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Cooperazione e strategie paramilitari nel Magdalena Medio, Colombia
ONG e nuove forme di dominio globale
Cooperazione e strategie paramilitari nel Magdalena Medio, Colombia
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12 maggio 2006
Cooperazione e interventi umanitari sono sempre più strumenti delle politiche di dominio degli Stati e degli organismi finanziari internazionali. Nel Magdalena Medio, dove è più violento il conflitto colombiano, numerosi progetti di organizzazioni non governative, finanziati da Stati Uniti ed Unione europea, si incrociano con gli interessi dei gruppi paramilitari, responsabili di inaudite violazioni dei diritti umani.



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Cooperazione e strategie paramilitari nel Magdalena Medio, Colombia - terrelibere.org :: altre forme di comunicazione
Colombia e Cooperazione internazionale

Progetti di cooperazione internazionale e strategie paramilitari nel Magdalena Medio, Colombia

 

Cooperazione e interventi umanitari sono sempre più strumenti delle politiche di dominio degli Stati e degli organismi finanziari internazionali. Nel Magdalena Medio, dove è più violento il conflitto colombiano, numerosi progetti di organizzazioni non governative, finanziati da Stati Uniti ed Unione europea, si incrociano con gli interessi dei gruppi paramilitari, responsabili di inaudite violazioni dei diritti umani.

 

Filippo Nuzzi

 

 

 

 

 

Prefazione

 

 

                   

       Il linguaggio umanitario e il lamento per l'orrore del presente, se non divengono pratiche concrete di rifiuto della guerra, corrono il serio rischio di fungere da modalità politicamente corretta di abitare lo stato di guerra e di convivere con i suoi disegni di morte. In tal senso l'umanitarismo astratto (e moralista) è uno dei discorsi dell'impero.

Collettivo situaciones

 

 

 

Questo lavoro nasce lontano dalle aule universitarie e pertanto questo dato determinerà il valore dell'elaborato nel bene e nel male. La ricerca muove innanzitutto da una semplice constatazione: il mondo della cooperazione internazionale e dell'intervento umanitario è sempre più crocevia di interessi che vanno ben oltre i suoi orizzonti e che chiamano in causa trasformazioni profonde avvenute negli ultimi anni all'interno del nuovo panorama delle relazioni internazionali. Le pratiche della cooperazione e dell'intervento umanitario devono obbligatoriamente fare i conti con queste trasformazioni, anzi per molti versi ne sono travolte. Ciononostante pare che il dibattito in merito a questo nuovo orizzonte stenti a decollare. Tale difficoltà tra l'altro è dovuta all'ostracismo proprio degli operatori del settore ed alla cappa di silenzio e segretezza che paradossalmente avvolge molti aspetti di queste attività. Paradosso evidente, vedremo, se si tiene in considerazione che gli attori della cooperazione dovrebbero essere tra i soggetti più trasparenti proprio per il ruolo che ricoprono e le delicate relazioni che tessono.

 

Cercheremo di mettere in evidenza come il nuovo e moderno ruolo delle agenzie di cooperazione fa immediatamente i conti con le trasformazioni della guerra e l'utilizzo da parte dei dispositivi bellici di armi che eccedono la loro forma classica e convenzionale per moltiplicarsi ed assumere un numero illimitato di forme e combinazioni. Tra queste non lesinano il connubio con l'intervento di cooperazione ed umanitario, anzi vedremo come tale relazione va ben al di là di un utilizzo strumentale degli apparati bellici dell'attività di intervento umanitario per chiamare in causa, in modo strategico, le forme dell'organizzazione dei soggetti che agiscono ed attraversano i contesti globali.

 

Un supporto teorico a questa tesi sarà dato dagli studi di quei ricercatori che hanno prodotto in modo organico e strutturato un'analisi di tali trasformazioni. È il caso dello studioso Sami Makki che analizza i mutamenti e le  pressioni che subiscono le agenzie e gli attori del mondo della cooperazione da parte dei protagonisti delle guerre contemporanee e più in generale Makki spiega le relazioni strette che intercorrono tra l'intervento umanitario e le trasformazioni profonde dell'organizzazione sociale. Per Makki la militarizzazione dell'intervento umanitario (che vedremo comporta gravi problemi di sicurezza per gli attori umanitari) è frutto di una mutata concezione dell'intervento bellico all'interno del quadro della lotta al terrorismo. Faremo, come Sami Makki riferimento agli analisti della RAND (l'acronimo sta per Research and Development. È una agenzia che si occupa, dalla fine della seconda guerra mondiale, di svolgere attività di analisi in materia di strategia economica e militare per il governo e l'esercito statunitense) che prevedono una riorganizzazione della condotta bellica partendo da quelle forme del conflitto in rete (netwar) adottate in prima battuta dagli oppositori (molto differenti tra loro se non antitetici) dell'ordine globale.

 

Faremo inoltre come Makki sempre riferimento agli strateghi della RAND per quanto riguarda il concetto da loro coniato di noopolitic (politica dell'informazione, della conoscenza), strumento utile alla produzione di consenso e ordine. Analizzando la questione vedremo come ciò produce un ripensamento non solo delle forme della guerra, ma più in generale una interrelazione profonda tra apparati militari, interessi commerciali, attori della società civile e compagnie di sicurezza privata. Avviene cioè quello che Makki chiama  “processus interagens” ovvero un grado di relazione forte e profonda tra strutture militari e civili, governative e non governative che veicolano in modo differente e complesso ma complementare, gerarchico e disciplinato, un unico corpo di valori utili a perseguire obiettivi comuni.

 

Il lavoro incontra un primo nodo di analisi nel ruolo e nelle forme che la cooperazione e l'assistenza umanitaria assumono durante gli anni settanta. Periodo chiave in quanto alcuni organismi internazionali nati alla fine della seconda guerra mondiale per disciplinare parte della complessa scacchiera delle relazioni internazionali assumono in questo periodo un ruolo molto più importante e protagonista, condizionando ed in parte normando l'attività di cooperazione. Vedremo come la globalizzazione delle relazioni politico-economiche e quindi il carattere globale che assumono le crisi locali provoca, tra l'altro, la perdita tendenziale di potere degli Stati-Nazione, ciò produce  la cessione di sempre maggiori porzioni di sovranità verso altri soggetti con il conseguente passaggio ad essi di competenze fondamentali. Tra queste la funzione di produttore e distributore di welfare da sempre appannaggio esclusivo dello Stato. Uno degli obiettivi che si pone la mia tesi è illustrare come queste organizzazioni umanitarie rispondano all’esigenza di una nuova produzione di welfare privato nei territori dove, per cause diverse, l’assistenza sociale non è più praticabile dal vecchio modello dello Stato-Nazione. Ciò avviene con un totale smantellamento del concetto di res publica. Inoltre i soggetti che praticano questi interventi si strutturano come organizzazioni sempre più grandi e complesse. Si stanno sviluppando delle vere e proprie multinazionali dell’umanitario finanziate per lo più da organismi sovra-nazionali: i parametri di indirizzo di questi finanziamenti sono per lo più costruiti sul  grado di emergenza riscontrato di volta in volta nei territori in cui si opera e dettati da interessi precisi dei finanziatori. La combinazione di questi fattori porta ad una specializzazione dell’intervento “just in time” e ad un’assimilazione dei caratteri peculiari dell'economica aziendale. In molti casi ciò produce la devalorizzazione dei contesti locali.

 

Uno dei nodi fondamentali che proveremo a dipanare sarà la combinazione tra l'intervento umanitario delle agenzie moderne di cooperazione internazionale ed i conflitti che drammaticamente si consumeranno dopo la caduta del blocco sovietico. Vedremo come il lavoro di cooperazione subirà sempre maggiori pressioni da parte della macchina bellica contemporanea che tenterà di sussumerne il lavoro per i suoi fini.

 

Inoltre l'attività della cooperazione e più in genere del volontariato sociale si trova ormai posta di fronte a bivi drammatici anche nelle periferie dei nostri territori. Questo lavoro prende spunto dalla constatazione che organizzazioni nate con fini sociali ed umanitari in questo momento vengono utilizzate, per esempio, per la gestione dei Centri di Permanenza Temporanea (CPT) per migranti; luoghi ormai definiti da più parti come veri e propri insulti alla tradizione del diritto della Repubblica e come carceri etniche dove vengono rinchiusi migranti privi di permesso di soggiorno senza tuttavia aver commesso alcun crimine; centri per questo considerati un'aberrazione umana e giuridica e ciononostante gestiti da agenzie umanitarie come la Croce Rossa o la Misericordia. La critica verso queste agenzie umanitarie ed il loro ruolo (argomento peraltro non trattato in questa tesi incentrata sulla cooperazione “oltre frontiera”) ha costituito una delle ragioni pratiche che ha mosso l'inizio di questo lavoro. Come altresì la riflessione sulle ONG embedded cioè al servizio delle truppe di occupazione come uniche agenzie aventi la possibilità, oggi, di entrare in molti teatri di guerra ed il conseguente divieto verso tutte le altre forme di intervento non colluso con truppe di occupazione. Divieto agito anche in modo drammatico come dimostra la storia recente dell'occupazione nordamericana in Iraq.

 

La natura stessa di questo lavoro impone che venga ristretto il campo di indagine e che venga data priorità ad alcuni interventi e ad alcune storie rispetto ad altre. Sono stati scelti esempi soggettivi basati in molti casi su una sperimentazione ed una osservazione diretta dei fenomeni trascendendo la mera pratica accademica. Esempi a mio avviso paradigmatici in quanto si tratta di narrazioni che individuano dei punti nodali nell'intreccio tra i mondi della cooperazione e della guerra. È il caso del primo capitolo di questo lavoro, capitolo in cui cerco di chiarificare, attraverso esempi concreti, la relazione sempre più stretta che è andata via via sviluppandosi dagli anni novanta del secolo passato in poi, tra il mondo dell'intervento umanitario e le nuove forme e regole dell'intervento bellico. Dentro questa cornice assume centralità l'intervento italiano nella guerra del Kosovo sia nella sua parte militare quanto e soprattutto nella gestione umanitaria della guerra tramite la “Missione Arcobaleno”.

 

Per altri motivi mi sembra altrettanto paradigmatica l'analisi e la critica dell'intervento europeo tramite mirati interventi di sviluppo in America Latina ed in particolare in Colombia. La trattazione del tema muoverà da una narrazione della storia recente colombiana soffermandosi su quei punti che maggiormente possono essere utili all'economia della tesi. Analizzerò il contesto regionale all'interno del quale vengono sviluppati questi piani (regione del Magdalena Medio di Colombia) nella sua natura storica, politica, socio-economica e proverò a confrontare i progetti di sviluppo della Unione Europea con altri piani di intervento e con altre agenzie di cooperazione internazionale. In particolare con i piani di sviluppo che gli Stati Uniti affiancano ai piani di intervento bellico nella regione e con ONG le cui modalità di lavoro incrociano oggettivamente gli interessi delle organizzazioni paramilitari presenti su territorio colombiano (organizzazioni di cui tratteremo abbondantemente in questo lavoro per la centralità della loro posizione all'interno dell'impianto di questa tesi). Il confronto servirà tra l'altro a sottolineare la complessità dell'intervento europeo, sicuramente molto più equilibrato, per esempio rispetto alle attività della “componente sociale del Plan Colombia” statunitense, ma allo stesso tempo per evidenziare i punti limite delle forme di una cooperazione internazionale costruita su scala tanto vasta da trascinare con sé interessi e modalità di intervento altrettanto invadenti.

 

 

 

Capitolo 1

 

L'ORDINE  GLOBALE

 

 

Colui che vuol fare del bene ad un altro deve farlo nei Minuti Particolari; il Bene Generale è la scusa del furfante, dell'ipocrita e dell'adulatore

William Blake

 

 

Il capitale non crea nulla, recupera tutto

Luther Blisset

 

 

L'oggetto di questa ricerca è il mondo della cooperazione internazionale. Lo scopo è analizzare lo sviluppo della cooperazione internazionale e dell'aiuto umanitario negli  ultimi anni. Per fare ciò, l'intervento umanitario deve essere immediatamente, obbligatoriamente, inquadrato e posto in relazione con i nuovi assetti del panorama globale contemporaneo. A tal fine ci serviremo come paradigma di analisi delle trasformazioni attuali, del concetto di “impero” come è stato elaborato nel lavoro di Michael Hardt e Antonio Negri[1].

 

Per i due studiosi l'impero è la cornice dei nuovi assetti globali,

 

“non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse ma costituisce un apparato di potere decentrato deterritorializzante che progressivamente incorpora l’intero spazio mondiale all’interno delle sue barriere aperte e in continua espansione”[2].

 

“anche i più potenti fra gli stati-nazione non possono più essere considerati come le supreme autorità sovrane non solo all'esterno, ma neppure all'interno dei propri confini”[3].

 

 

Stiamo parlando di una tendenza verso la quale si spingono i processi mondiali della globalizzazione. Anche le pratiche di resistenza alla globalizzazione neoliberista agiscono sempre su scala globale, sono anzi queste che “battono il tempo” intimo e vitale delle trasformazioni reali producendo flussi di comunicazione, di saperi, di conoscenze e di relazione. Contemporaneamente assistiamo a perenni tentativi dei nuovi organismi di controllo e dominio globale di bloccare, sussumere, recuperare i progetti di solidarietà, di liberazione, di cooperazione degli uomini. Ed è proprio su questo particolare aspetto che si soffermerà la mia riflessione.

 

Il mondo dell'assistenza sociale diffusa è perennemente in crescita in quanto è uno degli attori principali della terziarizzazione di quei servizi sociali di welfare classico come abbiamo imparato a conoscerlo lungo tutta la seconda metà del XX secolo: intendo tutti quei servizi di assistenza e tutti quegli erogatori di cura che hanno affiancato le strutture dei vecchi servizi assistenziali dello stato-nazione. Queste organizzazioni hanno alle spalle una storia secolare: per esempio le organizzazioni caritatevoli delle “Misericordie” vengono fondate già nel XIII secolo con lo scopo di assistere poveri e malati. Così come nel XV secolo nasce, con le stesse finalità, il “Monte di Pietà” in Toscana e le “Charities” in Inghilterra. Ed è nel XIX secolo che, in Europa, le organizzazioni di soccorso e solidarietà iniziano la loro crescita esponenziale, legandosi alle associazioni cattoliche, socialiste, comuniste e libertarie: si pensi, per esempio, alle società di mutuo soccorso, alle cooperative dei lavoratori, ai fondi di solidarietà. È proprio nell'800, sotto la spinta del nascente movimento operaio e con il trasformarsi delle organizzazioni cattoliche, che si affermano le due maggiori correnti - quella cattolica e quella socialista - di strutture organizzate che si pongono, con obiettivi differenti, il problema dell'assistenza sociale verso i bisognosi.

 

A questi due filoni vanno aggiunte le organizzazioni filantropiche delle élites illuminate: esponenti di grandi famiglie che proseguono la tradizione del mecenatismo medioevale fondando strutture di assistenza e carità.

 

Questi filoni dell'associazionismo affiancheranno il lavoro dello stato sociale lungo tutto il XX secolo, arrivando fino agli anni '70, quando tali organizzazioni inizieranno progressivamente a sostituirsi, di fatto, allo stato-nazione nei suoi compiti di cura, modificandone, per la loro stessa essenza, la produzione di assistenza.

 

Le moderne strutture di solidarietà e cooperazione nascono infine, nella loro versione moderna, durante gli anni ’70 sotto l’influenza del rinnovamento della tradizione cattolica di assistenza ed evangelizzazione e sotto la spinta dei movimenti sociali, di genere, di solidarietà internazionale, di liberazione. Questi nuovi attori sconvolgono l'idea stessa di intervento solidale: uomini e donne formati  nei picchetti operai, nella difesa delle occupazioni, riconoscono le loro lotte come parte di un'esigenza più vasta di liberazione, iniziano ad organizzarsi con strumenti di solidarietà via via sempre più efficaci dandosi come obiettivo strategico l'utilizzo politico del lavoro di intervento sociale. Scrivono Hardt e Negri:

 

“Le forze rivoluzionarie non hanno mai smesso di produrre delle articolazioni sempre più solide tra il politico ed il sociale, per esempio tra la lotta di liberazione anticoloniale e la lotta di classe anticapitalistica”[4]

 

 

Anche i progetti di solidarietà internazionale nella loro forma moderna iniziano a nascere in questo periodo e possono essere considerati una ricombinazione in chiave internazionalista ed una trasformazione delle vecchie idee e delle vecchie strutture sociali e civiche di solidarietà internazionale.

 

A partire dal periodo considerato, il modificarsi sostanziale del panorama internazionale e la trasformazione profonda della soggettività generata dalle lotte sociali producono un cambio netto dei paradigmi delle attività della solidarietà nazionale ed internazionale. Le profonde trasformazioni di un mondo sempre più connesso globalmente spingono verso la solidarietà con i paesi del sud del mondo. La divisione del mondo in paesi a regime capitalista ed in paesi del blocco socialista avvicinava e appassionava le lotte, le rendeva immediatamente connesse: se le resistenze antimperialiste, dall'America Latina all'Indocina, furono prima ammirate con trepidazione dai movimenti sociali occidentali, il passaggio successivo fu quello di legare teoricamente e praticamente le lotte.

 

Numerosi gruppi insorgenti occidentali ripresero strategie e tecniche della guerriglia, adeguandole alle realtà urbane occidentali:

 

“La guerriglia urbana giunse a sviluppare una conoscenza capillare del territorio, in modo che i gruppi potessero riunirsi in qualsiasi momento per attaccare e, quindi, disperdersi nuovamente per sparire nei recessi della metropoli”[5].

 

 

Non è un caso se proprio in questo periodo nascono le prime organizzazioni non governative con fini di assistenza e solidarietà internazionale. Queste organizzazioni maturano una prospettiva di lavoro fortemente etica. Osserviamo per esempio la nascita del CESTAS (Centro di Educazione Sanitaria e Tecnologie Appropriate Sanitarie). Questa ONG nasce nel 1979 con l'obiettivo di formare personale finalizzato all'educazione sanitaria nei paesi in via di sviluppo.

 

“L'educazione sanitaria rappresentava il coinvolgimento delle popolazioni che è il punto focale per qualsiasi sviluppo, perché imporre delle regole alle persone senza che ne siano convinte non serve a niente; per cui ci vuole un dialogo e dialogo vuol dire che parlano le due parti e non una sola come viene fatto in moltissimi progetti che la popolazione accetta come accetta la pioggia, come accetta il sole”[6].

 

 

Questo lavoro legato alla formazione di personale medico va avanti per circa tre anni, fino al 1981 quando l’organizzazione inizia a finalizzare i primi progetti di intervento sanitario diretto nei campi profughi del Popolo Saharawi: interventi oculistici, pediatrici e ginecologici. Queste iniziative sono prive di finanziamenti esterni fino al 1986:

 

“Dopo sette anni di attività abbiamo avuto il primo progetto finanziato dal Ministero degli Esteri. C'era un grosso progetto in Etiopia nel Lago Tana, per la costruzione di una diga, impianti di irrigazione ecc. Ed era prevista la costruzione di un ospedale e di numerosi ambulatori. Noi preparammo il programma sanitario. Fu un grosso lavoro, un progetto molto ben fatto.
 Il progetto fu presentato, ma fu amputato, per fortuna nostra, perché furono preferiti altri (...) raccomandati politici, che poi copiarono in parte il nostro progetto e lo eseguirono molto male. E a noi lasciarono un piccolo progetto sanitario nel Wollo, per rafforzare l'attività sanitaria in due villaggi, due piccoli centri sanitari sperduti nelle montagne dove abbiamo lavorato per quasi due anni.”[7]

 

 

Dunque nella metà degli anni ’80 inizia il primo afflusso di denaro pubblico verso le ONG e con esso sorgono anche nuove forme di corruzione. I medici del CESTAS crescono nella loro organizzazione che ormai è impegnata in svariati progetti in Guinea, Benin, Angola, ma anche in altri continenti: in Cile, per esempio, l’organizzazione costruisce un poliambulatorio sanitario oggi gestito da medici locali. Inoltre la maturità raggiunta da tale struttura porta ad una progressiva diversificazione dei progetti, che vanno adesso oltre il campo sanitario provocando tuttavia ancora ricadute in questo settore.

 

Ad oggi il CESTAS lavora in quindici paesi distribuiti su tre continenti[8].

 

Come il CESTAS tante altre organizzazioni nasceranno in quel periodo, in un primo tempo contando soprattutto sull'autofinanziamento, per poi ampliare le proprie possibilità d'azione grazie ad una gamma sempre più vasta di finanziamenti, collaborazioni con le università, possibilità di forti sgravi fiscali ed utilizzo nei lavori di base degli obiettori di coscienza.

 

Se è vero che questa organizzazione bolognese ha dovuto aspettare sette anni prima di poter avere un accesso a fondi statali, è anche vero che una normazione in materia di assistenza medica internazionale inizia ad essere strutturata fin dal primo anno di nascita di questa stessa ONG. Sarà infatti dagli anni '70 che l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) inizierà a diffondere un nuovo approccio nel modo di intendere la salute e l'assistenza sanitaria internazionale[9]. Tale impostazione verrà delineata nel programma della conferenza di Alma-Ata del 1978 dal titolo “Health For All” (salute per tutti)[10] ed avrà come orizzonte l'equità d'accesso ai servizi sanitari sia per quanto riguarda la cura che la prevenzione, senza distinzione di nazionalità, età, etnia, sesso[11]. La Conferenza di Alma Ata identificò la Primary Health Care (PHC)[12] come lo strumento principale per il raggiungimento di questi obiettivi.[13]

 

Questa utopia durò non più di un anno: nella seguente conferenza sulla sanità mondiale, infatti, sotto la pressione delle organizzazioni finanziatrici, tra loro lo USAID (United States Agency for International Assistance, l'agenzia degli U.S.A. per la cooperazione internazionale), l'UNICEF, fondazioni come la Rockefeller e la Ford Foundations, la Banca Mondiale e l'OCSE, venne demolita l'impostazione egualitaria ed orizzontale che avrebbe dovuto guidare le politiche di intervento in materia. Vi è un ritorno ai criteri di costo ed efficienza che privilegia i finanziamenti per programmi di assistenza verticale anziché di autosviluppo (auto-empowerement) nonché il rafforzamento equilibrato e bilanciato dei sistemi sanitari.[14]

 

Questo allontanamento dalle strategie egualitarie si riflettette subito sulle appena nate organizzazioni non governative. Quasi contemporaneamente alla nascita su vasta scala delle ONG, si pone il problema per le centrali di produzione e di direzione normativa ed economica internazionale di veicolare le politiche di erogazione di servizi delle organizzazioni non governative. Problema che viene risolto finanziando ed incoraggiando le ONG a diventare managed care, cioè organizzazioni che utilizzano parametri di crescita che solitamente contraddistinguono il mondo dell'economia: capacity building, target groups, assessment, training on sustainability, accountability, social risk management diventano parole d'ordine non solo delle imprese for-profit, ma anche delle organizzazioni sociali.

 

La trasformazione non riguarda meramente la sfera economica - introducendo anche per gli organismi delegati alla cooperazione ed all'assistenza umanitaria parametri fondati sul rapporto costi-benefici -, ma contribuirà e sarà parte integrante di un  cambio profondo degli equilibri mondiali avvenuti alla fine degli anni ’80. Donald Duffield[15] osserva come, alla caduta dei paesi del blocco socialista, gli stati occidentali abbiano mutato l'idea di sicurezza e dominio rispetto ai sud del mondo, ponendola in relazione ad una politicizzazione degli interventi umanitari, costruendo un “tandem” tra intervento armato ed umanitario (Civil-military Cooperation CIMIC) nelle aree instabili del pianeta, al fine di controllarle militarmente, introdurre comportamenti e valori occidentali ed aumentarne la dipendenza dall'occidente.

 

Altro compito importante che gli organismi eredi della fine della guerra fredda sembrano voler attuare è la depoliticizzazione delle questioni legate allo sviluppo. Mentre le organizzazioni non governative nascono per effettuare una forma materiale di solidarietà da questo momento corrono il rischio di tornare ad essere, come nella prima epoca dei viaggi dei missionari cristiani, uno strumento per slegare il soccorso dalla ricerca delle cause politiche della povertà e della miseria e per essere, appunto, uno strumento di nuova “evangelizzazione” degli ideali neoliberali.

 

Durante la guerra fredda i sud del mondo erano considerati dalle due superpotenze come aree composte da stati sovrani deboli e facilmente ricattabili, ma con cui venire a patti. L'arma migliore per fare ciò era costituita dalle strategie militari, dal supporto all'economia dei paesi del proprio blocco geopolitico e dall'intervento “coperto” tramite i tanti strumenti dell'intelligence per destabilizzare gli equilibri dei paesi del sud appartenenti alle fila del blocco avversario. Con il crollo dei paesi socialisti e dello scacchiere simmetrico del bipolarismo,[16] con l'avvento della guida unilaterale del mondo i sud del mondo diventano

 

“borderlands, aree marginali in cui regna la povertà, violenza, avidità e corruzione”[17]. 

 

 

Questo passaggio è iscritto in una trasformazione complessiva del terzo settore[18]. Alla fine degli anni ’90, gli Stati Uniti sono ancora una volta pionieri con un terziario che conta 1,4 milioni di organizzazioni per un ammontare di quasi 10 milioni di occupati in questo campo (quasi il 7% del totale della forza lavoro retribuita). Nello stesso decennio, l'Europa segue questa tendenza con una media di persone retribuite in questo campo del 4% rispetto al totale degli occupati. Questa tendenza alla crescita è data dal fatto che il terzo settore assume compiti fondamentali dello stato come l'assistenza sociale e la cura. Le ONG, come vedremo, si inscrivono allo stesso modo in una logica di privatizzazione dei servizi ed il loro lavoro assume un valore aggiunto dato dalla loro prerogativa di intervento internazionale. 

 

In altre parole, il “no-profit” persegue sempre più le logiche delle imprese “for-profit”[19].

 

 


1.1 Gli anni '90, la cooperazione internazionale e le nuove guerre

 

 

“Quando Gordana fu bombardata dalla NATO improvvisamente ebbi la sensazione che forse stavo dalla parte sbagliata”.

 

Tony Vaux manager dell'ONG Oxfam

 

 

Le agenzie umanitarie non sono intervenute solo per rispondere alle emergenze; il loro operato ha piuttosto assunto il carattere di una permanenza volta alla ricostruzione sociale e istituzionale.

 

                                       Donal Duffield

 

 

 

Negli anni '90, il mondo della cooperazione internazionale è ormai variegatissimo, composto da piccole e piccolissime organizzazioni che lavorano su territori specifici, progetti particolari e con personale formato e specializzato in loco e per anni ma anche da “multinazionali dell'umanitario” con fatturati da decine di miliardi che intervengono nei campi più disparati (dalla protezione ambientale allo sminamento dei terreni, passando per la lotta all'AIDS). Ci informa Giulio Marcon, (fino a poco tempo fa presidente dell'ICS Consorzio Italiano di Solidarietà) che ormai viene veicolato tramite il lavoro delle ONG più del 65% degli aiuti mondiali[20].

                                                                                

All'interno delle ong diventa sempre più importante la figura del fund raiser: “persone dinamiche, che possano cogliere i tratti essenziali dei progetti proposti nei PVS e, attraverso lo sviluppo di contatti e reti di relazioni (con istituzioni locali, imprese, fondazioni bancarie), riescano a trovare finanziamenti, bandi e parternariati”[21].

 

 

Con tutto ciò che questa nuova direzione comporta: multinazionali dell'umanitario che per mantenere in piedi le loro strutture sono costrette a muoversi di volta in volta lì dove si aprono possibilità di finanziamenti umanitari con interventi “mordi e fuggi” che non danno continuità all'intervento. Si tratta di una sorta di “marketing umanitario” con strategie di Cause Related Marketing: strategie di marketing incentrato sulla pubblicizzazione di una causa, che prevedono nella pratica una partnership tra una ONG ed una impresa “for-profit”. Ciò produce un afflusso di capitali per la ONG ed un ritorno di immagine per l'impresa (affiancato da sgravi fiscali ed indotto economico che per le imprese equivale a ritorni consistenti):

 

“In primo luogo, la responsabilità sociale non deve essere vista come un gioco a somma zero, dove la scelta fra etica e profitto è alternativa, ma bisogna iniziare a pensare che la CSR è un modo per aumentare la competitività dell’impresa; potremmo dire che la CSR rappresenta ciò che è stato il pollice opponibile per l’essere umano, cioè una caratteristica che sta diventando fondamentale ai fini della sopravvivenza delle imprese nel processo evolutivo”.[22]

 

 

Un esempio è il parternariato che ha avuto luogo nel 2002 tra il CESVI e la Banca Popolare di Bergamo, con l'operazione “La fame ha paura di noi” in cui si raccoglievano 10 centesimi per transizione bancaria fatta da suddetta banca, da destinare alla lotta contro la fame nel mondo. Questa promozione non cancella gli affari che questa banca fa con il business della guerra: la Banca Popolare di Bergamo ha ottenuto introiti per più di 6 milioni di euro ricavati con i finanziamenti all'export delle armi italiane[23]

 

Ad un cambiamento di questo tipo è chiaro che segue anche una trasformazione dei motivi che portano un operatore umanitario a scegliere questo lavoro. Nei siti che offrono lavori nel settore risulta che la competenza più richiesta, come in ogni altro ramo della produzione sia quella della  “professionalità”[24].

 

Mondi diversi  finiscono per assomigliarsi sempre più.[25]

 

Tra i primi anni ‘80 e la metà degli anni ‘90 il numero delle crisi umanitarie[26] aumenta da una media di 20-25 all’anno ad una media di 65-70 all’anno. Le stime mostrano che il numero di persone coinvolte nella cooperazione umanitaria ha raggiunto la cifra media di circa 10 milioni all’anno. Cruciale per le trasformazioni del mondo dell'intervento cooperativo ed umanitario saranno gli anni ‘90, momento in cui verranno totalmente messi in discussione equilibri internazionali consolidati da quarant'anni di guerra fredda ora finita.

 

Il primo banco di prova internazionale a cui sono chiamati gli attori internazionali a muoversi dopo il crollo del muro di Berlino è la crisi politica somala e la carestia che attanaglia la regione. In realtà la crisi economica, politica e sociale di questa regione ha cause che possono essere individuate in fenomeni naturali che si abbattono, in questo periodo, sulla zona come la carestia che la colpisce drammaticamente, ma il sistema economico somalo e gli equilibri comunitari sui quali reggeva quest'area verranno minati molto prima e così a fondo da non permettere quell'autonomia “di sistema” indispensabile per superare una crisi di quella portata come avviene nelle strutture statali forti ed indipendenti.

 

Scrive Michel Chossudovsky, ex direttore della Banca Mondiale:

 

“L’esperienza somala insegna come un paese può essere rovinato dalla contemporanea applicazione di aiuti alimentari e politica macroeconomica.”[27]

 

 

Gli aiuti alimentari e i programmi di aggiustamento strutturale che il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale confezionarono ed imposero alla Somalia per modernizzarne l’economia causarono l’inasprimento della crisi dell’agricoltura nomade, alterando il tradizionale equilibrio nel rapporto di baratto tra l'economia dei pastori e quella degli agricoltori. Era sulla base di questi equilibri che in passato venivano affrontate le carestie.

 

“La Somalia, che fino agli anni ‘70 era autosufficiente, nell’arco di dieci anni, dalla metà degli anni ‘70 alla metà degli anni ‘80, vide aumentare gli aiuti alimentari (principalmente grano) di ben 15 volte”.[28]

 

 

Le eccedenze di grano e riso europee e nord-americane donate e distribuite gratuitamente o a basso costo invasero il mercato somalo facendo precipitare i prezzi del grano, del mais ed in generale la produzione agricola locale che venne sostituita da altre colture - come le banane o i meloni -  non  in competizione con i prodotti occidentali e funzionali all’esportazione. Aziende come la Somalfruit, controllata da imprenditori locali vicini al regime e da imprenditori italiani, hanno fatto la propria fortuna con queste esportazioni.

 

Durante tutti gli anni ottanta, saranno più di cento i progetti di cooperazione sponsorizzati dall'Italia in Somalia. Prima di essere uccisa in un attentato a Mogadiscio, la giornalista italiana Ilaria Alpi stava proprio investigando sui soldi e su presunti traffici di armi della cooperazione italiana in Somalia.[29]

 

In questo modo tanto semplice si crea il ciclo perverso della monocoltura, si mina l'autonomia alimentare impedendole di reggere ai periodi di carestia e si generano divisioni che producono guerre. Ci accorgiamo così che il conflitto somalo non è frutto degli odi tribali di cui ci hanno parlato gli analisti, ma di una economia autonoma affamata dagli aiuti umanitari.


Nel dicembre 1992 l'ONU approva la costituzione di una forza di emergenza con scarse potenzialità di intervento (UNOSOM, Organizzazione Nazioni Unite per la Somalia) per far fronte alla crisi somala. In seguito all'inefficienza dell'azione dell'ONU gli Stati Uniti si faranno carico delle operazioni belliche ponendosi a capo di una spedizione militare molto più risoluta. All'operazione viene dato significativamente il nome “Restore Hope” ("Riportare la Speranza"). Il contingente  tuttavia non saprà affrontare la complessa situazione e non sempre opererà in modo equidistante tra le varie fazioni.[30]

 

Spiega Tony Vaux[31] - per decenni senior manager della ONG inglese OXFAM - che mentre l'inviato dell'Onu Mohammed Sahnoun - con pochi altri operatori che non si trincerarono nei palazzi di lusso di Nairobi -, tentava di avviare un dialogo con gli anziani capi locali somali, l'allora Segretario Generale dell'ONU Boutros Gali, annunciava l'invio in Somalia di 3000 soldati “in difesa degli aiuti umanitari”. A quel punto ogni tentativo di mediazione nella regione è messo in grave pericolo e salterà definitivamente quando gli stessi capi locali con cui stava lavorando Sahnoun saranno bombardati e molti di loro uccisi da un attacco U.S.A..

 

L'operazione di intervento internazionale fallì e nel marzo del 1995 della coalizione abbandonarono un paese lacerato da un conflitto ancora più aspro di quanto non fosse prima del loro arrivo. 

 

Il prezzo del fallimento sarà l'indifferenza con cui l'occidente e gli U.S.A. trattarono, appena un anno dopo,  il genocidio in Rwanda.

 

La guerra in Kosovo segna l'utilizzo maturo della “arma umanitaria” nei conflitti bellici.[32] L'Italia giocherà un ruolo fondamentale nel conflitto balcanico, almeno per quanto riguarda l'utilizzo “bellico” dello strumento umanitario  soprattutto tramite la “Missione Arcobaleno”.

 

Nel 1998 i soprusi di militari e paramilitari serbi - armati e finanziati da uno stato a governo ipernazionalista guidato dal presidente Slobodan Milosevic -, si moltiplicheranno fino ad assumere il carattere di violenze di massa contro la comunità albanese del Kosovo a cui era stato già revocato lo status di regione autonoma. Nel solo 1998 verranno evacuati 200mila kosovari, più del 10% della popolazione. Lo scopo del regime di Belgrado sarà sedare ogni spinta autonomista albanese.[33] Dal 1996 nelle fila kosovare inizia ad opporsi al leader albanese moderato Rugova il “falco” Adem Demaci, sostenitore della lotta armata e vicino alle milizie dell'UCK. Rugova nel 1990 a capo della Lega Democratica Kosovara (LDK) riesce con la pratica della resistenza passiva, a costituirsi come uno degli elementi fondamentali per la creazione della regione autonoma del Kosovo. Le milizie dell'UCK intanto, in questo stesso periodo metteranno in piedi cellule militari destinate ad azioni di guerriglia ed attentati terroristici contro il regime di Milosevic. Gli scontri si protrarranno per più di  due anni. Il 23 marzo del 1999 in seguito al massacro di Rakat (che si scoprirà in seguito essere in buona parte una falsificazione mediatica) ed dopo al rifiuto serbo nel firmare gli accordi di Rambouillet, partiranno i bombardieri della coalizione NATO contro la Serbia.

 

Alcune grandi ONG come Oxfam, faranno pressioni sulla coalizione della NATO per procedere nell'attacco militare. Una lettera scritta nel 1998 dall'organizzazione al segretario degli esteri inglese Robin Cook recitava quanto segue:

 

“Oxfam ritiene debba essere intrapresa un'azione militare per far rispettare il cessate il fuoco.”[34]

 

 

Tra gli stati della coalizione bellica l'Italia guidata da un governo di centro-sinistra. Sarà proprio l'Italia tra le promotrici dell'intervento umanitario affiancato all'azione militare con l'invenzione della “Missione Arcobaleno”. Per il governo italiano il bisogno fondamentale era quello di giustificare nel miglior modo possibile al suo elettorato (non è un caso l'uso dell'arcobaleno, da sempre tra i simboli del pacifismo internazionale) la scelta della guerra. La campagna umanitaria partirà quasi con lo scoppio delle prime bombe, il 24 marzo 1999. Verranno stanziati più di 133 miliardi di lire mediante finanziamenti governativi e sottoscrizioni popolari pubblicizzate tramite spot martellanti alla televisione. I finanziamenti saranno divisi tra ONG e strutture ministeriali e partiranno con molta rapidità. Lo stesso non potrà dirsi per quanto riguarda il coordinamento degli aiuti:

 

“La missione eroga i finanziamenti dopo poche settimane. Le regole e le procedure arrivano con grande ritardo: molte settimane dopo l'inizio della missione e dopo che importanti finanziamenti erano già stati decisi.”[35]

 

 

Molte ONG si gettano a capofitto sui finanziamenti anche non avendo competenze in zona o in materia.

 

Alcune fanno da “asso prendi tutto”:

 

“a fare la parte del leone è stata Intersos che ha avuto progetti finanziati per 17 miliardi e 103 milioni di lire.”[36]

 

 

La cosa più importante era fornire una copertura mediatica all'azione umanitaria che giustificasse l'intervento e coprisse il rumore delle bombe. L'intervento che si concentrerà sulla costruzione di campi profughi in Albania per rifugiati kosovari colpiti dalla pulizia etnica:

 

“I Fondi sono stati utilizzati per trasportare aiuti e costruire i campi profughi in Albania che danno accoglienza a poco più di 30.800 profughi kosovari (cioè circa il 6,5% del totale) sugli oltre 450.000 giunti nel paese in quelle settimane, cacciati dalla pulizia etnica delle milizie serbe.”[37]

 

 

Solo il 6.5% dei profughi. Non era possibile prestare una maggiore assistenza?

 

“Dopo aver visitato i nostri campi andare in un campo della missione arcobaleno fa una certa impressione: centinaia di volontari in divisa e tuta mimetica decine di mezzi tende e tendoni per attività collaterali. Il campo è un cantiere iperattrezzato e molto tecnologico. I volontari hanno persino distrutto alcuni bunker...per farne le basi di barbecue. Non è esagerato dire che in Albania ci sono i campi profughi di serie A (Missione Arcobaleno) e di serie B (tutti gli altri).”[38]

 

 

Dai dati ufficiali della “Missione Arcobaleno” per ogni lira spesa per i rifugiati 5 sono state distribuite tra volontari, manager e funzionari vari.[39]

 

E ci sono così tanti fondi e sprechi che funzionari italiani e albanesi penseranno bene di lucrarci e dare vita ad un giro di corruzione: verrà aperta un'inchiesta sulla corruzione ed i furti nel campo profughi di Valona e sui 914 container di aiuti confezionati in tutta fretta ed abbandonati nel porto di Bari.[40]   

 

A questa corruzione si aggiungerà il crollo economico della regione: chiudendo i profughi nei campi si impedirà la possibilità di una riorganizzazione di attività autonome. Verranno relegati al ruolo di parassiti in gabbie a cielo aperto.[41]

 

Inoltre l'imponente intervento della missione sull'economia locale provocherà distorsioni e squilibri a volte tragici:

 

“Tra gli autisti delle ong vi sono anche dottori: portando in giro i cooperanti guadagnano dai 400 agli 800 marchi tedeschi, negli ospedali kosovari non ne racimolano più di 300-350.”[42]

 

 

L'effetto sarà la diminuzione drastica di personale qualificato dagli ospedali. Di contro si moltiplicheranno i medici italiani della missione. Medici strapagati rispetto ai loro colleghi locali:

 

“Uno degli autori del presente saggio è stato contattato da un’Agenzia umanitaria di Ginevra che gli ha proposto di diventare responsabile sul campo di un progetto di counseling psicologico nonostante non avesse nessuna esperienza né di psicologia né di gestione di gruppi.
La carità internazionale fornisce, e a volte impone, ad una comunità locale, tutta una gamma di figure di esperti, professionisti, consulenti: medici, assistenti sociali, architetti, urbanisti, costruttori, agronomi ecc. I soggetti locali sono ridotti in gran parte a vittime e a oggetti passivi dell’intervento umanitario. In questo modo si invita la gente a non aver fiducia nella propria capacità di far fronte al disagio, alle distruzioni, alle privazioni, ai traumi, al dolore, ai lutti. Come notava icasticamente Friedrich Nietzsche nella Gaia Scienza, «i nostri “benefattori” sono, più dei nostri nemici, coloro che deprezzano il nostro valore e la nostra volontà». A volte gli stessi locali finiscono con l’introiettare questo giudizio e si mettono a rivendicare la presenza di esperti e consulenti come un loro diritto.”[43]

 

 

Quello che si contribuisce a perpetrare è la subalternità delle popolazioni già colpite dalla guerra. Si compromette la produzione di soggettività degli individui che vedono le conquiste sociali ritrasformate in doni non contrattabili.

 

Il lusso e lo sperpero non riguarderanno solo campi profughi della missione Arcobaleno.

 

“In una prospettiva più ampia avremmo dovuto essere maggiormente consapevoli che la nostra competenza nel lavorare a Belgrado era probabilmente più importante di qualsiasi altra cosa. Non c'era penuria di agenzie umanitarie che volessero aiutare i profughi del Kosovo, anzi erano in competizione per i fondi delle agenzie donatrici. Ma in Serbia c'erano più di mezzo milione di persone sfollate durante guerre precedenti... l'economia era in condizioni terribili...In termini di povertà e sofferenza, la Serbia sarebbe stata il fulcro d'intervento di qualsiasi agenzia umanitaria.” [44]

 

però:

 

“Il problema era che i finanziatori non volevano finanziare i lavori in Serbia.”[45]

 

 

Il fulcro doveva essere la campagna mediatica sui profughi kosovari, causa e giustificazione umanitaria della guerra.

 

“Per contro, le operazioni di aiuti per i profughi del Kosovo in Albania e Macedonia diventarono scandalosamente elaborate e iperfinanziate. Secondo una relazione delle Nazioni Unite, ogni settimana c'erano 17 delegazioni governative che visitavano l'Albania. La “campagna di aiuti umanitari” era come un evento sportivo internazionale... la maggioranza degli sforzi furono concentrati in campi “di rappresentanza” dove ogni nazione poteva dimostrare ciò di cui era capace. I campi migliori erano come alberghi; la sola differenza era il filo spinato lungo il perimetro, con il compito non tanto di “tenere dentro”, ma di tenere fuori coloro che erano rimasti esclusi da questo speciale trattamento.”[46]

 

 

È interessante che questa analisi venga da Toni Vaux, l'ex senior manager di quella stessa Oxfam che chiese l'intervento militare.

 

L'intervento umanitario in Kosovo segnerà il punto di non ritorno della sovrapposizione tra interessi militari e politiche di intervento umanitario. Da questo momento in poi le nuove guerre saranno caratterizzate da un intreccio sempre più indistinguibile tra i due campi. Per esprimere questo concetto facciamo riferimento a due immagini.

 

La prima è data dagli aerei U.S.A. che in Afghanistan sganciarono in modo alternato bombe e pacchi umanitari (entrambi racchiusi in cilindretti dello stesso volume e colore, somiglianza che produsse effetti tragici), segnando drammaticamente la commistione estrema tra l'aiuto umanitario e le operazioni belliche e cancellando la differenza tra esercito occupante e lavoro di volontariato internazionale.

 

Uno dei risultati di queste operazioni è esemplificato nella seconda immagine: il 7 settembre 2004 verranno rapite in Iraq due italiane, Simona Pari e Simona Torretta cooperanti della ONG “Un ponte Per..”. Il rapimento delle due ragazze sarà uno shock per la comunità pacifista internazionale: da sempre la loro organizzazione si è battuta contro la guerra in Iraq ed è rimasta presente nella regione anche durante “l'embargo umanitario” degli anni '90. Il rapimento delle due Simone, nonostante i misteri che ancora lo circondano[47] si colloca in una strategia più vasta di rapimenti e assassinii di militari, diplomatici, giornalisti e cooperanti occidentali. Non c'è dubbio che questi crimini siano generati dall'identificazione dei cooperanti e dei giornalisti occidentali con il fronte militare:

 

Al tempo della guerra globale contro il terrorismo, l'integrazione delle ONG nell'umanitarismo militare è giunto ad una nuova svolta. Gli operatori umanitari sono considerati senza sfumature "guerrieri democratici". Con conseguenze gravi. Da una parte c'è infatti la strategia dei rapimenti che utilizza il corpo degli operatori sequestrati (...) per le esigenze della guerra mediatica contro gli occupanti. Dall'altra, in particolare in Italia, c'è la progressiva estensione del codice militare di guerra a tutte le missioni di peace-keeping (Mozambico, Somalia, Bosnia, Kosovo, Iraq)[48].

 

 

In Iraq si è raggiunta la massima capacità di utilizzo e gestione dei mezzi di comunicazione. I militari statunitensi annoveravano puntualmente tra le loro truppe giornalisti “partigiani”. Il conflitto iracheno è stato quello che ha messo al meglio a punto anche la macchina della cooperazione “embedded”. La Coalition Provisional Authority (CPA, la coalizione occupante) varerà un decreto, nel novembre del 2003, che subordinerà l'agire di tutte le organizzazioni irachene ed internazionali ai piani della coalizione. Tutte le organizzazioni dovranno sottostare alla coordinazione delle truppe occupanti, pena l'illegalità. Il codice di guerra ed il controllo militare si estenderanno alle organizzazioni civili, tra cui quelle di soccorso. Il decreto viola accordi e trattati internazionali come la Convenzione Internazionale di Ginevra.

 

Ce non-respect du Droit international humanitaire et d'un espace humanitaire neutre, impartiel et independent entraîne une insecuritè croissant pour les personnels humanitaires et suoligne le danger de la confusion des genres et des rôles.[49]

 

 

Uno dei dati più preoccupanti di queste trasformazioni riguarda il rapporto che si stabilisce nelle relazioni tra soldati e cooperanti. Se l'azione militare si maschera da soccorso umanitario ed i soldati alternano le operazioni belliche alla costruzione di scuole, ospedali e campi profughi, i cooperanti iniziano a servirsi sempre più del supporto militare per portare a termine i loro lavori e viceversa.

 

Altro problema sono le scorte armate in zone di guerra che molti cooperanti utilizzano per proteggersi, ma, come osservano i frati comboniani:

 

non sarebbe surreale un prete che andasse a celebrare una messa scortato dai suoi gorilla?[50]

 

 

Con l'utilizzo di guardie armate - sempre più diffuse anche fra molti operatori di ONG - il solco tra gli internazionali e la gente del posto, diviene irrimediabilmente insormontabile. Essere scortati da guardie armate non fa che contribuire a confondere la differenza tra civili e militari, insomma tutto ciò rende il cooperante veramente altro dallo spazio con cui interagisce. 

 

Inoltre le scorte armate sono ormai parte integrante ed uno dei servizi che offrono gli eserciti privati delle agenzie e compagnie di sicurezza privata (Privare Military Company PMC e Private Security Company PSC) che si occupano della sicurezza di oleodotti, infrastrutture, manager e tecnici delle imprese transnazionali in territori di guerra ed a cui anche gli stati appaltano in misura sempre crescente compiti bellici. Il risultato, anche se involontario, ma inevitabile è che le agenzie che si servono di queste strutture mercenarie contribuiscono ad aumentare l'indotto dell'economia di guerra.

 

Finora abbiamo parlato della tendenza che ha avuto, negli ultimi decenni, l'evoluzione delle ONG. Nel prossimo capitolo ci soffermeremo sul quadro delle trasformazioni generali che hanno contribuito a questi passaggi. Abbiamo descritto l'evolversi delle organizzazioni umanitarie nel cambio di paradigma che hanno assunto i nuovi conflitti. Spiegheremo meglio queste trasformazioni. Sarà bene anche soffermarsi sugli accennati passaggi di sovranità che hanno determinato la trasformazione radicale dell'idea di stato nazione. Questo per spiegare come le ONG ed il terzo settore hanno recuperato e fatto proprio il compito di distributori di welfare. Ruolo, nel secolo scorso, ad appannaggio dello stato-nazione. Questo “passaggio di consegne” ha causato trasformazioni profonde nella stessa idea di welfare.

 

 

 

Capitolo 2

 

LA  COOPERAZIONE  INTERNAZIONALE  E
LA  TRASFORMAZIONE  DEL  WELFARE

 

 

 

2.1       Cessioni di sovranità

     

   Tutta la terra aveva una stessa lingua e le stesse parole

    Genesi II.2

 

          La sovranità è il controllo della riproduzione del capitale   Antonio Negri

 

 

 

Vi sono alcune prerogative del nuovo ordine globale che si mettono direttamente in relazione con il lavoro di cooperazione internazionale.

 

Una riguarda il problema della cessione, da parte dello stato-nazione, di ciò che fu uno dei suoi compiti peculiari: la produzione di welfare.

 

Lo stato nazione, così come esso emerse nella transizione dal feudalesimo al capitalismo ed in particolare in seguito alla pace di Vestfalia ed alla stipulazione del nuovo carattere delle relazioni internazionali che ad essa seguì, vede messa in discussione la sua sovranità dentro la cornice di ciò che un tempo erano sue prerogative vitali e fondanti: il monopolio weberiano della violenza, il monopolio smithiano della decisione, la possibilità di coniare moneta a beneficio di altri centri dove ora risiede il comando.

 

Assistiamo negli ultimi trent'anni al dispiegarsi tendenziale di irreversibili passaggi di sovranità dallo stato nazione verso un “altrove” che si va sempre più caratterizzando e va prendendo corpo nella costituzione di nuove relazioni globali date da molteplici organismi di controllo che cambiano e rielaborano il carattere dell'autorità: centrali di comando nello stesso tempo politico ed economico come la Banca mondiale (BM), l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), ma anche multinazionali e potenti governi nazionali che dispiegano e formalizzano con piani di azione territoriale (come il NAFTA, il Plan Puebla Panama, il Plan Colombia, il Plan Andino) il proprio potere e le proprie zone di influenza territoriale, determinando il proprio dominio in piani che prefigurano nuovi luoghi di esercizio della sovranità.

 

Alla fine della seconda guerra mondiale si delineò un ordine che sanciva l'appartenenza delle nazioni a due blocchi tra loro contrapposti, quello socialista guidato dall’Unione Sovietica e quello capitalista a egemonia statunitense.[51]

 

Nel 1944 a Bretton Woods i paesi del blocco occidentale istituirono un sistema di direzione economica internazionale basato su scambi commerciali di natura liberale ed ancorarono il cambio del dollaro a quello dell'oro (le cui riserve globali erano possedute per un terzo dagli U.S.A.) ratificando l'egemonia della potenza statunitense alla guida reale delle relazioni economiche dei paesi del blocco occidentale.[52] Bretton Woods, oltre a fornire gli strumenti economici per un controllo mondiale delle politiche del New Deal, attribuirà funzioni importanti di controllo e guida dell'economia internazionale alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale. Questi organismi verranno investiti di un potere nel tempo sempre maggiore a garanzia e difesa degli equilibri e delle relazioni economiche mondiali.

 

La sovranità nazionale dei singoli stati rimaneva effettiva e reale seppur immobilizzata dalla simmetria degli equilibri politici mondiali e dall'ingresso dei paesi appartenenti al blocco occidentale in un mercato atlantico che dettava molte regole di comportamento economico statale.

 

Questo quadro stabile nell'economia internazionale atlantica durò circa trent'anni[53]. Dal 1968, lo scoppio, in occidente, dei movimenti sociali, il precipitare, in Vietnam, della guerra scatenata dagli U.S.A., l’insorgere dei movimenti anticoloniali e la stagflazione economica; portarono il modello di Bretton Woods ad una crisi irreversibile a cui si pose rimedio con un cambio drastico delle relazioni economiche internazionali.[54]

 

È da questo momento che gli organismi della Banca Mondiale e del FMI si ergono a dispositivi di controllo reale e strutturale dell'economia per i paesi del blocco occidentale.

 

Alla caduta del muro di Berlino, il loro controllo abbraccerà un campo di azione sempre più vasto.

 

Si moltiplicheranno, inoltre, le tecniche di imposizione dei dettati in materia economica[55]: il FMI, nato col compito di regolare i flussi e le transizioni monetarie internazionali, dopo le trasformazioni degli anni '70, inizia drasticamente ad auto-riformarsi e ad indirizzare il proprio ruolo da una funzione prettamente regolativa dei flussi economici - funzionalmente ad una stabilizzazione dei mercati -, ad un'attività complessiva di governo e indirizzo della produzione globale. Strategia che ha i suoi punti cardine nel tentativo di convincimento (mediante i prestiti e finanziamenti a paesi con economie traballanti) degli stati ad abbandonare politiche keynesiane ed adottare piani di riorganizzazione monetaristica dell'economia. Strategia che si concretizzerà attraverso un sostanziale abbandono dello stato nella gestione diretta di punti chiave dell'economia (l'industria pesante in Italia, gli idrocarburi in Bolivia, i diamanti in Congo ecc.) ed un progressivo ridimensionamento della spesa pubblica per le attività di assistenza sociale per rendere le  economie di questi stati più competitive sui mercati globali[56].

 

Dagli anni settanta, organismi nati come “dispositivi tecnici” (il FMI e la Banca Mondiale appunto) diverranno uno dei nuovi e reali luoghi in cui si sposterà un'arma fondamentale della produzione di sovranità: il controllo e la gestione delle “regole della moneta”.

 

 Una delle trasformazioni che maggiormente ha influito sul cambio delle centrali del comando è quella dei paradigmi produttivi. Si marca il passaggio dall'economia fordista-taylorista basata sulla dicotomia: crescita quantitativa/sviluppo[57] - paradigma produttivo che è stato uno dei perni forti del 900 ed ha agito da contesto dello sviluppo del conflitto sociale e della rappresentanza politica - al modello produttivo detto postfordista[58] ed incentrato, tra l'altro, sulla dislocazione su tutta la superficie mondiale delle attività produttive. Processo che porta alla perdita della centralità dello spazio nazionale come piano di controllo, mediazione, sviluppo, dei rapporti tra capitale e lavoro, e tra industria e territorio nazionale. A livello sia materiale che simbolico verranno meno l'identificazione e la territorializzazione del capitale entro una dimensione prevalentemente nazionale. L'epoca fordista era il tempo in cui si pensava che tramite la ricchezza e la prosperità degli interessi di suddette industrie nazionali (e più o meno ogni nazione economicamente avanzata aveva i suoi “cavalli di razza”) passasse buona parte della prosperità della nazione stessa. Da ciò derivavano le politiche di difesa della produzione delle industrie nazionali,[59] difesa che passava anche tramite un perenne tentativo, da parte dello stato, di affievolire i conflitti sociali interni ai rapporti di produzione.[60] Il modello postfordista attua, invece, una deterritorializzazione della produzione delegandone la parte meno complessa ai paesi con manodopera a più basso costo. Con questa nuova dislocazione della produzione i centri della nuova sovranità devono dotarsi di nuovi e più efficaci strumenti di governance dei conflitti tra capitale e lavoro. Questi, infatti, non agiscono più il piano di contrattazione/scontro su quella scala nazionale dentro la quale si era formato il capitalismo fordista. Ci troviamo dunque di fronte alla traslazione dei centri di sovranità verso un altrove, anzi molteplici altrove che sussumono i compiti del vecchio stato sovrano ormai delegato alla gestione amministrativa dei territori.[61]

 

Si ridisegnano così non solo le linee dei confini, ma anche e profondamente il modo di concepire tali confini dentro un quadro più articolato dei rapporti di potere:

 

“L'affermazione degli Stati Uniti come potenza globale ha trasformato la tradizione europea della geopolitica, dislocandola dalle questioni dei confini permanenti e degli spazi chiusi alla dimensione di una esteriorità indefinita caratterizzata dall'apertura delle frontiere, concentrandosi sui flussi e sulle linee mobili del conflitto come correnti oceaniche o faglie sismiche.”[62]

 

 

 

2.2        Passaggi di welfare

 

 

   Il capitalismo è un vecchio generale in pensione che si occupa di rose? La situazione somiglia più a quella del tenente che si congeda ancor giovane e crea un grande  vivaio, i cui proventi superano di gran lunga tutte le possibili paghe nell'esercito.

 

                    Paola Tubaro in “Critica della ragione no-profit”

 

 

 

La crisi economica degli anni settanta del XX secolo è uno dei motivi delle trasformazioni di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente ed inaugura una nuova fase storica dove anche lo stato sociale keynesiano, fino ad allora legato ad una crescita continua durata 30 anni, viene messo in discussione. Dalla stagflazione degli anni '70 si vede inclinato il mito della piena occupazione negli stati occidentali ed il welfare, negoziato attraverso gli istituti della contrattazione collettiva ed ancorato alla figura del lavoro fordista, subisce una crisi che lo porterà ad una trasformazione irreversibile. Il tasso di disoccupazione europea, fino alla metà degli anni '70, si era mantenuto, in media, al di sotto del 3% con punte minime nei paesi scandinavi dello 0,7% e picchi massimi in Italia del 6%, picchi legati all'incolmabile divario economico fra nord e sud della penisola. Questo tasso va via via crescendo lungo tutti gli anni 80 sotto i colpi di fattori molteplici[63] che lo portano nella bufera della recessione degli anni '90 a toccare tassi di disoccupazione del 12%, fino ad arrivare alla condizione attuale del XXI secolo dove diviene ormai dato acquisito il tendenziale smarcamento della produzione economica dalle politiche occupazionali. Fattore che costituiva il perno dell'ideologia moderna dello sviluppo keynesiano. Ciò porta a riconsiderare totalmente tutti i rapporti contrattati nel conflitto fra capitale e lavoro in quanto l'erogazione dei servizi sociali era legata all'idea della cittadinanza il cui fondamento era costituito dal lavoro.

 

Sotto i colpi della disoccupazione galoppante nascono nuovi modelli di competitività e sviluppo economico, quello che si chiede è uno snellimento dello stato nelle sue funzioni di erogatore di servizi sociali e di regolatore dei mercati in modo da permettere un alleggerimento del peso fiscale diretto od indiretto delle industrie per facilitare la loro attività. Tutto ciò avviene in un panorama globale modificato dal crollo dei paesi del blocco socialista che divengono nello stesso tempo appetibili nuovi mercati, ma soprattutto, insieme alle aree povere del mondo, nuovi potenziali luoghi di dumping economico dove trasferire la produzione per sfuggire al costo eccessivo della manodopera occidentale, europea e nordamericana. Inoltre le possenti trasformazioni tecnologiche degli ultimi decenni, la robotica, le nanotecnologie, l'informatizzazione totale di ogni ciclo di produzione riducono tendenzialmente il bisogno di manodopera ed allo stesso tempo modificano profondamente la sfera della produzione. Sotto i colpi dei piani di ristrutturazione economica cadono i vecchi modelli di welfare conosciuti dalla seconda guerra mondiale in poi.[64] Lo smantellamento del welfare è inarrestabile, in Europa come in America Latina, negli Stati Uniti come nei paesi dell'ex blocco socialista. Nei paesi del cosiddetto vecchio occidente viene meno il mito della piena occupazione e delle protezioni sociali ad esso legate, in quelli del sud del mondo l'ingresso delle multinazionali che lì si delocalizzano per sfuggire ai controlli troppo rigidi degli stati a sindacalismo maturo, non portano ricchezza diffusa ed iniziano un'appropriazione delle ricchezze naturali di quelle regioni. Allo sfruttamento storico delle miniere africane di diamanti o ai giacimenti di gas dell'America Latina si aggiunge una progressiva privatizzazione nelle regioni del sud di beni indispensabili come l'acqua[65], fino ad arrivare all’attuale tentativo di privatizzazione di tutto ciò che è vivente.[66]

 

Tutto questo mina in profondità meccanismi diversi di protezione sociale, come quelli su base comunitaria e indigena.

 

Nel panorama della globalizzazione neoliberale le classiche forme di welfare si trasformano e subiscono una drastica modifica, ma non scompaiono. Da sempre il sovrano necessita di un patto con i propri sudditi funzionale al riconoscimento del proprio ruolo e più in generale chi fa la guerra a un popolo si pone anche il problema della sua cura. Ad un'azione di sfruttamento deve seguire, necessariamente, una di produzione di assistenza sociale, perché uno dei problemi che si pone il dominio, non è solo il controllo brutale dei territori, ma altresì la produzione di consenso. Più in generale

 

Il potere si esprime mediante un controllo che raggiunge la profondità delle coscienze e dei corpi e, a un tempo, la totalità delle relazioni sociali.[67]

 

 

Ciò è frutto, di una trasformazione più vasta delle logiche di dominio, per cui non è più solo necessario conquistare i corpi degli avversari, ma i nuovi scenari di guerra impongono un approccio più intimo della conquista, producono biopotere[68]: forme di controllo totale sulla vita degli uomini.  

 

 Indebolendosi le frontiere nazionali ed allargandosi gli spazi del controllo globale vi è una necessità espansiva degli strumenti di erogazione di assistenza. Il mondo del noprofit, il lavoro delle ONG ed il ruolo che svolgono nel panorama dell'assistenza e del soccorso umanitario costituiscono un ottimo strumento per queste operazioni, strumento sempre più maneggevole ed utile, in tendenziale perfezionamento e con il pregio di rimodellare l'idea di esigenza dentro un nuovo panorama dei bisogni sempre più diversificati e cangianti. Insomma fungono da strumenti più snelli rispetto alle vecchie macchine statali che nella loro produzione di welfare operavano nel segno di un sostanziale appiattimento delle esigenze. Inoltre le organizzazioni non governative riescono a portare assistenza repentinamente in qualsiasi parte del mondo colpita da traumi ed emergenze di ogni tipo con il vantaggio aggiunto di non essere strumenti nati da conquiste sociali, dentro la antica declinazione del concetto di cittadinanza e frutto del continuo conflitto tra capitale e lavoro. Ciò comporta, da parte delle popolazioni locali una difficile se non impossibile contrattazione dell'intervento, come avviene per ogni “dono”. Le ONG hanno infatti il dovere di rispondere del loro operato non alle popolazioni dei territori su cui operano, ma agli organismi finanziatori.[69] Organismi che (come vedremo nello specifico nel quarto e quinto capitolo di questa tesi) nella maggior parte dei casi hanno interessi geo-strategici precisi nelle regioni in cui operano le ONG da loro finanziate.

 

I prossimi capitoli avranno come obiettivo rimodellare in forma empirica i concetti fin qui delineati e costituiranno la seconda parte della tesi. Cercheremo di entrare nel cuore di una regione, il Magdalena Medio colombiano, dove si presentano allo stesso tempo aspetti brutali della guerra combattuta nelle sue forme più drammatiche e progetti di cooperazione internazionale che vedono la partecipazione di molteplici attori: ONG molto vicine alle formazioni paramilitari che in molte parti di quella regione detengono una sovranità reale effettiva, progetti sociali del Plan Colombia (un piano militare statunitense), progetti finanziati dalla Comunità Europea.

 

Seconda parte della ricerca introdotta da una riflessione circa le trasformazioni storico-politiche della Colombia durante la sua storia recente. Il filo conduttore sarà lo sviluppo del fenomeno del paramilitarismo colombiano. Fenomeno che purtroppo, nella storia recente della Colombia, giocherà un ruolo da protagonista. Il motivo di questa attenzione è da ricercare nell'utilizzo da parte delle organizzazioni paramilitari (inizialmente semplici squadre di sicari) dei molteplici strumenti che eccedono il puro campo bellico. Vedremo come, nella fase “matura” della loro evoluzione,[70] le formazioni paramilitari non disdegnano, fra le innumerevoli armi legali ed illegali utilizzate per accrescere il proprio potere e la propria forza, l'utilizzo e la relazione con ONG. Di questo ci occuperemo, invece, nel quarto capitolo.

      

 

 

Capitolo 3

IL  ROMPICAPO  COLOMBIANO

 

 

 

3.1. Le radici del conflitto

 

 

El odio se ha formado escara a escara

golpe a golpe, en el agua terríble del pantano,

con un hocico lleno de légamo y silencio

                                                   Neruda

 

 

 

La Colombia è uno dei paesi più vasti e ricchi dell'America Latina, con circa 1.140.000 kmq di superficie ed una popolazione che si aggira intorno ai 45 milioni di abitanti (cifra obbligatoriamente approssimativa in quanto l'elevatissimo numero di sfollati impedisce un calcolo preciso). Come tutta la regione centro americana è una terra abbondantissima di biodiversità e ricchezze del sottosuolo, vanta foreste tropicali e montane, savane, vulcani, montagne di oltre 5000 metri, fiumi, lagune, paludi e  il deserto della Guajira. La terra dell’El Dorado è stata da sempre uno dei maggiori territori di conquista coloniale spagnola soprattutto per l’abbondanza, nella costa caraibica, di smeraldi e oro. Oggi oltre queste pietre preziose esporta petrolio, gas, carbone e caffè. Indipendente dal 1819, vanta una storia di governi civili e di elezioni regolari e con istituzioni formalmente democratiche. La Colombia dal 1991 ha una nuova Costituzione, tra le più democratiche, formalmente, dell'America Latina. Infatti è ratificata, nella costituzione, l'impossibilità della rielezione della carica unificata - del presidente della repubblica e capo del governo (l'incarico dura 4 anni). Legge volta a garantire maggiori possibilità di democrazia reale nel gioco istituzionale.[71] 

 

Nonostante l'immensa ricchezza, la Colombia subisce disuguaglianze scandalose: secondo lo stesso Dipartimento di Pianificazione Nazionale Colombiano, più del 60% della popolazione vive in condizione di povertà di cui il 20% subisce una condizione di estrema miseria, di contro il 10% della popolazione ricca guadagna 60 volte più rispetto al 10% della popolazione più povera.[72] La povertà colpisce soprattutto le comunità indigene, gli afrodiscendenti e la popolazione urbana delle favelas delle grandi città (soprattutto Bogotà, Medellín e Cali) dove il 60% degli occupanti vive di economia informale, senza un salario né protezioni sociali garantite.[73] Le attività sindacali sono obiettivo di aberranti violenze, nel solo 2004 sono avvenuti 644 soprusi contro lavoratori e leader sindacali: omicidi, sequestri, detenzioni forzate da parte della polizia, stupri;[74] senza contare le violenze difficilmente quantificabili che colpiscono i lavoratori non sindacalizzati. Il tasso di omicidi è oggi arrivato a 89,5 l'anno ogni 100.000 abitanti (con punte di 200 nella regione del Magdalena Medio) e, secondo la Corte Interamericana per i Diritti Umani, durante i primi due anni di governo Uribe gli assassinii per motivi politici sono stati più di 10 mila di cui quasi il 70% imputabili direttamente alle violenze dei paramilitari. Inoltre con circa 3 milioni di esuli interni - persone in fuga dalla guerra o sgomberata da uno degli attori armati - è il terzo paese al mondo, dopo Sudan e Angola, per numero di rifugiati interni.

 

Le radici della guerra civile - ormai endemica - che questo paese vive da più di 50 anni, sono prima di tutto da ricercare nei suoi motivi sociali, politici, economici e di assenza di democrazia reale. La guerra inizia nel 1948 con l'assassinio del leader del nuovo liberalismo radicale, Jorge Eliecer Gaitán. L'assassinio, voluto dai settori reazionari e conservatori colombiani sarà la prima missione degli agenti della CIA[75] nata appena sette mesi prima durante il governo del presidente Truman (come rivelerà uno di questi agenti, John Mepples Espirito) e segnerà anche una delle prime forme moderne di intervento degli Stati Uniti negli affari degli stati latino-americani per bloccare l'espansione comunista nelle loro aree di influenza con la pratica della “guerra sucia”. Alla morte di Gaitán seguirà un violento scontro armato (300.000 morti) fra i due principali partiti politici (il liberale e il conservatore). Questo periodo sarà tristemente ricordato come “la violencia” e culminerà nove anni più tardi con una precaria riconciliazione nazionale, segnando l'inizio della pratica delle organizzazioni armate in bande, forme antecedenti dell'attuale paramilitarismo. I primi contingenti civili armati, i chulavitas (così chiamati perché assoldati nella città ultracattolica di Chulavo) operanti già dal 1947, verranno affiancati, dopo il 1949, da un numero crescente di bande di civili armati. Nella regione di Medellín nasceranno gli aplanchadores, (gli stiratori) e nella regione di Cali i pájaros (i passeri). Le bande dei pájaros saranno finanziate dagli stessi governatori delle regioni dove opereranno allargando presto il loro lavoro in buona parte della Colombia. Verranno prontamente finanziati direttamente anche dai latifondisti ed utilizzati per combattere i liberali e le insubordinazioni contadine allo sfruttamento della terra legate al latifondo. Più di quattrocentomila famiglie contadine verranno sfollate (la maggior parte di questi terreni estorti con la violenza daranno vita al moderno latifondo colombiano subendo immediatamente una riconversione in mega aziende agricole di cotone e canna da zucchero)[76] e fuggiranno nei territori più impervi del paese. Sarà proprio a partire da queste zone che le organizzazioni liberali inizieranno a dotarsi di strutture armate su base contadina nonostante la richiesta dei dirigenti liberali di deporre le armi. Queste organizzazioni daranno vita alle prime formazioni armate guerrigliere. Alcune praticheranno unicamente forme di autodifesa dalle violenze di pájaros e chulavitas, altre costruiranno organizzazioni guerrigliere aventi come obiettivo una trasformazione sociale radicale. Formazioni che innanzitutto organizzeranno la redistribuzione dell'immenso latifondo nelle regioni dove conquistarono il controllo del territorio: Llanos, Cordigliera e Zona Amazzonica. Dopo lo scontro violento, ma tra fazioni (quella liberale e quella conservatrice), i cui dirigenti erano comunque proiezione di interessi sostanzialmente simili (nessuno dei due schieramenti politici aveva mai modificato i rapporti di proprietà della terra) si stava passando ad uno scontro la cui posta era una distribuzione più egualitaria delle ricchezze.

 

Nel 1964, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, nasceranno i due movimenti guerriglieri attualmente ancora esistenti e tra i più longevi dell'America Latina: le FARC, una guerriglia d’impostazione marxista-leninista, e l’ELN di impostazione cattolico-guevarista. A queste organizzazioni si aggiungeranno nel corso degli anni decine di altre formazioni  guerrigliere, alcune operanti solamente su base regionale, altre di natura propriamente indigena come il Quintin Lamé, altre che si struttureranno adottando la forma moderna della guerriglia urbana come l'M-19. A fianco di queste strutture armate sono tuttora presenti in Colombia organizzazioni indigene che utilizzano forme tradizionali di difesa come la guardia indigena del Cauca. Allo stesso tempo dagli anni sessanta la polizia si andò sempre più configurando come una polizia politica e ancora oggi, denunciano le maggiori organizzazioni nazionali ed internazionali di monitoraggio dei diritti civili (tra le altre Amnesty International e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), è innegabile una connivenza tra esercito, polizia e paramilitari. Lo scrittore Guido Piccoli nel suo libro sulla storia contemporanea della Colombia[77] spiega che appena il conflitto colombiano cessò di essere uno scontro violento tra due fazioni armate per inquadrarsi in un scontro di classe, si pose immediatamente in connessione con gli avvenimenti mondiali (il mondo diviso in 2 blocchi contrapposti): il conflitto divenne uno dei tanti campi di battaglia della guerra fredda. Non a caso la Colombia sarà l'unico paese latino-americano che invierà nel 1952 un contingente a combattere la guerra di Corea contro il comunismo. Inoltre l'esercito colombiano moltiplicò durante gli anni sessanta i suoi effettivi:

 

“Un episodio decisivo nella riorganizzazione delle forze armate colombiane si verificò nel 1962, quando Ruíz Novoa venne nominato ministro della Difesa. Fu allora che giunsero nelle accademie colombiane i primi istruttori militari statunitensi e vennero inviati i primi ufficiali colombiani nella Escuela de Las Américas di Panama.”[78]

 

 

Nella Escuela de Las Américas, fondata a Panama nel 1946, saranno formati più di sessantamila militari latino-americani che si specializzeranno nelle numerose attività di “guerra non convenzionale” che caratterizzeranno la storia latino-americana degli ultimi sessanta anni. I militari colombiani, oltre ad essere addestrati e finanziati alle attività di controguerriglia impareranno le nuove tecniche della guerra psicologica ed a bassa intensità.[79]

 

Con la “guerra non convenzionale”, le azioni militari acquisivano una dinamica distinta che si manifestava attraverso “l’eliminazione selettiva del nemico (leader politici, sindacali e popolari), il massacro collettivo (contro coloro che appoggiano la sovversione e si rifiutano di fornire informazioni ai militari) e il genocidio (contro le zone e le regioni in cui esiste il riconoscimento formale dell’influenza del movimento insorgente)”.[80]

 

 


3.2        Nascita delle formazioni paramilitari: strategie politiche, finanziamenti economici

 

 

   Cominci la strage, lasciate entrare i mastini da guerra

 

                                      William Shakespeare, “Giulio Cesare”

 

 

Il varo, nel 1965, del decreto 3398 sancirà formalmente “l'organizzazione e l'impiego degli abitanti e delle risorse del paese, in tempo di pace, per garantire l'indipendenza nazionale e la stabilità delle istituzioni” e sarà la pietra miliare dell'edificazione legale delle strutture paramilitari. Nel 1968 la legge 48 autorizzerà la costituzione di pattuglie di civili armate ed addestrate da brigate militari.

 

Il fenomeno paramilitare colombiano nonostante le sue proporzioni spropositate non può essere considerato un'anomalia colombiana, ma l'estrema conseguenza di militarizzazione e controllo dell'area da parte dei grossi interessi del governo nordamericano e delle sue transnazionali che, fin dai primi anni del XX secolo, investiranno in terra colombiana. I primi finanziamenti “extralegali” ai gruppi di protezione armata dei civili verranno proprio dalle compagnie transnazionali. La United Fruit Company operante nella regione colombiana di Santa Marta già dagli anni trenta si insedierà nella zona tropicale dell’Urabá, nel nord ovest della Colombia, agli inizi degli anni sessanta tramite una succursale colombiana: la Sevilla Fruit Company.[81] Con un vasto giro di appalti ai latifondisti della regione, nel 1965, la compagnia si è già trasformata in uno dei più grandi esportatori mondiali di banane con più di 3,5 milioni di caschi che già un anno dopo diventano 12 milioni, trasformando la zona in uno dei maggiori territori mondiali di produzione delle banane[82] (ad oggi il terzo prodotto esportato dalla Colombia dopo caffè e petrolio). Inoltre questa compagnia contribuirà notevolmente al processo, già in atto, di concentrazione della produzione agricola nella monocoltura. In questo modo verrà accelerata irrimediabile l'alterazione dell'equilibrio naturale della zona.[83] I lavoratori delle coltivazioni delle banane saranno costretti a condizioni disumane: turni di lavoro estenuanti vivendo accampati con le proprie famiglie in villaggi privi di acqua, elettricità e fogne. I tentativi di organizzazione sindacale saranno repressi nel sangue. La Sevilla Fruit Company giudicherà maggiormente conveniente affidarsi ai “gruppi di civili armati” per proteggere i suoi interessi che trattare con i lavoratori.

 

La British Petroleum, dagli anni sessanta, pagherà ai militari per la difesa dei propri investimenti una tassa di guerra di 1,25 dollari a barile estratto[84] e così faranno tutte le transnazionali petrolifere soprattutto da quando lo sfruttamento del territorio colombiano da parte delle compagnie straniere sarà preso di mira dalle organizzazioni guerrigliere, prima fra tutte l'ELN che avvierà una campagna di sabotaggio dell'estrazione di petrolio ad opera delle transnazionali tramite l'attacco ai pozzi ed il sequestro di dirigenti e tecnici delle imprese petrolifere.[85] La Texas Petroleum Company (TEXACO) contribuirà invece in modo più organico al finanziamento diretto ed all'appoggio politico delle strutture paramilitari. Questa impresa nordamericana inizierà ad operare dagli anni trenta nella regione del Magdalena Medio ottenendo la prima concessione del governo colombiano ad una transnazionale per l'estrazione del petrolio. L'impresa avvierà inoltre un vasto programma di deforestazione e sfruttamento a fini commerciali del legname,  richiamando gli interessi di alcuni ricchi coloni che acquisiranno vasti latifondi convertiti a pascolo.[86] 

 

Durante gli anni '80 nella regione del Magdalena Medio nel dipartimento di Antioquia e in alcune regioni della Costa Atlantica e delle pianure orientali (Llanos Orientales) dominate dal latifondo, i prezzi della terra crollarono sotto la pressione delle Farc che - in seguito all'acutizzarsi del conflitto e delle azioni di controguerriglia e data la necessità di mantenere un esercito che ormai controlla buona parte della Colombia -[87] decisero di imporre la “vacuna ganadera”, la tassa di guerra sui terreni posseduti e sui capi di bestiame, non solo ai grandi proprietari, ma anche alla piccola e media proprietà. Molti possidenti preferirono vendere o dividere i vasti fondi, altri decisero di organizzarsi militarmente ed opporsi alla guerriglia. In questa situazione furono principalmente i narcotrafficanti a trarne vantaggio: grazie agli ingenti capitali accumulati con la vendita della droga, poterono lanciarsi sulle regioni dove i prezzi delle terre erano crollati in seguito alle incursioni delle guerriglie. Secondo l’Istituto per la Riforma Agraria Incora[88], oltre il 60% delle terre produttive sarebbe finita nelle mani dei narcotrafficanti. I narcos fino ad allora erano scesi a patti con le guerriglie nelle zone dove queste controllavano militarmente il territorio pagando una tassa, il gramaje, corrispondente circa al 10% del ricavato della vendita delle foglie di coca al loro prezzo base[89].

 

Alla fine degli anni settanta, man mano che il fenomeno del narcotraffico si evolve[90] e le organizzazioni criminali iniziano a costituire dei veri e propri cartelli, primi tra tutti quelli di Medellín di Pablo Escobar e Rodríguez Gacha e quello di Cali dei fratelli Ochoa, i narcos si costituirono come soggetto autonomo reagendo alle imposizioni della guerriglia. La concentrazione delle terre in mano ai narcotrafficanti alla lunga coincise con gli interessi delle classi dominanti nel difendere militarmente il territorio contro la guerriglia. Narcos che facilmente strinsero alleanze con i soggetti divenuti finanziariamente potenti. Nell'inverno del 1981 un commando dell'M-19[91] rapisce a Cali Martha Ochoa sorella di tre capi del cartello di Medellín e chiede, per il rilascio dell'ostaggio, 15 milioni di dollari.[92] I narcotrafficanti che fino ad allora avevano accettato di pagare i riscatti come le tasse sulla produzione della coca, decidono di rispondere costituendo il MAS (morte ai sequestratori). Viene organizzato un vertice a Medellín a cui parteciparono centinaia di narcotrafficanti e di esmeralderos (trafficanti di smeraldi) di tutta Colombia. L'organizzazione inizia presto ad operare in buona parte del paese con la copertura delle forze armate.

 

L’esercito da parte sua operò un salto di qualità nella strategia delle “operazioni clandestine” date le possibilità che offrivano i nuovi scenari. A seguito di una riunione a Puerto Boyacá (porto fluviale del Magdalena Medio, capitale dell'omonimo dipartimento nel nordest colombiano) alla quale partecipano i responsabili delle forze armate operanti nell’area, il sindaco della città (l’ufficiale dell’esercito Oscar Echandía), alcuni rappresentanti della Texas Petroleum Company, i membri del Comitato degli allevatori e dei commercianti, i maggiori leader politici locali, venne sancita la formazione di  gruppi armati costituiti da civili per operare in tutta la regione sud del Magdalena Medio, (affiancando il 3° battaglione di fanteria “Barbula”)[93]. Questo gruppo verrà addestrato militarmente dalla brigata XX, quella del Binci (battaglione di spionaggio e controspionaggio) brigata i cui elementi erano stati formati nella Escuela de las Américas di Panama.

 

La strategia delle operazioni paramilitari più che colpire le guerriglie con attacchi diretti si concentrò contro la popolazione civile considerata complice e fiancheggiatrice della guerriglia. Nel giro di pochi mesi i gruppi paramilitari si moltiplicarono contando anche sull'impunità diffusa verso i loro crimini:

 

“Improvvisamente tutto il paese, dal Caquetá al Magdalena Medio, si riempì di cadaveri di uomini di sinistra e di nuove sigle che si rifacevano all'estrema destra. Alla tripla A [Alianza Anticomunista Americana] e al Mas si aggiunsero il Movimento Democratico Armato contro la sovversione, il Movimento Patriottico di Autodifesa Nazionale, la Mano Negra, lo Squadrone Machete, fino ai vari Morte ai Comunisti, Morte ai Rivoluzionari del Nordest e Morte ai Rivoluzionari e Comunisti. Visto che nessun delitto veniva punito, la carneficina si diffuse in Colombia come uno sport popolare. Giovani fanatici delle famiglie perbene si unirono ai poliziotti e militari per esercitarsi al tiro a segno notturno contro vagabondi, prostitute, travestiti, rivendicando la pulizia sociale con sigle come Amor por Medellín, Cali Limpia o Bogotá Linda.”[94]

 

 

I gruppi armati, specie nelle aree del narcotraffico, hanno pianificato ed eseguito operazioni militari in coordinamento con le forze armate, finalizzate al controllo strategico del territorio. I gravi crimini di cui si sono macchiati negli ultimi 60 anni sono rimasti pressoché impuniti.[95] Quando alcuni procuratori, indagando su stragi come quelle del 4 marzo 1987 nei villaggi di Honduras e La Negra - dove  vennero massacrati decine di braccianti delle bananiere per la loro attività sindacale e che  inaugurarono una serie di massacri nella regione nell'Urabá (nord della Colombia) - iniziarono a risalire verso le alte scale dell'esercito, si scontrarono contro un muro di omertà. Il giudice Marta Lucía Gonzales scoprì la protezione che due plotoni di militari avevano dato ai killer, scortandoli e partecipando attivamente alle violenze nonché le responsabilità dirette del comando militare nella zona e delle relazioni dirette che univano militari, associazioni di proprietari terrieri, allevatori ed esponenti politici. Un attentato contro la Gonzales la portò a rifugiarsi all'estero, mentre il suo successore, María Elena Díaz, verrà uccisa insieme alla sua scorta il 28 luglio 1989 in una strada di Bogotà.[96]

 

I militari coinvolti saranno tutti, nel tempo, promossi di grado.

 

Una ricerca di un’equipe di giornalisti de “El Espectador” dimostrerà come il massacro del giugno del 1997 a Mapiripán (cittadina della regione del Meta) dove persero la vita più di 40 contadini, sarà compiuto da bande paramilitari con l’appoggio dell’esercito colombiano: la brigata XII sul campo e la brigata XVIII nella copertura delle prove.

 

Jo-Marie Burt, giornalista della rivista nordamericana NACLA Report on the Americas scrive a proposito:

 

“Evidence later emerged suggesting that the role of the Colombian Military in the massacre was in fact much deeper, and in March 1999 Colombian prosecutors indicted Colonel Lino Sánchez, operations chief of the Colombian Army's 12th Brigade, for planning, with Castaño, the Mapiripán massacre. This is not surprising, given that the links between paramilitaries and the Colombian army have been well established. According to a February Human Rights Watch report, half of the Colombian Army's 18 brigades have clear links to paramilitary groups.”[97]

 

 

Tutto ciò succedeva nella zona dove erano presenti i baschi verdi del 7° gruppo di Operazioni Speciali dell’Esercito degli Stati Uniti.

 

A questi esempi, purtroppo, potrebbero aggiungersene molti altri: un'ampia letteratura individua una delle cause principali dell'infinita guerra civile colombiana nell'autonomia dei militari colombiani rispetto a qualsiasi controllo civile, politico e giudiziario sui suoi apparati.[98] Saranno i militari che faranno naufragare qualsiasi tentativo di pace nato con l'elezione presidenziale di Betancour (1982-1986): in seguito alle terribili violenze del biennio 1982-83 tutti i gruppi guerriglieri spinsero verso accordi di pace per il raggiungimento di una soluzione pacifica del conflitto. Molti soggetti politici, istituzionali e soprattutto della società civile, stanchi della perenne violenza, premettero per la costituzione delle condizioni base per dare il via alle trattative: cessate il fuoco da ambo le parti e costituzione di una zona franca per le trattative.[99] I colloqui di pace verranno bloccati, quasi prima del nascere, dall'immobilismo delle istituzioni[100] e dagli apparati militari che durante il periodo di tregua opereranno ripetute incursioni alla ricerca dei guerriglieri nei “campamentos de paz” e nelle aree smilitarizzate destinate ai colloqui.

 

Le guerriglie, unite dal 1987 nella Coordinadora Guerrillera Simón Bolívar, chiesero, come passo per trovare una via pacifica alla risoluzione del conflitto, di poter partecipare ai lavori della costituente del 1990[101] con un piccolo gruppo di esponenti della Coordinadora in rappresentanza di una parte degli attori del conflitto sociale colombiano. L'esercito risponderà attaccando, il giorno delle elezioni della costituente, la “Mesa Verde” ovvero la base della “Comandancia” delle FARC situata nel sud amazzonico. L'attacco andrà a vuoto, i guerriglieri si ritireranno ordinatamente nella selva. L'unico obiettivo che i militari raggiungeranno sarà l'esclusione dei gruppi guerriglieri dalla partecipazione ai lavori per la costituente.

 

 

 

3.3        Processi di autonomia delle formazioni paramilitari, “War on Drugs” ed interessi internazionali

 

 

 

Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!

 

Dante, Inferno, Canto XVII, 1-2

 

 

 

Gli anni ottanta segnano dunque un nuovo e maturo ciclo di sviluppo del fenomeno paramilitare. All'inizio degli anni ottanta latifondisti e grandi allevatori della regione del Magdalena Medio si uniscono nell'ACDEGAM (Associación Campesina de Agricultores y Ganaderos del Magdalena Medio), e di concerto con i poteri politici e militari della zona trasformano l'area di Puerto Boyacá “in una specie di Repubblica Indipendente Anticomunista” come dichiarerà lo stesso sindaco di Puerto Boyacá. La stessa Texas Petroleum Company si relaziona indirettamente con l’associazione e collabora in alcune fasi con le attività locali dei sicari”.[102]

 

L’azione organizzativa e di copertura che l’ACDEGAM fornisce alle “operazioni sporche” di paramilitari e sicari è perfettamente a conoscenza delle autorità statali e dei principali organi di sicurezza colombiani. Nel 1988 un rapporto del Das alla Procura Generale affermava che

 

“i sicari e gli assassini di Puerto Boyacá utilizzano come copertura l’ACDEGAM, dietro cui effettuano le proprie attività illecite. Il sostenimento della banda – proseguiva il rapporto - è a carico dei Narcotrafficanti, degli Allevatori e degli Agricoltori, che in qualche modo dedicano parte delle proprie proprietà alla coltivazione delle foglie di coca, attività camuffata con altre attività agricole e pascoli; ognuna di queste persone periodicamente apporta una quota che oscilla tra i 50 mila e un milione di pesos per finanziare il personale (…). Alcune autorità nel Magdalena Medio, collaborano con ACDEGAM, come il Procuratore generale di Honda, il comandante della base militare di Calderón, i comandanti della polizia di La Dorada e Puerto Boyacá, il sindaco di Puerto Boyacá, i narcotrafficanti Gonzalo Rodríguez Gacha, ex sergente dell’esercito, Pablo Escobar, Gilberto Molina, Jairo Correa”.

 

 

I nuovi capi del paramilitarismo colombiano si smarcano dalla protezione diretta dei cartelli della droga per diventare un attore politico/militare centrale della vita colombiana utilizzando i finanziamenti provenienti dal narcotraffico in modo diretto, ovvero controllando la produzione ed il commercio della cocaina e dell'eroina e diversificando le fonti di finanziamento. Questa trasformazione viene accelerata soprattutto nel momento in cui, alla caduta dei paesi socialisti, il narcotraffico diventerà il nuovo mostro da combattere per gli Stati Uniti d'America.[103] La CIA ha protetto ed utilizzato, per più di quindici anni, il fenomeno del narcotraffico in chiave anticomunista[104]. Nel 1989 Washington impone al presidente colombiano Barco di intraprendere una lotta spietata al cartello di Medellín e l'estradizione in U.S.A. dei boss del narcotraffico. Da questo momento la Colombia sarà teatro di un'ennesima guerra tra narcos e Stato che si sommerà a quelle già esistenti. Guerra che si concluderà 4 anni dopo con l'esecuzione, a Medellín, di Pablo Escobar. Guerra che conterà decine di migliaia di morti: narcos, poliziotti, sicari, paramilitari, giudici e politici. Gli attori di questo scontro saranno tanti e stretti da alleanze complesse.

 

Nello stesso 1989 Washington vara un piano segreto (Heavy Shadow) che prevedeva una moltiplicazione dei finanziamenti verso l'esercito colombiano ed una sua riorganizzazione. Verranno addestrate truppe sulla falsariga delle nascenti strutture paramilitari del Magdalena Medio:

 

“la direttiva 200-05/91, ispirata al modello paramilitare sperimentato nella regione del Magdalena Medio, che prevedeva l'organizzazione, sull'intero territorio nazionale, di trenta unità per l'esercito, sette per l'aviazione e quattro per la marina. Nel manuale si indicava che “ogni unità doveva essere diretta da un ufficiale in servizio, esperto dell'area”, coadiuvato da un civile, con “un'attività di facciata ed una storia fittizia”, e composto al massimo da cinquanta “agenti segreti” civili autorizzati a contrattare informazioni ad hoc[105]

 

 

ben presto anche quest'arma si trasformò per essere usata contro qualsiasi tipo di movimento sociale colpendo sindacalisti, lavoratori, politici e giornalisti. Il piano “Heavy Shadow” era inoltre indirizzato verso una costruzione fitta di alleanze con gli altri soggetti della guerra sporca da utilizzare contro Escobar. Primi tra tutti i rivali del cartello di Cali, il contributo dei caleñi a favore dei militari colombiani, fu ripagato con l’impunità e la libertà di azione per conseguire il monopolio nella raffinazione ed esportazione della cocaina.  L’atteggiamento di favore che le agenzie militari hanno fornito all’organizzazione di Cali si spiega innanzitutto con il ruolo svolto dal Cartello

 

 “nella repressione delle forze di sinistra colombiane e perché i suoi capitali, che contribuiscono in poco tempo a fare di Miami la seconda piazza finanziaria degli Usa dopo New York, servono per finanziare i contras”[106]

 

 

nel conflitto tra gli Stati Uniti e la breve esperienza del Frente sandinista in Nicaragua.

 

 

Fondamentale in questa guerra che rimetterà in discussione molti equilibri del rompicapo colombiano sarà il nuovo ruolo dei paramilitari e la nuova funzione che avrà il paramilitarismo nella guerra colombiana. I primi addestramenti internazionali di cui si avrà notizia saranno quelli condotti da un istruttore dell'esercito israeliano, Yair Kleim, in una tenuta del Magdalena Medio di proprietà dell'altro boss di Medellín, Rodríguez Gacha, la cui figura sarà legata, al contrario di quella di Pablo Escobar, alla lotta contro guerriglie ed esponenti dei movimenti sociali. La formazione dei paramilitari - che si macchieranno dei più gravi crimini commessi in Colombia negli ultimi decenni, come il massacro di undici funzionari giudiziari a La Rochela[107] - verrà affidata ad una ventina di mercenari israeliani, giunti in Colombia con la collaborazione del Ministero della Difesa Nazionale, su richiesta del Cartello di Medellín, e a cui si erano affiancati 5 “ex” membri delle Sas, il settore speciale delle forze armate britanniche per le operazioni nella selva[108].

 

I fratelli Castaño saranno coloro i quali rinnoveranno nel modo più compiuto la funzione, gli obiettivi e le tecniche nelle strutture paramilitari.

 

Il suddetto piano Heavy Shadow, fedele alle tecniche della guerra a bassa intensità, prevedeva tra l'altro l'utilizzo di civili nella lotta contro Escobar accelerando la privatizzazione del conflitto colombiano. Al Bloque de Búsqueda[109] istituito da Barco, si affianca, nella lotta contro il cartello di Medellín, una strana alleanza composta da agenti della Cia, della Dea, del cartello di Cali e dei paramilitari di Castaño[110]

 

I gruppi paramilitari diversificano le loro attività economiche per garantire autonomia e crescita. I fratelli Castaño presenti nella regione di Cordoba dagli anni settanta, rinnovano e moltiplicano celermente le loro già cospicue attività. Fondano le ACCU (Asociación Campesina de Córdoba e Urabá) in una regione dove viva era la presenza delle guerriglie ed il movimento sindacale legato ai bananeros, i braccianti delle piantagioni di banane della zona. La loro strategia consiste nel “togliere l'acqua dove nuotano i pesci”: mentre l'esercito si dedica a combattere le guerriglie, i paramilitari, in coordinazione con i militari, colpiscono quelle che dovrebbero essere le basi di appoggio della guerriglia: braccianti, operai, sindacalisti e tutta quella popolazione civile presente nelle zone di influenza dei gruppi insorgenti. Se non ci sono stati quasi mai scontri tra esercito e paramilitari, altrettanto rari sono stati quelli tra guerriglie e paras.

 

Nel 1994 il governo Samper sotto la pressione delle organizzazioni di allevatori e possidenti terrieri non pone veti alla costituzione delle Convivir, agenzie di sicurezza privata finanziate da privati ed addestrate ed armate dall'esercito. Le Convivir promosse tra l'altro dall'allora governatore di Antioquia Alvaro Uribe Vélez,[111] attuale presidente colombiano, diventarono in breve tempo più di cinquecento in tutto il paese. Denuncia l’OACNUDH che tra il 1997 e il 1998 il governo colombiano ha concretamente incoraggiato ed organizzato la proliferazione in varie regioni del paese di queste organizzazioni, senza un adeguato meccanismo di controllo e supervisione. In breve tempo non si riuscirà nemmeno a quantificare l'esatto numero di Convivir presenti nel paese. Si era in autorizzata la formazione di bande che in pratica fungevano da strumento di controguerriglia.

 

“I gruppi paramilitari furono creati come strategia per vincolare la popolazione civile nel conflitto armato in Colombia e per garantire l'impunità a fronte delle violazioni dei diritti umani; il loro obiettivo fondamentale era privatizzare la guerra sporca, cioè far sì che gruppi oscuri assumessero come propri crimini che in altri momenti aveva commesso la forza pubblica. Questa strategia pertanto alimentò ed alimenta l'impunità nel pretendere di sviare le responsabilità statali per le gravi violazioni dei diritti umani.”[112]

 

 

Le bande paramilitari progressivamente vedono le loro attività in crescita e diversificate. Alle azioni sicariali si sovrappongono le prestazioni di servizio alle transnazionali presenti nelle terre dell'Eldorado.

 

All'intervento “storico” delle transnazionali della frutta e del petrolio si sono aggiunte, in Colombia, nelle ultime decadi, quelle che si occupano delle nuove frontiere dello sfruttamento come le industrie farmaceutiche e alimentari interessate alla bioprospezione delle catene genetiche da cui ricavare cosmesi, farmaci e nuove combinazioni genetiche[113]. Tali compagnie hanno altresì subito in Colombia l'attacco continuo delle guerriglie che considerano per esempio gli oleodotti delle compagnie petrolifere “obiettivi militari”. Nel 1986 l'ELN  lancia la campagna “svegliati Colombia ti stanno rubando il petrolio” promuovendo attacchi ad oleodotti e sedi di raffinazione del greggio e moltiplicando il sequestro di tecnici ed ingegneri delle compagnie petrolifere.

 

Le compagnie transnazionali vedono così quotidianamente crescere la loro necessità di sicurezza. Sarà la stessa Texaco, (presente nel Magdalena Medio dagli anni venti), tra le finanziatrici e promotrici, nel 1981, del MAS, la prima organizzazione paramilitare moderna.[114] Il governo di Washington finanzierà per 98 milioni di dollari l'anno l’addestramento di un battaglione dell’esercito, predisposto alla difesa delle tubature che ogni giorno portano centomila barili di petrolio dal pozzo petrolifero di Caño Limón al porto atlantico di Coveñas, privatizzando così di fatto una parte dell'esercito colombiano al servizio delle transnazionali del petrolio. Tra i servizi offerti dai paramilitari alle transnazionali, la pacificazioni di ogni conflitto sociale tra capitale e lavoro. Sarà lo stesso Carlos Castaño, in più di un’occasione a giustificare l'uccisione di sindacalisti e indigeni sostenendo che si opponevano ai “progetti di sviluppo” come la costruzione di dighe, strade e canali e per proteggere trivelle e oleodotti, miniere e coltivazioni intensive.[115]

 

Secondo la Scuola Nazionale Colombiana di Sindacalismo (E.N.S.)

 

in Colombia, tra il 1° gennaio e il 31 dicembre del 2004 si sono avute 688 violazioni contro la vita, la libertà e l’integrità personale dei lavoratori/trici sindacalizzati del Paese.[116]

 

 

mentre tra gli anni 2001 e 2002 secondo la Central Unitaria de Trabajadores[117] sono avvenuti il 90% degli assassinii di sindacalisti a livello mondiale. Mentre il  Dipartimento di Stato degli Usa, nel suo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo si congratula perché è avvenuta «una costante e sostanziale diminuzione» degli abusi da parte dello Stato, che passano dal 54% del totale degli omicidi extra-giudiziali del 1993 al 7,5% del 1997, notiamo che a quest’improvvisa inversione di tendenza dei crimini militari fa riscontro il parallelo aumento degli omicidi paramilitari che sfiorano il 70% del totale. L'appalto del lavoro sporco da parte dei paramilitari si va via via completando come si completa la diversificazione delle loro attività. Di pari passo le strutture paramilitari si dotano di una organizzazione nazionale fondando, nel 1996 le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) che raccoglie tutte le organizzazioni paramilitari nate nell'ultima decade. Le ACCU dei fratelli Castaño che ad oggi costituiscono il 70% delle AUC, unendosi a quelle dello “smeraldero” Carranza ed a tante altre piccole strutture locali, escono dai territori del nord dando alla loro iniziativa un orizzonte nazionale e chiedendo il riconoscimento dello status di attore politico della vita colombiana. Crescono anche le loro attività imprenditoriali: una vera e propria transnazionale del terrore con la capacità di diversificare ed ampliare costantemente le proprie attività imprenditoriali.

 

Le dinamiche occorse nella regione del Chocó, nel nordovest del paese sono un ottimo specchio della relazione tra la trasformazione delle organizzazioni paramilitari e la ristrutturazione economica in Colombia. Il territorio Chocoano, situato nella parte nord occidentale della Colombia, si estende per 46.530 km e confina a nord con la Repubblica di Panama e con il Mar del Caraibi, ad est con le regioni di Antioquia e Risaralda, a sud col dipartimento del Cauca, ad ovest con l’oceano Pacifico. La regione, formata per la maggior parte da foresta pluviale, comprende una delle zone a maggior ricchezza di biodiversità delle latinoameriche. Questa terra tropicale ha visto affiancarsi agli insediamenti degli indigeni Embera, Wounam e Tule la presenza degli afrodiscendenti che attualmente costituiscono il gruppo maggiore nella zona con il 90% della popolazione attuale. Questi uomini e queste donne, come loro stessi si rappresentano,[118] sono i discendenti degli schiavi del Congo e dell'Angola che dal XVI sec. sbarcarono nel porto di Cartagena de las Indias per essere deportati nelle piantagioni della costa caraibica e nelle miniere di oro della costa pacifica e fluviale. Gli afrodiscendenti diedero vita, come in tutte le altre zone d'America dove si sviluppa il fenomeno della tratta degli schiavi, a fughe, insubordinazioni e resistenze.[119] Gli schiavi neri cercarono riparo nelle conche fluviali dei piccoli affluenti tropicali dell'Atrato[120] popolando con insediamenti sparsi tutta la regione. La regione è stata trattata come una “periferia abbandonata” dallo stato colombiano fino agli inizi degli anni ottanta. Da questo momento in poi inizia infatti in questa zona un'incursione di diverse transnazionali che vi riconoscono elevate possibilità di profitto date le ricchezze naturali della zona. Inoltre a partire all'inizio degli anni novanta sono stati disegnati diversi progetti infrastrutturali dentro un piano più generale di trasformazione dell'area noto come Plan Pacifico. Fra questi, il canale interoceanico lungo i bacini fluviali Atrato-Truandó e la strada Panamericana, che dovrebbe collegare il Tapón del Darién con Panama. Progetti che sono stati  recentemente inseriti nell’ambito del programma continentale di integrazione infrastrutturale noto come IIRSA[121].

 

Parallelamente, nel corso degli anni novanta, è emerso un nuovo interesse per le risorse genetiche della regione, ed in particolare per le sue potenzialità farmaceutiche e le sue potenzialità agroforestali, che sono state stimate nell’ambito del progetto di investigazione Progetto Biopacifico.[122] La regione si trova insomma a passare da area depressa a nodo geostrategico della Colombia. Iniziano in questo quadro le pressioni per lo sfollamento: liberare vaste porzioni di territorio per destinarlo a nuovi progetti economici e per  costruire nuovi anelli di comunicazione.

 

“A tutto ciò si somma inoltre la somma importanza strategica della regione per l’espansione del progetto paramilitare nella regione dell’Urabá che pretende garantirsi corridoi strategici per gli spostamenti delle truppe e per le “vie della droga” assicurandosi così un predominio militare/economico in una delle regioni geostrategicamente più importanti del paese per la sua abbondanza di risorse e di vie navigabili. Il controllo della regione permetterebbe ai paramilitari di fortificare le proprie retroguardie rafforzando allo stesso tempo il proprio progetto di penetrazione ed espansione anche nelle zone del Sur de Bolivar, nel Magdalena Medio e nel Medio Atrato.”[123]

 

 

Così dal 1995 le comunità afrodiscendenti ed indigene sono obiettivo di forti pressioni per la riubicazione. Il rifiuto ad andare via dà l'inizio ad un embargo economico crescente motivato con il pretesto della lotta antiguerrigliera. Dove non arriverà la carestia indotta provvederà l'esercito in collaborazione con i paramilitari delle ACCU. Tra il 24 e il 27 febbraio del 1997 il generale Rito Alejo del Río al comando della XVII brigata dell'esercito colombiano darà vita, in concerto con i paramilitari delle ACCU e delle appena nate AUC, ad una delle più spaventose carneficine della storia colombiana: l'operazione Génesis. Motivata dalla lotta contro focolai delle FARC presenti nella zona del Chocó tutte le operazioni militari e paramilitari si focalizzarono contro la popolazione civile insediata nella regione[124]. Bombardamenti aerei indiscriminati spianarono il lavoro all'ingresso delle truppe di terra, secondo i racconti di quei sopravvissuti che non hanno avuto paura di pagare, con ennesime violenze, le loro testimonianze[125]. Ai militari della XVII brigata si confonderanno paramilitari delle AUC e delle ACCU.  In tre giorni si avranno, nelle 23 comunità del Basso Atrato oggetto dell'operazione, centinaia di morti e desaparecidos e 4 mila desplazados che nei mesi successivi raggiungeranno il numero di 20 mila. Fuggiranno verso Panama e la città di Turbo dove vivranno per anni costretti ed ammassati come bestie nello stadio municipale.

 

La riconversione dei territori sgomberati sarà molto veloce: migliaia di ettari di terra al confine con Panama verranno immediatamente dati in usufrutto alla transnazionale del legno Maderas del Darién per il taglio di legna pregiata senza contare la crescita esponenziale nella zona dei traffici illeciti relativi al narcotraffico.[126] Lo sfollamento ha portato quindi ad una riconversione nella proprietà e nell'utilizzo delle terre[127]. La guerra ha portato ad una rapida concentrazione della proprietà. Come si dice in Colombia non ci sono i desplazados perché c'è guerra, c'è guerra affinché ci siano i desplazados[128]. Rilevante notare come le bande paramilitari si siano trasformate in strutture autonome che da un lato hanno contribuito agli sfollamenti per motivi inerenti la strategia militare legata ad una loro crescita mediante l'assicurazione di nuove vie di comunicazione “franche” (molto importante in particolare nel progetto di espansione del paramilitarismo i canali di comunicazione che li mettono in contatto con il Medio Atrato e con il Magdalena Medio e che rispondono alle esigenze delle ACCU di darsi un panorama di azione nazionale), dall'altro queste operazioni paramilitari sono al servizio diretto o indiretto del capitale internazionale sia con la prestazione di servizi militari o di servizi relativi al nuovo business della sicurezza privata. Un intervento delle strutture paramilitari negli affari economici si situa pienamente nei nuovi orizzonti che modellano le organizzazioni criminali contemporanee. Il paramilitarismo in Colombia, così come “Cosa Nostra” in Italia ha attraversato degli stati evolutivi che lo hanno portato a rimodulare il proprio rapporto con le istituzioni dello stato e con le forme di accumulazione del capitale e concentrazione del potere. Il comportamento di “Cosa Nostra” come anche quello dei gruppi paramilitari colombiani rispetto allo stato ed ai circuiti dell’economia legale ha subito senza dubbio un’evoluzione che lo ha portato dall’essere prettamente predatorio alla nascita, per poi divenire parassitario e giungere infine allo stadio attuale di perfetta simbiosi con l’economia ed i circuiti legali transnazionali[129].

 

Si possono leggere dentro questo quadro le trasformazioni economiche generate dentro le strutture paramilitari: agli eserciti di tagliateste si sono affiancate holding che cavalcano ogni tipo di attività economica. Abbiamo già accennato alla riconversione dei terreni dove i paramilitari si sono comportati come veri e propri commercianti dell'insicurezza comprando a poco prezzo (e spesso con la forza) vasti possedimenti in zone di guerra per poi rivenderli a prezzi moltiplicati una volta “pacificata” la zona ed utilizzando la guerra come arma dell'economia speculativa ed abbiamo già parlato dei servizi di sicurezza privata offerti dalle strutture paramilitari alle transnazionali che lavorano in Colombia. Abbiamo visto come questo processo si accompagna ad una privatizzazione dell'esercito al servizio del capitale transnazionale. A riguardo vi è da aggiungere che mentre i gruppi paramilitari si sono serviti di mercenari stranieri per accrescere le proprie competenze, il “deposito di esperienza” dato da decenni di guerra li porta ora ad esportare i propri servizi nei nuovi e vasti mercati mondiali della sicurezza privata.

 

Senza fare difficili generalizzazioni è invero possibile, nella complessità del fenomeno della formazione, consolidamento e trasformazione delle strutture paramilitari, dar luogo ad una riflessione che tenti almeno di tracciare una linea di interpretazione, abbastanza coerente, dell'evoluzione di un fenomeno che abbraccia ed accompagna la vita della Colombia lungo i suoi ultimi 50 anni caratterizzati da una guerra civile costante.

 

Ciò senza mai dimenticare che le trasformazioni del fenomeno paramilitare in Colombia, come nel resto dell'America Latina, deve costantemente essere posto in relazione con le trasformazioni del panorama politico internazionale. La trasformazione, previa legalizzazione e legittimazione delle bande paramilitari in compagnie di sicurezza privata va inquadrata all'interno di un passaggio (più o meno graduale e sicuramente non omogeneo) da un utilizzo delle strutture paramilitari per scopi sicariali verso una tendenziale acquisizione di sempre maggiore potere da parte dei capi delle bande paramilitari che via via si costituiscono in blocchi regionali ed infine nazionali diventando nuovi signori della guerra.[130]  Signori che una volta spogliati gli abiti militari si ergono a protagonisti di primo piano del panorama politico.[131] Panorama che sicuramente oltrepassa il solo teatro colombiano. La strategia delle formazioni paramilitari utilizza strumenti diversi e che sicuramente eccedono le pure armi. Almeno se consideriamo come armi quelle solitamente immaginate negli scenari di guerra classica.

 

Nel prossimo capitolo ragioneremo sui progetti di sviluppo nella regione colombiana del Magdalena Medio e sulle strategie di intervento, in quella zona, delle formazioni paramilitari. Riformuleremo empiricamente le riflessioni appena fatte con lo studio di un caso emblematico anche per la complessità dei fattori e degli attori in campo. Porremo l'attenzione sulle organizzazioni non governative che a nostro avviso costituiscono una espressione delle politiche paramilitari e quelle la cui traiettoria politica oggettivamente coincide con quella degli interessi paramilitari o quanto meno li rafforza. Analizzeremo il modus operandi con cui le organizzazioni paramilitari nella fase matura della loro evoluzione (ovvero nel momento in cui sono governo reale ed in cerca di legittimità formale), si pongono in relazione con le organizzazioni non governative che sviluppano progetti di cooperazione nei territori dove queste formazioni detengono la sovranità.

 

 

 

Capitolo 4

 

IL  MAGDALENA  MEDIO[132]

 

 

 

La regione del Magdalena Medio prende il suo nome dall'omonimo fiume tropicale che attraversa questi territori e comprende buona parte dei Dipartimenti amministrativi[133], di César, Bolivar, Antioquia e Santander, per un totale di circa 60 municipi. La regione è ricca di risorse naturali come petrolio ed oro. La sua città principale, Barrancabermeja, è stata dagli anni venti tra i maggiori produttori di petrolio della Colombia. Il porto fluviale di Barrancabermeja si situa inoltre nel cuore di una delle rotte commerciali che unirebbero il Venezuela ed i suoi prodotti petroliferi, al Pacifico[134]. La regione assume quindi, per la ricchezza delle proprie risorse e per la posizione strategica dove si situa, un'importanza fondamentale per il conflitto colombiano. Nella città fluviale di Puerto Boyacá, si svilupparono - come abbiamo visto nel precedente capitolo[135] - durante gli anni ottanta le bande paramilitari finanziate da allevatori, latifondisti ed imprese petrolifere operanti nella regione. Modello presto esportato in tutta la Colombia. Nella Serranía de San Lucas y Perijá, massiccio nel Sur de Bolivar, è presente una delle zone militari strategiche dell'ELN e sua roccaforte naturale: è lì che si colloca, infatti, la Comandancia (il comando politico-militare) di questa guerriglia. Nella zona inoltre c'è una presenza notevole della guerriglia delle FARC e, prima della sua smobilitazione, della guerriglia maoista dell'EPL. La regione è per questi fattori considerata una delle aree maggiormente conflittive della Colombia. La città di Barrancabermeja vanta inoltre la presenza del sindacato dei lavoratori petroliferi, uno tra i più combattivi dell'America Latina: la USO (Unión Sindical Obrera)[136] nonché radicate organizzazioni sociali nei quartieri della città.

 

 

 

4.1        Strategie di incursione paramilitare

 

 

            "Era proprio necessaria quella strage? Ti avevo detto solo di spaventarli".

"Chi muore è molto spaventato".

 

C'era una volta il West

 

 

 

Lo studioso Libardo Sarmiento Anzola, nel documento Un modelo pilota de modernización autoritaria en Colombia,[137] descrive la strategia di incursione delle formazioni paramilitari nella regione come un modello paradigmatico, dividendo le fasi di questa strategia in tre tappe principali. Tappe contrassegnate dall'esigenza delle organizzazioni paramilitari di insediarsi in una regione estremamente strategica per i caratteri peculiari a cui abbiamo appena accennato e costantemente in relazione con le trasformazioni geopolitiche dello stato colombiano e del più generale contesto regionale centro-americano.

 

La prima tappa di incursione delle formazioni paramilitari è quella propriamente militare. Consiste cioè nel

 

“liberar mediante la guerra, amplias zona de la subversión y de sus bases populares de apoyo imponiendo el proceso de concentración de la tierra, la modernización vial, de servicios y de infraestructuras, el desarrollo de el capitalismo ganadero y la nueva estructura jerárquica y autoritaria en la organización social y política de la región.”[138]

 

 

Strategia che trova il fulcro nella lenta espansione dell'azione paramilitare dalla “città libera dal comunismo” di Boyacá all'intera regione, fino a culminare nell'assedio di Barrancabermeja e nella lenta espugnazione dei quartieri con una presenza di organizzazioni sociali storicamente radicate. Parliamo quindi di una lenta strategia militare che innanzitutto colpisce gli anelli sociali deboli e le comunità contadine presenti lungo il Magdalena o nelle regioni interne, meno protette, fino ad arrivare, negli anni novanta, nelle zone limitrofe alla città di Barrancabermeja: San Vincente de Chuchurí, El Carmen, Sabana de Torres, Puerto Wilches.[139] Dal 2000, le formazioni paramilitari, si insediano e controllano sempre più vasti quartieri della città portuale. Sia nelle zone rurali che nelle aree urbane l'infiltrazione paramilitare vera e propria è preceduta da incursioni lampo: uccisione di leader sindacali o comunitari, sequestri di persona, torture, perseguono il fine di destabilizzare l'equilibrio territoriale. Le differenti operazioni di incursione e di radicamento delle strutture paramilitari sono contraddistinte da una assenza di intervento delle forze di polizia o da una connivenza con esse. Durante il 1998 una marcia contadina battezzata “Éxodo Campesino” porta più di 10 mila contadini  delle zone del Sur de Bolivar e Yondó ad occupare strade ed infrastrutture di Barrancabermeja - nonché l'ambasciata statunitense della città - protestando contro il mancato complimento degli accordi agricoli del 1996 in cui lo stato colombiano si impegnava ad una serie di significative azioni di riforma agraria della regione e finanziamenti per lo sviluppo. I rinnovati accordi siglati tra Stato e Mesa Regional[140] e denominati “Plan de Desarrollo y Protección Integral de los Derechos Humanos del Magdalena Medio”[141] verranno completamento disattesi.[142] 

 

La strategia paramilitare per la conquista della storica “città rossa” di Barrancabermeja, si esplicita in una pratica di infiltrazione e attacco a tenaglia che consiste nel colpire prima di tutto gli anelli deboli della realtà cittadina. Se la USO verrà attaccata brutalmente e ripetutamente, è altresì vero che numerose operazioni saranno condotte contro i cosiddetti sindacati minori come quelli dei tassisti e dei commercianti[143]. Le cause di questi atti di violenza - che portarono nel giro di pochi anni a decine di assassinii di sindacalisti e ad un oggettivo indebolimento della solidità e dell'unione dei vari sindacati - ha una natura molteplice ma un filo conduttore unico. Un attacco frontale ai sindacati più combattivi come la USO sarebbe stato più difficile, ed in più i paramilitari con la pressione a tassisti, commercianti e venditori ambulanti possono imporre una tassa di guerra con cui finanziarsi. Questo processo viaggia, alla fine degli anni novanta, di pari passo con fenomeni di migrazione interna dal campo verso Barrancabermeja: sfollati interni appartenenti a classi sociali popolari e già vincolati in modo diverso alle formazioni  paramilitari.

 

“Hacia 1997 empieza a aparecer una nueva modalidad en la acción del paramilitarismo. Se dan una serie de migraciones de habitantes de Puerto Parra, de Cimitarra, de Puerto Berrío y toda la zona Chucureña, habitantes que ya estaban socialmente vinculados y amparados por el projecto paramilitar. Llegaron aquí en condiciones de comerciantes menores, tenderos, como taxistas, como vendedores, etc. »[144] 

 

 

Il bisogno di indebolire le organizzazioni dei lavoratori serve quindi anche per procurare posti di lavoro ad una manodopera già vincolata alle formazioni paramilitari nonché per impossessarsi di zone nevralgiche per lo sviluppo del lavoro di intelligence. Da queste considerazioni notiamo come il fenomeno paramilitare si pone, fin dalla sua nascita, come una dinamica non solamente militare ma che assume immediatamente anche una prospettiva sociale. La stessa traiettoria di infiltrazione si avrà per quanto riguarda l'ingresso delle bande paramilitari nei quartieri chiave, cioè nei Barrios di Barrancabermeja: incursioni veloci e rappresaglie nei quartieri con la presenza delle più forti organizzazioni politiche e sociali e con presenza guerrigliera (quartieri nel nord-est della città); lenta conquista dei quartieri con organizzazioni sociali meno radicate (quartieri popolari nel sud-est della città); assenza di intervento delle forze dell'ordine; occupazione, manu militari, di zone  e di posti di lavoro strategici per i motivi già menzionati.[145]

Ne risulta un processo di intervento paramilitare complesso e multiplo che però conserva una sua logica interna ed una capacità duttile di adattarsi alle trasformazioni esterne.[146]

 

Alle azioni propriamente militari segue quella che Libardo Sarmiento Anzola chiama la seconda tappa della strategia di incursione:

 

“En la “segunda fase” del “modelo” se trata de “llevar riqueza a la región” a través de la entrega subsidiada de tierra, de la generación de empleo, la concentración de la población en centros poblados, la costrucción de puestos de salud y de escuelas, del regalo de energia eletrica, de costrucción de represas para el suministro de agua y de vias de comunicación, de la adecuación de tierras, la asistencia técnica y el préstamo de dinero para la producción. Esta segunda fase de el modelo se lleva a cabo con el conocimiento y la legalización de istituciones de gobierno como el Istituto Colombiano de la Riforma Agraria (Incora). Los nuevos pobladores que ocupan las antiguas zonas liberadas no son aquellos que fueron desplazados con violencia (pobres excluidos), es una nueva población (pobres mainados traìdos de otra regiones), leal al “patrocito” que rapidamente se organizan, conforman sus grupos de bases, esto es, la autodefensa paramilitar.”[147] 

 

 

Alle incursioni militari ed alle azioni di “limpieza social” seguono infiltrazioni, in diversi settori lavorativi, di gruppi di migranti ormai compromessi con le organizzazioni paramilitari. In assenza di una base sociale propriamente paramilitare, questa viene importata da zone limitrofe: aree povere già controllate dai paramilitari.

 

La costruzione di strutture sociali solide ed a matrice paramilitare, non riguarda solo la conquista di questi settori lavorativi; viene altresì avviato il controllo di alcune attività illegali ritenute determinanti. Così, per esempio, nel giro di pochi anni viene monopolizzato il traffico di benzina della città.[148] Continua e si moltiplica l'arruolamento di persone dei ceti popolari nelle fila delle AUC. La forma più visibile ed imminente si ha con la costituzione di bande di vigilantes di quartiere preposte alla sicurezza ed al controllo sociale.[149] La conquista dei centri sociali e di assistenza dei quartieri popolari costituisce altresì per la strategia paramilitare un nodo centrale: si tratta di accreditarsi all'interno del quartiere controllando la prestazione di servizi ed assistenza, e mostrarsi verso l'esterno come i gestori di strutture che assolvono compiti di utilità sociale, come la costruzione delle strutture ed infrastrutture cittadine[150] nonché la gestione dei progetti di sviluppo più diversi. Si proverà innanzitutto a conquistare i centri sociali già esistenti: già dal 2001 hanno inizio pressioni su importantissime strutture come la casa delle donne, l'OFP (Organización Femenina Popular)[151] ed organizzazioni che gestiscono mense, scuole e ambulatori sanitari popolari. La casa delle donne del quartiere La Paz, rifugio per decine di famiglie sgomberate dai propri quartieri, verrà demolita da un assalto paramilitare nel 2001 e l'OFP conterà, nel solo 2001, più di 60 casi di violenze contro suoi associati.[152] Queste organizzazioni, nonostante i ripetuti attacchi, non solo non saranno “espugnate”  militarmente, ma diverranno, avamposto di resistenza civile dentro i quartieri.

 

Nel momento in cui l'ingresso dentro i centri sociali non riesce, le strutture paramilitari si dotano di organizzazioni proprie.

 

“Hace dos años que tenemos noticias que andan creando toda esa estructura, aquí en Barrancabermeja han creado un sin numero de cooperativas, coincidentemente son esas cooperativas que están manejando los recursos del Plan Colombia. Hay ONG de todo tipo que están negociando directamente con la Embajada Norteamericana todos los recursos del Plan Colombia y empiecen a interlocutar con la Unión Europea. Hace un año un diplomático Europeo nos contó de una gira hecha por un rapresentante de un gran numero de ONG relacionados con los paramilitares entre los cuales había ONG de derechos humanos. Deben estar trabajando en el país esperando la entrada del nuevo Gobierno para intentar desplazar las ONG que llevamos los ultimos 30 años trabajando en eso.”[153]

 

 

Infiltrazione in organizzazioni sociali già esistenti, fondazioni di nuove organizzazioni sociali che tendono a sostituirsi alle prime per assumerne i compiti, utilizzo delle organizzazioni non governative come strumento per raggiungere  quello che Libardo Sarmiento Anzola, nel suo già più volte citato saggio, chiama la terza fase della strategia paramilitare:

 

“La tercera fase está en su consolidación y legitimación. Una vez se consolide el modelo de seguridad en las regiones liberadas, sin subersivos, ni bases comunitarias de apojo, los paramilitares consideran que dejaran de ser una rueda suelta para el Estado.”[154]

 

 

Insomma ci troviamo di fronte a due tappe distinte di incursione, ma con un denominatore comune: mentre la prima fase della strategia paramilitare è contraddistinta dal predominio del dato militare, durante la seconda e soprattutto la terza fase l'azione militare e l'utilizzo di finanziamenti illeciti saranno affiancati e spesso sostituiti da strumenti non direttamente riconducibili ad un immaginario di azione paramilitare. Armi “other than arms”.[155] 

 

 

 

4.2        “Arm Other Than Arm”. Asocipaz e gli interessi paramilitari nel Magdalena Medio

 

 

Da più di un decennio in Colombia si può parlare di una  convergenza di interessi materiali ed obiettivi strategici tra alcune ONG e Fondazioni colombiane e le strutture paramilitari.

 

La Fondazione per la Pace in Cordoba (Funpazcor), per esempio, sarà creata dallo stesso Carlos Castaño in collaborazione con l'arcidiocesi di Medellín, sin dall'inizio degli anni novanta con lo scopo, si legge nello statuto, di promuovere “l'eguaglianza sociale attraverso la donazione delle terre e l'assistenza tecnica gratuita”[156]. A dispetto del suo statuto si appurò - in seguito ad una perquisizione dei giudici della Fiscalía, a Montería, capoluogo della regione di Córdoba, feudo dei Castaño -[157] che la Fondazione serviva per raccogliere i tributi di politici, allevatori e possidenti della regione, denaro che finiva alle ACCU nonché il suo utilizzo come strumento legale per gestire le terre distribuite agli ex-guerriglieri dell'EPL e “recuperate” dai parenti del capo paramilitare.

 

Attualmente possiamo considerare “ufficiosamente” una decina di organizzazioni non governative i cui interessi, obiettivi e politiche convergono con quelli paramilitari.

 

Nel Magdalena Medio la maggior parte delle “ONG” e “Fondazioni per lo Sviluppo” nasceranno in seguito all'arrivo di cospicui finanziamenti miranti ad una gamma molto differente di interventi funzionali ad un superamento della situazione di crisi permanente della regione. In particolare nasceranno o si fonderanno in questa regione numerose ONG con il boom dei finanziamenti del Plan Colombia relativi alla sua “Componente Social”. Altre ONG sono presenti, con progetti diversi tra loro, già prima della rinnovata attenzione su questa regione da parte dei finanziatori internazionali.

 

L'Asociación Civil por la Paz en Colombia Asocipaz nasce da una costola del movimento “No al Despeje”, movimento di protesta, come recita il suo nome, contro la decisione del governo colombiano di pervenire ad un tavolo di trattative (Mesa de Negociación) con la guerriglia dell'ELN ed alla costruzione della Convenzione Nazionale Democratica avente come obiettivo la ricerca di una pace con giustizia sociale; ovvero raggiungere la pace tramite il riconoscimento e la soluzione delle ragioni sociali della guerra[158]. Il movimento “No al Despeje”, nel febbraio del 2000 darà vita ad azioni di protesta che culmineranno in una serie di blocchi delle vie di comunicazione della regione. La volontà di queste iniziative è quella di opporsi alla collocazione della sede degli accordi di pace in quelle comunità del Sur de Bolivar (Yondó, Cantagallo, San Pablo) ritenute opportune come sede di trattative tra guerriglia e governo. In seguito a queste azioni il movimento “No al Despeje” ottiene il riconoscimento delle proprie ragioni politiche e con il “Comunicado de Aguasclara”[159] nasce Asocipaz. Si chiede inoltre il finanziamento dell'associazione da parte dello stesso governo colombiano. Come affermerà lo stesso capo paramilitare Carlos Castaño durante un'intervista televisiva[160] le stesse formazioni paramilitari appoggeranno con strumenti differenti la protesta e faranno pressioni sui militari per non forzare i blocchi e sulla stessa Asocipaz per non indietreggiare nella lotta.[161]

 

Il processo di dialogo tra ELN e governo colombiano iniziato dal 1998 (governo Pastrana), vedrà il suo corso segnato da alterne vicende, e verrà posto in mora dalle proteste dirette, tra il 2000 ed il 2001, da questo movimento. Nonostante l'Alto Commissario per la Pace Camillo Gómez Alzate affermerà in un documento del 7 Agosto del 2001[162] la natura ambigua di Asocipaz, il governo colombiano riconoscerà l'associazione come uno degli attori del dialogo di pace.

 

La natura di Asocipaz verrà ulteriormente posta in luce in seguito al tentativo di bloccare una carovana (Caravana Internacional por la Vida en el Sur de Bolívar) composta da 141 organizzazioni internazionali e 48 organizzazioni colombiane di cui molte della regione del Magdalena Medio; carovana nata col fine di rompere l'embargo paramilitare che stava affamando la regione, come spiegano alcuni comunicati della stessa spedizione.[163] Asocipaz proverà a far naufragare e rendere materialmente impossibile il suo percorso con mezzi legali ed illegali, con minacce e con un'azione congiunta con formazioni paramilitari attive in quella zona e con alcuni sindaci di quelle comunità collusi con il progetto paramilitare.[164]

 

Nonostante non solo le organizzazioni guerrigliere come l'ELN[165] o le organizzazioni sociali identifichino Asocipaz come materialmente vicina agli interessi paramilitari e lo stesso Commissario di Pace,  parli di una uguale simmetria delle traiettorie di questa organizzazione e degli uomini di Castaño, Asocipaz, insieme all'organizzazione Costrupaz, si proporrà come referente di importanti progetti di cooperazione e sviluppo nella regione del Magdalena Medio, formulando il Plan de Integración Macroeconómico (Piano di Integrazione Macroeconomico). Questi piani non decolleranno mai ma contribuiranno ad indirizzare ideologicamente la natura e la tipologia degli intervento.[166] I membri dell'associazione, coscienti delle difficoltà circa la possibilità di spendere il proprio nome come referenti per i progetti di sviluppo nella regione, fonderanno o entreranno in altre organizzazioni (come le Juntas de Acción Comunal) e parteciperanno a diverso titolo in altri progetti di cooperazione. Una volta abusato l'utilizzo del nome di una organizzazione, non sorgono troppi problemi nel riciclarsi in altre ONG. Con il moltiplicarsi dei fondi di sviluppo messi a disposizione nasceranno decine di queste ONG dalla molto dubbia capacità di rappresentare i desideri delle popolazioni locali.[167]

 

Nel prossimo paragrafo parleremo di altre operazioni internazionali umanitarie destinate alla cooperazione allo sviluppo. In questo caso si tratta di interventi umanitari palesemente all'interno di operazioni di ingerenza bellica quale il Plan Colombia.

 

 

 

4.3        La “componente sociale” del Plan Colombia

 

 

                   Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura

 

                                                            Fabrizio de Andrè

 

 

 

Alla fine degli anni novanta diverrà centrale, nelle trasformazioni degli equilibri di potere dello stato colombiano, il massiccio intervento del governo statunitense tramite il programma militare di intervento nella lotta al narcotraffico denominato Plan Colombia[168], piano utilizzato neanche troppo velatamente da Washington per rafforzare la propria presenza in una regione strategica del continente. La rinnovata presenza statunitense nella regione rappresenta un tentativo di bilanciare una forte instabilità dell'area, sempre meno propensa ad uniformarsi alle direttive politiche ed economiche di Washington. Il rinnovato interesse geostrategico della potenza nord-americana è dato dall'aver considerato, già dal 1993 l'area tra le quattro zone “potenzialmente più conflittive tra il 1992 e il 2010”[169] (assieme a medio Oriente, sud-est Asiastico e Balcani). Regione oggi attraversata da forti movimenti sociali e da diversi cambi di governi che portano molti stati latino americani ad assumere prospettive di politica interna ed internazionale non uniformi ai piani regionali voluti da Washington. Ciò rappresenta un notevole mutamento, se pensiamo alle politiche di ingerenza statunitense nel loro “cortile di casa” negli ultimi 50 anni e costituisce dunque un forte motivo di preoccupazione per gli Stati Uniti. Il Plan Colombia si propone dentro questa cornice come un modello di intervento forte in un'area “instabile”. Piano che si struttura nel paese politicamente più vicino agli Stati Uniti, ma che chiama in causa ed agisce su una regione ben più vasta: negli ultimi anni si è assistito ad un ampliamento del piano diventato ora Plan Andino, ed esteso adesso a tutti i paesi della fascia andina di questa regione.

 

La lotta alla droga è la linea guida del Plan Colombia (e del Plan Andino).

 

Abbiamo visto nel secondo capitolo come, alla caduta del blocco sovietico, per gli Stati Uniti la lotta alla droga sia diventata una linea di intervento primaria nelle azioni di politica internazionale. Ciò almeno fino all'11 settembre 2001. La lotta al narcotraffico serve, neanche troppo velatamente per colpire le guerriglie tramite una semplice equazione: guerriglie=narcotraffico.[170] Viene così ridotta la complessità delle cause della guerra ad una mera questione di controllo dei traffici di stupefacenti. Si capisce come ciò vizi profondamente anche la soluzione del conflitto che ritorna ad essere agito su un piano prevalentemente militare: estirpare il narcotraffico e combattere militarmente le guerriglie per porre fine al problema.[171] Buona parte delle operazioni anti narcotici in Colombia vengono appaltate a compagnie di sicurezza privata come la DynCorp[172] che si occupa del lavoro di defoliazione dei territori coltivati a coca e papavero da oppio.[173] In seguito all'abbattimento, nel febbraio e nel marzo del 2003, di due CESNA della suddetta compagnia ed alla morte dei 7 agenti della CIA che erano a bordo (oltre ai militari caduti nel tentativo di salvare i sopravvissuti) verrà avviata una commissione d'inchiesta da parte del congresso statunitense che farà venire a galla un'altra verità: i compiti dell'esercito nordamericano presente nella zona vanno ben al di là dell'addestramento e prevedono un intervento molto più profondo nel conflitto colombiano.

 

La maggior parte dei finanziamenti statunitensi al Plan Colombia vanno alla componente militare del piano: su un totale stanziato di 1200 milioni di dollari ben più dei ¾ sono destinati ai programmi militari. È altresì vero che il Plan Colombia non si esaurisce nell'azione militare. Una sezione di questo piano, denominata “componente sociale”, ha come prospettiva un intervento sociale destinato a risolvere le alterazioni causate dal piano militare. Infatti la lotta al narcotraffico si esemplifica con azioni militari ad alta e media intensità e con lo spargimento di pesticidi che, inquinando ed avvelenando la natura, portano ad esodi interni dalle proporzioni colossali. La componente sociale del Piano si preoccupa di far fronte a questo stato di crisi tramite attività di riqualificazione sociale assoldando ONG che fungono da tramite con le popolazioni locali. Nel solo periodo 2000-2002 sono stati spesi centinaia di milioni di dollari, la maggior parte dei quali provenienti dalle casse di agenzie per lo sviluppo del governo statunitense.

 

Che risultati hanno dato questi piani? Che impatto hanno avuto nella regione del Magdalena Medio?

 

Uno dei piani più importanti della componente sociale del Plan Colombia nel Magdalena Medio consiste nel programma Empléo en Acción, un

 

“Programa de generación de empleo transitorio para mano de obra no calificada a través de proyectos de infrastrctura realizadas en localidad y barrios en situación de pobreza.”[174]

 

 

Secondo la Controloría General de la Nación[175] tra il gennaio del 2000 ed il giugno del 2002 saranno spesi, solo per i progetti relativi al programma Empléo en Acción, 171.181 milioni di euro ai quali si aggiungeranno non precisamente quantificate spese amministrative per la messa in atto di tale programma.[176]

 

La maggior parte di questi piani di generazione di posti di lavoro mediante riqualificazione territoriale vengono proposti in due tra le aree più “calde” della Colombia: il Putumajo ed appunto il Magdalena Medio. Nella regione del Magdalena Medio una delle imprese che gestisce la maggior parte dei contratti di lavoro del piano è la Cooperativa de Trabajo Asociado para el Desarrolo Social y Comunitario (Integrar) con ben 7 contratti su 27 riferentesi a suddetto piano nella zona della città di Barrancabermeja per un totale di 270 milioni di pesos.[177] Nel febbraio del 2002 tramite un'inchiesta del giornale Vanguardia Liberal venne alla luce il sequestro di 460 lavoratori del Plan Colombia a Barrancabermeja; i lavoratori sequestrati saranno deportati nel villaggio di San Rafael de Lebrija, saranno rilasciati dopo 10 ore in seguito ad un interrogatorio dei paramilitari e l'invito a cedere il 10% del loro stipendio (di circa 75 dollari al mese, quasi la metà del salario minimo previsto in Colombia) alle AUC in cambio della “protezione” dei paramilitari. Le imprese appaltatrici dei lavori non solo non denunceranno il sequestro, ma alcuni dirigenti saranno presenti all'interrogatorio. Fra i sequestrati molti lavoratori della cooperativa “Integrar”.[178] La Controloría General ha aperto un'inchiesta circa gli affari della Cooperativa e le ONG che prendono parte a diverso titolo ai progetti di Empléo en Acción. Si tratta, secondo lo stesso organo governativo, di una galassia ormai difficile anche solo da mappare di ONG, nate in tempi rapidissimi per accogliere i fondi del Plan Colombia in un intreccio poco chiaro di affari e di relazioni tra ONG, imprese appaltatrici e strutture paramilitari.[179]

 

Vi è inoltre da notare come la maggior parte della componente sociale si riferisca a voci di spesa che dovrebbero essere prerogative dello stato e da cui lo stato colombiano si è sottratto.[180] Nel Magdalena Medio, come in molte altre regioni della Colombia numerosi sono i casi somiglianti a quello della comunità di Vallecito, nella Cordigliera Centrale antioqueña: tre aule costruite con l'utilizzo di cospicui fondi della componente sociale verranno distrutte da un incursione paramilitare, nell'aprile 2001, condotta dopo un attacco dell'esercito colombiano contro la guerriglia.

 

Operazione interna allo stesso Plan Colombia.[181] Come se non bastasse, a rendere il tutto simile ad una farsa, vi è da aggiungere che le aule ricostruite servono ad un villaggio fantasma: la violenza delle incursioni paramilitari e dei bombardamenti delle forze armate hanno provocato la fuga degli abitanti di Vallecito che si vanno ad aggiungere al già immenso numero di sfollati interni colombiani.

 

Come affermerà la stessa Controloría General de la República:

 

«Escaséz de recursos para la cofinancación de los projectos, inequidad de la asignación de lo recursos, inconsistencias en la financiación de materiales, deficiencias en el proceso de contratación, onerosa partecipación de la ONG operadoras, retraso en la ejecución de los projectos, deficiencia en el manejo presupuestal, falta de control en las cuentas bancarias de los organismos de gestión, inadecuado manejo de documentos »[182]

 

 

sono le ragioni del fallimento del Plan de Acción e lo rendono, insieme a tutta la componente sociale del Plan Colombia, un elemento di pubblicità con il quale sponsorizzare una strategia di azione che vede nella componente militare il paradigma fondamentale:

 

“...estos programas son muy deficientes y presentan graves irregularidades. Pero lo verdaderamente desfavorable de ellos, es que lograron (debido al desplegue publicitario en su favor) una popularidad suficiente para tapar lo que ocurría del lato militar.”[183]

 

 

La componente sociale del Plan Colombia risponde inoltre ad un modello di sviluppo dominato da parametri di valutazione esterni alle dinamiche di crescita del paese. Questo aspetto si evidenzia in un altro programma della componente sociale del Plan Colombia, il Plan Campo en Acción, piano nato per:

 

“Apoyar projectos productivos agropecuarios, acuícolas y ambientales que se conciben de una manera integral y que contribuyen al desarrollo social y económico de una región.”[184]

 

 

In verità i piani effettivamente finanziati risultano essere molto meno equilibrati e compatibili rispetto ai loro presupposti di progettazione. La prima fase del programma vede l'approvazione di 15 progetti. Ben 7 di questi riguardano la coltivazione intensiva di palma africana, di questi ben 6 sono nel Magdalena Medio. Dei rimanenti, 5 riguardano lo sviluppo di monocolture (il caucciù ed il cacao da esportazione), e solo 2 concernono progetti di sviluppo volti a potenziare dinamiche di sicurezza e sovranità alimentare; è il caso di un progetto di sviluppo della pesca locale eco-sostenibile sulle coste dell'oceano Pacifico, a Tumaco (Nariño) e di un progetto di trasformazione e commercializzazione di farina di platano.[185] Vi è da aggiungere che la maggior parte dei suddetti progetti sono gestiti da grandi imprese  agricole forti nel settore. Spicca tra queste l'impresa di palma africana Indupalma che nel solo dipartimento del César gestisce 20.000 ettari dei progetti del Plan Campo en Acción.[186]

 

Nel prossimo capitolo analizzeremo, in particolare, i progetti di intervento dell'Unione Europea in Colombia focalizzando l'attenzione su quelli in corso nella regione del Magdalena Medio. È quasi opinione comune che se le politiche di intervento in materia di politiche internazionali anche mediante lo strumento della cooperazione allo sviluppo praticate dagli Stati Uniti siano dettate dalla volontà di affermare la propria egemonia (non lesinando il ricorso al mezzo bellico), l'intervento e la presenza dell'Unione Europea in America Latina sia guidata soprattutto dalla filantropia. Dimostreremo come gli interessi materiali delle relazioni internazionali spostino la discussione su ben altri campi. Mostreremo inoltre come ciò vada ad influire direttamente su quelle ONG che dalla Comunità Europea vengono finanziate.

 
 

 

Capitolo 5

 

PDPMM: I PROGETTI DI SVILUPPO DELLA COMUNITÀ EUROPEA
NEL MAGDALENA MEDIO

 

 

I doni degli dei nessuno può sceglierseli.

 

Omero

 

 

 

I Progetti di Sviluppo e Pace nel Magdalena Medio (PDPMM), sono piani di sviluppo nella regione che vedono la loro genesi alla metà degli anni novanta sotto la spinta dei movimenti sociali che, tramite forti mobilitazioni, chiedono interventi contro l'arretratezza economica e la povertà endemica della regione. La prima domanda che si pone il PDPMM è come possa essere possibile che in una regione così ricca di risorse la maggior parte della popolazione subisca uno stato di povertà endemica.[187] Partendo da studi nella regione voluti da diverse organizzazioni lì operanti, tra cui la già menzionata USO, ECOPETROL, la SEAP (Società Economica Amici del Paese) ed il CINEP (Centro di Investigazione ed Educazione Popolare) fu formulato uno spettro della regione che identificava l'area di analisi, i problemi strutturali e contingenti dell'area, le risorse, gli obiettivi e le possibili soluzioni. Viene scelto come direttore di questo primo studio un padre gesuita, Francisco De Roux, uomo estremamente carismatico ed il cui impegno nelle lotte sociali è riconosciuto a livello nazionale ed internazionale[188] tanto da essere stato dichiarato più volte obiettivo militare dai paramilitari.[189]

 

La frizione tra le richieste sociali e le pressioni governative provocano diverse possibili traiettorie di indirizzo del PDPMM. Da una parte si vuole produrre la costruzione di piani di crescita aventi come fulcro lo sviluppo comunitario, quindi che partano dall'auto-empowerement delle comunità con processi di organizzazione sociale, formazione ed auto formazione; dall'altra il crescente interesse di attori nazionali ed internazionali premerà per un accentramento organizzativo dei piani nelle mani di agenzie di governo ed istituzioni.

 

Vengono stabiliti 4 assi di intervento:

 

- Cultura di pace;

- Attività produttive;

- Infrastrutture sociali e comunitarie;

- Rafforzamento della Gestione Pubblica.

 

“Es en 1997, que se hace evidente la tensión del Programa entre convertirse en organizador de un movimiento social de pobladores o en una agencia planificadora de projectos. Evidentemente el Programa no podía ceder a la tentación de cumplir con projectos puntuales en los municipios donde había presencia y olvidar que eran los mismos pobladores quienes debían apropriarse de su futuro y en este proceso la organización social, la capacitación y la formación para el trabajo o la vida publica jugaban un papel definitivo.”[190]  

 

 

Risultano di estrema importanza queste considerazioni e queste direttive su come relazionare i processi di sviluppo con le dinamiche comunitarie in vista di un'assunzione di responsabilità ed una centralità e protagonismo delle soggettività locali.

 

La planeación anual en Núcleos y ETP ha sido hasta ahora un evento periódico de reafirmación del protagonismo de los pobladores en la planeación de la vida municipal.[191]

 

 

Questo aspetto dello sviluppo del PDPMM costituirà un fattore determinante nonché un punto di critica centrale a questi progetti.

 

Il passaggio successivo alla diagnosi del territorio è dato dall'elaborazione delle strategie del PDPMM: la ricerca dei fondi necessari.

 

La prima alleanza che stringe il PDPMM per il suo finanziamento è con la Banca Mondiale che assicura finanziamenti cospicui e rapidi, ottenuti già dal biennio 1998-2000 e che fanno compiere un balzo cospicuo al piano con l'adozione del Prestito di Apprendimento ed Innovazione (PAI). Partono i progetti del PDPMM nei differenti campi di intervento ideati: comunicazione, commercio, sviluppo di processi democratici, sviluppo rurale, sviluppo urbano, pesca, tutela ambientale, educazione.

 

Il PDPMM si adopera da subito per una affermazione ed una capacità di essere riconosciuto come il maggior referente dei progetti di sviluppo dagli attori nazionali e dalle organizzazioni internazionali. Il Programma si dota in questa fase di una struttura sempre più rigida per poter gestire fondi via via maggiori in campi di intervento sempre più vasti.

 

Affianco ai finanziamenti ottenuti dalla Banca Mondiale, l'avvio di relazioni con l'Unione Europea portano alla formulazione, nel febbraio del 2002, dei “Laboratori di Pace”[192] nel Magdalena Medio. I Laboratori prevedono, tramite la costruzione di reti di alleanze tra i differenti attori sociali, civili, economici, politici, istituzionali, l'elaborazione di processi produttivi che allo stesso tempo implementino la produttività economica e le strutture democratiche della regione. Il piano si articola nello specifico in 6 linee di azione: costruzione della nazione, pace e convivenza, cittadinanza ed istituzioni, sviluppo economico umano e giusto, identità culturale regionale, ambiente.[193] Prevede una progettazione divisa in due fasi, la prima della durata di tre anni (2002-2005) gode di un finanziamento di circa 17 milioni di euro, di cui quasi 15 milioni a carico dell'Unione Europea, la seconda di 5 anni (2005-2009) prevede un finanziamento di più di 25 milioni di euro, 20 dei quali di provenienza Europea. Per gestire tale cifra e relazionarsi con investitori e territorio, il PDPMM struttura in modo molto più rigido la sua organizzazione rispetto alle direttive di costruzione orizzontale dei processi di sviluppo che si era data in precedenza. In particolare gli accordi vengono siglati  tra la Commissione Europea e la Agenzia Colombiana di Cooperazione Internazionale (ACCI) diretta da un fedele alleato del Presidente Uribe, Luís Alfonso Hoyos[194]. Questi due enti delegano poi la gestione del Laboratorio di Pace al PDPMM già consorziato e trasformato in CDPMM (Corporazione di Sviluppo e Pace Magdalena Medio). La corporazione a sua volta delega ad altri soggetti lo sviluppo dei progetti nella loro specificità: imprese appaltatrici e ONG colombiane ed europee.

 

Da questi primi dati possiamo già trarre alcune considerazioni. Piuttosto che definire questi soggetti  organizzazioni non governative, si dovrebbe parlare di organizzazioni “molto governative” che gestiscono progetti godendo di finanziamenti provenienti da istituti nazionali ed internazionali con piani geo-strategici di largo respiro le cui traiettorie vanno bel oltre la dimensione della cooperazione internazionale abbracciando interessi strategici complessivi di ben più ampio spettro politico ed economico.[195] Inoltre se gli interessi economici dell'Europa sono da sempre stati fortissimi in questa regione del mondo[196] oggi fanno i conti con un fattore nuovo ed importante: l'America Latina è la regione che ha in proporzione la maggiore biodiversità del pianeta; questo elemento è di centrale importanza per un'economia planetaria che fa dello sfruttamento delle biodiversità la nuova frontiera delle strategie di investimento economico[197].

 

Sul versante del governo colombiano è d'altra parte indubbio il bisogno di legittimarsi sul teatro delle relazioni internazionali. Le relazioni con la comunità internazionale mediante i piani di sviluppo e cooperazione possono costituire un ottimo tramite per questa legittimazione.[198] Il governo colombiano è attualmente impegnato nell'ottenere dalla comunità internazionale il “lasciapassare” per le modifiche apportate al suo impianto legislativo con la promozione del pacchetto leggi denominato di “Giustizia e Pace” e riguardante la smobilitazione/ legalizzazione/ trasformazione dei battaglioni paramilitari. Le suddette leggi sono accusate, da molti osservatori internazionali, di essere una truffa che avrebbe come effetto immediato un rafforzamento degli attori paramilitari, un'amnistia generalizzata per i loro crimini ed in sostanza una ulteriore crescita della violenza e un inasprirsi della crisi.[199] L'impegno da parte governativa nell'accettare e rendersi primo protagonista dei progetti di sviluppo internazionale (abbiamo visto come con la trasformazione del PDPMM il capofila nella gestione dei Laboratori di Pace è ora direttamente un istituto del governo colombiano) è sicuramente parte di questa strategia.

 

Senza considerare l'importanza data dall'afflusso di investimenti internazionali che si sobbarcano parte della gestione dello stato sociale colombiano trasformandone la natura.

 

Insomma siamo di fronte ad un ottimo cavallo di troia per ottenere il salvacondotto della comunità internazionale. Se infatti i rapporti della comunità internazionale con la Colombia al tempo del passato governo Pastrana erano, a ragion veduta, cauti e motivati da una richiesta di politiche utili al raggiungimento di un clima distensivo che permettesse i dialoghi di pace, Uribe verrà probabilmente ricordato come il presidente colombiano che effettuerà più viaggi e visite in Europa alla ricerca del consenso internazionale (e degli investimenti economici) per le scelte in materia di politica interna ed esterna. Mentre la sua legge di “Giustizia e Pace” verrà criticata da moltissime agenzie ed ONG che monitorano il rispetto dei diritti umani, il presidente colombiano verrà invece trattato dalle cancellerie europee in modo molto più “caloroso” dei suoi predecessori. Nel luglio del 2003 parteciperà al foro di Londra per programmare l'appoggio della comunità internazionale, U.E. in primis, ai progetti internazionali di intervento in appoggio alla crescita economica della Colombia come soluzione della sua crisi endemica. Condizione del finanziamento sarà il rispetto di 24 raccomandazioni in materia di diritti umani. Il risultato del “foro di Londra” permetterà, tra l'altro lo sblocco dei 5 “Laboratori di Pace” da sviluppare in 5 tra le zone maggiormente conflittive della Colombia. Sarà in questo ambito che verranno siglate le relazioni più importanti tra le ONG europee e l'ACCI.

 

Numerose critiche colpiranno i PDPMM rispetto alla loro mutazione: progetti nati all'interno dei movimenti sociali con l'obiettivo di sviluppare dinamiche di crescita basate su relazioni comunitarie finiranno sui tavoli di negoziazione delle cancellerie di stati ed organismi internazionali. A queste critiche i referenti del PDPMM e dei Laboratori di Pace risponderanno mostrando il valore aggiunto di un coinvolgimento dello stato colombiano nei progetti finanziati dalla Unione Europea. Abbiamo infatti visto che la loro attuazione sarebbe stata condizionata al rispetto delle raccomandazioni internazionali in materia di diritti umani, minacciando, nel caso di una loro inosservanza, "di lasciare affondare ogni aiuto". Quello che è successo in seguito invece va nella direzione opposta rispetto queste dichiarazioni di intenti: mentre il 3 e 4 febbraio 2004 il governo Uribe incassa l'approvazione internazionale ed ulteriori finanziamenti per i progetti di sviluppo, le organizzazioni di monitoraggio del rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario denunciano i danni della ormai avviata ed incontrollabile smobilitazione dei blocchi paramilitari in un clima di generale impunità per i crimini commessi dalle formazioni paramilitari, con la legalizzazione dei beni illeciti delle strutture paramilitari ottenute con la violenza ed un ingresso degli smobilitati in formazioni, come la guardia contadina ed i guardaboschi, volte ad aumentare il coinvolgimento  della società civile nella guerra[200].

 

Tutto ciò senza la benché minima capacità di veto dei finanziatori dei progetti internazionali. Anzi le politiche del governo Uribe sembrano trovare una breccia anche tra quelle ONG impegnate nei progetti di cooperazione citati. Mentre molte organizzazioni denunciano il progetto autoritario del governo Uribe, nei documenti di programmazione del PDPMM, che ormai ha assunto un vincolo oggettivo e diretto con l'ACCI, si legge come

 

“después de un periodo aparentemente critico en las relaciones entre el gobierno nacional y las ONG, se da un respaldo importante a la propuesta surgida desde el Laboratiorio de Paz del Magdalena Medio, mediante la aprobación de un segundo Laboratorio de Paz, que cuenta con respaldo y contropartita del Gobierno Nacional.”[201]

 

 

Non sembra abbia funzionato l'idea della pressione internazionale per un indirizzo delle politiche colombiane in una prospettiva di maggiore rispetto dei diritti umani. È avvenuto invece il contrario: l'utilizzo degli strumenti e delle relazioni, da parte di organi governativi colombiani dei progetti e dello strumento della cooperazione internazionale come cavallo di troia per la legittimazione delle sue politiche. Intanto continua con sempre maggiore brutalità, la guerra e si moltiplicano gli omicidi selettivi contro sindacalisti, politici di opposizione e giornalisti.[202]

 

Concretamente i cospicui finanziamenti del primo Laboratorio di Pace nel Magdalena Medio, vengono erogati in tre diverse fasi: al momento dell'approvazione del Laboratorio, per il progetto operativo annuale (POA) del 2003 e per quello del 2004 conclusivo della programmazione del primo laboratorio di pace. (vedi tabella 1).
 

 

Presupuesto por Rubros y Fuente de Financiación (en euros)

 

 

Cuadro general de presupuesto poa 2004

 

 

Laboratorio de Paz en el Magdalena Medio

 

RUBROS

CONVENIO DE FINANCIACION

POP 2002

(EJECUCIÓN PRESUPUESTAL)*

POA 2003

(EJECUCIÓN PRESUPUESTAL)*

POA 2004

(SALDO POR EJECUTAR)

 

 

 

 

País

 

UE

 

País

Total

UE

 

País

Total

UE

País

Total

 

 

 

 

APORTEC.E.

Beneficiario

Total

 

 

Beneficiario

 

 

 

Beneficiari

 

 

Beneficiario

 

 

 

 

1. Servicios

1.050.000,00

200.000,00

1.250.000,00

40.315,62

-

40.315,62

73.901,82

-

73.901,82

935.782,57

200.000,00

1.135.782,57

 

 

 

1.1. Asistencia Técnica Europea

500.000,00

 

500.000,00

-

-

-

-

-

-

500.000,00

-

500.000,00

 

 

 

1.2. Asistencia Técnica Local

100.000,00

100.000,00

200.000,00

18.873,32

-

18.873,32

31.384,87

-

31.384,87

49.741,81

100.000,00

149.741,81

 

 

 

1.3. Auditoría, Evaluación y

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Monitoreo

50.000,00

 

50.000,00

-

 

-

-

-

-

50.000,00

-

50.000,00

 

 

 

1.4. Estudios

300.000,00

100.000,00

400.000,00

21.442,30

-

21.442,30

8.197,78

-

8.197,78

270.359,93

100.000,00

370.359,93

 

 

 

1.5. Intercambio de experiencias

100.000,00

 

100.000,00

-

-

-

34.319,17

-

34.319,17

65.680,83

-

65.680,83

 

 

 

2. Suministros

250.000,00

120.000,00

370.000,00

45.934,26

100.000,00

145.934,26

75.275,46

-

75.275,46

128.790,28

20.000,00

148.790,28

 

 

 

2.1. Equipamientos

200.000,00

100.000,00

300.000,00

45.934,26

100.000,00

145.934,26

72.287,23

-

72.287,23

81.778,51

-

81.778,51

 

 

 

2.2. Otros

50.000,00

20.000,00

70.000,00

-

 

-

2.988,24

-

2.988,24

47.011,76

20.000,00

67.011,76

 

 

 

3. Obras

-

 

-

-

 

-

-

 

-

-

-

-

 

 

 

4. Fondo de financiación de

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

proyectos

12.420.000,00

1.300.000,00

13.720.000,00

-

-

-

1.702.640,86

6.419,81

1.709.060,67

10.717.359,14

 1.293.580,19

12.010.939,33

 

 

 

5. Información y visibilidad

100.000,00

 

100.000,00

1.193,66

-

1.193,66

16.264,99

-

16.264,99

82.541,35

-

82.541,35

 

 

 

6. Gastos de funcionamiento

664.400,00

600.000,00

1.264.400,00

31.035,69

228.946,45

259.982,14

148.297,94

231.590,77

379.888,71

485.066,37

139.462,78

624.529,15

 

 

 

6.1. Personal Local

314.400,00

499.000,00

813.400,00

-

172.536,78

172.536,78

78.295,96

221.410,44

299.706,40

236.104,04

105.052,78

341.156,82

 

 

 

6.2. Otros

350.000,00

101.000,00

451.000,00

31.035,69

56.409,67

87.445,36

70.001,98

10.180,33

80.182,31

248.962,34

34.410,00

283.372,34

 

 

 

TOTAL PARCIAL

14.484.400,00

2.220.000,00

16.704.400,00

118.479,22

328.946,45

447.425,67

2.016.381,07

238.010,58

2.254.391,65

12.349.539,70

1.653.042,97

14.002.582,67

 

 

 

7. Imprevistos

315.600,00

 

315.600,00

-

-

-

-

-

-

315.600,00

-

315.600,00

 

 

 

T O T A L

14.800.000,00

2.220.000,00

17.020.000,00

118.479,22

328.946,45

447.425,67

2.016.381,07

238.010,58

2.254.391,65

12.665.139,70

 1.653.042,97

14.318.182,67

 

 

 

 

Fonte: www.pdpmm.org.co
La maggior parte di finanziamenti vengono elargiti, secondo i dati forniti dallo stesso PDPMM nel 2004. I progetti si dividono in 4 componenti (vedi tabella 2)

 

 

COMPONENTE

LÍNEA

PROYECTOS

OPERADOR

 

 

Espacios Humanitarios

Distintas Entidades

 

ESPACIOS HUMANITARIOS

Observatorio Regional

CDPM M

 

 

Propuesta Educativa para la población carcelaria y menores infractores de B/Brmeja

Parroquia Sagrado Corazón de Jesús

 

PROTECCIÓN DE DERECHOS

Salud sexual y Reproductiva

Administraciones Municipales, Hospitales y CDPMM