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Cambogia. Lo spazio strappato alla giungla
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Cambogia. Lo spazio strappato alla giungla
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25 luglio 1999
Diario di viaggio tra Angkor e Phnom Pehm.



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Lo spazio strappato allo giungla

Diario di viaggio tra Angkor e Phnom Pehm

 

 

Isabella Castrogiovanni

Bangkok, Luglio 1999

 

 

"Più vado avanti negli anni, più mi sembra che Bosh, Brugel e, con un raggio di pietà che ad essi manca, Rembrandt, siano i soli ad avere visto il mondo quale è: la sua durezza, la sua oscenità e, la dove esistono, la tragica fragilità dell’innocenza e della bellezza"

Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano

 

Aprile 1999: passaggio ad Angkor. Non so quale sia il motivo che mi spinge a scrivere qualcosa su questo breve viaggio in Cambogia. Forse questo è solo un tentativo di memoria. A volte temo che la velocità con cui gli eventi della vita si susseguono possa alimentare l’oblio o anche solo un caos di ricordi nel quale, alla fine, tutto finisce per confondersi e ogni cosa vissuta rischia di perdere i suoi contorni, la sua specificità. E tutto diventa subito "passato". Allora, provo a fermarmi. Nel tentativo di contrapporre la lentezza alla velocita’, la memoria all’oblio.

 

Il viaggio in Cambogia, dicevo. E’ durato solo quattro giorni. Due giorni fra la polvere e le tante miserie di Phnom Pehn e due giorni fra le bellezze di Angkor. Strana combinazione, questa. A Phnom Pehn la povertà e i segni angoscianti di un tragico passato, quello dei Khmers Rouges e, a poche centinaia di chilometri di distanza, i resti quasi millenari di una splendida, potente civiltà, quella Khmers. Tutto, all’interno dello stesso spazio geografico. Con un solo popolo come principale protagonista.

 

La durezza e l’oscenità del nostro mondo e, a sprazzi, gli effimeri segni della bellezza e della innocenza. Cosi ha scritto la Yourcenar. E mai come durante questo breve passaggio nella vecchia Indocina ho provato, cosi distintamente, questa sensazione, quasi di sofferta compassione, per la condizione umana. L’uomo che crea, che ruba spazi ad una intricatissima giungla per costruire sontuosi palazzi reali e splendidi abitazioni per i suoi dei. L’uomo che fa nascere potenti, ricche e sofisticate civiltà. L’uomo che conquista. E l’uomo che distrugge, che trasforma la bellezza e la vita in oscenità e in morte. Con il passare dei secoli, alcuni dei templi e dei palazzi di Angkor sono stati di nuovo inghiottiti dalla giungla. Le radici di immensi alberi si sono conficcate fra le rovine. E dopo secoli la natura, di nuovo, e’ riuscita a sopraffare. E anche questo, probabilmente, fa parte dello scorrere della storia. Con un ritmo che ricorda i movimenti alternati di un pendolo. La ricchezza e la miseria della condizione umana. La pace e la prosperità, la guerra ed il suo corteo infinito di morti e di orrori.

 

L’atmosfera, e persino certi angoli di Phnom Penh, mi ricordano, stranamente, la capitale del Ruanda dopo il genocidio del 1994. Mi sembra che il centro della città, con i suoi circostanti quartieri residenziali, le sue banche, i suoi ristoranti, siano il segno più evidente di quello stesso superficiale benessere ed elitario sviluppo che associavo alla vista delle eleganti ville sui

verdissimi boulevards di Kigali. Segno, in entrambi casi, di una nuova ricchezza che ha lasciato fuori, ancora un volta, la stragrande maggioranza della popolazione.

 

Basta, poi, allontanarsi di poche centinaia di metri dal centro per misurare tutto il degrado fisico e la miseria della nuova "pacificata" Cambogia: polverose strade non asfaltate, montagne di rifiuti, fatiscenti costruzioni. Ed un tristissimo corteo di mutilati che si trascinano sulle loro sgangherate stampelle di legno. Sembra che aumentino a mano a mano che ci si allontana dal centro. Come se anche le mine si fossero accanite contro chi, già, era ai margini della storia.

 

Eppure il parallelismo con il Ruanda non é affatto evidente. Il Ruanda, nel cuore dell’Africa, con una storia che ha poco in comune con quella della vecchia Indocina francese. La colonizzazione, certo. Questo è un elemento in comune nella storia dei due paesi. Ma, ancora una volta, mi chiedo se basti ricostruire la storia della colonizzazione e le dinamiche dei nuovi imperialismi per capire i genocidi che questi due paesi hanno conosciuto nel corso di questo violentissimo secolo. Forse, è proprio la dimensione tragica ed unica del genocidio in sè ad avermi fatto accostare Phnom Penh a Kigali. Le fosse comuni della Cambogia a quelle del Ruanda.

 

Choeung Ek, 15 km circa fuori Phnom Penh. Conosciuto come il campo di sterminio EK S.21.S21. I Khmers Rouges ci trasportavano i detenuti della prigione di alta sicurezza No. 21, un liceo trasformato dalle forze di Pol Pot in centro di tortura e di detenzione. E’ stato calcolato che, dal 1975 al 1979, più di 17.000 persone furono trasportate a Choeung Ek dopo essere state detenute e torturate nelle anguste stanze di quel liceo. La prigione è conosciuta oggi come il museo nazionale di Tuol Slong. Una tappa obbligata per dare un contenuto tangibile, visivo, alla follia omicida del regime di Pol Pot.

 

I locali non sono mai stati restaurati e tutto intorno ogni cosa appare squallida e tetra. Abbiamo visitato Tuol Sleng in un tardo pomeriggio feriale e durante la visita siamo stati colti da un violento temporale. Il cielo si è fatto all’improvviso scuro, carico, quasi a scoppiare, di nuvole nere. Ed ha iniziato a piovere e ad alzarsi il vento, e per una mezz’ora abbondante siamo rimasti bloccati all’interno del museo. Ho avuto paura del silenzio di quelle stanze buie, dalle cui pareti pendevano le fotografie in bianco e nero di centinaia di cambogiani torturati nel centro. Ho notato con orrore e sgomento che molti erano bambini. Mi chiedevo perché venissero fotografati. Alcuni di quei visi hanno l’espressione assente, lo sguardo vuoto, quasi privo di emozioni. Sembra che qualcuno avesse scelto addirittura di sorridere di fronte al proprio carnefice. Provo ad immaginare le loro paure, i loro pensieri. Cosa si prova quando si sa, si sente, che stai per essere torturato sino alla morte. Quei visi tutt’intorno mi terrorizzano. Ripenso alle immagini viste, appena un anno fa, allo Yad Vashem, il museo della Shoa a Gerusalemme. E, ancora una volta, mi viene in mente quella frase della Yourcenar in un libro letto tanti anni fa. Quel suo richiamo pieno di dolore alla durezza e all’oscenità del mondo.

 

"Rispondi esattamente a ciò che ti viene chiesto. Non eludere la domanda. Rispondi immediatamente.... Non gridare quando sei colpito dagli elettroshock. Non fare nulla. Non muoverti... aspetta gli ordini...". Sono solo frammenti del regolamento di Tuol Sleng. Le regole sono scritte su una lavagna e pendono ancora oggi da quelle scure pareti.

 

Sembra che, due volte all’anno, qualche monaco buddista si rechi al Tuol Sleng per esorcizzare e calmare gli spiriti che vi abitano. Perché molti cambogiani credono che oggi quel vecchio liceo sia abitato dai fantasmi. L’International Herald Tribune, riportava recentemente questa storia: il guardiano del museo racconta di avere sentito una notte delle grida provenire dall’interno di quelle stanze, di essere scappato via terrorizzato e di non essere piu voluto tornare in quel luogo. La superstizione, la paura degli spiriti del male, quelli che si impossessano dei luoghi in cui sono avvenute morti violente, è radicatissima in Cambogia, cosi’ come in molti altri paesi del sud est asiatico. Si può non credere a tutto ciò, certo. Ma quel posto fa paura.

 

Poi c’è il campo di sterminio di Choeung Ek con in suoi tristemente noti Killing Fields, ribattezzato "Centro del genocidio cambogiano". La guida che ci accompagna, sotto un sole cocente che sembra debba bruciarti anche l’anima, è un anziano signore cambogiano. Parla un francese stentato ma è sufficiente per capire che odia Pol Pot ed i Kmers Rouges. Probabilmente era un ragazzino durante l’epoca del terrore. Ci spiega che, alla fine degli anni ’80, dopo l’invasione vietnamita e la caduta del regime di Pol Pot, un monumento venne eretto all’interno del campo come reliquario per contenere le migliaia di ossa riesumate dalle fosse comuni. Ho contato circa dieci livelli all’interno di quella monumentale costruzione e ognuno di questi era strapieno di ossa e di teschi. Ci giriamo intorno con la guida che si accosta sempre di più alle vetrate: nei punti aperti tocca le ossa, le sposta, rigira dei frammenti fra le mani. Con fare quasi ossessivo. Mi allontano dopo pochi minuti. E’ orribile. Con la stessa insistenza, ci accompagna all’esterno. Cammina. Si ferma. Si inginocchia e raccoglie una scheggia. Ce la mostra. E’ un frammento di ossa umane, dice. E poi di nuovo riprende a camminare. E di nuovo si ferma per cercare altri miseri resti da mostrarci. All’esterno del campo, appoggiati al

cancello due uomini con le stampelle chiedono qualche manciata di riem. Anche loro, come quella tristissima guida, simboli viventi della tragedia cambogiana.

 

Ritorniamo a Phnom Pehn su una delle tante moto-taxi che circolano caoticamente per le strade della capitale, ripercorrendo la stessa strada non asfaltata. Tutt’intorno le risaie sono verdi ed il paesaggio è bellissimo. Tutto mi sembra, stranamente, carico di silenzio e di pace.

 

Ma è ancora difficile credere alla pace in un paese in cui la mortalità infantile al di sotto di un anno rimane la più alta nell’intera regione del sud est asiatico e del pacifico; in cui la mortalità materna è fra le più elevate del mondo; in cui la diffusione dell’AIDS ha raggiunto i livelli più allarmanti in tutto il continente asiatico; in cui la stragrande maggioranza della popolazione infantile soffre di malnutrizione cronica e di malattie ad essa collegate; in cui l’intero sistema scolastico ha dovuto essere ricostruito da zero dopo la caduta del regime di Pol Pot . E poi la Cambogia è ancora oggi uno dei paesi più minati al mondo. Le mine antiuomo furono usate per la prima volta in questo paese alla fine degli anni ’60, durante la Guerra del Vietnam. Ma la maggior parte fu disseminata fra il 1979 ed il 1991 dopo la ritirata dei Kmers Rouges, in seguito all’invasione vietnamita. Esperti delle Nazioni Unite hanno calcolato in circa 8 milioni il numero di mine ancora disseminate sul terreno cambogiano, in media 2 mine ogni bambino. E’ stato anche calcolato che ci sono 35,000 amputati a causa di esplosioni di mine, un mutilato su ogni 243 cambogiani, una percentuale più che allarmante in un paese in cui meno del 53%

della popolazione ha accesso ai servizi sanitari. Il costo di una mina antiuomo è di circa 3 $ ma ce ne vogliono almeno 1,000 per avviare una operazione di sminamento. E la Cambogia dipende, ancora oggi, al 70%, dagli aiuti internazionali. Si, è difficile credere alla pace, se pace vuol dire qualcosa di più di mera assenza di guerra.

 

Poi, vai via da Phnom Penh. Prendi un aero della Royal Cambogia e in 45 minuti sei a Siem Rep, a soli pochi chilometri di distanza dagli splendori della mitica Angkor. E in quell’angolo selvaggio di Cambogia scopri che per un visitatore occidentale di passaggio, con il suo biglietto di ritorno in tasca e un po’di dollari nel portafoglio, la parola pace può voler dire anche solo silenzio, bellezza, armonia, immersione nei rumori della natura, contatto con gli splendori di una civiltà passata, recupero della memoria storica. Ancora una volta il privilegio, troppo spesso solo occidentale, di poter godere di ciò che di bello esiste su questa terra.

 

Credo che quella pessimistica riflessione della Yourcenar mi sia venuta in mente proprio all’ingresso del tempio più famoso: Angkor Wat. Il corpo principale di questa immensa costruzione si staglia imponente fra la brillante vegetazione tropicale. Una massa scura sullo sfondo di un cielo appena acceso dalle tinte rosse del tramonto. L’accesso ad Angkor Wat è segnato da una lunga striscia di pavimento lastricato ai cui lati si estendono immensi spazi verdi. Ha smesso di piovere e l’aria è un po’ più fresca. C’è solo qualcosa che contrasta con tutta la bellezza di quel luogo. Ed è, ancora una volta, la visione disperata di decine di cambogiani che trascinano con fatica i loro corpi orrendamente straziati dalle mine. Improvvisamente, quel percorso verso il tempio, dalla sommità del quale è possibile godere della vista straordinaria del tramonto, diventa una galleria degli orrori. Quella pietosa visione da fastidio ai turisti. Imbruttisce il paesaggio, rende amaro il passaggio ad Angkor. Ma si va avanti lo stesso. Bisogna arrivare in cima al tempio prima che il sole precipiti dietro l’orizzonte. E così che consigliano tutte le guide. E, in fondo, i mutilati, la guerra, le mine, il genocidio sono solo brutti ricordi del passato….

 

Sono andata avanti anche io. E quel tramonto in cima ad Angkor Wat è davvero uno dei più belli che abbia mai visto. Ma in contrasto con quelle immagini di bellezza, quel cielo infuocato, quel silenzio mistico, il cammino di ritorno, di nuovo accanto ai mutilati in attesa di qualche riel, si è impresso con forza nella mia memoria come drammatica testimonianza della durezza della condizione umana. E della ingiustizia che costringe la stragrande maggioranza dell’umanità ad essere solo misero spettatore della storia o, ancora peggio, vittima impotente della follia che la mente umana può generare.

 

Ormai è buio ad Angkor. Ed il tempio è solo una massa nera priva di contorni. I turisti vanno via. Vado via anche io. Un ragazzino, sulla porta del tempio, ripete quasi meccanicamente "Good Bye, Good luck". Arrivederci, Buona Fortuna.

 

Domani gli toccherà ritornare ad Angkor ad inseguire i turisti boccheggianti in cambio della solita, misera, manciata di riel.




Formato per la citazione:
Isabella Castrogiovanni. "Cambogia. Lo spazio strappato alla giungla". terrelibere.org, 25 luglio 1999, http://www.terrelibere.org//cambogia-lo-spazio-strappato-alla-giungla
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