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![]() Crimine globale
Coca Cola Crimes
23849 letture 08 marzo 2002
Coca Cola e paramilitarismo ovverossia come la transnazionale delle bollicine regola i conflitti sindacali in Colombia. Assassinii, sequestri e sparizioni eseguiti dagli squadroni della morte a danno dei lavoratori delle societá d’imbottigliamento della soft drink che ha conquistato il mondo.
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“La nostra organizzazione sindacale é
stata dimezzata dalla intimidazione, dal sequestro, dalla detenzione, dalla
tortura e dall’omicidio di numerosi leader da parte delle forze paramilitari
che hanno agito nell’interesse delle grandi imprese che operano in Colombia,
come la Coca Cola e la ‘Panamerican
Beverages-Panamco’”. Si apre cosí la denuncia presentata negli Stati Uniti dal
sindacato colombiano ‘Sinaltrainal’, contro il colosso mondiale delle soft
drinks e la loro maggiore societá imbottigliatrice in America Latina. “I
manager degli impianti di imbottigliamento della Coca Cola in Colombia hanno contrattato gruppi paramilitari per
reprimere l’attivitá dei leader sindacali. Non ci sono dubbi che la
transnazionale di Atlanta ha tratto vantaggio dalla repressione sistematica dei
diritti sindacali e che non ha protetto debitamente i lavoratori colombiani
dagli atti di persecuzione”, prosegue il testo della denuncia depositata lo
scorso 20 luglio dai legali della ‘Sinaltrainal’ e dalla centrale sindacale Usa
‘United Steelworkers of America’ presso la Corte Distrettuale della
Florida. ‘Sinaltrainal’,
struttura a cui aderiscono oltre 4.000 dipendenti dei maggiori complessi
industriali del settore alimentare, punta il dito oltre che sulla Coca Cola e la Panamco, anche su altre
importanti multinazionali, come la ‘Nestlé’ e la ‘Cicolac’. Nelle aziende di
proprietá di questi gruppi si é verificata nell’ultimo decennio
un’impressionante sequela di omicidi selettivi, sequestri e sparizioni di
sindacalisti e operai, eseguiti dagli squadroni della morte di estrema destra,
crimini rimasti del tutto impuniti grazie alle coperture e alla collaborazione
di ampi settori delle forze di sicurezza statali. Undici i
dirigenti e gli attivisti assassinati (5 quelli dipendenti dalle societá
imbottigliatrici della Coca Cola), 6
quelli miracolosamente sopravvissuti ad attentati dinamitardi, 5 i leader
sindacali che a seguito delle gravi minacce subite dai paramilitari sono stati
costretti a dimettersi dalla ‘Panamco’ e a rifugiarsi all’estero. Numerosi i
dipendenti colombiani della Coca Cola
vittima di persecuzioni da parte di organi giudiziari e di polizia dello Stato
colombiano, ingiustamente accusati di legami con il terrorismo o con le organizzazioni
della guerriglia; tra essi 12 leader
sindacali sono stati detenuti illegalmente per periodi piú o meno lunghi a
partire dal 1984. A seguito delle campagne di repressione eseguite dalle forze
armate nella regione settentrionale dell’Urabá (dipartimento di Antioquia), nel
1985, 17 operai dell’impianto di imbottigliamento della Coca Cola del municipio di Carepa, hanno dovuto abbandonare il
lavoro per sfollare insieme ai propri familiari verso altre cittadine della regione. Nel 1996, un gruppo paramilitare
ha fatto irruzione nello stesso impianto di Carepa, costringendo 70 operai a
rassegnare le porprie dimissioni dal sindacato. Successivamente due lavoratori
sono stati assassinati, altri due dipendenti sono stati vittime di attentati e
l’ufficio locale di ‘Sinaltrainal’ é stato devastato e incendiato durante un blitz
paramilitare. A Bucaramanga
(capoluogo del dipartimento di Santander), sempre nel 1996, la sede della
cooperativa dei lavoratori della Coca
Cola ‘Cooincoproco’, é stata oggetto di due raid da parte dei corpi
speciali della polizia, alla ricerca – inutile – di armi ed esplosivi. Nel 1997
la ‘Cooincoproco’ e l’abitazione del leader sindacale e dipendente della Coca Cola, Alfredo Porras, sono stati
devastati da un nuovo raid degli uomini della 5^ brigata dell’esercito
colombiano. ‘Sinaltrainal’ ha denunciato altresí come i propri attivisti siano
costantemente oggetto di pedinamenti e intercettazioni telefoniche illegali, e
come le imprese imbottigliatrici della Coca
Cola abbiano ripetutamente violato accordi collettivi e diritti sindacali,
chiudendo arbitrariamente i propri impianti e licenziando i lavoratori senza
giusta causa. “Le imprese
transnazionali come la Coca Cola e la
‘Nestlé’, impediscono in Colombia il libero esercizio sindacale” aggiunge
‘Sinaltrainal’. “All’interno delle fabbriche gli operai vivono in un clima di
repressione, controllati a vista da videocamere e personale armato. E’
sufficiente partecipare a una riunione sindacale per ricevere la notifica di
licenziamento e, se il lavoratore la impugna, é costretto a fare i conti
direttamente con le minacce dei capi della sicurezza, pagati dall’impresa”. Il
gravissimo clima d’intimidazione vissuto nelle fabbriche ha avuto come effetto
l’indebolimento della centrale sindacale, che ha visto negli ultimi due anni il
dimezzamento dei propri iscritti, in un paese, dove appena il 3% dei lavoratori
esercita il proprio diritto di affiliazione sindacale e dove negli ultimi 15
anni sono stati assassinati oltre 3.800 tra dirigenti e iscritti della CUT, la
Centrale Unitaria dei Lavoratori della Colombia. La
Panamco di Colombia alla conquista della Coppa America “Neghiamo ogni tipo di vincolo con qualsiasi violazione dei diritti umani” ha
inmediatamente commentato l’Ufficio degli Affari Internazionali della Coca Cola
da Atlanta, respingendo le accuse delle
centrali sindacali colombo-statunitense. “Le imbottigliatrici in Colombia sono
compagnie del tutto indipendenti dalla Coca Cola e per tanto la Compagnia non ha a che vedere con i suoi dipendenti
o sindacati”. Una smentita che tuttavia non trova riscontri oggettivi
nell’organigramma aziendale, in quanto la transnazionale concede dal 1951 il
monopolio della produzione, dell’imbottigliamento e della distribuzione dei
propri prodotti alla ‘Panamco Indega Colombia’, filiale della ‘Panamerican
Beverages –Panamco’ di Miami (Florida), di cui proprio la Coca Cola Company
possiede il 24% del capitale azionario e conta su due rappresentanti nel
consiglio di amministrazione. L’88% del fatturato della Panamco é generato
appunto dalla produzione e dalla commercializzazione in tutta l’America Latina
dei prodotti del marchio Coca Cola, mentre il resto deriva dalla distribuzione
sul mercato sudamericano delle note birre euopee ‘Kaiser’ ed ‘Heineken’. Per ció che
riguarda la ‘Panamco Indega’, essa risulta proprietaria in Colombia di 20
impianti di produzione, 71 centri di distribuzione e oltre 1.500 camion da
trasporto. Diecimila i dipendenti della controllata
colombiana, a cui la Coca Cola Company,
fornisce il supersegreto concentrato-base della bevanda e il completo appoggio
nell’implementazione delle strategie di mercato. A capo della ‘Panamco Indega’ una potente cordata di
imprenditori del dipartimento di Antioquia (gli industriali
Daniel Peláez, Alberto Mejía, José Gutiérrez ed Hernando Duque – gruppo
Fontibon), con articolati interessi nel settore alimentare, finanziario e dei
mezzi di comunicazione di massa. Presidente della ‘Panamco Colombia’ é Roberto
Ortiz, vicepresidente del consiglio di amministrazione della ‘Panamco’-madre di
Miami. Prova di quanto
stiano a cuore alla transnazionale di Atlanta le sorti economiche e politiche
del paese sudamericano é il decisivo ruolo di pressione esercitato sulla
Confederazione calcio dell’America Latina per realizzare in Colombia la Coppa
America 2001, la cui organizzazione era stata sospesa proprio alla vigilia della data fissata per l’evento sportivo, a
seguito della recrudescenza del conflitto interno. La Coca Cola insieme alla ‘Master Card’, entrambi patrocinatori della
Coppa, hanno manifestato il loro ultimatum alla societá ‘Traffic’, proprietaria
dei diritti di commercializzazione e trasmissione televisiva del torneo
internazionale, perché rispettasse la data e la sede prevista; in caso
contrario le due transanazionali avrebbero ritirato il loro patrocinio con
perdite per la ‘Traffic’ e la Confederazione calcistica sudamericana per 80
milioni di dollari. Nonostante le
oggettive difficoltá di tipo organizzativo e la diserzione di importanti Paesi
(vedi Argentina e Canada), a soli tre giorni dalla data prevista per l’inizio
della competizione, la Confederazione ha deciso di disputare l’appuntamento in
Colombia. Non si sarebbe potuto fare diversamente: la Coca Cola patrocinia dal 1974 i Campionati Mondiali di calcio e i
principali eventi internazionali giovanili della Fifa, mentre dal 1993 la
compagnia ha concesso il proprio marchio per la pubblicizzazione della Coppa
America. Lavoro minorile,
razzismi e monopoli illegali
Proprio a causa
del calcio, la Coca Cola ha subito
recentemente un’altra grave caduta d’immagine. Alla vigilia del campionato
mondiale Francia ’98, gli attivisti di ‘Transfair’, l’organismo internazionale
che certifica l’origine etica dei prodotti del commercio equo e solidale, hanno
documentato lo sfruttamento intensivo di minori nella fabbrica di palloni con
marchio Coca Cola a Sialkot
(Pakistan). Le foto di alcune bambine di 11 anni che incollavano e cucivano i
palloni hanno fatto il giro per il mondo, riprodotte in decine di quotidiani e
riviste di rilevanza internazionale. Negli
ultimi due anni la Coca Cola é finita
ancora altre volte sotto accusa per violazioni dei diritti sindacali e fatti
relativi a gravi discriminazioni razziali. Nel novembre del 1999, un lungo
sciopero violentemente represso dalle forze dell’ordine, ha bloccato le
attivitá dell’impianto d’imbottigliamento della ‘Panamco Brasil’ di Jundiai
(Brasile), per protestare contro l’ingiustificato licenziamento di 67
lavoratori. Nella
primavera dell’anno successivo, otto dipendenti hanno denunciato a New York il
management della Coca Cola Company
affermando di essere stati gravemente discriminati sul lavoro, perché neri.
Cosí l’organizzazione statunitense dei lavoratori neri della Coca Cola sono interventuti in occasione
dell’assemblea annuale degli azionisti, minacciando di dare il via ad un
boicottaggio su scala mondiale della bevanda se non fossero state adottate
misure contro la discriminazione razziale esistente negli impianti. Qualche
mese fa (aprile 2001), a Cuernavaca (Messico), le truppe antisommossa sono
intervenute per reprimere la protesta dei lavoratori della ‘Cooperativa
Pascual’, produttrice di bevande gassate, duramente colpita dalla politica
monopolistica della Coca Cola, che
impone a distributori e piccoli commercianti contratti di esclusivitá,
consentendo l’accesso ai propri prodotti e alla pubblicitá solo in caso di
assenza di altri marchi. Per
sbarazzarsi di eventuali competitori – come nel caso della ‘Cooperativa
Pacual’, produttrice della popolare bevanda messicana ‘Boing’ – la Coca Cola regala ai rivenditori casse di
prodotti, frigoriferi e assicura la formazione in contabilitá e gestione
impresariale a coloro che si impegnano a vendere esclusivamente le bevande
della compagnia di Atlanta. I dipendenti della ‘Cooperativa Pascual’ hanno
altresí denunciato che la Coca Cola
“é arrivata a distribuire anche denaro per ottenere l’esclusiva”, riferendosi
in particolare alla giunta che amministra la cittá di Cuernavaca, e che avrebbe
ricevuto contributi per oltre 600.000 pesos messicani, in cambio della
decisione di vietare la presenza di altri produttori di bevande all’interno
degli stand dell’importante ‘Fiera annuale di primavera’. Un caso analogo si é
registrato all’interno dell’Universitá dello Stato di Morelos, in cui é stato
firmato un contratto di vendita esclusiva dei prodotti del marchio Coca Cola
con una societá in mano a Lino Korrodi, il cervello finanziario della campagna
presidenziale di Vicente Fox, quest’ultimo con un passato da manager della
transnazionale per l’intero mercato latinoamericano. E mentre i
fatturati e i guadagni del colosso di Atlanta si preannunciano da record per il
2001, la dirigenza della compagnia ha recentemente annunciato il taglio di
6.000 posti di lavoro a livello mondiale, metá dei quali negli Stati Uniti,
nell’ambito della ristrutturazione del sistema produttivo decisa dal nuovo
presidente Douglas Daft. LA
LUNGA LISTA DELLE VIOLAZIONI DENUNCIATE DAL SINDACATO COLOMBIANO SININTRAL
CONTRO I LAVORATORI DELLA COCA COLA E DI ALTRI IMPORTANTI TRANSNAZIONALI DEL
SETTORE ALIMENTARE Lavoratori
assassinati 1986
Héctor Daniel Useche Beron (Nesté of Colombia) 1989
Luis Alfonso Vélez (Nestlé of
Colombia) 1993
Harry Laguna Triana (Cicolac Ltda) 1994
José Eleaser Manco David (Coca Cola) 1994
Luis Enrique Giraldo Arango (Coca
Cola) 1995
Luis Enrique Gomez Granada (Coca Cola) 1996
José Manuel Becerra (Cicolac Ltda) 1996
Toribio de la Hoz Escorcia (Cicolac
Ltda) 1996
Alejandro Hernandez V. (Cicolac
Ltda) 1996
Isidro Segundo Gil Gil (Coca Cola) 1996
José Libardo Herrera Osorio (Coca
Cola) Lavoratori
sopravvissuti ad attentati e costretti a rifugiarsi all’estero 1990
Antonio Rico Morales (Nestlé of
Colombia) 1995
Víctor Eloy Mieles Ospino (Cicolac
Ltda) 1996
Gonzalo Gómez Cervantes (Cicolac
Ltda) 1996
Adolfo Cardona Usma (Coca Cola)
1996
Gonazlo Quijano Mendoza (Beta
Ltda) 1998
Rafael Carvajal (Coca Cola) Lavoratori
gravemente minacciati e costretti a lasciare il posto di lavoro 1995
Luis Eduardo García (Coca Cola)
1995 Rafael
Almenteros (Coca Cola) 1995
Alfonso Mutis (Coca Cola) 1995
Sessanta operai dell’impresa ‘Granja La Catorce’ nella Sierra Nevada di Santa Marta (Magdalena), di
proprietá della societá Indunal S.A.,
del Senatore Fuad Char Abdala. 1996 Oscar Tascón Abadía (Cicolac Ltda) 1996
Tomás Enrique Galindo (Cicolac
Ltda) 1996
Alfonso Daza Alfaro (Cicolac Ltda) 1996
Gabriel Serge (Cicolac Ltda) 1996
Martín Emilio Gil Gil (Coca Cola)
1996
Gonzalo Quijano (Beta Ltda) 1998
Luis Javier Correa Súarez (Coca
Cola) Lavoratori
arrestati con l’accusa di terrorismo e sovversione, torturati e successivamente
liberati perché innocenti 1984
Jaime Gómez Díaz (Coca Cola) 1984
Efraín Surmay (Coca Cola) 1984
Rafael Almenteros (Coca Cola) 1984
Heriberto Gutiérrez (Coca Cola)
1984
Julio Alberto Arango (Coca Cola)
1984
Humberto Cortés (Coca Cola) 1995
Luis Javier Correa Súarez (Coca
Cola) 1995
Gonzalo Quijano (Beta Ltda) 1996
Luis Eduardo García (Coca Cola)
1996
José Domingo Flórez (Coca Cola)
1996 Sergio
A. López (Coca Cola) 1996
Alvaro González (Coca Cola) 1996
Luis Javier Correa (Coca Cola)
1996
Edgar A. Páez (Sinaltrainal) 1996
Gonzalo Quijano (Beta Ltda) 1996
Eduardo Ortega (Beta Ltda) 1996
Alvaro Villafañe (Nestlé of
Colombia) 1996 Rafael
Moreno (Sinaltrainal) 1996
Alfonso Barón (Cicolac Ltda) 1996
Hernando Seirra (Cicolac Ltda)
Sindacalisti
dell’impianto Coca Cola di Carepa
(Urabá-Antioquia) costretti a fuggire in altri dipartimenti della Colombia 1985
Elías Muñoz Bernardo Alcaraz
Jannio Barrios
Jaime Cano Consuelo Montoya Robert Harold López Wilson Montoya Rodrigo Rueda Rubiel Goez
Jesús Emilio Giraldo
Humberto Ramirez 1996
Dolahome Tuberquia
Giovanny Gómez
Hernán Manco
Oscar Darío Puerta
Oscar Alberto Giraldo
Luis Adolfo Cardona Ingerenze
arbitrarie ed illegali nella vita dei lavoratori e delle rispettive
organizzazioni 1995
Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze
speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga. 1996
Raid contro Cooincoproco (Cooperativa dei lavoratori della Coca Cola) da parte delle forze
speciali della polizia (Bloque de Búsqueda) di Bucamaranga e Cúcuta. 1996
Raid nell’abitazione di Beatriz Ardila Reyes, Segretaria del Sindacato
di Bucamaranga. 1996 I
lavoratori della Coca Cola di
Cúcuta, Alfredo Porras e Jimmy Helberto Fontecha vengono fermati, identificati
ed interrogati da appartenenti alla polizia e ad un gruppo paramilitare 1996
Gruppi paramilitari costringono 70 lavoratori della fabbrica della Coca
Cola di Carepa (Urabá Antioqueño) ad abbandonare il sindacato a cui sono
iscritti. 1997 Raid contro Cooincoproco e nell’abitazione
di Alfredo Porras (Coca Cola), da
parte della 5^ Brigata dell’Esercito. ![]()
Formato per la citazione:
Antonio Mazzeo. "Coca Cola Crimes". terrelibere.org, 08 marzo 2002, http://www.terrelibere.org//coca-cola-crimes
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