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Crisi dello Stato ed emergenze in Africa
Il ruolo delle Ong internazionali
Crisi dello Stato ed emergenze in Africa
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11 luglio 2004
Dalla seconda metà degli anni '80 le grandi ONG sono diventate protagoniste quasi indiscusse delle emergenze nel continente africano; ma qual è il ruolo che la loro presenza può giocare nell'ambito di contesti non democratici, nei quali vige autoritarismo e violenza? Una ricerca che analizza alcuni dei nodi problematici che hanno accompagnato la gestione degli aiuti umanitari nell'area.



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LE ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE INTERNAZIONALI NELLE EMERGENZE AFRICANE DEGLI ANNI NOVANTA

Crisi dello Stato ed emergenze in Africa

Un’analisi sul ruolo delle Organizzazioni Non Governative Internazionali

 

 

di Elisa Guasti

 

(Foto di Enrico di Giacomo)

 

Introduzione

 

Dalla seconda metà degli anni Ottanta le grandi Organizzazioni non governative internazionali[1]  hanno subito importanti cambiamenti e sono diventate protagoniste quasi indiscusse nei programmi di sviluppo e in particolar modo in quelle che vengono definite emergenze umanitarie. Da questa situazione, che vede sempre più queste organizzazioni come i migliori interlocutori del Sud del mondo, in quanto più reattive ai loro bisogni, più abili nel contesto, maggiormente flessibili, neutrali e “non governative”, nasce la necessità di analizzare con più chiarezza il ruolo che esse giocano nel complesso scenario africano del terzo millennio.

 

Oggi le ONG sono conosciute solamente nei loro aspetti positivi, sono diventate un sistema “alternativo” alle politiche governative o alle organizzazioni internazionali; questo tipo di analisi però trascura una serie di considerazioni fondamentali, tra cui le conseguenze per la loro identità e per gli effetti dei loro interventi. Le Organizzazioni non governative si sono strutturate e professionalizzate, diventando sempre più simili alle imprese private; questo progressivo allontanamento dal loro iniziale status ha creato vincoli di tipo politico, interventi umanitari in stretta dipendenza col mondo economico e governativo. In Italia, infatti, il dibattito inerente a queste tematiche ha avuto poca rilevanza ed attenzione, mentre in Inghilterra si è sviluppata in ambito accademico un’ampia critica sul ruolo degli aiuti, delle ONG e sui dilemmi che nascono da alcuni loro interventi.

 

L’obiettivo di questo lavoro nasce quindi dal bisogno di svolgere un’analisi approfondita per prima cosa sulle cause complesse delle crisi africane, per arrivare a capire come in questi contesti di guerra il ruolo delle ONG abbia fatto sorgere vecchie e nuove problematiche. Le situazioni di emergenza a livello planetario stanno, infatti, diventando una realtà sempre più frequente, soprattutto per quanto riguarda il continente africano in cui negli anni ‘90 si sono svolti il maggior numero di guerre intestine, caratterizzate da un alto livello di violenza e di vittime civili, da strutture di governi nazionali deboli che mancano della capacità di implementare programmi di aiuto efficaci. Si cercherà, quindi, di spiegare la complessità e le problematiche degli interventi, a partire dalla letteratura accademica inglese che definisce questi conflitti in senso più ampio come Complex political emergencies (CPE), alla luce delle numerose dinamiche, delle eredità storiche e degli attori locali e internazionali che beneficiano della situazione instabile e della crisi dello Stato.

     

 

Le vecchie e le nuove guerre

 

Quando si parla di guerre in Africa non si tratta semplicemente di conflitti etnici e religiosi, come spesso vengono descritti nelle cronache dei mass-media, piuttosto dietro a queste bandiere si nascondono diverse motivazioni, legate anche ai processi di globalizzazione e a interessi di tipo economico: l’interpretazione quindi di questi scenari diventa estremamente complessa e a costante rischio di semplificazione. Dopo la fine della Guerra fredda, e in barba alle speranze, presto deluse, di pace e democrazia universali, i problemi del continente africano sembravano insolubili. Nuove forme di guerra si andavano diffondendo, gli Stati centralizzati si sgretolavano, implodevano; gli eserciti convenzionali lasciavano il posto a milizie e guerriglie che vivevano di saccheggi e le nuove guerre, fondate su politiche identitarie e condotte da forze non governative, sono diventate ben presto un fenomeno sempre più diffuso.[2]

 

Contrariamente alla percezione popolare, la conflittualità nelle emergenze africane non ha una causa singola, le ragioni sono multiple e in interazione con molti fattori interni ed esterni. Le cause della conflittualità si possano far risalire anche ad elementi derivabili dal contesto internazionale: anni di politiche di austerità applicate dagli Istituti finanziari internazionali, insieme con l’aggravante della fine del bipolarismo, e quindi del patronato esterno delle due superpotenze e dei loro supporti economici e politici, hanno condotto ad una forte delegittimazione e l’instabilità interna ai paesi. Inoltre questa crisi ha portato alla ribalta le vecchie appartenenze e un clima di forti tensioni interne con violente lotte per rimanere al potere, che si sono servite anche dell’istigazione etnica.

 

L’identità, interagendo con la ricerca del potere, ha giocato un ruolo chiave in tutti i tipi di nuovi e vecchi conflitti e ha ideologicamente ispirato il perpetuarsi delle guerre e dei genocidi, aiutando a riprodurre le situazioni di anarchia in molti paesi africani.[3] I politici al governo o i leader dell’opposizione hanno quindi cominciato ad approfittare in vari modi delle identità particolaristiche: per giustificare politiche autoritarie, per creare capri espiatori, per assicurarsi il consenso derivante dalla paura e dall’insicurezza.[4]

 

Inoltre non bisogna trascurare l’importanza dei processi economici legati alla deregolamentazione del mondo globale: la crescita di reti criminali transcontinentali sfruttano queste situazioni di incertezza, l’accaparramento e il controllo delle risorse materiali scarse (petrolio e diamanti in particolare) sono tra le prime cause dei conflitti, e gli interessi locali si rendono complici, insieme ad attori internazionali, del declino delle strutture economiche formali.

 

Negli ultimi vent’anni s’è sviluppato in Africa un nuovo tipo di violenza organizzata, che Mary Kaldor chiama “le nuove guerre” per distinguerle dalla concezione di conflitto ereditata dalle epoche precedenti, e che oggi non fornisce più una distinzione chiara tra le forme di guerra, crimine organizzato e violazione su larga scala dei diritti umani.[5] Le nuove guerre quindi in primo luogo divergono dalle caratteristiche delle guerre precedenti e tradizionali, infatti si tratta sempre più di guerre intestine che oppongono diversi interessi politici, economici, etnici, religiosi all’interno d’uno stesso paese; hanno un carattere regionale e allo stesso tempo un forte legame con la politica internazionale. Mancano netti confini tra guerra e pace, infatti la maggior parte di questi conflitti non sono dichiarati e non hanno un preciso inizio o una fine. Le lotte vedono opporsi eserciti non inquadrati, si tratta il più delle volte di eserciti di mercenari, di gruppi rivali o di civili che ricorrono sempre meno a scontri frontali diretti.

 

Sempre più frequenti sono le violazioni dei diritti umani, in alcuni casi i crimini contro l’umanità e i genocidi sono diventati anche tattiche finalizzate a scopi militari e politici. I disastri della guerra mostrano qui più che altrove l’esistenza di una spirale negativa tra guerra, conflitti, fame, malattie e un aumento costante del numero di vittime civili o vittime della guerra, come i rifugiati (chi ha dovuto abbandonare il proprio paese ed essere accolto in asilo in un altro Stato) e gli sfollati (chi si è spostato all’interno del proprio paese).

 

L’obiettivo delle nuove guerre non è più la conquista di un territorio con mezzi militari e battaglie, ma è diventato piuttosto l’espulsione di una parte della popolazione.[6] Questo fatto spiega come mai le nuove guerre sono caratterizzate da un alto numero di rifugiati, profughi e vittime civili e perché gli ultimi dati mostrano che il rapporto tra vittime militari e civili si è quasi invertito, da 8:1 a 1:8.

 

Anche se non sono riconosciuti formalmente si parla di 20 milioni di rifugiati o persone in situazioni analoghe, di cui 13 milioni e duecento mila assistiti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR). Anche l’economia di guerra è diventata quasi l’opposto rispetto a quella delle “vecchie guerre” in cui era necessaria un’economia centralizzata, autoritaria e totalitaria (come nel caso delle guerre totali del ventesimo secolo in cui vi era la fusione completa tra guerra, Stato e società), un’amministrazione accentrata che accresceva l’efficienza e massimizzava le entrate utili per finanziare la guerra, e il coinvolgimento del maggior numero possibile di civili. Le nuove guerre del continente africano sono decentralizzate, a bassa partecipazione, fanno uso di milizie specializzate e di eserciti sono sempre più professionisti e privati. Un effetto di questo cambiamento è l’alto tasso di disoccupazione. La guerra è diventata quindi una sfera separata, spesso assume diverse forme ed entra in contatto con reti criminali soprattutto nel campo del traffico di armi e di droga.

 

 

Complex political emergency: un fenomeno multicausale e multiforme

 

Il concetto di “emergenze politiche complesse” entra nel continente africano alla fine degli anni Ottanta, in uno scenario di instabilità politica internazionale, che ha come indicatore il crescente numero di guerre in corso e che inizia a riflettere un processo di regionalizzazione. Si segnala un passaggio da 10 conflitti nel 1960 a circa 50 nel 1994; le Nazioni Unite hanno designato nel 1993 26 situazioni di emergenza complessa che affliggevano 59 milioni di persone, quasi tutte concentrate nella zona dell’Africa e dell’Eurasia.[7]

 

Le emergenze complesse sono quindi presenti soprattutto nelle aree di protratta crisi economica e crescente vulnerabilità sociale, come le regioni dell’Africa sub-sahariana degli anni Novanta. Inoltre sono di solito altamente politicizzate e associate con stati di guerra non convenzionali, insicurezza regionale o situazioni di governo contestato.[8]

 

La definizione di Complex political emergencies (CPE) o emergenze politiche complesse a questo punto dell’analisi diventa lo strumento più utile al fine di chiarire la complessità e le componenti degli scenari conflittuali africani e come questi siano il risultato di fenomeni multidimensionali e di crisi politiche causate dall’azione degli uomini.[9] Nell’ambito accademico alcuni autori[10] hanno approfondito la nozione di CPE, che utilizzata come categoria descrittiva può valere da denominatore comune per l’analisi di conflitti molti differenti tra loro. Secondo questa analisi le caratteristiche che sussistono in queste condizioni, combinandosi insieme sono:

 

1)          Il conflitto dentro i confini dello stesso Stato;

2)          L’origine politica;

3)          La durata protratta nel tempo;

4)          Le fratture sociali, infatti le emergenze coinvolgono ogni dimensione della società e della vita delle persone;

5)          L’esistenza di formazioni sociali predatorie: le CPE sono spesso etno-nazionaliste e caratterizzate da forti lealtà a un particolare gruppo sociale, che si accompagnano a un sentimento di antipatia verso gli altri gruppi sociali che vivono nello stesso Stato.

 

Gli studiosi di problematiche geopolitiche e dei moderni conflitti hanno cercato di stendere una classificazione che potesse inglobare tutte le diverse cause e modalità con cui nascono e si manifestano queste guerre. Naturalmente si tratta di modelli ideali, infatti, nella realtà i conflitti possono riguardare diverse di queste dimensioni contemporaneamente.

 

Tra tutte le classificazioni esistenti ho scelto di adottare quella di Cliffe e Luckham,[11] per i quali si generano 8 diversi tipi di CPE. Prima di elencarli è utile descrivere il modello dei due autori che individua le origini delle emergenze politiche principalmente in tre livelli: la dimensione internazionale, la condizione dello Stato e quella della società; questi, interagendo tra loro, conducono e formano le cause sottostanti alle CPE. Fanno parte del livello internazionale il supporto degli Stati esterni o degli attori internazionali (che, per esempio, forniscono armi o denaro alle parti in conflitto), la situazione regionale critica e gli shock economici dovuti alla periferizzazione del mercato africano rispetto a quello occidentale. Questi elementi “esterni” s’inseriscono e influenzano a loro volta la condizione fragile dello Stato, che attua politiche autoritarie (e quindi spesso impopolari) e che a loro volta vanno a intaccare il terzo livello, quello della società civile, dove si rafforzano le variabili etniche, le ribellioni, le reti dei signori della guerra e la delegittimazione e la frammentazione per le istituzioni.

 

I 3 livelli indicati, in cui si formano e si collegano le cause della crisi, generano le situazioni di emergenza politica, che Cliffe e Luckham dividono principalmente in otto tipologie:[12]

 

1)          guerre delegate (proxy war), con cui si intende quelli conflitti guidati e appoggiati da forze esterne e affidate a gruppi ribelli. In Mozambico per fare un esempio il Fronte di liberazione del Mozambico (FRELIMO), giunto al potere dopo l’indipendenza, venne osteggiato da vari movimenti interni, il più importante è RENAMO, sostenuto dal Sudafrica e degli Stati Uniti.

 

2)          guerre anti-separatiste, fatte dallo Stato centrale per reprimere le resistenze periferiche al controllo centrale. In Sudan, dove il governo a Khartum, nel nord del paese, è in mano agli arabi musulmani, da decenni esiste una la resistenza armata di tipo autonomistico del sud; l’SPLA è la fazione ribelle più importante, appoggiata prima dell’Etiopia, poi dall’Eritrea.

 

3) guerre di secessione o separatiste, come quella dell’EPLF dell’Eritrea.

 

4) guerre per il predominio etnico e religioso di gruppi dominanti al di sopra dello Stato, come è avvenuto in Ruanda.

 

5) guerre di liberazione che sfidano l’esistente Stato corrotto e repressivo e cercano di ricostruirne uno migliore e meno sfruttatore dell’ordine sociale, come hanno fatto gruppi come EPLF e EPRDF in Etiopia e NRA in Uganda.

 

6)       ribellioni e insurrezioni dei signori della guerra. In Somalia dopo la caduta di Siad Barre nel 1991 e l’indipendenza del Somaliland, il resto del paese viene investito dalle guerre per bande condotte dai signori della guerra locali che cercano di suddividersi in zone. In Sierra Leone dal 1991 la guerra per bande e l’uso di violenza è un fenomeno endemico.

 

7)        guerre dei gruppi emarginati che mancano di chiare motivazioni politiche, ma sono profondamente alienati dalla loro marginalizzazione etnica o socio-economica, ad esempio in Uganda l’esercito della Lord Resistance Army ancora oggi continua a razziare i villaggi e a rapire i ragazzini per arruolarli.

 

8)          colpi di stato nelle periferie, organizzati da politici disaffezionati o da soldati contro le istituzioni centrali frammentate dello Stato, come il governo del generale Aidid in Somalia.

 

 

Emergenze umanitarie

 

Le CPE non possono essere analizzate solo nei loro aspetti causali, ma vanno valutati anche gli effetti violenti e la sofferenza delle persone. Le emergenze di cui si è parlato comprendono quindi non solo l’aspetto multidimensionale e il fatto che siano crisi causate dagli uomini (made-men), ma diventa fondamentale considerare anche l’aspetto dell’“emergenza umanitaria” che include la migrazione forzata, la fame, le malattie e le strategie adottate per fare fronte a queste.[13]

 

Un Rapporto degli Stati Uniti sulle Emergenze umanitarie del 2002[14] dichiara che l’Africa sub-sahariana è la regione più a rischio per quanto riguarda le emergenze umanitarie: in questa zona vi è la confluenza di fattori che contribuiscono a causare emergenze create dall’uomo e l’incapacità a trattare in modo efficiente i disastri naturali. Nella maggior parte di questo continente la popolazione soffre per la povertà, le intense rivalità etniche, le inadeguate infrastrutture per la comunicazione e i trasporti e la prevalenza del virus dell’HIV. Tutto ciò inoltre va ad inasprire ed esasperare la condizione economica e politica del continente già precaria ed instabile, che dagli anni Novanta si è aggravata ulteriormente, sfociando in conflitti interni spesso di natura violenta.

 

Nella parte dedicata al “Cambiamento dei caratteri dei conflitti interni” il Rapporto analizza i tratti delle emergenze umanitarie: i combattenti non hanno esitazioni ad usare tecniche di guerra feroci e crudeli, che includono la violenza, le torture, le mutilazioni, gli assassini dimostrativi, le espulsioni di civili[15]. In Ruanda, in Sierra Leone e in Burundi si affermano pratiche come la pulizia etnica; uccidere i soldati non basta più, si cerca di eliminare anche donne, bambini, di mutilare braccia e mani per distruggere lo spazio “dell’altro”, del nemico anche nel suo futuro. In Ruanda molti malati sono stati uccisi nei letti degli ospedali, molti bambini massacrati nelle scuole, lo stupro è stato usato sistematicamente per distruggere i legami comunitari.

 

La violenza dei conflitti interni, inoltre, è resa più facile dall’ampia disponibilità a prezzi modesti di un dispiegamento di armi leggere e medie. Oltre a questo i gruppi armati stanno obbligando in maniera crescente i bambini a combattere: l’Istituto di Ricerca per la Pace Internazionale di Stoccolma ha stimato che nel 2000 circa il 10 per cento di tutti i combattenti del mondo ha un’età inferiore ai 18 anni.

 

Le emergenze umanitarie, generate da questi tipi di conflitto, producono repentini e grandi movimenti di rifugiati, e con essi sono indispensabili beni di prima necessità e protezione. La Comunità internazionale risponde alla crisi distribuendo aiuti, che il più delle volte vengono affidati alle Organizzazioni non governative internazionali. In alcuni casi le forze combattenti s’inseriscono nelle reti umanitarie e trasformano gli aiuti in risorse per il proseguimento del conflitto.

 

I campi dei rifugiati costituiti in Burundi, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Liberia sono stati usati come basi per le operazioni dai combattenti, aumentando quindi i rischi per la popolazione dei campi e per gli operatori umanitari. In Somalia, in Sierra Leone e in Sudan le fazioni guerrigliere hanno sistematicamente confinato i flussi di cibo in aree specifiche al fine di indebolire i mezzi di sostentamento pubblici dei loro avversari e di rafforzare le risorse dalla loro parte. Come si vedrà più approfonditamente in seguito, le emergenze umanitarie possono nascondere problemi strutturali che si trascinano per anni e gli aiuti umanitari esterni, che dovrebbero contribuire al superamento della crisi, in queste condizioni instabili e complesse possono essere utilizzati anche dalle fazioni in lotta come strumenti e risorse strategiche all’interno del confronto bellico.

 

 

Economie destabilizzate e informali

 

Le guerre rappresentano un attentato ai sistemi economici e produttivi dei paesi coinvolti, in particolar modo se questi hanno già un’economia marginale e debole come quelli dell’Africa sub-sahariana. Se si prendono in esame i diversi conflitti, si può notare che, al di là delle differenze, esistono sempre dei soggetti che speculano sulle nuove guerre. In mezzo alla distruzione, alle violenze, alla morte ci sono degli attori che costruiscono delle fortune e traggono profitto dall’instabilità e dalla mancanza di istituzioni forti. I signori della guerra, le mafie locali ed internazionali, i governi corrotti approfittano delle zone grigie create dalle guerre a bassa intensità e dell’instabilità economica e politica per svolgere i propri affari, controllare i traffici di materie preziose (petrolio, gas, minerali, diamanti e oro, per esempio) o commerciare armamenti o altre risorse cruciali.

 

David Keen sostiene a questo proposito che i conflitti interni persistono, nonostante la volontà di persone razionali, perché essi sono fortemente legati a calcoli economici razionali.[16] L’apparente caos delle guerre civili può essere usato per assecondare gli interessi locali o a breve termine e per trarre benefici da nuove opportunità di commercio e dall’accaparramento delle risorse naturali. Parafrasando Carl von Clausewitz[17], che afferma che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, nel caso dell’Africa le CPE sono diventate sempre più la continuazione dell’economia.

 

Esse, infatti, non sono più semplicemente la rottura di un particolare sistema, ma sono diventate un modo per creare un sistema alternativo di profitto, di potere e anche di protezione. Il conflitto può creare guerre economiche, più facilmente in quelle regioni controllate dai ribelli, dai signori della guerra o unite a reti internazionali di commercio; i membri di bande armate beneficiano dei saccheggi e i regimi usano la violenza sia per mantenere il proprio accesso alle risorse e deviare le opposizioni, sia per ricompensare chi li appoggia.[18] In queste circostanze, quindi, la fine delle emergenze politiche diventa difficile, vincere potrebbe essere non desiderabile per chi in tempo di pace non potrebbe inseguire i propri interessi economici.

 

Anche Mark Duffield[19] afferma che nelle emergenze politiche complesse si può osservare l’esistenza di un vero e proprio mercato della guerra, di flussi commerciali in cui si creano specifiche alleanze o contrasti tra politici, gruppi al potere, clan e famiglie potenti, imprese multinazionali, quadri dell’esercito, milizie private e reti mafiose. In questi casi si crea una dipendenza reciproca tra l’instabilità dovuta dalla guerra e le opportunità di traffici criminali particolarmente redditizi dati alla situazione di deregulation, dalla mancanza di controllo democratico, di trasparenza che può facilitare la concentrazione o la moltiplicazione dei profitti all’interno di un mercato parallelo. Egli sostiene che il cosiddetto “commercio transfrontaliero” è cresciuto in risposta alle incertezze e alle opportunità provocate dal cambiamento politico e dalla globalizzazione: in particolare la liberalizzazione e la deregolamentazione del mercato hanno incoraggiato il commercio parallelo e hanno reso più facile l’espansione di tipi di attività economica collegate all’instabilità.

 

L’emergere dei conflitti e del commercio transfrontaliero ha dato quindi la possibilità a nuove élite di entrare nei circuiti economici internazionali al posto delle economie locali; questo fenomeno, aumentando di importanza con la globalizzazione dei mercati, ha dato luogo ad una sempre più massiccia lotta per l’accaparramento di risorse associata alla crescente ricerca di mezzi bellici (provenienti dall’industria di armi internazionale) per difendere le risorse conquistate. Giocando sul binomio locale-globale, Duffield afferma che oggi i signori della guerra e gli “Stati falliti” possono operare localmente, ma per sopravvivere devono pensare globalmente.[20]

 

Guardando, infatti, dentro ad alcuni conflitti contemporanei si possono scoprire commerci e scambi tra finanza lecita e illecita, zone franche per importare ed esportare beni preziosi. In queste ultime zone lo Stato riconosce a determinate aziende estere la facoltà di operare nel campo della produzione, della lavorazione e dell’esportazione di determinati beni con speciali vantaggi per gli investitori economici (mancanza di tassazione, di vincoli, controlli, utilizzo della manodopera a basso costo). Queste aree particolarmente attraenti per gli investitori attirano quindi i traffici e l’importazione di merci da vaste zone, per immettere poi il prodotto nelle reti mondiali. Nei conflitti africani spesso mentre gran parte della popolazione sprofonda nella violenza, alcuni personaggi potenti riescono a costruire le proprie reti criminali e enormi guadagni, sfruttando la possibilità di ridisegnare i mercati commerciali e finanziari nelle aree di guerre e nelle “fasce oscure della globalizzazione”. Mercati molto redditizi, e spesso legati a conflitti o guerre, sono quelli della produzione e traffico di droga e quello del commercio illegale di armi e di equipaggiamenti militari.

 

 

La crisi di governabilità dello Stato africano

 

Se la competenza dello Stato-nazione è l’abilità dello stesso a governare in modo indipendente e a mantenere gli standard economici, sociali e di benessere nei propri territori, è importante notare a questo punto dell’analisi che le CPE non si verificano solo in caso di conflitto politicizzato, come quello etnico o quello basato sull’identità regionale, ma bensì anche quando la governance viene meno, lasciando il campo libero all’operato d’attori non statali, dei signori della guerra o di istituzioni economiche internazionali o reti criminali.

 

Cliffe e Luckham sostengono la tesi che le emergenze politiche complesse nascano dal fallimento della governance e che esse siano il sintomo della profonda crisi d’autorità dello Stato-nazione collassato, contestato o è stato seriamente indebolito.[21] Allo stesso modo anche Macrae e Zwi definiscono come CPE una situazione dove le strutture di governo non riescono più ad avere la capacità d’implementare programmi di sviluppo.[22]

 

Gli antecedenti strutturali che riguardano la debolezza dello Stato africano, si possono riassumere con il peso negativo dell’eredità lasciata dal colonialismo che ha portato alla crescita di regimi autoritari, d’un modello di Stato basato sull’unità nazionale e su un forte esecutivo centralizzato (che doveva combattere la “natura tribale” del pluralismo). Anche le politiche di aggiustamento strutturale, ispirate dal primato del mercato a discapito della crescita dello Stato e la conseguente insicurezza per gli investimenti locali o privati, insieme con i principi del liberismo e della globalizzazione, hanno condotto lungo la strada della marginalizzazione, del patrimonialismo, della deregolamentazione globale, dell’informalizzazione dell’economia. La mancanza quindi di nuove possibilità di uno sviluppo autonomo hanno contribuito alla debolezza delle economie di questi Stati, all’incapacità di competere sul mercato. L’instabilità economica internazionale, in aggiunta, ha aumentato la difficoltà di amministrare il conflitto sociale in modo pacifico e i governi hanno ottenuto sempre meno legittimità, anche grazie all’interazione di attori interni e regionali operanti al di sopra del controllo dello Stato.

 

Non è quindi difficile comprendere come l’insieme di tutti questi aspetti e la loro fusione abbiano portato, da un lato alla fine delle speranze di democrazia e sviluppo, e dall’altro all’aumento di tensioni, sono sfociate in scontri e conflitti, che lo Stato, immaturo e ancora in fase di formazione, nella sua posizione di debolezza e con evidenti mancanze strutturali, non è riuscito ad affrontare. Già negli anni Ottanta veniva dichiarato il fallimento dello “Stato di sviluppo” (developmental state).[23]

 

Si possono distinguere, per delineare il concetto forse un po’ vago di “fallimento della governance”, quattro ampi livelli di analisi:

 

1)       il fallimento delle politiche di sviluppo sia dei governi locali, sia della Comunità internazionale di donatori, che ha portato anche ad un fallimento di tipo economico e di conseguenza alla frammentazione interna e alla penetrazione esterna;

 

2)       il fallimento nella gestione preventiva del conflitto, in special modo riguardo ai negoziati con gruppi di potere locali;

 

3)       l’assenza di un sostanziale processo democratico, definito come la mancanza a livello statale di una legittima e responsabile élite governativa, oltre che di procedure per la ricezione della domanda politica e per la partecipazione della società civile;

 

4)       la perdita da parte dello Stato della capacità di assolvere alle proprie funzioni, come rispondere alle situazioni di povertà e controllare il monopolio della coercizione. In particolare quest’ultimo “difetto” permette non solo la nascita di singoli gruppi armati, ma anche l’intensificazione del conflitto intra-sociale.[24]

 

Inoltre non si può fare a meno di notare come lo Stato africano sia profondamente diverso da quello occidentale, sia per quanto riguarda il periodo storico in cui nasce, sia per il processo di formazione e l’aspetto democratico che lo caratterizza. Alcuni studiosi sostengono che il fattore “guerra” in Europa abbia giocato un ruolo importante nella formazione degli Stati,[25] per Huntington la guerra costituiva un grande stimolo alla costruzione dello Stato, mentre Tilly afferma che la guerra fa lo Stato e lo Stato fa la guerra.[26] In Europa quindi la guerra ha aiutato la formazione di un’identità nazionale; in Africa invece la maggioranza degli Stati ha ottenuto l’indipendenza solo a partire dagli anni Sessanta e senza dover ricorrere a combattimenti. Dati quindi i suoi problemi di consolidamento, gli ostacoli all’evoluzione democratica e l’erosione della sua autonomia, lo Stato viene dichiarato della Comunità internazionale incapace di provvedere alle situazioni d’emergenza politica complessa e dagli anni Novanta inizia quel passaggio di ruoli e di funzioni nella gestione del conflitto di cui le ONG internazionali diverranno i principali referenti.

 

 

Tre prospettive per indagare i conflitti

 

Esistono diversi approcci teorici che indagano il conflitto, è utile menzionarne almeno tre, tenendo presente che nessuna di queste prospettive può spiegare la complessità delle CPE, anche a cause delle molteplici caratteristiche in gioco. L’intento non è quello di aprire un dibattito su quali siano i fattori di primaria importanza per la comprensione delle guerre interne (quelli relativi alle identità collettive, alle relazioni piuttosto che ai fattori strutturali) e neppure si cerca, esponendo pregi e difetti, la teoria migliore in grado di comprendere in toto le CPE africane. Si vuole offrire solamente una visione d’insieme e una nota metodologica che evidenzi la complessità, l’attualità del dibattito e delle varie correnti, e che rilevi anche come la risoluzione dei conflitti o gli interventi umanitari in queste condizioni debbano disporre di una visione eclettica e più completa, che richiede analisi dettagliate delle relazioni tra individui e fattori contingenti. 

 

La prima prospettiva analizza il conflitto come processo; l’assunto che guida questa analisi sottolinea che non si può più identificare nelle CPE un “inizio” e una “fine” delle ostilità, come nella situazione di una guerra classica. La guerra civile, infatti, è piuttosto un processo sociale nel quale le tensioni strutturali originarie sono profondamente riformulate dall’impeto distruttivo del conflitto. Quando la violenza è formalmente finita, la probabilità di un nuovo scontro rimane alta e che gli sforzi nella costruzione della pace devono mirare proprio ad evitare queste forme di “auto-rigenerazione” della guerra.[27]

 

Porre quindi l’attenzione sulla processualità del conflitto significa soprattutto riconoscere come esso sia sempre meno il risultato di modelli lineari e prevedibili di cause ed effetti, ma sempre più il risultato di combinazioni di fattori contingenti, quale il tempo, lo spazio e la variabilità dei confini del conflitto stesso. Sottolineare quindi caratteristiche come la localizzazione variabile, la durata protratta, l’impossibilità di ridurre a qualsiasi schema canonico l’analisi della conflittualità in una CPE, può favorire una sua più adeguata comprensione, in vista di un più adeguato intervento.

 

La seconda prospettiva, quella socio-antropologica delle relazioni sociali pone l’enfasi sulle caratteristiche culturali, sociali e sulle loro relazioni che sottendono ad una realtà di CPE. La peculiarità di questo approccio è infatti quello di sottolineare come fondamentali le dinamiche di interazione che generano il conflitto, a differenza dei molti paradigmi che analizzano le CPE solamente in termini di “guerra per la conquista di risorse”. Nonostante il fatto che le variabili di razionalità economica possano avere un ruolo fondamentale, si devono tenere presenti anche i motivi per cui una guerra interna emerge in senso sociologico: in un mondo di disgregazione delle appartenenze la brama dell’identità sociale ed il mantenimento di un determinato ordine socio-culturale possono fornire la spiegazione del sorgere di determinate forze politico-sociali. Allo stesso tempo è importante considerare il significato che le persone attribuiscono agli eventi, alle istituzioni e alle politiche, quindi spesso un’indagine accurata del contesto può aiutare la Comunità internazionale nell’implementazione di politiche mirate proprio ad intervenire “alla radice”, eliminando quelle cause che, se non determinano, spesso fomentano o giustificano scontri e guerre.[28]

 

La complessità e la molteplicità di variabili da considerare nell’esame di una CPE, come visto, lascia aperto il dibattito sui fattori che possono essere più o meno esplicativi; il pregio di questo approccio è proprio quello di distaccarsi dalle interpretazioni convenzionali, adottando un punto di vista culturalista. Infatti, le motivazioni “provenienti dal basso” sono dotate spesso di una forza sociologicamente rilevante che unisce le persone e il loro attento esame, può fornire validi indicatori d’intervento per le agenzie umanitarie.

 

L’ultima prospettiva, l’approccio critico dell’economia politica, nonostante possa essere avversato da un punto di vista processuale e ancora di più culturalista, ha in sé un pregio particolare: considerare e spiegare in modo dettagliato gli eventi e le cause di natura economica e le conseguenze di natura politica che sottendono ad una realtà d’emergenza politica complessa. Mark Duffield ha sviluppato, infatti, un nuovo percorso che analizza il contributo dei processi globali ai conflitti sistematici; egli argomenta che le guerre odierne sono sintomatiche di una forma nuova e in espansione di economia politica.[29]

 

La realtà conflittuale esaminata attraverso questa prospettiva è sostanzialmente quella africana nell’epoca della globalizzazione, dove lo Stato, indebolito dalle politiche di aggiustamento strutturale, non ha più la forza e il monopolio della stessa per contrastare l’emergere di reti criminali, che generano e mantengono le “guerre per le risorse”. Più nello specifico con la fine della Guerra fredda e la fine del patronage delle due superpotenze sul continente africano si è verificata la ricerca, da parte delle reti economiche illegali emerse dal marasma, di altre forme di patronato per sostenere il commercio, a sua volta sostenuto con armi e risorse.

 

Si può comprendere quindi come da queste nuove élite, che essendo libere di agire a causa del mancato contrasto dello Stato, possano facilmente generarsi quelle guerre mirate alla ricerca di mezzi bellici, di forme di consenso limitato e di legami con il commercio internazionale. L’aggravante di tutto questo è quello che Mark Duffield chiama “appalto privato della sicurezza”,[30] ossia la mancanza strutturale ed istituzionale dello Stato come fornitore principale dei servizi, e la sua sostituzione con agenzie (e anche con imprese vere e proprie) a loro volta incapaci di risolvere il conflitto. Lo Stato si ritrova tra due fuochi: da un lato le agenzie di finanziamento internazionale, che impongono la formula di “più mercato”, insieme agli altri imperativi del modello neoliberista che vuole una riduzione del ruolo dello Stato, dall’altro le forme di commercio parallelo e “transfrontaliero” che si mantengono spesso grazie ai dettami di tali agenzie.[31]

 

 

La risposta delle Nazioni Unite alle situazioni conflittuali

 

Negli ultimi anni sono stati usati un crescente numero di termini per riferirsi agli interventi per promuovere la pace nelle situazioni di conflitto; è necessario chiarire la terminologia che ha preso piede, a partire da quella adottata dalle Nazioni Unite, fino ad arrivare ad alcune critiche sui termini, le dicotomie utilizzate in modo semplicistico, gli imperativi che sottostanno al concetto di sviluppo e di intervento nelle CPE. Le Nazioni Unite distinguono 5 principali modelli di intervento:

 

1)        peace making: si tratta di interventi politici, diplomatici e a volte anche militari diretti a costruire degli accordi tra le parti in guerra; il Rapporto delle Nazioni Unite Le cause del conflitto e la promozione di una pace durevole e dello sviluppo sostenibile in Africa[32] include tra gli obiettivi di questo intervento quello di rendere più facile il dialogo, diminuire le tensioni, promuovere la riconciliazione nazionale. I mezzi utilizzati più frequentemente sono i negoziati, gli accordi di cessate il fuoco e le sanzioni, insieme alla mobilitazione dell’appoggio internazionale per gli sforzi alla pace.

 

2)        peace keeping: s’intende il mantenimento della pace, esso implica l’invio di civili e militari in inter-posizione tra le parti ostili per cercare di controllare il conflitto e di porre le basi per la sua risoluzione. A questa situazione si provvede con forze militari che mantengono la pace, per esempio facendo verifiche sullo svolgimento delle elezioni o sul rispetto dei diritti umani all’interno del paese, oppure usando altre tecniche per monitorare l’adesione agli accordi stipulati e incoraggiando reciprocamente la fiducia.[33] Negli ultimi anni questo genere di operazioni ha assunto un’importanza crescente, il Rapporto delle Nazioni Unite segnala, infatti, che le Nazioni Unite hanno sviluppato più operazioni di questo tipo in Africa che in ogni altra parte del mondo. Tra i compiti indicati vi è separare i protagonisti del conflitto, monitorare la loro condotta, implementare il completamento degli accordi, creare schieramenti preventivi, proteggere gli interventi umanitari, autorizzare l’uso delle azioni di forza, e infine rafforzare la capacità del continente africano nel mantenere la pace.

 

3)        peace building: significa costruzione della pace, comporta tentativi di conciliazione e ristabilimento di relazioni amichevoli tra le parti coinvolte. Attraverso la costruzione di progetti comuni e la promozione di misure istituzionali e socioeconomiche a livello locale e nazionale, che prendono di mira le sottostanti cause della conflittualità, si dovrebbe creare un clima di fiducia reciproca[34].

 

 

4)        diplomazia preventiva: fa riferimento a quelle azioni o a quell’attività politica e diplomatica (mediazioni, indagini sul campo) atta a ridurre la possibilità di conflitto e a dirimere le controversie prima che degenerino nella forma di conflitti militari e violenza fisica.

 

5)        assistenza d’emergenza: si concretizza principalmente in rifornimenti umanitari alle vittime della guerra. Nelle complesse crisi africane per far fronte alle vaste dimensioni che esse hanno assunto è stato necessario coinvolgere insieme all’ONU diversi attori, come governi, organizzazioni internazionali, ONG e forze anti-governative. L’assistenza d’emergenza è il primo strumento usato per rispondere alle CPE, a questo fine vengono applicati approcci standard per proteggere i civili, portare in loco cibo, acqua, cure mediche, monitorare e riportare il rispetto dei diritti umani, offrire sicurezza ai rifugiati.

     

Molti di questi interventi applicati dalle Nazioni Unite e atti ad impedire o a risolvere il conflitto hanno mostrato limiti e debolezze. Il Rapporto delle Nazioni Unite segnala che in Somalia si è assistito ad una riluttanza per le operazioni di peace keeping, condotte anche alle ONG, infatti nonostante gli sforzi e i mezzi impiegati esse non si sono sempre dimostrate efficaci.[35]

 

Un altro punto debole riguarda la sicurezza dei campi dei rifugiati, infatti in alcuni paesi queste strutture sono state utilizzate anche per uso militare. In Ruanda questi campi sono diventati basi per il riarmo di coloro che avevano perpetuato il genocidio; nel caso dell’ex Zaire nel 1996 la Comunità internazionale, nonostante  gli appelli dell’UNHCR (United Nation High Commisioner for Refugees), fallì nello sforzo di separare i rifugiati combattenti da quelli che non li erano. Anche il saccheggio dei rifornimenti umanitari e dei veicoli delle organizzazioni è diventato un fenomeno frequente, come si vedrà in seguito, esso non solo provvede a sostenere i combattenti, ma in alcuni casi intensifica e prolunga le ostilità.

 

In Liberia nel 1996 vennero depredati i veicoli delle Nazioni Unite e di alcune ONG per un valore di 8 milioni di dollari che furono successivamente venduti al mercato nero.[36] Le pratiche di peace-building e l’assistenza d’emergenza dovrebbero essere precedute o riviste alla luce di un’analisi sui significati dei alcune parole chiave o dicotomie, spesso fuorvianti per rispondere a realtà complesse, come il binomio guerra-pace o sviluppo-progresso o ancora sicurezza-pace.

 

Il concetto di guerra non deve essere usato semplicemente in modo negativo, con significato di battaglia al di sopra dei valori e del potere, di violenza fisica;[37] la parola “guerra” può essere considerata anche nella sua accezione positiva, come una normale forma d’interazione sociale che può contribuire al mantenimento, sviluppo e cambiamento della stabilità delle entità sociali[38]. Gli attori che cercano di ridurre la sofferenza umana o di migliorare le condizioni degli individui, come le Organizzazioni non governative e le agenzie delle Nazioni Unite, dovrebbero ripensare al loro ruolo: il loro compito non è quello di prevenire la guerra, ma di ridurre la possibilità che specifici conflitti diventino o continuino ad essere fisicamente violenti.[39]

 

Occorre fare un’altra osservazione terminologica riguardo al concetto di peace-building, usato per identificare qualunque attività intrapresa col fine di prevenire, alleviare e risolvere i conflitti violenti o potenzialmente violenti, si basa su di una strategia che prova indirettamente a invertire il processo distruttivo che accompagna la violenza. Gli operatori infatti, si concentrano di più sul contesto dello scontro, ad esempio sulle attitudini e circostanze socio-economiche delle persone comuni, che non sulla questione che divide le parti in lotta. I fini e l’impatto degli interventi esterni in Africa negli ultimi anni sono risultati di carattere limitato in quanto le idee sulla risoluzione dei conflitti partono da presupposti irreali.[40]

 

La costruzione della pace comprende questioni economiche, sociali, culturali, politiche e umanitarie e richiede trasformazioni che devono essere costruite col tempo. È quindi un processo che ha bisogno non solo dell’assenza di violenza,[41] ma include al suo interno anche idee sullo sviluppo sostenibile e sulla giustizia sociale. Gli interventi di peace building inoltre, non devono essere considerati come eventi con un preciso inizio e una fine, la pace è un complesso processo che accade prima, durante e dopo un conflitto violento. La costruzione delle pace quindi dovrebbe basarsi sulla premessa che la società, sebbene afflitta da violenti scontri, contenga ancora individui, gruppi, attitudini, processi che promuovano la pace.

 

Il conflitto può generare anche un’ economia morale, non solo forme predatorie, in quanto possono sussistere anche istanze di civili che vogliono costruire la pace (come per esempio è avvenuto in Somaliland). In conclusione le organizzazioni che intervengono nelle CPE africane dovrebbero dare maggiormente un supporto alla società civile e nutrire i sostenitori della pace.[42]

 

Un’altra sottolineatura terminologica riguarda le Complex political emergencies e la crisi del developmentalism: ovvero le nuove emergenze sfidano la visione convenzionale dello sviluppo, e mettono in discussione alcuni concetti fondamentali legati a questo. Il cosiddetto developmentalism, infatti, resta nella sua assunzione strettamente legato al concetto di universalità del progresso in cui lo sviluppo è visto come un processo normativo in divenire, come una serie di cambiamenti che conducono dalla povertà e vulnerabilità alla sicurezza e al benessere. Per decine di anni questo paradigma ha dominato e guidato l’apparato internazionale degli aiuti, ma ultimamente è diventato sempre meno capace di comprensione e di corrette analisi, soprattutto nell’affrontare la crescita delle crisi sistematiche e la frammentazione politica. Queste tendenze, proprie delle CPE, sono in antitesi con la visione del mondo dello sviluppo: oggi la comprensione delle emergenze è diventata centrale e indispensabile per attuare buone politiche di aiuto, che però devono cercare di trascendere la crisi e i limiti di quello che è stato definito developmentalism.[43]

 

Nei primi anni Novanta le Nazioni Unite definiscono le CPE come “crisi umanitarie con natura multicausale” in quanto combinazione di fattori politici e conflitti, esse richiedono un’ampia risposta del sistema internazionale. Nonostante questo tentativo di definire la multicausalità all’interno della definizione d’emergenze complesse, nei fatti le CPE non sono state distinte effettivamente dai disastri naturali, riconosciuti anch’essi come fenomeni sociali e ecologici (come per esempio avviene per le alluvioni e la siccità).[44]

 

Mark Duffield ritiene quindi che l’apparato degli aiuti internazionali ha fallito nel distinguere le CPE dai disastri naturali. Il caso dell’Africa e dei Balcani mostra secondo l’autore che nonostante le grandi differenze tra le diverse crisi, i programmi d’aiuto umanitario avevano assunto una forma di organizzazione molto simile[45]. Egli afferma che questo tipo di risposta umanitaria alla crisi politica è un approccio unidimensionale, che sottolinea le problematiche dell’“assistenza di emergenza”, che concepisce il soccorso ancora come parte della teoria del developmentalism, incapace quindi di comprendere la crisi politica.

 

 

Il binomio sicurezza-sviluppo: dallo Stato al privato

 

Un importante effetto della fine della Guerra fredda è stato il declino dell’alleanza dei paesi occidentali con quelli in via di Sviluppo; come conseguenza alla fine degli anni ‘80 gli aiuti allo sviluppo hanno iniziato a stagnare e successivamente a declinare. L’opposto invece è avvenuto nel caso delle emergenze, in cui l’assistenza d’emergenza aumentata notevolmente.

 

Tra il 1990 e il 1993 la spesa dell’Unione europea per gli aiuti umanitari esterni è cresciuta più di 5 volte, passando da 114.3 milioni di dollari a 605 milioni[46]. Inoltre con la fine del bipolarismo si sono aperte nuove prospettive e ruoli per gli attori rimasti in gioco e la Comunità internazionale è diventata sempre più libera d’agire nelle emergenze umanitarie. Le Nazioni Unite e l’apparato di aiuto internazionale si sono quindi impegnati con tutte le loro forze nel tentativo di affrontare le nuove emergenze politiche complesse, caratterizzate da un livello mai conosciuto prima di miseria, insicurezza politica, conflitto, disgregazione dello Stato e spostamento della popolazione.[47]

 

A questo punto è necessario analizzare come grazie anche alla disillusione dei programmi di aiuto infrastrutturali regolati attraverso i governi, è aumentata la canalizzazione delle risorse attraverso le Organizzazioni non governative dell’occidente e le agenzie di aiuto sopranazionali.

 

Durante gli anni Novanta le guerre interne o interstatali, in particolar modo alla luce dell’instabilità politica presente in molti contesti africani, sono state considerate da tutti i principali governi e dalle organizzazioni internazionali un’importante questione per lo sviluppo e le politiche di sicurezza. La Banca Mondiale riconosce che il conflitto, con la sua propensione a prendere come obiettivi i civili e i mezzi di sostentamento, è una delle cause determinanti della povertà in Africa[48] e allo stesso tempo la povertà è un elemento che può esacerbare ulteriormente il conflitto. Di conseguenza negli ultimi anni i governi donatori, le Organizzazioni non governative, le organizzazioni multilaterali hanno accettato la necessità di operare a sostegno di misure di prevenzione nelle guerre di lungo periodo, in nome del binomio stabilità-sviluppo.[49]

 

Nel White Paper sull’eliminazione della povertà globale del governo inglese è sostenuta con chiarezza questa posizione, ovvero la promozione della stabilità politica all’interno degli Stati e tra di loro è considerata un prerequisito essenziale per lo sviluppo.[50] Da questo fatto sono fiorite durante gli anni Novanta un gran numero di agenzie specializzate, istituzioni accademiche, enti governativi, gruppi di consulenza che sono strettamente collegati con l’analisi e la risoluzione dei conflitti.

 

Il cambiamento delle competenze dello Stato africano, e quindi la sua maggiore apertura a scrutinio e intervento da parte delle strutture transnazionali sopraccitate, ha radicalmente cambiato la questione e la percezione della sicurezza. Oggi il concetto di sicurezza, anziché riguardare come nel periodo della Guerra fredda la questione interstatale, è stata ampliato fino ad includere materie legate agli affari interni di uno Stato e gli effetti destabilizzanti a livello regionale e internazionale che possono avere.

 

In termini politici, quindi, vi è stata una generale fusione dei programmi dello sviluppo e della sicurezza[51] e in molti documenti ufficiali e internazionali, infatti, negli ultimi anni si registra come i termini “sviluppo” e “sicurezza” siano diventati intercambiabili. Inoltre parte della complessità della fusione tra questi due termini deriva dalla privatizzazione della sicurezza internazionale. Per molti versi, “l’appropriazione” della funzione di sicurezza da parte di attori non statali testimonia una serie di adeguamenti e sviluppi; nell’ultimo decennio per esempio, è cresciuto il coinvolgimento delle Organizzazioni non governative in tutte le attività di costruzione della fiducia” o di risoluzione dei conflitti, sia attraverso l’emergere di organizzazioni specializzate, sia tramite un allargamento del mandato da parte delle organizzazioni esistenti.

 

Anche le imprese multinazionali stanno diventando direttamente coinvolte nelle attività di sicurezza e di risoluzione dei conflitti, come viene dimostrato in un documento della Carnegie Commission del 1997.[52] Si stanno quindi intensificando i legami tra il settore imprenditoriale e le ONG dedite alla risoluzione dei scontri e ai diritti umani e la fusione tra sviluppo e sicurezza dipende dalla privatizzazione di questa attività. Sta crescendo infatti una nuova “comunità di sicurezza” che lega sempre più Organizzazioni non governative, agenzie private di protezione, multinazionali e governi con le reti emergenti di autorità internazionale; dalla metà degli anni Novanta è stata dedicata una maggiore attenzione alle possibilità e ai ruoli di questa nuova comunità e di un governo di tipo globale (la cosiddetta global governance), in cui gli Stati vengono a far parte di strutture d’autorità molto più ampie.[53]

 

Queste nuove linee guida per la cooperazione economica e lo sviluppo, insieme alle dichiarazioni ufficiali in tema di stabilità e sicurezza dei Paesi in via di Sviluppo, hanno certamente segnato una svolta nel modo di guardare alle situazioni di aiuto e di intervento umanitario. Tuttavia, come nota Duffield, proprio la fusione tra termini così diversi, quali stabilità, sicurezza e sviluppo rappresenta lo specchio di una realtà di intervento sostanzialmente basata sulla privatizzazione della sicurezza internazionale (in altre parole, il fallimento nella gestione del conflitto da parte dello Stato, e il conseguente “appalto” della stessa a ONG e a imprese commerciali).

 

La privatizzazione della sicurezza può essere vista, infatti, in una serie di sviluppi interconnessi, a partire dal crescente coinvolgimento di ONG in attività specifiche fino ad arrivare all’emergere di una nuova generazione di imprese private che forniscono servizi professionali di protezione e sicurezza a imprese multinazionali e governi.

 

Le ragioni di questo “passaggio di consegne” dallo Stato al privato in un ambito così delicato ed intrinsecamente connesso con il monopolio della coercizione statale, hanno origine però non solo nella particolare crisi dello Stato (e nel fallimento della governance di cui si è già trattato), ma anche nel fallimento generalmente riconosciuto delle operazioni umanitarie dell’ONU in Africa e nei Balcani.[54]

 

Riguardo all’assenza strutturale dello Stato, molto è già stato detto, ma è importante ricordare che questo fenomeno è collegato, dal lato delle cause, all’appalto privato della sicurezza (inesistenza di una struttura unitaria che sia capace di rispondere alle necessità popolari e alla gestione dei conflitti), mentre dal lato degli effetti, che si riversano necessariamente sulla popolazione civile, comporta abolizione delle spese di welfare (come generi alimentari, sanità gratuita, legislazione del lavoro) che spesso hanno come risultato l’indebolimento dello Stato, che diventa a sua volta “impopolare”.[55]

 

Queste riflessioni fanno necessariamente ritornare all’antico dilemma tra pubblico e privato, nel quale questo ultimo sembra prevalere in maniera crescente nelle situazioni conflittuali che generano un’emergenza politica complessa e spesso anche nel tentativo di trovare una soluzione “non governativa” alla crisi.

 

 

La storia e lo sviluppo delle ONG nelle emergenze

 

Si è visto come i donatori internazionali stanno scegliendo di appoggiare in maniera sempre maggiore le iniziative di sviluppo implementate dalle Organizzazioni non governative internazionali; questa tendenza, oltre che essere rinforzata dall’ideologia della privatizzazione iniziata durante gli anni Ottanta, è basata anche sul presupposto che le strutture alternative offerte dalle ONG sono più reattive ai bisogni delle comunità dei Paesi in via di Sviluppo.

 

David Korten definisce questo processo come un servizio pubblico dato in appalto, un adattamento che coinvolge tipicamente un donatore bilaterale o multilaterale che paga una ONG del Nord per implementare un pacchetto di assistenza.[56]

 

Un elemento importante in questo trasferimento della responsabilità istituzionale alle ONG è il contesto di emergenza, infatti queste organizzazioni si sono sviluppate particolarmente nelle CPE, dove le strutture dei governi nazionali mancano della capacità di implementare programmi di aiuto o sono ostili alle innovazioni degli aiuti e del soccorso.[57] Nei paesi dove l’aiuto allo sviluppo bilaterale è stato sospeso, l’aiuto di soccorso dei donatori viene fornito comunemente attraverso agenzie multilaterali come il World Food Programme e l’Alto commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, che alternativamente possono subappaltare il lavoro a ONG come CARE, Oxfam, Save the Children Fund.

 

Le ONG del Nord, infatti, sono viste come canali neutrali per l’assistenza umanitaria, senza alleanze politiche, e per questo possono implementare operazioni che sotto la legge internazionale le agenzie multilaterali e bilaterali non potrebbero auspicare a supportare direttamente[58]. Negli ultimi vent’anni il numero delle ONG è cresciuto in modo significativo, insieme anche all’importo totale delle risorse che esse controllano, ed è diventato un fenomeno generalizzato in tutto il mondo grazie all’abilità di queste ad erogare aiuti d’emergenza o servizi per lo sviluppo più efficacemente, raggiungendo gruppi a cui i governi e altre agenzie non potevano prima  arrivare.

 

Occorre trattare brevemente del vecchio volto delle suddette organizzazioni per comprendere il cambiamento, i limiti e la crisi di identità, che forse oggi stanno vivendo. La Banca Mondiale cercando di dare una definizione di ONG premette che, data la diversità tra le varie forme che esse hanno assunto, è diventato difficile classificarle. Esse includono molti gruppi e istituzioni che sono interamente o largamente indipendenti dal governo e seguono primariamente obiettivi umanitari e cooperativi piuttosto che commerciali. Sono agenzie private dei paesi industriali, che appoggiano lo sviluppo internazionale, gruppi organizzati regionalmente o nazionalmente, gruppi all’interno dei villaggi; includono associazioni sia caritatevoli che religiose, cooperative indipendenti, associazioni comunitarie, gruppi di donne e associazioni pastorali che mobilitano fondi privati per lo sviluppo, distribuiscono cibo e servizi programmati per le famiglie, promuovono l’organizzazione comunitaria. I gruppi di cittadini da parte loro accrescono la propria consapevolezza e influenzano le ONG.[59]

 

Questa definizione offre dunque molti spunti, in quanto sottolinea in primo luogo come la nozione di Organizzazioni non governative sia piuttosto controversa, infatti, spesso e nei diversi paesi non si è riusciti a trovare un accordo comune sul modo di definirle. Le ONG in genere si percepiscono come organismi che sono proprio come ciò che i governi non sono, ovvero non burocrati, non rigidi, non impositivi e non inclini a scoraggiare l’iniziativa locale[60]. Questa immagine però, riveste un importante valore funzionale al fine di rendere le ONG autonome rispetto alle gerarchie politiche consolidate, ma al tempo stesso trascura, il grado di indipendenza che collega i progetti alle attività proprie dei governi.[61]

 

In secondo luogo la definizione di ONG rileva che il termine più adottato per definirle risulta insoddisfacente, vago e molto ampio, manca di consistenza.[62] A questo proposito Smillie sostiene lo sforzo che è stato fatto per definire le Organizzazioni non governative non ha prodotto un buon risultato in quanto esse sono state raggruppate in modo impreciso, sotto un vasto assortimento di titoli come “volontarie”, “no profit” e “non governative”,[63] e fino a quando il termine ONG resterà tale, esso sarà comunemente mantenuto come un punto di vista che definisce qualcosa in una inappropriata terminologia negativa (non governativo appunto). Per concludere, le Organizzazioni non governative si trovano comunemente definite attraverso vari attributi come private, volontarie, autonome, no-profit, flessibili, innovative, libere e neutrali; inoltre esse operano secondo l’efficienza, la trasparenza, in diretto collegamento con organismi della società civile, promuovono strategie alternative di sviluppo, sono al di fuori delle alleanze politiche, non rispondono ai governi e ai parlamenti: tutte definizioni che alla luce dei cambiamenti delle loro funzioni e di mandato saranno messe in discussione in seguito.

 

Storicamente le NGO sono gli “autori dello sviluppo”, infatti, esse attuano programmi di emergenza e di sviluppo da molto più tempo delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale e di altre agenzie ufficiali. Rispetto al passato esse sono maggiormente diversificate, hanno una nuova credibilità e creatività, anche data dal fatto che le ONG del Nord ora trasferiscono collettivamente più di quanto faccia la Banca Mondiale.

 

Per comprendere meglio, quindi, il recente fenomeno delle Organizzazioni non governative internazionali, che operano nelle situazioni di emergenza complessa portando in particolare aiuti umanitari, è necessario tracciare la loro breve storia al fine di rivelarne i nuovi caratteri. Un tratto comune è che le prime ONG sono state create dalla guerra: la Croce Rossa è stata la prima a formarsi con la battaglia di Solferino nel 1859; in Inghilterra dopo la prima guerra mondiale sono entrate in scena le prime ONG del Nord, come CARITAS e Save The Children Fund. Queste erano basate sulla Chiesa cattolica e si sono rafforzate verso la fine e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale[64]. L’OXFAM fu creata nel 1942 per provvedere alla grande carestia della Grecia, Cattolic Relief Service nel 1943 e Care (l’americana Co-operative Agency for Relief Everywhere) nel 1945.[65]

 

In ogni caso, solo con la nascita dell’ONU, che nell’Art.71 della Carta fondazionale le battezzava “non governative”, le nascenti ONG si sono riconosciute con questo nome. Inizialmente questo tipo di ONG erano impegnate in lavori di soccorso, principalmente nelle aree d’Europa teatro di operazioni belliche; gradualmente riversarono la loro attenzione al Terzo mondo e s’allargarono fino ad includere le attività di welfare nei paesi in cui intervenivano. Durante gli anni ‘50 e ‘60 il loro numero moltiplicò e la loro attenzione si mosse progressivamente verso le attività di sviluppo; già nel 1979 il loro numero era cresciuto rapidamente e dalle sette ONG iniziali s’arrivò a contarne 150 in tutte le parti del mondo.

 

Il primo modello di soccorso che adottarono  affrontava solamente i sintomi della povertà; in seguito attraverso la conoscenza e l’esperienza nei campi dei rifugiati, nei centri d’alimentazione, negli ospedali dei villaggi e dei quartieri più poveri queste organizzazioni aprirono gli occhi sulla completa realtà della povertà, e quindi non solo sui sintomi ma anche sulle cause più profonde della stessa.[66] Infatti inizialmente l’approccio delle ONG seguiva ad una scuola di pensiero convenzionale e “modernizzata”, che consisteva nell’aiutare le comunità povere a diventare più simili alle società del Nord, importando quindi idee, tecnologie e perizie dell’occidente. Gli operatori erano inconsapevoli della controparte del Sud, dei comitati di villaggio o di altre strutture indigene, per questo la pianificazione dei progetti delle ONG avveniva all’interno del proprio staff.

 

Gradualmente la situazione incominciò a cambiare, molti di loro criticarono gli effetti negativi del tradizionale modello di sviluppo e s’interrogarono seriamente sul valore del contributo che portavano: le ONG iniziarono così a modificare il loro ruolo, a fornire servizi alle organizzazioni popolari e ai movimenti d’auto-aiuto. Attraverso il nuovo concetto di cooperazione allo sviluppo e grazie alla crescita delle opportunità di ottenere fondi che provenivano dal volontariato del Nord sono cresciute rapidamente anche le ONG del Sud; alcune sono diventate istituzioni a livello nazionale, altre sono state utilizzate come organizzazioni d’intermediazione.[67]

 

David Korten ha creato una delle tipologie di Organizzazioni non governative più durature che si divide in quattro “generazioni”[68]: la prima si concentra principalmente sul soccorso e sulla fornitura di servizi di welfare, la seconda si focalizza sullo sviluppo locale self-reliant e sulla valorizzazione di progetti comunitari su piccola scala. La terza generazione include sistemi di sviluppo sostenibile, mentre la quarta non è propriamente una strategia, quanto piuttosto un approccio diverso al concetto di organizzazione, un compromesso tra l’aspetto sociale e i movimenti nello sviluppo delle persone: queste ONG sono guidate, non dalle somme stanziate o dalle strutture organizzative, ma piuttosto da idee, da una visione migliore del mondo, ovvero sono in grado di muovere più energia sociale che denaro.[69]

 

Nella letteratura inglese si possono trovare diverse tipologie per definire le ONG, tra queste quella di Clark che le divide in 6 scuole: Agenzie di aiuto e welfare, organizzazioni d’innovazione tecnica, contraenti del servizio pubblico, agenzie popolari di sviluppo, organizzazioni di sviluppo grassroot (di persone semplici, del popolo) e infine gruppi di appoggio e reti di comunicazione.[70]

Al fine di sottolineare che quando si parla in questa analisi di ONG in generale ci si riferisce a quelle cosiddette sovranazionali può essere utile riportare un’ultima analisi che distingue queste organizzazioni in base alle loro dimensioni in quattro tipi:

 

1) ONG Sovranazionali: sono i più grandi attori per quanto riguarda lo sviluppo e degli aiuti, operano su un ampio raggio d’azione in molti paesi e al di sopra dei confini. Queste lavorano sull’integrazione di diversi progetti che rispondono a problemi tra loro collegati come l’acqua, gli aiuti alimentari, la costruzione di asili, i progetti d’emergenza per la salute, i programmi di sviluppo comunitari. Duffield definisce queste agenzie multi-mandated[71] (con più mandati).

 

La maggior parte di queste si trovano all’interno d’un mercato competitivo in cui “si offrono” per avere grandi contratti dalle agenzie più grandi, come UNHCR e altre agenzie delle Nazioni Unite e dell’Unione europea, o anche per la gestione dell’assistenza degli Stati Uniti (USAID) e dei paesi dell’Europa occidentale (come per esempio l’ODA dell’Inghilterra). Esse hanno raddoppiato le proprie entrate nel decennio che va dal 1975 al 1985, inoltre questa tendenza è in aumento negli ultimi anni.

 

Come dimostra l’andamento degli aiuti dati alle più grandi ONG, come Oxfam e Catholic Relief Service, i loro bilanci annuali sono pari a quelli disposti per gli aiuti da alcuni governi dell’Europa occidentale. L’Oxfam, per esempio, il cui mandato include portare aiuti nelle parti del mondo in cui si è manifestata una crescente sofferenza come risultato della guerra, nel 1995 lavorava in 65 paesi in Africa, Medio Oriente, Asia, America latina e caraibica, Europa dell’est e ex Unione sovietica.

 

2)          ONG internazionali[72]: lavorano con un numero più limitato di paesi, spesso costruendo perizie specialistiche intorno a particolari temi e problemi.

 

3)  ONG nazionali: sono state formalmente scoraggiate prima del 1989 in tutti i paesi dell’Europa centrale e dell’est, nonostante l’esistenza di alcuni collegamenti con organizzazioni più grandi, per esempio con Caritas e Croce Rossa. Altre invece hanno cominciato a lavorare in un’atmosfera liberale durante gli anni ‘80 e soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, ma nonostante ciò il loro sviluppo è stato ineguale e vario. La maggior parte di queste organizzazioni sono nella migliore delle ipotesi tollerate dai governi, mentre molte invece lavorano come gruppi di pressione nel campo dei diritti umani o come mezzi alternativi di politiche sociali e di sviluppo.

 

4) ONG locali: sono basate sulla comunità, si concentrano su questioni che riguardano le singole regioni o i villaggi piuttosto che operare attraverso tutto il paese. Esse sopravvivono attraverso il lavoro dei volontari e le piccole donazioni; in alcuni stati includono anche denaro del governo locale o centrale, ma sono il più delle volte incapaci di ottenere i fondi dalla Banca Mondiale e da altri donatori.[73]

 

 

Il nuovo aspetto delle ONG: il mandato, la protezione militare, i finanziamenti

 

Già nel 1887 nella prefazione dell’editore al supplemento del giornale World Development intitolato “Le alternative allo sviluppo: la sfida per le ONG” si osservava un aumento delle ONG nell’assistenza allo sviluppo. I fattori indicati che hanno contribuito a questo fenomeno sono da un lato la percezione del fallimento delle agenzie ufficiali d’aiuto e dei governi nazionali, dall’altro un ampio contributo finanziario incanalato attraverso le ONG. Infatti le preferenze ideologiche dei governi donatori vanno al settore “privato” dello sviluppo, perciò le ONG sono riuscite a focalizzare l’attenzione su di sé.[74] Anche Macrae e Zwi affermano che durante l’ultima parte degli anni ‘80, l’Africa divenne il più grande recipiente del mondo di aiuti alimentari e assistenza umanitaria, mentre le agenzie internazionali e le ONG, i maggiori giocatori nelle realtà di instabilità politica e declino economico.

 

Le agenzie bilaterali e multilaterali hanno iniziato a promuovere sviluppo del privato, del settore no-profit per implementare i propri programmi, aumentando al fiducia nei confronti delle ONG, infatti la loro espansione in Africa è stata il risultato di tentativi internazionali di rispondere alla crisi dello sviluppo sociale associata col collasso dei governi, con la guerra, la violenza e il crollo delle strutture pubbliche di welfare.[75]

 

Collettivamente oggi queste organizzazioni costituiscono uno dei maggiori canali di finanziamento al Sud, il loro numero è vasto e in crescita continua: l’elenco stilato dal Centro di Sviluppo dell’OSCE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) comprendeva 1600 ONG del Nord nel 1980 e 2500 nel 1990.[76] Con la globalizzazione si sono aperti nuovi spazi per l’impegno umanitario e civile: 40000 ONG internazionali, 19 milioni di lavoratori, 1100 miliardi dollari in attività nel Terzo settore e il 20% di tutto l’aiuto internazionale ai paesi poveri viene gestito dalle organizzazioni umanitarie.[77]

 

Un importante passaggio del processo di sviluppo delle ONG riguarda come queste abbiano trovato spazio nei contesti di conflitto in corso. Infatti la mancanza di mandati o di mezzi per interrompere la violenza, le limitazioni alle Nazioni Unite, la riluttanza dei donatori bilaterali a trattare direttamente con i governi nazionali, popolari o con i movimenti predatori ha condotto le Organizzazioni non governative a collocarsi in prima linea nelle emergenze politiche complesse.[78]

 

Come si è già detto in precedenza, portare aiuti alimentari, in particolar modo alle vittime della violenza strutturale e armata in corso, rappresenta essenzialmente la nuova risposta ai conflitti del Terzo mondo, sia nei contesti di programmi compensativi attuati sotto i programmi di aggiustamento strutturale o sia in quelli di emergenza generata dal conflitto. Dalla metà degli anni ‘80 però la maggior parte delle missioni delle Nazioni Unite di peacekeeping hanno richiesto il cessate il fuoco per l’intervento della Comunità internazionale e la flessibilità delle ONG è diventata una carateristica fondamentale per mitigare gli effetti delle crisi umanitarie.

 

Duffield distingue varie fasi in questa evoluzione: nel periodo della Guerra fredda il ruolo e il mandato delle Nazioni Unite era limitato dalla sovranità degli altri Stati e nei casi di guerra interna, ad eccezione del comitato della Croce rossa, non era permesso andare incontro ai bisogni umanitari delle persone. In questo contesto alcune ONG hanno tentato di riempire il deficit umanitario nelle aree colpite da duri scontri; in particolar modo furono le ONG basate sulle Chiesa che operarono al di sopra dei confini nazionali. La natura informale di queste attività rinforzò l’idea che l’aiuto umanitario dovesse essere neutrale, e questo rappresentò per le ONG un momento decisivo della loro evoluzione: esse erano le sole a poter attuare programmi di sviluppo senza mandato nelle situazioni di guerra, in opposizione alle Nazioni Unite che durante il bipolarismo raramente intervennero senza un accordo di cessate il fuoco.

 

La seconda fase si riferisce alla fine degli anni ‘80 e agli accessi negoziati. In questo periodo emersero le prime operazioni al di sopra dei confini (nel sud del Sudan, in Etiopia e in Angola), conosciute come “corridoi di pace”. Questi programmi segnarono una svolta storica anche per le Nazioni Unite, che seguendo la strada delle ONG, accettarono di lavorare nelle “situazioni di conflitto non risolto”. Il fondamento di queste operazioni erano gli accessi negoziati, ovvero le Nazioni Unite garantivano accordi tra le parti in guerra per assicurare il neutrale svolgimento degli aiuti umanitari neutrali. Inoltre, questi programmi furono considerati come l’inizio di un approccio integrato delle Nazioni Unite alle emergenze, il che significava anche stabilire una formale divisione del lavoro e una direzione coordinata tra le sue agenzie.

 

In questa fase si crearono anche le condizioni per una nuova relazione tra ONG e Nazioni Unite, infatti le nuove necessità spinsero a riconoscere i limiti e le mancanze delle agenzie specializzate dell’ONU e a ridefinire un nuovo spazio per le ONG: queste si sarebbero occupate dei programmi di soccorso, mentre le Nazioni Unite avrebbero assicurato l’accesso, i fondi e provveduto alla coordinazione tra i vari attori.

 

La terza fase si ha con la Guerra del Golfo in cui vennero alla luce i limiti dell’accesso negoziato. Venne quindi introdotto l’uso di personale militare per proteggere il mandato delle operazioni di aiuto; dopo il caso del Kurdistan, esso venne applicato anche in Ruanda e in Somalia.[79]

 

La contiguità nelle emergenze tra ONG, quadri istituzionali, forze armate è un dato piuttosto diffuso che non riguarda solamente l’Africa, ma anche le crisi dell’Asia e dell’America Latina. La guerra per il Kosovo ha evidenziato per prima quanto sia discutibile la distinzione tra “umanitario di stato” (com’è stata la Missione arcobaleno) e “umanitario di base”, ovvero gli aiuti d’emergenza offerti dalle Organizzazioni di soccorso e dalle ONG. Alcune ONG nei fatti sono spesso state finanziate dai governi che conducevano la guerra, non solo perché la crisi in cui s’interveniva era precipitata, ma anche perché le infrastrutture di trasporto, le strutture di sostegno e l’organizzazione degli aiuti erano in gran parte dipendenti dalle organizzazioni militare.

 

L’intervento militare ha aperto quindi nuove opportunità per un più ampio intervento delle organizzazioni umanitarie: le ONG hanno lavorato come imprese in subappalto rispetto a quello che si è chiamato umanitario di stato e hanno supportato in alcuni casi il progetto fissato da alcuni governi dei singoli paesi e dalla Nato (che ha svolto un ruolo di coordinamento umanitario). Per quanto riguarda invece la relazione coi militari le organizzazioni umanitarie hanno agito in partnership per lo svolgimento di molte operazioni, come il trasporto di materiali e il controllo dei campi dei rifugiati.

 

Un ulteriore aspetto della relazione ONG e militari riguarda la protezione degli aiuti; le prime, infatti, per operare nelle zone di guerre hanno pagato milizie e fazioni armate (o in alcuni casi si sono dotate di armi difensive) per ottenere maggiori garanzie di sicurezza e libertà di azione. Come osserva Charles Rogers, direttore del corporate secuity per World Vision International, una delle maggiori ONG internazionali,[80] gli operatori dei queste organizzazioni, simbolo di neutralità e imparzialità, aiutando principalmente le vittime dei conflitti armati, lavorano in aree pericolose caratterizzate da un alto livello d’insicurezza e da poche protezioni.

 

Spesso si verificano incidenti, infatti, le operazioni di emergenza umanitaria complessa sono minate da molte minacce come le attività criminali, la corruzione ed gli operatori sono vittime di assassini, esplosioni di mine, rapimenti, furti. Dovendo dunque, ridurre il rischio per lo staff delle ONG, che per loro natura non possono provvedere alla propria sicurezza e salvezza, si è ricorsi all’uso di guardie armate o di imprese private di sicurezza per proteggere gli operatori o le operazioni nelle aree in conflitto. Soprattutto in Somalia furono impiegate le guardie armate per proteggere la merce e il personale durante la crisi.

 

La questione delle armi può però condurre le ONG davanti ad un dilemma morale e a profonde domande di natura etica che colpiscono il cuore delle loro missioni e dei loro fini: usare armi per una “buona” causa, che in questo caso significa salvare delle vite, significa anche accettare i mezzi con cui il conflitto è combattuto? Si sta legittimando il messaggio che con le armi si determina l’accesso agli aiuti? Oppure si manda un messaggio misto e contraddittorio alla società civile quando le ONG pubblicamente evocano la pace, la giustizia, la riconciliazione, una risoluzione negoziata al conflitto, mentre allo stesso tempo impiegano guardie armate per proteggere il loro personale e i loro beni? Usare le guardie armate può dare la percezione che le ONG siano un’altra fazione all’interno del combattimento? In molte aree dell’Africa sub-sahariana le ONG lavorano con il consenso dichiarato o tacito delle autorità locali, spesso però queste variano da leaders dei clan a governi ufficiali e legittimi ed è lecito chiedersi se usare guardie armate possa danneggiare gli accordi, il clima di fiducia e neutralità intorno agli aiuti umanitari.

 

Riprendendo gli attributi utilizzati per descrivere le ONG (private, volontarie, autonome, no-profit, flessibili, innovative, libere, neutrali, al di fuori delle alleanze politiche) rimangono da chiarire i concetti di autonomia, libertà, non-politicità, che come “linee guida” sono spesso state criticate e a volte contraddette. Negli ultimi anni si sono verificate importanti trasformazioni nel campo dei finanziamenti alle ONG che lavorano nelle emergenze: la procedura adottata per erogare i fondi necessari agli interventi è diventata più rapida.[81] Per esempio, in Gran Bretagna l’aiuto destinato per i rifugiati e alle conseguenze delle calamità è stato affidato sempre più alle ONG, tanto che esse sono responsabili del 75% annuo dell’aiuto alimentare erogato da Londra.

 

Lavorare nel campo delle emergenze, che è per definizione un’area di intervento immediato, permette alle grandi ONG internazionali di avere accesso ai fondi in maniera più veloce, in quanto solo questi tipi di aiuti vengono pagati anticipatamente. Un fenomeno in crescita da non trascurare è il business e la competizione che si crea tra le varie ONG che vedono nelle CPE la possibilità di finanziamenti ingenti e quindi l’occasione di lavorare, sopravvivere e crescere come organizzazione.

 

Nella regione dei Grandi Laghi, per esempio, durante il 1994-95, anni di forti tensioni e conflitti in seguito al genocidio avvenuto Ruanda, operavano circa 200 ONG. Anche Smillie sostiene che queste organizzazioni, che a lungo si sono vantate di saper raggiungere i più poveri con rapidità, efficacia ed efficienza soprattutto nelle situazioni di emergenza, sono sempre più disposte a lavorare in questi contesti, aumentando quindi la concorrenza per i finanziamenti e per le risorse scarse disponibili.[82]

 

In Italia, dove la maggior parte delle ONG non può contare su donazioni private di rilievo, la crescita di queste organizzazioni in competizione per fondi di denaro governativi ha originato un genere diverso di concorrenza che consiste nell’attrarre l’attenzione dei burocrati a cui spetta il compito d’esaminare le proposte dei progetti d’intervento.[83] La crescente concorrenza per la ricerca di finanziamenti destinati all’attività di sviluppo, inoltre, induce certe ONG a puntare solo sugli appelli legati all’emergenza, rinunciando ad occuparsi dei progetti di cooperazione di medio-lungo periodo.

 

In parte è stato già affrontato il legame che unisce le Organizzazioni non governative con altri attori, come le Nazioni Unite, manca invece un’analisi più approfondita sulla relazione con i governi donatori del Nord. The Economist a questo proposito scrive che la principale ragione del recente boom delle ONG è che esse sono finanziate dai governi occidentali. Questa non è una questione di carità, ma di privatizzazione: molti gruppi non governativi stanno diventando contraenti in appalto dei governi.[84] Gli Stati occidentali dipendono sempre più da queste organizzazioni per attuare i programmi di aiuto contro la povertà e per sostenere le attività a favore dei rifugiati, dell’aiuto alimentare e dell’emergenza, però a loro volta possono aumentare le pressioni sulle ONG perché esse si adeguino alle priorità governative.[85]

 

Anche De Waal sostiene che le ONG sono diventate da un lato i circuiti preferiti dei governi occidentali per erogare aiuti d’emergenza, dall’altro solo strumenti per attuare le loro politiche.[86] Duffield afferma che la crescita di questi canali ufficiali di fondi destinati alle ONG, rinforzata dall’alto costo necessario per i lavori di soccorso, ha dato ai donatori un significante mezzo per influenzare le priorità di welfare dei paesi in cui si interviene. Inoltre, questa tendenza ha cambiato la natura di molte ONG, trasformandole da corpi relativamente indipendenti ad attuatori della politica dei donatori.[87] La flessibilità e la conseguente erosione della responsabilità collettiva nelle relazioni internazionali è stata aiutata anche dalla crescita del settore privato e competitivo delle ONG: la dipendenza finanziaria dai governi donatori, unita alla loro abilità nel lavorare in una varietà di situazioni è stata fondamentale nel lasciare che i governi del Nord formassero i programmi umanitari intorno ai loro interessi nazionali.[88]

 

È quindi giusto chiedersi, come fa Smillie, come queste organizzazioni possano chiamarsi non governative e nello stesso tempo ricevere metà dei propri fondi da fonti che invece sono governative?[89]

 

 

Le problematiche aperte dell’intervento delle ONG

 

In questa sede non intendo fare una valutazione tecnica e precisa dei vari progetti di aiuto nelle aree di emergenza complessa dell’Africa, in quanto ognuno di essi andrebbe analizzato in tutti i suoi aspetti e certamente non basterebbero i rapporti forniti dalle ONG e dalle altre agenzie, ma piuttosto sarebbero necessari studi indipendenti, che intervistino i beneficiari, le comunità, i politici, le organizzazioni locali e che in un secondo momento osservino e monotorizzino i risultati e gli effetti in un arco di tempo più ampio. Si cercherà, quindi, di evidenziare solo alcuni aspetti che risultano particolarmente preziosi al fine di chiudere questa analisi, mostrando i meccanismi, le problematiche e le contraddizioni dell’intervento d’emergenza e del ruolo delle Organizzazioni non governative.

 

La testimonianza del Corno d’Africa e dell’Africa del sud ha dimostrato che il ruolo delle ONG, in contesti di emergenza in cui è in corso una forte crisi dello Stato, può fare emergere effetti collaterali significativi. Innanzitutto per operare in condizioni che sono state definite instabili e complesse è necessario disporre di approfondite conoscenze sulla realtà in cui s’interviene, sulle situazioni conflittuali (e le sue dinamiche). Inoltre bisognerebbe apprendere dalle critiche, dai fallimenti, mettersi in discussione, confrontare i modelli di intervento e le strategie delle ONG, mettere in rete i risultati e le competenze. Anche le istituzioni locali rimangono degli attori essenziali per raggiungere una pace sostenibile e per costruire progetti allo sviluppo di lungo periodo.

 

Purtroppo però in alcuni casi le operazioni di soccorso hanno contribuito alle dinamiche del conflitto e alla crescita delle economie di guerra. È stata generalmente riconosciuta la deviazione degli aiuti alimentari per fini militari, infatti negli anni ‘80 i guadagni più sostanziali furono fatti dai governi capaci effettivamente di tassare le entrate degli aiuti o di deviare i convogli dei soccorsi destinati alla popolazione a favore delle proprie truppe (attraverso la vendita degli stessi al mercato nero in cambio di armi). In Sudan e in Etiopia, ad esempio, è apparsa chiaramente questa situazione in cui le operazioni di soccorso su larga scala condotte dalle ONG internazionali hanno costituito una fonte principale di denaro corrente per i regimi in guerra, alimentando quindi le risorse e il perpetuarsi dei combattimenti.

 

Inoltre il sistema internazionale degli aiuti di emergenza può alimentare tacitamente il conflitto in altri modi: ci sono state sicuramente alcune operazioni (come quelle nel Tigrai e in Eritrea) in cui le reti di sicurezza delle ONG hanno operato nelle aree controllate dal governo, mentre in altri paesi le operazioni di soccorso hanno spesso provveduto a supporti indiretti per le tattiche contro-insurrezionali. Dove i governi e i movimenti hanno spopolato alcune aree (creando flussi di rifugiati), le ONG internazionali hanno spesso acquisito il ruolo di fornitori di aiuti alimentari per la popolazione sfollata: mentre questo tipo di appoggio può essere cruciale nel breve periodo, nel lungo periodo invece può tacitamente ricompensare le strategie militari delle parti in guerra.[90] Si vedranno in seguito gli esempi del Sudan, in cui la popolazione civile è stata raggruppata in campi ristretti, con alti rischi per la salute, contribuendo ad attuare le politiche di emarginazione del governo di Khartoum e il caso dei campi dei rifugiati nell’ex Zaire, all’interno dei quali gli estremisti hutu, che si stavano riarmando, costituivano una nuova minaccia per il vicino Ruanda.

 

Un altro aspetto problematico inerente agli interventi delle ONG riguarda le implicazioni dirette e indirette che essi hanno avuto sulla governance locale. Le organizzazioni umanitarie possono contribuire ad appoggiare il declino delle rimanenti istituzioni, sia operando attraverso canali paralleli (un esempio sono le compagnie private di sicurezza), sia scavalcando l’autorità statale, e quindi limitando anche la capacità nazionale per un’azione coordinata di soccorso e di sviluppo. Alcuni autori sostengono che questo tipo di modello d’azione emerse per la prima volta in Mozambico, dove le istituzioni di governo erano solitamente deviate dalle agenzie umanitarie che riducevano ulteriormente la capacità dei governi di assicurare un’equa distribuzione delle risorse. In maniera simile anche in Somalia e Somaliland, la riluttanza delle Nazioni Unite a lavorare con le rimanenti istituzioni pubbliche minò sempre più i tentativi di risanare le istituzioni civili sconvolte dal conflitto.[91]

 

 

La natura limitata degli aiuti

 

L’intervento umanitario non credo sia un’azione meccanica e lineare che provoca delle conseguenze controllabili e coerenti con gli obiettivi iniziali, ma è piuttosto un tipo d’intervento che s’inserisce e interviene in un sistema complesso, d’emergenza politica e produce determinati effetti che in qualche modo lo fanno diventare parte del sistema. Come si è detto in precedenza, l’arrivo di aiuti di soccorso in contesti destabilizzati può rappresentare un “affare” per molti attori (come i signori della guerra, i militari, le élite locali, gli imprenditori internazionali) e creare un’ulteriore deregolamentazione che quindi contribuisce a destrutturate i già fragili sistemi politici e sociali.

 

Kaldor afferma che la pratica degli interventi umanitari è ostacolata da un’insufficiente comprensione della natura delle nuove guerre, che spesso vengono interpretate in termini tradizionali, tralasciandone il carattere complesso e i legami tra guerra, politica e economia. Anche per questa ragione le organizzazioni di soccorso spesso hanno fallito nel prevenire i conflitti, ed hanno aiutato a perpetuarli in vari modi, come ad esempio attraverso la fornitura di aiuti umanitari, che costituiscono una fonte di entrata per le parti in lotta.[92]

 

Alcuni autori ritengono che gli operatori umanitari abbiano rinunciato ad interrogarsi e ad affrontare le cause che determinano le situazioni fragili e delicate in cui s’interviene, mantenendo così ad un approccio che non riesce a disinnescare i meccanismi e le radici della conflittualità, dell’instabilità.[93] Quindi anche “la scarsa conoscenza” del contesto in cui si va ad operare può generare effetti perversi: la politica degli interventi umanitari risponde sempre più alle CPE con un’assistenza medico-sanitaria e alimentare, che per molti versi può essere considerata inadeguata come mezzo per “curare” dei processi di sradicamento socio-economico e di esclusione politica.  Assistendo, infatti, i rifugiati, i malati, i feriti, senza però intaccare il sistema e i suoi meccanismi, che a loro volta indeboliscono sempre più gli Stati e la società civile, senza ricercare la collaborazione efficace con le istituzioni locali, gli aiuti delle ONG si riducono a “cerotti” messi sulle persone.

 

Anche Edwards afferma a questo proposito che le emergenze non possono essere risolte solo da mezzi tecnocratici, pacchetti standardizzati di aiuti di cibo o truppe delle Nazioni Unite, perché i processi coinvolti sono troppo locali e radicati per questo tipo di sostegno. Il cibo e gli altri materiali d’assistenza, quindi, possono essere utili nel tamponare dei vuoti nel diritto d’acquisto delle persone, ma devono anche essere parte di una ponderata una strategia di sviluppo più ampia. È molto più importante l’intervento sulle cause della crisi: salvare i mezzi di sussistenza, non solo le vite, supportare le istituzioni deboli non solo le persone, ricostruire le risorse fisiche e sociali e migliorare l’autorità (governance), non solo il governo (government).[94]

 

 

Il modello dei disastri naturali

 

Il modello adottato per erogare aiuti in seguito a dei disastri naturali è stato trasferito “in modo a-critico” ai contesti d’emergenza, profondamente diversi tra loro, portando quindi alla distribuzione di aiuti di tipo standard, “monodimensionali”, che spesso trascurano la natura politica del problema e il legame tra strutture economiche e politiche. In Angola e in Somalia, per esempio, nonostante si trattasse di emergenze di tipo politico, i programmi di soccorso delle ONG si sono concentrati sull’erogazione di merci e servizi di sopravvivenza di base, che avevano un’origine operativa che rispondeva alle alluvioni e alla siccità, e quindi ai disastri naturali, non alle crisi politiche.

 

Duffield sostiene che la risposta più comune alla crisi politica o agli scontri, considerati solo come un contrattempo transitorio, è la monodimensionalità degli interventi umanitari. Di conseguenza gli aiuti sono stati forzati e limitati ad una serie di compromessi amministrativi e finanziari e successivamente affidati al personale delle ONG che lavorano solo in modo temporaneo nelle zone di CPE[95]. Il modello dei disastri naturali applicato anche alle condizioni d’emergenza del continente africano ha fornito, secondo l’autore, uno schema già stabilito, standard per tutte le situazioni di soccorso, che comprende anche quelle in cui vi è una manifesta violenza fisica o un collasso a livello sociale e statale.

 

De Waal sostiene che questo modello è una conseguenza della depoliticizzazione degli aiuti, che richiedeva alle Organizzazioni non governative di conformarsi ai propri ruoli, proibendogli di prendere una posizione politica, e quindi di attuare aiuti che potessero avere delle implicazioni politiche.[96]      

 

 

Quale promozione dello sviluppo e collaborazione locale?

 

Un altro aspetto della natura limitata degli aiuti delle ONG riguarda la brevità e la mancanza di continuità degli interventi nelle emergenze. Spesso collegata all’etichetta “emergenza” vi sono delle importanti dinamiche che fanno muovere le Organizzazioni non governative: come si è osservato, alcune organizzazioni hanno trovato nei progetti per arginare le crisi umanitarie un sorta di fonte di ricchezza, legata ai finanziamenti dei governi occidentali o delle agenzie delle Nazioni Unite.

 

Molte di queste organizzazioni hanno quindi subito un cambiamento interno, una trasformazione che però spesso le ha rese più dipendenti e pilotate dalle logiche burocratiche ed aziendali, tanto da anteporre la propria promozione e autoconservazione a discapito dei risultati a lungo termine o dell’efficacia del progetto. La condizione di emergenza fa erogare denaro in maniera più tempestiva per fornire aiuti temporanei, assistenza d’emergenza appunto, che non lascia spazio né incoraggia programmi coordinati anche nella fase d’emergenza o progetti per la costruzione di un ponte tra soccorso e sviluppo.

 

Inoltre le Organizzazioni non governative, per definizione, dovrebbero lavorare “dal basso” e quindi cercare la collaborazione degli attori locali, sfruttando al meglio la loro conoscenza del territorio, degli attori, delle motivazioni del conflitto e delle dinamiche parallele di un’emergenza politica. Il più delle volte, però, le ONG agiscono senza cooperazione e al di sopra e della governance locale, mentre i soccorsi effettivi in una emergenza politica dovrebbero richiedere la piena partecipazione e l’approvazione delle delle istituzioni e delle parti politiche locali.[97]

 

Da alcune ricerche svolte in Sudan e in Etiopia è stato mostrato che la priorità principale delle persone durante una carestia non è la necessità di maggiori quantità di cibo da mangiare, ma piuttosto il bisogno di preservare i beni e le risorse che essi hanno già (come dei semi per la stagione successiva di semina) in modo da sottrarsi alla povertà.[98]

 

Alex de Waal percepisce nell’ “l’internazionalizzazione dell’umanitario” un élite trans-nazionale composta da personale delle agenzie di soccorso internazionale, esperti, accademici, giornalisti specializzati che, da quando è cresciuta in modo sistematico, è diventata la forma più potente e controversa che definisce gli approcci all’emergenza.[99] L’autore ritiene che queste agenzie di aiuto dovrebbero diventare molto più politiche e sviluppare analisi complete sulle condizioni dei paesi in cui intervengono, proponendo soluzioni d’intervento più compiute.[100] Parlando delle emergenze alimentari, egli concorda con Amarttya Sen[101] che le carestie e le crisi alimentari sono sempre più spesso diventate il risultato o le conseguenze di conflitti, guerre, migrazioni forzate, e quindi la fame non è dovuta alla scarsezza assoluta di cibo.

 

Anche Chossoudouvsky osserva che le carestie nell’epoca della globalizzazione sono causate dall’uomo e che la fame è soprattutto una questione politica.[102] Già nel 1989 De Waal sosteneva che la carestia nel Sudan occidentale a metà degli anni Ottanta fu superata soprattutto grazie alla popolazione locale, e non alle agenzie di aiuti.[103] Molte ONG e Agenzie umanitarie intervengono con una metodologia che “sembra non comprendere” le origini e i meccanismi della fame, rispondendo quindi con più cibo e più assistenza, esse diventano in alcuni casi parte del problema, non della soluzione e aumentano la dipendenza dagli aiuti esterni.

 

Il Sudan ci offre un classico esempio di come la politica, la guerra e la carestia interagiscano tra loro in una spirale che da un lato porta alla rovina delle economie e della popolazione civile e dall’altro è lasciata imperturbata ed intatta anche da molti interventi esterni. Dal 1983 in questo paese sono morti un milione e mezzo di persone come risultato della fame, delle malattie e dell’attività militare provocata dalla guerra civile tra le forze governamentali del nord e i ribelli del sud.[104] Le carestie sono emerse come risultato di una lunga storia di lotte politiche, e la fornitura di aiuti di soccorso è rimasta in modo sempre maggiore intrappolata in questi processi.

 

Negli anni ’80 i donatori accettarono le richieste del governo di occuparsi dei campi dei rifugiati nel nord del Sudan e dell’Etiopia, sottraendo la fornitura di aiuti di sostentamento (acqua potabile, foraggio, prezzi garantiti per il bestiame, occupazioni temporanee e servizi medici) a coloro che si trovavano nel sud del paese. Il risultato di questa ridefinizione degli obiettivi dell’aiuto fu che parte della popolazione bisognosa si mosse in massa verso i campi di soccorso allestiti dalla Comunità internazionale insufficientemente forniti e incapaci di provvedere alle esigenze degli sfollati. Qui morirono un alto numero di persone, non a cause della fame, ma per la diffusione di malattie.[105]

 

Anche la complessa situazione vissuta in Somalia e la molteplicità dei fattori in gioco consentono alcune considerazioni sugli interventi in questo paese frammentato dopo la caduta di Siad Barre. L’operazione Restore Hope era un intervento multilaterale avviato nel dicembre del 1992 con cui l’amministrazione Bush decise di inviare un consistente contingente militare in Somalia a protezione della distribuzione degli aiuti umanitari, dopo una fase di circa un anno di immobilismo da parte dell’ONU. Questo tipo di aiuto però non fece altro che incrementare la lotta per l’accesso a tali risorse, infatti l’obiettivo della corretta distribuzione di derrate alimentari trascurò che proprio i signori della guerra erano massicciamente coinvolti nelle operazioni di aiuto alimentare e di commercio.[106]

 

Anche il problema della selezione degli interlocutori che avrebbero dovuto sedersi al tavolo delle trattative, insieme alle disattenzioni verso le condizioni politiche in Somalia, sono tutte questioni che sono state decisamente sottovalutate nel momento iniziale della pianificazione, tanto da parte dell’ONU quanto da parte americana ed italiana, mostrando così un’assenza di strategia politica e diplomatica.[107]

 

 

La strumentalizzazione degli aiuti tra deviazioni e eserciti

     

L’arrivo di aiuti umanitari in un contesto così destabilizzato come quello delle emergenze africane con sistemi economici instabili, paralleli e di predazione può accrescere la competizione per le risorse scarse e può diventare una tattica importante per signori della guerra. Kaldor include nelle forme di finanziamento della guerra anche l’assistenza umanitaria, in quanto afferma che vi sono vari modi con cui i governi in guerra o le fazioni riescono a deviare gli aiuti a proprio vantaggio.[108] Il metodo più usato è quello delle imposte doganali: insistendo sull’uso del tasso di cambio sopravalutato, ad esempio, i governi del Sudan e dell’Etiopia sono riusciti a trarre profitto dall’arrivo degli aiuti umanitari.[109] Anche Duffield sostiene che i ministeri del Tesoro di alcuni governi nel Corno d’Africa hanno avuto i più grandi benefici dalle operazioni umanitarie internazionali attraverso la sopravalutazione ufficiale della moneta locale collegata alla moneta forte.[110]

 

Tuttavia vi sono anche altri modi per accaparrarsi gli aiuti d’emergenza, compresa la rapina e l’imboscata. Il carattere frammentato e informale della guerra e della situazione politica favorisce e in qualche modo corrisponde a quello altrettanto informale dell’economia. Come già spiegato trattando delle dinamiche delle CPE, al posto di una economia nazionale formale, con la sua enfasi sul controllo statale, si è affermata nel continente africano un’economia globale e informale, in cui flussi esterni, soprattutto l’assistenza umanitaria e gli aiuti delle Organizzazioni non governative internazionali, s’intrecciano ad una struttura locale e regionale basata sul trasferimento di beni e sul commercio extra-legale.

 

Il sostegno esterno destinato alla popolazione, quindi, viene facilmente trasformato in risorse militari mediante la vendita dei beni al mercato nero, che accrescono ulteriormente la capacità delle varie unità combattenti di estorcere risorse ed in questo modo di sostenere gli sforzi militari. Duffield 0descrive quanto accadeva in Sudan, dove esisteva un commercio illegale in dollari che coinvolgeva anche l’ex Zaire e l’Uganda e che usava i convogli di aiuti per il trasporto ed il controllo dei prezzi. L’economia parallela consiste in un certo numero di livelli o sistemi interconnessi: nelle reti parallele regionali ed internazionali, che commerciano in merci e valute pregiate, si intreccia inizialmente l’assistenza umanitaria e mano a mano che i beni affluiscono verso l’alto e l’esterno, fino ad arrivare alla fuga di capitali, gli aiuti umanitari affluiscono verso il basso attraverso gli stessi o simili sistemi di potere.[111]

 

I signori della guerra, i leader, i governi in disfacimento manipolano, quindi, le agenzie umanitarie come non era mai accaduto in precedenza e con varie finalità: dare da mangiare alle truppe, rifornire gli aerei di carburante, occupare vasti territori attraverso le infrastrutture logistiche. Gli aiuti umanitari possono essere utilizzati dalle fazioni in lotta come strumenti e risorse strategiche. Tony Vaux, che ha lavorato con Oxfam dal 1972 al 1999 ed è stato coordinatore dei suoi programmi d’emergenza in Etiopia, Sudan, Mozambico e Somalia, sostiene che fornire attraverso le agenzie di aiuti sacchi di cibo era di fatto come fornire kalashnikov, perché gli uni potevano essere scambiati negli altri nel giro di poche ore.[112]

 

Anche in Etiopia, sostiene Edwards, la situazione fu molto simile a quella del Sudan, in cui gli aiuti di emergenza furono manipolati sistematicamente dalle forze di governo che combattevano nel Tigrai e in Eritrea.[113] Per De Waal l’arrivo di grandi aiuti contribuì alla sopravvivenza del governo etiope e dell’esercito, che era la principale ragione della fame nel paese, infatti le quote di aiuti alimentari internazionali furono deviati dalle milizie del governo, che permisero di mantenere i soldati all’interno dell’esercito, che altrimenti lo avrebbero abbandonato presto.[114]

 

Il caso che forse ha messo più in luce questo tipo di manipolazione riguarda il clima di rivolta nell’ex-Zaire che ha rovesciato il dittatore Mobutu Sese Seko e insediato Laurent Kabila. In questo caso l’iniziativa umanitaria è diventata un sostituto dell’intervento diplomatico e militare e ha mostrato come le agenzie umanitarie si siano trovate incapaci di gestire situazioni esplosive e di distribuire aiuti senza diventare una risorsa per le parti belligeranti. Pomfret, giornalista del Washington Post, sostiene che nel caso del Congo le ONG e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite (UNHCR) non soltanto hanno svolto un ruolo di primo piano visibile, ma addirittura hanno contribuito a innescare il conflitto.[115]

 

In questa vicenda l’esercito di Mobutu dirottò alcuni voli dell’ONU per trasportare armi destinate alla sua lotta contro i ribelli, più in specifico gli aerei atterrarono nei campi profughi costruiti dalle Nazioni Unite che ospitavano i profughi hutu (erano coloro che avevano perpetrato il genocidio in Ruanda contro i Tutsi), diventando la prima linea di difesa di Mobutu. Kagame, allora vicepresidente e ministro della difesa del Ruanda, pianificò la ribellione di Kabila al regime di Mobutu al fine d’impedire che i campi armati costituiti sul confine dei due paesi destabilizzassero il suo governo. Involontariamente le organizzazioni umanitarie aiutarono le sorti del conflitto anche in questa occasione, appoggiando l’altra parte: Kabila e il suo esercito rubarono il carburante per gli aerei da un deposito delle Nazioni Unite, che servì per trasportare al sud del paese trecento uomini delle truppe d’assalto e per conquistare la città di Lubumbashi. Inoltre le truppe ribelli a Mobutu riuscirono inoltre ad impadronirsi anche di automezzi e aiuti alimentari.[116]

 

Gli esempi sopra chiudono in un certo senso il cerchio dell’analisi che avevamo aperto, mostrando come portare aiuti in un contesto politico di CPE, non democratico, in cui vige autoritarismo, violenza e oppressione è estremamente pericoloso perché si può finire col rafforzare gli oppressori piuttosto che gli oppressi. In altri casi i paesi occidentali appoggiano politicamente, grazie anche agli aiuti delle ONG, un governo corrotto. Duffield parla del “appoggio tacito dei donatori e della negazione degli aiuti alimentari”.

 

In Sudan e in Etiopia la negazione dello Stato di aiuti internazionali di cibo ai civili nelle aree contese era accompagnata da una varietà di mezzi a loro disposizione: la riluttanza a riconoscere le condizioni d’emergenza, assicurazioni false ai donatori sul fatto che gli aiuti erano stati distribuiti, problemi logistici e ritardi, negazione dell’accesso alle valutazioni. Solo nel 1989 in Sudan alcuni donatori sono diventati più critici e hanno tagliato gli aiuti, mentre nel nord del paese, molte ONG insieme alle Nazioni Unite hanno continuato a provvedere un aiuto tacito per le politiche del governo sfruttatore.[117]

Un altro tipo di collaborazione può avvenire quando le élites locali stringono dei patti con le agenzie internazionali e le ONG per garantirsi potere e guadagno dagli aiuti. Un esempio recente è la Declaration of Common Understunding, un accordo firmato il 1 marzo 2000 tra l’Esercito di liberazione popolare del sud del Sudan (SPLA) e 32 ONG impegnate nel paese che dovrebbero ufficialmente regolare il coordinamento delle attività di assistenza alle popolazioni del Sudan meridionale. In sostanza, però, il movimento armato ha stabilito le condizioni per svolgere l’azione umanitaria sul proprio territorio, e tra le varie condizioni vi è anche l’imposizione dell’adesione ai principi politici dell’SPLA. Comunque forse anche per questo motivo 11 ONG hanno preferito non firmare e sospendere i loro programmi.[118]

 

La questione dei campi dei rifugiati hutu in Congo, a cui si è fatto un breve riferimento poco sopra, può considerarsi un altro caso di contributo alla violenza e al conflitto attraverso una sorta di collaborazione. Nel luglio 1994 quasi un milione di ruandesi fuggirono verso l’est dell’ex-Zaire, dove l'UNHCR offrì loro assistenza e protezione. Non si trattava però di rifugiati: la Convenzione del 1951 definisce il rifugiato come una persona “in fuga per un fondato timore di persecuzione” e vieta che questo status venga concesso ai criminali di guerra. Infatti l’esodo ruandese, lungi dal verificarsi in maniera spontanea, fu organizzato dalle stesse forze che avevano perpetrato il genocidio del ‘94 e i persecutori erano diventati quegli stessi soldati in fuga che vennero accolti come “rifugiati” e allo stesso titolo dei civili nutriti, curati, protetti.

 

Inoltre, in violazione della Convenzione africana sui rifugiati, i campi rimasero insediati sul confine ruandese. Gli estremisti hutu poterono insediarvi le loro basi militari e riarmarsi, violando un’altra regola interna all’UNHCR, emanata nel1987 e ribadita nel 1995, secondo cui tutti i campi profughi devono essere smilitarizzati. Alcune testimonianze “non ufficali”, di giornalisti, diari sostengono che tutti s’addestravano all’uso delle armi, il loro acquisto avveniva in pubblico”.[119] Nel giro di qualche settimana quindi, le agenzie dell’ONU e le ONG utilizzando i campi profughi come base politica, hanno consentito al governo hutu ruandese di costituirsi nella regione orientale del Congo.

 

Poiché al tempo stesso i massacri organizzati dagli estremisti rimobilitati si intensificavano nuovamente nell'ovest del Ruanda, il governo ruandese optò alla fine per l’ultima azione possibile: un attacco militare (con cui ebbe una schiacciante vittoria), mentre l'UNHCR rispose facendo appello a una forza internazionale per proteggere i campi. De Waal commenta questa situazione affermando in nome dei principi umanitari, l'UNHCR e svariate organizzazioni umanitarie hanno “coperto” una forza militare estremista. Per ben due anni e mezzo l'ONU non ha applicato nessun tipo di sanzione contro l'utilizzazione abusiva dei suoi programmi seppure centinaia di milioni di dollari furono destinati agli aiuti umanitari erano stati stornati per sostenere un nuovo genocidio.[120]

 

La collaborazione delle Organizzazioni non governative all’interno dei campi è fortemente sostenuta da Pomfret, che afferma che gli esponenti delle Nazioni Unite e i membri delle organizzazioni umanitarie hanno effettivamente incoraggiato gli estremisti hutu ad assumere il comando dei campi, ritenendo che distribuire gli aiuti e mantenere l’ordine sarebbe stato più facile con l’aiuto d’un governo in esili. Egli inoltre sostiene che questo ha portato anche ad istituire un sistema per tassare i profughi all’interno dei campi, infatti togliendo parte degli aiuti internazionali, essi potevano essere rivenduti sul mercato nero e usarne il ricavato per acquistare armi.

 

Il problema dei campi dei rifugiati apre varie questioni, tra cui il problema della sicurezza al suo interno (in alcuni casi sono stati denunciati anche abusi e stupri[121]) e quella dell’economia parallela che si può riprodurre in quei luoghi in cui le ONG agiscono più direttamente e in cui dovrebbero avere il maggiore controllo sui mezzi e sugli attori.

 

Dagli esempi riportati, dal modo in cui proseguono i conflitti in Africa e dalla poca attenzione che sembra offrirgli la Comunità internazionale e i media, risulta chiaro che la disponibilità delle potenze occidentali a farsi coinvolgere in questo genere di nuove guerre è scarsa. Ciò potrebbe significare che le uniche pedine in grado di “muoversi sullo scacchiere” rimarrebbero le ONG che si potrebbero trovare sempre più in prima linea davanti alle crisi politiche e di sicurezza, sostituendo anche la forza politica di altri autori.

 

Questo dato può offrire lo spunto per due tipi di osservazioni: una che riguarda il bisogno da parte di queste organizzazioni di riformarsi e prendere più seriamente la questione della politica e dei diritti umani, la seconda invece si riferisce al rapporto tra ONG e governance e all’usurpazione del ruolo tradizionale dei governi a cui sta portando questo processo di dipendenza, privatizzazione, global governance e aiuto.

 

Keen individua altre circostanze, oltre a quelle indicate, in cui l’aiuto d’emergenza delle Organizzazioni non governative può contribuire in maniera indiretta alla violenza e alla sofferenza. La contro-insurrezione che si basa sulle aree spopolate dalla forze dei ribelli, per esempio, in molti casi fa uso degli aiuti d’emergenza per monitorare i civili in quelle aree; l’aiuto di soccorso offerto dalle ONG è stato strumentalizzato in questo modo in Etiopia e in Sudan. In quest’ultimo caso, per fare un esempio, l’aiuto alimentare venne concentrato nei campi dei rifugiati confinanti con l’Etiopia e nelle città del sud presidiate dalle milizie governative: questa tattica, favorita dalle ONG, aiutò il governo di Khatoum principalmente a spopolare le zone del sud, ricche di petrolio, in secondo luogo servì per concentrare i civili in campi profughi (che si è già osservato essere in pessime condizioni igieniche e con alte possibilità di malattie) e in ultimo, come effetto contrario, diede una ragione all’SPLA per attaccare e depredare i carichi di aiuti portati dalle agenzie internazionali.[122]

 

Tradizionalmente l’aiuto d’emergenza è stato dipinto come neutrale in quanto le questioni umanitarie devono rimanere distinte dalla “politica sporca della guerra”.[123] Inoltre l’idea di un aiuto umanitario neutrale si basa sull’opinione che la sofferenza dei civili sia un risultato incidentale della guerra (sono i cosiddetti “effetti collaterali”). Le crisi degli anni ‘90, però, hanno mostrato che l’aiuto inevitabilmente influisce sulla politica e sull’economia dei paesi in guerra, e a sua volta questo è influenzato dalle logiche dei conflitti.

 

Gli interventi delle organizzazioni, che sono stati attuati in alcuni casi senza analisi dettagliate sulle sue conseguenze politiche e sugli ostacoli alla sua distribuzione, hanno contribuito anche all’uso di quella che Keen definisce “violenza”. Le ONG in alcune condizioni particolarmente pericolose ed instabili possono astenersi dall’intervenire oppure possono schierarsi, in modo indiretto, al fianco di gruppi che li commettono (molti autori portano come esempio il caso dei campi di rifugiati a Goma che ospitavano gli estremisti hutu). A questo proposito e sul ruolo “debole” della posizione delle Organizzazioni non governative Prendergast afferma che gli interventi non hanno saputo proteggere i diritti umani[124], mentre De Waal, che auspica ad un ruolo più “politico” per le ONG, sostiene che l’enorme riversarsi di aiuti di soccorso in Africa per oltre 10 anni ha contribuito all’istituzionalizzazione della violenza.[125]

 

Da più parti “è denunciato” che le Organizzazioni non governative che lavorano in condizione di emergenza politica complessa dovrebbero assumere posizioni critiche rispetto alla violenza (che può inasprirsi anche grazie agli interventi che portano nei paesi). Alcuni autori, come De Waal e Duffield, suggeriscono che queste organizzazioni dovrebbero essere più sensibili alle violazioni dei diritti umani e denunciare gli abusi di cui sono testimoni, rischiando anche di compromettere la loro capacità di intervento, in quanto la politica rimane un fattore importante e non trascurabile e le organizzazioni no-profit non possono continuare a nascondersi dietro al principio della neutralità.[126]

 

Duffield, inoltre, fa una distinzione tra due gruppi di Organizzazioni non governative in base anche al tema dei diritti umani: le ONG conservatrici, che s’allineano coi più forti, con i governi donatori del Nord e quelle che chiama progressiste, che hanno cercato di mantenere una certa indipendenza in relazione alle grandi operazioni di sub-appalto, hanno inoltre provato a proteggere i mezzi di sussistenza usando una varietà di strumenti (come, per esempio, i programmi di vaccinazione per il bestiame, schemi di accreditamento) e hanno fatto pressioni sulla questione dei diritti dell’uomo, tentando di esporre i limiti del sistema umanitario internazionale.[127]

 

 

Quali sono le implicazioni per la governance?

 

Nel corso di tutta la trattazione si sono mostrati i motivi della debolezza dello Stato africano e gli effetti di questa che hanno indotto ad affidare un ruolo di primo piano ad organismi esterni e privati. A questo punto si può aggiungere alla predominanza delle logiche neoliberiste e della globalizzazione (che hanno accresciuto la privatizzazione dei servizi pubblici e la riduzione dell’apparato dello Stato) anche la gestione esterna e quindi l’internazionalizzazione dell’assistenza nelle emergenze politiche complesse, nel nostro caso affidata alle Organizzazioni non governative. In questa parte si esaminerà come questo tipo di amministrazione, invece di risolvere quella situazione descritta come “fallimento della governance”, abbia contributo ulteriormente a diminuire l’importanza dello Stato africano, della sua sovranità, minando ancor più la capacità ricettiva dei governi.

 

Dall’analisi di Luckham e Cliffe lo Stato-nazione si trova indebolito su molti fronti, che possono essere raggruppati in quattro tipi di compiti mancati o fallimenti.[128] Il primo riguarda il fallimento delle politiche di sviluppo e della capacità di rispondere alle situazioni di povertà, il secondo riguarda l’assenza di un sostanziale processo democratico che, con le scelte attuate dopo l’indipendenza, non si stava dirigendo verso un’elite governativa responsabile e legittimata. In terzo luogo si è parlato del fallimento della gestione del conflitto da parte dello Stato, che non è riuscito ad attenuare le tensioni politiche, a trovare soluzioni per la dissidenza interna e la via per il raggiungimento della pace, ma si è sempre più indebolito attraverso la conflittualità latente e manifesta.

 

Questa incapacità delle istituzioni di offrire nuove soluzione per arginare le ostilità ha permesso alle Nazioni Unite e alle sue agenzie d’avere un ruolo sempre più d’intervento nel cercare di riportare stabilità, sicurezza e pace, con le missioni di peace keeping, peace making, con l’uso delle forze armate, dei negoziati o di accordi con gruppi di potere locali. L’ultimo fallimento della governance riguarda l’incapacità dello Stato nel mantenere il controllo del monopolio della coercizione; questo ha permesso la degenerazione del conflitto intrasociale e la nascita di gruppi armati e delle compagnie private di sicurezza.

 

Per orientarsi nell’analisi delle implicazione che le ONG internazionali possono avere avuto sulla governance e sulle funzioni dello Stato, farò riferimento alle tematiche indicate da Cliffe e Luckham: si parlerà quindi delle politiche di sviluppo e del processo democratico, in seguito della risoluzione dei conflitti e in ultimo della privatizzazione della sicurezza; tutti aspetti che vanno studiati e riconsiderati anche nel loro legame con le grandi ONG. Lo schema metodologico che ho adottato divide l’analisi delle implicazioni per la governance e per la sovranità dello Stato in quattro punti (che tra l’altro ricordano lo schema AGIL di Parsons). Questo però è soltanto uno dei tanti strumenti espositivi che poteva essere applicato alla relazione ONG-Stato africano, ed è necessario notare anticipatamente come esso ha il limite di chiudere alcuni processi, complessi e fortemente collegati tra loro, all’interno di quattro “categorie”.

 

 

1- ONG, mandato e politiche di sviluppo

 

In questa parte cercherò di spiegare perché nel contesto africano il primato dei fallimenti economici insieme alla frammentazione interna e alla penetrazione esterna è il più importante fattore nella vulnerabilità degli Stati.[129] L’implementazione e l’attuazione di programmi e politiche di sviluppo da parte degli Stati-nazione hanno portato nella maggior parte dei paesi dell’Africa sub-sahariana non solo ad esiti negativi di tipo economico, ma anche un peggioramento nella condizione interna, provocando una conseguente frammentazione interna e la mancanza sempre più forte di consenso. D’altra parte per tradizione gli Stati africani sono istituzioni deboli e incapaci di imporre carte dei diritti, di provvedere alla popolazione con servizi di base.

 

La violenza di tipo economico, che caratterizza le lotte armate che affliggono l’Africa, tende ad essere un elemento importante nelle guerre civili e all’interno di Stati deboli, perché in assenza di fondamenta basilari e centrali, le élite provano a “privatizzare” il conflitto con lo sfruttamento dell’economia civile[130]. L’insieme di queste problematiche, a sua volta, lascia spazio a disagi sociali e inasprisce ulteriormente le tensioni, creando un clima interno allo Stato in cui uno sviluppo economico o la riduzione della povertà è sempre meno auspicabile e non facilmente raggiungibile (non bisogna dimenticare la mancanza di cibo, lavoro, stipendi e strutture sanitarie). Questa erosione della sovranità sembra aver rafforzato il bisogno di distanza politica dello Stato; contemporaneamente ha reso l’umanitario più interventista[131], così da permettere la penetrazione esterna da parte delle Organizzazioni non governative e delle politiche di sviluppo guidate dalla Comunità.

 

Come si è visto, il crescente numero di Stati falliti ha prodotto un livello sempre più ampio di caos a cui le ONG e le Nazioni Unite hanno provato a rispondere, infatti l’enfasi sulle strutture di sostegno privato allo sviluppo è una peculiarità dell’ultimo decennio del XX secolo. Questo è visibile soprattutto se si guarda al modo in cui soprattutto a partire dagli anni Ottanta la Comunità internazionale e gli istituti finanziari internazionali hanno gestito la crisi economica e politico-sociale del continente africano: nel decennio passato “l’industria dello sviluppo” internazionale ha progressivamente coinvolto, infatti, le cosiddette agenzie di volontariato (o ONG) già esistenti, perché si pensava che tali organizzazioni private avessero qualità fondamentali e potessero, grazie a queste, agire direttamente sulla società civile.

 

Secondo alcuni autori, questo coinvolgimento da parte della Comunità finanziaria internazionale ha cambiato drammaticamente il loro modo di operare e ha incrementato la preoccupazione riguardo alla salvaguardia della loro tradizionale indipendenza[132]. Le Organizzazioni non governative indipendenti, spinte dai governi donatori hanno iniziato così ad intervenire in Africa nei conflitti in corso con un tipo di approccio che, più che creare uno sviluppo dal basso con la società civile, sembra scavalcare l’autorità statale e collaborare piuttosto con i governi occidentali. Secondo alcuni autori il lavoro umanitario senza mandato e il modo delle ONG di operare in parallelo allo Stato, con le strutture alternative di welfare, conducono o rafforzano l’erosione dei sistemi locali, mentre il governo africano rimane solo un elemento simbolico della cooperazione  e nelle politiche di sviluppo.

 

Muslow e Brown sostengono che l’industria umanitaria, che si è sviluppata alla fine della seconda guerra mondiale, accorda con interessi politici di breve termine dei governi donatori e con quelli economici di istituzioni bilaterali, multilaterali e ONG. Le istituzioni che lavorano in queste condizioni mancano del necessario mandato, e quindi anche delle strutture appropriate di distribuzione per assicurare che avvenga un’effettiva transizione da una situazione di emergenza verso un futuro di sviluppo più sostenibile.[133]

 

Anche Duffield afferma che l’intervento da parte delle ONG, secondo il principio del lavoro umanitario senza mandato, sia andato a discapito della sovranità dello Stato. Gli accessi negoziati sono la risposta principale ai conflitti irrisolti del Sud e hanno contribuito a produrre un’integrazione tra l’assistenza umanitaria neutrale e le dinamiche della violenza. La flessibilità, la conseguente erosione della responsabilità collettiva nelle relazioni internazionali ha aiutato ad emergere il settore privato e competitivo delle ONG, a cui lascia formare i programmi umanitari intorno ai propri interessi nazionali.

 

Questi fattori e la relazione degli attori esterni con il contesto di CPE e la crisi dello Stato contribuiscono così ad evolvere e consolidare quella struttura chiamata “accommodation” (accomodamento, compromesso), che vede nella crisi un fatto ormai normalizzato. Accrescendo il numero degli strumenti dei donatori e al tempo stesso lasciando intoccata la dimensione del conflitto, la struttura dell’accomodation riduce le capacità d’intervento del governo locale.[134]

 

Muslow e Brown[135] sostengono che l’aumento degli aiuti forniti dalle ONG e delle varie agenzie delle Nazioni Unite crea un’impasse istituzionale, in quanto questi nuovi attori aggravano la situazione dello Stato e fanno diventare l’emergenza sempre più complessa. La crescita delle CPE in Africa è associata con la fine della Guerra fredda e con il collasso dello Stato; questa condizione instabile ha reso le persone più vulnerabili, aumentando il loro bisogno di fare affidamento su strutture locali governative fragili, che dovrebbero essere in grado di provvedere al cibo, all’assistenza sanitaria e alla sicurezza fisica. Inoltre la crescente unione tra ONG, IFI e governi donatori ha dato alle strategie emergenti della governance liberale e globale l’abilità di formare, non solo l’economia politica di un paese, ma anche il suo welfare e le politiche sociali.[136]

 

Le Organizzazioni non governative, quindi, sono ufficialmente diventate da un lato i principali destinatari di finanziamenti internazionali, e dall’altro i fondamentali amministratori delle emergenze politiche complesse, ed hanno generato strutture parallele di welfare, separando sempre più il governo locale dai cittadini. Creando una fiducia sulle risorse esterne, le grandi organizzazioni non governative hanno prodotto un sistema in cui le strutture locali si sono sempre più indebolite, piuttosto che rafforzate.[137]

 

Anche il modo di offrire aiuti di emergenza da parte delle ONG in alcuni casi non ha saputo risolvere i problemi del fallimento dello Stato: le carestie e le sue origini politiche non sono state eliminate, in paesi come l’Etiopia anche dopo il 1984 la gente ha continuato a morire di fame nello stesso modo e negli stessi luoghi[138]. Le politiche di emergenza, che si basano su interventi standardizzati e privati, non cercano quindi la collaborazione con lo Stato locale per progetti più ampi e a lungo termine, ma spesso agiscono al di fuori del controllo politico e amministrativo locale, provocando un’ulteriore destrutturazione del sistema e dello Stato.

 

Un esempio di questo effetto, come si è già detto, riguarda la merce portata da grandi organizzazioni non governative del Nord che in alcuni paesi ha aiutato a creare o rafforzare l’economia parallela, il ruolo delle mafie locali e a rendere sempre più impotenti le istituzioni. Anche in questo caso, quindi, gli interventi delle ONG non hanno aperto nuove prospettive o strade per lo sviluppo o per un rafforzamento dello Stato, ma hanno accentuato i problemi di ridistribuzione, di particolarismi, non intervenendo sulle strutture rimaste, o collaborando coi governi locali disponnibili al dialogo o a cooperare.

 

 

2 - Processo democratico, global governance e reti

 

Molti Stati africani non hanno mai conosciuto una sovranità statale nel senso moderno, vale a dire un controllo fisico indiscusso su un certo territorio, ma anche una presenza amministrativa nell’interno paese e una fedeltà della popolazione all’idea dello Stato.[139] Luckham e Cliffe ritengono che i difetti o l’assenza di un processo democratico non significa necessariamente la mancanza di democrazia nel senso di formale democrazia liberale.[140] Questo può derivare da delle mancanze nelle istituzioni dello Stato: la legittimità agli occhi dei cittadini, l’assenza di procedure che reputino le élite dello Stato come responsabili, l’insufficienza di procedure efficaci e di accordi per trattare le richieste politiche e affrontare le dispute.

 

In Africa si è assistito al fenomeno degli “Stati falliti” e quindi anche ad una sorta di interruzione del processo democratico: oltre un decennio di decadenza economica, devastanti politiche statali, corruzione, guerre civili stanno portando al collasso la legge, le istituzioni, e la produttività (come è avvenuto in Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Ruanda). Anche il politologo canadese Robert Jackson parla di “quasi-Stati”, spesso privi di una sovranità reale, che alimentano una violenza degenerante che deriva tanto dalla loro incapacità di assicurare la sicurezza del territorio di cui sono responsabili, quanto di offrire ad ognuno le condizioni di una minima partecipazione politica.[141]

 

Inoltre la questione del processo democratico africano è inserita in un contesto più ampio, basato sulla crescente influenza di nuovi attori sovranazionali e su reti di governace, che riducono le competenze dello Stato. Non bisogna dimenticare però, che in Africa ci sono stati anche risultati positivi in diversi paesi, legati alle politiche di riforma e alle capacità di cogliere i vantaggi della globalizzazione. Questo processo, però, non è stato uniforme e le aree di crisi sono aumentate: vi è una diffusa tendenza verso forme di potere che si sviluppano al di fuori del quadro legale degli Stati.[142]

 

Per capire la natura di queste reti di attori, bisogna quindi considerare la questione della globalizzazione e come essa sia collegata al cambiamento di competenze dello Stato. Le comunicazioni, le interdipendenze economiche, i diritti umani e le regole ambientali, seguendo il trend della globalizzazione, si manifestano trasversalmente agli Stati, assumendo un carattere via via più vincolante. A questo si aggiunga anche l’importanza assunta dalle corporazioni transnazionali, dai gruppi industriali, che essendo inoltre fuori dal controllo tradizionale dello Stato, valicano le frontiere e vantano enormi disponibilità economiche e un ruolo attivo nella strutturazione delle politiche. La governance, quindi, è stata ridefinita  in modo sempre più complesso con l’avanzamento della privatizzazione delle politiche pubbliche ed economiche[143], detenute tradizionalmente dagli Stati-nazione.

 

Sull’onda quindi del fallimento istituzionale dello Stato, ai governi locali si sono affiancate anche le Organizzazioni non governative, al fine di sostenere programmi di sviluppo, democrazia e sicurezza. Paradossalmente, la promozione delle ONG è stata collegata, non solo alla promozione della società civile (che per definizione dovrebbe essere il migliore interlocutore di queste organizzazioni per i programmi di sviluppo), ma anche alla cosiddetta “good governance agenda”, in cui “good governance” non si riferisce solo alla riduzione del potere statale e all’incoraggiamento del pluralismo politico, ma anche, in effetti, alla de-politicizzazione della società civile.[144]

 

Negli ultimi vent’anni, si è già osservato che il numero delle ONG internazionali è aumentato al fine di essere efficacie ed operativo nei contesti di emergenza complessa, ma questi “attori non governativi” si sono raggruppati all’interno di reti e strutture rappresentative. Tali networks hanno avuto un ruolo primario in tutte quelle occasioni in cui le ONG hanno guadagnato un accesso al processo decisionale nazionale e internazionale. Allo stesso tempo e anche in relazione al processo politico, le ONG hanno formato i loro propri forum internazionali.

 

Infatti molte organizzazioni internazionali ora hanno comitati speciali o altre forme di collegamento istituzionale con le ONG internazionali; tali comitati hanno inoltre lo status di osservatori alla Commissione Economica e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC), mentre alla Banca Mondiale l’operation policy group prevede connessioni con le ONG. Ci sono inoltre, a livello nazionale, numerose piattaforme di ONG che, in vari modi, consigliano i governi del Nord su questioni di politica umanitaria e di sviluppo.[145] Le ONG quindi, raggruppate in strutture rappresentative e reti di global governance, si sono aggiudicate l’accesso ai processi decisionali nazionali e internazionali, diventando attori privilegiati delle politiche mondiali, e di conseguenza, attenuano le competenze dello Stato e erodendo la sua centralità.

 

 

3 - La gestione del conflitto e l’ umanitarismo militare

 

In Africa sono molte le aree in cui il potere ed il controllo del territorio sono esercitati non dagli Stati-nazione, ma da milizie etniche o a sfondo religioso, compagnie private, forze straniere di occupazione e gruppi di ogni genere. Vi è quindi un’esigenza di riprendere il controllo da parte della Comunità internazionale nelle situazioni di conflittualità endemica, infatti il sistema di gestione collettiva della crisi da parte degli Stati africani con il sostegno della Comunità internazionale è diventato un aspetto importante degli interessi occidentali alla pace e alla sicurezza.

 

La questione della costruzione della pace e della prevenzione dei conflitti sono in effetti da diversi anni all’ordine del giorno delle principali agenzie internazionali: sono esaminate dalle Nazioni Unite, dalla NATO, dall’OCSE, dal G8 e dalle istituzioni finanziarie internazionali (FMI e BM). Alla fine di quest’analisi ritengo però che di fronte però alle condizioni di instabilità del continente africano, di non legalità, di “privatizzazione” dell’esercizio del potere, le reazioni militari non bastano, ma occorrono risposte politiche con l’obiettivo di creare assetti istituzionali per la gestione del conflitto e quindi anche la soluzione dei problemi che sono alla base delle tensioni. Inoltre solo in condizioni di stabilità, assicurate dalla massima inclusione nella gestione del potere, potranno essere realisticamente garantiti i diritti umani fondamentali.

 

La gestione del conflitto però il più delle volte viene affidata al cosiddetto “interventismo umanitario”. L’ONU e altre organizzazioni governative internazionali sono istituzioni multilaterali che sono state costituite con lo scopo di difendere la sovranità statale e le integrità territoriali. La libertà delle Nazioni Unite nell’intervenire e agire nelle emergenze umanitarie ha sempre trovato delle limitazioni nella Carta delle Nazioni Unite nel mondo post-Guerra fredda,[146] in quanto questa non autorizza ad intervenire nelle questioni interne alla giurisdizione di uno Stato.

 

È altrettanto importante dire che il diritto umanitario, col conseguente interventismo umanitario, si è fatto strada all’interno delle Nazioni Unite, consentendo delle azioni per alleviare la sofferenza dei civili durante i conflitti, anche senza il consenso del paese stesso (come è accaduto in Somalia, dove non compariva un governo centrale univoco). Danilo Zolo sostiene che nel triennio 92-94 la politica degli interventi umanitari si è affermata e autolegittimata al di fuori di qualsiasi riferimento normativo, compresa la Carta delle Nazioni Unite, in cui il solo riferimento cui solitamente si ricorre è l’art.39 che attribuisce al Consiglio di Sicurezza un potere di iniziativa, con il ricorso sia a mezzi pacifici sia a misure militari, in relazione a minacce di pace, ad un atto di aggressione.[147]

 

La prima questione quindi si evidenzia a partire dal principio della sovranità statale, con l’implicita impossibilità per le Nazioni Unite ad intervenire negli affari domestici: la crescita di atti multilaterali e di interventismo umanitario sono due fattori della realtà che sempre più mettono in discussione e in crisi il principio teorico dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che riconosce il principio di base della sovranità e dell’uguaglianza degli Stati, da cui discende l’impossibilità ad intervenire in materie interne da parte di altri Stati o organizzazioni.

 

Negli anni ‘90 però i diritti umani e la dignità della persona vengono assunte come categorie in base alle quali intervenire militarmente. Trovando un consenso sempre maggiore l’idea che la sovranità dello Stato non possa servire da copertura alle violazioni dei diritti umani dei cittadini, anche nell’interventismo umanitario le ONG hanno svolto un ruolo di attori esterni, spesso insieme alle Nazioni Unite.

 

Il dibattito sulla questione oggi si concentra quindi su due problemi di fondo: il primo è come conciliare il principio della sovranità territoriale dello Stato con la proibizione dell’uso della forza da parte della Carta dell’ONU, mentre il secondo riguarda la protezione dei diritti umani in situazioni estreme, in cui la violenza diventa una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. La dottrina dei diritti dell’uomo però rischia con la sua pretesa universalista di operare come una nuova ideologia occidentale, che aggredisce le diversità culturali del pianeta, contribuendo a quel processo che Lautouche chiama “occidentalizzazione del Mondo”[148]. Alcuni autori, tra cui il semiologo Chomsky e lo stesso Zolo, criticano aspramente la relazione tra i diritti umanitari e l’umanitarismo militare: essi non intendono ridurre l’importanza dei diritti umani, ma non vogliono che ne venga fatta una lettura strumentale e ideologica per giustificare l’intervento.

 

In Somalia l’umanitarianismo militare fu gran parte della risposta alla crisi umanitaria. L’operazione Restore Hope rappresentava il primo caso in cui le forze delle Nazioni Unite erano state mandate senza il consenso del governo in vigore, che d’altra parte non esisteva al tempo dell’intervento nel dicembre del 1992.[149] Infatti il paese si trovava senza un potere centrale effettivo dal 1991 ed era, e tuttora rimane, divisa in varie zone sotto il controllo di gruppi e dei signori della guerra rivali. Prendergast sostiene che questo mandato umanitario, che aveva un carattere limitato già all’inizio, s’era eclissato in un numero di obiettivi politici più ampi e in decisioni che andarono oltre gli intenti originali dell’operazione: l’intervento degli Stati Uniti e di alcune altre potenze aveva portato ad un sanguinoso conflitto militare.[150]

 

De Waal afferma che la ragion d'essere dell'operazione Restore Hope era di creare un ambiente sicuro per la distribuzione di aiuti, la cui fornitura era divenuta il primo compito della Comunità internazionale, senza che vi fosse mai stato un dibattito aperto in proposito. All’improvviso, il diritto internazionale doveva proteggere innanzitutto i “dispensatori di aiuti” e così è nata l' “impunità umanitaria”, fondata sull’ipotesi che chiunque venga a portare aiuti possa fare soltanto del bene. Nella caccia al capo-fazione Mohammad Farah Aidid, le Nazioni Unite hanno violato a più riprese le convenzioni di Ginevra, aprendo il fuoco su civili, bombardando ospedali e incarcerando numerosi somali senza alcun capo d'accusa; secondo The Philadelphia Inquirer, nel 1993 le truppe americane hanno ucciso oltre 1000 civili.[151]

 

 

4 - Il monopolio della violenza armata e le compagnie private di sicurezza

 

Nomberto Bobbio sostiene l’uso della forza fisica è la condizione necessaria per la definizione di potere politico, ma non la condizione sufficiente; solo chi ha il diritto esclusivo di usare la forza su un determinato territorio è colui che ha la sovranità.[152] Riguardo all’assenza strutturale dello Stato, molto è già stato detto, ma è importante ricordare come l’assenza di una struttura unitaria capace di rispondere alle necessità popolari e alla gestione dei conflitti, grazie al monopolio della coercizione. Una delle caratteristiche della crisi degli Stati africani, o degli Stati “mancati” è la perdita degli strumenti di controllo sulla coercizione fisica, che porta da un lato all’incapacità di mantenere il controllo fisico sul territorio e di gestire la fedeltà della popolazione, mentre dall’altro lato contribuisce alla conseguente frammentazione delle forze armate.

 

Un fenomeno piuttosto nuovo che ha contribuito a sfidare il potere dello Stato africano dal punto di vista del monopolio della violenza armata sono le compagnie di sicurezza privata. Già dai primi anni ‘90 queste compagnie divennero sempre più attive a livello internazionale, rilevando però molte ambiguità in relazione alla questione della legittimità della sicurezza privata. Le compagnie private militari si sono espanse per molte ragioni, tra cui il cambiamento di competenze dello Stato, la crescita delle privatizzazioni, la deregolamentazione del mercato, l’era post-Guerra fredda o post- apartheid.[153] Inoltre anche l’apparato di sicurezza congedato dal regime dell’apartheid del Sud Africa ha provveduto a fornire reclute per queste compagnie private.[154] Esempi particolarmente noti sono la compagnia di mercenari sudafricana Executive Outcomes e la compagnia inglese Sandline International; mentre la prima ha ottenuto un considerevole successo militare con la difesa delle miniere di diamanti in Sierra Leone e Angola, mentre quest’ultima è divenuta famosa all’inizio del ’98 dopo uno scandalo riguardante la vendita delle armi in Sierra Leone.

 

Alcune agenzie private lavorano in relazione coi governi del Sud e di solito sono estensioni della politica estera del Nord. Esse provvedono alle milizie, alla formazione della polizia all’interno d’un programma d’assistenza formale sulla riforma del settore della sicurezza.[155] La crisi dello Stato africano, come si è osservato, porta con se molti limiti alla funzione di controllo che il governo dovrebbe esercitare sulla popolazione; questo riduce anche l’efficacia della riscossione fiscale e indebolisce ulteriormente le entrate di base dello Stato. Per quanto riguarda quindi il legame tra agenzie private di sicurezza e Stato, in molti casi quest’ultimo non dispone più di un sistema sicuro per la riscossione delle tasse e per questo si affida ad agenzie private che tengono per sé gran parte degli introiti.

 

Ciò produce una forte pressione per tagliare le spese del governo, il che riduce ulteriormente la sua capacità di controllo e incoraggia la frammentazione delle unità militari. Il fallimento dello Stato si accompagna inoltre ad una crescente privatizzazione della violenza; specialmente nelle aree di conflitto dove le forze armate regolari sono in decadenza. I soldati non vengono più pagati né addestrati ed è possibile che essi debbano cercarsi da sé le proprie fonti di finanziamento. In molti paesi il crollo delle gerarchie ha accresciuto l’indisciplina e i soldati, in cerca di fonti proprie di finanziamento, hanno avuto comportamenti criminali (com’è avvenuto nell’ex-Zaire dove i soldati non pagati sono stati incoraggiati al saccheggio e alla razzia). [156]

 

Per quanto riguarda la relazione tra le compagnie private di sicurezza e ONG, si è già visto in precedenza, come queste ultime spesso abbiano bisogno di una protezioni militare per distribuire gli aiuti, quindi al fine di risolvere il problema della sicurezza del personale e delle loro operazioni esse ricorrono alle compagnie private. In conclusione l’insieme di tutti questi processi possono contribuire al finanziamento di milizie non statali, e quindi alla crescita di nuove forze armate al di fuori del controllo delle istituzioni e del tradizionale monopolio sulla violenza armata dello Stato, sempre più minacciato nella sua autorità e sovranità dalle nuove forme di intrusione.

 

 

Conclusioni

 

 Questa analisi rappresenta il tentativo di approfondire alcune delle relazioni che nel corso degli ultimi anni si sono sviluppate nel continente africano tra Organizzazioni non governative internazionali, Stato-nazione e le dinamiche delle Complex political emergencies. Lo Stato africano, già ostacolato nel suo percorso democratico dall’eredità del colonialismo e da altri processi, si trova in modo piuttosto generalizzato in una situazione di grave crisi: sempre più con un ruolo ridotto, dovuto alle politiche internazionali e globali, che tendono ad erodere la sovranità nazionale e a coordinare le funzioni del governo attraverso organismi esterni, esso inoltre è incapace di gestire la crisi interna e di mantenere un consenso intorno alle proprie istituzioni. Si è visto inoltre come le emergenze politiche complesse (e con esse la violenza diffusa, l’alto numero di rifugiati e vittime civili) si generino su questa situazione instabile e sul fallimento dello Stato, inteso come l’incapacità di attuare reali politiche di sviluppo e di democrazia, di prevenire i conflitti e detenere il monopolio della coercizione e quindi della sicurezza interna.

 

La Comunità internazionale ha risposto a queste condizioni conflittuali ponendo al centro la good governance, come prerequisito per lo sviluppo, quindi attraverso una privatizzazione dell’azione pubblica che deve affiancare lo Stato locale (diminuito progressivamente l’amministrazione diretta dei suoi servizi).

 

Si sono analizzate successivamente alcune delle problematiche che nascono da questo nuovo spazio d’intervento, che si è aperto nella seconda metà degli anni Ottanta, in particolare per le Organizzazioni non governative internazionali, che si sono espanse in Africa come risultato dei tentativi internazionali di rispondere alla crisi associata col collasso dei governi, con la guerra, la violenza e il crollo delle istituzioni pubbliche di welfare.

 

I dilemmi dell’intervento delle ONG nelle situazioni d’emergenza nascono già dalla loro definizione e dai loro attributi (come per esempio autonome, al di fuori di alleanza politiche, non governative), che contraddicono nella realtà la loro originaria indipendenza, infatti queste organizzazioni internazionali hanno subito un cambiamento significativo all’interno delle proprie linee guida, che ne ha modificato il mandato, le modalità dei finanziamenti e la relazione con i governi donatori occidentali.

 

Tra le altre problematiche emerse nel corso dell’analisi si può ricordare che fornire aiuti standard e di prima necessità, senza una reale conoscenza del contesto in cui si opera (e quindi anche degli effetti), può voler dire rinunciare alla collaborazione con le parti locali e non costruire un ponte tra l’emergenza e lo sviluppo. Al tempo stesso questo genere di intervento fa sorgere nuovi problemi: le forme economiche predatorie e i pochi interlocutori locali affidabili inseriscono gli aiuti delle agenzie umanitarie nelle reti di commercio illegale che si sostituiscono il mercato istituzionale e perciò destrutturano i fragili sistemi economici e politici.

 

Per questa ragione credo che sarebbe necessario che la Comunità internazionale comprendesse il significato delle economie parallele e più in generale degli attori e dei processi in campo nelle emergenze politiche complesse, cercando sia di problematizzare maggiormente gli effetti degli interventi (in quanto essi questi possono svilupparsi come parte di un processo politico), sia riconoscendo che i ruoli globali affidati alle ONG e ai governi hanno pur sempre delle responsabilità. La natura di questi aiuti temporanei sta inoltre trascurando la funzione primaria delle ONG, che per definizione dovrebbero lavorare “dal basso”, e non solo offrire assistenza medico-sanitaria e alimentare, senza intaccare il sistema e i suoi meccanismi.

 

Molte testimonianze che ho raccolto sostengono che le ONG stanno modificando il loro modo di operare, staccandosi sempre di più dalla società civile, perdendo le loro radici, distanziandosi dai più poveri per avvicinarsi ai donatori e alle politiche dei governi del Nord. Le agenzie donatrici multilaterali e bilaterali, nel tentativo di promuovere una nuova agenda politica, hanno finanziato le ONG sul piano della loro efficienza economica e per contribuire alla good governance, ma l’impatto di questa tendenza sulla programmazione, sui risultati, insieme alla legittimità e alla responsabilità degli attori in campo in molti casi resta solo sul piano ideologico, piuttosto che avere una verifica empirica.

 

Le politiche umanitarie e gli aiuti di emergenza diventano sempre più difficili nell’instabile contesto africano e internazionale completamente mutato, fatto di situazioni conflittuali non tradizionali e tendenze economiche, politiche globali. Dopo questa analisi ritengo che le grandi ONG del Nord si trovino davanti a numerosi dilemmi, emersi soprattutto negli anni Novanta, come conseguenza dei propri fallimenti, del bisogno di ridefinizione; esse possono per il futuro affrontare tre strade principali, che fanno capo ad interlocutori molto diversi tra loro.

 

La prima possibilità prevede la collaborazione e la stretta dipendenza coi governi occidentali, che lavorano attraverso contratti e logiche “private ed aziendali”, secondo le regole del neoliberismo,e che d’altra parte mal si conciliano con i principi che dovrebbero guidare un’Organizzazione non governativa in senso proprio. La seconda strada è sicuramente quella più diffusa negli ultimissimi anni e riguarda un tipo di intervento dall’alto, in cui le ONG lavorano nelle operazioni umanitarie insieme alla NATO, alle Nazioni Unite e alle forze militari. La terza via invece è quella più indefinita e forse più difficile da attuare, in quanto rappresenta un tipo di approccio dal basso, che allo stesso tempo considera il contesto globale in cui l’intervento, l’aiuto o il progetto si inserisce.

 

Questa “global governance dal basso” cerca di trattare in modo più critico le tendenze che si sono sviluppate negli ultimi anni: la globalizzazione economica e culturale (insieme all’ineguaglianza e all’insicurezza che crea), l’aumento della complessità dell’azione umanitaria in risposta ai conflitti e alla violenza interstatale. In questo senso si stanno muovendo anche nuove forme di solidarietà, che emergono tra i cittadini e le autorità a livelli differenti del sistema mondiale: nuove relazioni con le corporazioni, gli elementi dello Stato, i militari, le istituzioni internazionali e altri gruppi della società civile. Questi nuovi sviluppi coinvolgono anche il ruolo delle ONG, che deve decidere se e come diventarne parte.

 

Inoltre credo che per capire come le grandi organizzazioni non governative del Nord possano lavorare dal basso, come attori di una governance globale, si debba ritornare e ripensare ancora al concetto di sviluppo più in generale, e non solo a quello di emergenza. Sachs sostiene che il concetto di “aiuto” si stia trasformando in uno strumento del perfetto esercizio del potere,[157] esso appare sempre di più un mezzo inadeguato per la promozione dello sviluppo. L’unico genere di aiuto che non ha dato prova di essere controproducente, egli sostiene, è stato “l’aiuto per l’auto aiuto”, che però è solo un parziale miglioramento dell’idea di aiuto allo sviluppo, in quanto diffida dell’aiuto, ma non dello sviluppo.

 

Non bisogna dimenticare, quindi, il principio di uno sviluppo fondato sulle forze endogene dei suoi protagonisti e del concetto di self-reliance, inteso come il diritto di progettare in forma autonoma ed endogena, ma non autartica, contando sulle proprie forze, esercitando sempre più forme negoziali e concertate con interlocutori vicini e lontani.[158] La strategia di governabilità affidata ad autorità sovranazionali, come le Organizzazioni non governative del Nord, per risolvere o ridurre la complessità planetaria (e nello specifico le situazioni di CPE) si basa comunque sul diritto di ingerenza, che in molti paesi africani si è mostrato poco rispettoso dei confini e delle sovranità nazionali (è il caso della Somalia in cui gli aiuti e la soluzione dell’ingerenza hanno suscitato forti resistenze locali).

 

Un ultimo punto quindi riguarda il riconoscimento del diritto alla progettualità endogena, inteso come diritto a praticare e sperimentare strategie diversificate e originali dal basso. Le ONG dovrebbero lavorare insieme ad organizzazioni vicine alla società civile, supportando i meccanismi locali per risolvere le dispute, rafforzando le istituzioni ancora efficaci e operative, ma la tempo stesso preservandone l’autonomia.

 

Questa analisi comunque è stata condotta allo scopo di offrire spunti di riflessione e di problematizzare il rapporto tra intervento umanitario, Organizzazioni non governative internazionali e Stato in una realtà complessa e diversificata come è quella africana. Infine, non ritengo in maniera assoluta che una delle tre strade che ho individuato per il futuro delle ONG internazionali sia la migliore: ho cercato di mostrare, infatti, i pregi e soprattutto i difetti degli interventi nelle emergenze politiche africane, alla luce delle difficoltà latenti in un clima instabile e di insicurezza; risulta perciò importante che le ONG prendano coscienza, valutino a posteriori e si confrontino sulle questioni e le incertezze legate ad ogni tipo di strategia.



[1] Nel corso dell’analisi saranno definite semplicemente ONG, ma è utile ricordare fin da ora, sebbene si trovi più avanti una parte inerente alle definizioni e tipologie, che ci si riferisce a quelle organizzazioni non governative di grandi dimensioni con ampie entrate e simili per struttura a delle aziende (come Oxfam, Save the Children..). Le ONG di medie o piccole dimensioni, che lavorano a livello locale su progetti di sviluppo, non rispondono quindi alla descrizione e ai caratteri che vengono in seguito riportati.

[2] Cfr. A. De Waal, Crisi africane e interventi internazionali. In piena impunità umanitaria, Le Monde diplomatique, tratto da Il Manifesto, 4, 1998.

[3] Cfr. A.M. Gentili, Etnicity and citizenship in Sub Saharan Africa, August-September 2001, Leipzi.

[4] Cfr. M. Kaldor, New and Old Wars: organized violence in a global era, op.cit.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Cfr. M. Duffield, 1994, Complex emergencies and the crisis of developmentalism, Ids bulletin, n.25, 3 ottobre.

[8] Cfr. M. Duffield, Political economy of internal war: Asset Transfer, Complex Emergencies and International Aid, in J. Macrae, A. Zwi, War and Hunger: rethinking international response to complex emergencies ,Zed books, Londra, 1994.

[9] Cfr. J. Klugman, Social and Economic Policies to Prevent Complex Humanitarian Emergencies. Lesson from experience, op.cit.

[10] Cfr. J. Goodhand, D. Hulme, 1999, From wars to complex political emergencies: understanding conflict and peace-building in the new world disorder, in Third World Quarterly, vol. 20, n.1.

[11] Cfr. L. Cliffe, R. Luckham, 1999, Complex political emergencies and the state: failure and the fate of the state, in Third World Quarterly, vol. 20, n.1.

[12] Cfr. L. Cliffe, R. Luckham, Complex political emergencies and the state: failure and the fate of the state, op. cit.

[13] Cfr. J. Klugman, Social and Economic Policies to Prevent Complex Humanitarian Emergencies. Lesson from experience, op.cit.

[14] Cfr. Rapporto USA sulle emergenze umanitarie prodotto dal National Intelligence Council di David F. Gordon, dirigente della National Intelligence for Economics and Global Issues, Global Humanitarian Emergencies: trends and projections, 2001-2002,

in www.odci.gov/nic/pubs/other_products/global_humanitarian_pub.htm

[15] Cfr. Rapporto USA sulle Emergenze umanitarie, op. cit.

[16] Cfr. D. Keen, The economic function of violence in civil wars, Adelphi paper 320, International Institute of strategic studies, Oxford: Oxford University Press, 1998.

[17] Cfr. C. Von Clausewitz, Della guerra, trad.it. Mondadori, Milano, 1997.

[18] Cfr. D. Keen, The economic function of violence in civil wars, op.cit.

[19] Cfr. M. Duffield, 2000, Globalizzazione e economie di guerra. Promuovere l’ordine o il ritorno della storia?, in Afriche e Orienti, n. 3-4/00.

[20] Ibidem.

[21] Cfr. L. Cliffe, R. Luckham, Complex political emergencies and the state: failure and the fate of the state, op.cit.

[22] Cfr. J. Macrae, A. Zwi, War and Hunger. Rethinking international responses to complex emergencies, Zed books, London, 1994.

[23] Cfr. A.M. Gentili, Etnicity and citizenship in Sub Saharan Africa, op.cit.

[24] Cfr. L. Cliffe, R. Luckham, Complex political emergencies and the state: failure and the fate of the state, op.cit.

[25] Cfr. J. Herbst, War and state in Africa, International security, v.14, issue 4, spring 1990.

[26] Cit. cont. in Ibidem.

[27] Ibidem.

[28] Cfr. J. Goodhand, D. Hulme, From wars to complex political emergencies,op.cit.

[29] Ibidem, pag. 19.

[30] Cfr. M. Duffield, Globalizzazione e economie di guerra, op.cit.

[31] Ibidem.

[32] Cfr. United Nations, The causes of conflict and the promotion of durable peace and sustainable development in Africa: Report of the Secretary-general to the United Nation Security Council, op.cit.

[33] Cfr. J. Goodhand, D. Hulme, From wars to complex political emergencies,op.cit.

[34]Ibidem.

[35] Cfr. United Nations, The causes of conflict and the promotion of durable peace and sustainable development in Africa: Report of the Secretary-general to the United Nation Security Council, op.cit.

[36] Ibidem.

[37] Cfr. J. Goodhand, D. Hulme, From wars to complex political emergencies,op.cit.

[38] Nel dizionario del ventesimo secolo del pensiero sociale Cfr. L.A.Coser, Conflict, in Outhwaite & Bottomore, The Blackwell Dictionary of Twentieth Century Social Thought, Oxford, Blackwell, 1993.

[39] Cfr. J. Goodhand, D. Hulme, From wars to complex political emergencies,op.cit.

[40] Ibidem.

[41] Osservando il glossario di un documento del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale (DFID) è interessante notare come alle parole di conflict managment, conflict prevention, conflict reduction, latent conflict, open conflict, peace-building, stuctural stability sia sempre associato il concetto di violenza. Cfr. DFID, Conducting Conflict Assessments: Guidance Notes,1 February, 2002, pp. 34-36, http://www.dfid.gov.uk/Pubs/files/conflict_assess_guidance.pdf.

[42] Cfr. J. Goodhand, D. Hulme, From wars to complex political emergencies,op.cit.

[43] Ibidem.

[44] Cfr. R. C. Kent, Anathomy of disaster relief: the internatiuonal network in action, Printer, London, 1987.

[45] Cfr. M. Duffield, 1994, Complex emergencies and the crisis of developmentalism, op.cit.

[46] Cfr. Ibidem.

[47] Cfr. B. Deacon, Global social policy: International organizations and the future of Welfare, Sage Publications LTD, 1997.

[48] Cfr. World Bank, A framework for World Bank Involvement in post-conflict reconstruction, World Bank, 1997.

[49] Cfr. M. Duffield, Globalizzazione e economie di guerra, op.cit.

[50] Cfr. Eliminating World Poverty: A Challenge for the 21st Century. White Paper on International Development, Presented to Parliament by the Secretary of State for International Development by Command of Her Majesty, November 1997.

[51] Cfr. M. Duffield, Globalizzazione e economie di guerra, op.cit.

[52] Cfr. Carnegie commission on preventing deadly conflict, 1997, Executive Summary on Preventing deadly conflict, Carnegie commission on preventing deadly conflict Washington, in http://nero.ukc.ac.uk/cdroms/carnegie/index.htm.

[53] Cfr. M. Duffield, Globalizzazione e economie di guerra, op.cit.

[54] Cfr. J. Macrae, A. Zwi, 1994, War and Hunger. Rethinking international responses to complex emergencies, op.cit.

[55] Cfr. M. Powell, D. Seddon , 1997, NGOs and Development Industry, in Review of African Political Economy (editorial), n.71.

[56] Cfr. D. C. Korten, Getting to the 21th Century: Voluntary actions and global agenda, Connecticut, Kumarian Press, 1990.

[57] Cfr. J. Macrae, A. Zwi, War and Hunger. Rethinking international responses to complex emergencies, op. cit.

[58] Ibidem.

[59] Cfr. World Bank, How the World Bank works with Non-Governmental Organizations. The World Bank, 1990.

[60] Cfr. I. Smillie, H. Helmich, Organizzazioni non governative e governi: un tandem per lo sviluppo, L’Harmattan, 1995, Roma.

[61] Cit.cont. in Ibidem.

[62] Cfr. A.C. Vakil, 1997, Confronting the classification problem: towards a taxonomy of NGOs, World development, v.25, n.12.

[63] Cfr. I. Smillie, The Alms Bazaar. Altruism under fire-non-profit organizations and international development, IT Publications, 1995.

[64] Ibidem.

[65] Cfr. I. Smillie, The Alms Bazaar. Altruism under fire-non-profit organizations and international development, op.cit.

[66] Cfr. J. Clark, Democratizing development: the role of voluntary organizations, op.cit.

[67] Ibidem.

[68] Cfr. I. Smillie, The Alms Bazaar. Altruism under fire-non-profit organizations and international development, op.cit

[69] Cfr. D. C. Korten, Getting to the 21th Century: Voluntary actions and global agenda, op.cit.

[70] Cfr. J. Clark, Democratizing development: the role of voluntary organizations, op.cit.

[71] Cfr. M. Duffield, The symphony of the damned: racial discourse, complex political emergencies and humanitarian aid, Occasional Paper 2, School of Public policy, Birmingham, 1996.

[72] In questa definizione le ONG internazionali non corrispondono alle organizzazioni di cui si tratta nell’analisi (come è stato sottolineato nell’introduzione e nel titolo),che piuttosto seguono i caratteri di quelle che qui vengono chiamate ONG sopranazionali.

[73] Cfr. B. Deacon, Global social policy: International organizations and the future of Welfare, op.cit., 1997.

[74] Cfr. A..Gordon Drabek, 1987, Editor’s preface, The development alternatives: The challenge for NGOs, World Development, vol.15, supplement.

[75] Cfr. J. Macrae, A. Zwi, War and Hunger. Rethinking international responses to complex emergencies, op. cit.

[76] Cfr. I. Smillie, H. Helmich, Organizzazioni non governative e governi: un tandem per lo sviluppo, op.cit.

[77] Cfr. G. Marcon, Le ambiguità degli aiuti umanitari. Indagine critica sul Terzo settore, Feltrinelli, Milano, 2002.

[78] Cfr. J. Macrae, A. Zwi, War and Hunger. Rethinking international responses to complex emergencies, op. cit.

[79] Cfr. M. Duffield, 1994, Complex emergencies and the crisis of developmentalism, op. cit.

[80] Cfr. C. Rogers, The changing shape of security for NGO, Field Workers, Together Magazine, n.57, January-March 1998.

[81] Cfr. I. Smillie, H. Helmich, Organizzazioni non governative e governi: un tandem per lo sviluppo, op.cit.

[82] Ibidem.

[83] Ibidem.

[84] Cfr. Sins of the secular missionaries, in The economist, 29 gennaio, 2000.

[85] Cfr. I. Smillie, H. Helmich, Organizzazioni non governative e governi: un tandem per lo sviluppo, op.cit.

[86] Cfr. A. De Waal, 1994, Humanitarian unbound? Current dilemmas facing multi-mandate relief operations in political emergencies, African Rights, Discussion paper, n. 4, London.

[87] Cfr. M. Duffield, 1997, Ngo relief in war zones: towards an analysis of the new aid paradigm, Third World Quarterly, v.18, n.3.

[88] Cfr. M. Duffield, 1994, Complex emergencies and the crisis of developmentalism, op. cit.

[89] Cfr. I. Smillie, NGOs and development assistance: a change in mind-set, Third World Quarterly, v.18, n.3, 1997.

[90] Cfr. J. Macrae, A. Zwi., War and Hunger. Rethinking international responses to complex emergencies, op. cit.

[91] Ibidem.

[92] Cfr. M. Kaldor, New and Old Wars, op. cit.

[93] Tra cui Keen, Cliffe e Luckham, Duffield, Zwi e Macrae.

[94] Cfr. M. Edwards, Future positive. InternationalCo-operation in the 21st Century, Earthscan, Londra, 1999.

[95] Cfr. M. Duffield, 1994, Complex emergencies and the crisis of developmentalism, op. cit.

[96] Cfr. A. De Waal, 1994, Humanitarian unbound? Current dilemmas facing multi-mandate relief operations in political emergencies, op.cit.

[97] Cfr. M. Duffield., J. Prendergast, Without troops or thanks: Humanitarian Intervention in Eritrea e Ethiopia, The Red sea press, Trenton., 1994.

[98] Ibidem.

[99] Cfr. A. De Waal, Famine Crimes: politics and the disaster relief industry in Africa, James Currey, Oxford, 1997.

[100] Cfr. A. De Waal, 1994, Humanitarian unbound? Current dilemmas facing multi-mandate relief operations in political emergencies, op.cit.

[101] Cfr. A. Sen, Povertà e carestie, Edizioni di comunità, Milano, 1997.

[102]Cfr. M. Chossudovsky, La globalizzazione della povertà: impatto delle riforme del Fondo monetario internazionale e della Banca Mondiale, op. cit.

[103] Cfr. A. De Waal. Famine that kills. Darfur, Sudan, 1984-1985, Clarendon Press, Oxford, 1989.

[104] All’origine del conflitto vi sono le rivendicazioni della minoranza cristiana e animista del sud, di fronte all’egemonia del nord arabo-mussulmana. A partire dal 1983 l’Esercito popolare di liberazione del Sudan (SPLA) si oppone al potere di Khartoum.

[105] Cfr. M. Edwards, Future positive, op. cit.

[106] Cfr. L. Cliffe, R. Luckham, Complex political emergencies and the state: failure and the fate of the state, op.cit.

[107] Cfr. M.C. Ercolessi, La crisi della cooperazione italiana: rapporto Cespi sull’aiuto pubblico allo sviluppo, Roma, edizioni associate, 1994.

[108] Cfr. M. Kaldor, New and Old Wars.op.cit, pag. 108.

[109] Ibidem.

[110] Cfr. M. Duffield, 1995, Political economy of internal war: Asset Transfer, Complex Emergencies and International Aid, in J. Macrae, A. Zwi, War and Hunger: rethinking international response to complex emergencies, op.cit.

[111]Ibidem.

[112] Il riferimento in questo caso è il Sudan. Cfr. T. Vaux, L’altruista egoista. Analisi critica degli interventi umanitari in situazioni di guerra e carestia, EGA, Torino, 2002.

[113] Cfr. M. Edwards, Future positive, op. cit.

[114] Cfr. A. De Waal, 1994, Humanitarian unbound? Current dilemmas facing multi-mandate relief operations in political emergencies, op.cit.

[115] Cfr. J. Pomfret, A chi vanno gli aiuti umanitari?, The Washington Post, in Internazionale, 206, 7 Novembre 1997.

[116] Ibidem.

[117] Cfr. M. Duffield, 1995, Political economy of internal war: Asset Transfer, Complex Emergencies and International Aid, in J. Macrae, A. Zwi, War and Hunger: rethinking international response to complex emergencies,Zed books, Londra, 1994.

[118] Cfr. N. Dentico, Imbarazzante accordo, in Nigrizia, n.7/8, luglio/agosto 2000.

[119] Cfr. J. Pomfret, A chi vanno gli aiuti umanitari?, op.cit.

[120] Cfr. A. De Waal, Crisi africane e interventi internazionali. In piena impunità umanitaria, Le Monde diplomatique, tratto da Il Manifesto, 4, 1998.

[121] Si veda a questo proposito il documento (che in questa sede non è stato possibile analizzare) inerente allo sfruttamento sessuale e alle violenze sui bambini nei campi dei rifugiati: UNHCR, Save the Children-UK, Sexual Violence & Exploitation: The experience of refugee Children in Guinea, Liberia, Sierra Leone, Febbraio 2002.

[122] Cfr. D. Keen, The economic function of violence in civil wars, Adelphi paper 320, International Institute of strategic studies, Oxford: Oxford University Press, 1998.

[123] Ibidem.

[124] Cfr. J. Prendergast, Crisis response. Humanitarian Band. Aids in Sudan and Somalia, Pluto press, London, 1997.

[125] Cfr. A. De Waal, Famine Crimes: politics and the disaster relief industry in Africa, James Currey, Oxford, 1997.

[126]Cfr. A. De Waal, 1994, Humanitarian unbound? Current dilemmas facing multi-mandate relief operations in political emergencies, op.cit.

[127] Cfr. M. Duffield, 1995, Political economy of internal war: Asset Transfer, Complex Emergencies and International Aid, op.cit.

[128] Cfr. L. Cliffe, R. Luckham, Complex political emergencies and the state: failure and the fate of the state, op.cit.

[129] Cfr. Clapham in Ibidem.

[130] Cfr. D. Keen, The economic function of violence in civil wars, op.cit.

[131] Cfr. J. Prendergast, M. Duffield, Without troops or thanks: Humanitarian Intervention in Eritrea e Ethiopia, op. cit.

[132] Cfr. M. Powell, D. Seddon, 1997, NGOs and Development Industry, in Review of African Political Economy (editorial), n.71.

[133] Cfr. B. Muslow, C. Brown, 1999, Complex emergencies: the institutional impasse, op.cit.

[134] Cfr. M. Duffield, 1994, Complex emergencies and the crisis of developmentalism, op.cit.

[135] Cfr. B. Muslow, C. Brown, 1999, Complex emergencies: the institutional impasse, op.cit.

[136] Cfr. B. Deacon, Global social policy: International organizations and the future of Welfare, op.cit.

[137] Ibidem.

[138] Cfr. T. Vaux, L’altruista egoista. Analisi critica degli interventi umanitari in situazioni di guerra e carestia, op.cit.

[139] Cfr. J. Herbst, Responding to state failure in Africa, op.cit.

[140] Cfr. L. Cliffe, R. Luckham, Complex political emergencies and the state: failure and the fate of the state, op.cit.

[141] Cfr. B. Badie, La fine dei territori: saggio sul disordine internazionale e sull’utilità sociale del rispetto, op. cit.

[142] Cfr. M. Melani, I conflitti nell’epoca della globalizzazione, Africa e Orienti, 2, 1999.

[143] Cfr. M.Duffield, 1997, Ngo relief in war zones: towards an analysis of the new aid paradigm, op. cit.

[144] Cfr. M. Powell, D. Seddon , 1997, NGOs and Development Industry, op. cit.

[145] Cfr. M. Duffield, The global governance and the new wars. The merging of development and security, op. cit., 2001.

[146] Cfr. H. Slim, A. Penrose, UN  reform in Changing World: Responding to Complex Emergencies, op.cit.

[147] Cfr. D. Zolo, Cosmopolis. La prospettiva del governo globale, Feltrinelli, Milano, 2002.

[148] Cfr. D. Zolo, Chi dice umanità, Einaudi, Torino, 2000.

[149] Cfr. J. Prendergast, Crisis response. Humanitarian Band.Aids in Sudan and Somalia, op. cit.

[150] Cfr. M. Duffield, J. Prendergast, Without troops or thanks: Humanitarian Intervention in Eritrea e Ethiopia, op. cit.

[151] Cfr. A. De Waal, Crisi africane e interventi internazionali. In piena impunità umanitaria, op. cit.

[152] Cfr. N. Bobbio, Stato, governo, società, Einaudi, Torino, 1995.

[153] Cfr. M. Duffield , 2001, The global governance and the new wars. The merging of development and security, op. cit.

[154] Cfr. D. Keen, The economic function of violence in civil wars, op.cit.

[155] Cfr. M. Duffield , 2001, The global governance and the new wars, op. cit.

[156] Cfr. M. Kaldor, New and Old Wars, op.cit.

[157] Cfr. W. Sachs, Dizionario dello sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998.

[158] Cfr. A. Tarozzi, Ambiente, migrazioni e fiducia, L'harmattan Italia, Torino, 1998.

 




Formato per la citazione:
Elisa Guasti. "Crisi dello Stato ed emergenze in Africa". terrelibere.org, 11 luglio 2004, http://www.terrelibere.org//crisi-dello-stato-ed-emergenze-in-africa
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