la fine dell’estate.

A.D.R.:   E’ vero che il fratello della Campagna è venuto da me nel mese di dicembre per dirmi se avevo ricevuto delle minacce che avevano procurato il mio svenimento e che io ho negato tali circostanze riferendomi solo alle telefonate avute subito dopo la morte della Graziella. Ho fatto ciò perché io non volevo riferire in pubblico cose private.

A.D.R.:   Vi era presente la Cannistrà Caterina, il marito di quest’ultima, Rodi Giovanni, e insieme al fratello della Graziella vi era una persona che lui stesso aveva indicato come suo parente.

A.D.R.:   Non ho riferito di aver ricevuto le telefonate di minacce né ai C.C. né alla Polizia perché le telefonate non si sono più ripetute”.

 

 

 

 

 

Gerlando Alberti – Tribunale di Messina

Interrogatorio davanti al G.I. Marcello Mondello

 

 

A.D.R.: Il Sutera che era anch’egli latitante col quale non ho alcun rapporto di parentela, stette con me in Villafranca negli ultimi sei mesi. Il sabato e la domenica mia moglie e i miei figli mi raggiungevano nella villetta che io avevo preso in affitto a Rometta a nome di mia moglie ed in tali occasioni il Sutera si allontanava.

A.D.R.: Quando venni fermato a Orto Liuzzo l’8-12-85, ore 18 circa, mi trovavo da solo nell’auto Fiat Ritmo targata Mi che avevo acquistato a novembre a Milano dalla persona che risultava intestataria della carta di circolazione ed ero in attesa del trasferimento di proprietà a nome di mia moglie. Ribadisco che con me non vi era alcuna persona, non avrei alcuna ragione di negare la presenza di altra persona sull’auto, maggiore se si fosse trattato del Sutera. Ribadisco che io nel negozio di parrucchiere del Federico Giuseppe, non dissi affatto a chicchessia di avere dimenticato l’agendina nell’indumento che avevo portato a lavare alla lavanderia ‘La Regina’ che peraltro non frequentavo dal mese di novembre precedente perché mancavo da Villafranca essendomi portato a Milano.

     Non è mia abitudine tenere agendine di sorta neanche negli indumenti. Io invece, sono solito portare con me immaginette sacre e in particolare immagini di Papa Giovanni XXIII e per il quale ho particolare devozione, tanto che ne acquistai addirittura n. 50 che ho distribuito ai miei amici”.

 

 

 

3 settembre 1986

 

 

 

Rapporto Giudiziario dei Carabinieri di Messina

al Procuratore della Repubblica relativo alla denuncia

in stato di latitanza di Alberti Gerlando e Sutera Giovanni

 

  “... Per quanto esposto, pur avendo acquisito elementi di natura prettamente indiziaria, non è da escludere che gli autori dell’omicidio di Campagna Graziella si identifichino in Alberti Gerlando, Sutera Giovanni ed altri pregiudicati non potuti identificare e ciò per i seguenti motivi:

--            l’Alberti ed il Sutera erano assidui frequentatori della lavanderia;

--            esisteva un rapporto di amicizia fra la vittima ed il Sutera il quale, seppure con molta discrezione, la corteggiava;

--            le caratteristiche fisico-somatiche del Sutera ed in particolare il naso ed il taglio di capelli a caschetto, sono verosimilmente uguali a quelli dell’autista dell’Alfasud che il giorno 9-12-1985 prese a bordo la Graziella;

--            gli appunti tanto ricercati da Gerlando Alberti e certamente di natura compromettente, potevano, anche casualmente, essere finiti nelle mani della Campagna Graziella alla quale, peraltro, era stata rivolta dal Sutera la richiesta degli stessi;

--            il rapporto conoscitivo tra la vittima ed il Sutera giustifica, la salita a bordo dell’autovettura di colore scuro la sera del 9 e del 12-12-1985 il cui possesso è attribuibile al Sutera Giovanni;

--            Gerlando Alberti e Giovanni Sutera, sono notoriamente coinvolti e ricercati per gravi delitti di mafia e traffico di stupefacenti;

-- gli appunti, tanto ricercati e potenzialmente finiti nelle mani di Graziella, avrebbero certamente compromesso il Sutera e l’Alberti tanto da minare la loro stessa copertura nella zona di Villafranca e paesi vicini, nonché all’organizzazione che ai due fa capo;

--            nessun nesso è emerso tra la morte della ragazza e i moventi di natura diversi da quelli che univocamente conducono gli inquirenti ai citati Gerlando Alberti e Sutera Giovanni;

--            la morte della ragazza è stata palesemente determinata a causa della scomparsa e successiva ricerca dei famigerati appunti, tant’è che la borsetta cui la Graziella era in possesso la sera del delitto, non è stata più ritrovata;

--            sono da escludere i moventi di rapina e libidine perché la vittima non poteva essere in possesso di danaro né risulta essere stata sottoposta a violenza carnale;

--            le modalità esecutive dell’omicidio, lo stile, la particolare efferatezza con cui è stato perpetrato, fanno ritenere, in maniera equivocabile, che la matrice sia di chiaro stampo mafioso.

    A questo punto giova mettere in evidenza che la presenza del Gerlando Alberti e del suo luogotenente Sutera, in Villafranca Tana non era del tutto casuale o finalizzata allo scopo di trovare sicuro nascondiglio, bensì nascondeva ben altri interessi connessi al grosso traffico di sostanze stupefacenti, traffico questo che coinvolgeva pericolosi elementi della malavita catanese e palermitana.

 

     Indagini e rapporto dei M.lli Carnemolla e Giardina - rapporto a firma del Maresciallo Maggiore - Comandante Int. della Compagnia Cono Mollica.

 

 

 

18 marzo 1987

 

 

 

Il G.I. Pasquale Rossi spicca il mandato

di cattura contro Alberti e Sutera

 

MOTIVAZIONE:

--- ritenuto che a carico degli imputati sussistono concreti elementi di colpevolezza desumibili dalle indagini espletate dalla Squadra Mobile di Messina e dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Messina che hanno trovato conferma nelle risultanze istruttorie;

--- considerato che la casuale dell’omicidio della Campagna deve essere identificata nella necessità per l’Alberti e il Sutera, latitanti e ricercati per gravi delitti di stampo mafioso e traffico di stupefacenti, di recuperare appunti dei quali la giovane era venuta accidentalmente in possesso e tali da compromettere la copertura dei medesimi nella zona di Villafranca e la loro organizzazione criminale;

--- che tutto ciò trova riscontro nella sparizione della borsetta della quale la Campagna era in possesso la notte del delitto;

--- che il rapporto amichevole giustifica la circostanza che la giovane sia salita a bordo dell’autovettura il cui possesso è attribuibile al Sutera riconosciuto attraverso le caratteristiche fisico-somatiche, il giorno 12-12-1985, data della scomparsa della Campagna;

--- che nessuna altra casuale è emersa tra la morte della Campagna e moventi di natura diversa posto che la giovane non era in possesso di denaro né risulta essere stata vittima di violenza carnale;

--- che la titolare della lavanderia presso la quale lavorava la Campagna, subito dopo il fatto, è stata oggetto di minacce anonime tali da far presumere che gli autori del delitto si siano convinti che questa fosse stata messa a conoscenza da parte della giovane di particolari per loro compromettenti.

 

 

 

1 marzo 1988

 

 

Il G.I. Pasquale Rossi

chiede ...

 

“ (...) Con rapporti dell’11 gennaio ‘86 e 3 settembre i Carabinieri del Nucleo Operativo e la Squadra Mobile di Messina denunciavano Alberti Gerlando e Sutera Giovanni quali presunti responsabili dell’omicidio della Campagna.

 

Instauratosi procedimento penale e formalizzata l’istruzione veniva emesso ed esibito nei confronti dell’Alberti e del Sutera mandato di cattura.

 

Interrogati, l’Alberti si protestava innocente negando di aver perduto il portadocumenti in contraddizione con quanto riferito dai testi innanzi alla Polizia e ai Carabinieri e ribadito in istruttoria. Il Sutera invece si avvaleva della facoltà di non rispondere.

 

A conclusione della formale istruzione gli atti venivano rimessi al P.M. il quale concludeva chiedendo il rinvio a giudizio di entrambi gli imputati per rispondere dei reati rispettivamente loro ascritti.

 

La richiesta del P.M. deve essere condivisa essendo l’Alberti e il Sutera raggiunti da concreti e univoci elementi di colpevolezza.

 

Ed invero la spietata uccisione della giovane Campagna eseguita con tecnica e modalità di puro stampo mafioso (ben cinque colpi di fucile sparati da distanza ravvicinata) si spiega esclusivamente con la perentoria necessità dell’Alberti e del Sutera di rientrare in possesso del portadocumenti sulla quale evidentemente erano trascritti appunti, numeri telefonici ed altro, la cui lettura da parte degli inquirenti avrebbe compromesso l’organizzazione criminale alla quale i due latitanti appartenevano.

 

Tale esigenza apertamente manifestata dall’Alberti prima nel negozio del Federico poi dallo stesso e dal Sutera nella lavanderia, divenne necessità assoluta quando i due imputati trassero la convinzione che la Campagna, possa per curiosità essersi impossessata degli appunti. Il proposito deve fortemente essersi rafforzato quando i due furono fermati dai Carabinieri l’8 dicembre lasciando nelle loro mani la patente ed il libretto di circolazione.

 

A questo punto certi ormai d’essere stati identificati i due si sono prospettati l’eventualità, non appena la notizia fosse stata resa pubblica, che l’agendina fosse consegnata agli inquirenti dalla Campagna il cui fratello era per di più un Carabiniere. Il giorno successivo, esattamente il 9-12-85 un giovane (i cui tratti somatici per come riferito dal teste Famà coincidono con quelli del Sutera) avvicina la Campagna evidentemente per avere notizie già concrete delle carte. La sera del 12 la giovane viene nuovamente prelevata ed uccisa.

 

E’ bene porre in rilievo che la giovane, la sera del delitto, è uscita dalla lavanderia con una borsetta di cuoio, priva di oggetti di valore, che non è stata trovata sul posto e quindi deve ritenersi sia stata asportata dagli esecutori del delitto. Ed ancora nessun nesso è emerso tra la morte della ragazza e moventi di natura diversa da quelli che conducono all’Alberti e Sutera. Deve infatti escludersi il movente della rapina non essendo la ragazza in possesso di denaro né risulta che la medesima sia stata sottoposta a violenza carnale.

 

Né si potrà obiettare che gli imputati tornati in possesso degli appunti non avevano più interesse alla soppressione della ragazza. Quest’ultima infatti era diventata una testimone scomoda e quindi secondo la logica perversa del comportamento mafioso doveva essere eliminata anche per indurre al silenzio altre persone alle quali la vittima poteva aver fatto delle confidenze non appena resisi conto dell’importanza del documento in suo possesso. Si spiegano così le reiterate minacce telefoniche subite dalla titolare della lavanderia della Federico Franca e ciò conferma ulteriormente il collegamento tra l’ambiente di lavoro della Campagna e l’omicidio.

 

Infine particolarmente indiziante appare il comportamento processuale dei due imputati, il Sutera si è rifiutato di rendere l’interrogatorio evidentemente per evitare di cadere in contraddizione, l’Alberti ha avuto la sfrontatezza di affermare di non avere mai perduto il portadocumenti e addirittura di non avere portato indumenti da lavare alla lavanderia della Federico sin dal settembre 1985. E ciò malgrado le precise e concordanti testimonianze di numerosi testi la cui attendibilità non può essere posta in dubbio.

 

La verità è che l’Alberti ha capito che lo smarrimento dell’agendina lo inchioda alle proprie responsabilità e quindi istintivamente, ma nello stesso tempo in modo infermo, ha tentato di negare la circostanza del tutto pacifico agli atti.

 

Se lo smarrimento del portadocumenti, non fosse collegato con la morte della Campagna l’Alberti non avrebbe avuto difficoltà ad ammettere il fatto.

 

Per tali considerazioni, ritenuto che gravi e convergenti elementi di colpevolezza raggiungono Alberti Gerlando e Sutera Giovanni i medesimi devono essere rinviati al giudizio della Corte d’Assise di Messina per rispondere dei reati rispettivamente loro ascritti (cagionamento della morte di Graziella Campagna, n.d.r.).

 

P.Q.M.

 

[...] in conformità alla richiesta del P.M., rinvia Alberti Gerlando e Sutera Giovanni al giudizio della Corte d’Assise di Messina per rispondere dei reati rispettivamente loro ascritti.

 

 

 

 

13 febbraio 1990 - Messina

 

 

Il P.M. Giuseppe Gambino chiede il non luogo a procedere ...

 

[...] Questo PM ritiene di dovere dissentire dalle conclusioni a cui, al termine dell'istruzione annullata dalla Corte d'Assise erano pervenuti il PM e il GI, per le seguenti ragioni:

il rinvio a giudizio dei due imputati era fondamentalmente basato sull'individuazione di un movente tutt’altro che certo: lo smarrimento di una agendina da parte dell'Alberti e il ritrovamento della stessa da parte della Campagna.

 

Non vi è prova in atti, infatti, che la Campagna abbia ritrovato l'agendina dell'Alberti e si sia rifiutata di consegnarla  [...]

 

E' ipotizzabile che un'agendina di un latitante, di persona cioè che potrebbe essere catturata da un momento all'altro, contenga informazioni così importanti (appunti attraverso cui, ad esempio, ricostruire l’organigramma di un’associazione mafiosa?) da giustificare l'omicidio della persona che, casualmente, ne abbia preso visione?

 

Che senso ha per un latitante, sfuggito fortunosamente alla cattura, ritornare sui luoghi dove in precedenza era stato individuato?

 

Può la legge della vendetta, in questo caso tanto implacabile quanto improbabile, giustificare un simile rischio, soprattutto quando il danno conseguente all'ipotizzato rinvenimento dell'agendina era comunque irreparabile? [...]

 

Anche a non voler indugiare sulla scarsa attendibilità della Curreri (madre di Graziella, n.d.r.) sul punto (come mai non riferì subito agli inquirenti una circostanza così importante), ritiene questo PM che la circostanza non convalida la tesi dell'esistenza di un valido movente dell'Alberti. Secondo quanto riferito dalla Curreri, la figlia non poté avere il tempo di leggere quanto appuntato sulla carta perché questa le venne prontamente tolta dalle mani della Cannistrà; questo assunto è confermato dal fatto che la Campagna si limitò a riferire l'episodio alla madre, senza manifestare però alcuna preoccupazione o indicare circostanze dalle quali potesse rilevarsi la vera identità e personalità dell'Alberti.

 

Non possono escludersi moventi diversi dall'unico ipotizzato dal PM e dal GI nella precedente fase istruttoria. Si veda in proposito la dichiarazione di Gianò Antonietta, che la sera del delitto vide un giovane a bordo di un'autovettura A 112 che sembrava infastidire la Campagna ferma in attesa dell'autobus, successivamente notò un'altra autovettura di grossa cilindrata allontanarsi dal luogo ove in precedenza la ragazza attendeva l'autobus e quindi l'arrivo dell'autobus che non si fermò ovviamente perché la ragazza non si trovava più là. Il fratello della vittima Campagna Pasqualino riferisce che l'ultima volta che accompagnò la sorella a lavorare apprese dalla sua viva voce che "un’Alfa Sud di colore scuro passava davanti alla lavanderia e mi chiese se io conoscessi il conducente..." [...]

P.Q.M.

chiede che il G.I. a chiusura della formale istruzione, dichiari non doversi procedere nei confronti di Alberti Geralando e Sutera Giovanni in ordine ai reati a loro ascritti [...] per non aver commesso il fatto.

Messina, lì 13 febbraio 1990,

 

        (il Sostituto Procuratore della Repubblica

                             Dott. Giuseppe Gambino)

 

 

 

 

28 marzo 1990 - Messina

 

 

Il G.I. Marcello Mondello accetta le richieste del PM ...

 

[...] Le indagini condotte dalla Squadra Mobile della Questura di Messina e dai Carabinieri del nucleo operativo consentivano di accertare che la Campagna [...] la sera del 12 dicembre non aveva utilizzato per rientrare in casa come era solita fare, l'autocorriera (vedi deposizione di Gianò Concetta), ma era salita su un'autovettura di colore scuro di grossa cilindrata ed ancora qualche giorno prima, esattamente il 9 dicembre, tale Famà Giovanni aveva visto la Campagna salire su un'autovettura Alfa di colore blu targata R.C. condotta da un giovane dai capelli moderatamente lunghi. Tali deposizioni inducevano gli inquirenti a ritenere che la vittima nelle due occasioni era salita sulla stessa autovettura condotta dalla stessa persona certamente ben conosciuta per cui doveva escludersi che la giovane fosse stata prelevata la sera del 12 con un atto di forza che non sarebbe certo passato inosservato in una zona ben illuminata e frequentatissima.

 

Le successive indagini consentivano agli inquirenti di identificare, quali presunti responsabili del delitto, Alberti Gerlando e Sutera Giovanni pericolosi pregiudicati e latitanti ricercati per associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale di droga ed altro (segue ricostruzione dei fatti, n.d.r.)[...]

 

Con ordinanza 1/3/88, [...] il G.I. (Pasquale Rossi, n.d.r.) su conforme richiesta del P.M., disponeva il rinvio a giudizio degli imputati davanti alla locale Corte d'Assise per rispondere dei reati loro rispettivamente ascritti.

 

Con ordinanza emessa all'udienza del 10/3/89 la Corte, rilevato che nel corso della formale istruzione, erano stati compiuti atti istruttori senza la previa notifica agli imputati della comunicazione giudiziaria, dichiarava la nullità degli atti della formale istruzione ivi compresa l'ordinanza di rinvio a giudizio nonché di tutti gli atti consequenziali, rigettando l'istanza di scarcerazione dell'Alberti per decorrenza dei termini di custodia cautelare, nonché di concessione degli arresti domiciliari.

 

Pervenuti nuovamente gli atti a questo G.I., veniva disposta immediata scarcerazione degli imputati con imposizione dell'obbligo di domiciliare il primo in Messina e il secondo in Palermo.

 

Interrogati nuovamente gli imputati con mandato di comparizione ed espletata la formale istruzione il P.M. concludeva chiedendo dichiararsi non doversi procedere a carico dei prevenuti in ordine ai reati loro ascritti per non aver commesso il fatto.

 

La richiesta deve essere accolta.

 

Invero le statuizioni alle quali questo G.I. era pervenuto con l'ordinanza di rinvio a giudizio del 1/3/88 ad un più attento esame dei fatti, non possono essere condivise anche alla stregua della sopravvenuta normativa processuale, che legittima il rinvio a giudizio dell'imputato solo allorché sia fondata la prognosi di una pronuncia di condanna in sede dibattimentale: il che sulla base degli elementi raccolti nel corso della formale istruzione non può affatto accadere.

 

Come ha esattamente rilevato il P.M. nella sua requisitoria del 13/2/90 l'accusa mossa agli imputati si fonda esclusivamente sulla causale individuata nel ritrovamento da parte della sventurata Campagna dell'agendina [...] la quale in tal modo sarebbe venuta a conoscenza di non ben precisate notizie compromettenti riguardanti l'Alberti [...].

 

Sennonché tale causale come pure ha osservato il requirente non può affatto ritenersi certa: ed al riguardo valgono gli interrogativi posti dal requirente, il quale ha giustamente osservato come sia scarsamente ipotizzabile che un latitante, ossia persona che potrebbe essere catturata da un momento all'altro, sia solito portare addosso una agendina contenente appunti compromettenti. Inoltre è da rilevare che la Campagna se veramente avesse ricevuto minacce da parte dell'Alberti o anche di altri non avrebbe mancato certamente di parteciparlo ai familiari. Vero è che la madre della giovane vittima, Curreri Santa, sentita da questo G.I. ebbe a riferire (si veda testimonianza Curreri Santa, n.d.r.). La circostanza (si riferisce all'episodio che vedrebbe la Cannistrà strappare dalle mani a Graziella l'agendina, ndr.) che avvalorerebbe la tesi originaria dell'accusa, appare però scarsamente attendibile giacché se veramente la figlia le avesse fatto una tale confidenza, la Curreri, la quale doveva necessariamente essere a conoscenza delle risultanze investigative, non avrebbe mancato di riferirla agli inquirenti per supportare l'accusa. Ella invece nulla riferì agli inquirenti, i quali neppure la interrogarono e giustificò davanti a questo G.I. tale sua inerzia con il suo stato d'animo contristato per la perdita della figlia e con il convincimento che la causale dell'omicidio fosse da ricercarsi nel risentimento nutrito dal Giacobbe Francesco per non essere stato accettato come fidanzato dalla figlia. Peraltro la Cannistrà escluse di avere strappato alcunché dalle mani della compagna di lavoro, anche se ammise la circostanza del rinvenimento del portadocumenti in una tasca di una camicia (segue testimonianza della Cannistrà, n.d.r.). Peraltro la circostanza dell'interesse del sedicente Cannata al recupero del portadocumenti e soprattutto del suo contenuto risulta anche da altre fonti processuali e precisamente dalle dichiarazione dei testi Romano Francesco, della di lui moglie Federico Franca [...] nonché del teste Federico Giuseppe (segue testimonianza della Federico Giuseppe, n.d.r.). La premura dimostrata dall'Alberti per recuperare i fogli dimenticati nella tasca dell'indumento portato in lavanderia dimostra l'importanza che lo stesso annetteva a tali fogli verosimilmente contenenti indicazioni compromettenti anche in considerazione della sua situazione di latitante.

 

L'Alberti, evidentemente consapevole del peso indiziante della circostanza sopra riferita, l'ha negata in toto, in ciò sostenuto dal Sutera, il quale però più cautamente ha asserito che non gli "risultava" di essere stato incaricato dall'Alberti di portarsi nella lavanderia alla ricerca degli appunti [...]: ma la circostanza di cui sopra, come detto affermata dal Federico Giuseppe e dalla Cannistrà Agata, la quale però ha dato una versione dei fatti lievemente difforme, dalla quale però è possibile cogliere pur sempre il preoccupato interesse dell'Alberti al recupero degli appunti o agendina che fosse.

 

Altro elemento indiziante a carico degli imputati è costituito dall'allora assurda negativa in ordine alla presenza del Sutera insieme all'Alberti, allorché i due vennero fermati dai carabinieri Renda e Calannese in località Orto Liuzzo l'8 dicembre precedente con la Fiat Ritmo targata MI intestata al Fricano Rosario. Tale linea difensiva evidentemente è stata assunta dagli imputati al fine di allontanare ogni sospetto in ordine alla loro partecipazione all'omicidio, mediante l'esclusione del partecipe necessario Sutera assiduo accompagnatore dell'Alberti in occasione dei suoi spostamenti.

 

Tuttavia i soprannumerari elementi indizianti a carico degli imputati non paiono per nulla idonei a costituire prova della responsabilità degli stessi in ordine all'efferato crimine, che peraltro per le modalità di esecuzione sembra proprio provenire da elementi appartenenti ad organizzazione criminale.

 

Lo "stampo" mafioso dell'omicidio si coglie infatti dal tipo di arma adoperata (un fucile a canna mozza), oltre che dal numero dei colpi esplosi (5), due dei quali sparati quando la vittima giaceva già sul terreno e dall'assenza sul corpo della vittima di tracce di violenza di qualsiasi specie appare altresì strano che la Campagna, la quale pure era restia ad accettare passaggi sulle autovetture di persone conoscenti, si sia da sola determinata a salire sull'autovettura della persona che la condusse sul luogo dell'esecuzione. E' da pensare al riguardo o che la ragazza sia stata imbarcata sull'autovettura con modi alquanto bruschi ovvero che la stessa abbia volontariamente aderito all'invito rivoltole da persona conoscente nella quale aveva piena fiducia: e tale era appunto il Sutera, del quale la Campagna con la sua collega Cannistrà con la quale, malgrado il suo carattere introverso, aveva discreta confidenza.

 

D'altro canto, ancorché la causale riferita agli odierni imputati appaia senz'altro abbastanza esigua, non è emersa alcun altra causale che possa, non si dice giustificare, ma neppure lontanamente spiegare un sì efferato crimine. Tale assoluta assenza di altre possibili motivazioni del delitto non può che ricondurre i sospetti verso gli odierni imputati; ma non essendosi tali sospetti coagulati in prove (né potendosi, in ipotesi, escludere del tutto altre eventuali causali rimaste ignote), non resta che dare ai prevenuti completo discarico, prosciogliendo gli stessi dal più grave addebito di omicidio aggravato, nonché da quella consequenziale detenzione e porto illegale di fucile, per non aver commesso il fatto come sollecitato dal P.M. [...].

 

 

GRAZIELLA  CAMPAGNA

A 17 anni vittima di mafia.

Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’.

 

 

Capitolo Terzo – I Mandanti

 

 

Si squarcia il muro delle omerta’

 

     Si riapre l’inchiesta sull’omicidio di Graziella Campagna.

    

     Un silenzio lungo 11 anni, la rimozione collettiva di un delitto che disonora. Uno alla volta, i grandi-piccoli pentiti della mafia messinese iniziano a rispondere: Luigi Sparacio, Rosario Rizzo, l’ex boss di Mangialupi Salvatore Surace, il capocosca di Gravitelli Giorgio Mancuso, Carmelo Ferrara, fratello dell’ex re del Cep Sebastiano, gli ex affiliati al clan Sparacio Marcello Arnone, Salvatore Giorgianni, Antonio Cariolo, Pietro Di Napoli. Tutti puntano il dito contro Gerlando Alberti junior e il suo inseparabile fiancheggiatore Giovanni Sutera. Tutti si soffermano sul ritrovamento della preziosa agendina. Nomi e cognomi di mafiosi, imprenditori, giudici e funzionari dello Stato, uno dietro l’altro in fila, forse gli stessi del contesto tracciato. Molti parlano per ‘relato’, ricordando le parole di Salvatore Pimpo. “La Campagna fu sequestrata e uccisa dopo un lungo interrogatorio da parte di Alberti e Sutera che volevano ritrovare l’agenda che conteneva numerosi nomi ‘importanti’ e utenze telefoniche tra i quali magistrati ed alti funzionari dello Stato” dichiara Surace. “Essi vennero così a sapere che gli appunti erano in possesso della titolare della lavanderia, la quale successivamente minacciata di morte dall’Alberti ebbe a restituirgli tutto. La donna non fu uccisa dal citato mafioso in quanto prima di restituirgli gli oggetti lo ricattò dicendogli che ella per sua tutela in relazione all’episodio che la riguardava aveva provveduto a redigere un memoriale ove aveva specificato ogni particolare”.

 

 Antonio Cariolo, riferendo le parole di Antonino Villari, cugino di Sparacio, si sofferma su un biglietto rinvenuto in alcuni indumenti “che appartenevano al mafioso Carlo Greco al tempo latitante nella zona”; Graziella, probabilmente, “era venuta a conoscenza di un messaggio compromettente che il Greco o l’Alberti avevano scritto sullo stesso a qualche personaggio non specificato”. Luigi Sparacio offre invece un movente scarsamente credibile. Riferendo quanto gli sarebbe stato raccontato in carcere da Antonino Bellinvia, affiliato al clan barcellonese Iannello-Gullotti anch’esso in affari con Gerlando Alberti junior, l’omicidio “era da ricondurre nel fatto che la giovane recatasi diverse volte presso l’abitazione dell’Alberti a Villafranca, vi aveva notato delle armi”.

 

E’ Carmelo Ferrara a raccontare di avere appreso l’omicidio direttamente dalle parole di Gerlando Alberti junior mentre erano entrambi in carcere nel 1987-88: “Eravamo in buoni rapporti di amicizia e un giorno volle sfogarsi con me dicendomi che aveva un rimorso di coscienza per essere stato lui a uccidere la Campagna. Mi precisò che la ragazza era venuta a conoscenza della sua vera identità in quanto aveva rinvenuto un’agendina nelle tasche dei vestiti che aveva portato a lavare presso la lavanderia dove essa lavorava. Una sera, unitamente ad un suo amico sempre di Palermo di cui mi disse chiamarsi Sutera, con la scusa di dare un passaggio alla ragazza che aspettava alla fermata dell’autobus, la fece salire sulla sua macchina e la condusse sui Colli, dove, insieme al Sutera, la uccise con alcuni colpi di fucile”.

 

    I pentiti disegnano uno senario ancora più torbido. A Villafranca si sarebbe mosso qualcuno d’importante per salvare gli assassini dalla sicura condanna. Nello sfondo traspare l’ombra di un possibile aggiustamento giudiziario. Rispunta il nome di Salvatore Pimpo: “A suo dire” ricorda Salvatore Suracefu grazie all’interessamento dell’imprenditore Santo Sfameni che il procedimento penale finì in un nulla di fatto poichè gli imputati furono prosciolti”. Ancora più preciso il cugino Rosario Rizzo, buon conoscitore delle vicende di Villafranca avendovi realizzato un appartamento all’angolo della Nazionale: “Mi pare che il Pimpo stesso ebbe ad interessarsi per aggiustare il processo dell’Alberti junior relativo all’omicidio Campagna. Se non ricordo male mi sembra che il presidente del Tribunale mandò indietro in istruttoria il procedimento che fu istituito dal dott. Rossi e mio cugino si interessò unitamente a Cavò Domenico per il tramite di Sfameni ad aggiustare il processo e mi risulta che l’Alberti è stato scagionato in istruttoria”.

 

   Qualcosa di analogo lo aveva raccontato Salvatore Giorgianni il 14 marzo del ‘94 al Pm di Reggio Calabria Francesco Mollace durante un interrogatorio in merito all’inchiesta sul giudice messinese Giuseppe Recupero: “La masseria di Sfameni Santo era frequentata da Gerlando Alberti junior. Quest’ultimo venne arrestato per l’omicidio di una ragazza uccisa sui colli San Rizzo. Per quel che ricordo la ragazza venne assassinata perché involontariamente era venuta in possesso di un documento che apparteneva a Gerlando Alberti junior. Lo Sfameni mi disse che il Giudice Recupero aveva prosciolto Gerlando Alberti junior dall’accusa di omicidio in quanto con tale provvedimento intendeva fare un favore anche a Sfameni Santo giacché riteneva che fosse un po' il tutore di Gerlando Alberti junior nella zona di Villafranca”.

 

 

5.    Stato  e  antistato  ...

 

5.1   ... in  un’allegra   masseria

 

    Santo Sfameni detto ‘l’imprendibile’, ufficialmente costruttore, molto più realisticamente ‘il grande vecchio’ di ogni malaffare dell’hinterland di Villafranca Tirrenica. Originario di Saponara, dopo una parentesi da infermiere presso un ospedale di Messina, Sfameni spicca il gran salto nel mondo degli affari costituendo la ‘Le.Ni.’, l’impresa che in poco più di un decennio firmerà la realizzazione di buona parte del patrimonio edilizio di Villafranca e Torregrotta. Un personaggio ben voluto e riverito, a cui non faranno mancare cordoglio e necrologi nelle fasi tragiche della vita i politici e gli imprenditori più in vista della zona: l’ex assessore regionale DC (oggi CDU) Luciano Ordile, l’allora consigliere provinciale Msi poi AN Francesco Curreri, l’assessore merliniano di Torregrotta Paolo Giunta, il consigliere comunale DC di Villafranca Angelo Sindoni, il nobile Ferdinando Stagno d’Alcontres, l’avvocato Antonio Marrone.

 

Eppure, secondo il racconto di numerosi collaboratori di giustizia e di qualche onesto testimone,  la masseria di Santo Sfameni oltre ad ospitare le schiticchiate dei migliori rampolli locali sarebbe stata la meta dei pellegrinaggi dei maggiori boss della Sicilia orientale, i Greco di Ciaculli, Salvatore Inzerillo e Stefano Bontade (il cui padre avrebbe fatto ricoverare al Policlinico Universitario). Il collaboratore Antonio Cariolo ricorda “l’appoggio” a Villafranca della latitanza di Carlo Greco, l’alter ego di Pietro Aglieri, e di altri mafiosi palermitani a cui lo Sfameni avrebbe provveduto “a tutti i loro fabbisogni”. “La presenza dei suddetti palermitani nel territorio di Villafranca e zone contermini”, spiega con qualche imprecisione il Cariolo, “era da ricondurre al fatto che i medesimi con l’apporto logistico fornito da don Santo Sfameni, avevano posto una base strategica operativa allo scopo di fronteggiare ed attaccare i loro nemici cosiddetti ‘Corleonesi’”. Non mancavano poi gli uomini di punta della mafia catanese. Secondo il pentito Salvatore Giorgiannilo Sfameni aveva rapporti anche con Nitto Santapaola che un giorno ebbe a recarsi nella sua masseria”.

 

A frequentare ‘don Santo’ i ‘generali’ e i ‘colonnelli’ della criminalità del messinese Mario Marchese, Luigi Sparacio, Giorgio Mancuso, Domenico Di Blasi, Domenico Cavò, Pippo Leo, Pasquale Castorina, Pietro Di Napoli, Placido Cambria e Marcello D’Arrigo. Secondo quanto riferito alla Questura di Messina da Giuseppe Sorbera, fratello del pluripregiudicato Mario, per anni alle dipendenze dello Sfameni nella cura dei cavalli della proprietà di località Giuntarella “numerose persone si recavano nella masseria soprattutto per ossequiarlo. Fra questi ricordo i fratelli Rizzo Letterio e Rosario i quali avevano detto allo Sfameni che loro erano a capo di un consistente numero di persone e che per qualunque motivo poteva ritenerli a sua disposizione, Centorrino Salvatore, Papale Domenico, Leo Giovanni, proprietario di una macelleria al Cep, Leardi Luigi detto ‘Bombolaru’, Arnone Marcello, Guglielmo Domenico, tale Princiotta...”.

 

 

5.2   Il  saggio  consigliere  di  ogni  cosca  dello  Stretto

 

 Gli appartamenti che ‘don’ Santo Sfameni possiede nella zona sono il sicuro rifugio per i killer latitanti dello Stretto, del barcellonese e di Tortorici. Ecco quanto ha dichiarato il pentito Salvatore Giorgianni alla Direzione distrettuale antimafia di Messina: “Ebbi a conoscere Santo Sfameni fin dall’anno 1986 epoca in cui ebbi a recarmi unitamente ad Antonino Cisco presso un cantiere edile dove si trovava lo Sfameni. Io e Cisco facevamo parte del clan di Domenico Cavò. Successivamente ho rivisto lo Sfameni nel 1988 epoca in cui io mi nascosi temendo di essere arrestato per un’attività di spaccio di stupefacenti (...). Tra il 1989 e il 1990 ero latitante e chiesi ospitalità allo Sfameni il quale mi mise a disposizione nella città di Villafranca Tirrena, prima una mansarda e successivamente un locale sito all’interno di un capannone adibito alla lavorazione di alluminio credo di proprietà di tale La Fauci”.

 

Il pentito Marcello Arnone, già affiliato al clan Sparacio ricorda come il fratello Umberto, fuggito nel 1989 dal carcere di Alessandria ebbe a trovare “ospitalità saltuaria” da Santo Sfameni. “Lo Sfameni”, precisa Arnone, “metteva a disposizione la propria masseria per gli incontri che mio fratello e gli altri latitanti quali Salvatore Giorgianni, Pietro Trischitta e Stellario Lentini avevano con me o con altre persone. Sfameni era una persona di rispetto, molto ossequiata e temuta nella zona di Villafranca. Egli pur non avendo una sua organizzazione mafiosa su cui poter contare, era tuttavia in grado di ‘aggiustare’ i conflitti tra i vari gruppi, nonchè di interessarsi di risolvere con l’uso della violenza e della minaccia situazioni personali di cittadini che a lui si rivolgevano”. “Posso dire ciò”, aggiunge Arnone, “perchè io stesso sono stato richiesto per danneggiare un locale sito in Rodia di Messina, per risolvere una questione di vicinato tra il titolare di un esercizio commerciale ed un professore proprietario di un terreno limitrofo. Lo Sfameni poteva quindi contare di malavitosi appartenenti ai diversi clans che lui conosceva o di cui lui ne poteva disporre per tramite dei propri capi clans. Mi risulta che traeva i proventi di alcune attività illecite come le estorsioni che egli faceva commettere a persone di sua fiducia”.

 

         Sfameni era dunque un personaggio carismatico per le principali ‘famiglie’ di Messina e dintorni. L’ex pezzo da novanta Luigi Sparacio nel ricordare come Sfameni era noto nel ‘giro’ per le amicizie coltivate nell’ambiente giudiziario e politico afferma che gli “si rivolgevano per qualsiasi tipo di favore un po' tutti i personaggi della criminalità messinese”. Secondo il pentito Salvatore Giorgianni l’imprenditore di Villafranca “teneva legami con i clan organizzati messinesi, senza parteggiare per alcuno. Lo Sfameni, si rendeva sempre disponibile, intercedendo a favore delle persone che gli si rivolgevano”. Ignazio Aliquò ricorda di aver conosciuto lo Sfameni in occasione di un incontro nella sua abitazione di Villafranca mentre era in compagnia del boss Pippo Leo. “Leo si era rivolto allo Sfameni in quanto presso il comune di Rometta Superiore era ferma una domanda per licenza commerciale di un Supermercato che i congiunti di Pippo Leo volevano aprire a Rometta Marea. Grazie all’interessamento dello Sfameni la licenza di commercio venne data e tuttora il Supermercato è in attività, gestito dalla sorella e dal cognato di Pippo Leo”.

 

      Per il pentito Pietro Di Napoli lo Sfameni “era un punto di riferimento per tutti i gruppi delinquenziali ed in particolare dei fratelli Rizzo eredi di Salvatore Pimpo”. Il rapporto privilegiato con i vertici di uno dei clan più agguerriti della città dello Stretto è poi confermato dall’ex boss Rosario che afferma di aver conosciuto ‘don Santo’ nel 1988 grazie al cugino Pimpo. “Sfameni si prestava a cambiare ogni tanto degli assegni a mio cugino Salvatore e così in seguito fece pure per me”, racconta il Rizzo. “Posso segnalare che negli ultimi tempi e nel mentre ero latitante lo Sfameni ha fatto avere a mia moglie per il tramite di mio padre, diverse somme di denaro”. Altri soldi gli sarebbero stati consegnati durante la detenzione in carcere. “Mio padre ha una ditta navale a Messina. E aveva un ristorante nella cortina del porto. E lì Santo Sfameni andava e gli dava qualcosa, un milione, due milioni, prima della mia collaborazione. Andava lì e diceva, Signor Rizzo, ci lassu stu regalo a vostru figghiu, ci aviti a diri che ciu manda Santo Sfameni. Qualche volta lo Sfameni incaricava il suo socio Giunta Paolo di portare i soldi a mio padre”. Sarà opportuno precisare che la ‘società’ di don Santo e del Giunta riguardava la gestione dei Supermercati Vismara, l’azienda di salumi la cui rappresentanza a Messina era stata ottenuta dal boss Domenico Cavò grazie all’interessamento di Michelangelo Alfano.

 

    E’ proprio nel deposito Vismara di Scala Torregrotta, che l’ex dipendente Giuseppe Sorbera avrebbe assistito ad un colloquio tra lo Sfameni e Paolo Giunta dai contorni estremamente inquietanti. Oggetto il viaggio negli Stati Uniti del giudice Caselli per una serie d’interrogatori di pentiti. “Tale colloquio si concluse con la frase dello Sfameni minacciosa nei confronti del Giudice Caselli. In particolare lo Sfameni disse che per Caselli ‘ci voleva il bazooka’, o meglio si doveva usare il bazooka. Poiché tale frase mi destò notevole preoccupazione ed essendomi recato a Napoli per fare visita a mio fratello Mario che in quel periodo era ospite dei genitori della moglie, feci una telefonata anonima al 113 dicendo che lo Sfameni potesse avere organizzato un attentato contro il Giudice Caselli e che comunque il detto Magistrato potesse correre seri pericoli”. Dulcis in fundo il Sorbera mette in bocca al costruttore una ‘perla’ dal sapore vagamente andreottiano: “Sfameni si lamentava ripetutamente ed in qualche modo temeva i servizi segreti Americani ma soprattutto temeva un certo Marchese Mario il quale, a suo dire, era divenuto un pentito”.

 

Sfameni ‘uber alles’, un gradino più su degli altri, a cui lo stesso Gerlando Alberti junior in segno di devozione era solito offrire champagne e dolci. Un rapporto assai solido quello tra l’imprenditore di Villafranca e il mafioso palermitano accusato dell’omicidio di Graziella Campagna. Talmente solido, secondo i pentiti, da far intervenire Sfameni per scagionare l’Alberti. Scorrono così parallele le vicende e gli affari dei due che alla fine, c’è chi individua, forse, una qualche responsabilità di don Santo nello stesso efferato delitto. Secondo il pentito Cariolo sarebbe stato proprio lo Sfameni ad informare Gerlando Alberti “che la Campagna era un soggetto pericoloso, non solo per il medesimo ma anche per tutti coloro i quali erano legati a lui, in quanto aveva un fratello carabiniere al quale avrebbe potuto riferire determinati particolari che potevano compromettere non solo i loro ‘affari’ ma anche la libertà dello stesso Alberti e del Carlo Greco”. Forse Graziella non avrebbe mai potuto capire da sola la pericolosa grandezza degli abituali frequentatori della lavanderia ove lavorava; il fratello, irreprensibile militare dell’Arma, sì. La condanna a morte viene firmata. Ed eseguita.

 

 

5.3  Magistrati, politici, funzionari e notai alla corte del burattinaio di Villafranca

 

Riverito e stimato da tutti, Santo Sfameni muoverà le fila di affari leciti e illeciti sino a tutto il maggio ‘94 quando finirà in manette dopo dieci mesi di latitanza dorata in un villino di Santo Saba di proprietà di un amico di Saponara, Francesco Caruso, assai frequentato da personaggi bene in vista della cittadina tirrenica. I giudici di Reggio Calabria lo inseguono per la vicenda della gambizzazione del professor Nello Pernice, docente di Genetica dell’Università di Messina, il 6 settembre del ‘90 davanti al Papardo, inchiesta che porterà al clamoroso arresto dell’ex Presidente della Corte d’Assise di Messina Giuseppe Recupero, poi assolto al processo conclusosi lo scorso gennaio. A reclutare il gruppo di fuoco composto da Giovanni Paratore e Salvatore Calabrò ci avrebbe pensato Santo Sfameni, presso la cui masseria di Villafranca si recava spesso il giudice messinese con i suoi familiari. Il giudice Recupero ha tenuto a sottolineare che all’epoca “l’imprenditore di Villafranca non era affatto considerato uno dei capi della criminalità mafiosa messinese”. “Sfameni era per me persona incensurata, infartuato e con due figli deceduti all’età di 16 e 21 anni, serio appaltatore edile, ottimo padre di famiglia, mai coinvolto in alcun precedente penale” scrive nella sua memoria difensiva Giuseppe Recupero. “Era stato per oltre quarant’anni amico di mio cugino Francesco Recupero, magistrato di Cassazione, Presidente di Sezione del Tribunale di Messina e Senatore della Repubblica; per devozione lo Sfameni accompagnava spesso mio cugino, anche fuori Messina; era stato amico ed elettore di mio zio Santi Recupero, dirigente superiore della Procura Generale di Messina, deputato per tre legislature del Parlamento siciliano, assessore alla sanità della regione, sindaco di Milazzo, assessore al Comune di Messina. E’ stato egli uno dei fondatori del Psdi, segretario provinciale di detto partito e poi, in uno all’On.le Avv. Nicola Capria del Psi; amico (esso Sfameni) del prof. Matteo Vitetta (deceduto), ordinario all’Università di Messina, amico del giudice Marcello Mondello...”.

 

Recupero dichiara di aver incontrato sino all’ottobre del 1988 “solo alcune volteSanto Sfameni. “Da tale data dopo avere appreso della morte del secondo figlio proprio dal collega Mondello, che era stato al funerale, sono andato a casa della famiglia Sfameni per le condoglianze. Quindi saltuariamente, con mia moglie, con i miei figli, siamo andati, sino alla primavera del 1991, in una campagna dello Sfameni”. Appena qualche visita, dunque, e qualche cena conviviale. “Mia moglie del resto”, spiega Recupero, “certamente mi avrebbe indotto a rompere ogni rapporto con Sfameni e famiglia appena avesse sospettato qualcosa di poco serio”.

 

Del resto il giudice si era convinto a frequentare la masseria solo dopo aver constatato che “il luogo era meta delle visite di noti e stimati professionisti: notai, medici ed anche magistrati miei colleghi”. Ottima gente, personaggi al di sopra di ogni sospetto. L’elenco dei loro nomi è allegato in un esposto del giudice Recupero al CSM e ai massimi vertici del Ministero di Grazia e Giustizia del novembre ‘95. “Presso detta campagna”, scrive il dottor Recupero, “io e i miei familiari abbiamo conosciuto esclusivamente, ed erano abituali frequentatori: il prof. Antonino Bonfiglio di Villafranca Tirrena, ordinario di matematica alle scuole medie-superiori; il dott. Bonomo, neurologo-assistente all’Ospedale ‘Regina Margherita’ di Messina, dove fra l’altro lo Sfameni aveva lavorato (primario detto prof. Vitetta), prima che iniziasse a fare l’appaltatore; il prof. avv. Domenico Tomeucci, dell’Università di Messina; l’avv. Candeloro Olivo, maestro di mio figlio e legale dello Sfameni; il signor Iannelli, direttore dell’agenzia del Banco di Sicilia di Torregrotta Scala; signor Giunta Paolo, all’epoca assessore in carica del Comune di Torregrotta; il signor Velo Francesco, grosso industriale caseario di Torregrotta; la dott.ssa Lucrezia Vitetta (figlia del prof. Vitetta) ed il di lei marito dott. Pandolfo, figlio di un primario radiologo; il sig. Emidio Ambrosi, agente di polizia penitenziaria; un agente della P.S. e famiglia, abitante a Rometta Marea; il signor Mangano Carmelo (lo conoscevo da tempo) appaltatore residente a Messina; il signor Pasquale Mangano, gestore di un asilo-nido a Messina; il signor Bosurgi Alfredo, pensionato di Valdina Marina; il signor Andrea Lo Presti, titolare di una macelleria a Torregrotta-Scala: la figlia ed il genero del Lo Presti avevano in gestione un bar-pizzeria dello Sfameni a Torregrotta; il dott. Russo Antonino, commercialista del luogo; il geom. Fagnani e moglie di Villafranca; tale Capillo, cognato di una impiegata del mio ufficio; il signor La Fauci Antonino e famiglia, titolare di una piccola industria per infissi di Giammoro”. 

 

Il giudice Recupero aggiunge all’elenco una sfilza di persone che si sarebbero recate con la sua famiglia nella masseria dello Sfameni: “i miei cognati Antonino Ardizzone, presidente onorario della Cassazione, prof. Giuseppe Ardizzone, primario di Ematologia all’Ospedale ‘Margherita’, prof.sse Maria ed Anna Ardizzone; il cancelliere in pensione del Tribunale di Messina Onofrio Lo Giudice, l’assistente giudiziario Michele Scolaro; il geometra Raffa Domenico e famiglia; il gesuita padre Gabriele, padre spirituale di mia figlia; un alto magistrato, mio amico, il Procuratore Generale militare Giuseppe Scandurra”.

 

 

5.4.   E  il  grande  vecchio  ordinò  di  sparare  al  professore

 

       Erano stati i racconti circostanziati di numerosi pentiti a inchiodare nella fase istruttoria il giudice Giuseppe Recupero e l’amico Santo Sfameni. Rosario Rizzo, pur indicando una differente casuale nel ferimento del professor Pernice aveva  riferito ai magistrati della Dda di Reggio che un paio di giorni prima dell’agguato era stato raggiunto telefonicamente dall’imprenditore di Villafranca per un incontro da tenersi nella masseria. Recatosi sul posto con il fratello Letterio e con l’affiliato Pietro Di Napoli, Rosario Rizzo ricorda che lo Sfameni gli disse “che occorreva dare una “lezione” al prof. Pernice che insegnava al Papardo e che aveva bocciato più volte un suo amico di cognome Mellina il quale doveva conseguire la laurea ed essere assunto al Policlinico. Detta persona era presente nella masseria di Sfameni ed assisteva al colloquio tra me e lo Sfameni stesso. Detto giovane che io ho chiamato “dottore” era della zona di Villafranca, aveva circa 35 anni, era alto e snello e con i capelli brizzolati. (...). Sfameni ci disse pure che l’attentato doveva avvenire dopo due o tre giorni e precisamente il giorno degli esami in modo da impedire al prof. Pernice di presenziare agli esami universitari. Lo Sfameni ci disse pure che per noi c’era un regalo di 50 milioni che io ho intuito che metteva a disposizione il Mellina. Io ringraziai e dissi a Sfameni che mi sarei interessato solo a titolo di amicizia”.

 

Il Rizzo aggiunge che mentre era in corso la discussione arrivò nella masseria il giudice Recupero. “Egli salutò e passò oltre” precisa l’ex boss del rione Giostra. “Un po' distante rispetto a noi vi era Gerlando Alberti junior che chiacchierava con altri amici di Sfameni. C’erano Paolo Giunta e altre persone di cui non ricordo i nomi”.

 

 A puntare il dito contro ‘don’ Santo Sfameni il collaboratore di giustizia Salvatore Giorgianni, già affiliato al clan Sparacio, che ricorda di essere stato ‘avvicinato’ dall’imprenditore “in una delle tantissime occasioni” in cui trascorreva la latitanza suo ospite: “Sfameni mi chiese espressamente di dare una lezione ad un professore che insegnava al Papardo, che bocciava studenti, parenti o amici e dei suoi amici. Parlava in particolare figli di dottori, avvocati e personaggi importanti che non riuscivano a superare quell’esame”. Secondo il Giorgianni sarebbe stato proprio Salvatore Calabrò a confermargli di aver sparato al professore Pernice con una pistola di piccolo calibro “su incarico di Sfameni Santo per aderire ad una richiesta fatta dal giudice Recupero...”.

 

Mandanti e movente del ferimento del professor Pernice sono stati confermati ancora dagli ex affiliati alla mafia Marcello Arnone (a cui lo Sfameni avrebbe fatto sapere in carcere di “essere disposto ad aiutarlo economicamente”) e Pietro Di Napoli, il quale accenna alla presenza nella masseria di Gerlando Alberti juniorpersona molto vicina a Sfameni Santo, che nella zona curava gli interessi del clan dei fratelli Rizzo”. Secondo quanto poi confermerà Di Napoli all’udienza del processo Recupero il 26 novembre 1996 “lo Sfameni ci aveva chiesto la cortesia di fare un favore svolgendo lo sguardo verso il dottore Recupero che in pratica ci faceva capire che questa cortesia insomma era per lui. Gerlando Alberti era lì  occasionalmente credo, e ha partecipato alla discussione per cui doveva essere consapevole della situazione”. Di Napoli ricorda altri due incontri con Santo Sfameni prima dell’attentato, in uno dei quali sarebbe stato presente ancora Gerlando Alberti. “Poi ci siamo portati con Sfameni a Villaggio Aldisio, da un pregiudicato che si trovava agli arresti domiciliari. Egli era Marcello D’Arrigo che ci ha dato piena disponibilità dandoci una persona di fiducia, suo figliozzo, il Calabrò, che noi, poi, abbiamo utilizzato per far sparare il dottor Pernice. Sempre a casa di Marcello D’Arrigo, Sfameni ha dichiarato apertamente che la cortesia che dovevamo fare interessava il dottor Recupero”.

 

      Nella sua requisitoria al processo il Pm Francesco Mollace ha chiesto 8 anni e sei mesi per il giudice Recupero e tre anni e sei mesi per gli altri imputati, Pietro Di Napoli, Giovanni Paratore, Salvatore Calabrò, Santo Sfameni, Rosario Rizzo e Marcello D’Arrigo. Il Tribunale di Reggio Calabria è di parere diverso e condanna il potente imprenditore di Villafranca e gli esecutori materiali del delitto alle pene richieste ma assolve il dottor Giuseppe Recupero. L’agguato al professor Pernice è di marca mafiosa ma il movente pare destinato a restare un mistero.

 

 

5.5    Il  giudice  accusa  l’analista

 

     Ci sono tre pentiti le cui dichiarazioni confermano un’altra pista che purtroppo è stata trascurata. Riguarda Antonino Merlino, che io conosco, amico di Santo Sfameni”. E’ l’estremo atto di accusa del  giudice Recupero rilanciato dalle colonne del settimanale ‘L’isola’ del 7 febbraio 1997, in un’intervista esplosiva in cui si denunciano “innumerevoli violazioni di legge, abusi, omissioni, falsità” che avrebbero visto protagonisti alcuni magistrati delle Procure di Messina, Reggio e Palmi. Quasi un complotto, vittima un giudice ‘innocente’. “La descrizione fatta da Rosario Rizzo di questo ‘Mellina’, poi identificato nell’analista di Villafranca Antonino Merlino, corrisponde alle sue caratteristiche fisiche. Merlino fu bocciato due volte dal prof. Pernice. Se si fosse approfondito questo filone d’indagini, sarebbe crollato il teorema Recupero”. Una tesi bocciata dalla Procura di Reggio, che nel decreto di archiviazione affermava che “diversamente il dott. Merlino ha avuto una vita universitaria ‘in discesa’, conseguendo la laurea in appena due anni, in ciò agevolato dalle ‘entrature’ dei suoi congiunti”. Entrature universitarie presumibilmente da addebitare al solito don Santo Sfameni, che secondo quanto riferito al processo dal Comandante Famà dei Vigili Urbani di Villafranca, avrebbe raccomandato il Merlino dopo che questi “aveva provato l’esame tre volte fallendolo senza che gli ritirassero lo statino”. “Il Merlino ha poi messo uno studio di analisi in un immobile di Sfameni” ha aggiunto il Famà, confermando tra l’altro di aver fatto una relazione ai Carabinieri di Reggio Calabria sulle ambigue frequentazioni del fratello Giuseppe Merlino con l’allora braccio destro di Luigi Sparacio Giovanni Vitale, oggi collaboratore di giustizia. “Merlino Giuseppe era anche amico abituale e frequentatore di Sparacio Luigi” ha dichiarato il Famà. Antonino Merlino amico di Sfameni e conoscente di Recupero è stato rinviato a giudizio il 25 febbraio 1997 con l’accusa di corruzione per aver consegnato ad un medico della Usl 41 alcune somme di denaro in cambio del rilascio di illegittime autorizzazioni di analisi di laboratorio tra il 1988 e il 1993.

 

 

5.6    “Votavamo  tutti   Partito  Socialista”

 

         Secondo i giudici di Reggio il rapporto di amicizia tra lo Sfameni e il magistrato Recupero avrebbe risposto alla logica del ‘do ut des’. Il pentito Marcello Arnone racconta che l’imprenditore di Villafranca avrebbe procurato al giudice regali, intervenendo finanche nell’appoggio elettorale del figlio candidato alle amministrative del 1990 nelle liste del Psi. Riferisce Arnone: “Sfameni Santo ci chiese il favore di fare propaganda elettorale e raccogliere consensi e voti per il figlio del giudice Recupero, candidato nelle liste del PSI. Lo Sfameni presentò il figlio del giudice Recupero a me ed ad altre persone in casa di Salvatore Giorgianni”.  Nel confermare il proprio sostegno elettorale al figlio del dottor Recupero il Giorgianni aggiunge ulteriori elementi: “Sfameni Santo mi mandò a dire in carcere se lo autorizzavo a recarsi a casa mia per incontrarsi con i miei familiari i quali avrebbero dovuto convocare altri amici per fare propaganda elettorale a favore di Antonio Recupero, figlio del dott. Giuseppe Recupero, Gip di Messina. Io per la mia parte ed altri affiliati, tra cui certamente Pietro Trischitta, autorizzammo Santo Sfameni ad indire le predette riunioni. A casa mia andarono Sfameni e Antonio Recupero mentre a casa di Trischitta si recò pure il Giudice Recupero”.

 

        Da parte sua il giudice Recupero avrebbe contraccambiato il boss Sfameni ‘correggendo’ e ‘aggiustando’ i provvedimenti giudiziari contro gli affiliati delle cosche del messinese. Numerose le dichiarazioni in merito dei pentiti allegate agli atti del processo di Reggio sul ferimento del professor Pernice. Secondo Marcello Arnoneil giudice Giuseppe Recupero era molto amico dello Sfameni e lo andava a trovare tutte le sere. Lo Sfameni era persona che poteva influire sul Giudice Recupero, tant’è che in certe occasioni quanto promesso dallo Sfameni si è rivelato veritiero. A tal fine indico i processi che hanno riguardato Pietro Trischitta, imputato per l’omicidio di Giacomo Panarello, e Giovanni Mastronardi imputato per detenzione di cocaina. In queste occasioni i processi vennero trattati dal giudice Recupero che scarcerò Trischitta dopo una ricognizione a lui favorevole (io ed altri avevamo avvicinato il figlio della vittima per farlo ritrattare) e concesse gli arresti domiciliari a Giovanni Mastronardi. Anche Marcello D’Arrigo venne favorito dal giudice Recupero che in diverse occasioni lo pr